Articoli

Tutta una questione di tempistica

Sono passati due mesi da quando, completamente spaesata e su di giri, ho iniziato a lavorare all’ufficio stampa del Parlamento europeo. Eppure ancora non riesco a credere a dove sono. Cammino spesso per i corridoi riflettendo su quanto fortunata sono stata, su quasi 6.500 persone, ad essere selezionata come una dei 243 tirocinanti che fino a luglio prossimo lavoreranno nei vari dipartimenti del parlamento.

Per me questo é davvero un sogno che si avvera.  É normale, quindi, che vorrei non finisse così presto.

“Non puntare a rimanere qui, è quasi impossibile!”, mi hanno consigliato i miei superiori. Si perché per poter essere assunti dall’Unione Europea bisogna superare un concorso pubblico, chiamato EPSO. Un “concorsone” al quale si presentano più di 20,000 persone ogni volta, e soltanto l’1% viene selezionato per passare alla seconda parte dell’esame. Anche il superamento dell’esame, poi, non ti assicura un lavoro.

“Una volta era più facile entrare qui, non dovevi fare un concorso, ma dipendeva dalle tua capacità lavorative e di networking”, mi ha spiegato un collega.

“Una volta era più facile”, è una frase che mi perseguita ormai da anni. Me la disse, per la prima volta, un professore del liceo, giornalista pubblicista e responsabile del giornale della scuola, parlando di come era riuscito ad ottenere il tesserino. Mi spiegò che aveva avuto la possibilità di iniziare a scrivere per un giornale quando aveva 16 anni, seguendo le partite di calcio, e che il tesserino era riuscito a prenderlo qualche anno dopo senza molta fatica.

Invece io soltanto per avere uno stage non pagato in una redazione locale ho dovuto supplicare il capo-redattore di darmi una possibilità. Circa 48ore a settimana, per 5 mesi, e almeno un articolo pubblicato al giorno. Totalmente gratuito, ovviamente. Dal momento che quella era la mia prima esperienza in una redazione, sinceramente non ricevere uno stipendio non m’importava più di tanto.

Nel corso del tirocinio, però, entrai in contatto con diversi giornalisti, che mi spiegarono come funziona la “gavetta” in Italia. La mia prospettiva per il futuro, sarebbe stata a detta loro un 3 o 4 anni da collaboratrice non pagata o con uno “stipendio” dai 50 ai 100 euro al mese.

“Cambia idea, scegli un’altra professione”, mi hanno detto in tanti. Solo che io ho sempre voluto fare la giornalista e a cambiare idea non ci pensavo proprio. É una maledizione, a volte, sapere quello che si vuol fare nella vita, perché se da una parte è un bene avere obiettivi stabiliti già in giovane età, dall’altra parte si é molto frustrati quando ti sembra di rincorrere perennemente un sogno, senza mai raggiungerlo.

Decisi quindi di seguire il secondo consiglio che quei giornalisti mi avevano dato, e cioè quello di provare all’estero. Avevo sentito tante storie di giovani emigrati in Nord Europa, soprattutto nel Regno Unito, che erano riusciti a fare successo e così, valige alla mano, mi sono trasferita anche in quella che mi avevano descritta essere la patria della meritocrazia. Se è indubbiamente vero che il sistema britannico è molto meritocratico, e altrettanto vero che il Regno Unito dove mi sono ritrovata a vivere è un Paese fatto di circa mezzo milione di italiani, che hanno avuto la mia stessa idea.

Durante il primo anno a Londra conobbi un pensionato italiano che viveva nel Regno Unito da più di trent’anni. Mi raccontò di come, lavorando all’inizio come cameriere, era riuscito a mettere da parte dei soldi per comprarsi un’intera palazzina nei pressi di Angel, zona 1, e che  quindi ora riusciva a vivere (più che bene, tra l’altro) con i soldi che riceveva dall’affitto dei diversi appartamenti di sua proprietà.

“Eh ma adesso non è più cosi facile fare queste cose”, mi disse. Quando, dopo anni di fatica, conseguo un master e un diploma in giornalismo e penso di essere abbastanza qualificata per “farcela” nel mondo del giornalismo inglese, cosa succede? Il Regno Unito decide di uscire dall’Unione europea e l’incertezza della nostra condizione di cittadini europei ci rende ancora meno appetibili ai datori di lavoro. Senza contare che gli anni in cui andavo in vacanza in Italia, sentendomi “ricca” per via del cambio sterlina-euro a mio favore, sono ormai un ricordo.

Capirete quindi la mia frustrazione quando, dopo essere finalmente arrivata dove ho sempre desiderato essere (al Parlamento europeo), mi sono sentita dire, per l’ennesima volta, che le mie prospettive di carriera sono ben lontane dall’essere rosee e non per una mia mancanza di competenze, ma perché “non e più come una volta”.

Sono nata in ritardo quindi. In ritardo per fare la giornalista in Italia (e sperare di viverci dignitosamente), in ritardo per fare l’emigrata nel Regno Unito, in ritardo per sperare in una carriera nell’UE senza affidarmi alla sorte. Sono sicura che tanti miei coetanei si sentono come me e che questo sentimento sia comune anche per i cosiddetti millennials.

Che futuro può attenderci quindi, noi che siamo nati troppo tardi per godere dell’ultimo boom economico che ha avuto il nostro Paese, ma troppo presto per godere del prossimo? Noi che siamo stati cresciuti con l’illusione che una laurea ci avrebbe aiutato a trovare lavoro, per poi venire spesso rifiutati perché “troppo qualificati”? Noi che siamo nati in un Paese che non ci vuole e in una Europa piena di nostri connazionali?

Ho visto il mio curriculum cambiare negli anni, allungarsi e riempirsi di esperienze incredibili che non avrei mai pensato di fare: i tirocini al The Times e all’ Independent, i studi in Inghilterra e Spagna, collaborazioni radio e TV, e ora quest’ ultima alla sala stampa del Pe. Non posso non chiedermi: “Finirà mai questa vita da precaria? Ci sarà un momento quando sarò finalmente al posto giusto, nel momento giusto e con le competenze giuste per svolgere questo lavoro così tanto agognato?”

Come tanti altri expat, non posso fare altro che tenermi stretta la speranza e vicina la valigia, nel caso che debba rincorrere questo sogno ancora un altro po’ in giro per il mondo.

 

Il coraggio di noi expat

Si dice che il battito d’ali di una farfalla possa provocare un uragano dall’altra parte del mondo. Cosí, anche nella vita, ci sono scelte che inizialmente sembrano irrilevanti che poi portano a risultati inaspettati.

Per me questo “effetto farfalla” è avvenuto lo scorso ottobre. Da qualche mese lavoravo come ricercatrice presso una compagnia nel settore delle telecomunicazioni. Un lavoro che odiavo, perché privo di stimoli e in un ufficio talmente lontano che impiegavo quasi due ore di treno per arrivarci, nonostante fosse a Londra.

Ho trovato questo lavoro due mesi dopo la mia laurea. Vi avevo riposto tante aspettative: la speranza di affermarmi in un settore prevalentemente maschile, la possibilitá di fare esperienza e carriera all’interno della compagnia. La delusione che ne è seguita è stata molto forte. Da anni volevo uscire fuori dal settore della ristorazione e ora che finalmente ci ero riuscita detestavo il mio lavoro ancora piú del precedente.

Dopo nemmeno un mese di lavoro ho cominciato a mandare curriculum e nei mesi successivi ho svolto diversi colloqui per diventare junior reporter. Nonostante gli editor si dichiarassero impressionati dal mio CV, ho notato che erano alquanto restii a darmi una possibilitá.

Stanca, stressata e delusa ho continuato ad andare a lavoro, nonostante mi sentissi ogni giorno piú frustrata. Fino a quando, un giorno, mi sono resa conto di quanto fosse stupido quello che stavo facendo. “Se volevo accontentarmi, sarei rimasta in Italia”, mi sono detta.

Mi ricordai che quando ancora non avevo preso la laurea triennale ero venuta a conoscenza della possibilitá di fare un tirocinio al Parlamento europeo, ma non mi ritenevo in grado per via della mia conoscenza dell’inglese (molto buona per la media italiana, ma non abbastanza da poter svolgere un lavoro).

Dopo piú di cinque anni in UK, mi sentivo ormai pronta. Inoltre, ho sempre avuto uno spiccato interesse per le politiche internazionali e questo lavoro avrebbe quindi riunito le mie due piú grandi passioni.

Ho mandato la mia domanda di tirocinio senza grandi speranze. “Ogni anni 25.000 persone fanno domanda e circa 600 vengono selezionate”, avvertiva il sito.

Nei mesi successivi ho continuato con la mia vita da pendolare, fino a quando ho preso la decisione di licenziarmi e di prendermi qualche mese di pausa per risollevarmi sia a livello fisico che morale.

Non avrei mai pensato di fare una scelta del genere, io che ho sempre bisogno di un “piano B”, un paracadute che mi dia sicurezza. Eppure, ancora una volta, ho scelto di essere io il mio piano B, ho deciso che il mio paracadute sarebbe stata quella mia determinazione che mi ha spinto a lasciare l’Italia a 22 anni, totalmente sola, per trasferirmi in un posto dove non ero mai stata.

Credo che il coraggio sia ció che contraddistingue e accomuna noi expat. É sorprendente cosa puoi fare quando non hai paura di uscire dalla tua comfort zone, allontanarti dai tuoi affetti e dalle tue radici.

Ho salutato l’anno nuovo con una ritrovata serenitá e un buon presentimento per il 2018. Soltanto qualche giorno dopo mi arrivó una bellissima notizia: la mia domanda di tirocinio al Parlamento europeo era stata accettata ed avevo un mese di tempo per trasferirmi a Bruxelles.

Ho salutato Londra con un misto di felicitá e malinconia. “Sono solo 5 mesi”, mi dicevano gli amici, ma io so bene che quando imbocchi una nuova strada non è scontato che tornerai indietro. Del resto, se chiedete a un qualsiasi italiano residente a Londra, c’è un’ottima probabilitá che vi dica che la sua intenzione iniziale era rimanere nella capitale inglese soltanto qualche mese.

Anche io ero partita con l’idea di stare soltanto due anni fuori e tornare appena finito il master. Eppure, dopo quasi sei anni, ero ancora lì. Londra era la mia casa ormai, il mio compagno e i miei amici quella famiglia che cosí difficilmente mi ero riuscita a ricostruire. Ancora una volta, stavo per privarmi di tutte quelle persone e luoghi che mi rendevano quello che ero.

Non ho preso questo trasferimento a cuor leggero, nonostante fossi emozionatissima all’idea di cominciare questa nuova avventura. Guardando la stazione di Saint Pancras dal finestrino dell’eurostar, ho deciso che quella partenza sarebbe stata un addio. Non un addio alla cittá, ma un addio a quello che era stata la mia vita lí. A tutti i viaggi estenuanti in treno, ai lavori orribili che mi sono ritrovata a fare, ai sacrifici fatti per pagarmi l’universitá. Un addio a tutti i colloqui di lavoro andati male, a tutti i sabati sera che ho passato a lavorare,  a tutte le volte che ho ricevuto un “no”, invece di un “si”.

Arrivata a Bruxelles, lo shock è stato grande. Le stazioni ti trasmettono un profondo senso di insicurezza, i negozi chiudono alle 6 di pomeriggio e rimangono chiusi la domenica e nonostante sia una cittá multiculturale molte persone non parlano inglese.

Dopo aver impiegato anni per parlare inglese fluentemente, mi ritrovavo di nuovo in una cittá dove non riuscivo a comunicare. La mia prima reazione é stata di rifiuto e paura per i mesi successivi.

A distanza di due settimane, non mi sono ancora fatta un’idea decisa su questa cittá. Non so se finito il tirocinio rimarró quá oppure torneró a Londra, eppure per la prima volta da 6 anni, mi sento quasi a casa.

Nei miei colleghi tirocinanti ho trovato persone come me: ragazzi che hanno vissuto in diversi paesi europei, fluenti in almeno due lingue parlate nell’Unione e interessati a quello che succede nel mondo. Persone che spesso nei loro paesi di provenienza hanno ricevuto delusioni e porte sbattute in faccia. Giovani che credono in questo progetto di unione che viene spesso maltrattato dai singoli stati membri, ma che lo guardano comunque con un occhio critico.

Mi sono sempre sentita straniera, anche in Italia. Sono sempre stata interessata ad altre culture, altre lingue e all’idea di vivere all’estero. Mi sono sempre sentita diversa dalla tipica ragazza ternana e in tutti i miei viaggi ho cercato un posto che non mi facesse sentire cosí.

A Bruxelles, invece, non sono piú una ragazza senza radici che alla domanda “di dove sei?” non riesce a rispondere semplicemente, tanto l’hanno cambiata gli anni passati all’estero. A Bruxelles sono finalmente libera di essere quello che sono sempre stata: una cittadina europea.

 

Intervista a Marco Ricorda, Head of Social Media per l’ALDE al Parlamento Europeo. Per Marco la speranza per l’Italia è rappresentata da tre parole: «collaborazione, senso di unità, valori comuni».

Per l’intervista di questo mese abbiamo deciso di lasciare da parte le domande scritte.

Niente email, niente categorie predefinite, ma solo un ampio spazio per riflettere e per dibattere su ciò che è diventata e sta diventando l’Italia. Questa volta non potevamo prescindere dalla politica, sia perché ormai manca un mese e qualche manciata di giorni alle elezioni del 4 marzo, sia perché il nostro Italians è un professionista della comunicazione con quasi 10 anni di esperienza nel settore, fortemente incentrato – tra le altre cose – sulla politica globale.

Marco Ricorda, 32 anni originario di Salsomaggiore (Parma), è il capo dei social media per il gruppo ALDE al Parlamento europeo, alleanza che riunisce i partiti liberal democratici in Europa. Il suo nome è stato inserito tra i primi 40 influencer UE nel 2017 ed è un mentore di Politico EU Studies Fair. Inoltre, Marco è anche social media manager di Guy Verhofstadt, primo ministro belga per 9 anni e dal 2009 alla guida dell’ALDE.

Sono quasi le otto di sera di un venerdì qualsiasi, sia a Bruxelles che in Italia, quando finalmente riesco a sentire la voce di Marco. Una chiamata whatsapp che abbiamo rimandato per giorni, complici la stanchezza e i normali (ma tanti) impegni quotidiani. «Ho una vita molto frenetica, gestisco tutti i contenuti che vengono veicolati dai media – racconta Marco Ricorda – qui si lavora tutti i giorni ma in maniera più intelligente rispetto all’Italia: se c’è tanto lavoro si rimane fino a tardi, altrimenti si va a casa».

Il curriculum di Marco è pieno di voci: social media manager al Joint Research Center della Commissione Europea; digital strategist per l’Unione Europea a Expo Milano 2015; social media analyst per la Commissione Europea e press officer / community manager per Bruegel, il think tank di Bruxelles per politica economica internazionale. Non abbiamo ancora finito: è stato anche analista insight per Lo Spazio della Politica, un think tank italiano che lavora nel campo degli affari internazionali.

Come ha fatto, vi chiederete voi. Me lo sono chiesta anche io, naturalmente. Marco mi ha risposto che lavorare per l’Unione Europea è sempre stato parte di un progetto ben preciso, e che ha fatto «tutto quello che era necessario» per realizzare questo sogno. «Già quando avevo 15-16 anni sapevo di voler lavorare per questa organizzazione che gestisce i conflitti tra stati. Mio nonno ha fatto 7 anni di guerra in Albania: più sentivo le sue storie, più sentivo la vocazione europea».

Dopo essersi laureato a Forlì in Scienze internazionali e diplomatiche, con un anno di Erasmus ad Anversa, Marco si è trasferito a Maastricht per completare gli studi: «Era il 2010, un periodo difficilissimo, c’era la crisi e nessuno assumeva. Ho pensato fosse il momento giusto per spostarmi ancora, per andare a Bruxelles. Da Maastricht ho trovato un’opportunità a Bruegel: ho capito subito l’importanza dei social media, la loro grande forza di comunicazione». Due anni e mezzo dopo, Marco è entrato in commissione, dove è rimasto per circa 5 anni: «Adesso sto lavorando per il vero partito europeo».

Una posizione privilegiata per seguire la campagna elettorale italiana. Anche se da lontano, Marco non ha dubbi: «La dicotomia destra-sinistra ormai è finita, serve una forza rivoluzionaria che spacchi questo sistema fatto di burocrazia soffocante, di perdita di coscienza civile, di raccomandazioni. Ci sono troppi partiti, troppe voci che non danno alcuna speranza all’Italia di rendersi attiva». E prosegue ancora: «Di tutti questi partiti italiani non ce n’è uno che vende un programma di positività. Tutti dicono non votate l’altro, nessuno dice votateci per questo».

Positività è una delle parole chiave di Marco, una di quella che ripete spesso. Un’altra è giovani, e qui il discorso non ammette pietismi: «I giovani sono spaccati dal debito, dall’immobilismo politico che non fa altro che peggiorare. Il loro potere d’acquisto è pari a zero».

Eppure, qualcosa su cui possiamo lavorare c’è: «Dobbiamo renderci conto che è tutto sulle nostre spalle, senza accampare scuse varie. Niente più piagnistei: non dobbiamo aspettarci che lo stato ci serva tutto sul piatto d’argento, dobbiamo essere una società che non si arrende. Ora siamo molto spenti».

In ambito lavorativo, la speranza per l’Italia è rappresentata da tre parole: «Collaborazione, senso di unità, valori comuni». Marco li elenca senza pensarci due volte.

Ci sono poi dei settori che vanno implementati: «C’è da lavorare sulla digitalizzazione, altrimenti non possiamo avere flessibilità mentale. Esiste ancora questa pressione psicologica nel pensare che se uno non ha una certa età non può rivestire una determinata posizione. In Italia se sei un formatore cerchi di non formare il tuo assistente perché così il tuo ruolo rimane forte. Nelle società liberali è il contrario: vogliono che il team impari in fretta e che si cresca, cosicché anche il capo possa investire più su sé stesso e sulla propria formazione».

Un altro fil rouge tra giovani e lavoro è adattamento: «Basta dire mi sono laureato in questo e devo fare questo, bisogna saper inventare sé stessi e il proprio lavoro. La stabilità lavorativa è difficile da promettere, perché la società è cambiata, nel 2018 questo concetto non credo esista più. Ma è conseguenza necessaria dell’acceleramento tecnologico e della globalizzazione. Dobbiamo collaborare al fine di capire un mondo che cambia, dobbiamo essere pronti ad adeguarci, non piangere il passato».

Per Marco è come se esistesse una sorta di teoria per il successo, declinata tutta al “giovanile” (un modo di essere, più che un tempo verbale): «Niente scuse, analizzare i problemi e affrontarli senza paura dei fallimenti, che poi sono sempre necessari. Questa è una cosa che mi ha insegnato lo sport». Oltre che un comunicatore, la seconda vita di Marco Ricorda è tra la palestra e la cucina: è infatti un atleta competitivo e un appassionato di allenamento con i pesi e bodybuilding.

Mondi che non sono poi così lontani come sembrano: «Il bodybuilding mi ha insegnato tutto sulla comunicazione – spiega – competi per l’attenzione, vuoi che più persone possibili mettano quel pollice in su proprio sul tuo post, e quindi fai di tutto affinché accada. Diventa quasi un gioco e, quando arrivi a quel livello, non riesci più ad uscirne».

«Mi sento emiliano, italiano ed europeo allo stesso momento. E questo non crea alcun conflitto nella mia anima». Siamo quasi alla fine della nostra chiacchierata, tornare all’Unione Europea è come chiudere un cerchio. «Nel momento stesso in cui ci mettiamo alla ricerca di una nostra identità, è come se bloccassimo la società cosmopolita. Ribelliamoci a chi cerca di imporci questi pensieri». Ma c’è ancora qualche altro spunto di riflessione da battere a macchina, tasto dopo tasto: «L’UE deve smetterla di concentrarsi su un’unione economica e politica, deve diventare sempre più un’unione di valori e sentimenti condivisi. E attualmente non lo è».

E l’Italia? «Dobbiamo fare la nostra parte – conclude Marco – l’Italia deve cercare i propri valori, progressisti invece di conservatori, altrimenti ci riduciamo a piangere un passato insostenibile. Mettiamoci a tavolino, analizziamo le circostanze del presente e costruiamo un futuro migliore per questa società, non per i singoli individui».