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Intervista doppia a Lorenzo Bartolozzi e Adriana Barrancotto, ingegneri felici in Irlanda, terra di boom economico

Questo mese noi di The Italians abbiamo deciso di raddoppiare: gli Italians di settembre sono due, e doppia è la loro intervista. 

Da una parte c’è Adriana Barrancotto, 27 anni, nata in provincia di Palermo e cresciuta a Polizzi Generosa, un piccolo paesino nell’entroterra siciliano, per poi approdare al Politecnico di Torino dove ha studiato Ingegneria energetica e nucleare. Dall’altra parte c’è Lorenzo Bartolozzi, 28 anni, nato a Marsciano in provincia di Perugia, e approdato anche lui a Torino per frequentare la stessa specialistica di Adriana.

Oggi Adriana e Lorenzo vivono insieme in Irlanda: due anni fa sono stati selezionati insieme per un progetto organizzato dal Politecnico e dalla regione Piemonte, che prevedeva un tirocinio post laurea in un’azienda a Cork che si occupa di progettare impianti a Biogas utilizzando l’energia derivante dai rifiuti. Tra una lezione di yoga (Adriana) e una di Muay Thai (Lorenzo) siamo riusciti ad intervistarli. Ci hanno raccontato del loro nuovo lavoro da ingegneri ma anche delle loro passioni, come il climbing e il trekking. Iniziamo dunque, partendo dalle donne!

Ciao Adriana! Sappiamo che siete in Irlanda, a Cork per la precisione. Ma dicci qualcosa in più: da dove partono le vostre strade e quand’è che si sono incrociate per la prima volta?
Io e Lorenzo abbiamo frequentato la stessa specialistica a Torino ma il destino ha voluto che ci incontrassimo in Irlanda. Abbiamo lavorato nella stessa azienda per il primo anno e mezzo anche se l’ultimo anno Lorenzo ha vissuto per la maggior parte del tempo a Derby, in Inghilterra, dove si occupava del collaudo di un impianto a Biogas mentre io, in un ufficio vicino Cork, ero coinvolta nella progettazione di un nuovo impianto. Tornava solo il venerdì sera e il lunedì mattino ripartiva di nuovo. Non è stato un anno facile ed è li che ho scoperto lo yoga.

Lorenzo, questa per voi è la prima esperienza all’estero? Inoltre: di cosa vi occupate adesso? Sappiamo che recentemente avete cambio lavoro, raccontateci
Io ho vissuto in Brasile per un anno mentre per Adriana questa è la prima lunga esperienza all’estero. Entrambi abbiamo cambiato lavoro sei mesi fa. Lavoriamo come Ingegneri di Processo/Progetto (Process /Project Engineer) in ambito farmaceutico ma per due aziende di consulenza diverse. Ci occupiamo di sviluppare progetti che contribuiscono alla normale produzione di vari farmaci. Si tratta di pianificare progetti, elaborare le specifiche per tutte le attrezzature, valutare la fattibilità di nuovi sistemi da connettere all’esistente impianto produttivo. Durante la settimana partecipiamo a meeting interni o con il cliente, collaboriamo con gli altri dipartimenti (elettrica, meccanica) per far fronte a problemi e fornire le soluzioni più adeguate anche dal punto di vista economico, ambientale.

Si tratta di un lavoro che in Italia non avreste potuto svolgere? A vostro parere l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani a mollare tutto, oppure quella di partire è più una vocazione personale?
L’industria farmaceutica si sta rapidamente sviluppando in Irlanda e ci sono spesso posizioni aperte per ingegneri. Svolgiamo il lavoro che farebbero due ingegneri chimici ma la grande richiesta e il nostro background ci hanno permesso di iniziare una carriera in questo settore. La scelta di partire per l’estero può avere svariate ragioni. Sicuramente ci deve essere una sorta di “vocazione personale”, data da curiosità, ambizione, voglia di cambiamento o di rimettersi in gioco. Per noi italiani si aggiunge anche la difficoltà di trovare lavoro e di accettare posizioni a condizioni che spesso sono più sfavorevoli rispetto ad altri Paesi esteri.

Nel vostro caso: quali sono le reali opportunità che avete potuto cogliere fuori dall’Italia? C’è qualche mito da sfatare?
L’Irlanda ci ha permesso di iniziare a lavorare subito dopo la laurea, di trovarci in aziende che ci hanno dato tante responsabilità fin dall’inizio anche se con chiare lacune di esperienza. Stiamo utilizzando tutti gli strumenti e le conoscenze acquisite al Politecnico e il tutto a delle condizioni che ripagano e premiano gli anni di studio e il lavoro svolto quotidianamente. L’Irlanda ci permette di essere soddisfatti lavorativamente, di prendere un aereo se lo stress del lavoro incombe, di apprezzare una giornata di sole sapendo che la pioggia tornerà a cadere presto che come metafora di vita ci spinge ad essere grati per ciò che abbiamo – anche se la malinconia per la lontananza da casa e la bellezza dell’Italia torneranno a farsi vivi.

Com’è trovare lavoro in Irlanda? Funziona bene il loro sistema di posizionamento, ci sono tante possibilità per inserirsi meritocramente? Rispetto all’Italia, in cosa è diverso?
L’Irlanda sta vivendo un boom economico e offre varie opportunità lavorative in diversi ambiti. La grande richiesta lascia poco spazio a raccomandazioni e il tempo dà modo ad ognuno di crescere, mostrare le proprie capacità ed essere ricompensato. Pensiamo che il maggiore gap con l’Italia sia dovuto alla diversa crescita economica che poi crea tutte le altre divergenze, come la mancanza di meritocrazia o le scarse condizioni lavorative che spesso offre il nostro Paese.

Come si lavora a Cork? Mi riferisco agli orari di lavoro, alla flessibilità, ai rapporti personali con i colleghi e alle opportunità di carriera. Ci sono delle cose che vi hanno stupiti, sia in positivo che in negativo?
Siamo molto soddisfatti del nostro lavoro e della crescita che stiamo avendo. Gli orari sono flessibili, basta fare le 40 ore settimanali, il che significa per esempio iniziare alle otto e finire alle cinque e mezza. Il venerdì si cerca sempre di finire per l’ora di pranzo per iniziare a programmare il weekend. C’è molto lavoro da affrontare durante la giornata ma ciò non toglie tempo a delle pause con i colleghi per fare due chiacchiere e sorseggiare tè con latte come si beve da queste parti. La loro disponibilità e gentilezza aiutano a superare eventuali difficoltà legate alla lingua o all’aspetto tecnico.
L’esperienza ci darebbe la possibilità di fare salti di carriera e rivestire ruoli più importanti come Senior Process Engineer o Project Manager.

Qualcosa sulla vostra vita in Irlanda: c’è una comunità di italiani lì? Vi sentite ben accettati, integrati anche negli spazi lavorativi, o ci sono pregiudizi che avete dovuto superare?
Gli Irlandesi e i paesaggi naturali sono la tra le cose più belle da menzionare. L’isola verde è piena di parchi naturali, foreste e percorsi di vari livelli. La Wild Atlantic Way è per esempio un lungo cammino sulla costa ovest, con viste mozzafiato sull’oceano e luoghi selvaggi in cui immergersi.
Tra gli aspetti negativi troviamo la crisi abitativa che l’Irlanda sta vivendo che solleva grosse difficoltà a trovare un alloggio e porta i prezzi ad aumentare continuamente. I servizi di trasporto non sono efficienti se non a volte del tutto assenti. Il costo della vita è più alto, dai trasporti agli alloggi, dalla sanità all’intrattenimento, ma comunque rapportati ai salari.
Il clima, si sa, non è dei migliori: la temperatura si mantiene intorni ai 10-15 gradi tutto l’anno e potrebbe piovere e spuntare il sole tutti i giorni. Cork, come Dublino, sono diventate ormai multiculturali. Ci sono molti italiani, spagnoli, brasiliani ben accolti dalla popolazione che, curiosa e solare, accoglie tutti a braccia aperte e pinte di birra tra le mani.

Lasciamo da parte il lavoro e concentriamoci sulla formazione. Lorenzo, te che hai vissuto e studiato lontano da casa, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici italiani e quelli brasiliani?
Ho vissuto un anno a Sao Paulo, in Brasile, grazie ad un erasmus extra UE. I primi sei mesi ho svolto lezioni curriculari presso la Escola Politecnica da USP, Universidade de Sao Paulo, e gli ultimi cinque ho anche svolto la tesi di laurea in un centro di ricerca chiamato IPEN. La sostanziale differenza tra i due sistemi educativi è che la Escola Politecnica da USP ha un approccio più pratico rispetto a quello italiano. Ad esempio, mi è stata data l’opportunità di partecipare ad un progetto il cui fine era la realizzazione di un prodotto da poter presentare ad un’azienda, dandoci la possibilità di confrontarci con il panorama industriale. Inoltre, gli esami erano diluiti durante l’arco dell’anno, metodo che permette allo studente di seguire e avere costanza evitando le “indigestioni degli ultimi giorni.”

Spesso voi expat venite definiti come “cervelli in fuga”. Adriana, ti senti una di loro? Secondo te perché oggi i giovani italiani preferiscono spendere le proprie competenze e professionalità altrove? Dov’è che l’Italia sta sbagliando, e cosa si potrebbe fare per invertire questo processo?
Il fenomeno della fuga dei cervelli, anche detto “brain drain” prevede l’abbandono di un Paese in favore di un altro da parte di persone qualificate che aspirano a trovare condizioni lavorative che gratificano il percorso di studi fatto. In base a questa definizione ci sentiamo parte di tale gruppo. I giovani di oggi sono in cerca di nuove esperienze all’estero, vogliono viaggiare, partire per l’erasmus. Sono tutte esperienze che permettono di conoscere nuove culture, migliorare la lingua, crescere al di fuori del proprio nucleo familiare e affrontare situazioni al di là della propria comfort zone. La globalizzazione e il multiculturalismo arricchiscono un individuo ed avere la pretesa che ognuno rimanga nel luogo o Paese in cui è nato ha lo stesso effetto di mettere una benda agli occhi e non far conoscere il proprio potenziale. Il problema è che in Italia lasciare e partire per un nuovo Paese spesso non è una scelta, ma l’unica alternativa possibile per costruirsi un futuro solido. Chiunque dovrebbe avere la possibilità di partire e tornare nel caso in cui lo voglia. Lo stallo economico del nostro Bel Paese lascia poca speranza ad un ritorno a chi, come noi, va via, e parte non più per un’avventura ma per maturare l’idea che casa è solo un nome che diamo al luogo in cui viviamo serenamente, seppur lontano dalla famiglia e da altri affetti.
Sempre legato alla gelata della nostra economia c’è poi l’incapacità da parte dell’Italia di attirare giovani stranieri e di creare il processo inverso. In tal caso, non esisterebbe una perdita di capitale umano qualificato, e la cosiddetta “fuga dei cervelli” potrebbe chiamarsi ricircolo o scambio dei cervelli.

Per concludere: quali sono i vostri prossimi progetti? Avete in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le vostre competenze e il vostro talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita? Oppure la vostra vita è ormai in Irlanda?
Vediamo l’Irlanda come il posto migliore in cui vivere al momento data la potenziale crescita professionale che ci riserva. Non sappiamo se staremo qui a vita ma non diamo nemmeno per scontato di tornare in Italia. Abbiamo un piano A che prevede di stare ancora per qualche tempo a Cork e magari spostarci in qualche altro luogo, prima di tornare definitivamente in Italia. Il piano B, quello più realistico, lascia spazio ad imprevisti e cambi di programma. Di certo ci auguriamo di continuare a progettare insieme e di sentirci a casa ovunque andremo.

 

Intervista ad Agnese Daverio, Production Manager dell’Edinburgh Jazz & Blues Festival e Festival Producer per Jazz Scotland

Crevoladossola, piccolo paesino a Nord del Piemonte a due passi dal confine svizzero. É da qui che inizia la storia della nostra Italian del mese, Agnese Daverio (28 anni), attualmente a Edimburgo dove lavora, da quattro anni, come Production Manager dell’Edinburgh Jazz & Blues Festival e Festival Producer per Jazz Scotland, l’organizzazione leader per la promozione del jazz in Scozia. In più, da gennaio è anche presidentessa dell’Associazione no profit “Be United”, che organizza eventi di vario tipo (festival, workshop, teatro, danza, ecc.) al fine di promuovere la multiculturalità e l’inclusione in Scozia.

Una vera passione che si è trasformata in un lavoro, la sua. Ma prima, Agnese ne aveva avute di esperienze all’estero: un’estate in South Dakota (US) nel 2003, una ad Osaka (Giappone) nel 2005 e un intero anno di scuole superiori in New Mexico (US) vivendo con famiglie del posto per poi rientrare e finire gli studi al liceo linguistico in Italia. Poi l’Erasmus a Stoccolma e quindi, inizialmente per un Master di un solo anno, le valigie per la Scozia.

Abbiamo chiesto ad Agnese di raccontarci dei suoi sogni, dei suoi progetti, della sua Italia vista dalla Scozia. Ecco quel che ci ha risposto…

Il trasferimento a Edimburgo faceva parte di un tuo progetto oppure hai seguito, per così dire, le opportunità della vita?

Ormai sono nella capitale scozzese da cinque anni, non mi sembra vero! Tutto è iniziato dopo la laurea triennale in Scienze Politiche a Pavia: era il 2012, sapevo di avere bisogno di un titolo di studio che potesse differenziarmi sul mercato del lavoro italiano in primis, ed europeo in secondo luogo. Quindi la decisione di guardare all’estero, soprattutto al Regno Unito. Dopo una ricerca iniziale delle varie opportunità, un’amica mi suggerì di guardare ad Edimburgo, così decisi di fare domanda per frequentare il corso di Festival and Event Management alla Edinburgh Napier University. Mi presero, feci le valigie e poco dopo mi ritrovai in questa (allora nuova) città per iniziare una nuova sfida.

Ma la mia passione per l’estero nasce dai racconti di mia madre che, già negli anni ’70, decise di fare un anno di studi in una piccola cittadina del Sud Dakota. Anche io ho sempre sentito il bisogno di esplorare, di allargare i miei confini e conoscere persone e culture diverse (non da mera turista, ma diventando parte della cultura stessa, cercando di capirla vivendola). Così, grazie all’organizzazione Intercultura, ho vissuto per due mesi in una famiglia giapponese e per un anno in una famiglia americana durante il periodo liceale; entrambe esperienze uniche che mi hanno cambiato la vita, consolidando il mio percorso verso l’estero. Volevo sempre di più diventare una cittadina del mondo a tutti gli effetti. Durante l’università ho frequentato un anno di studi all’Università di Stoccolma, per poi rientrare in Italia e conseguire la laurea, prima della partenza per la Scozia.

A tuo parere, l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani a mollare tutto oppure quella di partire è più una vocazione personale?

Credo che sia una combinazione delle due. L’estero, o meglio il Regno Unito, per il momento, offre davvero molte più opportunità rispetto all’Italia. La disoccupazione, soprattutto quella giovanile, è molto bassa e c’è la possibilità di fare carriera in fretta. Ma soprattutto qua in Scozia la meritocrazia è un valore seriamente rispettato: se si è bravi, si fa carriera velocemente e si aprono in fretta tante porte (indipendentemente dall’età o dal sesso). Ovviamente trasferirsi all’estero non è sicuramente una passeggiata, richiede parecchi sacrifici e la strada da percorrere è piena di ostacoli; in primis bisogna fare i conti con l’isolamento, perché la rete di amicizie e conoscenze viene subito a mancare – che non è un problema da sottovalutare. Quindi, indubbiamente, ci vuole un pizzico di vocazione personale per trovare il coraggio di fare questo passo per un lungo periodo. E ci vuole una grande forza interiore che aiuti a tenere duro nei grandi momenti di difficoltà.

Detto questo, una volta che si inizia a vivere all’estero, la cosa diventa parecchio la norma – anzi, una vita sedentaria nello stesso paese di provenienza sembra quasi impossibile; soprattutto per persone della mia generazione. Per la maggior parte dei cittadini europei di oggi – e sicuramente almeno per quelli sotto i 40 anni – è la norma spostarsi da uno stato europeo all’altro durante il periodo scolastico e lavorativo. L’Europa è relativamente piccola e, grazie a compagnie di trasporti low cost e vari progetti di scambio nelle scuole, oggi ci si può spostare molto facilmente e senza aver bisogno di grandi risparmi. Certo ci vuole la voglia di fare, di imparare e di voler mettersi in gioco, partendo dalla conoscenza di una lingua straniera.
Vivendo in grandi città si scopre anche quanto le varie culture siano molto più affini tra loro di quanto si possa pensare; si conosce davvero gente da ogni parte del mondo e si ha la fortuna di scambiare opinioni con persone con svariate prospettive – in parte plasmate dalla cultura del loro paese di origine – confrontandosi apertamente su temi grandi e piccoli. Un grande aiuto per imparare a rispettare opinioni diverse e mettere in discussione le proprie ‘certezze’. Insomma, in un mondo sempre più globalizzato come quello di oggi, l’esperienza all’estero dovrebbe forse essere una tappa obbligata fin da giovani.

Secondo te c’è qualche mito da sfatare oppure la vita all’estero è davvero così diversa da quella italiana?

La frase “tutto il mondo è paese” in realtà non è così sbagliata, nel senso che ogni paese ha i suoi problemi – che sono molto simili tra loro quando si parla di paesi in cui vige un capitalismo neo-liberale. Ma una grande differenza rispetto all’Italia all’estero c’è: il rispetto per il valore meritocratico e un maggiore rispetto tra persone – e in generale per le regole – e per le nuove generazioni. Se si guarda il mio percorso, ad esempio,  è chiaro che il merito qua é premiato: a ventitré anni, mentre scrivevo la tesi per il Master, ho fatto il mio primo stage in Scozia. Non era uno “stage all’italiana”: avevo delle vere responsabilità e venivo messa alla prova ogni giorno, imparando nuove cose velocemente. Poi mi è arrivata l’offerta di lavoro a contratto da Londra, seguito da un’altra offerta di lavoro ad Edimburgo… Insomma, in Inghilterra non sono mai stata disoccupata! Però sono convinta che se fossi rimasta in Italia la storia sarebbe andata parecchio diversamente, purtroppo, soprattutto dato il fatto che il mio lavoro sia nel settore culturale – un settore con un enorme potenziale in Italia, ma a cui mancano molte figure competenti e professionali e a cui manca la trasparenza o l’investimento pubblico. Per non parlare del problema legato all’incredibile casino burocratico che abbiamo in Italia, che rende il lavoro quasi impossibile ed assurdamente lento.

La Scozia in questo senso è un paradiso: un Paese con una grandissima voglia di riscatto e con la voglia di rinnovarsi; un paese di stampo prevalentemente socialista con una grande cura per i propri cittadini (ad esempio, un forte sostegno per il sistema previdenziale), per gli immigrati (nell’immediata fase post Brexit il primo ministro scozzese donna, Nicola Sturgeon, è stata l’unico politico di rilievo ad assicurarsi che i cittadini europei residenti in UK, quanto meno in Scozia, si sentissero ben voluti, mandando una lettera a tutti, sottolineando il valore che abbiamo per il Paese) e per i richiedenti asilo e rifugiati (la loro integrazione qua è arrivata al punto in cui a livello governativo si sta recentemente parlando di voler concedergli il diritto di voto). Insomma, è un Paese molto aperto, in cui si respira una grandissima multiculturalità e ci sono veramente persone da ogni parte del mondo. La Scozia è un paese molto meritocratico, che investe fortemente nella ricerca e nello sviluppo e soprattutto che investe nei propri giovani (basti pensare, ad esempio, all’università completamente gratuita). Qua a pochi interessa da dove vieni; se ci si identifichi come maschio, femmina, trans o altro; se si è giovanissimi oppure meno giovani… L’interesse principale sta nella capacità di fare il proprio lavoro bene oppure no. E se lo si sa fare, si viene premiati e spinti a crescere e migliorarsi ancora di più.

Sempre sulla Scozia: c’è una comunità di italiani lì? 

La comunità italiana in Scozia è gigante ma devo dire, onestamente, di averci poco a che fare. L’inciucio tra Italia e Scozia nasce dopo la prima guerra mondiale, quando un grande numero di persone provenienti per lo più dal Lazio si spostarono qua per cercare una nuova casa. Molti di questi – ormai immigrati di terza/quarta generazione – non parlano nemmeno l’italiano e molti non sono neanche mai stati in Italia, ma vendono comunque articoli alimentari italini facendo i soldoni con il brand ‘Made in Italy’. Poi c’è un’altra fetta di Italians, una comunità fatta da nuovi migranti, gli Italians ‘veri’ – italianissimi che si sono trasferiti qua per cercare di cogliere opportunità che in patria purtroppo non esistono. Devo dire che conosco parecchi italiani ad Edimburgo, ma sono legata a pochi. Non ho mai ben capito il bisogno di formare grandi gruppi principalmente con persone provenienti dallo stesso paese di origine. Ovviamente il senso di familiarità e d’immediata connectivity che si instaura con altri italiani all’estero è imparagonabile quando si confronta con expat di altri paesi (ad esempio, le referenze culturali e politiche sono le stesse), ma fortunatamente mi sono sempre sentita a mio agio ad interfacciarmi con persone provenienti da ogni parte del mondo: il mio attuale coinquilino è italiano, due delle mie più care amiche sono una scozzese e una inglese, ho stretti amici maltesi, spagnoli, bulgari e lituani… insomma, penso che quello che più accumuni all’estero sia essere l’essere un expat, piuttosto che avere una precisa nazionalità.

E a livello professionale ti senti ben accettata o ci sono pregiudizi che hai dovuto superare? 

A livello lavorativo non credo di essermi mai sentita in difficoltà per via della mia nazionalità. Al di fuori di innocenti battute in ufficio chiamando in gioco stereotipi sugli italiani – ad esempio che ci piace lavorare molto poco, fare delle grandi pause durante la giornata lavorativa ed essere spesso in ferie, o che non ci piace rispettare le regole, dato che la maggior parte le interpretiamo come dei suggerimenti piuttosto che dei diktat – non mi sono mai sentita svantaggiata. I pregiudizi sono facili da smontare, se si parte dal presupposto che gli interlocutori siano disposti al confronto e al dialogo. Qua ci sono tantissimi stranieri che provengono da ogni parte del mondo, soprattutto nel settore culturale in cui lavoro io. Per via della natura contrattuale di tanti lavori nel settore dei festival e degli eventi, moltissime persone viaggiano per il mondo alla ricerca di un nuovo contratto, quindi non penso che essere ‘stranieri’ sia particolarmente percepito nel settore. Soprattutto d’estate, la città si riempie di europei, americani e australiani che cercano lavori di ogni tipo, per non parlare degli artisti che vengono veramente da tutto il mondo. E’ un settore lavorativo molto stimolante anche per questo. Forse un pregiudizio che ho dovuto affrontare – purtroppo anche qua è un problema ancora esistente – è il sessismo esistente nell’industria musicale. Un problema radicato, ovviamente non solo in Scozia; la cosa positiva è che almeno qua (in UK) si sta finalmente notando un’inversione di trend (poiché sempre più donne sono a capo di organizzazioni che producono festival, musica, cinema, ecc). Insomma, who runs the world? Girls! E finalmente l’industria sta prendendo nota.

Parlando del tuo lavoro: sei una Festival Producer, un ruolo ben specifico. Potresti raccontarci di più? 

Essere festival producer in organizzazioni piccole come quelle in cui lavoro io (siamo in tre in tutto) vuole dire saper lavorare in qualsiasi ‘dipartimento’. All’interno del mio team mi occupo veramente di tutto: dalla ricerca dei fondi, alla programmazione degli eventi; dalla gestione di relazioni con organizzazioni governative, alla gestione dello staff (quali manager dei concerti, tecnici del suono, e altro staff che viene impiegato per lavorare durante il festival, ecc.); dall’organizzazione logistica e la produzione per l’intero festival, ai contratti per artisti, fornitori e venue; dal marketing alla promozione per garantire la vendita dei biglietti (pensare che sono per EJBF ogni anno dobbiamo vendere, in circa 10 settimane, più di 650 mila sterline in biglietti) alla gestione di relazioni con partner esterni (altri festival, media, ecc.). Insomma, il volume di lavoro, il livello di rischio e le responsabilità quando si producono progetti così grossi, in un team così piccolo, sono davvero altissimi e infatti il mio è ritenuto (ed è davvero) uno dei lavori più stressanti che ci sia in giro, ma sono davvero felice di trovarmi qui, in questo momento, con ancora tanta strada da poter percorrere davanti a me.

Edimburgo poi è rinomata per essere capitale mondiale leader per i Festival. Con Edinburgh Jazz Fest facciamo parte di un gruppo di 11 grandi festival, tra cui il Fringe Festival di agosto, che sono importantissimi per l’economia scozzese, generando un altissimo volume turistico tutto l’anno e creando uno spillover effect a beneficio di tantissimi business (sia grandi che piccoli). Nonostante Edimburgo sia leader mondiale per gli eventi, la scena musicale è abbastanza piatta. Se si toglie EJBF (uno dei più grandi festival del genere in tutta Europa, con circa 36 mila biglietti venduti ogni anno, più 35 mila spettatori ai due grandi eventi gratuito, Mardi Gras e Carnevale), rimangono pochi indpendent promoters. I probelmi principali alla base di questa situazione sono due: mancanza di un alto numero promoter professionali e la mancanza di venue adatte (e delle giuste dimensioni) per poter ospitare i musicisti. Edimburgo vanta certo tante gallerie d’arte e tanti teatri, ma di certo non ha la moltitudine di venue e spazi costruiti apposta per la musica dal vivo che ci sono, ad esempio, a Glasgow, la cui scena musicale è molto più forte, attiva ed avventurosa. Il jazz nello specifico poi, ha ancora più ‘problemi’ a livello generale. Ma detto ciò, sicuramente la scena musicale qua, rispetto all’Italia, è fantastica e molto più variegata. Credo che ciò sia anche dovuto alle politiche nazionali legate alla cultura (dall’ingresso ai musei gratuiti; al supporto economico da parte dello stato di promoter, musicisti, e in generale organizzazioni che operano nel settore creativo; alle leggi in vigore che permettono all’industria musicale di crescere, quali l’agent for change, una nuova regolamentazione che prevede l’insonorizzazione delle venue pagata da coloro che vogliono costruire abitazioni nei dintorni di uno spazio musicale già esistente; alle tariffe imposte dall’equivalente della SIAE, che sno molto più oneste di quelle italiane, un 3%, contro l’italianissimo 15%, ecc.) e dall’utenza pubblica: qua per la gente è normale acculturarsi andando a teatro, a concerti musicali (anche di gente mai sentita prima), ad andare per musei, ecc. Mentre in Italia ci sono bastati 30 anni di televisione spazzatura berlusconiana per cancellare questa sete di cultura e renderci un popolo molto passivo in questo contesto (basti pensare che X Factor in Italia sia il programma che sforna i nuovi ‘talenti’, ad esempio, per rendersi conto della gravità della situazione – mente invece artisti con un sacco di talento vengono molto spesso ignorati dalla massa e spazi che promuovono la musica dal vivo vengono molto spesso messi in difficoltà da sciocche ordinanze comunali anti movida, ecc.). Del resto, come si è visto nelle recenti elezioni, in Italia è tutto un contest dove chi si mette meglio in mostra vince, indipendentemente dalla qualità della sostanza.

 

Credi che avresti mai potuto trovare un lavoro simile anche in Italia oppure ci sono condizioni lavorative troppo diverse?

Non credo che in Italia avrei avuto così tante opportunità in uno spazio di tempo così ristretto. Ad incominciare dallo stage, che mi ha insegnato tanto, poiché le responsabilità assegnatemi erano reali: non mi avevano offerto un ruolo in cui fare fotocopie e caffè all’ufficio, ma un ruolo in cui mi era concesso di imparare (anche sbagliando), prendendo consigli su come raggiungere un obiettivo direttamente da parte dei produttori del festival, professionisti con più di 30 anni di esperienza nel settore. Ho conosciuto persone che hanno capito il mio potenziale e negli anni mi hanno aiutata – e stanno tuttora aiutandomi – a svilupparlo e ad ottenere sempre più risultati; una ‘famiglia’ che mi supporta nella crescita e mi spinge a superare i miei limiti, che mi incoraggia ad affrontare nuove sfide offrendo supporto quando ne ho bisogno. Ovviamente lavorare in un ufficio cosi piccolo, con due persone di quasi 30 anni più grandi, fa nascere delle grosse difficoltà (generazionalmente parlando, siamo su mondi diversi – per quanto riguarda l’accesso alla musica, alle news, ai trend setter, a canali di comunicazione, allo stile lavorativo, ecc.), ma la cosa ha anche i suoi vantaggi, in quanto si crea un clima di fiducia e stima reciproca molto forte – e per me è stato veramente un gran colpo di fortuna in quanto ho potuto imparare tantissimo in un breve arco di tempo, lavorando a strettissimo contatto con due big del settore. Veramente un’occasione unica. In Italia, non so quante persone a questo livello avrebbero aperto le porte ad una persona come me, investendo tempo e risorse nella mia formazione, soprattutto nel settore culturale.

 

Come si lavora a Edimburgo? Mi riferisco agli orari di lavoro, alla flessibilità, ai rapporti personali con i colleghi e alle opportunità di carriera. Ci sono delle cose che ti hanno stupita, sia in positivo che in negativo?

In Inghilterra in generale, ed anche in Inghilterra, si lavora troppo. Qua si è propriamente malati di lavoro. E in generale, i diritti dei lavoratori credo che siano minori di quelli che ci sono in Italia (ferie molto più limitate, facilità nel licenziare gli impiegati, orari di lavoro molto più lunghi e straordinari non pagati). Ma non credo si potrebbe vivere diversamente in questo Paese. L’etica lavorativa qua è completamente diversa rispetto a quella italiana – può darsi che sia una conseguenza dei principi valoriali del protestantesimo, ma qui il lavoro è letteralmente sacro e molte volte viene messo prima di tante altre cose (famiglia, tempo libero, ecc.). Quello che mi stupisce in maniera positiva è il rispetto per il lavoro di tutti e le energie che tutti mettono nel proprio mestiere – che sia fare un caffè o gestire un hotel, ad esempio – tutti vogliono sentirsi orgogliosi del loro lavoro e quindi cercano di farlo al meglio possibile. In Italia non saprei… io mi innervosisco spesso quando rientro in patria, perché sembrano che tutti ti stiano facendo un favore quando acquisti un servizio o un bene… non capisco. Forse sono diventata troppo rigida in questo senso e a dirla tutta non so se riuscirei ad inserirmi facilmente in un contesto lavorativo in Italia.

Per quanto riguarda la flessibilità, il lavoro qui – nonostante i ritmi frenetici (ad esempio, le pause pranzo non esistono, qua si mangia di solito un tramezzino davanti al computer e si riparte al volo) – concede vari tipi di flessibilità. A livello governativo vige un sistema chiamato ‘flexi time’ in cui uno può prendersi un tot di ore libere al giorno, se poi fa qualche straordinario (una specie di banca del tempo, diciamo). Forse il mio settore rimane molto meno flessibile in quante le date sono confermate e pubblicizzate in anticipo, quindi o si è pronti per quella data… o si è pronti per quella data. Quindi vicino al periodo dei festival di solito lavoro molte più ore di quelle per cui sono pagata. Ma non mi dispiace: del resto preferisco ottenere un buon risultato che arrivare a casa un paio d’ore prima alla sera (ovviamente me lo posso permettere in quanto non ho figli). Per quanto riguarda prendersi delle ore libere per andare ad appuntamenti o visite mediche, piuttosto che per questioni personali, non mi sono mai trovata in difficoltà. Basta non abusarne ed essere ragionevoli. E lavorare di più quando si può.

 

Dal tuo profilo Linkedin vedo che hai avuto anche altri lavori Inghilterra, puoi dirmi qualcosa di più? Inoltre, per coloro che ambiscono al tuo stesso lavoro, che consigli ti senti di dare?

Si, come raccontavo prima ho fatto un’esperienza a Londra. Un’esperienza illuminante, ma non troppo felice. Quindi poi sono rientrata in Scozia con una grandissima voglia di entrare a fare parte del circuito dei festival, e non solo per quello jazz per cui lavoro full time. Il circuito dei festival in Scozia – e del jazz a livello mondiale – é abbastanza piccolo e, alla fine, quando si entra a far parte del giro, si conoscono in fretta persone che sono coinvolte in molti altri progetti o che conoscono persone con cui in qualche modo si ha collaborato in altre occasioni o contesti – e questo aiuta anche ad aprire nuove porte.

Per sentirmi parte di questo mondo e per concedermi l’opportunità di lavorare con svariati tipi di musica, anni fa ho preso la decisione di collaborare, molte volte senza retribuzione, quindi facendo la volontaria, per altri festival. In Scozia sono ormai più di tre anni che collaboro con un boutique festival chiamato Kleburn Garden Party, un tre giorni di festa nel bosco nella costa ovest, vicino a Glasgow, per cui curo la parte di Artist Liaison assicurandomi che i musicisti siano felici e che la logistica per farli arrivare e partire dal festival funzioni bene. Allo stesso tempo partecipo volontaria al Wee Dub Festival, un festival di musica dub in centro ad Edimburgo, sia come Artist Liaison, che box office manager, gestendo i volontari, ecc. Insomma, aiutando come posso e come il festival necessita ogni anno. Un anno fa, grazie ad un’amica che lavora a sua volta nei festival (e che ho conosciuto lavorando ai festival) ho conosciuto il direttore di un festival che sta crescendo velocissimamente ad Edimburgo, Hidden Door (un festival pazzesco, date un occhio online) e partendo da quell’incontro ho spianato la strada per instaurare una collaborazione ufficiale tra l’EJBF e Hidden Door (esempio poi seguito da altri 5 major festival in Edimburgo). A gennaio mi hanno eletta come Presidentessa dell’organizzazione Be United, un’associazione non profit che promuove la multiculturalità attraverso l’arte, con workshop ed eventi con artisti provenienti dal sud Africa e da minoranze residenti in Scozia.

Insomma, il consiglio che potrei dare a chi vuole fare parte di questo mondo è di volersi rimboccare le maniche, lavorare tanto e soprattutto di essere pronti a fare tanto lavoro sottopagato – o non pagato. Perché una cosa è certa: le università non preparano al mondo reale del lavoro, quindi bisogna togliersi dalla mente che poiché si ha una laurea ci si merita un lavoro, e un lavoro ben pagato – e facendo volontariato o stage si ha l’opportunità di imparare di più e capire cosa i datori di lavoro cercano, cosa serve sul campo. In più, il mondo degli eventi è un mondo fatto di contatti, e l’unico modo per costruirsi dei contatti è quello di essere presenti e farsi conoscere lavorando.

 

Parlando della tua formazione: Erasmus a Stoccolma, università a Pavia, master a Edimburgo: potresti aiutarci a fare un confronto tra i diversi sistemi formativi? Quali sono i punti di forza italiani e quelli negativi da migliorare?

I sistemi formativi in Italia, rispetto al resto dell’Europa, sono ancora molto vecchi. Sicuramente le scuole obbligatorie formano di più (o almeno, formavano, prima della distruzione del sistema scolastico visto in anni recenti) soprattutto sulla conoscenza generale. Ma per quanto riguarda il sistema universitario, l’Italia è indietro anni luce. Saltando a pie’ pari il capitolo del liceo linguistico (in cui ho incontrato tanti professori completamente incapaci di fare il proprio mestiere e, a volte, impreparati sulla materia che provavano ad insegnare), trattiamo il tema universitario. La differenza più grande tra l’Italia e l’estero, è che in Italia, molti (troppi!) professori sono davvero disinteressati e fanno di tutto per far fallire l’allievo. Mentre all’estero è l’esatto contrario e i professori fanno di tutto per aiutarti a raggiungere l’eccellenza. Del resto i professori italiani sono protetti da ogni critica e hanno grande mano libera per quanto riguarda il ‘dettar legge’ invece che seguire un regolamento, ad esempio, riformato tenendo in considerazione l’opinione degli studenti… Un’altra grande differenza è che all’estero ti insegnano ad usare le informazioni che si trovano su un libro per poter argomentare un proprio pensiero; mentre in Italia ti viene solo insegnato a fare il cosiddetto “pappagallo”… Del resto, solo in Italia ci sono ancora così tanti esami orali, con le classiche 3 domande e via.

Arrivata a Stoccolma per il mio anno Erasmus, capii subito di essere stata catapultata in una realtà meravigliosa, in cui ai professori veniva dato del tu, con cui si poteva dialogare, pronti ad insegnarti mettendoti sul stesso loro piano, portandoti il rispetto dovuto e, soprattutto, trattandoti da giovane adulto e non da ragazzetta. Un posto in cui il dibattito in classe avveniva ogni giorno, in gruppi di lavoro di massimo trenta persone, in cui non c’era imbarazzo a fare domande e tutti volevano ottenere lo stesso risultato: imparare. Applicando la teoria alla realtà e al dialogo. Insomma, all’estero ti insegnano veramente ad imparare, esprimendo la tua opinione argomentandola. Per non parlare di quanto i bisogni e gli interessi degli studenti fossero presi in considerazione. A partire dal campus universitario che era una vera oasi per gli studenti, dalle biblioteche libere in cui uno, se voleva mettersi comodo, poteva togliersi le scarpe e studiare su uno dei comodissimi divani; dagli spazi sul campus adibiti apposta per gli studenti per riunirsi e fare concerti o feste di vario tipo… Insomma, la vita universitaria a Stoccolma era davvero su un altro livello. Una scuola costruita intorno agli studenti, non ai professori e ai rettori.

Penso che il modo migliore per poter esprimere questa differenza vitale, sia fornirti un esempio: a Stoccolma, dopo che mi fu chiesto in un corso di preparare un saggio sulla violazione dei diritti umani in anni recenti (eh si, qua si studiavano questi argomenti, non le guerre del 16esimo secolo e basta come a Pavia!), fallii miseramente. All’università di Pavia non mi era mai stato chiesto, in due anni, di scrivere un saggio (su niente), dovendolo argomentare con basi teoriche ed informazioni trovate su testi (che è un po’ alla base della capacità di ricerca). Così la professoressa mi convocò, offrendomi un’ora del suo tempo dopo le lezioni per aiutarmi a capire gli errori. Così, dopo quella lezione privata (e non privata perché ho dovuto pagarla, ma privata perché era solo tra noi due), mi insegnò a come cercare informazioni da varie fonti e io eccelsi nel rifare l’esame. Eh si, a Stoccolma incoraggiano gli studenti ad informarsi su vari testi, a volte anche contrari, per imparare a formare una propria opinione. Infatti, all’inizio di ogni corso, consigliano una lista di libri, che di solito sono disponibili gratuitamente nella biblioteca della scuola stessa, dove poter trovare le informazioni; ma incoraggiano inoltre a leggere ancora di più e informarsi su svariati testi, anche a scelta. L’importante è sapere solidamente argomentare e sostenere le proprie affermazioni. Insomma, insegnano a ragionare criticamente a livello individuale. Cosa che in Italia non esiste. Insomma, questo esempio era per sottolineare quanto l’interesse a Stoccolma sia quello dell’insegnamento vero. Inoltre all’estero i professori, per mantenere lo status quo, devono continuare a fare ricerca se vogliono tenere il lavoro – quindi sono costretti a rimanere informati.

In Italia, invece, sarà per i grandi numeri o sarà per la svogliatezza, o per il sistema, o per il senso di ‘intoccabilità’ dei professori universitari italiani, la mia esperienza è stata molto negativa. A parte qualche eccezione, la maggior parte dei miei professori universitari a Pavia (oltretutto rinomata per Scienze Politiche) erano svogliati, annoiati, senza tempo per gli studenti e che giocavano la partita con regole fatte da loro, che cambiavano ogni volta. Insomma, insegnavano poco (studiare il libro da sola con l’aiuto dei tutor per i chiarimenti molte volte sarebbe stato più efficace) e si disinteressavano tanto al processo formativo/educativo. A volte anche per ragioni completamente scollegate alla didattica. Un esempio azzeccatissimo è il seguente: nel 2010, mentre ero a Stoccolma con Erasmus, decisi di rientrare per una settimana in Italia per dare altri esami in sede, in quanto volevo portarmi avanti con i lavori per assicurarmi di laurearmi in tempo (e in quanto quegli esami in particolare non fossero disponibili in Italia). Così prenotai i voli, studiai per due esami (statistica e il mattone che è scienze delle relazioni internazionali) ed armata di buona volontà rientrai a Pavia. Non mi dimenticherò mai il giorno dell’esame di relazioni internazionali… Mi presentai in orario, venne chiamato il mio nome, mi sedetti alla cattedra. Fino a qua, tutto regolare. Così la professoressa mi chiese se dovevo dare l’esame per 6 CFU o per 9 CFU. Mi accorsi così di aver studiato per l’esame da 9 CFU (che voleva dire, in termini spiccioli, aver studiato 30 anni di trattati internazionali in più… del resto non può che essere un vantaggio per me, giusto?) su un libro di più di 1000 pagine. Così, prontissima sull’argomento, la professoressa mi fece notare l’errore, ma senza troppi problemi. Al che mi chiese su quale dei due tomi su cui uno DOVEVA studiare (il perché in Italia si debba studiare su un libro piuttosto che un altro mi sembra fantascienza…). Una volta che gli indicai il libro, mi chiese, dunque, se avevo comprato e avevo studiato sul libricino (forse di neanche 80 pagine) scritto e pubblicato da lei… sì, da lei! Un libricino in cui venivano studiate in dettaglio le relazioni internazionali italiane del periodo fascista. Al che, candidamente, dissi di no, pensando: beh, se ho studiato su un tomo da 1000 pagine sicuramente questi argomenti saranno stati trattati. Così la professoressa, senza nemmeno farmi una domanda per verificare se fosse effettivamente, o meno, preparata, mi guardò molto infastidita dicendomi di non potermi ammettere all’esame. Una follia. Non potevo crederci di essermi fatta il mazzo, volando fino in Italia e studiando tantissimo, per non essere nemmeno ammessa all’esame perché non avevo comprato il libretto scritto dalla professoressa. Questa cosa dovrebbe essere illegale in Italia. Una vergogna. E questa storia del ‘dover comprare’ il libro dei professori di corso o se no, non si può dar l’esame, è una storia solo italiana ed è, a mio parere una vera vergogna… capite perché penso che in Italia ai professori interessi veramente poco l’insegnamento e la formazione? Non potevo davvero crederci che questa professoressa avesse messo davanti l’aver comprato un libro, rispetto all’essere rientrata da un altro stato per dare l’esame. La decenza avrebbe almeno voluto che venissi interrogata. L’intelligenza avrebbe fatto si che venissi interrogata, e se quel libretto aveva dei contenuti esclusivi, che mi fosse fatta una domanda mirata, ed essere poi bocciata di conseguenza se non avessi avuto la risposta. Ma credo che, dopo aver studiato un tomo da 1000 pagine, quel minuscolo libricino non conteneva molto di più e l’esame l’avrei passato comunque. Infatti, un anno dopo mi ripresentai per l’esame, senza comprare il libricino in questione, ma mentendo alla domanda ‘hai anche studiato su questo libro’ per assicurarmi di essere ammessa… e l’esame lo passai senza nessun problema. Ditemi voi se questo è un atteggiamento normale da parte dei professori in un sistema meritocratico.

In Inghilterra, come a Stoccolma, il modello è molto più a misura studente. Si studia bene: si impara a fare ricerca, vera; ad usare risorse per argomentare le propri tesi, etc. Si impara a lavorare con gli altri, attraverso il lavoro di gruppo, che è molto importante in quanto aiuta ad apprendere come si lavora insieme, sfruttando le varie forze e cercando di aiutarsi a vicenda per superare le debolezze. Insegnano a fare presentazioni, ad usare software specifici per le cose che si studiano.. E il rapporto tra professori e studenti è veramente paritario. Anche qua in Scozia, l’università è veramente costruita intorno ai bisogni degli studenti. Quindi, riassumendo, penso che la meritocrazia in Italia sia ancora un mito lontano. Dove quelli bravi sono emarginati e quelli che gli stanno più in alto fanno di tutto per metter i bastoni tra le ruote. In Italia si fa fatica a mettere in discussione le istituzioni che ci sono sempre state e il cambiamento è molto, troppo, lento.

Secondo te è così negativa la situazione lavorativa per i giovani italiani che vorrebbero rimanere in Italia? E, in confronto con gli altri paesi, almeno quelli che conosci tu, in cosa potremmo migliorare per essere competitivi anche a livello internazionale? 

Ho davvero poca esperienza con il mercato del lavoro italiano. A parte ciò che sento da parte di altre persone, io ho per la maggior parte della mia vita lavorato in Inghilterra. Detto questo, sento per lo più parlare di grandi difficoltà legate all’immobilismo, al nepotismo e al nonnismo, alla mancanza di opportunità e meritocrazia. Per non parlare dell’imbarazzante livello dei salari. Purtroppo in Italia vige ancora troppo spesso la regola del ‘sono qua da 30 anni e quindi ne so più di te’. E questo atteggiamento fa si che molti giovani, capaci e molte volte con più potenziale di altri che il lavoro lo fanno da anni (a qualsiasi livello e a volte senza merito), vengano messi in un angolo e spinti ad andarsene. Anche le start up sono davvero poco supportate rispetto all’estero (mancanze di fondi d’investimento, un mercato poco preparato all’innovazione, leggi e burocrazia appartenenti ad un mondo pre-avanzamento tecnologico, mancanza di un supporto reale per la guida di queste start up…). Insomma, in Italia non si vuole sostenere i giovani. Per non parlare della vera mancanza di meritocrazia. Purtroppo l’Italia segue ancora un sistema in cui molte volte i lavori (soprattutto legati a bandi pubblici) vengono dati in base all’avere o meno una laurea invece che all’esperienza e alle vere capacità delle persone. Per non parlare dell’incubo burocratico che uno dovrebbe attraversare per il riconoscimento di titoli di studi esteri (anche europei). In Italia non si respira. E’ un sistema vecchio che non funziona e il mercato del lavoro è davvero poco stimolato. A partire dal problema dell’assenza di finanziamenti statali per stimolare l’innovazione (quindi, mancanza di finanziamenti per la ricerca).

A livello internazionale ci si renderebbe molto più competitivi se puntassimo sui giovani, facendoli subito accedere al mercato del lavoro dopo le scuole, se pensionassimo le persone prima (non parlo delle pensioni d’oro a quarant’anni, ma non capisco perché dobbiamo fare lavorare gente di 65 anni, molte volte poco preparate o che non si aggiornano, rispetto a giovani di 25 anni super formati…). Per non parlare di finanziamenti statali per aiutare piccole e medie aziende a formare nuovi lavoratori… Poi certo, potremmo anche parlare più lingue e a scuola potrebbero iniziare ad insegnare a codificare, che sarà la vera lingua del futuro, ma i problemi strutturali italiani sono di gran lunga un problema più grosso. Un altro problema italiano però è anche il voler scaricare le colpe sugli altri. Di recente mi sembrava di aver visto un articolo su dei ragazzini italiani delle superiori che scioperavano perché il curriculum scolastico aveva inserito lavoro non pagato (o simile) per insegnarli a lavorare… e questi scioperavano perché guai a chi viene fatto lavorare gratis, invece di capire che quella sarebbe stata un’opportunità per imparare a lavorare…

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Ci gioco spesso con l’idea di rientrare a casa, ma la realtà è che non saprei neanche da dove iniziare. Non so se riuscirei a rientrare in un’Italia in parte xenofoba, omofoba, razzista e populista dopo aver vissuto per più di cinque anni in uno stato (Scozia) prevalentemente socialista, in cui il tema dell’integrazione e dell’accoglienza è sostenuto dalla maggior parte dei cittadini. Con questi pagliacci al governo come si può pensare di rientrare?! Ancora una volta il paese sta per schiantarsi contro un muro, quindi, a meno che sarò costretta per via della Brexit, non credo rientrerò presto. Oltre al problema legato ai diritti civili, includendo l’assenza di vere pari opportunità e tutela dei diritti delle donne (vedi numeri elevati di femminicidio, violenze domestiche, obiettori di coscienza, etc), c’è il vero problema di un’assenza di sostegno statale per lo sviluppo del mercato culturale, soprattutto legato agli eventi e ai festival. In questo clima, quali sono le prospettive? Mi sembra, molto poche. In Scozia c’è un ministero della cultura con un proprio portafoglio e, inoltre, vari organi parastatali che elargiscono fondi pubblici a tutto il settore creativo e culturale (i principali, ovviamente ce ne sono anche altri) e fondi speciali creati apposta per i grandi festival di Edimburgo per mantenere la loro competitività su piano internazionale; in Italia cosa c’è?

Mi piacerebbe certo rientrare e poter contribuire ad un miglioramento, ma prima l’Italia deve cambiare e deve trovare il modo di rendersi attraente al punto di convincere i lavoratori italiani formatisi all’estero ad abbandonare tutto ciò che ci si è costruiti in un altro paese (con tanti sacrifici) per rimboccarsi le maniche e ripartire in Italia, con tutte le difficoltà del caso. E i cambiamenti dovrebbero partire dall’attuazione di un sistema paese che rispetta i diritti civili, da un aumento dei salari, uno snellimento della burocrazia, un miglioramento della qualità dell’offerta culturale, il riconoscimento diretto dei titoli di studio europei e una crescita degli investimenti statali per il finanziamento dell’innovazione. Non credo l’Italia sia ancora pronta a questo, nè tanto meno lo consideri un bisogno reale. Al momento sembrano siano tutti più preoccupati a vincere le poltrone facendo demagogia invece che a far ripartire il paese con proposte serie e concrete. Peccato.

Intervista a Davide Bargna, Branch Manager presso la Camera di Commercio Italiana per il Rego Unito. Tra business meetings, l’impegno a supporto delle PMI e la passione per i diritti civili

Scozia, anche questo mese. Siamo rimasti ad Edimburgo per dimostrarvi che a volte funziona anche il passaparola, che quando si parla di italiani all’estero e di comunità che in qualche modo diventano delle vere famiglie, funziona benissimo. E così abbiamo quindi conosciuto il nostro Italian del mese, Davide Bargna, 27 anni originario di un piccolo paesino vicino a Como.

Da Milano a Roma passando anche per Madrid: da due anni Davide vive a Edimburgo dove lavora come Branch Manager della sede scozzese della Camera di Commercio Italiana per il Regno Unito. Il suo è uno di quei curriculum che vale la pena leggere: prima un tirocinio alla Presidenza del Consiglio dei Ministri presso il Dipartimento per le Pari Opportunità, poi alla Camera di Commercio Italiana per la Spagna e quindi alla Camera di Commercio Italiana per il Regno Unito. Tra le sue passioni ci sono il cinema, i diritti umani e la politica – sia italiana che europea, ovviamente. Oltre alla fotografia, l’escursionismo e la recitazione in teatro.

Cominciamo…

Ciao Davide! Sappiamo che attualmente lavori alla Camera di Commercio Italiana a Edimburgo, ma potresti dirci di più? Di cosa ti occupi di preciso, quali sono le tue responsabilità e come sei riuscito, se possiamo chiederlo, ad ottenere questo incarico?

Al momento sono direttore della sede scozzese della Camera di Commercio Italiana per il Regno Unito. Il mio compito principale è quello di supportare imprese italiane o singoli individui che vogliano fare affari o aprire un’attività nel mio mercato di riferimento, la Scozia appunto, mettendoli in contatto con persone o organizzazioni opportune e creando concrete opportunità di business. Il mio lavoro di ogni giorno consiste quindi nel programmare le attività che l’ufficio svolgerà durante l’anno, dall’organizzare e gestire eventi, fiere, trade mission e business drink, al fare ricerche di mercato, scrivere editoriali e articoli. Si tratta di un lavoro molto variegato e quindi stimolante, che mi porta a collaborare con professionisti in diversi settori ed anche enti importanti, come ad esempio il Consolato Generale d’Italia a Edimburgo e il Governo scozzese. Proprio di recente ho seguito una delegazione di imprese in visita in Scozia con il nuovo Ambasciatore italiano per il Regno Unito e subito dopo ho organizzato un incontro con l’Ambasciatrice britannica per l’Italia ed alcuni stakeholders del territorio.

Sono arrivato alla Camera di Commercio per il Regno Unito perché, dopo il tirocinio in Spagna, volevo fare un’esperienza in un paese anglofono per perfezionare ulteriormente il mio inglese e soprattutto per immergermi in una cultura che mi ha sempre affascinato. Avendo una particolare passione per la Scozia, ed essendo Edimburgo decisamente più abbordabile in termini economici di Londra, mi sono trasferito qui e ho fatto domanda per la posizione di Assistant Trade Analyst. Quando poi la mia ex-manager ha cambiato lavoro e si è aperta la sua posizione, ho deciso di fare domanda e ho ottenuto il ruolo.

 

Facciamo un passo indietro, a quando per la prima volta hai lasciato l’Italia: faceva tutto parte di un progetto oppure hai seguito le opportunità che hai trovato? In altre parole: è stata una tua scelta o più una necessità?

Avendo preso una laurea in Mediazione Linguistica e Culturale e un master in Relazioni Internazionali, posso dire che la vocazione per un’esperienza all’estero c’è sempre stata. Mi è sempre piaciuto viaggiare, visitare nuove città e scoprire nuove culture. Già durante la scuola superiore ero riuscito ad aggregarmi alla classe di un amico per una vacanza-studio ad Edimburgo, scelta che ha probabilmente segnato la svolta sul percorso di studi che poi ho effettivamente intrapreso. Durante i miei studi universitari, inoltre, avevo già trascorso un periodo a Valencia per migliorare il mio spagnolo e tramite un progetto universitario ero stato selezionato per corso di formazione presso le Nazioni Unite a New York. Ho avuto l’inestimabile fortuna di avere dei genitori che mi hanno spronato ad inseguire le mie passioni e hanno sempre sostenuto le mie scelte, per quanto controcorrente e non viste di buon occhio nel piccolo paese di provincia in cui sono cresciuto. Perciò, sebbene non avessi davvero chiaro che cosa volessi fare del mio futuro, ci sono sempre state la curiosità e la necessità di scoprire cosa ci fosse al di fuori della piccola bolla sicura e confortevole della provincia, per me un po’ soffocante e limitante. Già l’esperienza universitaria a Milano ha cambiato molto la mia visione del mondo e mi ha permesso di esprimere a pieno la mia personalità e il mio potenziale, come l’esperienza che è seguita a Roma. Invece, lo stage in Spagna è capitato un po’ per caso, avendo semplicemente partecipato al programma Erasmus+ per un tirocinio all’estero, e da lì poi il mio lavoro in Scozia.
Sicuramente, coloro che vogliono lavorare in questo settore sanno che le possibilità di finire a lavorare al di fuori dell’Italia sono alte, ed io ho avuto la fortuna, anche grazie a diverse borse di studio e al sostegno dei miei genitori, di poterlo fare fin dalla mia formazione accademica.


Molti dei giovani italiani che lasciano il Bel Paese dicono di farlo perché qui non c’è lavoro o è difficile, quasi impossibile, trovarne uno. Vista la tua esperienza personale, che consiglio daresti a quanti come te sono partiti e a quelli che invece vorrebbero farlo? E credi sia necessario, per trovare lavoro in Italia, fare dell’esperienze fuori?

È sicuramente necessario prima di tutto capire come viene selezionato il personale nel Paese in cui si va a cercare lavoro. Ad esempio, se la Spagna era molto simile rispetto all’Italia in questo senso, ho potuto constatare che la Scozia è invece molto diversa. Non sempre CV e lettera di motivazione sono necessari, talvolta viene richiesto di compilare un formulario dove, attraverso la descrizione delle proprie esperienze pregresse, si deve riuscire dimostrare di avere le competenze richieste nell’annuncio di lavoro. I colloqui seguono uno schema simile. Molto utilizzato è il modello STAR, una tecnica che consente di individuare tutte le informazioni essenziali circa le abilità dell’intervistato, un modus operandi ben diverso da quello a cui ero abituato e il quale ha richiesto un certo periodo di assestamento per capire come funzionasse.

Quanto all’esperienza all’estero, non penso sia fondamentale per trovare un qualsiasi lavoro in Italia, dipende molto da ciò che si cerca. Per il mio settore può sicuramente essere un valore aggiunto. In generale, comunque, questi tipi di esperienza possono arricchirti molto da un punto di vista personale, ancor prima che professionale.

 

Com’è, invece, vivere in Scozia? Rispetto all’Italia, dov’è che possiamo guardare per imparare in positivo? Ma soprattutto: secondo te l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere giovani come te a trasferirsi?

La Scozia è una nazione meravigliosa, ricca di storia, paesaggi mozzafiato e molto all’avanguardia in diversi settori economici, come le energie rinnovabili, l’aerospazio e la ricerca & sviluppo. Contrariamente all’Inghilterra, poi, è una Paese molto europeista, che ha votato a larga maggioranza per restare nell’Unione europea durante il referendum del 2016, è molto aperto all’accoglienza dei migranti, comprendendo come questi siano un valore aggiunto per il Paese, non un problema.
Edimburgo poi ha tutti i vantaggi di una grande città in termini di eventi culturali (la stagione estiva dei festival è incredibile, basti citare l’Edinburgh Fringe Festival, il più grande festival delle arti al mondo), collegamenti internazionali e multiculturalità, ma è anche una capitale molto a misura d’uomo (io ad esempio mi sposto solamente a piedi), con mezzi pubblici efficientissimi e decisamente bike-friendly.
Quando poi ho voglia di immergermi nella natura per staccare la spina, oltre ai grandi parchi della città, è sufficiente prendere un autobus per ritrovarsi tra i paesaggi naturali più belli al mondo. Ovviamente, come ogni Paese, anche la Scozia ha tanti pro e contro, ma sicuramente ha molto da insegnare da un punto di vista di attenzione ai problemi delle classi meno abbienti, dell’ecologia, dei diritti delle minoranze, della burocrazia semplificata e, non da ultimo, dell’investimento sui giovani.


Collegandoci proprio a questo, investire sui giovani e i toro talenti, molto spesso qui in Italia si parla del problema della mancata meritocrazia: pensi che sia solo questo il motivo che spinge sempre più italiani a portare altrove le proprie competenze? O c’è anche altro da considerare?

È sicuramente un aspetto importante ma non penso sia il solo. Se pensiamo che in alcune regioni nel sud dell’Italia il tasso di disoccupazione tra i giovani supera il 50%, non può stupire che molti di noi siano costretti a spostarsi altrove in cerca di lavoro. Non è certamente un problema solo dell’Italia, in quanto riguarda anche molti altri Paesi del sud dell’Europa, e certamente qualcosa è stato fatto negli ultimi anni per migliorare la situazione, ma non abbastanza. Non penso esista una soluzione semplice ed immediata ma quello che mi sconcerta è che la politica italiana non abbia dato quasi alcun peso alla questione durante l’ultima campagna elettorale, come se non fosse un problema di primo piano. Eppure il tema della precarietà dovrebbe essere dominante, se si pensa che è proprio questo l’ostacolo principale dei giovani nell’avere una sicurezza economica e crearsi un futuro. La maggior parte dei miei ex-colleghi universitari che sono rimasti in Italia, ad esempio, hanno contratti a tempo determinato rinnovati ogni quattro o massimo sei mesi per volta, spesso in settori molto diversi rispetto a quelli in cui avrebbero desiderato lavorare. Molti continuano a fare stage non retribuiti nella speranza di venire, un giorno, assunti da una impresa o un’altra. È una situazione ormai insostenibile, non capisco come non si possa non investire sui propri giovani.

 

Parlando di politiche europee ed euro-progettazione, tema che credo ti sia caro e familiare viste le tue esperienze lavorative: cosa ne pensi e a che punto è, secondo te, l’Europa e più nello specifico l’Italia?

Purtroppo temo che negli ultimi decenni l’Unione europea abbia un po’ perso di vista i valori sui quali era stata fondata, eppure sono certo che le cose possano cambiare. Credo che uno dei maggiori problemi dell’UE sia la mancanza di una comunicazione efficace rispetto alle politiche messe in atto a sostegno dei giovani, dei lavoratori, delle imprese e dei diritti in generale, che invece sono risultate spesso essenziali per un miglioramento delle condizioni dei cittadini europei, seppur con qualche eccezione. Purtroppo in Italia si sente sempre più spesso parlare dell’Europa come di un tiranno prevaricatore che costringe il nostro Paese ad attuare misure dannose e impopolari. Eppure, se è vero che alcune critiche possono essere fatte alle politiche che l’Unione ha messo in atto negli ultimi anni, penso che debbano esserle riconosciuti anche moltissimi punti a favore. Se penso ai giovani, vale la pena sottolineare l’impegno a favore dell’educazione e la formazione, tramite il sistema garanzia giovani o il programma Erasmus+ ad esempio, grazie ai cui fondi ho potuto fare la mia prima esperienza universitaria all’estero. Quanto alle PMI, penso ai fondi a loro sostegno e alle start-up, o allo Small Business Act. In tema di diritto del lavoro posso citare le norme sull’integrazione delle persone escluse dal mercato del lavoro, le direttive sulla parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, il principio di non discriminazione per condizioni personali, tutti elementi oggi forse dati per scontati ma per i quali invece l’Unione europea ha dato un contributo essenziale. Penso poi alle norme sulla libera circolazione delle persone, la Carta dei diritti fondamentali, l’abolizione dei costi di roaming, e potrei continuare ancora.

In questo senso l’euro-progettazione può svolgere un lavoro fondamentale: in Spagna, ad esempio, seguivo tre progetti europei proprio focalizzati su giovani e PMI. Mi sono infatti occupato di mobilità per l’apprendimento al fine di contrastare l’abbandono scolastico, che in Spagna colpisce oltre il 20% dei giovani tra i 18 ed i 24 anni, un progetto per aumentare le opportunità di investimento da parte delle PMI nell’industria del turismo, sia a livello europeo che internazionale, e uno per la progettazione di un framework europeo per la qualificazione del profilo professionale di “International Marketing Manager”.

 

Tornando per un momento in Italia, sappiamo che hai lavorato anche a Roma, prima ancora che a Madrid, e infine in Scozia: potresti aiutarci a fare un confronto tra i tre Paese, sul modo in cui si vive e si lavora?

Per la mia personale esperienza, trovo che Italia e Spagna siano molto simili tanto sul modo in cui si vive quanto su quello lavorare. Roma e Madrid sono città molto accoglienti, in cui è facile integrarsi fin da subito, si vive molto la piazza e si respira un’atmosfera di grande comunità. Il Regno Unito è sicuramente molto diverso, banalmente da un punto di vista climatico ma soprattutto a livello di relazioni interpersonali, proprio perché a livello culturale il modo di approcciarsi e socializzare è molto diverso rispetto all’Italia. All’inizio ho trovato difficile abituarmi ad un modo di vivere “più impostato”, ma dopo due anni non lo trovo più strano e capisco che certe differenze sono davvero solamente culturali e non è una questione di freddezza o pregiudizio. Penso anche che la Scozia sia molto diversa dall’Inghilterra, almeno per quel poco che l’ho conosciuta, ed ho trovato più facile stringere amicizie.

Quanto al lavoro, in Scozia ho sicuramente trovato molta trasparenza nel metodo di selezione, anche per posizioni di alto livello o per lavori all’interno di enti governativi, dove non è necessario dover “conoscere qualcuno” per ottenere il ruolo ma basta saper dimostrare le proprie competenze e il valore aggiunto che si può portare. Ho anche notato che spesso non serve avere un titolo di studio universitario per ambire a posizioni importanti, come non è nemmeno necessario avere una laurea specifica per lavorare in un determinato settore. Tra i giovani, poi, non esiste l’ambizione al “posto fisso” come accade in Italia, anche perché è molto più facile poter trovare e cambiare lavoro.

 

Tra i temi a te cari c’è anche quello dei diritti umani: come è nata e come hai coltivato questa passione? Di cosa ti occupavi alla Presidenza del Consiglio dei Ministri?

Il tema dei diritti umani è molto vasto, sul quale si potrebbe studiare e lavorare per una vita e ancora servirebbe tempo per averne una idea completa. Personalmente penso che la spinta nel voler aiutare gli altri, soprattutto chi si trova in difficoltà, l’abbia sempre avuta ed è qualcosa che ho imparato dalla mia famiglia. Certamente il focus sulle tematiche dei diritti delle minoranze, in particolare per orientamento sessuale e identità di genere, nasce in primo luogo da ragioni personali. Durante il mio percorso universitario sono stato prima membro e poi coordinatore di una delle associazioni LGBT+ universitarie più importanti d’Italia, con la quale abbiamo supportato e organizzato eventi per la comunità accademica e non, tra cui uno dei primi corsi universitari sul tema, di enorme risonanza e successo. Nel frattempo ho ottenuto un Academic Minor in Diritti, Lavoro e Pari Opportunità presso la mia università, il quale, oltre ad avermi permesso di approfondire le teorie dell’eguaglianza e della differenza in relazione ai diritti fondamentali, mi ha permesso di essere selezionato per un tirocinio presso l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Durante il tirocinio mi sono occupato di gestire alcuni casi di discriminazione portati all’attenzione dell’Ufficio, in particolare nel mio campo di specializzazione. É stata una esperienza incredibilmente formativa che mi ha permesso di mettere in pratica tutta la mia conoscenza teorica in materia ma anche di confrontarmi per la prima volta con questioni più prettamente politiche, capendo potenzialità e limiti di un ufficio governativo di questo tipo e comprendendo come la strada per il raggiungimento di pari diritti sia irta di ostacoli, soprattutto in un Paese così conservatore e ideologizzato come l’Italia.

 

Da expat, come vedi la situazione del nostro Paese? Cosa ti preoccupa maggiormente e cosa si potrebbe fare, a tuo parere, per migliorare la situazione?

Avendo collaborato per oltre un anno con Stonewall, la più grande organizzazione per i diritti LGBT in Europa, mi rendo conto di quanta differenza ci sia tra il Regno Unito e l’Italia su queste tematiche. Non solo esistono leggi molto più avanzate sul tema ma la società stessa è molto più educata alla differenza e all’accettazione del diverso. Il Governo stesso è molto aperto nell’ascoltare le istanze delle minoranze e integrarle nelle proprie politiche di miglioramento della condizione degli individui. Sebbene esistano differenze tra partiti rispetto ad alcune tematiche “eticamente sensibili”, non esiste un dibattito ideologizzato su questi temi, se non in rare eccezioni (basti pensare come siano stati proprio i Tories ad approvare il matrimonio egualitario nel Regno Unito). La stessa Chiesa di Scozia, ad esempio, è molto più aperta, permettendo ai propri pastori di sposarsi con partner dello stesso sesso.

Si tratta di tematiche molto complesse che non possono essere analizzate con una risposta ma, da un punto di vista più generale, credo che la chiave per cambiare la percezione delle alterità nel nostro Paese vada trovata proprio nell’educazione alle differenze, sin dalla scuola dell’obbligo, facendo comprendere come il “diverso” possa apportare un valore aggiunto e non rappresenti una minaccia alla nostra comunità. Trovo che negli ultimi anni siano stati dei buoni passi avanti sotto diversi punti di vista, penso alla regolamentazione delle unioni civili, alla legge sul biotestamento, al contrasto al caporalato, o al sostegno alle persone con disabilità. Forse ci sarebbe voluto un po’ più di coraggio, ma sono dei passi avanti positivi. La società nel Regno Unito, proprio per la sua storia, è sempre stata abituata a convivere con culture, religioni e modi di pensare molto diversi da quelli tradizionalmente associati alla “englishness”, anche se le notizie recenti sulle aggressioni contro i migranti e Brexit dipingono uno scenario ben meno rassicurante. Per l’Italia il discorso è molto diverso, non avendo mai avuto un processo di ibridazione simile, ma essendo stata lei stessa un paese di emigrazione.

 

Uno dei nostri valori, in quanto The Italians, vorrebbe essere quello di poter riportare l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese: cosa si potrebbe fare, a tuo parere, per velocizzare questo processo? Partendo dalla tua esperienza personale: quali sono i presupposti base che l’Italia dovrebbe garantire ai propri giovani e come potrebbe farlo? E, domanda ancora più difficile, perché non lo si sta già facendo?

Penso che il punto fondamentale su cui si giocherà il futuro della nostra società sarà il lavoro, un mercato del lavoro più accessibile per i giovani, meno precario, più trasparente e meritocratico, in cui siano previste delle misure di sostegno alla disoccupazione.

La questione del lavoro è una sfida non solo per l’Italia ma a livello europeo in generale, soprattutto dopo la crisi. Eppure trovo che le misure che siano state adottate negli ultimi anni non siano sufficienti, avendo sì creato più lavoro ma molto più precario che in passato. Forse sarebbero necessarie alcune riforme strutturali che purtroppo danno soluzioni solo nel medio-lungo periodo e quindi non facilmente spendibili in campagna elettorale. Purtroppo, in questo senso, non ho sentito proposte convincenti, mi pare anzi che l’argomento sia passato in secondo piano. Spero di essere smentito.

 

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Senti il desiderio di tornare presto in Italia, o la tua vita è ormai altrove?

Al momento sono contento di poter proseguire la mia esperienza alla Camera di Commercio per il Regno Unito e vivere la mia nuova vita in Scozia, che tanto mi sta dando da un punto di vista professionale e soprattutto umano. Ho come la sensazione che, in questo mondo dove tutto accade rapidamente e i social media la fanno da padroni, tutti abbiano un’opinione su tutto e pare non sia più necessario fermarsi a riflettere, confrontarsi, approfondire un argomento prima di formulare un’opinione. Qui ho la fortuna di potermi relazionare ogni giorno con persone diverse, con un vissuto ed esperienze molto lontane dalla mia. Questo mi permette di crescere molto e di mettere costantemente in discussione le mie idee, talvolta fortificandole ed altre volte facendole vacillare, costringendomi a rivedere le mie posizioni su svariate questioni. Trovo quindi che sia di inestimabile valore poter regolarmente vedere le cose da un’altra prospettiva.

Io amo l’Italia, trovo che sia un Paese che non ha eguali sotto diversi aspetti e vorrei poterci tornare un giorno. Spesso si guarda solo ai lati positivi del vivere all’estero dimenticandosi le difficoltà nel dover vivere lontani dagli affetti familiari e dalle amicizie di una vita. In generale, poi, mi piacerebbe poter mettere le competenze sviluppate al servizio del mio Paese d’origine. Il mio lavoro attuale mi consente comunque di mantenere strettissimi legami con l’Italia ed a contribuire, nel mio piccolo, al suo continuo sviluppo. Al momento sto anche collaborando con il COMITES di Scozia e Irlanda del Nord, perciò mi sento ancora pienamente parte della comunità italiana, sebbene sia contento di essermi ormai integrato anche in quella scozzese. Quanto al futuro, mi piacerebbe poter trovare un lavoro che mi consenta di trattare di politiche europee o diritti delle minoranze, mettendo a frutto le mie idee e le mie competenze, magari all’interno di un ente governativo di una ONG.

 

 

 

 

 

Intervista a Eleonora Vanello, Italian in Scozia. Il suo mantra? Determinazione, flessibilita e networking

Un regalo di laurea che si è trasformato in una nuova vita, in Scozia, lontano dall’Italia. Non era in programma ma per Eleonora Vanello, 32 anni originaria del Friuli Venezia Giulia, è andata proprio così: per festeggiare la fine dell’università a Trieste – ci ha raccontato lei – il padre le aveva regalato un mese in una scuola di lingua a Edimburgo.

L’obiettivo era migliorare la conoscenza della lingua inglese.  Il risultato? Oggi la nostra Italian del mese è Event Manager per la Paramount Creative, un’agenzia di marketing ed eventi, e sta organizzando un festival italiano in George Square a Glasgow.

Le sue passioni sono il food & beverage: per mantenere viva questa passione, Eleonora fa parte del Board del chapter edimburghese di Slow Food e scrive come contributor in una rivista di food & drink locale (Bite Magazine).

Per lei non si tratta solo di conoscere le storie dei prodotti di una terra, ma anche di assaggiare, discutere e comprendere le loro realtà.


Eleonora, raccontaci qualcosa di te: guardando indietro verso le tue scelte, avresti mai immaginato che la tua vita sarebbe stata in Scozia un giorno?

In realtà non avrei mai pensato di lasciare l’Italia, ma un viaggio a Edimburgo mi ha cambiato la vita e lo spostamento mi è sembrato naturale. Non ho mai lavorato in Italia ma credo che il Regno Unito sia molto meritocratico: se una persona è brava ha buone possibilità di crescita, tutti qui.

Dovrebbe essere sempre così semplice e immediato, no? Poi, sicuramente frequentare un corso universitario in UK aiuterebbe ad ottenere posizioni alte, ma anche così non mi posso lamentare.

Parlando del tuo lavoro: cos’è che fa di preciso un Event Manager? Quali sono i tuoi compiti?

Attualmente organizzo eventi per la Paramount Creative, un’agenzia di eventi, design e marketing che a breve festeggerà i suoi primi di 10 anni di attività.

Il nostro CEO è una persona molto acuta e con ottime doti imprenditoriali: anni fa ha visto nel mercato dell’intrattenimento e dell’hospitality un’opportunità, ed ha iniziato a produrre una guida. Poi è passato agli awards, un’industria che qui in UK è molto interessante soprattutto perché ci sono premiazioni più o meno per tutti i settori e le varie attività.

Nel portfolio della Paramount Creative rientrano anche gli Italian Awards, ed essendo io italiana mi è stata offerta l’opportunità di organizzarli per incrementarne l’autenticità. Il mio lavoro quindi è quello di organizzare il processo di votazione, comunicazione ed organizzare il gala finale dove vengono scoperti i vincitori. Quest’anno la Paramount Creative ha anche deciso fosse tempo di creare un festival italiano a Glasgow, “Sagra Italiana”, per celebrare la comunità italiana in Scozia durante la Festa della Repubblica. Ed eccomi qui a organizzare un festival a cui si sono già registrate 6000 persone.

Un’italiana che programma un festival italiano in Scozia. Alla fine, i punti si uniscono sempre…

Non avrei mai pensato di lasciare l’Italia, ma la vita mi ha proposto la Scozia e io l’ho accolta a braccia aperte. Mi sono innamorata subito della città, della sua storia, della sua bellezza e dopo un breve periodo mi sono trasferita stabilmente nella capitale scozzese.

L’occasione è avvenuta quando mi è stato offerto uno stage presso la branch scozzese della Camera di Commercio e Industria Italiana per il Regno Unito, che noi la abbreviamo in ICCIUK per comodità. Poi, ho aiutato una start up italiana di import, a cui è seguita la posizione manageriale alla ICCIUK e in parallelo il lavoro come segretaria al Console Onorario d’Italia a Glasgow. A gennaio ho iniziato con la Paramount Creative ed eccomi qua a parlarne con te.

Quindi in Scozia c’è una comunità di italiani forte, se avete deciso di organizzare anche un festival di unione su queste due culture, giusto?

Assolutamente sì, la comunità italo-scozzese è molto grande e le prime migrazioni di italiani, in epoca contemporanea, risalgono alla fine del 1800.

Mi affascina sempre molto parlare con italo-scozzesi di seconda o terza generazione e ascoltare le storie di quando le famiglie italiane arrivavano qui e aprivano gelaterie, gastronomie o anche fish&chips. Gli scozzesi, poi, sono un popolo super friendly sempre pronto a sorridere e ad aiutare la propria comunità. Che non per forza è fatta di soli scozzesi.

Quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere fuori dall’Italia? C’è qualche mito da sfatare oppure la vita all’estero è davvero così diversa da quella italiana?

Credo ci siano dei pro e dei contro. Essendo una giovane donna che ha ricoperto ruoli istituzionali (ad esempio: Branch Manager per la ICCIUK) mi sono sentita maggiormente ascoltata e valorizzata in UK.

In Italia è capitato che alcune persone non mi prendessero sul serio dato il sesso e l’età. Sicuramente ci sono differenze tra l’Italia e l’Inghilterra non solo dal punto di vista lavorativo, basti pensare che qui la gente è sì più rispettosa, ma d’altro canto non possiamo scordarci che l’Italia ha un sistema di welfare assolutamente migliore!

E in ambito lavorativo, invece?

Solitamente gli scozzesi lavorano dalle 9 della mattina alle 5 del pomeriggio, dal lunedì al venerdì, e poi vivono la propria vita. Gli ambienti di lavoro sono positivi e relativamente tranquilli. I colleghi sono carini e riconoscono il fatto che tu, straniero, stai lavorando in una lingua che non è la tua. Non mi sono mai sentita giudicata ma sempre supportata.

Per un giovane credo sia importante, se non fondamentale, essere supportato nella sua crescita professionale. In Italia per molti è difficile, tu cosa ne pensi?

Credo sia difficile per i giovani che entrano nel mondo del lavoro in Italia sapere che verranno pagati il minimo o che saranno sottopagati… Così facendo l’indipendenza è difficile da raggiungere. Personalmente, il mio mantra è fatto di tre parole che mi porto sempre dietro: determinazione, flessibilità e networking.

Ovviamente non voglio fare di tutta l’erba un fascio ma reputo sia un problema importante. Alcune regioni e/o settori dell’economia italiana hanno maggiori difficoltà, altri meno. Ad esempio, ho degli amici che hanno ottimi lavori mentre altri, anche se molto talentuosi, ancora non riescono a trovare un’occupazione.

Sarebbe bello ci fossero maggiori opportunità per i giovani e maggior rispetto per il loro lavoro (a cui dovrebbe essere riconosciuto uno stipendio adeguato o anche un riconoscimento delle proprie qualità e conoscenze, anche se appunto giovani). In altri Paesi europei forse c’è più attenzione per questi piccoli ma importanti dettagli.

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle realtà di vita conosciute all’estero?

No, non ho intenzione di tornare in Italia, almeno per il momento. Mi piacerebbe spostarmi in un posto più caldo, però. Così come mi piacerebbe lavorare maggiormente con i piccoli produttori alimentari o di bevande, contadini, e allevatori che mantengono l’autenticità e le tradizioni scozzesi vive. Magari occupando la posizione di Business Development Manager o di Liaison Manager all’interno di istituzioni scozzesi.

 

 

 

Ode ad Edimburgo

“Una casa non è una questione di mattoni, ma di amore. Anche uno scantinato può essere meraviglioso.” (Christian Bobin)

 

É passato piú di un mese dalla fine della mia esperienza a Edimburgo, e sento sia arrivato il momento di dedicare un po’ di inchiostro (si, lo so che è un computer, ma si fa per dire) ad una città meravigliosa che mi ha regalato tante emozioni e nuove esperienze, ed a delle persone che continuano ad accogliere migliaia di sconosciuti come se fossero membri di un unico grande clan.

Per tutto il periodo del mio stage mi sono annotata le piccole peculiarità che mi colpivano di più su un paese che non avevo avuto l’occasione di esplorare più di tanto, e sulla cui storia i nostri libri di testo si concentrano poco, preferendogli la più rinomata storia e cultura Britannica. I miei appunti passano da grandi differenze – partendo da quelle climatiche fino ad arrivare a quelle umane – a delle piccolezze che ho avuto l’occasione di scoprire quasi per caso, come delle foglie spostate dal vento e posatesi davanti a me in attesa di una nuova folata.

Prima di tutto la gente è più disponibile: sono atterrata a fine settembre, giusto all’inizio della stagione piovosa – perché in Regno Unito la pioggia smette, non si aggira come una cappa minacciosa come raccontano le leggende metropolitane – con due valigie enormi, uno zaino da campeggio ed un altra borsa solo per i documenti. Ovviamente l’appartamento affittato qualche giorno prima (di corsa, perché chi fa le cose per tempo è fondamentalmente una persona strana) era in una di quelle belle case tipicamente georgiane di mattoni, quelle che sfruttano tutta la superficie del palazzo ed includono degli appartamentini deliziosamente bui nel piano interrato raggiungibili solo con delle piccole scalette di pietra. Levigata dalla pioggia e scivolose.

Ora, io sono una di quelle persone che già ha problemi a camminare normalmente – non ho mai sviluppato una buona percezione dello spazio, il che risulta spesso in ematomi, lividazzi e tagli che compaiono a sorpresa sul mio corpo – e i miei genitori mi hanno gentilmente dotata di due caviglie prone al piegamento: cercare di portare giù tutta quella roba da sola avrebbe solo dimostrato a Theresa May che anche io sono una di quelle immigrate che viene solo per sfruttare il sistema sanitario nazionale anche se involontariamente.

Chi abita a Londra sa bene che in una situazione del genere la soluzione è solo una, ovvero bisogna iniziare a pregare tutte le divinità disponibili nei vari deck religiosi del mondo e rimboccarsi le maniche. A Londra la gente non ha tempo di fermarsi, perché il tempo è denaro e perché i bus vuoti nella rush hour passano una volta ogni morte di Papa. A Londra vige la legge che ognuno fa per se. Vi dicessero mai il contrario le opzioni sono due 1) Vi stanno mentendo; 2) Hanno trovato l’unica zona dove questa regola non vale – se così fosse, fatevi dare precise indicazioni che così mi trasferisco subito.

Ricapitolando. Ero da sola, con 48 chili di valigie da portare giù per almeno 10 gradini, la pioggia che mi scrosciava addosso senza alleviare la calura che mi portavo addosso grazie al maglioncino di lana (“Ascolta mamma, che in Scozia fa freddo: copriti che sennò ti viene la febbre”) ed in una strada laterale senza l’ombra di un umano attorno. Potevo piangere, oppure risolvere la situazione con un approccio da cartone animato, poggiando la valigia sul fronte e lasciandola elegantemente scivolare per le scale. La riduzione la fatica valeva la cattiva impressione che avrei fatto con i vicini.

Ma poi, in distanza, con il suo cappellino alla Bob Marley, una giacca gialla che neanche io, che adoro il giallo, avrei mai osato comprare ed un paio di orrende scarpe a punta marroni, compare lui. Lui che pare uscito da una Brixton anni ‘70 attraversa la strada e mi domanda, con un accento fortemente Scozzese – del tipo: Braveheart mettiti in coda come alle Poste che senza bollettino un accento così non te lo danno – se ho bisogno di aiuto.

Avrei voluto abbracciarlo tanto ero sorpresa dalla sua offerta. La settimana prima ero a Londra con la mia migliore amica, mani piene di borse della spesa (e shopping, ma questa è un’altra storia) ed una caviglia dolorante e non un cane che avesse almeno avuto la cortesia di scostarsi per farci scendere dal bus. Lui aveva attraversato la strada. Il mio stupore nel raccontarlo dovrebbe farvi capire quanto ormai sono poco abituata a questi improvvisi atti di cortesia.

Le cose sono andate solo migliorando nelle settimane seguenti.

Appena arrivata in Inghilterra nel 2012, la cosa che mi aveva colpita di più erano le code spontanee create dai passeggeri in attesa dei bus pubblici. A Torino una cosa del genere sarebbe stata impensabile. Il mio liceo si trovava nel centro città, vicino ad un altro liceo ed una scuola media: immancabilmente, anno dopo anno, gli orari di uscita si allineavano perfettamente, risultando in una perenne lotta all’ultimo sangue per riuscire ad infilarsi in un minuscolo anfratto dell’automezzo per arrivare ad un’ora decente per pranzo. Il fatto che io stessi a meno di quindici minuti a piedi dalla scuola è un piccolo dettaglio.

Avanti veloce di quattro anni e mi ritrovo in Scozia, che nonostante sia sempre parte del Regno Unito – per adesso? Per ancora qualche anno? Chissà – è completamente diversa sia a livello climatico che a livello umano.

Le code per i bus sono intelligenti, anche più che a Londra: la mattina si guardano gli orari dei bus appesi alla pensilina, si calcola quale dei veicoli arriverà prima e ci si regola di conseguenza. Gli astanti in attesa del primo si mettono sotto la tettoia della fermata, mentre gli altri aspettano in coda contro il muro, inserendosi sotto la tettoia solo quando il primo gruppo ha passato l’attento esame del conducente. E così man mano che arrivano i bus, senza scambiare mai una parola, seguendo un piano ben chiaro quasi geneticamente parte della persona.

Altro tratto tipicamente scozzese è la costante voglia di aprirsi agli sconosciuti. Mentre a Londra i primi mesi possono essere molto difficili per i nuovi arrivati, a meno che non si conosca già qualcuno o si entri da subito in contatto con la propria comunità di appartenenza, in Scozia mi sono sentita subito a casa. In primo luogo perché mi è stato dato il tempo di abituarmi alla nuova situazione professionale in cui mi trovavo, e anche grazie all’aiuto dei miei colleghi che da subito si sono offerti di farmi esplorare la città insieme a loro. Mi hanno da subito fatto sentire una di loro, ed ancora adesso condividiamo sui social media un rapporto di amicizia molto forte.

Per quanto io sia solitamente introversa, mi faceva piacere conversare con i commessi e le commesse dei negozi del centro, o scambiare qualche chiacchiera con i cassieri del mio supermercato locale. A Londra c’è sempre un sacco di gente da servire, e mi rendo conto che il medesimo approccio non sia possibile in una così grande città, però ho molto apprezzato il poter scambiare due parole con la gente nei negozi senza dovermi preoccupare della ressa di gente in coda dietro di me.

Come ha detto mia sorella quando è venuta a trovarmi la prima volta a Edimburgo, la Scozia è molto più europea rispetto al resto del paese – anche se la sua metrica di paragone si basa fondamentalmente sull’aggiunta del cucchiaino insieme al suo caffè invece degli stecchini inutili di Starbucks per girare lo zucchero.

La sensazione che mi ha dato era molto simile a quella che provo normalmente quando torno a Torino. Un’ondata di acqua fresca, che rinvigorisce e rafforza, accompagnata da una rilassante sensazione di calma che purtroppo a Londra bisogna imparare a ritagliarsi nella routine più frenetica della capitale.

Una sensazione di casa.

 

 

 

 

E poi un giorno parti e vai.

“Le nostre valigie logore stavano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevano altro e più lungo cammino da percorrere ma non importa, la strada è vita.” (Jack Kerouac)

Lunedí vado a Strasburgo. E voi penserete: bravissima, ma adesso cosa c’entra col tema del blog?

Fondamentalmente niente, ma in senso lato tutto. Perché io lunedí parto per il mio primo viaggio di lavoro, e per poter partire ho dovuto seguire l’iter burocratico stabilito dal dipartimento delle risorse umane, seguito da una catena di email con la Sig. Sabine dell’agenzia viaggi e culminando poi in una meravigliosa telefonata Edimburgo-Bruxelles nella quale ho tirato fuori tutta la mia conoscenza della lingua francese.

Fatto sta che dopo quasi due settimane di limbo – ma quindi parto? E i biglietti? Quale linea di budget ho? – adesso parto ed improvvisamente ho realizzato che la scuola è veramente finita. Non ci sono piú le giustificazioni di assenza, o i genitori che vanno a parlare coi prof.

Non proveró piú la sensazione mista tra euforia e terrore del tagliare il giorno delle interrogazioni di fisica, o le nottate sui libri di diritto dei media.

Ho iniziato a lavorare come stagista per il Parlamento Europeo ad Ottobre: come quando sono partita per l’università nel 2012, il mio trasferimento in Scozia è giunto un po’ inatteso, ma forse la sorpresa è stata dovuta al fatto che mi ero dimenticata di aver fatto domanda.

Definiamola la piacevole conseguenza di una crisi di panico causata dalla costante domanda: “Ah, ma quindi poi cosa fai dopo che ti laurei?” alla quale ho sempre voluto rispondere con un “Ah, ma quindi quando la smetti di fare domande del cavolo?”

Comunque… durante uno degli attacchi di panico causati dalla suddetta domanda mi sono ritrovata a fare quello che tutti i neo-laureati e laureandi si ritrovano a fare almeno una volta nella vita, ovvero la mega-ricercona su Google.

Ora, Google puó esserti amico come esserti nemico. La cosa importante è avere una specie di scaletta con le parole chiave piú ovvie legate ad una determinata area di specializzazione: nel mio caso, vista la mia istruzione e gli interessi personali, la scelta ovvia è ricaduta su “giornalismo”, “politica” e “internship”.

Ore dopo l’inizio della mia binge-session – che sarebbe probabilmente durata minuti se non mi fossi fatta distrarre da Youtube, ma lí sono scema io – mi sono ritrovata sul sito del Parlamento Europeo. Design semplice, molto user-friendly e soprattutto improntato sul coinvolgimento degli utenti grazie al trucchetto del colore blu, ma questa parte è probabilmente involontaria.

Trovata la sezione stage, mi sono trovata a contemplare le varie opzioni offerte, suddivise in:

● Graduate traineeship, anche dette Robert Schuman traineeships, offerte a candidati laureati con interessati ad un percorso generale, per giornalisti o dedicato ad un approfondimento sul lavoro del Parlamento in materia di diritti umani (stage Sakharov). Si possono svolgere nelle tre sedi principali degli uffici (Strasburgo, Bruxelles o Lussemburgo) oppure negli uffici informazione del Parlamento (EPIOs) che si trovano nei paesi membri;

● Training placements per studenti con diploma di scuola superiore o studenti universitari i cui corsi includono uno stage obbligatorio;

Per essere accettati in questi programmi bisogna sapere almeno una delle lingue ufficiali dell’Unione Europea – Inglese, Francese o Tedesco. Se però decideste di fare richiesta per uno stage in uno degli EPIOs dovete dimostrare di parlare la lingua del paese selezionato.

Scelto il percorso giornalistico ho compilato il form – ovviamente creato per creare ulteriori crisi di nervi grazie ad un delizioso limite di quindici minuti di tempo per la compilazione – e premuto invio. Circa tre mesi dopo (la scadenza per il periodo Ottobre-Febbraio è a Maggio) ho ricevuto una mail che non definirei proprio di conferma vista la mia confusione per circa due mesi prima dell’inizio dello stage. È stata la riprova che la terminologia burocratica è confusionale indipendentemente dai limiti nazionali.

Il 1 settembre mi è arrivata l’approvazione ufficiale del mio stage ad Edimburgo. E sí, mi sono sentita un po’ Harry Potter.

La squadra è piccola, e anche l’ufficio è minuscolo rispetto all’edificio Pierre Pflimlin che ospita gli EPIOs durante la sessione di Strasburgo, ma la ridotta dimensione aiuta a sentirsi subito parte del team. Ho un mio ufficio, e dei colleghi disponibili che mi aiutano a districarmi nella complessa realtà delle politiche Europee e Scozzesi.

A Strasburgo – una delle “missioni” previste durante il periodo di stage – sarò invece circondata da altri stagisti con i quali affronterò i labirintici edifici delle istituzioni europee durante la sessione del Parlamento, cercando di sopravvivere alle masse di eurocrati che ogni mese invadono la capitale dell’Alsazia e visitando uno dei piú rinomati mercatini di Natale d’Europa.