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Formentera – Autenticità Mediterranea fra l’apparenza Little Italy e hippie di plastica

Il gelido freddo invernale torna nuovamente a fare capolino, lasciando alle spalle il ricordo delle spiagge bianche ed incontaminate di Formentera.

83 chilometri quadrati di natura rigogliosa e mare cristallino che creano un nascondiglio perfetto per la società spagnola, ormai in minoranza in un’isola che avverte ogni giorno come meno “propria”.

Selvaggia e sconosciuta al turismo, è a partire dagli anni ’60, che l’isola iniziò ad attrarre turisti alla disperata ricerca di tranquillità ed isolamento.

In coincidenza con l’inizio del movimento Hippie l’isola divenne un rifugio per giovani nordamericani in fuga dalla guerra del Vietnam.

La loro filosofia “Make love, Not war” si rispecchiava perfettamente e sembrava quasi prendere forma dalla purezza dall’isola, fattore che attrasse artisti del calibro di Bob Dylan, Pink Floyd, Bob Marley incuriositi del richiamo di libertà che Formentera rappresentava.

Il turismo internazionale e libertario degli anni ’60 è ormai stato sostituito da tempo dalla predominanza egemonica di tedeschi, francesi, britannici e soprattutto italiani nel mese di agosto, rimpiazzando il turismo spagnolo.

Sotto il motto: “L’isola assoluta, l’ultimo paradiso” le campagne di marketing volsero la loro attenzione a clienti dall’alto potere acquisitivo,  come celebrità e sportivi italiani, attratti soprattutto dalla privacy che Formentera offriva.

L’ascesa del turismo italiano sull’isola coincise precisamente con il crollo del turismo tedesco conseguente la caduta del muro di Berlino, in più la recessione economica spagnola fece si che Formentera non fosse conveniente per i Teutoni.

La comunità italiana di fatto è stata l’unica a crescere, delineando un incremento importante nel settore dei servizi associato ad un marchio italiano, che mantiene  però l’attrattiva di destinazione insulare Mediterranea.

Ad oggi non solo la presenza di imprenditori è diventata evidente, ma un numero significativo di italiani è passato ad abitare l’isola solo nel periodo estivo, a stabilirvisi tutto l’anno, dove sono perfettamente integrati, così come altre nazionalità.

Tenendo conto che la popolazione non spagnola per Formentera raggiunge il 35% del totale dei residenti, gli italiani registrati un anno fa erano 1.022.

In fondo Formentera è abbastanza lontana per essere un buon rifugio e sufficientemente vicina per non scappare per sempre…

Visto dalla spiaggia bianca e selvaggia, il nazionalismo, di qualunque bandiera esso sia, si sgretola come un castello di sabbia e lascia spazio ad un mix di culture che le rende impermeabili alla convivenza.

Per questo motivo, non è strano veder convivere in pace ed armonia ginepri polverosi, greggi di capre ed anziani hippie, con designer internazionali e milionari bohémien ritirati in case dall’aspetto rustico, ma dal valore di milioni di euro.

“L’Isola toccata dagli dei, scolpita dai contadini ed abbracciata dai ribelli” muta completamente dipendendo dal periodo dell’anno.

Isolata e quasi deserta durante l’anno, fatica a mostrare il suo volto più ancestrale tra la marea di turisti che ogni anno accorrono a flotte nei mesi di luglio e agosto nella disperata ricerca della felicità che sembra molto più accessibile a Formentera, che in qualsiasi altro posto.

Gli italiani hanno si contribuito a rendere Formentera il paradiso di coloro che cercano il connubio perfetto tra il naturale e il sofisticato, tra il basso profilo e l’opulenza, ma al caro prezzo dell’anima.

Questo spoglio non passa inosservato all’osservatore attento che capita sull’isola nei mesi estivi. È una sensazione di tradimento dell’utopia che non sono riuscita a togliermi di dosso.

La mia ultima istanza sull’isola è coincisa proprio con l’annuale Festa “hippie” Flower Power che raduna ogni estate una moltitudine di turisti over 35 e millennials al Faro de la Mola, capo Nord dell’Isola.

Addobbano i loro capelli con fiori rigorosamente di plastica e vestono vestiti dai colori sgargianti, ballando sotto le note di classici anni ’60, ’70 e ’80, in quella che è tutta una metafora di “sesso, droga e rock & roll” della filosofia hippie, perduta e riconvertita in edonismo capitalista e vuota nel significato.

Hippie di Plastica, caricature degli ultimi veri hippie rimasti ormai in minoranza sull’isola, ma che continuano a trasmettere i loro messaggi libertari di Peace & Love, in un paesaggio criogenizzato che aspetta silenzioso e puro di resuscitare all’affacciarsi dei primi raggi del sole di ottobre.

Finalmente è arrivato il tanto agognato ottobre e Formentera si prepara a dire addio ai vestitini leggeri dei turisti e ai loro bikini dai colori fluorescenti, alle code nei bar e nei ristoranti alla ricerca disperata di un tavolo, la paella da 50 euro. Addio alla difficoltà nel cercare di stirare l’asciugamano negli angoli rocciosi delle migliori Cale, agli yacht dei multimilionari e soprattutto Addio a tutti coloro che anche quest’anno hanno raggiunto l’isola con il desidero di compiere i loro sogni di felicità, costruiti durante orribili ore di lavoro in ufficio.

 

Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani. Breve Riflessione Identitaria

La modernità italiana è un illusione. È un sovrapporsi all’antimodernità del passato, la cui incapacità di convergenza ha causato il frantumarsi del sogno identitario.

Con i nuovi scenari proposti dal declino degli Stati nazionali, processo lento, frutto di un progetto politico, la costruzione dell’Unione Europea, è possibile accertare nella nostra tradizione italiana, un orizzonte diverso da quello dello Stato cosmopolitico ed universalistico, proprio dell’Impero romano, della tradizione cattolica e della grande stagione rinascimentale.

Paradossalmente l’avvio della fase più delicata e complessa della costruzione dell’Unione Europea dà agli italiani una grand’occasione, quella di commutare il loro nazionalismo debole in una virtù civica cosmopolitica ed interculturale, di trasformarsi in costruttori e cittadini della nuova Europa ad un ritmo più rapido rispetto ai cittadini di Stati nazionali di lunga tradizione.

Un’occasione unica ci viene proposta da un nuovo contenitore che si definisce “cittadinanza europea”, la quale dovrà divenire quel grande regolatore di storie e culture nazionali da una parte, e dall’altra fare emergere le culture extraeuropee con le loro esigenze di autonomia.

Quindi un modo per mettere alla prova il confronto e lo scambio tra le culture sarà quello di sperimentare regole di partecipazione alla vita locale per tutti quelli che si riconoscono lealmente membri della stessa comunità e per i quali la parola integrazione, non vorrà significare fusione dello straniero nel corpo sociale, ma dovrà fare nascere una dinamica che fa evolvere tutti i sistemi culturali, quello delle popolazioni locali così come quello dei nuovi arrivati.

Vi è però una tendenza contraria di nazionalismo forte che interessa direttamente gli italiani Expat e che sto avendo modo di sperimentare personalmente.

Mi riferisco all’esatto momento di impatto culturale in cui noi expat ci riconosciamo altro, diverso dal resto. Nel mio caso un’italiana nella meravigliosa Barcellona.

In un momento dato egli o ella si sentirà assalire da un improvviso orgoglio per il suo essere italiano scoprendo di far parte di una lunghissima scia di compatrioti che non solo si sono sentiti veramente apparteneti a queste terre e che senza aver mai la senzazione di essere “in prestito” hanno contribuito attivamente all’atmosfera cittadina che tanto ci fa sentire a casa.

Si può avvertire un senso di appartenza ad un Paese molto forte, pur non vivendo fisicamente lì o pur non essendovi nati direttamente.

Ma il cosmopolitismo astratto non assume alcun senso privato delle radici, per cui bisogna sempre tenere ben presente la memoria di ciò che siamo stati.

Un lume che illumina la nostra geografia umana e che proietta la realtà di oggi verso un futuro consapevole.

A questo proposito voglio parlavi proprio di uno dei personaggi italiani più emblematici che hanno fatto la storia della Spagna, dell’Italia e della mappatura mondiale.

Colui che può certamente essere considerato il miglior Ammiraglio  della Flotta spagnola e del mondo allora conosciuto durante l’Età Media:

l’italiano Ruggero di Lauria.

Ammiraglio di Sicilia e D’Aragona (Scalea o Lauria ca. 1245-1304) la sua prerogativa fu il genio militare e navale.

Ruggero di Lauria è il genio tattico della guerra del Vespro, è l’uomo che trasforma la Sicilia e la Catalunya in fortezze marine inespugnabili in nome della Corona d’Aragona, invano assediate da coalizioni di nemici francesi della casa D’Angiò. Scopriamo che Ruggero di Lauria, l’ammiraglio che per lunghi anni tiene nelle sue mani i destini della Sicilia,della Catalunya e dell’Aragona deve la sua iniziale fortuna alla madre. È infatti figlio di Bella, l’amata nutrice della sveva principessa Costanza. Assieme alla madre è nel seguito della principessa in viaggio per sposare il futuro Re Pietro III verso l’Aragona, dove crebbe con la nobiltà aragonese.

Fu proprio Pietro il Grande ad investirlo cavaliere, data la sua “probidad, prudencia y amor a los intereses de mi corona.” Da quel momento in poi il suo ascenso nella corte fu folgorante, tanto che nel 1282 prese il comando della flotta aragonese.

Nel settembre del 1282, al comando di 40 triremi arrivò in Sicilia col compito di impadronirsi della flotta francese.

Le sue quattro vittorie successive tra il 1283 e il 1287 influenzarono in modo decisivo il corso della guerra dei Vespri siciliani e i rapporti di forza nel Mediterraneo occidentale, perché la flotta siculo-catalana poté ottenere la sovranità illimitata sul mare.

Giunse poi a Barcellona il 23 agosto 1285 con 34 galee, sconfisse presso Rosas una squadra francese di 25 galee. Questa vittoria decise anche le sorti dell’invasione francese in Catalogna, perché quell’esercito, privo di rifornimenti via mare, fu costretto alla ritirata.

Lo storico aragonese Muntaner non potendo dimenticare le origini italiche del futuro “gran capitano”, così conclude: “Pur essendo nato fuori di Spagna ed appartenente al lignaggio straniero, lo ho collocato tra i nostri uomini più celebri, perché fin da piccolo fu educato in Aragona, dove si formò e dove si stabilì. Combatté per l’Aragona, alla testa sempre di forze aragonesi: le sue  battaglie, la sua gloria, le sue virtù e persino i suoi vizi ci appartengono”.

I segni del suo grande amore, per la Catalunya e per il resto di Spagna che lo ha spinto a lottare eroicamente nel difenderla come propria, perchè la sentiva tale, lo troviamo ancora oggi corrisposto sia nell’immaginario collectivo, che presente nella vita urbana e attuale di Barcellona.

A Roger de Lluria (corrispettivo catalano di Ruggero di Lauria) è dedicata una statua commemorativa delle imprese eroiche in Avinguda de Lluís Companys  ed una strada del quartiere Eixample, ma non solo …

In grande segno di riconoscimento all’Ammiraglio la Regia Marina intitolò la corazzata Ruggero di Lauria, varata nel 1884, prima unità dell’omonima classe di pre-dreadnought. Anche la Marina Spagnola gli intitolò uno dei tre cacciatorpediniere della classe Oquendo.

Il suo nome risuona anche negli ambienti di cultura come nell’Università di Barcellona Pompeu Fabra, al quale è dedicato il cortile interno del complesso universitario.

Ma il maggior contributo moderno all’imbattuto ammiraglio e forse quello che mantiene vivo questo senso di orgoglio e di appartenenza è dato da una scelta sportiva.

Pochissimi sanno che i colori  blu e bianco della squadra calcistica dell’RCD Espanyol di Barcellona furono scelti in omaggio a Ruggero di Lauria, in quanto erano quelli del suo armoriale.

Siamo stati quindi un popolo di poeti, di artisti, di eroi, santi, pensatori, di scienziati, navigatori e trasmigratori, ma oggi cosa siamo?

Domanda che apre molteplici spunti di risflessione, di difficile risposta senza prendere in considerazione la voce crescente di chi per scelta vuole essere italiano, di chi ha deciso che vuole vivere precisamente lì.

Per cui la chiave per il futuro che ci darà chissà una maggiore consapevolezza di cosa significa oggi essere italiani, sarà riuscire a virere con coloro che amano il nostro Paese e che vogliono contribuire a creare quell’Italia che tanto sognamo da lontano.

 

Intervista ad Angelica Paolieri, italians a Madrid: «La fuga di cervelli? Vogliamo solo essere riconosciuti come professionisti»

Per l’Italia, la Spagna è quasi una sorella. O una cugina di primo grado, insomma, una di quelle persone con cui cresci per tutta una vita prima di diventarci inesorabilmente amiche. Il clima così simile e accogliente, una lingua che sembra risuonare conosciuta nelle orecchie, i sorrisi aperti e, soprattutto, la vicinanza culturale e fisica verso casa.

Quando dici Erasmus mediamente sei italiani su dieci pensano alla Spagna, e così è stato anche per Angelica Paolieri, 32 anni nata e cresciuta a Città di Castello (in Umbria). Ma nonostante questo, per lei arrivare a Madrid è stata prima di tutto una scelta e una necessità: «Avevo già maturato l’idea di allontanarmi dall’Italia e, poiché avevo già studiato e vissuto in Spagna, ero decisa a tornare qui. All’inizio avevo escluso come possibili mete sia Madrid che Barcellona, non mi attraeva il pensiero di vivere in città molto grandi. Ma nella vita mai dire mai e così, seguendo il corso degli eventi, due anni fa sono finita proprio a Madrid. A parte qualche piccolo aggiustamento di abitudini, come calcolare 30 minuti di tragitto per arrivare puntuale a qualsiasi appuntamento, la vita a Madrid non è molto differente dalla mia cara provincia umbra.».

Lontano dai cliché e dalle consuetudini imposte, la quotidianità in Spagna è stata una vera sorpresa per Angelica. Soprattutto per la burocrazia, invece uno dei tasti dolenti italiani: «Non riuscivo a crederci all’inizio, ma qui è veramente tutto molto più semplice e agevole rispetto che in Italia – racconta – esistono applicazioni per qualsiasi cosa, sia per prendere appuntamenti dal proprio medico di famiglia che per fare ogni tipo di documento. In questo modo eviti che ci siano ritardi o code, almeno nella maggior parte delle volte».

Anche a livello lavorativo la capitale della Spagna è stata una scoperta: «Qui è tutto molto più rapido e snello e, per chi ha voglia di coglierle, ci sono molte opportunità per fare carriera. Quando sono arrivata ho subito trovato lavoro e, anche se non era quello per cui avevo studiato, ho accettato per imparare e conoscere le persone, la cultura, la città. Certo – prosegue Angelica – non in tutta la penisola le condizioni lavorative sono le stesse, ma a Madrid c’è molto ricambio di gente e lavoro». 

Ma facciamo un passo indietro. Per l’intervista di aprile niente domande scritte: con la nostra italian del mese Angelica abbiamo parlato di giovani, opportunità lavorative, formazione e – ovviamente – della cosiddetta fuga di cervelliUna sorta di flusso di coscienza alla James Joyce, per intenderci, condita di suggerimenti e anche un po’ di nostalgia. La sua è una storia di coraggio, una di quelle dove anche solo per muovere un passo e iniziare a camminare verso i propri obiettivi bisogna crederci con tutte le proprie forze.

Attualmente, Angelica lavora nel campo della moda e del design a Madrid, dove si occupa di consulenza di immagine in una gioielleria nel distretto commerciale di lusso, scrive contenuti per marchi e riviste del settore, collabora con un profumiere artigianale e con un’agenzia di comunicazione e disegno. «Ho molti progetti in cantiere, anche se riguardano tutti Madrid per il momento – aggiunge, una nota di rammarico nella voce – a livello formativo ho iniziato un corso organizzato da una famosa rivista di moda per specializzarmi nel personal branding, mentre a livello lavorativo assessoro imprese che vogliono entrare nel mercato spagnolo».

La sua vita in Italia, prima, era molto diversa: dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza, Angelica ha lavorato in uno studio legale come praticante e poi come avvocato. Ma la passione per la moda le è stata sempre accanto in questo percorso, tanto da farle scrivere una tesi di laurea magistrale incentrata sul contratto di franchising comparato tra Italia, Francia e Spagna.

Per reinventare se stessa e realizzarsi completamente, Angelica ha dovuto cambiare paese: «Sono partita con la voglia di uscire dalla mia zona di comfort e di seguire la mia vocazione personale – spiega la nostra italian del mese – ero abituata ad una professione fatta seduta sulla sedia e china alla scrivania, ma adesso sto imparando a gestire una nuova vita composta da più attività, più moderna, una vita concreta e possibile perché qui la flessibilità oraria e soprattutto quella mentale è considerata fondamentale». 

Il filo rosso di tutte le sue esperienze fuori dall’Italia è sempre stata la Spagna, quasi un porto sicuro dove tornare, riempire di nuove conoscenze il proprio bagaglio e quindi ripartire nuovamente. La prima esperienza lontana da casa è stata a 14 anni in Olanda con uno scambio culturale, poi l’Erasmus a Siviglia, poi Strasburgo per l’Erasmus Placement e quindi di nuovo la Spagna con un master all’università di Salamanca in Diritto spagnolo per giuristi stranieri.

«A livello di competenze noi italiani non abbiamo nulla da invidiare agli altri – commenta ancora – quello che manca al sistema universitario italiano è la pratica, una proiezione verso il futuro fuori dalle aule. Studiamo molta teoria e quando ci laureiamo alla  fine siamo pieni di nozioni, anche se poi magari troviamo difficoltà a fare una fattura o scrivere una lettera».

La soluzione ideale? Una mediazione tra diversi sistemi di formazione, anche se per essere competitivi nel mercato globale non è ancora sufficiente: «Dobbiamo puntare di più sulla conoscenza delle lingue straniere e sulle competenze tecnologiche – suggerisce Angelica – e forse dovrebbe essere obbligatorio fin dal percorso scolastico inserire almeno un’esperienza all’estero. Perché è veramente importante entrare in contatto con una lingua straniera fin da giovani, non come materia da studiare, ma come strumento di comunicazione e di confronto».

Un dialogo a più voci e a più lingue consentirebbe forse all’Italia e ai suoi giovani di sentirsi parte di un mondo che gira intorno a loro e che cambia ad ogni battito di ciglia, e la possibilità di esprimersi frenerebbe forse l’allontanamento (volontario e non) di così tante persone. «La fuga dei giovani italiani dipende dalla nostra voglia di essere riconosciuti come professionisti – conclude Angelica Paolieri – il mercato del lavoro e le istituzioni italiane tendono a vederci come una risorsa da cui attingere e non su cui investire. Passiamo anni a collezionare titoli, passando per lunghi tirocini per arrivare poi, se tutto va bene, alla firma di un contratto di lavoro imbarazzante. Eppure abbiamo ancora voglia di provarci, molto da offrire e voglia di rimanere».
Alle giuste condizioni.

CatalExit… o meglio Catalessi dei popoli

«Rachele, cosa ne pensi tu della Questione dell’Indipendenza Catalana?».

Me lo chiedono ormai da mesi, i miei compagni di Università, i genitori dei miei amici durante le cene a casa loro, i miei conoscenti internazionali e persino il portiere dell’edificio in cui abito. Per cui dopo mesi di parole ed opinioni dispensate, sento il bisogno di raccontarvi cosa significa essere un’italiana nella schismogenesi catalana.

Sabato mattina ore 10.00, un cartello segnaletico reca inciso nella parte superiore “Benvinguts a Vall de Torroella” e continua con “ Municipi per la Independència”, 365 abitanti censiti, ora 367, ma  solo per un weekend.

Attraverso i 14 ettari da parte a parte della cittadina industriale della Catalogna profonda, senza poter fare a meno di chiedermi cosa abbia spinto questi 365 abitanti, tanti quanti i giorni dell’anno che abbiamo appena visto concludersi con epocali colpi di scena politici, a gridare il loro schieramento politico attraverso l’urbanizzazione.

Da dove nasce l’esigenza di un catalano di schierarsi e di volerlo manifestare subito dopo un Benvenuto nella mia casa? A me che sono una ragazza del centro Italia, abituata a Roma in cui la massima espressione di divisione sociale è data dalla Squadra del cuore – Roma o Lazio, Curva Nord o Curva Sud, di padre in figlio – risulta abbastanza enigmatico da comprendere.

Ma qui in Catalogna si respira un sentimento identitario definito e partidario in ogni calle dopo lo scorso primo ottobre. Si sente nelle chiacchiere a bassa voce fra compagni di studi nella biblioteca dell’università, nello spogliatoio della mia squadra di calcio del quartiere San Gervasi, nel saluto del  barista che mi serve un café con leche la mattina. Ma soprattutto si avverte nella protesta silenziosa sui muri de las ramblas, sui balconi delle case di Barcellona, dai quali sventolano rigogliose bandiere spagnole o catalane indipendentiste. La città si schiera ad ogni angolo.

Si può così calpestare un mattonella dipinta con un bianco “SI”, volutamente pro indipendentista e al seguente passo trovarsi ad entrare in un portone con lo slogan ” Viva el Rey, Viva España”.

Sì, proprio Barcellona, la mia Barcellona, la stessa che mi ha mostrato nel cuore delle sue stradine che ad ogni persona appartengono innumerevoli quanto diverse identità con rispetto al territorio che si calpesta, in questi giorni dà la sensazione di aver perso la sua polifonia urbana a favore invece di un duetto illusorio e fratricida.

Sensazione che, come me, altri 25.000 italiani si trovano a vivere ogni giorno nella metropoli catalana, trovandosi nella condizione di incertezza non tanto economica o politica, quanto sociale. Non sai mai in che momento qualcuno possa chiederti la tua opinione a riguardo ed è lì che un italiano a Barcellona decide di schierarsi, divenendo anche lui parte di quell’arte metropolitana di politica viva da bar.

Ma ciò che sta succedendo in Catalogna lo si può definire come un vero e proprio processo di schismogenesi. Per chi non la conosce, questa parola è stata coniata negli anni trenta dall’antropologo e genio della teoria della  comunicazione Gregory Bateson ed è un concetto che descrive e analizza i conflitti cronici che hanno un aumento considerevole di aggressività reciproca tra  due parti contrapposte.

Processi graduali e sostenuti nel tempo, fino a che giunge un momento nel quale non è chiaro quando è iniziato tutto e abitualmente le parti si accusano a vicenda di essere gli iniziatori e gli unici responsabili del conflitto. Lo fanno adducendo e ingigantendo dettagli e parti che gli danno ragione, e minimizzano l’importanza dei fatti e delle argomentazioni di cui si serve la controparte.

Dovuto alla gradualità, succede che, fin quando il processo non è avanzato, le persone che vi sono coinvolte non sono coscienti né della gravità che ha raggiunto il conflitto né del cambio profondo che stanno provocando come soggetti.

Ed è qui che arriviamo al vero problema: ci sono due legittimità, quella spagnola centralista e quella catalana indipendentista.

Ognuna per natura e ricorrenza differente, però in questi momenti entrambe vissute come pienamente legittime dalle persone dei due gruppi umani.

Il tutto chiaramente sta succedendo in un unico spazio politico caratterizzato da una unica legalità vigente, il che lo rende particolarmente complicato.

In questa dinamica si sono configurati due paradigmi opposti che si negano la legittimità a vicenda e che impossibilitano stabilire del tutto il dialogo.

Il peggio di tutto ciò è che sia dall’una che dall’altra parte si ha ogni volta meno rispetto della fazione contraria, perché ne considerano illegittime la loro posizione e le loro credenze, cosa che comporta una disumanizzazione sempre più cruenta dell’ “altro”.  Lo si dimostra con slogan del tipo “A por Ellos oé, a por Ellos oé” che incita alla distruzione della controparte o da “Amb la sang dels espanyols farem tinta vermella i escriurem amb la mà al cor Catalunya terra nostra” che in modo più letterario allude allo stesso obiettivo.

Questa polarizzazione finisce col coinvolgere tutti, dai gruppi di amici agli appartenenti dello stesso nucleo familiare e ovviamente sconosciuti incrociatisi per caso, che si sentono ogni volta di più obbligati a posizionarsi a favore di una delle parti.

Fino a quando durerà questa divisione sociale? Quali saranno le conseguenze? Ma soprattutto: come cambieranno gli approcci di integrazione per noi italiani?

Non siamo immuni dalla polarizzazione e no, non possiamo non avere un’opinione solo perchè al momento non ci sentiamo rappresentati da nessuna delle due ideologie.

Non siamo pienamente in grado di comprendere il conflitto, ma non possiamo nemmeno viverne al di fuori allo stato delle cose. Ci troviamo in una sorta di limbo; incastrati in una storia che involontariamente non sappiamo di portare nel sangue.

E non possiamo nemmeno negare quanto Barcellona abbia significato per noi che viviamo qui da tempo e quanto significhi, perchè sostanzialmente ha lasciato una traccia indelebile nella creazione di ciò che siamo oggi.

Io In questa città ho trovato me stessa; ai piedi del faro dell’antico porto di Barcellona, giusto nel punto in cui il 41° Parallelo Nord taglia il Meridiano Dunquerque. Lo stesso che si utilizzò nel 1791 per definire la misura del metro come 1/10 000 000 del quarto del meridiano terrestre e grazie al quale diamo la misura di ogni nostro singolo passo.

Passi che continuerò a fare, fra una scritta “Llibertat als presos politics” e un “ Eres mi único Amor, no tienes remedio” perchè sì, Barcelona tiene el Poder, un  grande potere: il multiculturalismo che plasma la ragione dei popoli, solo che sembra essere momentaneamente assopito.

Probabilmente la soluzione migliore (ma non la più apprezzata) sarebbe optare per una strada che invochi alla mediazione, con la speranza di trovare un accordo tra il governo spagnolo, il quale dovrebbe cessare ogni azione di repressione, e quello catalano, che dal canto suo dovrebbe abbandonare ogni pretesa di indipendenza.

In pratica bisognerebbe fare appello alla Politica nella sua forma più pura.

L’unica soluzione pacifica e realmente democratica in grado di risolvere la difficile situazione che si è creata sembrerebbe quella di dialogare, di aprire immediatamente un negoziato tra  le forze politiche in campo. ma al momento è estremamente arduo, se non dichiaratamente impossibile. Il tutto, si spera, prima che il sonno della ragione a cui si sta inesorabilmente andando incontro generi i suoi abominevoli mostri.

 

Welcome on board! Rachele Arciulo – blogger #theitalians

Barcellona è come una moderna Babele, si possono ascoltare fino a 50 lingue diverse su las Ramblas, dove ognuna trova il proprio posto in una armonica melodia urbana. Ogni angolo sembra stimolare il mutamento dell’osservatore attento, Il multiculturalismo è infatti  il suo vero potere e fonte creativa di identità.

Rachele Arciulo classe 1993, inizia il suo percorso di studi all’estero a 12 anni, iniziando a plasmare la sua coscienza internazionalistica prima in Francia e poi proseguendo la sua formazione in Inghilterra e in Irlanda.

Si laurea nel novembre del 2017 in Scienze politiche e Relazioni Internazioni nell’Università di Roma Tre, partecipando attivamente alla vita politica universitaria al servizio degli studenti. Nel 2016 lascia Italia per trasferirsi a Barcellona, dove grazie al progetto Erasmus+ studia nell’Universitad de Barcelona, uno degli ambienti culturali più dinamici e stimolanti della città.

Attualmente è calciatrice professionista nella Lega Catalana di División de Honor, per mezzo della quale gira la Catalogna. Nella vita è sempre attenta nel difendere e diffondere la coscenza dei diritti umani, contribuendo attivamente all’azione di ONU Spagna, ACNUR e UNICEF Spagna.

Inizia il 2018 collaborando con il Think Thank “The Italians” attraverso il blog 41* Gradi Nord, che si pone la main mission di dare una visione caledoiscopica della realtà italiana a Barcellona, suggerendo spunti critici di riflessione per un’immagine diversa dal Mito.