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Intervista a Cecilia Gragnani, attrice e produttrice a Londra. Il suo ultimo spettacolo? “Diario di un expat”

Succede a volte che la propria storia, le emozioni e tutti i successi e gli insuccessi diventino punto di partenza per creare qualcosa di grande. Qualcosa che possa stare in piedi sulle sue gambe, da solo, magari anche in mezzo a un palco teatrale e circondato da gente felice.

Per Cecilia Gragnani, italiana orgogliosa di 34 anni oltre che devota (e nostalgica) tifosa del Milan, è successo proprio così: dopo aver studiato a Milano, aver frequentato la Sorbona di Parigi ed essersi laureata in Lettere moderne, nel 2008 ha deciso di trasferirsi a Londra per proseguire gli studi teatrali all’accademia Drama Centre – Central Saint Martins. Da allora, lavora fra l’Italia e l’Inghilterra come produttrice e cantante.

E il suo ultimo spettacolo, Diario di un Expat, racconta proprio di chi arriva nella capitale inglese per inventarsi il futuro che ha in mente. Di chi vuole diventare inglese rimanendo però fortemente italiana, tra mille mestieri – in condizioni che un italiano in patria non accetterebbe mai – incontri con personalità diverse e multiculturali e la minaccia della Brexit che aleggia sempre nell’aria.

Ciao Cecilia! Raccontaci qualcosa di te e della tua storia da Italian: cos’è che ti ha portata a Londra e come mai hai deciso di stabilirti lì? Una sorta di London calling oppure una necessità?

Sono sempre stata curiosa e affascinata dagli altri paesi, durante l’università ho vissuto un anno a Parigi e ho anche pensato di andare a vivere in America per un pò. Sono arrivata a Londra – dov’è attualmente la mia casa – perché è la città del teatro e ho sempre sognato di studiare qui. Nella capitale inglese arrivano una quantità enorme di spettacoli da tutto il mondo e questo è estremamente stimolante. Inoltre, il teatro qui viene utilizzato per raccontare il mondo nelle sue trasformazioni attuali: ci sono veramente tanti spettacoli, work in progress e piattaforme dove si scrivono e si condividono storie che riguardano l’oggi. Per quanto riguarda la mia esperienza, a Londra ho fatto un master di due anni e poi, dopo qualche periodo di alti e bassi, ho deciso di restare per avere più opportunità e ho da poco preso la doppia cittadinanza.

Oggi Londra è una delle mete più ambite da tantissimi giovani italiani, ma l’Inghilterra offre veramente così tante opportunità oppure ci sono dei miti da sfatare? Dov’è che noi italiani potremmo prendere spunto per migliorarci?

Credo che oggi Londra sia in parte mitizzata. Certo, a differenza dell’Italia ci sono veramente molte opportunità in ambito culturale. E soprattutto, a Londra si può vivere facendo cultura, perché la cultura è considerata come una di quelle industrie che dà lavoro. In generale, qui le capacità e le competenze sono più riconosciute, anche se esistono comunque casi di classismo e favoritismo che non diventano mai la norma. Ma lo stile di vita non è affatto migliore rispetto a quello italiano: le persone, i giovani, arrivano a Londra perché è un luogo dove si può fare carriera e dove si incontrano persone da tutto il mondo. E per quanto riguarda il mio ambito, in Italia ci sono spettacoli veramente interessanti ma le strutture e i fondi sono pochi. Ma una cosa in comune c’è tra i due paesi: anche in Inghilterra, quella teatrale resta una professione complicata.

Ma per voi italiani a Londra cosa cambia con la Brexit ora? Che clima si respira in questo periodo?

E’ cambiato tutto. Io da poco ho preso la doppia cittadinanza ma è stato un percorso lungo e molto costoso. Probabilmente l’avrei presa lo stesso ma più avanti, con i miei tempi e non sotto minaccia. Londra è in parte una bolla anche perché qui la maggior parte ha votato per rimanere in Europa. Ma appena si esce da Londra e ci si confronta con gli abitanti di altre cittadine si avverte che l’ostilità è forte. Fino alla Brexit non mi era mai capitato di sentirmi come una straniera, mi ero sempre considerata un’europea in mezzo ad altri europei. Ma adesso, dopo il referendum, la percezione è molto cambiata: anche solo il processo per avere la cittadinanza è stato faticoso non solo a livello burocratico ed economico, ma soprattutto per quanto riguarda l’identità e il senso di appartenenza ad un luogo ed una comunità.

Si parla tanto di fuga di cervelli senza spesso comprenderne il vero significato. Partendo dalla tua esperienza, quali sono le cause che spingono sempre più giovani a partire dall’Italia e portare altrove le proprie competenze?

Partiamo da un presupposto: penso che la maggior parte degli italiani che vivono all’estero, se potessero fare quello che fanno nel loro paese, tornerebbero subito. In molti di noi c’è il desiderio di tornare. Le strade e le decisioni sono chiaramente individuali, ma la sensazione generale è che in Italia sia complicatissimo arrivare ad avere anche una minima stabilità, soprattutto per chi si inserisce nel mondo del lavoro e dopo vari anni è sempre allo stesso punto. Per quanto riguarda l’ambito artistico, purtroppo non c’è paragone fra l’Italia e il Regno Unito. C’è più sostegno agli artisti, a chi prova a creare progetti propri, c’è un sindacato che ci supporta e il lavoro teatrale non è considerato come un hobby ma una professione come le altre.

Prima di parlare del tuo lavoro, la formazione. Sappiamo che hai studiato a cavallo tra Italia, Parigi e Londra: potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi paesi? Punti di forza e punti negativi, ovviamente!

E’ difficile fare un confronto perché gli studi che ho fatto nei vari paesi erano in momenti diversi del mio percorso formativo, e la mia esperienza inglese è stata soprattutto a livello performativo – quindi non posso parlare dal punto di vista scolastico tradizionale. Comunque, in pillole di esperienza, credo che la formazione di base italiana resti la migliore perché la più completa e la più approfondita. Perché insegna non soltanto delle nozioni fondamentali, ma anche un modo di pensare che è a 360 gradi. Ricordo di essere rimasta colpita quando a Parigi ci venne data una bibliografia scarsa per un corso universitario: mi aspettavo veramente molto di più!  Il sistema inglese mi pare invece molto pratico e indirizzato all’avviamento professionale, a creare un ponte tra studio e lavoro, un aspetto e una buona pratica da cui forse potremmo trarre ispirazione in Italia.

Raccontaci di quello che fai ora a Londra, del tuo lavoro e della tua carriera. Da voi parole come orari di lavoro flessibili, meritocrazia, responsabilità, opportunità anche per i giovani, sono entrate nel vocabolario comune oppure sono un problema condiviso?

Sono parole che fanno assolutamente parte del vocabolario comune, vengono discusse e rinnovate ma non sono delle conquiste quanto più delle certezze. Il mio lavoro è particolarmente flessibile perché non esiste una giornata tipo. Per molti forse questo può essere disorientante, ma a me piace molto. Fino a qualche anno fa la mattina era dedicata ai miei progetti e il pomeriggio ad insegnare in varie scuole. Ora sono molto fortunata e riesco a vivere del lavoro di attrice e produttrice.
Lavoro principalmente da casa, vado a fare i provini quando ci sono, faccio molti voice-over per cui spesso vado nei vari studi a registrare, mi chiudo in una stanza per settimane a provare se abbiamo uno spettacolo, vado a vedere più spettacoli possibili e viaggio molto. Per un anno e mezzo sono stata in tournée con uno spettacolo con Federico Buffa e ho amato molto la possibilità di visitare luoghi diversi grazie a questo lavoro. Ora appena posso mi muovo. Sono appena stata a Sheffield per una residenza teatrale, la mia compagnia ha vinto un bando per sviluppare il nostro prossimo lavoro. Il mese prossimo sarò a Milano e Parma per un progetto italiano. Cerco di continuare a lavorare in entrambi i paesi.

Parliamo del tuo ultimo spettacolo, “Diary of an Expat”: di cosa parla e perché hai sentito il bisogno di scriverne? Da cosa nasce questo progetto e quanto tempo ci hai lavorato su prima di vederlo andare in scena?

Lo spettacolo racconta l’incontro-scontro fra un’espatriata italiana e Londra, El Dorado contemporaneo ambito da sempre più generazioni di giovani europei. Cerchiamo di raccontare con leggerezza che cosa significhi trasferirsi in un altro paese, quale sia il rapporto con il luogo di origine e di arrivo, il peso emotivo di diventare cittadino di un’altra nazione. In particolare cerchiamo di esplorare il ruolo che tutto ciò ha sulla propria identità e senso di appartenenza.
Ho iniziato a sviluppare il progetto più di un anno fa. Era nato com progetto per l’Italia poi è stato più semplice raccogliere fondi in Inghilterra e dopo la Brexit abbiamo deciso che era importante parlare di emigrazione europea qui in UK. Abbiamo fatto vari studi e sessioni di residenza e di condivisione con il pubblico, poi siamo stati selezionati per partecipare al festival di Edimburgo dove abbiamo avuto la possibilità di condividerlo con un pubblico più ampio.

Nel tuo spettacolo parli di mobilità, di mille mestieri, di una capitale multietnica…sono vantaggi o svantaggi? Pensi che sia diventata questa ormai la normalità per i giovani di tutto il mondo? In più: credi che potresti esportare il tuo spettacolo anche nei teatri italiani?

E’ una domanda complessa e che richiederebbe una lunga discussione. Sono convinta che la mobilità abbia i suoi pro e contro, ma credo che la possibilità di vivere e lavorare in qualsiasi paese europeo sia una risorsa più che un problema. Sono cresciuta e ho potuto vivere all’estero grazie al programma Erasmus ed è stata un’esperienza fondamentale. Mi domando che cosa succederà ai giovani delle prossimi generazioni se l’Europa diventerà sempre più chiusa. Credo in generale che qualunque occasione di entrare in contatto con culture e persone diverse sia un arricchimento.
Per quanto riguarda il mio progetto, sto lavorando proprio adesso alla versione italiana. Sarà molto diversa dalla versione inglese perché la protagonista cambia di ruolo (dall’immigrata alla nativa) e questo ribalta tutte le dinamiche, per cui lo stiamo riscrivendo.

Essere una giovane attrice, produttrice a cantante in Inghilterra: che consigli daresti a chi vuole intraprendere la tua stessa strada?

Innanzitutto, bisogna avere ben chiaro il motivo per cui si sceglie di intraprendere questa strada ed essere consapevoli degli ostacoli. Se si hanno delle idee di progetti e proposte culturali, in Inghilterra è più semplice realizzarle ed essere sostenuti. Ma ripeto: in Italia come a Londra, questa rimane una professione molto complessa e sfaccettata. A mio parere, il modo più utile e nutriente come esperienza da fare in generale – e anche per il teatro, ovviamente – è viaggiare. Viaggiare e confrontarsi con le altre tradizioni teatrali locali.

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Sto lavorando con il mio gruppo teatrale ad uno spettacolo sulle donne esploratrici del passato di cui si parla ancora poco. S’intitola “Miles Apart Together” e ruota intorno alle imprese di Annie “Londonderry” Kopchovsky, la prima donna a fare il giro del mondo in bicicletta, Bessie Coleman, la prima donna afro-americana a diventare pilota e la prima donna al mondo ad avere una patente internazionale come pilota, e Junko Tabei, la prima donna a raggiungere la vetta dell’Everest nonché la prima a completare l’ascesa delle Seven Summits.
Testeremo la struttura di questo nuovo spettacolo a Novembre al Voila! Europe Festival a Londra. Si tratta del primo passo di un progetto più grande dedicato a donne che con le loro imprese hanno avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo dei diritti e delle libertà delle donne. Sarò poi in Italia per un progetto a cui collaboro come regista e drammaturga su Kubrick con Federico Buffa e la Filarmonica Arturo Toscanini di Parma. E poi: vorrei tanto portare la versione italiana di Expat in giro per l’Italia, in teatri e spazi non teatrali.

Intervista ad Agnese Daverio, Production Manager dell’Edinburgh Jazz & Blues Festival e Festival Producer per Jazz Scotland

Crevoladossola, piccolo paesino a Nord del Piemonte a due passi dal confine svizzero. É da qui che inizia la storia della nostra Italian del mese, Agnese Daverio (28 anni), attualmente a Edimburgo dove lavora, da quattro anni, come Production Manager dell’Edinburgh Jazz & Blues Festival e Festival Producer per Jazz Scotland, l’organizzazione leader per la promozione del jazz in Scozia. In più, da gennaio è anche presidentessa dell’Associazione no profit “Be United”, che organizza eventi di vario tipo (festival, workshop, teatro, danza, ecc.) al fine di promuovere la multiculturalità e l’inclusione in Scozia.

Una vera passione che si è trasformata in un lavoro, la sua. Ma prima, Agnese ne aveva avute di esperienze all’estero: un’estate in South Dakota (US) nel 2003, una ad Osaka (Giappone) nel 2005 e un intero anno di scuole superiori in New Mexico (US) vivendo con famiglie del posto per poi rientrare e finire gli studi al liceo linguistico in Italia. Poi l’Erasmus a Stoccolma e quindi, inizialmente per un Master di un solo anno, le valigie per la Scozia.

Abbiamo chiesto ad Agnese di raccontarci dei suoi sogni, dei suoi progetti, della sua Italia vista dalla Scozia. Ecco quel che ci ha risposto…

Il trasferimento a Edimburgo faceva parte di un tuo progetto oppure hai seguito, per così dire, le opportunità della vita?

Ormai sono nella capitale scozzese da cinque anni, non mi sembra vero! Tutto è iniziato dopo la laurea triennale in Scienze Politiche a Pavia: era il 2012, sapevo di avere bisogno di un titolo di studio che potesse differenziarmi sul mercato del lavoro italiano in primis, ed europeo in secondo luogo. Quindi la decisione di guardare all’estero, soprattutto al Regno Unito. Dopo una ricerca iniziale delle varie opportunità, un’amica mi suggerì di guardare ad Edimburgo, così decisi di fare domanda per frequentare il corso di Festival and Event Management alla Edinburgh Napier University. Mi presero, feci le valigie e poco dopo mi ritrovai in questa (allora nuova) città per iniziare una nuova sfida.

Ma la mia passione per l’estero nasce dai racconti di mia madre che, già negli anni ’70, decise di fare un anno di studi in una piccola cittadina del Sud Dakota. Anche io ho sempre sentito il bisogno di esplorare, di allargare i miei confini e conoscere persone e culture diverse (non da mera turista, ma diventando parte della cultura stessa, cercando di capirla vivendola). Così, grazie all’organizzazione Intercultura, ho vissuto per due mesi in una famiglia giapponese e per un anno in una famiglia americana durante il periodo liceale; entrambe esperienze uniche che mi hanno cambiato la vita, consolidando il mio percorso verso l’estero. Volevo sempre di più diventare una cittadina del mondo a tutti gli effetti. Durante l’università ho frequentato un anno di studi all’Università di Stoccolma, per poi rientrare in Italia e conseguire la laurea, prima della partenza per la Scozia.

A tuo parere, l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani a mollare tutto oppure quella di partire è più una vocazione personale?

Credo che sia una combinazione delle due. L’estero, o meglio il Regno Unito, per il momento, offre davvero molte più opportunità rispetto all’Italia. La disoccupazione, soprattutto quella giovanile, è molto bassa e c’è la possibilità di fare carriera in fretta. Ma soprattutto qua in Scozia la meritocrazia è un valore seriamente rispettato: se si è bravi, si fa carriera velocemente e si aprono in fretta tante porte (indipendentemente dall’età o dal sesso). Ovviamente trasferirsi all’estero non è sicuramente una passeggiata, richiede parecchi sacrifici e la strada da percorrere è piena di ostacoli; in primis bisogna fare i conti con l’isolamento, perché la rete di amicizie e conoscenze viene subito a mancare – che non è un problema da sottovalutare. Quindi, indubbiamente, ci vuole un pizzico di vocazione personale per trovare il coraggio di fare questo passo per un lungo periodo. E ci vuole una grande forza interiore che aiuti a tenere duro nei grandi momenti di difficoltà.

Detto questo, una volta che si inizia a vivere all’estero, la cosa diventa parecchio la norma – anzi, una vita sedentaria nello stesso paese di provenienza sembra quasi impossibile; soprattutto per persone della mia generazione. Per la maggior parte dei cittadini europei di oggi – e sicuramente almeno per quelli sotto i 40 anni – è la norma spostarsi da uno stato europeo all’altro durante il periodo scolastico e lavorativo. L’Europa è relativamente piccola e, grazie a compagnie di trasporti low cost e vari progetti di scambio nelle scuole, oggi ci si può spostare molto facilmente e senza aver bisogno di grandi risparmi. Certo ci vuole la voglia di fare, di imparare e di voler mettersi in gioco, partendo dalla conoscenza di una lingua straniera.
Vivendo in grandi città si scopre anche quanto le varie culture siano molto più affini tra loro di quanto si possa pensare; si conosce davvero gente da ogni parte del mondo e si ha la fortuna di scambiare opinioni con persone con svariate prospettive – in parte plasmate dalla cultura del loro paese di origine – confrontandosi apertamente su temi grandi e piccoli. Un grande aiuto per imparare a rispettare opinioni diverse e mettere in discussione le proprie ‘certezze’. Insomma, in un mondo sempre più globalizzato come quello di oggi, l’esperienza all’estero dovrebbe forse essere una tappa obbligata fin da giovani.

Secondo te c’è qualche mito da sfatare oppure la vita all’estero è davvero così diversa da quella italiana?

La frase “tutto il mondo è paese” in realtà non è così sbagliata, nel senso che ogni paese ha i suoi problemi – che sono molto simili tra loro quando si parla di paesi in cui vige un capitalismo neo-liberale. Ma una grande differenza rispetto all’Italia all’estero c’è: il rispetto per il valore meritocratico e un maggiore rispetto tra persone – e in generale per le regole – e per le nuove generazioni. Se si guarda il mio percorso, ad esempio,  è chiaro che il merito qua é premiato: a ventitré anni, mentre scrivevo la tesi per il Master, ho fatto il mio primo stage in Scozia. Non era uno “stage all’italiana”: avevo delle vere responsabilità e venivo messa alla prova ogni giorno, imparando nuove cose velocemente. Poi mi è arrivata l’offerta di lavoro a contratto da Londra, seguito da un’altra offerta di lavoro ad Edimburgo… Insomma, in Inghilterra non sono mai stata disoccupata! Però sono convinta che se fossi rimasta in Italia la storia sarebbe andata parecchio diversamente, purtroppo, soprattutto dato il fatto che il mio lavoro sia nel settore culturale – un settore con un enorme potenziale in Italia, ma a cui mancano molte figure competenti e professionali e a cui manca la trasparenza o l’investimento pubblico. Per non parlare del problema legato all’incredibile casino burocratico che abbiamo in Italia, che rende il lavoro quasi impossibile ed assurdamente lento.

La Scozia in questo senso è un paradiso: un Paese con una grandissima voglia di riscatto e con la voglia di rinnovarsi; un paese di stampo prevalentemente socialista con una grande cura per i propri cittadini (ad esempio, un forte sostegno per il sistema previdenziale), per gli immigrati (nell’immediata fase post Brexit il primo ministro scozzese donna, Nicola Sturgeon, è stata l’unico politico di rilievo ad assicurarsi che i cittadini europei residenti in UK, quanto meno in Scozia, si sentissero ben voluti, mandando una lettera a tutti, sottolineando il valore che abbiamo per il Paese) e per i richiedenti asilo e rifugiati (la loro integrazione qua è arrivata al punto in cui a livello governativo si sta recentemente parlando di voler concedergli il diritto di voto). Insomma, è un Paese molto aperto, in cui si respira una grandissima multiculturalità e ci sono veramente persone da ogni parte del mondo. La Scozia è un paese molto meritocratico, che investe fortemente nella ricerca e nello sviluppo e soprattutto che investe nei propri giovani (basti pensare, ad esempio, all’università completamente gratuita). Qua a pochi interessa da dove vieni; se ci si identifichi come maschio, femmina, trans o altro; se si è giovanissimi oppure meno giovani… L’interesse principale sta nella capacità di fare il proprio lavoro bene oppure no. E se lo si sa fare, si viene premiati e spinti a crescere e migliorarsi ancora di più.

Sempre sulla Scozia: c’è una comunità di italiani lì? 

La comunità italiana in Scozia è gigante ma devo dire, onestamente, di averci poco a che fare. L’inciucio tra Italia e Scozia nasce dopo la prima guerra mondiale, quando un grande numero di persone provenienti per lo più dal Lazio si spostarono qua per cercare una nuova casa. Molti di questi – ormai immigrati di terza/quarta generazione – non parlano nemmeno l’italiano e molti non sono neanche mai stati in Italia, ma vendono comunque articoli alimentari italini facendo i soldoni con il brand ‘Made in Italy’. Poi c’è un’altra fetta di Italians, una comunità fatta da nuovi migranti, gli Italians ‘veri’ – italianissimi che si sono trasferiti qua per cercare di cogliere opportunità che in patria purtroppo non esistono. Devo dire che conosco parecchi italiani ad Edimburgo, ma sono legata a pochi. Non ho mai ben capito il bisogno di formare grandi gruppi principalmente con persone provenienti dallo stesso paese di origine. Ovviamente il senso di familiarità e d’immediata connectivity che si instaura con altri italiani all’estero è imparagonabile quando si confronta con expat di altri paesi (ad esempio, le referenze culturali e politiche sono le stesse), ma fortunatamente mi sono sempre sentita a mio agio ad interfacciarmi con persone provenienti da ogni parte del mondo: il mio attuale coinquilino è italiano, due delle mie più care amiche sono una scozzese e una inglese, ho stretti amici maltesi, spagnoli, bulgari e lituani… insomma, penso che quello che più accumuni all’estero sia essere l’essere un expat, piuttosto che avere una precisa nazionalità.

E a livello professionale ti senti ben accettata o ci sono pregiudizi che hai dovuto superare? 

A livello lavorativo non credo di essermi mai sentita in difficoltà per via della mia nazionalità. Al di fuori di innocenti battute in ufficio chiamando in gioco stereotipi sugli italiani – ad esempio che ci piace lavorare molto poco, fare delle grandi pause durante la giornata lavorativa ed essere spesso in ferie, o che non ci piace rispettare le regole, dato che la maggior parte le interpretiamo come dei suggerimenti piuttosto che dei diktat – non mi sono mai sentita svantaggiata. I pregiudizi sono facili da smontare, se si parte dal presupposto che gli interlocutori siano disposti al confronto e al dialogo. Qua ci sono tantissimi stranieri che provengono da ogni parte del mondo, soprattutto nel settore culturale in cui lavoro io. Per via della natura contrattuale di tanti lavori nel settore dei festival e degli eventi, moltissime persone viaggiano per il mondo alla ricerca di un nuovo contratto, quindi non penso che essere ‘stranieri’ sia particolarmente percepito nel settore. Soprattutto d’estate, la città si riempie di europei, americani e australiani che cercano lavori di ogni tipo, per non parlare degli artisti che vengono veramente da tutto il mondo. E’ un settore lavorativo molto stimolante anche per questo. Forse un pregiudizio che ho dovuto affrontare – purtroppo anche qua è un problema ancora esistente – è il sessismo esistente nell’industria musicale. Un problema radicato, ovviamente non solo in Scozia; la cosa positiva è che almeno qua (in UK) si sta finalmente notando un’inversione di trend (poiché sempre più donne sono a capo di organizzazioni che producono festival, musica, cinema, ecc). Insomma, who runs the world? Girls! E finalmente l’industria sta prendendo nota.

Parlando del tuo lavoro: sei una Festival Producer, un ruolo ben specifico. Potresti raccontarci di più? 

Essere festival producer in organizzazioni piccole come quelle in cui lavoro io (siamo in tre in tutto) vuole dire saper lavorare in qualsiasi ‘dipartimento’. All’interno del mio team mi occupo veramente di tutto: dalla ricerca dei fondi, alla programmazione degli eventi; dalla gestione di relazioni con organizzazioni governative, alla gestione dello staff (quali manager dei concerti, tecnici del suono, e altro staff che viene impiegato per lavorare durante il festival, ecc.); dall’organizzazione logistica e la produzione per l’intero festival, ai contratti per artisti, fornitori e venue; dal marketing alla promozione per garantire la vendita dei biglietti (pensare che sono per EJBF ogni anno dobbiamo vendere, in circa 10 settimane, più di 650 mila sterline in biglietti) alla gestione di relazioni con partner esterni (altri festival, media, ecc.). Insomma, il volume di lavoro, il livello di rischio e le responsabilità quando si producono progetti così grossi, in un team così piccolo, sono davvero altissimi e infatti il mio è ritenuto (ed è davvero) uno dei lavori più stressanti che ci sia in giro, ma sono davvero felice di trovarmi qui, in questo momento, con ancora tanta strada da poter percorrere davanti a me.

Edimburgo poi è rinomata per essere capitale mondiale leader per i Festival. Con Edinburgh Jazz Fest facciamo parte di un gruppo di 11 grandi festival, tra cui il Fringe Festival di agosto, che sono importantissimi per l’economia scozzese, generando un altissimo volume turistico tutto l’anno e creando uno spillover effect a beneficio di tantissimi business (sia grandi che piccoli). Nonostante Edimburgo sia leader mondiale per gli eventi, la scena musicale è abbastanza piatta. Se si toglie EJBF (uno dei più grandi festival del genere in tutta Europa, con circa 36 mila biglietti venduti ogni anno, più 35 mila spettatori ai due grandi eventi gratuito, Mardi Gras e Carnevale), rimangono pochi indpendent promoters. I probelmi principali alla base di questa situazione sono due: mancanza di un alto numero promoter professionali e la mancanza di venue adatte (e delle giuste dimensioni) per poter ospitare i musicisti. Edimburgo vanta certo tante gallerie d’arte e tanti teatri, ma di certo non ha la moltitudine di venue e spazi costruiti apposta per la musica dal vivo che ci sono, ad esempio, a Glasgow, la cui scena musicale è molto più forte, attiva ed avventurosa. Il jazz nello specifico poi, ha ancora più ‘problemi’ a livello generale. Ma detto ciò, sicuramente la scena musicale qua, rispetto all’Italia, è fantastica e molto più variegata. Credo che ciò sia anche dovuto alle politiche nazionali legate alla cultura (dall’ingresso ai musei gratuiti; al supporto economico da parte dello stato di promoter, musicisti, e in generale organizzazioni che operano nel settore creativo; alle leggi in vigore che permettono all’industria musicale di crescere, quali l’agent for change, una nuova regolamentazione che prevede l’insonorizzazione delle venue pagata da coloro che vogliono costruire abitazioni nei dintorni di uno spazio musicale già esistente; alle tariffe imposte dall’equivalente della SIAE, che sno molto più oneste di quelle italiane, un 3%, contro l’italianissimo 15%, ecc.) e dall’utenza pubblica: qua per la gente è normale acculturarsi andando a teatro, a concerti musicali (anche di gente mai sentita prima), ad andare per musei, ecc. Mentre in Italia ci sono bastati 30 anni di televisione spazzatura berlusconiana per cancellare questa sete di cultura e renderci un popolo molto passivo in questo contesto (basti pensare che X Factor in Italia sia il programma che sforna i nuovi ‘talenti’, ad esempio, per rendersi conto della gravità della situazione – mente invece artisti con un sacco di talento vengono molto spesso ignorati dalla massa e spazi che promuovono la musica dal vivo vengono molto spesso messi in difficoltà da sciocche ordinanze comunali anti movida, ecc.). Del resto, come si è visto nelle recenti elezioni, in Italia è tutto un contest dove chi si mette meglio in mostra vince, indipendentemente dalla qualità della sostanza.

 

Credi che avresti mai potuto trovare un lavoro simile anche in Italia oppure ci sono condizioni lavorative troppo diverse?

Non credo che in Italia avrei avuto così tante opportunità in uno spazio di tempo così ristretto. Ad incominciare dallo stage, che mi ha insegnato tanto, poiché le responsabilità assegnatemi erano reali: non mi avevano offerto un ruolo in cui fare fotocopie e caffè all’ufficio, ma un ruolo in cui mi era concesso di imparare (anche sbagliando), prendendo consigli su come raggiungere un obiettivo direttamente da parte dei produttori del festival, professionisti con più di 30 anni di esperienza nel settore. Ho conosciuto persone che hanno capito il mio potenziale e negli anni mi hanno aiutata – e stanno tuttora aiutandomi – a svilupparlo e ad ottenere sempre più risultati; una ‘famiglia’ che mi supporta nella crescita e mi spinge a superare i miei limiti, che mi incoraggia ad affrontare nuove sfide offrendo supporto quando ne ho bisogno. Ovviamente lavorare in un ufficio cosi piccolo, con due persone di quasi 30 anni più grandi, fa nascere delle grosse difficoltà (generazionalmente parlando, siamo su mondi diversi – per quanto riguarda l’accesso alla musica, alle news, ai trend setter, a canali di comunicazione, allo stile lavorativo, ecc.), ma la cosa ha anche i suoi vantaggi, in quanto si crea un clima di fiducia e stima reciproca molto forte – e per me è stato veramente un gran colpo di fortuna in quanto ho potuto imparare tantissimo in un breve arco di tempo, lavorando a strettissimo contatto con due big del settore. Veramente un’occasione unica. In Italia, non so quante persone a questo livello avrebbero aperto le porte ad una persona come me, investendo tempo e risorse nella mia formazione, soprattutto nel settore culturale.

 

Come si lavora a Edimburgo? Mi riferisco agli orari di lavoro, alla flessibilità, ai rapporti personali con i colleghi e alle opportunità di carriera. Ci sono delle cose che ti hanno stupita, sia in positivo che in negativo?

In Inghilterra in generale, ed anche in Inghilterra, si lavora troppo. Qua si è propriamente malati di lavoro. E in generale, i diritti dei lavoratori credo che siano minori di quelli che ci sono in Italia (ferie molto più limitate, facilità nel licenziare gli impiegati, orari di lavoro molto più lunghi e straordinari non pagati). Ma non credo si potrebbe vivere diversamente in questo Paese. L’etica lavorativa qua è completamente diversa rispetto a quella italiana – può darsi che sia una conseguenza dei principi valoriali del protestantesimo, ma qui il lavoro è letteralmente sacro e molte volte viene messo prima di tante altre cose (famiglia, tempo libero, ecc.). Quello che mi stupisce in maniera positiva è il rispetto per il lavoro di tutti e le energie che tutti mettono nel proprio mestiere – che sia fare un caffè o gestire un hotel, ad esempio – tutti vogliono sentirsi orgogliosi del loro lavoro e quindi cercano di farlo al meglio possibile. In Italia non saprei… io mi innervosisco spesso quando rientro in patria, perché sembrano che tutti ti stiano facendo un favore quando acquisti un servizio o un bene… non capisco. Forse sono diventata troppo rigida in questo senso e a dirla tutta non so se riuscirei ad inserirmi facilmente in un contesto lavorativo in Italia.

Per quanto riguarda la flessibilità, il lavoro qui – nonostante i ritmi frenetici (ad esempio, le pause pranzo non esistono, qua si mangia di solito un tramezzino davanti al computer e si riparte al volo) – concede vari tipi di flessibilità. A livello governativo vige un sistema chiamato ‘flexi time’ in cui uno può prendersi un tot di ore libere al giorno, se poi fa qualche straordinario (una specie di banca del tempo, diciamo). Forse il mio settore rimane molto meno flessibile in quante le date sono confermate e pubblicizzate in anticipo, quindi o si è pronti per quella data… o si è pronti per quella data. Quindi vicino al periodo dei festival di solito lavoro molte più ore di quelle per cui sono pagata. Ma non mi dispiace: del resto preferisco ottenere un buon risultato che arrivare a casa un paio d’ore prima alla sera (ovviamente me lo posso permettere in quanto non ho figli). Per quanto riguarda prendersi delle ore libere per andare ad appuntamenti o visite mediche, piuttosto che per questioni personali, non mi sono mai trovata in difficoltà. Basta non abusarne ed essere ragionevoli. E lavorare di più quando si può.

 

Dal tuo profilo Linkedin vedo che hai avuto anche altri lavori Inghilterra, puoi dirmi qualcosa di più? Inoltre, per coloro che ambiscono al tuo stesso lavoro, che consigli ti senti di dare?

Si, come raccontavo prima ho fatto un’esperienza a Londra. Un’esperienza illuminante, ma non troppo felice. Quindi poi sono rientrata in Scozia con una grandissima voglia di entrare a fare parte del circuito dei festival, e non solo per quello jazz per cui lavoro full time. Il circuito dei festival in Scozia – e del jazz a livello mondiale – é abbastanza piccolo e, alla fine, quando si entra a far parte del giro, si conoscono in fretta persone che sono coinvolte in molti altri progetti o che conoscono persone con cui in qualche modo si ha collaborato in altre occasioni o contesti – e questo aiuta anche ad aprire nuove porte.

Per sentirmi parte di questo mondo e per concedermi l’opportunità di lavorare con svariati tipi di musica, anni fa ho preso la decisione di collaborare, molte volte senza retribuzione, quindi facendo la volontaria, per altri festival. In Scozia sono ormai più di tre anni che collaboro con un boutique festival chiamato Kleburn Garden Party, un tre giorni di festa nel bosco nella costa ovest, vicino a Glasgow, per cui curo la parte di Artist Liaison assicurandomi che i musicisti siano felici e che la logistica per farli arrivare e partire dal festival funzioni bene. Allo stesso tempo partecipo volontaria al Wee Dub Festival, un festival di musica dub in centro ad Edimburgo, sia come Artist Liaison, che box office manager, gestendo i volontari, ecc. Insomma, aiutando come posso e come il festival necessita ogni anno. Un anno fa, grazie ad un’amica che lavora a sua volta nei festival (e che ho conosciuto lavorando ai festival) ho conosciuto il direttore di un festival che sta crescendo velocissimamente ad Edimburgo, Hidden Door (un festival pazzesco, date un occhio online) e partendo da quell’incontro ho spianato la strada per instaurare una collaborazione ufficiale tra l’EJBF e Hidden Door (esempio poi seguito da altri 5 major festival in Edimburgo). A gennaio mi hanno eletta come Presidentessa dell’organizzazione Be United, un’associazione non profit che promuove la multiculturalità attraverso l’arte, con workshop ed eventi con artisti provenienti dal sud Africa e da minoranze residenti in Scozia.

Insomma, il consiglio che potrei dare a chi vuole fare parte di questo mondo è di volersi rimboccare le maniche, lavorare tanto e soprattutto di essere pronti a fare tanto lavoro sottopagato – o non pagato. Perché una cosa è certa: le università non preparano al mondo reale del lavoro, quindi bisogna togliersi dalla mente che poiché si ha una laurea ci si merita un lavoro, e un lavoro ben pagato – e facendo volontariato o stage si ha l’opportunità di imparare di più e capire cosa i datori di lavoro cercano, cosa serve sul campo. In più, il mondo degli eventi è un mondo fatto di contatti, e l’unico modo per costruirsi dei contatti è quello di essere presenti e farsi conoscere lavorando.

 

Parlando della tua formazione: Erasmus a Stoccolma, università a Pavia, master a Edimburgo: potresti aiutarci a fare un confronto tra i diversi sistemi formativi? Quali sono i punti di forza italiani e quelli negativi da migliorare?

I sistemi formativi in Italia, rispetto al resto dell’Europa, sono ancora molto vecchi. Sicuramente le scuole obbligatorie formano di più (o almeno, formavano, prima della distruzione del sistema scolastico visto in anni recenti) soprattutto sulla conoscenza generale. Ma per quanto riguarda il sistema universitario, l’Italia è indietro anni luce. Saltando a pie’ pari il capitolo del liceo linguistico (in cui ho incontrato tanti professori completamente incapaci di fare il proprio mestiere e, a volte, impreparati sulla materia che provavano ad insegnare), trattiamo il tema universitario. La differenza più grande tra l’Italia e l’estero, è che in Italia, molti (troppi!) professori sono davvero disinteressati e fanno di tutto per far fallire l’allievo. Mentre all’estero è l’esatto contrario e i professori fanno di tutto per aiutarti a raggiungere l’eccellenza. Del resto i professori italiani sono protetti da ogni critica e hanno grande mano libera per quanto riguarda il ‘dettar legge’ invece che seguire un regolamento, ad esempio, riformato tenendo in considerazione l’opinione degli studenti… Un’altra grande differenza è che all’estero ti insegnano ad usare le informazioni che si trovano su un libro per poter argomentare un proprio pensiero; mentre in Italia ti viene solo insegnato a fare il cosiddetto “pappagallo”… Del resto, solo in Italia ci sono ancora così tanti esami orali, con le classiche 3 domande e via.

Arrivata a Stoccolma per il mio anno Erasmus, capii subito di essere stata catapultata in una realtà meravigliosa, in cui ai professori veniva dato del tu, con cui si poteva dialogare, pronti ad insegnarti mettendoti sul stesso loro piano, portandoti il rispetto dovuto e, soprattutto, trattandoti da giovane adulto e non da ragazzetta. Un posto in cui il dibattito in classe avveniva ogni giorno, in gruppi di lavoro di massimo trenta persone, in cui non c’era imbarazzo a fare domande e tutti volevano ottenere lo stesso risultato: imparare. Applicando la teoria alla realtà e al dialogo. Insomma, all’estero ti insegnano veramente ad imparare, esprimendo la tua opinione argomentandola. Per non parlare di quanto i bisogni e gli interessi degli studenti fossero presi in considerazione. A partire dal campus universitario che era una vera oasi per gli studenti, dalle biblioteche libere in cui uno, se voleva mettersi comodo, poteva togliersi le scarpe e studiare su uno dei comodissimi divani; dagli spazi sul campus adibiti apposta per gli studenti per riunirsi e fare concerti o feste di vario tipo… Insomma, la vita universitaria a Stoccolma era davvero su un altro livello. Una scuola costruita intorno agli studenti, non ai professori e ai rettori.

Penso che il modo migliore per poter esprimere questa differenza vitale, sia fornirti un esempio: a Stoccolma, dopo che mi fu chiesto in un corso di preparare un saggio sulla violazione dei diritti umani in anni recenti (eh si, qua si studiavano questi argomenti, non le guerre del 16esimo secolo e basta come a Pavia!), fallii miseramente. All’università di Pavia non mi era mai stato chiesto, in due anni, di scrivere un saggio (su niente), dovendolo argomentare con basi teoriche ed informazioni trovate su testi (che è un po’ alla base della capacità di ricerca). Così la professoressa mi convocò, offrendomi un’ora del suo tempo dopo le lezioni per aiutarmi a capire gli errori. Così, dopo quella lezione privata (e non privata perché ho dovuto pagarla, ma privata perché era solo tra noi due), mi insegnò a come cercare informazioni da varie fonti e io eccelsi nel rifare l’esame. Eh si, a Stoccolma incoraggiano gli studenti ad informarsi su vari testi, a volte anche contrari, per imparare a formare una propria opinione. Infatti, all’inizio di ogni corso, consigliano una lista di libri, che di solito sono disponibili gratuitamente nella biblioteca della scuola stessa, dove poter trovare le informazioni; ma incoraggiano inoltre a leggere ancora di più e informarsi su svariati testi, anche a scelta. L’importante è sapere solidamente argomentare e sostenere le proprie affermazioni. Insomma, insegnano a ragionare criticamente a livello individuale. Cosa che in Italia non esiste. Insomma, questo esempio era per sottolineare quanto l’interesse a Stoccolma sia quello dell’insegnamento vero. Inoltre all’estero i professori, per mantenere lo status quo, devono continuare a fare ricerca se vogliono tenere il lavoro – quindi sono costretti a rimanere informati.

In Italia, invece, sarà per i grandi numeri o sarà per la svogliatezza, o per il sistema, o per il senso di ‘intoccabilità’ dei professori universitari italiani, la mia esperienza è stata molto negativa. A parte qualche eccezione, la maggior parte dei miei professori universitari a Pavia (oltretutto rinomata per Scienze Politiche) erano svogliati, annoiati, senza tempo per gli studenti e che giocavano la partita con regole fatte da loro, che cambiavano ogni volta. Insomma, insegnavano poco (studiare il libro da sola con l’aiuto dei tutor per i chiarimenti molte volte sarebbe stato più efficace) e si disinteressavano tanto al processo formativo/educativo. A volte anche per ragioni completamente scollegate alla didattica. Un esempio azzeccatissimo è il seguente: nel 2010, mentre ero a Stoccolma con Erasmus, decisi di rientrare per una settimana in Italia per dare altri esami in sede, in quanto volevo portarmi avanti con i lavori per assicurarmi di laurearmi in tempo (e in quanto quegli esami in particolare non fossero disponibili in Italia). Così prenotai i voli, studiai per due esami (statistica e il mattone che è scienze delle relazioni internazionali) ed armata di buona volontà rientrai a Pavia. Non mi dimenticherò mai il giorno dell’esame di relazioni internazionali… Mi presentai in orario, venne chiamato il mio nome, mi sedetti alla cattedra. Fino a qua, tutto regolare. Così la professoressa mi chiese se dovevo dare l’esame per 6 CFU o per 9 CFU. Mi accorsi così di aver studiato per l’esame da 9 CFU (che voleva dire, in termini spiccioli, aver studiato 30 anni di trattati internazionali in più… del resto non può che essere un vantaggio per me, giusto?) su un libro di più di 1000 pagine. Così, prontissima sull’argomento, la professoressa mi fece notare l’errore, ma senza troppi problemi. Al che mi chiese su quale dei due tomi su cui uno DOVEVA studiare (il perché in Italia si debba studiare su un libro piuttosto che un altro mi sembra fantascienza…). Una volta che gli indicai il libro, mi chiese, dunque, se avevo comprato e avevo studiato sul libricino (forse di neanche 80 pagine) scritto e pubblicato da lei… sì, da lei! Un libricino in cui venivano studiate in dettaglio le relazioni internazionali italiane del periodo fascista. Al che, candidamente, dissi di no, pensando: beh, se ho studiato su un tomo da 1000 pagine sicuramente questi argomenti saranno stati trattati. Così la professoressa, senza nemmeno farmi una domanda per verificare se fosse effettivamente, o meno, preparata, mi guardò molto infastidita dicendomi di non potermi ammettere all’esame. Una follia. Non potevo crederci di essermi fatta il mazzo, volando fino in Italia e studiando tantissimo, per non essere nemmeno ammessa all’esame perché non avevo comprato il libretto scritto dalla professoressa. Questa cosa dovrebbe essere illegale in Italia. Una vergogna. E questa storia del ‘dover comprare’ il libro dei professori di corso o se no, non si può dar l’esame, è una storia solo italiana ed è, a mio parere una vera vergogna… capite perché penso che in Italia ai professori interessi veramente poco l’insegnamento e la formazione? Non potevo davvero crederci che questa professoressa avesse messo davanti l’aver comprato un libro, rispetto all’essere rientrata da un altro stato per dare l’esame. La decenza avrebbe almeno voluto che venissi interrogata. L’intelligenza avrebbe fatto si che venissi interrogata, e se quel libretto aveva dei contenuti esclusivi, che mi fosse fatta una domanda mirata, ed essere poi bocciata di conseguenza se non avessi avuto la risposta. Ma credo che, dopo aver studiato un tomo da 1000 pagine, quel minuscolo libricino non conteneva molto di più e l’esame l’avrei passato comunque. Infatti, un anno dopo mi ripresentai per l’esame, senza comprare il libricino in questione, ma mentendo alla domanda ‘hai anche studiato su questo libro’ per assicurarmi di essere ammessa… e l’esame lo passai senza nessun problema. Ditemi voi se questo è un atteggiamento normale da parte dei professori in un sistema meritocratico.

In Inghilterra, come a Stoccolma, il modello è molto più a misura studente. Si studia bene: si impara a fare ricerca, vera; ad usare risorse per argomentare le propri tesi, etc. Si impara a lavorare con gli altri, attraverso il lavoro di gruppo, che è molto importante in quanto aiuta ad apprendere come si lavora insieme, sfruttando le varie forze e cercando di aiutarsi a vicenda per superare le debolezze. Insegnano a fare presentazioni, ad usare software specifici per le cose che si studiano.. E il rapporto tra professori e studenti è veramente paritario. Anche qua in Scozia, l’università è veramente costruita intorno ai bisogni degli studenti. Quindi, riassumendo, penso che la meritocrazia in Italia sia ancora un mito lontano. Dove quelli bravi sono emarginati e quelli che gli stanno più in alto fanno di tutto per metter i bastoni tra le ruote. In Italia si fa fatica a mettere in discussione le istituzioni che ci sono sempre state e il cambiamento è molto, troppo, lento.

Secondo te è così negativa la situazione lavorativa per i giovani italiani che vorrebbero rimanere in Italia? E, in confronto con gli altri paesi, almeno quelli che conosci tu, in cosa potremmo migliorare per essere competitivi anche a livello internazionale? 

Ho davvero poca esperienza con il mercato del lavoro italiano. A parte ciò che sento da parte di altre persone, io ho per la maggior parte della mia vita lavorato in Inghilterra. Detto questo, sento per lo più parlare di grandi difficoltà legate all’immobilismo, al nepotismo e al nonnismo, alla mancanza di opportunità e meritocrazia. Per non parlare dell’imbarazzante livello dei salari. Purtroppo in Italia vige ancora troppo spesso la regola del ‘sono qua da 30 anni e quindi ne so più di te’. E questo atteggiamento fa si che molti giovani, capaci e molte volte con più potenziale di altri che il lavoro lo fanno da anni (a qualsiasi livello e a volte senza merito), vengano messi in un angolo e spinti ad andarsene. Anche le start up sono davvero poco supportate rispetto all’estero (mancanze di fondi d’investimento, un mercato poco preparato all’innovazione, leggi e burocrazia appartenenti ad un mondo pre-avanzamento tecnologico, mancanza di un supporto reale per la guida di queste start up…). Insomma, in Italia non si vuole sostenere i giovani. Per non parlare della vera mancanza di meritocrazia. Purtroppo l’Italia segue ancora un sistema in cui molte volte i lavori (soprattutto legati a bandi pubblici) vengono dati in base all’avere o meno una laurea invece che all’esperienza e alle vere capacità delle persone. Per non parlare dell’incubo burocratico che uno dovrebbe attraversare per il riconoscimento di titoli di studi esteri (anche europei). In Italia non si respira. E’ un sistema vecchio che non funziona e il mercato del lavoro è davvero poco stimolato. A partire dal problema dell’assenza di finanziamenti statali per stimolare l’innovazione (quindi, mancanza di finanziamenti per la ricerca).

A livello internazionale ci si renderebbe molto più competitivi se puntassimo sui giovani, facendoli subito accedere al mercato del lavoro dopo le scuole, se pensionassimo le persone prima (non parlo delle pensioni d’oro a quarant’anni, ma non capisco perché dobbiamo fare lavorare gente di 65 anni, molte volte poco preparate o che non si aggiornano, rispetto a giovani di 25 anni super formati…). Per non parlare di finanziamenti statali per aiutare piccole e medie aziende a formare nuovi lavoratori… Poi certo, potremmo anche parlare più lingue e a scuola potrebbero iniziare ad insegnare a codificare, che sarà la vera lingua del futuro, ma i problemi strutturali italiani sono di gran lunga un problema più grosso. Un altro problema italiano però è anche il voler scaricare le colpe sugli altri. Di recente mi sembrava di aver visto un articolo su dei ragazzini italiani delle superiori che scioperavano perché il curriculum scolastico aveva inserito lavoro non pagato (o simile) per insegnarli a lavorare… e questi scioperavano perché guai a chi viene fatto lavorare gratis, invece di capire che quella sarebbe stata un’opportunità per imparare a lavorare…

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Ci gioco spesso con l’idea di rientrare a casa, ma la realtà è che non saprei neanche da dove iniziare. Non so se riuscirei a rientrare in un’Italia in parte xenofoba, omofoba, razzista e populista dopo aver vissuto per più di cinque anni in uno stato (Scozia) prevalentemente socialista, in cui il tema dell’integrazione e dell’accoglienza è sostenuto dalla maggior parte dei cittadini. Con questi pagliacci al governo come si può pensare di rientrare?! Ancora una volta il paese sta per schiantarsi contro un muro, quindi, a meno che sarò costretta per via della Brexit, non credo rientrerò presto. Oltre al problema legato ai diritti civili, includendo l’assenza di vere pari opportunità e tutela dei diritti delle donne (vedi numeri elevati di femminicidio, violenze domestiche, obiettori di coscienza, etc), c’è il vero problema di un’assenza di sostegno statale per lo sviluppo del mercato culturale, soprattutto legato agli eventi e ai festival. In questo clima, quali sono le prospettive? Mi sembra, molto poche. In Scozia c’è un ministero della cultura con un proprio portafoglio e, inoltre, vari organi parastatali che elargiscono fondi pubblici a tutto il settore creativo e culturale (i principali, ovviamente ce ne sono anche altri) e fondi speciali creati apposta per i grandi festival di Edimburgo per mantenere la loro competitività su piano internazionale; in Italia cosa c’è?

Mi piacerebbe certo rientrare e poter contribuire ad un miglioramento, ma prima l’Italia deve cambiare e deve trovare il modo di rendersi attraente al punto di convincere i lavoratori italiani formatisi all’estero ad abbandonare tutto ciò che ci si è costruiti in un altro paese (con tanti sacrifici) per rimboccarsi le maniche e ripartire in Italia, con tutte le difficoltà del caso. E i cambiamenti dovrebbero partire dall’attuazione di un sistema paese che rispetta i diritti civili, da un aumento dei salari, uno snellimento della burocrazia, un miglioramento della qualità dell’offerta culturale, il riconoscimento diretto dei titoli di studio europei e una crescita degli investimenti statali per il finanziamento dell’innovazione. Non credo l’Italia sia ancora pronta a questo, nè tanto meno lo consideri un bisogno reale. Al momento sembrano siano tutti più preoccupati a vincere le poltrone facendo demagogia invece che a far ripartire il paese con proposte serie e concrete. Peccato.

Imperialismo Televisivo: perché amo gli Stati Uniti?

Se avessero chiesto al Nicola di sedici anni ‘Dove ti vedi tra cinque anni?’, avrei probabilmente masticato qualcosa come ‘Università… Medicina… Forse?’ per poi arrossire e sfoggiare il mio goffo sorriso a bocca chiusa (rigorosamente per nascondere il sottostante e luminoso apparecchio fisso). Non mi sarei mai aspettato di finire a studiare in Inghilterra, così lontano da casa, per poi dovermi ricostruire una vita che fosse (per la prima volta?) completamente mia. O meglio, non avevo mai espresso alcun interesse specifico nei confronti della perfida Albione: è semplicemente successo. Come quando da piccolo pedali in giro per la città, ti distrai e cadi dalla bicicletta senza neanche rendertene conto, semplicemente succede e non resta che alzarsi e accettarlo. Aspettate… E’ un paragone poco poetico e sbagliato: sembra che io sia stato in balia degli eventi e stia cercando di trovare una giustificazione. Infatti, al contrario, ho deciso personalmente di intraprendere questo viaggio, che poi si è rivelato essere una delle scelte più incredibili e soddisfacenti che mi potessero capitare. Mettiamola così: un po’ come Obelix, sono andato verso il calderone della pozione magica, sapendo cosa contenesse, ma è capitato che ci cascassi dentro e ora sono forte oltre ogni misura. E’ semplicemente successo e non lo rimpiango in alcun modo.

Il sogno dell’Inghilterra apparteneva a mia sorella, che fin dalle scuole medie avrebbe voluto trasferirsi a Londra per aprire un negozio di fiori, vivere nel centro nevralgico di una cultura edgy e stilosa, ma al contempo elegante e carismatica. Io invece volevo andare negli Stati Uniti per studiare, per farmi venire il torcicollo a forza di guardare in alto verso i grattacieli di Manhattan o per andare con lo skateboard a Venice Beach per poi fermarmi in spiaggia a prendere il sole. Il cuore di mia sorella batteva al ritmo di David Bowie, e il mio a quello dei The Black Keys ma, ironicamente, nessuno dei due è finito per trasferirsi dove desiderava. Per adesso (?).

Ma come nascono certe idee? Cosa c’è all’origine di certi sogni?

Qualche tempo fa un mio amico mi ha ricordato che nel mio primo giorno di liceo, durante la nostra prima presentazione alla classe dissi ‘Andrò a studiare all’estero dopo le superiori’. Apparentemente il piccolo Nicola era molto intraprendente, a mia insaputa in quanto me ne ero completamente dimenticato. Tuttavia so che ci deve essere stato un motivo per il quale gli Stati Uniti abbiano sempre avuto una forte influenza sui miei gusti e le mie scelte.

La mia teoria è semplice: attraverso la televisione. Lascia un figlio in balia dei programmi televisivi del primo pomeriggio e te lo ritroverai colonizzato dagli USA. A parte, ovviamente, attraverso il fascino giocato dai brand di moda, dalla musica e dallo sport, credo che l’imperialismo americano sia riuscito ad avere una forte presa sul giovane Nicola grazie alla televisione. Non ce ne rendiamo conto, ma la maggior parte dei programmi che abbiamo amato da ragazzini sono americani. Siamo cresciuti con loro e abbiamo assorbito i valori da loro promossi, nel bene e nel male. E così io ho iniziato ad innamorarmi di New York grazie ad How I Met Your Mother e a Friends (per poi scoprire che sono stati entrambi girati a Los Angeles) e della California grazie a O.C. (Summer Roberts, sei stata la mia prima cotta), solo per citare due tra i tanti esempi. Dal modo di vestirsi passando attraverso l’umorismo e al modo di parlare, abbiamo assorbito per osmosi tutto.

Ci sono lati positivi? Credo di sì, perché ancora ad oggi trovo programmi come i Simpson (solo le prime stagioni, sorry) capaci di farmi ridere tramite battute intelligenti. Oppure, semplicemente, quando sono a casa e accendo la televisione, quello che guardo è capace di riportarmi alla mia infanzia, a delle atmosfere familiari che ho abitato per anni.

Cambierei qualcosa? Onestamente sì. Forse il fatto che siamo legati a certe culture e diamo per scontata l’appartenenza ad un sistema di valori esterno al nostro può dimostrare che l’imperialismo ha fatto il suo effetto. Forse siamo davvero tanto assuefatti ad uno stile di vita dominante che se ci togliessero Una Poltrona Per Due la sera della Vigilia di Natale, non avremmo più un’identità. Dopo tutto, cosa faresti la sera del 24 Dicembre senza la televisione? Parleresti con i tuoi nonni o parenti, per scoprire di più riguardo alla loro vita? Neanche per scherzo, per piacere…

Il Nicola di sedici anni, che non sapeva che sarebbe finito in Inghilterra, non vedeva l’ora di tornare a casa dopo scuola per fuggire a New York o a Springfield. Col suo apparecchio e i capelli alla Justin Bieber sognava Central Park e l’Orange County, forse perché erano le sue uniche vie di fuga. Non avrebbe mai immaginato di essere in Inghilterra solo cinque anni dopo, e forse l’aver fantasticato terre lontane l’ha sempre tenuto pronto per la partenza. Non provo rancore, ma sono solamente sorpreso di quanta influenza abbiano avuto certi fattori sulla mia vita, senza che me ne rendessi conto. La soluzione è esserne consapevoli ed evitare di perdere il controllo, usando sempre la propria testa. A volte cadi dalla bici e ti devi rialzare, altre cadi nel pentolone ma ne esci ancora più forte.

Intervista a Eleonora Vanello, Italian in Scozia. Il suo mantra? Determinazione, flessibilita e networking

Un regalo di laurea che si è trasformato in una nuova vita, in Scozia, lontano dall’Italia. Non era in programma ma per Eleonora Vanello, 32 anni originaria del Friuli Venezia Giulia, è andata proprio così: per festeggiare la fine dell’università a Trieste – ci ha raccontato lei – il padre le aveva regalato un mese in una scuola di lingua a Edimburgo.

L’obiettivo era migliorare la conoscenza della lingua inglese.  Il risultato? Oggi la nostra Italian del mese è Event Manager per la Paramount Creative, un’agenzia di marketing ed eventi, e sta organizzando un festival italiano in George Square a Glasgow.

Le sue passioni sono il food & beverage: per mantenere viva questa passione, Eleonora fa parte del Board del chapter edimburghese di Slow Food e scrive come contributor in una rivista di food & drink locale (Bite Magazine).

Per lei non si tratta solo di conoscere le storie dei prodotti di una terra, ma anche di assaggiare, discutere e comprendere le loro realtà.


Eleonora, raccontaci qualcosa di te: guardando indietro verso le tue scelte, avresti mai immaginato che la tua vita sarebbe stata in Scozia un giorno?

In realtà non avrei mai pensato di lasciare l’Italia, ma un viaggio a Edimburgo mi ha cambiato la vita e lo spostamento mi è sembrato naturale. Non ho mai lavorato in Italia ma credo che il Regno Unito sia molto meritocratico: se una persona è brava ha buone possibilità di crescita, tutti qui.

Dovrebbe essere sempre così semplice e immediato, no? Poi, sicuramente frequentare un corso universitario in UK aiuterebbe ad ottenere posizioni alte, ma anche così non mi posso lamentare.

Parlando del tuo lavoro: cos’è che fa di preciso un Event Manager? Quali sono i tuoi compiti?

Attualmente organizzo eventi per la Paramount Creative, un’agenzia di eventi, design e marketing che a breve festeggerà i suoi primi di 10 anni di attività.

Il nostro CEO è una persona molto acuta e con ottime doti imprenditoriali: anni fa ha visto nel mercato dell’intrattenimento e dell’hospitality un’opportunità, ed ha iniziato a produrre una guida. Poi è passato agli awards, un’industria che qui in UK è molto interessante soprattutto perché ci sono premiazioni più o meno per tutti i settori e le varie attività.

Nel portfolio della Paramount Creative rientrano anche gli Italian Awards, ed essendo io italiana mi è stata offerta l’opportunità di organizzarli per incrementarne l’autenticità. Il mio lavoro quindi è quello di organizzare il processo di votazione, comunicazione ed organizzare il gala finale dove vengono scoperti i vincitori. Quest’anno la Paramount Creative ha anche deciso fosse tempo di creare un festival italiano a Glasgow, “Sagra Italiana”, per celebrare la comunità italiana in Scozia durante la Festa della Repubblica. Ed eccomi qui a organizzare un festival a cui si sono già registrate 6000 persone.

Un’italiana che programma un festival italiano in Scozia. Alla fine, i punti si uniscono sempre…

Non avrei mai pensato di lasciare l’Italia, ma la vita mi ha proposto la Scozia e io l’ho accolta a braccia aperte. Mi sono innamorata subito della città, della sua storia, della sua bellezza e dopo un breve periodo mi sono trasferita stabilmente nella capitale scozzese.

L’occasione è avvenuta quando mi è stato offerto uno stage presso la branch scozzese della Camera di Commercio e Industria Italiana per il Regno Unito, che noi la abbreviamo in ICCIUK per comodità. Poi, ho aiutato una start up italiana di import, a cui è seguita la posizione manageriale alla ICCIUK e in parallelo il lavoro come segretaria al Console Onorario d’Italia a Glasgow. A gennaio ho iniziato con la Paramount Creative ed eccomi qua a parlarne con te.

Quindi in Scozia c’è una comunità di italiani forte, se avete deciso di organizzare anche un festival di unione su queste due culture, giusto?

Assolutamente sì, la comunità italo-scozzese è molto grande e le prime migrazioni di italiani, in epoca contemporanea, risalgono alla fine del 1800.

Mi affascina sempre molto parlare con italo-scozzesi di seconda o terza generazione e ascoltare le storie di quando le famiglie italiane arrivavano qui e aprivano gelaterie, gastronomie o anche fish&chips. Gli scozzesi, poi, sono un popolo super friendly sempre pronto a sorridere e ad aiutare la propria comunità. Che non per forza è fatta di soli scozzesi.

Quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere fuori dall’Italia? C’è qualche mito da sfatare oppure la vita all’estero è davvero così diversa da quella italiana?

Credo ci siano dei pro e dei contro. Essendo una giovane donna che ha ricoperto ruoli istituzionali (ad esempio: Branch Manager per la ICCIUK) mi sono sentita maggiormente ascoltata e valorizzata in UK.

In Italia è capitato che alcune persone non mi prendessero sul serio dato il sesso e l’età. Sicuramente ci sono differenze tra l’Italia e l’Inghilterra non solo dal punto di vista lavorativo, basti pensare che qui la gente è sì più rispettosa, ma d’altro canto non possiamo scordarci che l’Italia ha un sistema di welfare assolutamente migliore!

E in ambito lavorativo, invece?

Solitamente gli scozzesi lavorano dalle 9 della mattina alle 5 del pomeriggio, dal lunedì al venerdì, e poi vivono la propria vita. Gli ambienti di lavoro sono positivi e relativamente tranquilli. I colleghi sono carini e riconoscono il fatto che tu, straniero, stai lavorando in una lingua che non è la tua. Non mi sono mai sentita giudicata ma sempre supportata.

Per un giovane credo sia importante, se non fondamentale, essere supportato nella sua crescita professionale. In Italia per molti è difficile, tu cosa ne pensi?

Credo sia difficile per i giovani che entrano nel mondo del lavoro in Italia sapere che verranno pagati il minimo o che saranno sottopagati… Così facendo l’indipendenza è difficile da raggiungere. Personalmente, il mio mantra è fatto di tre parole che mi porto sempre dietro: determinazione, flessibilità e networking.

Ovviamente non voglio fare di tutta l’erba un fascio ma reputo sia un problema importante. Alcune regioni e/o settori dell’economia italiana hanno maggiori difficoltà, altri meno. Ad esempio, ho degli amici che hanno ottimi lavori mentre altri, anche se molto talentuosi, ancora non riescono a trovare un’occupazione.

Sarebbe bello ci fossero maggiori opportunità per i giovani e maggior rispetto per il loro lavoro (a cui dovrebbe essere riconosciuto uno stipendio adeguato o anche un riconoscimento delle proprie qualità e conoscenze, anche se appunto giovani). In altri Paesi europei forse c’è più attenzione per questi piccoli ma importanti dettagli.

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle realtà di vita conosciute all’estero?

No, non ho intenzione di tornare in Italia, almeno per il momento. Mi piacerebbe spostarmi in un posto più caldo, però. Così come mi piacerebbe lavorare maggiormente con i piccoli produttori alimentari o di bevande, contadini, e allevatori che mantengono l’autenticità e le tradizioni scozzesi vive. Magari occupando la posizione di Business Development Manager o di Liaison Manager all’interno di istituzioni scozzesi.

 

 

 

La magia del Natale a Londra

«Gesù è nato ad aprile, non a dicembre!», urla un ragazzo a Trafalgar square tra l’indifferenza dei passanti. Le strade di Londra sono cosí, piene di persone con religioni e convinzioni diverse. Ognuno che sponsorizza la sua causa, il suo dio, la sua ragione per essere su quel marciapiede.

Il Natale, come tutto a Londra, è multiculturale. Le canzoni festive parlano di Santa Claus, di pupazzi di neve e di notti invernali passate davanti a un camino. In una città come questa, si potrebbe pensare che il Natale perda la sua importanza. Tutto il contrario: nessuno è immune alla frenesia natalizia. 

Perché anche se non tutti credono al Natale nel senso cristiano del termine, lo spirito dello stare insieme e del donare in modo disinteressato è vivo più che mai. Quest’anno ho decorato l’ufficio insieme a colleghi di religioni diverse e non credo ci possa essere un modo migliore per tenere vivo lo spirito di pace e speranza che questa festa dovrebbe rappresentare.

Tra le tantissime iniziative che caratterizzano questo periodo, tre in particolare mi sono sempre piaciute:

  1. Christmas Jumper Day

I maglioni di natale sono molto popolari nel Regno Unito. Ci sono i classici, con Santa Claus, Rudolf o pupazzi di neve, oppure quelli più particolari, che si illuminano o cantano canzoni festive. A volte invece hanno scritte sarcastiche o giochi di parole. Quest’anno ne ho visto uno ispirato alla celebre canzone di Mariah Carey che recitava “all I want for Christmas is EU”.

Ogni anno però, il 15 Dicembre, Londra indossa i suoi Christmas Jumpers per raccogliere fondi da destinare ai bambini bisognosi.

Questa tradizione, sponsorizzata da Save The Children, compie quest’anno 5 anni. L’organizzazione invita tutti a indossare i propri maglioni natalizi il 15 Dicembre e a donare almeno £1 per la loro causa. Ci si può registrare anche per gestire una raccolta fondi, coinvolgendo amici o colleghi di lavoro.

  1. Secret Santa

Una tradizione diffusa molto in ambito lavorativo. Consiste nel pescare a caso il nome di un proprio collega e comprare un regalo che si pensa gli possa piacere. L’identità del “benefattore” rimane sconosciuta.

Ci sono intere sezioni di negozi dedicate ai Secret Santa: dai giochi da tavola portatili a tazze strane. Ovviamente aiuta conoscere la persona alla quale devi comprare il regalo, ma questa è anche una possibilità per stringere legami con persone con le quali si parla poco in ufficio. Solitamente si stabiliscono dei budget limitati, dalle 5 alle 10 sterline.

  1. Christmas Party

Una vera propria arma a doppio taglio, nonché l’incubo di qualsiasi medico e paramedico. In teoria, il Christmas Party è un’occasione per festeggiare non solo il Natale, ma anche la fine di un duro anno di lavoro.

L’organizzazione di queste feste varia a seconda della compagnia in cui si lavora: alcune organizzano cene o pranzi pagati per i propri dipendenti, che si svolgono almeno in parte all’interno degli orari di lavoro, altre invece organizzano dei drinks pagati o serate nei locali.

Tante sono le cose che possono andare storte durante questo tipo di feste, a tal punto che ogni anno, dalla prima settimana del mese in poi, molti giornali, riviste e blog scrivono le regole di comportamento da seguire per non fare figuracce o di come si può rimediare se non ci si è comportati come dovuto. D’altronde stiamo parlando di persone che devi vedere ogni giorno, tutto l’anno, e di feste alla quali partecipano spesso e volentieri direttori o proprietari della compagnia.

Il problema principale di queste feste (e anche uno dei problemi maggiori di questo Paese) è l’alcol. Ci sarà sempre  (ebbene si, SEMPRE) qualche impiegato che beve eccessivamente e finisce a imbarazzarsi davanti ai colleghi. La paura di essere fotografati o ripresi in uno di questi momenti spinge molti a vivere queste feste con ansia e preoccupazione.

“Per favore, fai attenzione quando bevi”, invitano dei cartelli in metro. Si perché finita la festa, spesso queste persone tornano a casa da sole e finiscono per cadere dalle scale mobili della metro (o peggio nel binario del treno), scivolare dalle scale e procurarsi ferite più e meno serie.

Immagini di ragazze o giovani sdraiati privi di senso su marciapiedi o panchine vengono pubblicate per sensibilizzare le persone a bere di meno. In una cittá come Londra, queste sciocchezze aggiungono una pressione significativa a un sistema di emergenza che combatte da anni tagli ai propri fondi a fronte di una popolazione che sfiora i 9 milioni.

Quando si tratta di persone sole e prive di sensi, i medici infatti si trovano costretti a intervenire, non sapendo nulla delle condizioni del paziente. Spesso, per assistere persone che hanno semplicemente bisogno di dormirci su, sono costretti a farne aspettare altri in condizioni piú gravi.

Una tradizione nata con delle buoni intenzioni, che purtroppo non viene vissuta da tutti nel modo corretto. Del resto anche il Natale, come tutto a Londra, non è privo di contraddizioni.

Le settimane precedenti al 25 sono tra le piú frenetiche dell’anno e in quei giorni sembra che tutti i difetti della cittá si accentuano: le persone sono piú stressate, dovendo aggiungere ai loro impegni quotidiani lo shopping natalizio e diventano cosí ancora piú scortesi del solito. Ai milioni di persone che vivono nella capitale si aggiungono migliaia di turisti, che vogliono vedere in prima persona la magia del Natale a Londra.

I negozi sono sempre pieni, con gli acquisti che vengono favoriti dai saldi invernali che hanno inizio il giorno dopo la festa del ringraziamento americano.

Le strade del centro, illuminate a festa dalla prima settimana del mese, si trasformano in un incubo per i residenti. Oxford Street, seppure bellissima in questo periodo, diventa un posto da evitare a quasi tutte le ore del giorno, a meno che non si abbia tempo di andarci alle 10 del mattino.

Ma poi, il 25 Dicembre, tutto rallenta. Non ci sono bus, né treni e quasi tutti i negozi sono chiusi (ad eccezione dei ristoranti, dei bar in zone turistiche e dei piccoli alimentari di zona gestiti prevalentemente da asiatici), per poi tornare alla normalitá dal pomeriggio del 26.

Londra il 25 Dicembre sembra il ricordo di un tempo passato. Un tempo prima che la cittá si riempisse di piú persone delle quali puó ospitare, prima che tutto diventasse cosí caro, frenetico e distante. Prima che la paura di una nostra foto sui social media ci impedisse di goderci le feste.

Tutto si ferma, in quel giorno. E quella per me, é la vera magia del Natale.

 

Mr. Nico, il prof di inglese in Ghana

Ci ho provato eh, lo ammetto. Mi avete scoperto, sono colpevole. Pensavo di cavarmela con un solo articolo pieno zeppo di riflessioni e senso critico, ma ovviamente immagino vogliate sapere di più di quello che ho fatto in questo mese in Ghana. Proverò a raccontare ciò che ho vissuto dipingendo un quadro, il più oggettivo possibile, della mia esperienza perché, sì, è giusto analizzare ciò che mi è accaduto usando la mia sensibilità, ma è altrettanto importante far in modo che i miei lettori possano contestualizzare propriamente quello di cui sto parlando. E quindi in un bar dell’aeroporto di Stansted mi appresto a fare un tuffo nei ricordi ancora freschi di un viaggio che ha segnato uno spartiacque nella mia vita. Posso dire con facilità che ci sarà una netta separazione tra ciò che è venuto “prima” e “dopo” la mia permanenza ad Accra. Perciò, allacciate le cinture e prendetevi un po’ di tempo perché vi sto per portare con me in un viaggio attraverso la capitale del Ghana e, fidatevi, il traffico qui è incredibile.

Professore d’inglese. Ecco cosa sono stato per un mese presso la University Staff Village Junior High School di Accra. Più precisamente Mr. Nico, il professore d’inglese, visto che volevo evitare problemi di pronuncia (neanche i miei amici inglesi sanno pronunciare correttamente “Nicola” dopo un anno che mi conoscono…). La possibilità di partire mi è stata data dalla mia università, l’University of Warwick, che ormai da circa dieci anni manda degli studenti in Ghana, Tanzania o Sud Africa per cercare di avere un impatto positivo sul sistema educativo locale. Così, a Gennaio, dopo aver fatto domanda e passato vari processi di selezione, mi hanno preso per far parte del progetto; la notizia è stata accolta con estrema felicità da parte mia e con estremo terrore da parte di mia nonna (credo non mi abbia ancora perdonato per averla abbandonata nella nostra casa al mare per tutto luglio. Sorry grandma). Dopo essermi finanziato il viaggio raccogliendo £1000 in sei mesi, l’1 luglio sono partito con altri cinque ragazzi e ragazze per il Ghana, dopo un training specifico per insegnanti.

Accra è una grande metropoli che rispecchia la situazione socio-economica del paese. E’ infatti una delle città più occidentalizzate del continente e, in relazione ad altre capitali africane, si trova in buone condizioni economiche. Tuttavia, basta camminare per le strade, anche le più centrali, per vedere come ancora oggi, alcune persone vivano in condizioni igienico-sanitarie problematiche, con gravi problemi economici. Questo significa che è facilissimo vedere delle ville, contornate da un muro col filo spinato, appartenenti a cittadini benestanti, che confinano con baracche di mattoni di terra e lamiere dove vivono intere famiglie. Per farvi un esempio, come accennavo nello scorso articolo, i miei studenti provenivano per l’85% da famiglie che vivono in condizioni di povertà. Per questo motivo, non era raro che i professori dovessero dare loro qualche cedi (la moneta ghanese) pur di non farli digiunare per un intero giorno. Un altro serio problema di questa città è il traffico, che non è un normale “traffico” come quello cui siamo abituati, ma è chiassoso, senza regole e paurosamente malsano. La precedenza te la devi prendere, puoi superare chiunque tu voglia, dovunque tu voglia e soprattutto, dubito altamente ci siano controlli sull’inquinamento causato dai veicoli che girano per la città. Morale: ogni tanto, tra una nube nera di polveri sottili e l’altra, se sei fortunato, arrivi a destinazione in orario.

Ma lasciamo da parte i problemi e parliamo di ciò che veramente interessa agli italiani: il cibo. Ho trovato due cose in comune tra gli italiani e i ghanesi: entrambi siamo estremamente rumorosi quando parliamo anche delle cose più stupide (sarà uno stereotipo legato a noi abitanti del Bel Paese, ma è uno di quegli stereotipi che la mia esperienza ha appurato), ed entrambi diamo molta importanza al cibo e all’atto di prepararlo. Perciò mi sono sentito a casa quando i professori, dopo aver cucinato per me, m’invitavano caldamente a finire tutto ciò che avevo nel piatto ed io da bravo ragazzo che deve ancora crescere, mi mangiavo tutto. “Ma cosa mangiavi quindi?”. Fagioli, platano, riso, pollo, pesce, banane e manzo: questi sono stati i principali ingredienti che a rotazione hanno composto i miei piatti. Tenete però a mente una cosa, il 98% delle volte erano fritti. Sì, avete capito bene e credo che anche il mio fegato l’abbia capito dopo un mese: non c’è stato un pasto che non abbia avuto qualcosa di fritto. Per carità, è stata un’esperienza fantastica provare quasi tutti i piatti tipici cucinati dagli abitanti del luogo, però credo che per la prossima settimana andrò avanti ad insalata e pomodori freschi. Senz’olio, prego.

Una caratteristica degli abitanti del Ghana che ho amato fino alla fine, è la loro ospitalità, che ad oggi può sembrare una parola vuota, senza più alcun significato e stereotipata ma in realtà vuol dire ancora molto. Significa semplicemente cercare di far sentire a proprio agio un ospite, e questo si declina in mille modi. Ad esempio, Victor-Lee, professore di inglese presso la Junior High dove insegnavo, mi ha portato nel suo orto dietro la scuola e mi ha mostrato con orgoglio i frutti del suo lavoro, tagliandosi la via tra le piante con un machete, per poi darmi da mangiare del granturco appena tagliato e bollito; Nimatu, professoressa di Ga (la lingua ufficiale della regione di Accra) ha risposto sempre con gentilezza a tutte le domande che le ponevo (erano decisamente molte) sulle religioni e le tradizioni locali; Elizabeth, prof di inglese, mi ha portato dal miglior sarto della zona per farmi fare un vestito su misura. E questi sono solo alcuni dei molti esempi che potrei nominarvi, perché l’intero mese ne è costellato.

Arriviamo al motivo principale per cui ho preferito partire per l’Africa piuttosto che rosolare al sole di luglio, in spiaggia, con “La settimana enigmistica” e nonna che mi sfama a dovere perché a detta sua sono “sciupato”: per quattro settimane sono stato un insegnante, e ammetto che non sia stato facile. Doversi ripetere più volte per farsi capire, tenere più di una volta la stessa lezione per diverse classi, finire la voce alla fine di ogni giornata e mantenere tranquilli cinquanta monelli, nel modo più creativo possibile, non è un lavoro facile. Un pensiero va a tutti i miei professori e a tutte le volte in cui, sfiniti, di fronte ad una classe che non li stava a sentire, hanno sbroccato con un “Io non ce la faccio più”. Posso finalmente dire che vi capisco e che siete i miei eroi. Anche se non sono mai arrivato a tale punto di saturazione, lo scorso mese è stato comunque una sfida. Quattro classi da circa cinquanta studenti ciascuna, con età che varia dai dodici ai diciotto anni che fremono di gioia ogni volta che entri nella loro classe, sono, viste da lontano, un bello scoglio, ma ora posso dire che ne avrei volute altre quattro in modo da conoscere addirittura altri studenti, altre storie, altri sorrisi. Non ne hai mai abbastanza dell’energia positiva che ti trasmettono.

La regola è solo una: più ti metti in gioco e più ti spingi fuori dalla tua comfort-zone, più ricevi in cambio da loro. E così, dopo le lezioni, mi fermavo a chiacchierare, ad imparare i loro balli tradizionali, a suonare i tamburi celebrativi e a cantare, e credo sia superfluo dire che il gioco è valso la candela. Non scorderò mai le gare di ballo che abbiamo organizzato con gli studenti del secondo anno, alle quali, ovviamente, ho preso parte anche io, provocando lo stupore dell’intera classe che non si aspettava che Mr. Nico fosse capace di muoversi a ritmo di musica. Musica che facevano i ragazzi semplicemente sbattendo a ritmo sui banchi e, fidatevi, non ho mai visto delle persone esprimere così tanta energia nella danza. Il ballo ha delle radici profondissime nella loro cultura e nella vita di tutti i giorni e credo che questo sia assolutamente affascinante.

Per quanto riguarda il puro apprendimento, mi occupavo di insegnare grammatica inglese e letteratura, cercando di rendere perfino i “verbi transitivi e intransitivi” interessanti agli occhi dei miei ragazzi. Ho capito che il segreto per portare a termine una lezione con successo è prepararsi a dovere in precedenza, per fronteggiare i tipici imprevisti che possono aver luogo in una classe, come gli studenti che arrivano in ritardo o fanno confusione. Inoltre, avere un gioco veloce da fare che coinvolga l’intera classe è sempre utile e mi ha salvato più volte. Tra una lezione e l’altra, dopo aver insegnato e imparato da loro allo stesso tempo, dopo 28 giorni me ne sono andato sperando di aver lasciato un segno nei miei studenti, anche piccolo, ma positivo.

E così, immerso in nuovi profumi, nuove abitudini e nuovi colori, per tutto luglio, mi sono lasciato cullare dalla calda e umida aria di Accra. Mi ha trattato come una madre e mi ha fatto addormentare tra le sue braccia, come in uno di quei sogni talmente belli che appena ti svegli, ne senti la mancanza. Forse perché ti hanno mostrato cose che desideri ma che puoi avere solo in sogno, e fa male doverle lasciare andare. Ed ora, a forza, mi devo svegliare, che lo voglia o no. Però in giro per la strada, non mi vedrete triste o pieno di rimpianti ma avrò il sorriso sulle labbra, perché questo non è stato un sogno, ma una dell’esperienza più intense della mia vita, e nessuna sveglia, col suo squillare, potrà farla scomparire.

Samsø: quando lo sviluppo sostenibile ha successo in un’isola danese

Lo sviluppo sostenibile sta alle altre facoltà universitarie come il secchione con un’attiva vita sociale sta agli altri secchioni: apprendere nozioni e regole è essenziale, ma uscire nel mondo reale e applicarle rende il tutto più intrigante. Ecco il motivo per cui mi piace molto questa materia, altrimenti non le dedicherei un intero blog: rende gli insegnamenti universitari addirittura “avvincenti” (sì, sono uno di quei secchioni…).

Vi porto perciò un esempio proveniente dalla Danimarca, dove i principi del sustainable development sono stati messi in pratica con estremo successo. Perché come dicevo nel mio primo articolo, è giusto definire tali principi e descriverli formalmente, ma lo sviluppo sostenibile è un qualcosa che si crea giorno per giorno con delle scelte, a volte anche rivoluzionarie.

E’ stata, infatti, una rivoluzione energetica che ha portato l’isola di Samsø dal 1998 a oggi, a diventare indipendente dai combustibili fossili e a produrre tramite fonti rinnovabili più energia di quella che consuma. Tutto cominciò quando Samsø vinse un bando del governo danese volto a finanziare un progetto che fosse in grado di ridurre le emissioni di gas serra in una piccola comunità. A guidare il cambiamento è stato Søren Hermansen, che prima di essere a capo di questa rivoluzione era un agricoltore. Ora egli dirige la Samsø Energy Academy con lo scopo di diffondere in giro per il mondo le soluzioni messe in atto dall’isoletta (1). Perché sì, Samsø è un’isoletta di 4500 abitanti, che però a testa bassa ha portato avanti qualcosa di incredibile. Infatti, ad oggi, quattro impianti bruciano biomassa, come paglia e scarti del legno, che sono comprati dai cittadini stessi, permettendo il riscaldamento della totalità delle case.

Inoltre, 11 pale eoliche e altre 10 turbine offshore producono 2,3 MW di energia che inevitabilmente avanza e viene rivenduta (2). L’eccezionalità di Samsø è però un’altra: l’intera comunità partecipa alla rivoluzione. I cittadini, infatti, sono anche i proprietari delle pale e i lavori necessari sull’isola sono stati fatti da artigiani locali.

Per “comunità” s’intende una realtà sociale caratterizzata da piccole – medie dimensioni (Samsø è, infatti, lunga 26 chilometri e larga 7, e copre solo 114 chilometri quadrati), dove i singoli interessi dei privati sono indissolubilmente e reciprocamente legati. Il tessuto sociale, le attività economiche, l’organizzazione delle risorse primarie e la sopravvivenza dell’ambiente locale sono fortemente influenzate dalle scelte prese dalla comunità. Ciò non toglie che realtà con un maggior numero di abitanti o che occupano territori più vasti possano avere anch’esse un forte impatto sulla vita dei cittadini. Tuttavia, quelle che definiamo come delle “comunità”, possono mettere in atto con più facilità delle scelte capaci di rivoluzionare in breve tempo l’intero sistema sociale. Questo è reso possibile dal fatto che i cittadini coinvolti partecipano in maniera attiva alla politica locale, potendo contare sulla centralità e l’importanza della collaborazione degli altri membri della comunità, com’è successo a Samsø.

Cooperazione è perciò la parola chiave che può spalancare le porte del cambiamento. Samsø non è la prima realtà dalle piccole dimensioni che, attraverso la cooperazione tra i suoi membri, è riuscita ad organizzarsi e a gestire con successo un bene comune (come l’energia in questo caso). Infatti, nel 1990, il premio Nobel Elinor Ostrom sottolineò in “Governing the Commons” l’importanza di far amministrare questi beni dalle singole comunità, com’era accaduto in passato in piccoli villaggi del Giappone, della Spagna e delle Filippine. Un bene comune o “common good” è un bene che può essere sfruttato da tutti che però, se utilizzato in maniera eccessiva, è destinato a finire. Faccio un esempio: in una foresta che non appartiene a nessuno, tutti coloro che vi possono accedere ne disboscano una buona parte per ricavarne della legna. Tuttavia ogni individuo proverà sempre a prenderne più del necessario, semplicemente perché “può farlo”, causando così con l’andare del tempo, la distruzione della foresta stessa. Ecco il problema dei beni comuni: come le noccioline ai buffet, ne prendi un bel pugnetto, anche se non te lo finirai mai, ma lo fai perché sono gratis.

Hardin nel 1968 ha definito questa situazione come una “Tragedia dei beni comuni”, e la tragicità sta nel fatto che questi beni sono destinati a finire, proprio perché sono molto facili da sfruttare e perché ogni individuo pensa solo al proprio guadagno. E questo succede anche all’energia, quando la si dà per scontata e la si considera semplicemente come “quella cosa che se pigio l’interruttore mi accende la luce”. E’ di vitale importanza, tuttavia, tenere in considerazione il suo stesso processo di produzione e il modo in cui viene utilizzata. Ciò può essere fatto con successo in una comunità dalle dimensioni limitate, come Samsø, dove la cooperazione e la comunicazione tra i cittadini permettono di superare i bisogni dei singoli per il bene dell’intera comunità. Samsø ha messo in atto gli insegnamenti di Ostrom, considerando l’energia come un common good che va amministrato coscienziosamente. Ecco perciò che quest’isola danese, facendo in modo che i cittadini siano anche proprietari delle fonti di energia rinnovabili, ha bypassato la “Tragedia” è ha messo nelle mani dei singoli, la sopravvivenza dei molti, con successo.

Spero che ora sia chiaro il perché della mia passione per lo sviluppo sostenibile: le soluzioni ai nostri problemi, in certi casi, esistono già. Basta saperle cercare. Non serve a granché riempirsi la testa di nozioni senza avere alcun contatto con la realtà, altrimenti il cambiamento non potrà mai aver luogo.

Samsø è perciò solo uno dei tanti esempi in cui la sostenibilità è stata messa in pratica con successo, dando la priorità al cambiamento, rompendo certi schemi prestabiliti, con un pizzico di coraggio. Soprattutto, sapere che da qualche parte nel mondo c’è chi “ce l’ha fatta”, può dare speranza e fiducia, può fare sentire meno soli, può dimostrare che magari, anche in Italia, il cambiamento non è un’aberrazione ma una possibilità.

 

 

 

Bibliografia:

(1) Lewis, D. 2017. “Energy positive: how Denmark's Samsø island switched to zero carbon”. The GUARDIAN. Link: https://www.theguardian.com/sustainable-business/2017/feb/24/energy-positive-how-denmarks-sams-island-switched-to-zero-carbon

(2) Giovannini, R. 2017. “Samso, modello Danimarca: l’ecorivoluzione è cooperative”. LA STAMPA. Link: http://www.lastampa.it/2017/03/31/scienza/ambiente/focus/samso- modello-danimarca- lecorivoluzione-cooperativa- eWL6SBWckv4gKsDJ2tZ3OJ/pagina.html

Vivere all’estero & portafogli: penny risparmiati sono penny guadagnati

Mi alzo e la prima cosa che vedo dopo aver spento la sveglia è un SMS automatico della banca che mi avverte che mi è stata depositata la paga del mese – ‘SOGLIA SUPERATA’ . E’ fine mese, è pay day, ed è sempre una sensazione di festa mista a sospiro di sollievo che fa dire a colleghi giovani e non: “Oh, birra dopo l’ufficio stasera allora?!”. In viaggio verso lavoro, tra una fermata e l’altra della metropolitana, usando il Wi-Fi delle stazioni, apro un paio di pagine sul telefono: apro ASOS e lo richiudo subito, apro Rightmove (piattaforma di agenzie immobiliari) per controllare se ci sono nuovi bilocali nella zona in cui sto cercando e, guardando gli affitti e i depositi, mi sento subito in colpa per aver fatto scorta di costosi avocado la sera prima.

Soldi e spese non sono esattamente uno degli argomenti più facili, o più socialmente accettabili di cui parlare in compagnia di amici e famiglia, specie all’inizio di una carriera / vita ‘adulta’. Come mezzo mondo sa, città come Londra sono armi a doppio taglio: piene di stimoli e tentazioni ma costose da far impallidire un fantasma. Pur con uno stipendio decente, che convertito in Euro, e applicato alla vita in Italia farebbe dire a chiunque “bell’inizio alla tua età!”, mi ritrovo a Googlare cose come “creare budget personali”, “tassi d’interesse sui conti risparmio”, oppure – per quando mi sento più avventurosa – “fondi investimenti per under 30”. In quest’ultimo anno e mezzo, sono diventata molto più responsabile finanziariamente, molto più accorta, accarezzando quella mentalità più zio Paperone che Paperino che stuzzica le mie manie di controllo.

Ci lamenta spesso in certi circoli di come la scuola (italiana ma ovunque è così, ve lo assicuro) non prepari a pagare tasse, a paragonare e scegliere prodotti bancari, a investire e risparmiare – partendo dall’importanza dei fondi pensione. Cose che però sono inevitabili nella vita, e finiscono per diventare un campo minato nel momento in cui s’inizia a diventare completamente indipendenti. Tuttavia posso dire che l’ambiente qui nel Regno Unito favorisce una certa auto imprenditorialità nel gestire le proprie finanze, sostenuta da agevolazioni governative e non verso i giovani che vogliono impegnarsi a mettere via qualcosina per il futuro. O ripagare i debiti d’onore delle università inglesi – argomento controverso che non mi permetto di toccare.

Ci sarà una spiegazione storica senz’altro, sicuramente dettata dal retaggio della Sterlina (nei secoli pre-Brexit per lo meno, e post-Brexit chissà), dell’importanza della City come una delle capitali della finanza globale, sarà l’etica protestante che ha nei secoli soppresso l’equazione ‘denaro = cosa sporca’. In lingua inglese, è un fioccare di editoriali sul Financial Times o The Economist di manuali di sopravvivenza per Millennials che vogliono essere finanziariamente stabili, blog di ragazzi e ragazze che vogliono sentirsi appagati nel lavoro che fanno e al tempo stesso vogliono assicurarsi di avere un futuro solido, coprirsi le spalle di fronte alle instabilità della macroeconomia targata anni ’10, lo spauracchio di affitti, mutui e carte di credito. Sì, la mia nuova passione sono approfondimenti di questa natura, quando prima la mia ricerca media su Internet era ‘rossetti rossi freddi o rossi caldi?’ (Scherzo. Forse).

L’atteggiamento intraprendente dei miei coetanei inglesi mi ha fatto abbandonare scetticismi magari tutti italiani (la bankehh!!1!), magari tutti miei, nei confronti di questo argomento delicato, che nessuno di noi – emigrati e non – può permettersi di soprassedere. Iniziative per i giovani rivolte all’educazione finanziaria sono un buon punto di partenza guardando a programmi per chi è ancora nella scuola dell’obbligo, ma bisognerebbe in generale favorire una cultura meno timida e più onesta sulla questione ‘denaro e come gestirlo’ anche per noi nella fascia di età 20-30. Una raccomandazione che va di certo di pari passo a necessari cambiamenti sistemici in Italia, in come il mondo del lavoro, le aziende e il settore finanziario stesso si rapportano con i giovani, nelle opportunità a disposizione. Il mio consiglio iniziale è riconoscere che l’argomento non deve essere taboo, e che è meglio prenderne dimestichezza fin da subito: dalle emoji di banconote 💵 📈 ai fogli Excel, vi prometto il futuro voi stesso vi ringrazierà per la lungimiranza.

Il problema delle fonti ritardatarie

“La pazienza è amara, ma il suo frutto è dolce” Jean-Jacques Rousseau

Trovare fonti autorevoli è una cosa difficile. Trovare fonti autorevoli ti rispondano prima della scadenza è praticamente impossibile.

La prima settimana da reporter del giornale dell’università è stato un susseguirsi di telefonate snervanti e continui messaggi su ogni piattaforma social disponibile: avessi avuto Snapchat all’epoca non mi sarei fatta particolari problemi pur di ottenere una semplicissima citazione da usare in un articolo.

Settembre 2014. Londra soleggiata, il che è già di per sé è un miracolo, ed un caldo post-estivo amplificato dalla presenza di 20 baldi giovani in una stanza mal condizionata piena di computer e stampanti in funzione. L’anno del referendum della Scozia – e che se lo sarebbe immaginata di finirci meno di due anni dopo – dei mesi di grande tensione tra Israele e Palestina – che poi quelli ci sono anche se le news non ne parlano, ma nel 2014 hanno fatto davvero paura – e dell’epidemia di Ebola che continuava a mietere vittime sul continente Africano.

Soprattutto era l’ultimo anno di triennale, quello che valeva la candela: i primi due anni erano stati un allenamento, un continuo stato di tensione e nervi che avevano portato a questa minuscola redazione dove, per sei mesi, dovevi sbatterti per costruirti un curriculum decente per un buon inizio carriera.

C’erano come minimo altri quaranta aspiranti giornalisti suddivisi tra due stanze con cui dovevi competere per ottenere almeno un anelato spazietto nel giornale che dovete aiutare a lanciare – perché quello vecchio, che era andato bene per gli ultimi otto anni, improvvisamente non piaceva più ai tutor quindi bisogna inventarsene uno nuovo – o sul sito online. Non c’era tempo per gli errori: tutto doveva essere perfetto ed il ciclo di notizie costante.

Ovviamente io, con quel fare un po’ smargiasso da Sabauda, ero partita con l’idea di fare un bell’articolo su come l’epidemia di Ebola stesse toccando le centinaia di studenti che stavano ritornando a Londra dalle vacanze estive.

In linea generale pareva una bella idea: la notizia dopotutto era corrente, c’era voglia di sapere cosa stesse succedendo ma senza dover leggere per l’ennesima volta un articolo ricco di roba trita e ritrita su come la malattia potesse diffondersi e gli effetti che poteva avere sulla gente.

L’aeroporto di Gatwick, in seguito ad un incremento di casi, aveva aumentato i controlli dai paesi di colpiti; il governo aveva emesso linee guida su come comportarsi su suolo britannico; la gente su Twitter si lamentava dei ritardi e delle code.

C’erano  tutti gli ingredienti per una storia perfetta.

Ma poi eccole, che si avvicinano come i Cavalieri dell’Apocalisse affamati di sangue e frustrazione: le fonti che decidono di non risponderti. Perché fondamentalmente io mica li contattavo per lavorare. Non sapendo cosa fare chiamavo il ministero dei Trasporti e quattro aeroporti diversi per divertirmi, eccerto.

12 ore, otto messaggi Facebook, nove messaggi diretti su Twitter e millemila telefonate dopo, la notizia non era più importante. I professori avevano deciso che il cambiamento in fondo sarebbe stato più stilistico che editoriale, quindi ci saremmo dovuti concentrare sulle notizie locali.

Ora, non dico che tra gli articoli scritti nelle prime 48 ore di vita della nostra rivista ci fosse un futuro premio Pulitzer, però è stato estremamente fastidioso dover abbandonare un progetto perché qualcun altro aveva deciso di cambiare le regole. Adesso mi rendo conto che è stata una fortuita lezione di vita.

Quei sei mesi di apprendistato, segnati da giornate di nulla totale seguite da ore di pressione soffocante, hanno fortificato la mia pazienza fino ad arrivare ad un livello disumano e mi hanno insegnato che alle volte bisogna aspettare. Aspettare per la storia giusta, le parole più adatte* per meglio trasmettere quello che veramente si è capito e si vuole passare ad altri. Mi hanno insegnato che non sempre la prima idea è quella giusta e che l’ispirazione prima o poi arriva per tutti.

La mia prima vera storia non vedrà mai le carta stampata, ma me la ricorderò sempre come una pietra miliare della mia carriera. Ne sono seguite molte – sui più svariati temi, partendo dalle recensioni fino ad arrivare ad un accoltellamento – e spero ne seguiranno altre.

* Questo non è assolutamente un tentativo di rientrare nelle grazie delle due editors di The Italians che purtroppo sono costrette ad aspettare a loro volta che l’ispirazione colga i loro bloggers. Assolutamente no, vi pare?

E poi un giorno parti e vai.

“Le nostre valigie logore stavano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevano altro e più lungo cammino da percorrere ma non importa, la strada è vita.” (Jack Kerouac)

Lunedí vado a Strasburgo. E voi penserete: bravissima, ma adesso cosa c’entra col tema del blog?

Fondamentalmente niente, ma in senso lato tutto. Perché io lunedí parto per il mio primo viaggio di lavoro, e per poter partire ho dovuto seguire l’iter burocratico stabilito dal dipartimento delle risorse umane, seguito da una catena di email con la Sig. Sabine dell’agenzia viaggi e culminando poi in una meravigliosa telefonata Edimburgo-Bruxelles nella quale ho tirato fuori tutta la mia conoscenza della lingua francese.

Fatto sta che dopo quasi due settimane di limbo – ma quindi parto? E i biglietti? Quale linea di budget ho? – adesso parto ed improvvisamente ho realizzato che la scuola è veramente finita. Non ci sono piú le giustificazioni di assenza, o i genitori che vanno a parlare coi prof.

Non proveró piú la sensazione mista tra euforia e terrore del tagliare il giorno delle interrogazioni di fisica, o le nottate sui libri di diritto dei media.

Ho iniziato a lavorare come stagista per il Parlamento Europeo ad Ottobre: come quando sono partita per l’università nel 2012, il mio trasferimento in Scozia è giunto un po’ inatteso, ma forse la sorpresa è stata dovuta al fatto che mi ero dimenticata di aver fatto domanda.

Definiamola la piacevole conseguenza di una crisi di panico causata dalla costante domanda: “Ah, ma quindi poi cosa fai dopo che ti laurei?” alla quale ho sempre voluto rispondere con un “Ah, ma quindi quando la smetti di fare domande del cavolo?”

Comunque… durante uno degli attacchi di panico causati dalla suddetta domanda mi sono ritrovata a fare quello che tutti i neo-laureati e laureandi si ritrovano a fare almeno una volta nella vita, ovvero la mega-ricercona su Google.

Ora, Google puó esserti amico come esserti nemico. La cosa importante è avere una specie di scaletta con le parole chiave piú ovvie legate ad una determinata area di specializzazione: nel mio caso, vista la mia istruzione e gli interessi personali, la scelta ovvia è ricaduta su “giornalismo”, “politica” e “internship”.

Ore dopo l’inizio della mia binge-session – che sarebbe probabilmente durata minuti se non mi fossi fatta distrarre da Youtube, ma lí sono scema io – mi sono ritrovata sul sito del Parlamento Europeo. Design semplice, molto user-friendly e soprattutto improntato sul coinvolgimento degli utenti grazie al trucchetto del colore blu, ma questa parte è probabilmente involontaria.

Trovata la sezione stage, mi sono trovata a contemplare le varie opzioni offerte, suddivise in:

● Graduate traineeship, anche dette Robert Schuman traineeships, offerte a candidati laureati con interessati ad un percorso generale, per giornalisti o dedicato ad un approfondimento sul lavoro del Parlamento in materia di diritti umani (stage Sakharov). Si possono svolgere nelle tre sedi principali degli uffici (Strasburgo, Bruxelles o Lussemburgo) oppure negli uffici informazione del Parlamento (EPIOs) che si trovano nei paesi membri;

● Training placements per studenti con diploma di scuola superiore o studenti universitari i cui corsi includono uno stage obbligatorio;

Per essere accettati in questi programmi bisogna sapere almeno una delle lingue ufficiali dell’Unione Europea – Inglese, Francese o Tedesco. Se però decideste di fare richiesta per uno stage in uno degli EPIOs dovete dimostrare di parlare la lingua del paese selezionato.

Scelto il percorso giornalistico ho compilato il form – ovviamente creato per creare ulteriori crisi di nervi grazie ad un delizioso limite di quindici minuti di tempo per la compilazione – e premuto invio. Circa tre mesi dopo (la scadenza per il periodo Ottobre-Febbraio è a Maggio) ho ricevuto una mail che non definirei proprio di conferma vista la mia confusione per circa due mesi prima dell’inizio dello stage. È stata la riprova che la terminologia burocratica è confusionale indipendentemente dai limiti nazionali.

Il 1 settembre mi è arrivata l’approvazione ufficiale del mio stage ad Edimburgo. E sí, mi sono sentita un po’ Harry Potter.

La squadra è piccola, e anche l’ufficio è minuscolo rispetto all’edificio Pierre Pflimlin che ospita gli EPIOs durante la sessione di Strasburgo, ma la ridotta dimensione aiuta a sentirsi subito parte del team. Ho un mio ufficio, e dei colleghi disponibili che mi aiutano a districarmi nella complessa realtà delle politiche Europee e Scozzesi.

A Strasburgo – una delle “missioni” previste durante il periodo di stage – sarò invece circondata da altri stagisti con i quali affronterò i labirintici edifici delle istituzioni europee durante la sessione del Parlamento, cercando di sopravvivere alle masse di eurocrati che ogni mese invadono la capitale dell’Alsazia e visitando uno dei piú rinomati mercatini di Natale d’Europa.