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Intervista a Laura Ribichini, stagista presso il servizio giuridico del Parlamento europeo: “Vorrei tornare, ma ho paura di non trovare un lavoro simile in Italia”

In Italia è praticante avvocato. In Lussemburgo è tirocinante presso il servizio giuridico del Parlamento europeo. No, non è una doppia vita – e soprattutto: una cosa non esclude l’altra!

Per Laura Ribichini, la nostra Italian del mese, è la normalità. Laura ha 27 anni – a brevissimo 28 –  ed è originaria di Terni, in Umbria. Dopo aver vissuto anche a Perugia per l’università e a Parigi per l’erasmus, da 4 mesi è approdata in Lussemburgo grazie al tirocinio Schuman.

Iniziamo dal principio: come sei arrivata in Lussemburgo?
Dopo due anni di pratica forense in Italia, l’idea di un lavoro che potesse darmi anche solo la parvenza di una mia autonomia si è palesata più forte che mai. Ci sono stati dei momenti di frustrazione (anche di autocommiserazione, perlopiù ingiustificata) durante questo percorso e, proprio in uno di questi, ho deciso di guardarmi un po’ intorno. Non avevo un piano molto definito, ma l’idea di partire e poter fare delle esperienze all’estero non mi ha mai abbandonata da prima di partire per l’Erasmus. Sapevo della possibilità di far domanda per dei tirocini nelle istituzioni europee, quindi mi sono fatta forza e ho presentato la mia candidatura al Parlamento per il tirocinio Schuman.

E come è andata?
Al momento della domanda ho visto che c’era un posto al Legal Service, nell’unità “Staff Unit”. Non sapevo benissimo di cosa si occupasse, immaginavo solo che avrei trattato di diritto del lavoro, con riferimento alle carriere dei funzionari dell’Unione europea. In pratica mi occupo di funzione pubblica (contratti, reclami, ricorsi alla Corte di Giustizia) e di consulenza. Spesso la mia unità è chiamata a dare pareri formali e informali alla DG PERS (Direzione Risorse Umane), relativamente allo Statuto dei funzionari (base normativa su cui lavoriamo) o ad altre tematiche inerenti. Io aiuto i giuristi nella redazione degli atti o dei pareri giuridici, effettuo ricerche di giurisprudenza, scrivo riassunti di sentenze o di ricorsi per la fruizione interna al servizio legale e controllo e valuto (sulla base di documenti che mi vengono forniti) se sia necessario l’intervento del Parlamento in una particolare causa dinanzi alla Corte, nei casi in cui viene sollevata un’eccezione di illegalità relativamente allo Statuto.

Lavorare in Lussemburgo, nel tuo settore, è diverso che in Italia?
Lavorare qui è sicuramente diverso dal punto di vista degli orari. Inizio presto la mattina e finisco alle 18 più o meno del pomeriggio. Non torno a casa per il pranzo, perché è distante, ma anche perché qui si usa mangiare alla mensa. Pranzo spesso insieme agli altri tirocinanti e a volte con alcuni colleghi verso le 12:40/13 e ricomincio alle 14 circa. La cosa che più mi ha sorpreso è lavorare in una grande struttura, che contiene al suo interno un’enorme collettività. Tutti lavorano in differenti ambiti, ma allo stesso tempo per il funzionamento di qualcosa di grande e di comune. Per quanto riguarda i miei colleghi, i giuristi del servizio legale sono persone competenti, mi seguono e mi coinvolgono nel lavoro e l’ambiente è piacevole e molto inclusivo. In più, trovo che sia un ambiente molto stimolante, si parlano moltissime lingue, anche solo durante la pausa caffè del Legal Service. Non penso che riuscirei a trovare un ambiente simile in Italia, o almeno non ne ho conoscenza, ma lavorativamente parlando penso di sì, magari all’interno delle grandi imprese o dei grandi studi.

Com’è la tua vita da italiana in Lussemburgo? C’è una comunità di connazionali lì, ti senti ben accolta?
Ammetto che la situazione in Lussemburgo è molto tranquilla, non c’è moltissimo da fare in città ma i dintorni offrono moltissime possibilità di svago. Per quanto riguarda gli aspetti negativi, il più grande sicuramente è quello del traffico. La situazione è quasi catastrofica, qui tutti usano la macchina anche per brevi percorsi. Pensa che da domani, per incentivare a usare i mezzi pubblici, tram e autobus saranno gratuiti per sempre! E stasera, per festeggiare, hanno organizzato dei concerti in giro per la città.
Sulla comunità di italiani, so che ce n’è una anche bella sostanziosa, ma sinceramente non ho avuto modo di venirne a contatto. Sull’integrazione però posso dire di non aver dovuto superare alcun pregiudizio, uno degli aspetti positivi di questa città è che ci sono persone che provengono un po’ da ogni dove, di tutte o quasi le nazionalità. In più, si parlano tre o quattro lingue fluentemente (francese, inglese, tedesco e – ma solo dagli autoctoni e pochi altri prescelti – il lussemburghese) e non è raro che si senta spesso parlare italiano.

Parlando di esperienze lontano da casa, c’è stata anche la Francia: raccontaci qualcosa
Ho un bellissimo ricordo del mio erasmus a Parigi, ho conosciuto delle persone meravigliose e ho vissuto in una delle più belle città d’Europa. Ero emozionatissima all’idea di partire, io volevo partire. Sono stata via 5 mesi, ho vissuto in residenza e studiato nell’università di giurisprudenza Descartes, Paris V. Sicuramente l’integrazione è stata molto più difficile là che qui in Lussemburgo, la città è molto grande e anche all’università è stato difficile rapportarsi con gli studenti del posto. Di positivo c’è stato il poter conoscere ragazzi/e di quasi tutta Europa e condividere con loro dai più piccoli ai più complessi ostacoli burocratici e non che si sono presentati (ho detto piccoli, ma in realtà la burocrazia è il male di questo mondo, in qualsiasi luogo ci si trovi).

Il sistema educativo francese è diverso da quello italiano? Quali sono le difficoltà più grandi che uno studente italiano si trova ad affrontare in un’università di un altro paese, nel tuo caso la Francia?
Il metodo è un po’ differente, so che ci sono alcune classi particolari in cui lo studio è più intenso (si chiamano travaux dirigés) e viene effettuato in piccoli gruppi, in modo da permettere al professore un maggior controllo. Non ho avuto l’occasione di partecipare, perché gli esami che avevo scelto di frequentare non prevedevano questa tipologia di studio. Inoltre, ho constatato che praticamente non sono consigliati libri dai professori per la preparazione degli esami, la scelta è rimessa agli studenti. Quasi tutti prendono appunti con il computer ed è con quelli maggiormente che ci si presenta all’esame. Per quanto riguarda le difficoltà, una delle prime è stata la lingua, eravamo in classe con altri francesi e quindi ci siamo subito dovuti adattare, anche a scrivere.

Secondo la tua esperienza, in cosa noi italiani potremmo prendere spunto per migliorare – e cosa potremmo invece esportare?
Sicuramente l’approccio all’università è più pratico e un po’ l’ho invidiato, perché a far solo teoria poi si entra nel mondo del lavoro ancora più tardi e meno preparati. Non ho mai scritto nulla in cinque anni di legge (nulla che rimandasse al futuro lavoro di avvocato) e sembra assurdo che appena usciti ci si debba confrontare con pareri e atti, mai visti prima. Ecco, questa mi sembra sia un’incongruenza bella evidente. Chiedendo a ragazzi come me, francesi e non, penso che quello che ci manchi sia uno stampo meno accademico, una formazione più completa. Si potrebbe raggiungere con simulazioni o law clinics (ora so che stanno prendendo piede anche da noi) al fine di rendere consapevole lo studente di cosa si troverà davanti una volta laureato.

Quando si parla di ragazzi che studiano o lavorano fuori casa, subito scatta il bollino “fuga di cervelli”. Ti senti una di loro?
Non mi sento un cervello in fuga, mi sento un cervello frustrato che vorrebbe trovare la sua strada e, soprattutto, trovarla in Italia. So che non avrei potuto fare questa esperienza a “casa” e quindi sono partita. Ora che sono qua mi rendo conto che ci sono tantissime altre occasioni che potrei e vorrei cogliere, tuttavia mi piacerebbe poter tornare. Ho inviato moltissime candidature nel mio Paese, senza ricevere alcuna risposta, forse è questo che spinge le persone a guardare altrove. A volte anche un no sarebbe stimolante per migliorarsi. In più, parlo per i praticanti avvocato come me, questa situazione di limbo orribile, sospesa, impedisce di trovare la giusta posizione e sfocia, nella maggior parte dei casi, in stage sottopagati o in una nuova pratica legale non ben definita. Ho fatto fatica a compilare candidature, non so come definirmi, e spesso è difficile trovare realtà disposte a formare i candidati e a investire su di loro.

Qualche soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?
Non so, a mio parere, bisognerebbe investire e dare possibilità di crescita a chi entra nel mercato del lavoro dopo gli studi, tutto qua. Formare il nuovo assunto nel migliore dei modi e retribuirlo il giusto. I sacrifici si fanno, ma non in eterno. E dopo aver espresso l’ovvio, anche un po’ utopico, passiamo alla prossima domanda!

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia?
Ho un po’ sorriso, non so come rendere questo lieve imbarazzo a parole. Ho dei progetti, mi piacerebbe poter impiegare in Italia quello che ho imparato qui, magari in città un po’ più grandi della mia. Penso di aver individuato qualche ambito in cui vorrei focalizzare la mia attenzione, ma vista l’assenza di risposte alle mille candidature inviate, ne manderò altre anche qui in Lussemburgo e dintorni. Vorrei acquisire più esperienza e se il riscontro positivo verrà dall’estero è qui che dovrò restare, anche per approfittare di opportunità che non potrei ritrovare in Italia. Spero che questa situazione non duri in eterno, sia chiaro, il progetto che ho più a cuore resta quello di tornare in Italia e trovare lì un lavoro che mi soddisfi (su quello dei sogni poi ti farò sapere).

Intervista a Federico Montecchiani, chef ad Abu Dhabi: “Non ho lasciato l’Italia, è lei che ha abbandonato me”

Da Todi fino alla Germania e poi di nuovo in aereo direzione Malta, Australia, Milano, Irlanda e infine Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti. L’unico comun denominatore: quel sogno di diventare uno chef e quella vita che, alla fine, il nostro italians del mese Federico Montecchiani ha trovato. Anche se lontano da casa: «Non sono io che ho lasciato l’Italia – precisa Federico, 32 anni – ma è lei che ha abbandonato me».

Facciamo un passo indietro. Per questa volta lasciamo da parte le domande e decidiamo di concentrarci sul racconto. Da due anni ormai Federico risiede ad Abu Dhabi insieme alla sua famiglia: «Sono arrivato in questa parte del mondo dopo 5 anni di Irlanda, la compagnia per cui lavoravo anni prima cercava uno chef italiano ad Abu Dhabi e sono stato contattato – ci spiega – insieme a mia moglie avevamo il desiderio di spostarci ancora una volta, e questa volta l’abbiamo fatto non più in due ma con il nostro piccolo Nathan Paolo, nato in Irlanda». Lo chef Federico lo fa ormai da 13 anni: «Il mio lavoro richiede molta dedizione e spesso sacrificio, ma poi le soddisfazioni arrivano. Come si dice qua, hard work pay back, non importa il posto dove sei ma la determinazione, la passione, l’ingegno».

Il vero lavoro da chef è molto lontano dai talent show culinari che si vedono in tv: «La compagnia dove lavoro è internazionale, il che è una fortuna, perché significa che tende molto a trattare i dipendenti in maniera professionale e quanto più etica possibile». Per Federico la cosa importante non è tanto il lato economico, comunque con stipendi tra i più vantaggiosi in tutta Europa, ma «la meritocrazia e la possibilità di emergere che invece in Italia non sono facili da trovare». Si tratta di filosofia di vita, ci dice lui: «Per farcela in Italia devi essere disposto a sacrificare la tua vita personale in nome del lavoro – ammette con una nota di rammarico – invece in questo paese funziona tutto senza stress, la burocrazia è quasi inesistente, le tasse non ci sono, è tutto quello che vorremmo trovare in Italia ma che invece, visto da fuori, sembra ancora un’utopia».

Eppure, di contraddizioni ne è piena anche Abu Dhabi. «C’è molta differenza tra la ricchezza e la povertà vera, spesso ti capita di sentirti circondato da questo senso diffuso di servilismo e di riverenza che è fastidioso per noi occidentali – racconta Federico – ma la città è sicura. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, la religione non è un limite e la coesistenza multiculturale sembra essere un marchio di fabbrica degli Emirati Arabi Uniti». Una vita lontana da quella italiana, insomma: «Essere italiani in questo paese significa essere valorizzati, stimolati e rispettati. Senza pregiudizi, almeno secondo la mia esperienza».

Federico ci racconta che anche sua moglie è un’expat come lui: «Sta finendo l’università, studia da casa e poi torna in Italia per fare gli esami. Ci siamo conosciuti in Australia, poi siamo tornati entrambi in Italia, a Milano, ma quando abbiamo deciso di sposarci lo abbiamo fatto lontano da casa. Perché l’Italia non era il posto giusto per creare una famiglia, come non lo è nemmeno oggi». Sembra una presa di posizione molto forte, dico io. Lo è, mi risponde Federico: «Il mio lavoro in Italia non ci avrebbe permesso di goderci la nostra giovinezza e neppure la nostra famiglia, per questioni puramente economiche. A livello sindacale poi non c’è appoggio o protezione, come succede del resto in moltissimi altri settori. Cercavamo un posto che ci avrebbe permesso di costruire la nostra famiglia fondandola sull’indipendenza economica e sulla crescita personale a livello umano. Per un po’ lo è stata l’Irlanda, adesso è Abu Dhabi».

Su cosa dovrebbe fare l’Italia per diventare quel posto, Federico non ha dubbi: «Noi italiani siamo portatori di eccellenze ovunque, è un vanto ma anche un male. Perché non siamo in grado di attrarne delle altre, di far crescere in Italia le eccellenze che vorrebbero rimanere in patria, di far vivere i nostri giovani a casa e di far formare nuove famiglie». E quindi? «E quindi occorre rimboccarsi le maniche tutti, dal semplice cittadino come esempio virtuoso a chi invece può davvero proporre e provare a cambiare le cose, partendo da una burocrazia più snella, da tasse minori e più eque, dalla lotta alla corruzione che non premia la meritocrazia. Resettiamo l’Italia e liberiamoci dall’odio e dall’invidia», chiede Federico.

Individuati i problemi e focalizzate le soluzioni, anche in una vita pienamente soddisfacente come quella di Federico, quello che rimane alla base è un po’ di sana e normale nostalgia. «L’Italia mi manca tantissimo. Mi manca la mia casa in Umbria, mi manca vedere la neve d’inverno. So che il giorno che tornerò in Italia le cose saranno migliorate». E fino a quel momento? «Il mio progetto di vita è aprire un ristorante tutto mio e diventare ogni giorno di più uno chef che riesce ad emozionare. Lungo la strada per esserlo, ho in progetto di andare in Nepal, fare un tracking al santuario dell’Annapurna e imparare lo spagnolo. E di sostenere mia moglie fino al termine degli studi, perché le nostre scelte si basano anche sui suoi progetti».