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Home sweet home… da quale parte della frontiera?

Ogni volta che passo la frontiera inglese, atterrata a destinazione del mio volo da Londra, sullo schermo del mio telefonino compaiono due orari: ‘home’ e ‘local’.

Durante i viaggi fatti quest’anno, nel corso di conversazioni con amici e familiari, mi sono accorta di sempre più frequenti espressioni che usavo – come “lo sistemo una volta a casa”, “ci siamo organizzate così a casa”, “quello ce l’ho a casa” – facendo riferimento alla mia stanzetta in soffitta a Londra. In un momento di così grande incertezza per gli stranieri in Inghilterra, è un po’ strano ascoltarsi parlare della città oltremanica come il luogo più familiare. Al punto che, in attesa che il numero del gate compaia sul display dell’aeroporto, venga il dubbio se si stia facendo ritorno a casa o se ci si stia prendendo una breve vacanza in Italia.

Eppure, tra le mura domestiche a Roma, i miei libri di letteratura sono disposti ancora nell’ordine in cui mi piacevano, la chitarra è rimasta appoggiata contro lo scaffale dove l’avevo lasciata, e nella credenza della cucina ci sono sempre quattro pacchi di biscotti aperti della Mulino Bianco.

L’armadio è semivuoto perché ho portato a Londra gli abiti ai quali tenevo. Quando arrivo, il trolley fluttua per giorni nel salone quasi completamente vuoto e poi gradualmente viene ri-riempito fino alla data di partenza. E il cellulare segnala l’orario di Greenwich come “home”.

La maggior parte della mia vita si è svolta nello stesso luogo, sotto lo stesso tetto: niente Erasmus, e istruzione fino alla triennale nella propria città natale. Adesso, i rientri su suolo italiano si sono limitati alle grandi feste.

Tutto sembra e suona familiare a Roma. Eppure, l’esperienza di Londra rende difficile accettare il trasporto pubblico non ramificato, le tremila carte da compilare, firmare e consegnare fisicamente quando si va agli uffici, la necessità di tenere la borsa chiusa ben stretta al fianco con una mano quando si passeggia.

Tutto sembra e suona familiare a Londra. Eppure, anche l’umore a volte sembra risentire della mancanza del sole sulla pelle, i prodotti culinari hanno il loro caro prezzo, e proprio non riesco a capire perché ci si rivolge a tutti con hi e goodbye, ma poi ci si imbarazza così tanto a salutarsi con il bacio sulla guancia: si deve essere formali o meno?

Pensando alle storie di molti connazionali arrivati nel Regno Unito per strade così diverse e quasi sempre intraprese con non poco coraggio, mi riecheggiano in testa quei versi danteschi «tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.» (Paradiso, XVII, vv. 58-60).

Ma poi torno a guardare la cronaca, alle strade di Londra dove i colori della pelle hanno le più varie sfumature, ai premi nazionali in giro per il mondo assegnati ad expats, ai curricula che pullulano sempre di più di città fuori dai confini della propria terra madre. C’è chi incolpa la globalizzazione e la libera circolazione di merci e di persone, chi ringrazia perché un tale crollo delle barriere consente una via di fuga.

Il mio pensiero si blocca comunque su una singola breve parola: casa. Home sweet home.

Incentivati sempre di più e prima a fare esperienza all’estero, si aprono gli occhi su una grande varietà di politiche interne ed ordinamenti: in fondo, non tutto rischia di essere così soffocante. Ci sono soluzioni – leggasi: altri paesi – dove si può vivere diversamente. Complice anche la tecnologia e un accesso maggiore a molteplici mezzi di trasporto e comunicazione, varcare il confine non fa più paura. La frontiera non sta più a segnalare il passaggio verso un mondo lontano ed impervio come poteva apparire ai nostri genitori, o, ancor di più’, ai nonni.

In realtà, c’è qualcosa che la loro generazione condivide con la nostra: come i migranti dal Sud al Nord o come gli Italiani che si imbarcarono per l’America a cercar fortuna, noi ci muoviamo a seconda del lavoro. Qualcuno si avvia prima, per via dello studio, ma la necessità rimane ancora la forza trainante. Mentre nel secolo scorso, però, la famiglia a casa si vedeva come abbandonata e il trasferimento fuori patria veniva sentito come un esilio, oggi tutto ciò viene abbracciato come un’opportunità.

Casa diventano le tante abitazioni condivise con amici, colleghi, lontani parenti. È vero: non è mai la propria abitazione con i mobili e la dis/organizzazione come ci piacerebbe, ma gli stili di vita diventano più spartani, e si impara ad economizzare per amor dell’esperienza. Casa è poter tornare dalla propria famiglia e parenti per Natale e sapere che si è giustificati sempre e comunque per rimanere a dormire fino a tardi e girare per le stanze in pigiama.

Casa è dove ci si sente liberi di poter praticare la professione per cui si ha studiato a lungo, dove ci si sente sotto osservazione meno per la giovane età quanto più per la propria onestà. Casa è poter tornare a passeggiare lungo i viali di dove si è trascorsa l’infanzia.

Senza rimuovere ‘tradizione’ e ‘stabilizzazione’, bisogna notare ad ogni modo che ‘opportunità’ ed ‘esperienza’ son diventate le nuove chiavi di lettura dei moderni flussi migratori intra-europei. Non si tratta di frenesia dei millennials, ma solo di una nuova evoluzione del mondo. Alle volte, però, quei versi danteschi riecheggiano ancora. Insorge un po’ di amarezza, allora, perché a differenza del grande poeta, noi suoi connazionali non abbiamo tutti un bando che ci impedisce il rientro, ma è la patria stessa in qualche modo a renderlo più difficile.

Intervista a Eleonora Ossola, direttrice commerciale a Timbuktu Labs, la start up delle Bambine Ribelli

Da quando è uscito non si è parlato d’altro. Anzi, da quando sono usciti: i due libri delle Bambine Ribelli (Good night stories for rebel girls 1 e 2) sono stati un vero e proprio caso editoriale, un successo del crouwfunding. Non siamo qui a dirvi i numeri, che tanto quelli li trovate poco più sotto.

Adesso vogliamo presentarvi la nostra Italian del mese: Eleonora Ossola, 33 anni, nata a Tradate (Varese) ma cresciuta tra la ridente Venegono Inferiore e NYC, Milano e Londra. Anche lei è parte della grande famiglia delle Bambine Ribelli. Dopo aver lavorato circa 10 anni nell’editoria e 8 in radio, infatti, attualmente si trova a Londra dove è Global Sales Director a Timbuktu Labs, la start up delle rebel girls.

Tra le sue passioni c’è anche la danza, il suo primo amore: dai 4 ai 19 anni ha studiato danza classica tra Varese e Milano, mentre a NYC ha studiato contemporanea alla Martha Graham School of Contemporary Dance. E poi la radio, ovviamente, la musica e le storie. Soprattutto quelle al femminile.

Ciao Eleonora! Iniziamo subito dal tuo lavoro come direttore commerciale di Timbuktu Labs, la start-up delle Bambine Ribelli. Di cosa ti occupi nello specifico e come sei arrivata a farlo?

Sono direttrice commerciale a Timbuktu Labs, sono capo del sales team e responsabile delle vendite dei nostri libri in lingua inglese. Praticamente il mio scopo è quello di assicurare che i nostri libri siano in tutte le librerie, di tutto il mondo!
Conoscevo il fenomeno Rebel Girls appena uscito perché non si parlava di altro nel mondo dell’editoria, ma sono entrata in contatto con il team di Timbuktu grazie ad una mia amica che ha ricevuto una newsletter dove si diceva che erano alla ricerca di un sales director. Ho quindi risposto all’email e atteso… dopo qualche settimana è arrivata la risposta, poi il colloquio via Skype e da lì è scoccata immediatamente la scintilla.

Ma soprattutto: che emozione è far parte di questo progetto così forte e inclusivo? So che sei tornata da poco da un viaggio per Shanghai per Rebel Girls e da uno per Francoforte. La tua vita con questo lavoro è cambiata così tanto oppure è sempre stata con la valigia in mano?

Timbuktu rappresenta esattamente dove voglio essere ora: un gruppo di talenti che lavorano per divulgare un messaggio ben preciso, ovvero che il genere non deve limitare le opportunità di una persona. A Timbuktu si respira un’aria molto stimolante: si lavora senza sosta e l’entusiasmo è sempre palpabile, ma chiaramente in un ambiente così dinamico e veloce non si scappa allo stress. Ma se si ama quello che si fa e se lo scopo è chiaro allora la stanchezza e la paura passano in secondo piano.
Stavo aspettando un’occasione così. Ero stanca di lavorare per grandi aziende dove difficilmente ti senti partecipe delle cose. Aspettavo di potermi sentire responsabile e di poter mettere a frutto le mie qualità per uno scopo che sentivo mio, e finalmente ho incontrato la famiglia delle Rebel Girls.
Da quando vivo a Londra ho sempre viaggiato molto, ma da quando lavoro per Timbuktu sono praticamente sempre in giro. Tra pochi giorni partirò per Los Angeles dove abbiamo la sede principale, e da lì poi andrò in Australia dove stiamo aprendo un centro logistico di spedizione dei nostri libri.
Quando comunichi con tutto il mondo è essenziale viaggiare per conoscere le persone con cui lavori ed entrare in contatto con le culture e dinamiche locali.
Però attenzione, viaggiare per lavoro non è come andare in vacanza. A volte non hai nemmeno il tempo di mettere il naso fuori ed esplorare le città dove ti trovi. Spesso sei solo e passi moltissimo tempo sospeso in aereo (sono in grado di passare 10 ore a guardare film senza chiudere occhio). Però è un ottimo modo per assaporare come si vive altrove.
Ho amici commerciali che per esempio non amano viaggiare così spesso. Non è per tutti.

Good Night Stories for Rebel Girls” è forse uno dei libri che ha avuto più successo economico in una campagna di Crowfounding lanciata su Kickstarter. Ad oggi, con il volume numero 2 nelle librerie di tutta Italia (e non solo!), a cosa pensi sia dovuto questo enorme interesse? È la riscossa del potere femminile?

Good Night Stories for Rebel Girls è il secondo libro più venduto nella storia del crowdfunding, battuto da Good Night Stories for Rebel Girls 2! Abbiamo appena lanciato il nuovo titolo I Am A Rebel Girls che ha raggiunto il target su Kickstarter in solo 8 ore!
Sono tanti i motivi per cui i nostri volumi hanno avuto così tanto successo (hanno venduto oltre 3 milioni di copie in meno di due anni e sono stati tradotti in oltre 47 lingue – sono numeri folli!). Senza dubbio le autrici Elena Favilli e Francesca Cavallo hanno saputo riconoscere e colmare un grande vuoto che mancava nell’offerta editoriale di sempre. La tempistica è stata perfetta, infatti il crowdfunding del volume 1 è uscito in America durante la campagna elettorale di Hillary Clinton alla presidenza e poco prima del movimento #metoo. La qualità dei libri è eccezionale: dal design alle illustrazioni, dal format al contenuto. Il lavoro di marketing e comunicazione è un altro punto di forza di Timbuktu che, oltre a produrre e distribuire i propri contenuti in maniera totalmente indipendente, è in contatto diretto con i priori lettori e followers. Oltre ai prodotti in se, anche l’approccio di lavoro e il business model di Timbuktu Labs sono completamente rivoluzionari e innovativi.

Qualche anticipazione su quello che verrà dopo: cosa dobbiamo aspettarci noi fan di Bambine Ribelli? Ci sono altri progetti o altri temi che state sviluppando? Magari anche in patria?
Ci sono moltissime idee chiaramente. Al momento posso dire che il 5 dicembre uscirà I Am A Rebel Girl: A journal to start revolutions. E’ rivolto a tutte le rebel girls nel mondo: è arrivato il momento di essere le bambine ribelli che avete sempre voluto, reclamare il vostro spazio nella società e dare voce alla rivoluzione che è in voi! Ovviamente uscirà anche in italiano.
A primavera dell’anno prossimo uscirà la seconda serie di podcast, dopo l’incredibile successo della prima.
E poi… e poi stay tuned e stay rebel!

Prima di Rebel Girls hai avuto diverse esperienze lavorative, come quella di Responsabile internazionale delle vendite della Scholastic, una casa editrice tra le più rinomate. Potresti raccontarcele brevemente? Inoltre: credi che in Italia non avresti potuto trovare le stesse opportunità professionali, ci hai provato, oppure faceva parte di un tuo progetto lavorare in un altro paese?
Ci ho provato eccome, in Italia. Nel mondo della radio mi è stato detto che, per quanto brava, non ero un nome conosciuto e quindi le possibilità si riducevano drasticamente.
Per quanto riguarda il publishing, ho lavorato per una casa editrice Milanese (Tsunami edizioni) la quale mi ha permesso di esplorare e fare i primi passi nel mondo dell’editoria. Sono tuttora molto grata a Eugenio, Max e Donatella per avermi preso con loro. Purtroppo però in Italia le possibilità sono limitate e si valorizza molto poco chi fa i libri.
Ho quindi deciso di dare una svolta alla mia vita e venire a Londra… come vedi l’ambizione (a volte estrema) non mi manca. Scholastic per me è stata un’esperienza fantastica perché mi hanno sempre dato la possibilità di proporre e seguire progetti nuovi, fidandosi del mio giudizio.
Ho anche avuto la fortuna di lavorare a fianco di colui che è poi diventato il mio primo mentore in campo professionale, Gordon Knowles (Managing Director a Scholastic). Gordon è stato il primo a insegnarmi le dinamiche dei mercati internazionali e a capire davvero il mio potenziale. Siamo rimasti molto amici.

Tornando sul personale: la tua vita lontano da casa è iniziata molto presto, quando avevi solo 19 anni. Cosa ti ha spinto a prendere questa decisione? Che sogni avevi e quanto, ad oggi, ti ritieni soddisfatta?

Ho deciso di lasciare l’Italia la prima volta a 19 anni per andare a studiare a NYC. La mia grande passione è sempre stata la danza e volevo assolutamente farne una professione, una volta finiti gli studi obbligatori. Purtroppo però per fare la ballerina professionista, oltre a tanta disciplina e passione, ci vogliono anche certe predisposizioni fisiche che non avevo e quindi… non sono scesa a compromessi e ho deciso di prendere altre strade. A malincuore ho finito il primo anno a NYC e sono tornata in Italia. Difficile, ma è stata la scelta migliore per me. Una volta a Milano mi sono iscritta all’Università e li ho vissuto qualche anno barcamenandomi tra studio e lavoro (ho co-condotto Passengers su LifeGate Radio e altri programmi satellite). Sono laureata in Lingue e Letterature Straniere (russo, francese, inglese e spagnolo).
Ho lavorato qualche anno a Milano in editoria ma la totale desolazione lavorativa che regna in Italia mi ha schiacciato. Sono molto critica nei confronti dell’Italia perché è un paese che non da’ possibilità. C’è come una coltre di apatia nel mondo lavorativo italiano che mi ha sempre molto depresso.
Quindi ho dato le dimissioni, ho fatto le valigie e a gennaio 2013 sono venuta a Londra a lavare pavimenti mentre facevo uno stage gratuito per una casa editrice (giusto per entrare nel mondo editoriale inglese). A settembre 2013 sono stata assunta a Scholastic per coprire a una maternità e dopo 2 anni ero Manager del dipartimento ELT. Sono rimasta a Scholastic circa 4 anni. In 4 anni a Londra ho fatto quello che in Italia neanche in 10.
Oggi sono felicissima perché sento che sto investendo le mie energie in qualcosa in cui credo molto, quindi ogni sforzo vale la pena e vedo il segno delle mie azioni.
Il futuro mi ha sempre preoccupato poco, qualsiasi cosa mi si prospetta davanti la saprò gestire. Sono molto pragmatica.

Due delle tue passioni, la danza e la radio: com’è differente anche solo l’approccio a queste due professioni in Italia rispetto che a Londra o in America? Parole come “meritocrazia” o “opportunità” non entrate a far parte della quotidianità?
La danza e la radio sono le mie più grandi passioni, premettiamo, ma non le uniche. Oltre ad adorare la musica (sono cresciuta a pane e musica classica ma sono sempre in costante ricerca di brani che non conosco), mi piace moltissimo relazionarmi con le persone e raccontare storie. Sono molto curiosa. Molto.
Infatti… Sin da bimba ho avuto mille hobby e tra le varie cose ho studiato ci sono il pattinaggio sul ghiaccio, recitazione, tip tap, baseball, chitarra classica e pianoforte. Al momento la mia grande valvola di sfogo è andare nuotare, soprattutto se in acque aperte. Qui a Londra vado nel Tamigi (dove balneabile) o alla piscina all’aperto di London Fields.
In generale in Italia si valorizza poco il talento e la passione, mentre si da troppo spazio a meccanismi malsani e molto conservatori. Posso dire  che a Londra c’è la possibilità di provare, sperimentare ed essere presi sul serio. C’è molto meno pregiudizio e più elasticità mentale. Ovviamente c’è anche molta più competizione e la gara può essere spietata, ma se la si guarda dal punto di vista positivo dello stimolo a fare meglio, Londra è una città viva e che brulica di idee e talenti.

Adesso la tua vita è stabile a Londra, forse una delle mete più amate degli expat italiani. Com’è realmente vivere lì? Ci sono miti da sfatare? Ti senti ben accetta oppure hai dovuto superare dei pregiudizi?
Come ho accennato sopra, Londra è una città stimolante. Dopo 5 anni io mi sento a casa.
Miti da sfatare: gli inglesi non sono freddi, sono solo più onesti (anche quando ti dicono di non avere voglia di interagire) e si mangia benissimo. Con il fatto che a Londra convivono moltissime culture diversi, trovi ottimo cibo da ogni dove. Il tempo ecco, quello è tragico come si racconta: diluvia ed esce il sole nella stessa ora, però si sopravvive.

E per quanto riguarda la Brexit: Che clima si respira in questo momento, e cosa cambia per voi italiani che studiate o lavorate lì? Vi sentite in qualche modo minacciati da questa nuova situazione, magari più “diversi” rispetto a prima?
Brexit = confusione. Direi che al momento non si capisce molto cosa accadrà. Sicuramente sarà molto più complesso per gli europei entrare in UK dopo Marzo 2019 però attendiamo di scoprire il risultato finale…Nel mentre la vita di tutti i giorni non è cambiata molto, no.

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?
In tutta sincerità no, non ho intenzione di tornare in Italia. Mai dire mai, ma al momento non lo vedo proprio possibile.
L’Italia è un paese stupendo se si pensa alla storia, alla cultura, al cibo, alla lingua… Ineguagliabile. Mi mancano i laghi delle mie zone, il profumo dei boschi, il pane fresco della panetteria in piazza, le campane della domenica, il bianchetto al circolino con amici e gli anziani del paese che ti conoscono per nome… Ma la situazione politica attuale mi spaventa tantissimo e non so se riuscirei a riadattarmi a quel clima di negatività e chiusura mentale. Ogni tanto scherzo con i miei genitori e gli dico “Ragazzi iniziate a imparare l’inglese perché io non torno, sarete voi a trasferirvi su da me!”.
Spesso sento dire che gli expat hanno girato le spalle al loro paese e che sarebbero dovuti rimanere a cambiare la situazione. Innanzitutto ci sono persone che hanno voglia di tornare a casa dopo un’esperienza all’estero e questo è un enorme dono che si fa al proprio paese perché si importa una ricambio di energie vitale. E poi io la vedo proprio al contrario: è a noi che il nostro paese ha girato le spalle quando non ha deciso di investire sui giovani, sulle idee, sui talenti, sull’educazione e sulle possibilità di carriera.
Costruirsi una vita all’estero non è sempre facile, anzi. Ma vale la pena provare.

Intervista ad Alessia Marcantonio, traduttrice audiovisiva a Londra. Come trovare lavoro in Uk in tempo di Brexit

Per l’intervista di questo mese torniamo a Londra, terra di expat. Dal 2012 questa è la casa della nostra Italian del mese Alessia Marcantonio, 25 anni originaria di Sulmona.

In questi 6 anni fuori casa Alessia ha alternato lo studio a lavori da commessa. Tra l’ottobre 2013 e l’aprile del 2017 ha conseguito la triennale in Lingue e Culture Moderne studiando da non frequentante all’Università de L’Aquila. In quello stesso momento era a Londra, dove lavorava in negozio e preparava gli esami prima e dopo il turno, per poi tornare in Italia per le sessioni. Una vita in bilico tra due mondi.

Giusto il mese scorso ha terminato il MSc in Traduzione Audiovisiva. E adesso inizia la parte più difficile: la ricerca di un lavoro che sia contestuale al titolo di studio. Un problema solo italiano? Scopriamolo insieme!

Ciao Alessia! La tua vita in Inghilterra è iniziata molto presto, subito dopo la maturità. Cosa ti ha spinto a prendere questa decisione? Che sogni avevi e quanto, ad oggi, ti ritieni soddisfatta?

Sì, è stato ben sei anni fa! La ragione principale è stata che non sapevo quale facoltà scegliere dopo il liceo. Avevo troppi sogni e dovermi limitare a seguirne uno solo sembrava una scelta più grande di me. Sono partita con l’idea di prendermi un anno sabbatico e schiarirmi le idee, ma quando Londra ti prende diventa impossibile lasciarla. Più che soddisfatta sono grata, non riesco ad immaginare che tipo di persona sarei oggi se non fossi partita per Londra nel 2012. Avevo sogni più “infantili” e li ho un po’ persi per strada, ma ho comunque trovato la mia “vocazione” nella traduzione audiovisiva, ed è un qualcosa che non sapevo neanche esistesse fino ad un paio di anni fa. Quindi sì, sono soddisfatta, grata e fiera della mia scelta.

Si parla molto (e a volte a sproposito) della cosiddetta “fuga di cervelli”: te cosa ne pensi? Ti senti una di loro? Secondo la tua esperienza, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

La mia storia non è iniziata come una “fuga”, perché la mia scelta era scaturita dal desiderio di partire e non dal bisogno, e tante persone iniziano la loro esperienza estera come me, perché si sentono “a casa lontano da casa”. Purtroppo però, tra le persone che ho conosciuto qui, sono molto più numerose quelle che sono partite perché in Italia facevano fatica, con o senza un titolo universitario. Per quanto io ami Londra, sono più che consapevole dell’infinità di lati negativi che vivere qui porta con sé, e se penso a tutte quelle persone che sono qui per necessità e non per scelta… deve essere molto dura, per loro. Basterebbe solo qualche opportunità e speranza in più, qualche riconoscimento, più meritocrazia e meno ingiustizia, e sono sicura che eviterebbero volentieri di partire.

Parlando degli studi: la tua formazione universitaria è avvenuta a cavallo tra Italia e Inghilterra, con un anno di erasmus a Leeds e la specialistica a Londra. Immagino che anche le abitudini di studio siano diverse: potresti aiutarci a fare un confronto tra sistemi educativi? Punti di forza e punti negativi, ovviamente!

Facendo la triennale da non frequentante non ho avuto modo di vivere la vita universitaria italiana a pieno. In ogni caso, sicuramente l’università in Italia offre un bagaglio culturale incomparabile a quello inglese. I libroni da cinquecento pagine che spaventano tanto gli studenti italiani forniscono inevitabilmente una preparazione e conoscenza molto più vasta, mentre in Inghilterra gli argomenti che si arriva a toccare nell’arco di un semestre sono più limitati. Oltretutto, il numero di ore di lezione è di gran lunga inferiore rispetto alle università italiane, il che può essere positivo quando si ha a che fare con lezioni che si sovrappongono inevitabilmente e giornate interminabili in aula, ma è anche molto negativo se si pensa a quanto poco si riesce a fare in due ore settimanali per ogni corso. Il lato positivo principale è che, invece di leggere libri lunghissimi, ci si concentra su ciò che servirà effettivamente una volta fuori, è tutto più orientato a preparare al lavoro invece di riempire di dati e fatti e conoscenze fine a se stessi. Anche il metodo di studio è molto diverso: non ci sono libri da schematizzare e memorizzare, né esami orali di fine corso. Si legge molto, si fa ricerca autonoma, e si scrivono saggi, commentari e analisi cercando di renderli il più originale possibile, o si fanno presentazioni davanti a tutta la classe. So che posta in questo modo sembra che l’università inglese sia molto più semplice, ma la verità è che sono difficoltà molto diverse. Per me, ad esempio, è molto più semplice preparare un esame nella maniera italiana. L’università inglese assomiglia molto ai nostri licei, dove le date delle scadenze sono fisse e devi rispettarle a tutti i costi: se non consegni il saggio in tempo, rischi di non passare il corso, e se non passi il corso spesso significa ripetere l’anno.

Una domanda su Londra – possiamo dire la meta preferita di noi expat italiani. Com’è realmente vivere lì?

Vivere a Londra è dura. Gli stipendi sembrano alti, ma l’affitto e l’abbonamento per i mezzi pubblici sono molto cari e resta ben poco a fine mese. Si perdono ore infinite sui mezzi, per andare a lavoro, per vedere gli amici. Ci si sente molto soli, perché vedersi per un caffè con un’amica richiede giorni di preavviso, e certe volte passano mesi prima di vedersi, perché incontrarsi richiede tempo e di tempo ce n’è poco. La convivenza con coinquilini da tutto il mondo (e di tutte le età) è sempre problematica, spesso ci si trova a dividere cucina e bagno con molte persone con cui ci si limita ad un saluto cordiale, e si finisce per essere molto soli anche in casa.
Gli amici che trovi a Londra, però, non li trovi in nessun altro posto. Sono persone che hanno attraversato le tue stesse difficoltà e le tue stesse scelte. Che ti possono capire davvero. Sono persone coraggiose, con sogni molto grandi e tanto talento ancora da sfruttare. E Londra offre meraviglie che nessun altro luogo offre: parchi, strade, cultura, musei, festival e musical in ogni angolo. C’è sempre qualche evento in corso da qualche parte, c’è sempre un qualcosa di nuovo ancora da scoprire, che sia un secret club o un’opera teatrale o un qualche angolo bellissimo di città nascosto in stradine secondarie. I ristoranti offrono cibo da tutto il mondo a prezzi decenti, così che un minuto sei a Londra e il minuto dopo sei in Thailandia, Giappone, Brasile, Italia. Londra è immensa e non si arriva mai a guardarla tutta, ad assaggiarla tutta, a capirla tutta. Per me, avere tutto il mondo a portata di underground merita decisamente tutti i sacrifici.

Se si parla di Londra e Inghilterra, non si può tralasciare la questione Brexit. Che clima si respira in questo momento, e cosa cambia per voi italiani che studiate o lavorate lì? Vi sentite in qualche modo minacciati da questa nuova situazione?

È ancora troppo presto per sapere qualcosa! In questo momento la situazione sembra tornata alla normalità (sarà la quiete prima della tempesta?), ma immagino che per chi si trasferisce ora ci siano molte difficoltà, dato che già da qualche anno è sempre più difficile per noi stranieri fare cose come aprire un conto in banca o registrarsi dal medico. Per noi che siamo qui da tempo, invece, è ancora tutto “regolare”. Bisogna dire, però, che il periodo subito dopo il voto di giugno 2016 è stato duro. È vero che Londra è un mondo separato che aveva votato in gran parte per restare, ma gli episodi di razzismo non sono mancati. Avevo letto di molti Italiani che si erano ormai stabiliti in Regno Unito e che dopo quel referendum hanno fatto le valigie e hanno preferito andarsene, e non mi è difficile da capire: la mattina dopo il referendum ero a fare colazione in un pub di Leeds, mi sentivo come se un muro mi fosse crollato sulla schiena, mi guardavo intorno e pensavo: l’Inghilterra è la mia casa, ma la metà di queste persone non mi vuole qui.

Passiamo ora al lavoro: sappiamo che sei alla ricerca nel settore di audiovisual translation, ma di cosa ti vorresti occupare nello specifico? E soprattutto: credi che in Italia non si riesca a trovare un’occupazione simile, ci stai provando, oppure lavorare all’estero è quello che vuoi sopra ogni altra cosa?

Mi vorrei occupare di adattamento per il doppiaggio e sottotitoli, soprattutto per serie tv e film, ma anche per documentari, reality show ecc. Per ora si sta rivelando molto duro cominciare, perché per la lingua italiana c’è molta concorrenza (per i liceali alle prese con la scelta universitaria: non scegliete Lingue, siamo troppi! / scegliete Lingue è bellissimo!) e la maggior parte del lavoro è svolto da liberi professionisti, per cui si entra nel circolo vizioso del “richiedono esperienza / nessuno mi fa fare esperienza”. Sto cercando a Londra per ora perché trovare lavoro qui è sempre più semplice, ma spero di riuscire a tornare in Italia non appena avrò abbastanza esperienza alle spalle. Ma a giudicare dalle poche offerte di lavoro che ho visto in Italia (tutte al nord, prevedibilmente) non sarà un’impresa facile.

Come si fa a cercare attivamente lavoro a Londra? Esistono centri per l’impiego, annunci nei giornali, online…? Penso alle modalità italiane, con mille cv inviati e poche risposte ricevuti: sono problemi comuni?

Ci saranno differenze a seconda del tipo di lavoro, ma la ricerca si svolge principalmente online, sia su siti di annunci (come Indeed, Totaljobs, Reed, Monster, Linkedin…) sia sui siti specifici delle compagnie. Ci sono anche numerosi job centre gestiti dal governo, ma personalmente non ne ho mai fatto esperienza perché mi sono sempre trovata bene con la ricerca online, o anche portando curriculum porta a porta quando cercavo lavoro come commessa. Sicuramente è molto più comune che in Italia trovare cartelli all’entrata di negozi, bar e ristoranti in cui scrivono che cercano personale, e da lì ad essere chiamato per un colloquio, soprattutto quando si ha un po’ di esperienza sul cv, ci vuole poco. Purtroppo il problema dei mille cv inviati e poche risposte rimane quando nel cv manca esperienza nel settore, però sicuramente ci sono strade alternative che si possono percorrere (ad esempio, lavorando in un negozio si viene a conoscere bene il brand e si può fare domanda per essere spostati a lavorare negli uffici della compagnia, e così si fa esperienza di lavoro d’ufficio).

In Inghilterra ci sono più collegamenti tra università e aziende? Siete facilitati in qualche modo nella ricerca di lavoro? Parole come flessibilità, meritocrazia, possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età, sono già entrate nel vocabolario comune inglese?

La meritocrazia e la possibilità di far carriera fin da giovani sono fatti quotidiani qui. Non importa quanti anni hai, anzi, spesso non viene neanche scritto sul cv. Così come non si usa mettere la propria foto sul curriculum, perché non è ritenuta rilevante alla scelta del candidato. Per quanto riguarda il collegamento con l’università, come dicevo l’impronta generale dei corsi stessi è basata sul preparare alla vita lavorativa, e di conseguenza l’interesse di professori e staff è quello di poter dire che una grande percentuale di laureati trova lavoro entro tot mesi. Le università generalmente hanno un dipartimento a cui gli studenti possono rivolgersi per avere un aiuto nella preparazione del cv, lettere di presentazione, colloqui, ecc., oltre ad avere un sito di annunci rivolti principalmente ai neo laureati. Quello che sto trovando più utile, nel mio campo, è il collegamento diretto tra professori e compagnie: quando ex alunni, ora professionisti nel campo, cercano persone per il proprio team o vengono a sapere di posizioni aperte nella propria compagnia, mandano una mail ai professori, che a loro volta la girano a studenti e neo laureati.

Se potessi, cosa cambieresti in Italia e in noi giovani italiani? Parlo di mentalità ma anche di competenze, mi viene da pensare che nel mercato globale ci sia bisogno di giovani che sappiano le lingue e siano tecnologici: secondo te noi italiani possiamo essere competitivi in questo?

Ci vorrebbero più opportunità, più meritocrazia e più giustizia, e persone disposte a giocare secondo le regole; se questo fosse applicato fin dal sistema scolastico, e parlo dei giovani quanto dei professori, le competenze non mancherebbero!

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Spero di tornare in Italia prima o poi, ma temo anche che significhi rinunciare a delle reali possibilità di carriera, possibilità che con i nostri studi, sforzi, capacità ed esperienze ci meriteremmo appieno (parlo al plurale perché so che ci sono molte persone come me!). Per ora continuo a cogliere occasioni ovunque esse si trovino, ma spero di ritrovare presto la strada di casa!

Intervista a Cecilia Gragnani, attrice e produttrice a Londra. Il suo ultimo spettacolo? “Diario di un expat”

Succede a volte che la propria storia, le emozioni e tutti i successi e gli insuccessi diventino punto di partenza per creare qualcosa di grande. Qualcosa che possa stare in piedi sulle sue gambe, da solo, magari anche in mezzo a un palco teatrale e circondato da gente felice.

Per Cecilia Gragnani, italiana orgogliosa di 34 anni oltre che devota (e nostalgica) tifosa del Milan, è successo proprio così: dopo aver studiato a Milano, aver frequentato la Sorbona di Parigi ed essersi laureata in Lettere moderne, nel 2008 ha deciso di trasferirsi a Londra per proseguire gli studi teatrali all’accademia Drama Centre – Central Saint Martins. Da allora, lavora fra l’Italia e l’Inghilterra come produttrice e cantante.

E il suo ultimo spettacolo, Diario di un Expat, racconta proprio di chi arriva nella capitale inglese per inventarsi il futuro che ha in mente. Di chi vuole diventare inglese rimanendo però fortemente italiana, tra mille mestieri – in condizioni che un italiano in patria non accetterebbe mai – incontri con personalità diverse e multiculturali e la minaccia della Brexit che aleggia sempre nell’aria.

Ciao Cecilia! Raccontaci qualcosa di te e della tua storia da Italian: cos’è che ti ha portata a Londra e come mai hai deciso di stabilirti lì? Una sorta di London calling oppure una necessità?

Sono sempre stata curiosa e affascinata dagli altri paesi, durante l’università ho vissuto un anno a Parigi e ho anche pensato di andare a vivere in America per un pò. Sono arrivata a Londra – dov’è attualmente la mia casa – perché è la città del teatro e ho sempre sognato di studiare qui. Nella capitale inglese arrivano una quantità enorme di spettacoli da tutto il mondo e questo è estremamente stimolante. Inoltre, il teatro qui viene utilizzato per raccontare il mondo nelle sue trasformazioni attuali: ci sono veramente tanti spettacoli, work in progress e piattaforme dove si scrivono e si condividono storie che riguardano l’oggi. Per quanto riguarda la mia esperienza, a Londra ho fatto un master di due anni e poi, dopo qualche periodo di alti e bassi, ho deciso di restare per avere più opportunità e ho da poco preso la doppia cittadinanza.

Oggi Londra è una delle mete più ambite da tantissimi giovani italiani, ma l’Inghilterra offre veramente così tante opportunità oppure ci sono dei miti da sfatare? Dov’è che noi italiani potremmo prendere spunto per migliorarci?

Credo che oggi Londra sia in parte mitizzata. Certo, a differenza dell’Italia ci sono veramente molte opportunità in ambito culturale. E soprattutto, a Londra si può vivere facendo cultura, perché la cultura è considerata come una di quelle industrie che dà lavoro. In generale, qui le capacità e le competenze sono più riconosciute, anche se esistono comunque casi di classismo e favoritismo che non diventano mai la norma. Ma lo stile di vita non è affatto migliore rispetto a quello italiano: le persone, i giovani, arrivano a Londra perché è un luogo dove si può fare carriera e dove si incontrano persone da tutto il mondo. E per quanto riguarda il mio ambito, in Italia ci sono spettacoli veramente interessanti ma le strutture e i fondi sono pochi. Ma una cosa in comune c’è tra i due paesi: anche in Inghilterra, quella teatrale resta una professione complicata.

Ma per voi italiani a Londra cosa cambia con la Brexit ora? Che clima si respira in questo periodo?

E’ cambiato tutto. Io da poco ho preso la doppia cittadinanza ma è stato un percorso lungo e molto costoso. Probabilmente l’avrei presa lo stesso ma più avanti, con i miei tempi e non sotto minaccia. Londra è in parte una bolla anche perché qui la maggior parte ha votato per rimanere in Europa. Ma appena si esce da Londra e ci si confronta con gli abitanti di altre cittadine si avverte che l’ostilità è forte. Fino alla Brexit non mi era mai capitato di sentirmi come una straniera, mi ero sempre considerata un’europea in mezzo ad altri europei. Ma adesso, dopo il referendum, la percezione è molto cambiata: anche solo il processo per avere la cittadinanza è stato faticoso non solo a livello burocratico ed economico, ma soprattutto per quanto riguarda l’identità e il senso di appartenenza ad un luogo ed una comunità.

Si parla tanto di fuga di cervelli senza spesso comprenderne il vero significato. Partendo dalla tua esperienza, quali sono le cause che spingono sempre più giovani a partire dall’Italia e portare altrove le proprie competenze?

Partiamo da un presupposto: penso che la maggior parte degli italiani che vivono all’estero, se potessero fare quello che fanno nel loro paese, tornerebbero subito. In molti di noi c’è il desiderio di tornare. Le strade e le decisioni sono chiaramente individuali, ma la sensazione generale è che in Italia sia complicatissimo arrivare ad avere anche una minima stabilità, soprattutto per chi si inserisce nel mondo del lavoro e dopo vari anni è sempre allo stesso punto. Per quanto riguarda l’ambito artistico, purtroppo non c’è paragone fra l’Italia e il Regno Unito. C’è più sostegno agli artisti, a chi prova a creare progetti propri, c’è un sindacato che ci supporta e il lavoro teatrale non è considerato come un hobby ma una professione come le altre.

Prima di parlare del tuo lavoro, la formazione. Sappiamo che hai studiato a cavallo tra Italia, Parigi e Londra: potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi paesi? Punti di forza e punti negativi, ovviamente!

E’ difficile fare un confronto perché gli studi che ho fatto nei vari paesi erano in momenti diversi del mio percorso formativo, e la mia esperienza inglese è stata soprattutto a livello performativo – quindi non posso parlare dal punto di vista scolastico tradizionale. Comunque, in pillole di esperienza, credo che la formazione di base italiana resti la migliore perché la più completa e la più approfondita. Perché insegna non soltanto delle nozioni fondamentali, ma anche un modo di pensare che è a 360 gradi. Ricordo di essere rimasta colpita quando a Parigi ci venne data una bibliografia scarsa per un corso universitario: mi aspettavo veramente molto di più!  Il sistema inglese mi pare invece molto pratico e indirizzato all’avviamento professionale, a creare un ponte tra studio e lavoro, un aspetto e una buona pratica da cui forse potremmo trarre ispirazione in Italia.

Raccontaci di quello che fai ora a Londra, del tuo lavoro e della tua carriera. Da voi parole come orari di lavoro flessibili, meritocrazia, responsabilità, opportunità anche per i giovani, sono entrate nel vocabolario comune oppure sono un problema condiviso?

Sono parole che fanno assolutamente parte del vocabolario comune, vengono discusse e rinnovate ma non sono delle conquiste quanto più delle certezze. Il mio lavoro è particolarmente flessibile perché non esiste una giornata tipo. Per molti forse questo può essere disorientante, ma a me piace molto. Fino a qualche anno fa la mattina era dedicata ai miei progetti e il pomeriggio ad insegnare in varie scuole. Ora sono molto fortunata e riesco a vivere del lavoro di attrice e produttrice.
Lavoro principalmente da casa, vado a fare i provini quando ci sono, faccio molti voice-over per cui spesso vado nei vari studi a registrare, mi chiudo in una stanza per settimane a provare se abbiamo uno spettacolo, vado a vedere più spettacoli possibili e viaggio molto. Per un anno e mezzo sono stata in tournée con uno spettacolo con Federico Buffa e ho amato molto la possibilità di visitare luoghi diversi grazie a questo lavoro. Ora appena posso mi muovo. Sono appena stata a Sheffield per una residenza teatrale, la mia compagnia ha vinto un bando per sviluppare il nostro prossimo lavoro. Il mese prossimo sarò a Milano e Parma per un progetto italiano. Cerco di continuare a lavorare in entrambi i paesi.

Parliamo del tuo ultimo spettacolo, “Diary of an Expat”: di cosa parla e perché hai sentito il bisogno di scriverne? Da cosa nasce questo progetto e quanto tempo ci hai lavorato su prima di vederlo andare in scena?

Lo spettacolo racconta l’incontro-scontro fra un’espatriata italiana e Londra, El Dorado contemporaneo ambito da sempre più generazioni di giovani europei. Cerchiamo di raccontare con leggerezza che cosa significhi trasferirsi in un altro paese, quale sia il rapporto con il luogo di origine e di arrivo, il peso emotivo di diventare cittadino di un’altra nazione. In particolare cerchiamo di esplorare il ruolo che tutto ciò ha sulla propria identità e senso di appartenenza.
Ho iniziato a sviluppare il progetto più di un anno fa. Era nato com progetto per l’Italia poi è stato più semplice raccogliere fondi in Inghilterra e dopo la Brexit abbiamo deciso che era importante parlare di emigrazione europea qui in UK. Abbiamo fatto vari studi e sessioni di residenza e di condivisione con il pubblico, poi siamo stati selezionati per partecipare al festival di Edimburgo dove abbiamo avuto la possibilità di condividerlo con un pubblico più ampio.

Nel tuo spettacolo parli di mobilità, di mille mestieri, di una capitale multietnica…sono vantaggi o svantaggi? Pensi che sia diventata questa ormai la normalità per i giovani di tutto il mondo? In più: credi che potresti esportare il tuo spettacolo anche nei teatri italiani?

E’ una domanda complessa e che richiederebbe una lunga discussione. Sono convinta che la mobilità abbia i suoi pro e contro, ma credo che la possibilità di vivere e lavorare in qualsiasi paese europeo sia una risorsa più che un problema. Sono cresciuta e ho potuto vivere all’estero grazie al programma Erasmus ed è stata un’esperienza fondamentale. Mi domando che cosa succederà ai giovani delle prossimi generazioni se l’Europa diventerà sempre più chiusa. Credo in generale che qualunque occasione di entrare in contatto con culture e persone diverse sia un arricchimento.
Per quanto riguarda il mio progetto, sto lavorando proprio adesso alla versione italiana. Sarà molto diversa dalla versione inglese perché la protagonista cambia di ruolo (dall’immigrata alla nativa) e questo ribalta tutte le dinamiche, per cui lo stiamo riscrivendo.

Essere una giovane attrice, produttrice a cantante in Inghilterra: che consigli daresti a chi vuole intraprendere la tua stessa strada?

Innanzitutto, bisogna avere ben chiaro il motivo per cui si sceglie di intraprendere questa strada ed essere consapevoli degli ostacoli. Se si hanno delle idee di progetti e proposte culturali, in Inghilterra è più semplice realizzarle ed essere sostenuti. Ma ripeto: in Italia come a Londra, questa rimane una professione molto complessa e sfaccettata. A mio parere, il modo più utile e nutriente come esperienza da fare in generale – e anche per il teatro, ovviamente – è viaggiare. Viaggiare e confrontarsi con le altre tradizioni teatrali locali.

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Sto lavorando con il mio gruppo teatrale ad uno spettacolo sulle donne esploratrici del passato di cui si parla ancora poco. S’intitola “Miles Apart Together” e ruota intorno alle imprese di Annie “Londonderry” Kopchovsky, la prima donna a fare il giro del mondo in bicicletta, Bessie Coleman, la prima donna afro-americana a diventare pilota e la prima donna al mondo ad avere una patente internazionale come pilota, e Junko Tabei, la prima donna a raggiungere la vetta dell’Everest nonché la prima a completare l’ascesa delle Seven Summits.
Testeremo la struttura di questo nuovo spettacolo a Novembre al Voila! Europe Festival a Londra. Si tratta del primo passo di un progetto più grande dedicato a donne che con le loro imprese hanno avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo dei diritti e delle libertà delle donne. Sarò poi in Italia per un progetto a cui collaboro come regista e drammaturga su Kubrick con Federico Buffa e la Filarmonica Arturo Toscanini di Parma. E poi: vorrei tanto portare la versione italiana di Expat in giro per l’Italia, in teatri e spazi non teatrali.

Intervista al fondatore di Elliot for Water, Andrea Demichelis, l’Italian che trasforma le ricerche online in gocce d’acqua

Imprenditore digitale ecologico. Andrea Demichelis, classe 1993 originario di Laigueglia (Liguria), è uno di quei giovani che ha deciso di fare del proprio lavoro un progetto di ricerca innovativo, unico nel suo genere. Qualcuno li chiama “lavoratori 2.0”; per noi, è l’Italian del mese.
La storia di Andrea inizia a 19 anni quando, finita la scuola superiore e fatte le valige, decide di andare a studiare a Parigi alla Eslsca Business School. Durante l’ultimo anno di università l’illuminazione e quindi, dopo una parentesi di un anno e mezzo in Piemonte dedicata allo studio dello sviluppo del motore di ricerca, la nascita di Elliot For Water, un “Google” ecologico che crea acqua ogni volta che si cerca su internet. Con sede a Londra.

Il suo progetto? Portare acqua potabile a 1 milione di persone entro il 2025.

 

Ciao Andrea! Partiamo subito dal tuo motore di ricerca che dona acqua potabile: com’è nata l’idea di questo progetto? In pratica, di cosa si tratta?

Elliot For Water è l’innovativo motore di ricerca che trasforma la ricerca sul web in un aiuto globale umanitario, usando il 60% del profitto per realizzare progetti legati all’acqua potabile nei paesi in via di sviluppo. Si può dire che ogni click sia una goccia d’acqua. Per realizzare i progetti sul campo ci appoggiamo a ONG locali come Well Found, un’associazione non profit di Londra con esperienza decennale, che opera nel territorio della Guinea-Bissau e del Burkina Faso. In poche parole Elliot For Water è come Google, la differenza è che ogni volta che cerchi qualcosa stai donando acqua potabile, senza però spendere un solo euro. L’idea è nata dal fatto che sentivo di dover fare qualcosa che avrebbe potuto aiutare molte persone, avere un impatto positivo nel mondo, e non solo qualcosa che mi avrebbe reso ricco.

 

Quali sono gli obiettivi e quanto, per adesso, è stato raggiunto? Lavorare sul digitale – come stai facendo te – e sfruttare le infinite potenze della rete: credi sia questo il futuro che attende i giovani?

Il mio obiettivo è quello di portare acqua ad 1 milione di persone entro il 2025. In questo momento stiamo lavorando sul primo progetto di acqua potabile, che ha luogo in Guinea-Bissau, e sarà un grande passo riuscire a realizzarlo.

Io penso che si stia andando verso quella direzione, si. Con questo, però, non voglio dire che tutti devono lasciare lavoro e studi per buttarsi a fare gli imprenditori online, ma solo che ci sarà bisogno di avere una conoscenza di tutto quello che sta succedendo in rete, e delle nuove tecnologie, perché sicuramente questo permetterà di avere enormi vantaggi competitivi, in ogni settore lavorativo.

 

Ma quanto è competitiva l’Italia, rispetto agli altri paesi, sul digitale e sulle nuove tecnologie? Si potrebbe fare di più? E cosa, semmai.

Dal punto di vista digitale ho l’impressione che l’Italia si trovi spesso a rincorrere, che aspetti che la tecnologia o l’innovazione di turno diventi “di moda” in altri paesi, per poi seguirne il trend. Basta vedere le criptovalute, quante persone in Italia le conoscono, al di fuori di chi lavora nel settore? Credo che per fare di più basti poco: aprire le nostre vedute e accettare il cambiamento accompagnandolo e crescendo insieme.

Quello che mi sembra di vedere, e parlo esclusivamente per il mio settore di lavoro, è che il nostro sia un paese abbastanza vecchio, e pesante, in cui difficilmente si fanno passi in avanti verso l’innovazione, e se si fanno sono molto lenti e tra mille difficoltà. Prendiamo solo il caso delle start-up: sia a Londra che a Parigi, per esempio, si trovano letteralmente accelleratori e Hub ogni 50 metri, tra un po’ ci saranno più programmi di aiuto per giovani imprenditori che idee da sviluppare. In Italia, invece, i programmi di questo tipo sono molto meno sviluppati e conosciuti, e quindi è normale che chi si voglia affacciare a questo settore sia più portato a trasferirsi all’estero.

 

Come “Italian” oggi con Elliot for Water sei a Londra, ma sappiamo che prima lavoravi dall’Italia. Come mai questo cambiamento? Quali sono le opportunità che all’estero ti hanno aiutato ad emergere (e che non hai trovato in Italia)?

In realtà in Italia ho fatto solo il periodo di sviluppo perché ero li quando ho avuto l’idea, ed è li che ho incontrato il ragazzo che ha sviluppato il motore di ricerca. Prima di iniziare a lavorare su Elliot vivevo a Parigi, quindi ero già fuori dall’Italia, e dal mio punto di vista la scelta di dove far nascere il mio progetto sarebbe ricaduta semplicemente sul paese che avrebbe potuto darmi più vantaggi, e questo è stato Londra. Ho provato ad aprire la società in Italia, onestamente, ma i costi, sia iniziali che di gestione, erano insostenibili per un ragazzo appena uscito dall’università. Un altro fattore che ha giocato a favore del Regno Unito è stato il fatto che da noi non esistono città con un ambiente così internazionale e così aperto alle start-up come Londra.

 

Quali sono le maggiori differenze che hai potuto notare tra il nostro mondo del lavoro e quello in altri Paesi? Punti di forza e aspetti negativi, ovviamente!

Londra è decisamente più aperta al mondo delle Start-Up, la burocrazia è più snella e i vari procedimenti molto più veloci. Io personalmente non penso si possano mettere a confronto, sono due animali completamente diversi, o almeno per quello che riguarda il mio settore. Se un ragazzo fosse interessato a lavorare nella moda, per esempio, sicuramente la situazione sarebbe molto diversa.

 

Credi che la mancata corrispondenza tra capacità acquisite durante il percorso di studi e il mondo del lavoro sia uno dei fattori fondamentali della cosiddetta “fuga di cervelli”?

Probabilmente si, ma immagino sia così in tutti i paesi, e sinceramente non lo vedo come un problema. Io penso che ogni persona si trasferisca nel paese che può dargli più possibilità in base a cosa vuole fare nella vita. Io che sono un imprenditore che lavora nel digitale mi sono spostato a Londra, ma un americano che vuole concentrarsi nel settore dei vini, per esempio, avrebbe molte più possibilità in Italia che nel Minnesota, e penso sia giusto che abbia il diritto di farlo.

 

Parliamo ora della tua formazione: avendo studiato sia in Italia che in Francia, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi due paesi? Ma soprattutto, se potessi, cosa cambieresti in Italia?

In Italia ho studiato fino al liceo, appena finita la quinta mi sono trasferito a Parigi e mi sono iscritto in una Business School, quindi non ho i mezzi per confrontare i due sistemi educativi. Però posso dire una cosa, nel sistema in cui ho studiato ogni studente sceglie il proprio Major, del quale è obbligato a seguire tutti i corsi, mentre tutto il resto delle classi è scelto dal ragazzo in base a cosa vuole fare nel futuro, e questo lo trovo molto più intelligente e utile che livellarci tutti ugualmente. Io e te, per esempio, possiamo entrambi studiare Finanza, però se io voglio concentrarmi sulle energie rinnovabili mentre tu su Macroeconomia, mi sembra giusto che entrambi possiamo avere la possibilità di focalizzarci di più su materie che servono al nostro percorso personale.

 

Perché secondo te oggi sempre più giovani decidono di partire? Quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

Su questo argomento c’è da fare una distinzione. A mio parere ci sono due tipi di persone che lasciano il proprio paese: i cittadini del mondo, come me, e chi lo fa per necessità.

Ora, nel mio caso io sono Italiano di nascita, amo il mio paese più di chiunque altro, e guai a chi me lo tocca, però non sento la necessità di avere confini. A me piace viaggiare, stare in ambienti internazionali, vivere in un paese dove non si parla la mia lingua, e conoscere altre culture.

Per questi motivi io non sto scappando, sto solo vivendo la mia vita come se il mondo fosse la mia nazione. Nel secondo caso, invece, bisognerebbe vedere settore per settore, capire perché chi davvero vuole rimanere in Italia sia costretto ad andarsene, e cercare di migliorare la situazione in modo che questo non accada più.

 

Che consiglio daresti a tutti quei giovani che hanno un’idea e non sanno come metterla in pratica? Credi sia davvero necessario fare bagagli e andare altrove?

Molto dipende dal settore in cui si vuole lavorare, però non penso sia necessario partire, abbiamo molte Start-Up anche in Italia. L’unico consiglio che mi sento di dare è semplicemente di fare quello che ci si sente, senza doversi ritenere in debito con nessuno. Se si ha voglia di partire, che si parta, se si ha voglia di restare, che si resti. A mio parere il problema sussiste solo nel momento in cui chi vuole rimanere non ha la possibilità di farlo.

 

Cosa potrebbe fare l’Italia per attrarre di più i giovani (sia italiani che di altri paesi), sia in ambito lavorativo, universitario e umanitario? Quali sono i gap da colmare assolutamente?

Immagino questa sia la domanda da un milione di euro! Onestamente non ho una risposta, ma penso che aprirsi all’innovazione, lavorare sulla burocrazia, anche con l’aiuto del digitale, e prendere spunto da tutti quei settori in cui siamo i migliori al mondo, sia un buon punto di partenza.

 

Per seguire Andrea e il suo progetto dell’acqua a portata di click, potete seguirlo su  www.elliotsway.com o su twitter @Andrea_e4w.