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Intervista ad Alba Carbutti, expat di ritorno: “Rientrare in Italia è stata la mia vittoria più grande”

Dicembre per gli expat è sempre un mese ricco di significati. Le festività a volte lontano da casa, la malinconia e l’entusiasmo, le nuove tradizioni da celebrare e, per i più fortunati, un biglietto aereo per rientrare qualche giorno in Italia. E magari per restarci, a nuove condizioni e con prospettive diverse.

Se la parola di questo mese è speranza, l’intervista abbinata non può che essere quella di Alba Carbutti, 29 anni, una vita tra Castellabate (Salerno), Torino e il Belgio. Per poi approdare di nuovo in Italia, a Napoli, dove la nostra Italian da circa un anno lavora come consulente, sviluppatrice e programmatrice in ambito IT.

Ciao Alba! Dopo 10 anni di “girovagaggio” – per usare proprio le tue parole! – sei riuscita a tornare in Italia. Puoi raccontarci cosa ti ha spinto a prendere questa decisione? Per te tornare è stata una vittoria oppure te ne sei pentita?
Ciao Camilla, ciao The Italians! Sì, quella parola la uso tanto e la sento tanto giusta per me che dentro e fuori sono proprio una girovaga. Dopo tanto tempo fuori, pochi mesi dopo la laurea, avevo iniziato un percorso di assunzione con una azienda belga. Sembrava essere andato tutto bene e invece alla fine c’è stato un ripensamento da parte loro per questioni linguistiche, le barriere sembravano troppo alte, allora fui io stessa a chiamare a casa e chiedere di tornare per un po’. Nemmeno una settimana dopo ero stata contattata per fare un corso inerente all’ambito informatico con finalità di assunzione in questa grande famiglia dove mi trovo ora.
Ho colto l’occasione con tanta gioia e felicità che non so spiegarlo. Nemmeno potevo crederci che sarei potuta tornare a casa e trovare contemporaneamente un impiego solido. Il sud è una realtà molto complessa ma fondamentalmente penso che tutti noi giovani lasciamo le nostre case, i nostri amici e ricordi, le nostre famiglie, col desiderio di tornare per ridare indietro a questa terra quello che lei ha dato a noi in termini di calore, bontà d’animo e positività. Ad oggi credo sia stata la vittoria più grande, soprattutto pensare di aver investito su me stessa così a lungo e così tanto da poter ridare indietro qualcosa alla mia terra, fosse anche solo per un momento.

Sappiamo che attualmente lavori come consulente, sviluppatrice e programmatrice in ambito IT, ma spiegaci meglio: cos’è che fai di preciso? E soprattutto: quali sono le difficoltà inevitabili che il rientro in patria ti porta ad affrontare?
Il mio lavoro attuale, fortunatamente, non è così complesso da spiegare: lavoro scrivendo dei codici che servono a creare e sviluppare piattaforme web. In pratica, ci sono dei clienti che richiedono dei servizi in ambito informatico e, attraverso queste tecnologie che sto imparando a usare, io e gli altri ragazzi del team di cui faccio parte cerchiamo di accontentarli. È un lavoro di forte sinergia, lavoriamo a contatto con un lato funzionale che ci porta a galla le richieste del cliente e contemporaneamente gestiamo tutto questo a livello di team, dividendoci il lavoro, scegliendo cosa è più giusto fare e a nostra volta consigliando il lato funzionale su cosa sarebbe più sicuro o efficiente portare avanti, sempre tenendo in considerazione i desideri del cliente. Lavoro qui da un anno e ho avuto la grande fortuna di lavorare sempre con clienti esteri, potendo mantenere così il mio inglese, che era la cosa che mi spaventava di più perdere.
Le difficoltà non sono state molte, sono stata estremamente fortunata. Napoli è una città dal grande cuore e tornare qua a meno di 200 km dalla famiglia è stato più semplice del previsto.
Se parliamo di logistica, la ricerca di una casa che rispettasse tutti gli standard che cercavo e i trasporti scarsi sono state le due cose più difficili da metabolizzare. Se vuoi vivere da solo le case qui sono poche e spesso lontane dal centro, mentre per i trasporti il problema principale è che la città è molto grande ma è ben connessa solo nella parte centrale, quindi trovare il perfect match è un’ardua impresa!

Riavvolgiamo il nastro della tua storia e torniamo a quando, durante la specialistica in ingegneria energetica e nucleare a Torino, sei partita per un progetto di tesi in Belgio. Quella è stata la tua prima esperienza lontano da casa? Perché hai scelto di partire, e perché proprio il Belgio?
Sono cresciuta in un piccolo paesino in provincia di Salerno, tra mare e mozzarella di bufala. Ho scelto di andare via di casa la prima volta a 19 anni, finita la scuola superiore. Quindi in realtà il Belgio è stato il secondo grande cambiamento della mia vita. Durante la specialistica ho avuto un po’ di vicissitudini personali e a tre esami dalla fine mi sentivo un po’ demotivata. Però mi piaceva molto il pensiero di finire il mio percorso nonostante tutto. Arrivò questa email dal mio professore di teoria del trasporto, dove c’era la proposta di questa tesi nel centro di ricerca SCK CEN a Mol, in Belgio. Sembrava così adatta a me: lavorare con i macchinari che servono a misurare le dosi di medicinali radioattivi da somministrare ai pazienti per perfezionarne la lettura. Potevo fare qualcosa di veramente utile, toccare con mano il lavoro dell’ingegnere, calibrare, svitare, studiare tanto e ancora tanto per ottenere dei risultati che potessero essere usati per qualcosa di buono. E mi sono chiesta: perché no?
È stato molto difficile all’inizio, avevo moltissima paura. Ricordo che il giorno prima di partire piangevo perché credevo che non sarei stata in grado di farmi degli amici, di parlare in inglese, di scrivere una intera tesi in un ambito così delicato e in un’altra lingua per giunta. E invece, alla fine, ho trovato una famiglia grandiosa. Fatta di gente meravigliosa che mi è cara come poche. Ho scritto la mia tesi, ho finito il mio lavoro e pubblicato con la mia mentore un e-poster. Ho lasciato un pezzo di cuore lì.

Hai trovato differenze tra il sistema educativo italiano e quello belga? Potresti aiutarci a fare un confronto tra questi due sistemi educativi?
Devo essere sincera, non ho avuto a che fare con il sistema educativo belga in modo diretto. Nel centro c’era, però, gente da tutto il mondo a scrivere tesi e anche a studiare per diversi progetti Erasmus e di scambio. Allora mi sono fatta una idea precisa di quella che è la differenza più grande tra il nostro approccio universitario e quello, in generale, fuori dall’Italia: per noi lo studio e la teoria sono alla base e alla fine di tutto. Siamo dei mostri in termini di studio ma pecchiamo tantissimo sulla pratica. Fare tirocini in Italia è sempre più difficile, le università, soprattutto quelle più piccole, mancano di laboratori e di mezzi per vedere con mano quale è il vero lavoro dell’ingegnere. All’estero sembra tutto più facile: teoria e pratica coesistono. I mezzi ci sono e vengono sfruttati a pieno.
Ovviamente una base di teoria solida come quella che il nostro sistema fornisce ci rende più riflessivi ma sicuramente in grado di scavalcare barriere che per molti sembrerebbero insormontabili, mentre una buona dose di pratica rende molto più adatti al problem solving immediato. E’ una questione di approccio, tutto qua.

Com’è stato vivere in Belgio? C’è una comunità di italiani lì, ti sei sentita ben accolta? Oppure hai trovato pregiudizi da superare?
E’ stato bellissimo. Parlarne ancora mi muove il cuore verso sentimenti veramente profondi e felici. Sono stata a casa dal primo giorno. C’erano moltissimi italiani, alcuni del mio stesso corso di Laurea, altri dalla toscana, dalla Liguria e dal Lazio. Molti altri venivano dalla mia stessa università e si erano fermati lì dopo la loro tesi. Non ho mai sentito pressioni di nessun tipo, né pregiudizi. La gente di tutto il mondo mi circondava ogni giorno e con ognuno di loro ho stretto un rapporto di amicizia che va al di là di ogni possibile immaginazione. Come ho scritto una volta nel mio blog: senza muovermi ero in Russia a bere vodka, in Turchia a parlare di famiglia, in Libano a mangiare il cibo più speciale del mondo. Ero in Spagna, a scoprire la passione più profonda che si possa provare e i sapori di una terra così simile ma così diversa. Ero a prendere in giro un British man come non ne avevo mai visti e in Francia a ridere della buffa pronuncia dei suoi abitanti. Ero in Belgio e viaggiavo anche senza muovermi di lì.

Molti dei giovani italiani che partono lo fanno perché impossibilitati a trovare lavoro in Italia. Tu, invece, l’hai trovato. Che consiglio daresti a quanti come te sono partiti e ora vorrebbero tornare a casa? Credi sia necessario, per trovare lavoro in Italia, fare prima dell’esperienze di studio o lavoro all’estero?
L’unico consiglio che posso dare a tutti i più giovani di me è quello di viaggiare, viaggiare per tornare e per partire ancora e ancora. Non vi fermate mai, la mente dell’uomo ha bisogno di vedere, assaggiare, assaporare cose nuove che si possono solo trovare viaggiando e vedendo il diverso. Una volta che la vostra valigia sarà piena provate a sfondare i muri e le barriere che questo periodo storico sta tirando su. Se avrete cambiato tante volte nulla vi farà paura: nemmeno diventare l’ingegnere nucleare più informatico che esista.

Si parla spesso di “fuga di cervelli” o, come nel tuo caso, di “ritorno di cervelli”. Perché l’Italia lascia partire così tanti giovani ma non riesce ad attrarne altrettanti? Cos’è che si dovrebbe fare per diventare noi stessi un paese attrattivo e competitivo?
Studiare le lingue fin dalla più tenera età, approcciarsi in modo completamente internazionale a qualunque cosa si faccia. Allargare il mercato del lavoro e della ricerca a settori che potrebbero sembrare anche non di primario interesse per la nostra nazione potrebbe essere una idea. In generale credo servano posti di lavoro, quello che ho imparato è che una nazione diventa attrattiva quando ha lavoro da offrire. Non credo di poter dire altro in merito se non che bisogna spingere su una educazione più aperta, sul creare una visione che sia quanto più lontano possibile dalla paura del diverso.

In più, per tutti quei giovani italiani che invece NON vogliono tornare in patria: cos’è che l’Italia dovrebbe essere in grado di garantire loro? E, domanda ancora più difficile, perché non lo sta già facendo?
Io credo che le persone debbano restare nei posti dove si sentono a proprio agio. Sicuramente ci sono moltissime mancanze nel nostro Paese come ce ne sono molte anche nei paesi più attrattivi. Molto spesso il non voler tornare in patria è sintomatico di un non volersi piegare a condizioni di lavoro non accattivanti, a tassazioni altissime anche se sei agli inizi, a situazioni di precarietà più lunghe di una vita. Bisogna essere veramente fortunati a poter tornare qua, perché tutti questi disagi non sono facilmente superabili quando si voglia vivere una vita dignitosa, come la si merita di vivere dopo anni di studi e sacrifici. Quello che l’Italia dovrebbe garantire è proprio questo: condizioni non solo dignitose ma anche e soprattutto adeguate al percorso umano e di studi che gente come me ha fatto per anni. Non è ancora possibile perché siamo indietro, purtroppo, in termini di lavoro, di qualità della vita, di agevolazioni. Spero ci sia presto una svolta che ci porti a risanare quanto di imperfetto ancora abbiamo e che ci lanci verso possibilità maggiori cosicché tutti possano tornare indietro quando vogliano e lasciare la loro terra per desiderio di vedere cosa c’è fuori e non necessità.

Sempre più giovani che tornano in patria e, sfruttando le proprie competenze e i talenti accresciuti dalle molteplici realtà di vita conosciute, un’Italia che migliora e cresce. Credi che sia un futuro auspicabile e realizzabile?
È un futuro possibile. Le prime tre grandi problematiche da risolvere perché si realizzi nel breve tempo, per me sono: migliorare le condizioni di lavoro e investire sui territori in modo da attrarre realtà sempre più grandi e consolidate, favorire i commerci con l’estero in modo da incentivare i ragazzi che sono stati fuori a tornare con la possibilità di viaggiare ancora – chi parte una volta difficilmente ama non muoversi più – e in ultimo che le promesse fatte a livello di governo siano mantenute, in modo da abbattere questa sensazione di parole a vuoto che per molti di noi si traduce in abbandono.

Per concludere, parlando di progetti futuri: adesso che sei in Italia, hai intenzione di restarci a lungo oppure ti attende presto una nuova avventura?
Diciamo che al momento sento di essere in un buon precario equilibrio, ho desiderio di viaggiare per passione e per lavoro ma non sento quella smania di cambiamento che di tanto in tanto mi prende. Vorrei godermi un po’ la mia famiglia, i miei nonni e i miei genitori. La vita mi ha portata qua per una ragione che, in verità, non conosco ma che ho accolto a braccia aperte. Agisco molto di pancia e sento che questo, per ora, è il posto giusto. Chissà domani cosa accadrà, non so e non posso dirlo. Tutte le volte che ho cambiato la mia vita, ho saltato senza pensarci troppo perché ero pronta. Non so quando e se riaccadrà, penso sia plausibile pensarlo conoscendomi, ma per ora mi dedico a ciò che sto costruendo con passione e forza di volontà, senza crucciarmi troppo del domani. Ho imparato che le possibilità devi creartele e questo accade semplicemente lavorando su te e su ciò che ti circonda, mi limito a questo con una immensa passione tutti i giorni. E tanto mi basta per dirti che qualunque sarà la mia scelta, prometto di essere felice e motivata. Come lo sono oggi e come lo sono stata sempre nel passato.

Intervista a Donato Zarrilli, ingegnere di ritorno in Italia: “La mia è stata una scelta di cuore, ma qui c’è ancora molta strada da fare”

Non solo partenze, valigie chiuse, voli da prendere e nuove città da esplorare. A noi di The Italians piace parlare anche di ritorni, di chi – felicemente e per scelta – ce la fa a tornare a casa, in Italia, con quel bagaglio di esperienze in più e con la prospettiva di tutta una serie di porte aperte davanti. È questa la storia che vogliamo raccontarvi questo mese: il nostro Italian di ritorno si chiama Donato Zarrilli, 31 anni, originario di Calitri in provincia di Avellino. Dopo la laurea in ingegneria a Siena e un progetto di ricerca in Inghilterra su reti elettriche e fonti rinnovabili, attualmente Donato risiede a Genova dove ha trovato il giusto equilibro tra lavoro e vita privata. E tra le escursioni in montagna, un giro in bici e qualche tomo di storia antica – alcune delle sue passioni – ha deciso di raccontarsi per noi.

Ciao Donato! La tua è una di quelle storie che ci piace raccontare: dopo 8 mesi all’estero sei tornato in Italia, rifiutando anche un’offerta di lavoro a Edimburgo. Puoi raccontarci cosa ti ha spinto a prendere questa decisione?
Una volta conclusa l’attività di ricerca a Manchester, sono rientrato in Italia per discutere la tesi di dottorato. In quel periodo ho ricevuto diverse offerte di lavoro da università e aziende estere. La più interessante fu sicuramente quella di una start-up di Edimburgo che progetta tecnologia avanzata per reti elettriche del futuro. Congiuntamene però ricevetti un’offerta altrettanto interessante da una prestigiosa casa automobilistica italiana. Ricordo di essere stato molto combattuto: da una parte c’era la possibilità di applicare in azienda gli studi intrapresi per anni in università, dall’altra quella di rientrare in Italia e far parte di una grande multinazionale. La mia è stata una scelta di cuore, perché entrambe avrebbero potuto darmi le stesso possibilità in termini di carriera. Alla fine, l’idea di poter contribuire allo sviluppo di un prodotto made in Italy di fama internazionale mi ha portato a scegliere Maserati.

Sappiamo che attualmente lavori in ABB a Genova, ma raccontaci qualcosa in più: in cosa consiste il tuo ruolo? Quali sono le difficoltà inevitabili che il rientro in patria ti porta ad affrontare? È per te una vittoria?
Da qualche mese lavoro a Genova dove mi occupo di progettazione di sistemi di gestione dell’energia per reti elettriche del futuro, le cosiddette “smart grids”. L’obiettivo è quello di massimizzare l’integrazione nella rete delle fonti rinnovabili per poter abbassare i livelli di emissioni di CO2. Fortunatamente non ho avute grosse difficoltà nel rientrare in patria. L’unico grande ostacolo è stato quello di riadattarmi alla macchinosa burocrazia italiana, alla poca efficienza della pubblica amministrazione e bassa qualità dei servizi erogati ai cittadini. Nonostante ciò, per me è stata e resta una grande vittoria quella di esser in patria in questo momento. Non ho mai pensato di potermi trovate male a lavoro o di pentirmi della scelta fatta di rientrare in Italia, cosa che posso confermare anche ora a distanza di anni. Ormai far parte di una multinazionale e lavorare in Italia o all’estero è quasi la stessa cosa. La mia paura più grande esulava dal lavoro in sé per sé, e riguardava tutto il resto. La domanda che invece mi ponevo era la seguente “l’Italia può darmi i servizi che ricevevo all’estero, e allo stesso prezzo? Può darmi la stessa stabilità economica?” A questo ancora non so dare risposta, sicuramente all’estero ho trovato un’organizzazione nelle istituzioni e nei servizi erogati nettamente superiore.

Facciamo un passo indietro, torniamo agli anni del tuo dottorato. Quella è stata la tua prima esperienza lontano da casa? Perché hai scelto di partire? Credi sia necessario, per trovare lavoro in Italia, fare prima dell’esperienze fuori?
Durante il dottorato ho fatto diversi viaggi di breve durata all’estero, sempre per collaborazioni su progetti europei e presentazioni a conferenze internazionale dei miei lavori di ricerca. Ricordo che subito dopo la laurea magistrale andai a San Diego in California per presentare la mia tesi magistrale alla conferenza SIAM (società di matematica applicata all’industria). Come queste tante altre esperienze simili. Credo sia fondamentale per tutti i ragazzi fare un’esperienza di studio e/o lavoro all’estero. Oltre al fatto che sia decisivo per la costruzione di un ottimo curriculum vitae, rappresenta un’esperienza di vita senza eguali. Imparare una nuova lingua, a vivere da soli, ad accettare la diversità, e condividere tempo e spazio con persone sconosciute sviluppa capacità interpersonali che altre esperienze non potranno e non riusciranno a darti.

A proposito del tuo PhD: di cosa ti sei occupato, qual era l’obiettivo della tua ricerca? Hai trovato differenze tra il sistema educativo italiano e quello inglese?
E’ stato proprio col dottorato che ho iniziato ad occuparmi di tematiche legate alle smart grids. In Italia la ricerca era focalizzata principalmente sul sistema elettrico, mentre in Inghilterra si iniziava già a ragionare in termini di sistemi multi-energy. Non si considerava soltanto l’elettricità ma anche altri vettori di energia quali il gas, e acqua calda e fredda per il condizionamento. Oltre ad una visione più futuristica e completa della tematica di ricerca, non ho trova altre differenze significative. Anzi ritengo che la formazione ricevuta in Italia sia altamente competitiva con quella di altri paesi europei e non.

Non appena concluso il tuo dottorato è iniziata per te l’esperienza in Maserati, per la quale hai lavorato due anni. Una doppia vittoria, insomma: sei tornato in Italia e sei riuscito a trovare subito un’occupazione. Di cosa ti occupavi e come sei riuscito, se posso chiedertelo, ad ottenere subito un incarico sicuramente ambito da molti?
Per me Maserati rappresentava il coronamento di un sogno che forse nutrono la maggior parte gli studenti di ingegneria. Per due anni ho vissuto l’intensità della vita di stabilimento, tra turni di lavoro e riunioni in direzione. Mi occupavo di supervisionare la produzione di un tratto di linea in cui venivano prodotti i modelli ghibli e quattroporte. Ero inoltre responsabile del pilastro “workplace organization” (organizzazione della postazione di lavoro) che rientra tra le dottrine WCM per il conseguimento del miglioramento continuo dei processi aziendali.
Secondo la mia esperienza, oltre ad avere un buon curriculum bisogna dimostrare passione per il lavoro che si vuole intraprendere ma soprattutto determinazione in fase di colloquio. Non bastano soltanto le competenze tecniche; bisogna lavorare anche sulle soft skills. Poi come abbiano fatto a selezionare proprio il mio curriculum su migliaia ricevuti non lo so, sicuramente la fortuna ha giocato anche a mio favore.

Dal tuo profilo LinkedIn emerge anche un altro lato della tua personalità: quello legato al volontariato. Che cosa fai e perché lo fai? In cosa questa esperienza ti rende migliore nella vita quotidiana?
Sono ormai diversi anni che svolgo attività di volontariato in ambito scientifico e non. Ad esempio, negli anni passati mi occupavo di revisionare articoli scientifici per diverse riviste internazionali. Ultimamente invece con alcuni colleghi stiamo cercando di mettere su una community no-profit di professionisti che possano mettere la propria esperienza a disposizione degli studenti che si stanno approcciando al mondo del lavoro. Lo faccio perché è sempre stato un supporto di cui avrei voluto beneficiarne in qualità di studente ma che non ho avuto. Oltre al fatto di rendermi più giovane, mi permette di conoscere nuove persone, di acquisire fiducia in me stesso, di imparare nuove abilità e di farmi sentire bene facendo del bene.

Si parla tanto di “fuga di cervelli” ma sempre troppo poco, o non come si dovrebbe, di “ritorno di cervelli”. Due domande. Molto spesso si parla del problema della mancata meritocrazia nel Belpaese: pensi che sia solo questo il motivo che spinge sempre più Italian a portare altrove le proprie competenze o c’è anche altro da considerare?
No assolutamente, c’è anche altro da considerare. Innanzitutto, in Italia le condizioni per poter vivere autonomamente all’età di 30 anni sono poche e geograficamente confinate al nord. Una persona come me, anche se è riuscita a rientrare in Italia, ha pochissime speranze di farsi una vita nel paese in cui è nato. In più all’estero danno da subito molte più responsabilità ai giovani facendoli sentire parte integrante del team di lavoro, offrono una crescita di carriera più veloce, oltre a degli stipendi nettamente superiori (al netto del costo della vita) e ridiscussi ogni anno (cosa importante e da non trascurare). Per ricapitolare, oltre alle poche opportunità di lavoro che offre il nostro paese, resta il problema della scarsa considerazione e della difficile possibilità di crescita.

La seconda domanda: il nostro motto è “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”. Secondo te, cosa si potrebbe fare per velocizzare questo processo? Partendo dalla tua esperienza, quali sono i presupposti base che l’Italia dovrebbe garantire ai propri giovani e come potrebbe farlo?
La risposta è piuttosto semplice: essere competitivi con gli altri paesi, quindi offrire le stesse opportunità. Fino ad una decina di anni fa, dopo il dottorato e qualche anno di post-dottorato la maggior parte dei ricercatori riusciva a diventare un accademico. Ora questo è diventato sempre più difficile per via dei pesanti tagli che ricerca e l’università italiana ha subito negli ultimi anni. Pochi sono quelli rimasti in Italia e che accettando contratti di lavoro rinnovabili e un lavoro precario. Molti si sono rivolti ad università e istituti di ricerca all’estero che ha permesso loro di una posizione lavorativa stabile, di crearsi un gruppo di ricerca proprio e di ricevere supporto finanziario dai propri istituti governativi.
Un ruolo fondamentale qui lo gioca la politica, che dovrebbe puntare di più sulla ricerca ed istruzione ed eliminare il divario esistente tra scuola e lavoro. Invece nelle aziende e negli uffici pubblici dovrebbero dare più spazio e responsabilità ai giovani, che hanno sicuramente più motivazione dei vecchi padri-padroni che non intendono mollare la presa. Per concludere, penso che il flusso migratorio non si possa fermare, soprattutto in una realtà dove l’internazionalizzazione rappresenta un valore aggiunto per studenti e lavoratori. Se da un lato è auspicabile incentivare il ritorno dei cervelli in Italia, dall’altro è ancora più importante attrarre cervelli stranieri nel nostro territorio, attraverso l’internazionalizzazione dei poli universitari e facilitando la loro integrazione nel mondo lavorativo italiano. Ma su questo tema sembra che le nostre università stiano lavorando piuttosto bene.

Che consiglio daresti ai tanti italiani che studiano o lavorano all’estero e che vorrebbero riuscire a tornare in Italia?
Trovare lavoro in Italia dopo un’esperienza significativa all’estero è molto facile ma potrebbe chiedere di scendere a compromessi, cosa che non tutti, e soprattutto i meno giovani, sono disposti a fare. Il mio consiglio resta comunque quello di mantenere un buon network di conoscenze in Italia (molti ritengono che il successo è proprio legato alle connessioni!) e di seguire costantemente le offerte di lavoro adatte al proprio profilo professionale. Scrivere un buon curriculum e creare un profilo Linkedin accattivante rappresentano gli elementi vincenti per essere invitati ad un colloquio e di ricevere un’offerta di lavoro. Tutte le ho offerte di lavoro che ho ricevuto, sono partite da Linkedin.

Per concludere, parlando di progetti futuri: adesso che sei in Italia, hai intenzione di restarci a lungo oppure ti attende presto una nuova avventura?
Al momento non ho particolari necessità di andare via o di cambiare lavoro. Sono da poco riuscito a ricoprire una posizione pertinente al mio percorso di studi e per giunta in Italia. Come tutti noi però abbiamo sogni nel cassetto e obiettivi ben definiti di cui focalizziamo la meta ma non conosciamo il percorso. Essendo una persona molto dinamica e flessibile, sono sicuro che non mi farò sfuggire opportunità che potranno migliorare sensibilmente la qualità della mia vita, che esse siano in Italia o all’estero.

Intervista a Sofia Scattini, il ritorno in patria e l’esperienza da insegnante di italiano in Cina

L’intervista di questo mese, l’Italian di questo mese, è particolare. Quando qualche mese fa ho conosciuto per la prima volta Sofia Scattini si trovava in Cina; adesso invece, da poco più di qualche settimana, è tornata in Italia. Aveva un lavoro prima e ne ha trovato uno analogo qui in patria, sempre come insegnante di italiano a studenti cinesi. Alla fine quindi, qualcuno riesce a tornare. E lo fa più che degnamente, a condizioni professionali favorevoli.

Sofia, perugina di 27 anni, soltanto nei primi sei anni di vita si è spostata tra Arezzo, Montevarchi e Triste, seguendo il padre e la sua carriera da calciatore che ha interrotto – “con grande amore”, sottolinea lei – per consentirle di iniziare un percorso scolastico senza continue interruzioni. Ha poi vissuto a Siena dove ha conseguito la specialistica in Scienze Linguistiche e Comunicazione Interculturale all’Università per Stranieri di Siena e poi è arrivata l’esperienza in Cina – più precisamente: a Qingdao, Chongqing e Nantong.

Tra le sue passioni ci sono i viaggi, le lingue e, ovviamente, la Cina. E, da perugina doc, la pallavolo e la squadra della sua città, la Sir Volley, che è riuscita a tifare nonostante il fuso orario.

Ciao Sofia! Raccontaci di te e della tua storia: come e quando sei arrivata in Cina, a Nantong? Era un tuo obiettivo, qualcosa che avevi già in mente di fare, oppure hai seguito il corso degli eventi?

La domanda più frequente che mi è stata chiesta negli ultimi anni è proprio: “Come sei arrivata in Cina? Perché proprio la Cina?”. Non ti nascondo che in momenti di sconforto, che inevitabilmente possono colpire in una realtà così diversa dalla propria, mi sono fatta la stessa domanda. Ma posso dirti anche di avere una risposta. Dopo il liceo ero molto confusa, sapevo che quella delle lingue era l’unica strada percorribile per me e anche l’unica che amassi veramente. Allo stesso tempo però sentivo l’esigenza di qualcosa di nuovo. Ho deciso allora di optare per una nuova lingua. La mia università (l’Università degli Studi di Perugia) oltre alle canoniche lingue europee offriva anche corsi di russo, cinese e giapponese. Decisi che avrei provato i corsi di tutte e tre le lingue e che avrei poi preso una decisione. Andai alla mia prima lezione di cinese, la ricordo ancora benissimo, e fu amore a prima vista. Era esattamente quello che stavo cercando.

Dopo tre anni di cinese non ero ancora stata in Cina, ero entusiasta della lingua ma di fatto non avevo contatti diretti e genuini con la cultura, la gente… con la Cina, insomma. Per decidere se continuare con il cinese, investendo tempo e risorse, dovevo capire se io e la Cina saremmo potuto andare veramente d’accordo. Stavo per laurearmi e uscì il primo bando dell’Università degli Studi di Perugia per una borsa di studio con un’università cinese. Decisi di posporre la laurea di una sessione e partire. È stata la mia prima Cina. Me ne sono subito innamorata. Ma a posteriori posso dirti di non averla capita durante quei primi sei mesi, anche se credevo di sì. Il mio livello di cinese era troppo basso per dialogare con i cinesi (il modo migliore a mio avviso per comprendere questo eterogeneo e complesso paese) e i miei 22 anni e la mia non sufficiente preparazione culturale sulla Cina mi hanno permesso di guardare solo dall’esterno la realtà cinese. Sono rimasta una mera spettatrice, o una pangguanzhe 旁观者 , come si dice in cinese.

A Chongqing, con un cinese che stava (lentamente e faticosamente) migliorando ho iniziato ad essere maggiormente attiva nelle dinamiche della cultura cinese. Amici cinesi, locali cinesi, ho persino vissuto con una famiglia cinese, divenuta ufficialmente parte del mio cuore e della mia vita ancora oggi. A Chongqing ho scelto la Cina, e l’ho scelta sopra di tutto: sopra la mia famiglia, l’amore e gli amici di una vita. A Nantong ho scoperto, e scopro ogni giorno, ancora una nuova Cina e mi sento maggiormente consapevole delle mille sfaccettature che contraddistinguono questo paese. Non posso dire di non sentirmi più una spettatrice o di sentirmi completamente integrata all’interno delle dinamiche cinesi, ma sono forse divenuta una spettatrice più consapevole e attenta. Amo le possibilità che questo Paese mi offre, le mille sfide che ogni giorno mi obbliga ad affrontare, il calore della gente (che spesso però per un europeo può essere un’arma a doppio taglio), il fatto che sebbene abbia iniziato in Cina una nuova vita in più di un’occasione lontano da ogni affetto, non mi sia mai sentita sola. Vai in un parco per leggere un libro, in un ristorante per un pasto veloce da sola e qualcuno arriva, qualcuno a farti una domanda su chi sei, da dove vieni e quale sia la tua storia. Non trovo lo stesso calore, la stessa curiosità in Italia. Paradossalmente mi sono sentita più sola in Italia a volte. Detto ciò, vivere in Cina comporta numerose difficoltà e ostacoli per chiunque non sia cinese. È necessario a questa nuova realtà, altrimenti la Cina ti sovrasta.

Parlando del tuo lavoro: di cosa ti occupi? E soprattutto: come hai trovato questa opportunità? Credi che in Italia avresti potuto trovare un’occupazione simile, ci hai provato, oppure lavorare all’estero era quello che volevi?

Sono un’insegnante di italiano a studenti cinesi. Sono approdata a Nantong grazie ad un bando per ex laureati Unistrasi. Esistono moltissime possibilità di lavoro in Cina come insegnante, soprattutto se si conosce un po’ di cinese. Ovviamente il mercato dell’italiano non offre le stesse possibilità e trattamenti del mercato della lingua inglese, ma ad ogni modo si tratta di un settore in grande crescita. Individuare in Italia possibilità lavorative coerenti con il mio percorso di studi e con ciò che amo fare non è altrettanto facile. Con altrettanta sincerità devo però dire di non aver cercato lavoro in Italia alla fine del mio percorso di laurea. Volevo un’esperienza lavorativa in Cina con tutta me stessa e mi sono concentrata solo su questo. So però, attraverso le esperienze di molti colleghi, che tornare in Italia in qualità di insegnante (professione con un peso sociale considerevolmente diverso in Italia e i Cina) è estremamente difficile. Non sono in molti a farcela.

“Lavoro” e “Cina” sono due parole che mi fanno venire in mente ritmi sfiancanti e produttività massima. È veramente così oppure ci sono dei miti da sfatare?

È in parte vero, ma al contempo è necessario specificare se si sta parlando di cinesi o waiguoren (stranieri). La Cina non riposa mai. Negozi aperti 24 su 24, operai impegnati in riparazioni o lavori per strada a qualsiasi ora del giorno e della notte. Ricordo ancora quando a Chongqing sono uscita di casa alle 4 di notte per andare all’aeroporto, la scena che mi si è prospettata davanti agli occhi è stata la stessa di ogni mattina quando alle otto uscivo per andare al lavoro. Strada gremita di persone, supermercati aperti, lavori in corso, il caos, il rumore. In Cina non esiste il concetto di fine settimana, credo di non sapere nemmeno come si dica giorno festivo in cinese. Ognuno ha il proprio turno di riposo in un giorno diverso della settimana, può essere il lunedì, il giovedì, molto raramente il sabato e la domenica. Ad ogni modo la situazione presenta delle differenze per noi stranieri: beneficiamo di turni di lavoro molto più ragionevoli e giorni di riposo. Devo però dire che ancora non sono riuscita ad abituarmi all’assenza del concetto di “vita privata al di fuori del lavoro”. È frequente essere contattati dai nostri superiori a qualsiasi ora del giorno e della notte, è necessario essere sempre reperibili, non esiste l’idea che al di fuori del proprio orario lavorativo ognuno di noi sia assolutamente libero di dedicarsi alla propria vita privata. Si richiede una costante disponibilità: durante le vacanze, le pause, la sera. Ma con impegno si riesce a mediare tra due culture sostanzialmente diverse e trovare un punto di incontro.

In cosa è diverso il mondo professionale cinese rispetto a quello italiano? Penso alla flessibilità, alla meritocrazia, alla responsabilità, o anche alla possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età… sono problemi solo italiani?

Il modo del lavoro è una realtà estremamente competitiva. Una delle tante realtà per cui si addice perfettamente una delle frasi preferita dai cinesi 中国人太多了ovvero “i cinesi sono troppi”. La competizione è sempre dietro l’angolo. Al contempo è un mondo in cui le eccellenze, i talenti riescono ad emergere… sempre! C’è un opportunità per tutti. I giovani cinesi sono vittime di una fortissima pressione che contraddistingue tutto il loro percorso di studi a partire dal primo anno di scuola elementare fino al temutissimo gaokao, l’esame della maturità cinese. Riuscire ad essere ammessi alle migliori scuole del paese e successivamente ai migliori atenei cinesi diviene la missione principale della maggior parte delle famiglie cinesi. Una volta centrato tale obiettivo però il percorso universitario e l’individuazione di ottime opportunità lavorative diviene estremamente semplice (esattamente il contrario di quello che avviene in Italia). Fondamentale in ambito lavorativo è anche quello di stabilire una buona rete di conoscenze e relazioni, le cosiddette guanxi che non assumono una connotazione negativa come si potrebbe pensare in Italia. Avere buone conoscenze con chi conta nel settore è un motivo di vanto, quasi un’arte. Si viene incentivati a partecipare a cene ed eventi per estendere la propria rete di guanxi.
Sulla base della mia personale esperienza posso inoltre dire che essere giovane o essere una donna non rappresenta un ostacolo nel mondo del lavoro cinese. Per concludere oserei dire che le possibilità sono direttamente proporzionali alla pressione e alla competizione.

Com’è vivere in Cina, quali sono le difficoltà che affronti ogni giorno in questa nuova vita così lontana da casa? Essere italiani viene visto come un valore aggiunto, ti senti ben accolta, oppure ci sono dei pregiudizi che hai dovuto superare?

Vivere in Cina non è semplice, ma altrettanto stimolante. Credo si riesca a vivere a lungo a Cina solo se si accetta di premere il pulsante reset e abbandonarsi ad una nuova realtà. Attraversare la strada, camminare, relazionarsi al prossimo, va tutto rivisto. Credo che questo aspetto non possa essere descritto ma è necessario farne esperienza diretta. Ad agosto finalmente parte della famiglia è venuta a trovarmi ed è stata per me un’esperienza meravigliosa ma al contempo che mi ha portato a riflettere. È stato sopra ogni cosa un’emozione indimenticabile perché per la prima volta ho percepito una congiunzione tra la mia vita italiana e cinese, fino a quel momento ben distinte l’una dall’altra. La parte cinese e italiana che coesistono in me e a cui ero solita dare spazio in base al luogo in cui mi trovavo non dovevano più essere messe in stand-by: si apriva finalmente un canale tra queste due identità che, per dirlo alla cinese, riuscivano a trovare un equilibrio. Al contempo però vedere mia sorella e mio cugino non riuscire a muoversi in quello che loro chiamavano un altro universo, ma che invece per me rappresentava la mia vita quotidiana, mi turbava. Avevo dimenticato cosa significasse sentirsi dei completi alieni in quella terra che ormai era ed è diventata in parte anche casa mia e in qualche modo mi disturbava che potesse essere definita una realtà parallela, un universo a parte.

La sconfitta più grande per me è stato quello di essere rimasta un’outsider in Cina, o perlomeno di non essere riuscita nell’obiettivo di confondermi tra la gente, di essere considerata appieno una di loro. Il mio sogno era quello di preservare la mia identità italiana ma divenire progressivamente parte della cultura e comunità cinese. Un sogno, almeno per me, fallito. La continua attenzione che ottengono passeggiando per strada, salendo in un autobus, mentre leggo un libro in un parco, i frequenti laowai (straniero, wai indica proprio chi viene da fuori) sussurrati per strada mi ricordano che nonostante i vestiti in stile cinese, le mie lezioni di tè e calligrafia, rimarrò sempre qualcuno che viene da fuori. Questo è stato ed è un qualcosa molto difficile da accettare per me ed il motivo per il quale a volte mi chiedo se potrei mai riuscire a stabilirmi in modo definitivo in Cina. La risposta che per ora mi do è no, ma allo stesso tempo, ogni volta che mi allontano dalla Cina per più di qualche mese mi ritrovo a cercare opportunità lavorative per tornare il prima possibile. Una vera storia d’amore fatta di alti e bassi, momenti in cui ci si perde per poi ritrovarsi. Sono lontana dalla Cina da soli pochi giorni e già sogno il momento in cui ci rimetterò piede.

Esiste una comunità di italiani a Nantong? E inoltre: ti sei mai pentita della tua scelta?

A Nantong non esiste una comunità di italiani. Quando sono arrivata sono stata accolta da altre due italiane, Giorgia e Rosa, che sono diventate il mio punto di riferimento. Esiste una grandissima comunità sudafricana, per la maggior parte insegnanti di lingua inglese. A Nantong ho approfondito la conoscenza della Cina ma ho anche scoperto la cultura di alcuni paesi africani, in particolar modo il Sudafrica, Namibia e Zimbabwe.

Lasciare l’Italia non è stata una decisione premeditata e ponderata. È semplicemente accaduto, da adolescente non ho mai pensato di fermarmi a lungo all’estero. Le mie prime esperienze fuori dall’Italia sono avvenute durante il liceo, brevi scambi linguistici. Stessa cosa è avvenuta per la Cina. Sono partita per due borse di studio, la prima a Qingdao e la seconda a Chongqing, per soli sei mesi. Con l’eccezione che la seconda volta, dopo un percorso linguistico di sei mesi in un’università cinese, sono atterrata all’aeroporto di Roma, dove mi aspettava la mia famiglia, con poco più di uno zaino. Ricordo la sguardo di mia mamma, l’unica ad aver capito in quel momento che il resto delle mie cose non sarebbero state spedite per nave, come avevo timidamente sostenuto, ma me le sarei tornate a prendere da sola, a distanza di poco più di un mese, iniziando in Cina il mio primo vero e strutturato percorso lavorativo. È proprio a Chongqing che ho capito che la Cina era quello che desideravo, non potevo semplicemente starle lontano. Il prezzo da pagare è stato alto, ma è comunque una decisione che non ho mai rimpianto. Tutto ciò per dire che non c’è stato un giorno in cui ho capito che me ne sarei andata dal mio paese, ma è stato una serie di eventi ed incontri ad avermi portata dove mi trovo ora.

Passando agli studi: la tua formazione universitaria è avvenuta a cavallo tra Italia e Cina. Immagino che anche le abitudini di studio siano diverse: potresti aiutarci a fare un confronto tra questi due sistemi educativi?

Ho fatto esperienza della macroscopica differenza tra sistema d’istruzione italiana e cinese sia da studente che da insegnante. Me ne sono appassionata a tal punto da approfondire questo tema anche nella mia tesi di laurea magistrale. In Cina le lingue si apprendono seguendo un metodo grammaticale-traduttivo, la grammatica assume un ruolo di assoluta priorità lasciando minore spazio all’uso della lingua target, che spesso rimane qualcosa di distante dallo studente. Ho appreso il cinese spendendo giornate a scrivere caratteri, a memorizzare liste di parole ad esaminare strutture grammaticali. È però solo quando sono arrivata in Cina, parlando per strada, nei mercati per contrattare i prezzi (un must in Cina ed anche un’arte) e quando ho stretto rapporti più autentici con amici cinesi che ho iniziato veramente ad apprendere il cinese. A tutto ciò ovviamente si accompagnavano dei necessari corsi di cinesi con dei docenti che guidavano il mio percorso di formazione. Da insegnate di lingua italiana a studenti sinofoni posso dirti che l’italiano in Cina si insegna insegnando in cinese (che è la lingua veicolare in classe). Sono stata più volte ripresa perché insegno troppa poca grammatica e perché nelle mie classi si parla troppo. L’istruzione cinese al contempo si caratterizza per il rigore, l’attenzione al dettaglio che spesso manca nei nostri percorsi scolastici o di formazione. La scuola dell’obbligo cinese è una realtà difficilissima da comprendere se non se ne fa esperienza diretta. La pressione raggiunge livelli inimmaginabili. I bambini e ragazzi studiano dalla mattina alla sera, l’ossessione del punteggio del gaokao (la maturità cinese) scandisce il percorso di formazione ed, ahimè, l’infanzia della maggior parte dei giovani studenti cinesi. Tutto è finalizzato, pensato, progettato sulla base di questo temutissimo esame che determina l’accesso all’università e di conseguenza il futuro lavorativo. Negli anni di medie e superiori non esistono vacanze estive, weekend. Quando non si è a scuola si è impegnati in corsi privati di inglese, matematica, arte e così via.

Se potessi, cosa cambieresti in Italia e in noi giovani italiani? Parlo di mentalità ma anche di competenze, mi viene da pensare che nel mercato globale ci sia bisogno di giovani che sappiano le lingue e siano tecnologici: secondo te noi italiani possiamo essere competitivi in questo?

Sinceramente sono tornata per rispondere a questa domanda, perciò almeno per ora non ho una risposta precisa da darti. Le mie principali esperienze lavorative sono state all’estero. Sono tornata per comprendere se io sia in grado di inserirmi all’interno delle dinamiche della realtà lavorativa italiana. Si parla spesso delle numerose mancanze di noi giovani italiani, che indubbiamente esistono e non le metto in dubbio. Al contempo credo però che ci siamo ritrovati in una realtà economica e lavorativa complessa e in molti di noi hanno cercato di reinventarsi, di individuare nuovi settori, nuove abilità. Siamo alla continua ricerca di stimoli, opportunità per formarci, per migliorare è per trovare un modo per farcela. Ho conosciuto tanti giovani italiani in Cina perfettamente fluenti in 3 o 4 lingue e dei veri talenti nei loro settori.

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Visto il tuo recentissimo ritorno in Italia, hai intenzione di fermarti e stabilirti qui a lungo termine e sfruttare le tue competenze acquisite all’etsero, o credi il richiamo della Cina possa tornare a farsi sentire presto?

Sono tornata in Italia da pochi giorni per una sfida con me stessa e per provare a comprendere se lavorare in Italia possa rappresentare un’opzione che mi entusiasma e stimola. Insegnerò lingua cinese in un liceo, una realtà indubbiamente diversa da quella a cui sono abituata. Questo è da sempre stato uno dei miei obiettivi, ho accettato perciò questa offerta con grande entusiasmo ma anche tanta preoccupazione e timore. Timore di non centrare l’obiettivo, di non riuscire a proporre ai mie nuovi studenti la Cina come vorrei. L’obiettivo che mi propongo è di spingerli a sviluppare un proprio personale punto di vista su una realtà culturale e sociale estremamente eterogenea quanto affascinante e di riuscire ad avvicinarli il più possibile a questa lingua, che non venga percepita come una realtà linguistica distante anni luce ma come una possibilità, una possibilità di scoprire una cultura e una lingua che a me hanno arricchito e cambiato la vita.