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Intervista a Luca Pilati, export manager in Germania: “Potrei tornare e lavorare in Italia, ma l’instabilità politico-economica non mi rassicura”

Hof, Germania, una piccola cittadina a nord della Baviera. Dopo aver viaggiato in lungo e largo per l’Europa, in Russia, ma anche in America Latina e in Canada, è qui che oggi vive il nostro Italians del mese Luca Pilati, 31 anni originario di Marsciano (Perugia).

Luca è ad oggi export manager (area europa) in Germania, e si occupa cioè di vendite seguendo sia il canale tradizionale fisico che l’e-commerce. Un lavoro che lo porta a viaggiare per circa il 30% del suo tempo, a stretto contatto con agenti, distributori e clienti diretti per stabilire prezzi, promozioni, sconti e lancio di nuovi prodotti.

“Il mondo è grande ed ho la costante voglia di vederlo tutto – ci anticipa Luca – in ogni luogo che visito, mi chiedo sempre come sarebbe vivere lì, la routine, le persone, la vita. Più che lasciare l’Italia mi piace vedere il rovescio della medaglia: concentrarmi cioè su quello che questo percorso mi porta a scoprire”.

Ciao Luca! Raccontaci la tua esperienza da Italian: sappiamo che attualmente vivi e lavori in Germania, ma come ci sei arrivato? Faceva tutto parte di un tuo progetto oppure hai seguito il corso degli eventi?
Diciamo che faceva parte del mio progetto e poi il corso degli eventi – che in fondo mi sono creato io – mi ha di certo aiutato. Ho sempre agito in visione di un possibile spostamento all’estero. Sin dal liceo mi sono sempre orientato verso un percorso che potesse aiutarmi in questo senso. E in primis, già dagli anni degli studi superiori, ho capito che lo studio dell’inglese sarebbe stato necessario e questa si è poi rivelata una scelta fondamentale considerando che oggi, per poter essere competitivi ed avere maggiore libertà di movimento, l’inglese rappresenta davvero il minimo indispensapide in termine di lingue straniere da conoscere. Ora con anche lo spagnolo, il tedesco ed un po’ di francese mi sento più tranquillo!
L’obiettivo di trasferirmi all’estero per lavorare me lo ero prefissato per completare le mie pregresse esperienze di periodi trascorsi fuori dall’Italia nei momenti di tempo libero o per studiare. Lavorativamente parlando, mi mancava quindi un’esperienza all’estero ed è cosi che ho colto l’opportunità di trasferirmi in Germania.

Qualcosa sul tuo lavoro: cos’è che fa di preciso un export manager, compiti e responsabilità? Credi che in Italia avresti potuto trovare un’occupazione simile, ci hai provato, oppure lavorare all’estero era quello che volevi?
Come export manager mi occupo di vendite e seguo sia il canale tradizionale (retailers) sia l’e-commerce. Mi relaziono con agenti e distributori esistenti o, dove necessario, cerco io stesso persone in loco per sviluppare i mercati di mio interesse, e mi relaziono anche direttamente con i clienti. Stabilisco promozioni, sconti, lancio di nuovi prodotti in base al mercato di riferimento. Viaggio circa il 30% del mio tempo, principalmente in Olanda, Belgio, Svizzera, Austria, Polonia, Repubblica Ceca, Norvegia, Francia e Germania. Per quanto riguarda l’e-commerce, invece, il discorso è leggermente diverso perché gestisco il flusso di informazioni che poi il cliente (ad esempio Amazon) utilizzerà per vendere il prodotto online (informazioni su prodotti, prezzi, immagini, stock prodotti, testi marketing). È un lavoro con meno interazione tra persone dal momento che la stragrande maggioranza del lavoro può essere svolto tramite “ticket” (sistema informatizzato).
Come dicevo prima, lavorare all’estero è sempre stato un mio chiodo fisso. In Italia, il mio ruolo viene molto apprezzato perché, specialmente in questo momento, le aziende italiane hanno bisogno di esportare i propri prodotti e non sempre sono preparate per poterlo fare. Non ho ancora preso in considerazione questa possibilità, perché pensare un futuro in Italia considerando l’outlook negativo dato dal crescente debito pubblico, la costante incertezza legata alla politica affiancato da una crescita debole o inesistente del Paese, non mi rassicura. Quindi ho optato per paesi con scenari più positivi e livelli salariali più alti.

Il lavoro in Germania è strutturato in maniera diversa rispetto che in Italia? Penso alla flessibilità, alla meritocrazia, alla responsabilità, o anche alla possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età…sono problemi solo italiani?
Si, qui la differenza è notevole. Dal punto di vista pratico e di organizzazione del proprio lavoro c’è molta più libertà. Gli orari di entrata ed uscita dall’ufficio sono flessibili e si lavora 38 ore settimanali e non 40. Inoltre le ore di straordinario, che capita sovente di fare, vengono accumulate e possono essere utilizzate successivamente come ore di permessi. Il lavoratore è molto più tutelato anche dal punto di vista della salute e del benessere in ufficio. Un esempio carino che voglio citare che non mi è mai capitato di vedere in Italia è la possibilità di richiedere una scrivania con pianale elettrico che si alza e si abbassa per poter permettere alle persone di lavorare in piedi. In pratica: stare seduti per molte ore in ufficio non è salutare, quindi è possibile richiedere una scrivania con pianale elettrico che si alza e si abbassa a tuo piacere per poter lavorare anche stando in piedi.
Si fa molta attenzione a rispettare la pausa pranzo e gli altri intervalli che ti permettono poi di lavorare in maniera più efficace il resto della giornata. Per quanto riguarda le responsabilità ho notato che qui il binomio giovane=inesperienza è quasi inesistente. Al contrario, si valorizza di più il concetto di giovane=risorsa. E questo è un fattore da non sottovalutare. I giovani hanno più spazio, più responsabilità e quindi la capacità di apprendimento e di sviluppo è maggiore. il lavoro è più appagante dal momento che hai maggiore libertà di prendere decisioni e le tue idee vengono prese in considerazione.

Quello della meritocrazia in Italia è un tema delicato dove sfortunatamente il più delle volte si è costretti a constatare che il merito passa in secondo piano, scavalcato da quel clientelismo ormai radicato sia nelle organizzazioni pubbliche che private. Credo sia difficile cambiare in un paese che ha questa impostazione. Riguardo la possibilità di emergere, secondo me, oltre al problema della mancanza di meritocrazia, in Italia c’è anche il problema della stagnazione del lavoro. Qui in Germania, ad esempio, come in molti altri Paesi c’è più offerta di lavoro, pertanto, trovo ci siano più possibilità di emergere in contesti dove si investe, dove si aprono aziende, dove si crea lavoro.
In Italia succede l’opposto: i posti di lavoro non ci sono, le aziende italiane non investono o addirittura delocalizzano ed infine, non abbiamo la capacità di attrarre capitale estero vista la burocrazia e soprattutto la perenne instabilità politico – economica. Alla fine i giovani vivono il risultato di questo insieme di fattori, oscillando tra il minimo sindacale e lo stage non retribuito che, come detto prima viene giustificato anche dalla mancanza di esperienza.

Ho notato anche che c’è ostilità da parte di chi, invece, dovrebbe trasmettere ed insegnare ai giovani come lavorare. L’egoismo secondo me è uno dei fattori più penalizzanti in Italia. Egoismo che porta a pensare sempre a se stessi e non alla comunità. Questo sfocia spesso anche in mancanza di senso civico e di interesse verso quello che succede anche al di fuori della vita personale. Non essendoci coesione sociale, gli individui cercano di “sopravvivere” come meglio possono salvaguardando i propri interessi, ignorando però la situazione complessiva della comunità e più in generale dell’Italia stessa.

Com’è vivere ad Hof? C’è una comunità di italiani lì? Ti senti ben accolto oppure ci sono pregiudizi che hai dovuto superare? Inoltre, quali sono le difficoltà che affronti ogni giorno in questa nuova vita?
Sono sempre stato affascinato più dal nord Europa che dal sud. Non a caso quando la stragrande degli studenti facevano l’erasmus in Spagna io sono andato in Polonia. Sono sempre stato attratto dal freddo e non dal caldo, dalle montagne e non dal mare, dagli sport invernali piuttosto che dal calcio. Diciamo che non sono proprio italianissimo sotto questo punto di vista! Approdare in Germania, quindi, sotto questo punto di vista ha avuto un impatto decisamente positivo. Mi sono quasi sentito a casa, circondato da paesaggi, clima e cultura che mi hanno sempre affascinato. La parte più difficile del trasferimento è stata la barriera linguistica. Vivere in una piccola cittadina, seppur universitaria, significa non poter parlare sempre in inglese, dato che in pochi lo sanno. Devo ringraziare i miei colleghi che si sono presi cura di me e mi hanno aiutato in tutto quello che concerne la vita quotidiana (affittare un appartamento, comprare mobili, pagare le bollette, trasferire la residenza, etc..) Però alla fine, dopo un anno qui in Germania, posso dire che effettivamente queste difficoltà iniziali si sono rivelate utili dal momento che l’apprendimento del tedesco è stato e tutt’ora è molto più rapido. Apprendere una nuova lingua e conoscere da vicino una cultura differente mi affascina ed è per questo che ho costruito una rete di amicizie principalmente con tedeschi e non con italiani. Anche qui, all’inizio non ti senti proprio a tuo agio circondato da persone che parlano una lingua praticamente indecifrabile e spesso anche in dialetto! Però con un po’ di coraggio, molta pazienza e svariate bottiglie di birra riesci man mano ad interagire sempre di più.
Secondo me è fondamentale come uno si pone. Se sei tu privo di pregiudizi, aperto e sorridente, non ci sono problemi di integrazione. Almeno questa è stata la mia esperienza fino ad oggi in tutti i luoghi in cui ho vissuto ed ho visitato sia in Italia che all’estero. Porto con me sempre bellissimi ricordi di persone con cui ho condiviso momenti della mia vita e che mi hanno sempre accolto con entusiasmo ed amicizia.

Questa non è la tua prima esperienza all’estero: c’è stato anche l’Erasmus in Polonia e poi la Spagna per tre mesi e anche la Svizzera, seppur solo un mese. Raccontaci qualcosa di queste esperienze – punti di forza e punti negativi, ovviamente!
Vedendo sempre il bicchiere pieno o, nei momenti peggiori, mezzo pieno, sinceramente non saprei di che punti negativi parlare. Un’esperienza all’estero che sia di lavoro, di studio o di svago, secondo me, è sempre costruttiva e soprattutto ti lascia il segno. L’erasmus è sicuramente un’esperienza indimenticabile soprattutto in un Paese come la Polonia, dinamico con molti giovani e centro di forti investimenti da parte di moltissime aziende. Dopo l’erasmus sono tornato spesso in Polonia sia a visitare gli amici che per lavoro ed ogni anno rimango piacevolmente colpito dalla dinamicità di quel Paese. Per quanto riguarda la Spagna e la Svizzera in entrambi i casi sono stato ospite di una famiglia. è stato davvero bello sentirsi parte di loro, vedere i loro usi e costumi, parlare la loro lingua e vivere il loro quotidiano.
È qui che mi viene in mente la parte negativa di questo stile di vita: lasciare la famiglia, gli amici, la quotidianità che ti ha accompagnato per anni nel posto in cui sei nato e cresciuto. Il prezzo da pagare per chi decide di spostarsi è effettivamente abbastanza alto, specialmente per chi vive in Italia, dove la cultura della famiglia è ancora molto forte. Lasci il luogo dove sei sicuro di trovare sempre il supporto degli amici, l’amore della famiglia, e soprattutto la quantità di cibo che ti prepara la nonna che ti vede sempre deperito. Vivendo lontano e soprattutto viaggiando spesso, mi ritrovo ad essere con me stesso, e devo dire che è  veramente piacevole. Schopenhauer dice: “Un uomo di grandi doti spirituali nella più completa solitudine si intrattiene in modo eccellente con i suoi pensieri e le sue fantasie…”. Essere il punto di riferimento di se stessi è impegnativo. Occorre avere un discreto carattere ed una sufficiente energia interiore per vivere momenti facili e difficili sempre rimanendo sereno e felice.

Tornando al tuo periodo di studi in Polonia e guardando all’Italia, potresti aiutarci a fare un confronto tra questi due sistemi educativi? In cosa possiamo prendere esempio per migliore, e viceversa?
In Italia sicuramente la preparazione è ottima. quello che ho notato però è che spesso si riduce a studiare interi libri e “recitarli” il giorno dell’esame. Parlare di Erasmus significa fare un passo indietro di circa 10 anni. Al tempo rimasi colpito dalla modalità in cui le lezioni venivano svolte, ricche di progetti, esercizi.
Il professore, sempre pronto ad aiutarti, era più al tuo stesso livello. In Italia, secondo me, c’è molto più divario tra studente e professore. In Polonia ad esempio ricordo di aver sostenuto un esame basato su una piattaforma virtuale in cui il team di cui facevo parte, formato da studenti di diversi paesi, doveva virtualmente gestire un’azienda che produceva laptop. Ogni membro del gruppo aveva un compito (Marketing, Finanza, Sales… etc..) e giornalmente dovevamo inserire nel portale virtuale le azioni che volevamo venissero fatte nei giorni successivi. In base al posizionamento dell’azienda dopo 6 mesi rispetto alle aziende degli altri team (formati da altri studenti), si riceveva il voto finale dell’esame. Ci siamo posizionati secondi perché abbiamo perso fatturato a seguito di un’apertura di un negozio in Brasile dove però ci siamo scordati di assumere il personale di vendita. Svolgere esami in questo modo ti permette di interagire con persone del tuo corso, scambiare idee, capire dal punto di vista pratico le azioni e soprattutto le conseguenze di quello che decidi di fare o nel mio caso..ti scordi di fare.
Chiaramente la teoria è fondamentale durante il percorso di apprendimento. Devo essere riconoscente del fatto che sia a Perugia che a Torino ho appreso moltissimo. Ma secondo me se venisse curato di più l’aspetto pratico si avrebbero sicuro risultati maggiori sulla preparazione finale dello studente a fine corso di laurea. Poi, una cosa tutta italiana credo sia la probabilità di essere bocciati in base ai capricci del professore o dell’assistente di turno. Andare a sostenere un’esame sapendo di avere la probabilità di essere bocciato o comunque di ricevere un voto non idoneo alla tua preparazione in base allo stato d’animo del professore non è rassicurante soprattutto considerando che tu sei lì per crearti un futuro ed un giorno in più passato in università è un costo per te o per la famiglia che ti mantiene e soprattutto è un giorno in più necessario per entrare nel mondo del lavoro – dove di per se è già difficile entrare.

Si parla spesso (e a volte a sproposito) della cosiddetta “fuga di cervelli”: te cosa ne pensi? Ti senti uno di loro? Secondo la tua esperienza, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?
Per quanto mi riguarda la decisione di andare a lavorare all’estero è stata semplicemente la naturale evoluzione del mio percorso sia di vita che lavorativo. Attualmente la mia fidanzata vive ad Istanbul, io abito in Germania e la mia famiglia in Italia. Questo non mi disturba affatto anzi mi motiva e mi rende felice. Vivere in equilibrio tra 3 nazioni mi piace e mi fa sentire cittadino del mondo. Tutte le volte in cui mi sono spostato non mi sono mai sentito straniero. Mi sono sempre sentito a casa. Le diversità le ho sempre vissute con entusiasmo e mai mi sono sentito isolato. Come già detto, ovviamente i rapporti che lasci con le persone che ti hanno sempre circondato difficilmente sono ricreabili, però questo fa parte del gioco. In Europa si sta lavorando da decenni, anche se con moltissima difficoltà, per creare un mercato unico, una moneta unica e soprattutto libero scambio di capitali, merci, servizi e soprattutto libera circolazione di persone. È su questo che mi piace soffermarmi, la libera circolazione di persone. Purtroppo probabilmente non c’è molta educazione da parte degli stati membri rivolta ai giovani sotto questo aspetto. Ma io la fuga di cervelli, in una visione di globale di interscambio tra paesi, non la vedo. È uno spostamento e dal mio punto di vista è positivo. La domanda che secondo me dovremmo farci è: quanti cervelli in fuga da altri paesi vengono nel nostro paese? Perché alla fine un po’ come la bilancia commerciale ci sono 2 fattori l’import e l’export. Non ho mai sentito parlare di un bilancio finale. Non ho mai avuto modo di leggere notizie relative alla capacità dell’Italia di attrarre giovani.
Non sempre la fuga di cervelli deve essere vista come scelta disperata che deriva da una situazione di disagio nel proprio paese. L’interscambio di persone è fisiologico in un mondo con sempre meno barriere. Nel caso dell’Italia secondo me occorre soffermarsi non solo sulla fuga di cervelli perché alla fine i “cervelli” non esistono solo in Italia. Quindi secondo me bisognerebbe discutere anche sul perché i “cervelli” più preparati e competitivi di altri paesi non scelgono l´Italia. L’Italia purtroppo viene vista come il “Bel Paese” dove poter andare a mangiar bene, a bere vino e stare al caldo. Questo sotto un certo punto di vista gioca a favore di noi italiani, dato che il turismo rappresenta uno spicchio molto importante dell’economia italiana. Sotto un altro punto di vista gioca nettamente a sfavore dato che il “Bel Paese” non viene considerato come meta interessante per investimenti o come luogo dove intraprendere una carriera lavorativa.

Se potessi, cosa cambieresti in Italia e in noi giovani italiani? Parlo di mentalità ma anche di competenze, mi viene da pensare che nel mercato globale ci sia bisogno di giovani che sappiano le lingue e siano tecnologici: secondo te noi italiani possiamo essere competitivi in questo?
Viaggiando mi sono reso conto che il livello di vita in Italia è mediamente alto e di questo me ne sono reso conto solamente dopo aver vissuto in Polonia ed aver visto paesi come la Romania Estonia, Lettonia, Lituania, Ucraina, Serbia, Argentina, Turchia dove in alcune zone vivono in condizioni veramente critiche o quantomeno basiche. Da lì ho iniziato ad aver bisogno di molto meno per essere felice. Ed ho iniziato a riflettere di più si dove indirizzare le risorse disponibili. Anche in Germania, dove gli stipendi medi sono nettamente più alti rispetto all’Italia si fa moltissima attenzione a quanto si spende e come si spende.
In Italia molte cose si danno per scontate. vestiti, cellulare, macchina, vacanze, cene, aperitivi, moto. Ma non e´ poi scontato che in Paesi anche a solo 2 ore di volo queste cose siano possibili. Considerando uno stile di vita del genere come la normalità, effettivamente poi lo stipendio non basta.
Inoltre personalmente non so neanche quanto valga la pena poi dover lavorare per cercare di mantenere uno stile di vita caratterizzato per lo più da beni futili, necessari solo per il “riconoscimento sociale” che viene messo troppo spesso al primo posto. Quindi a volte trovo eccessivo puntare il dito verso l’estero e dire che le cose in Italia non vanno bene e che altrove i giovani riescono a trovare felicità successo e lavoro. Non sono d’accordo nella visione di un estero come una sorta di paese dei balocchi. È sbagliato. Riconoscere ciò che si ha la fortuna di avere, secondo me è doveroso. Da lì dovremmo poi ripartire per capire come poter migliorare senza accanirsi troppo sul problema Italia. Solo che si parla sempre al condizionale o al futuro ma mai al presente. Ed ho la sensazione che questo sia possibile perché in un certo senso ancora in Italia c’è una situazione di agio tale per cui nessuno vuole veramente cambiare le cose o sente il bisogno di farlo. In fondo l’Italia è fatta di italiani quindi se le cose non vanno come vorremmo che andassero, allora un esame di coscienza andrebbe fatto.
Per quanto riguarda l’inglese la situazione sta migliorando, soprattutto tra i giovani dove con l’uso di piattaforme come Youtube o Netflix, la lingua inglese sta diventando più diffusa e soprattutto accettata.
Ovviamente siamo ancora in ritardo rispetto alla media Europea insieme a Francia e Spagna ma spero che vengano prese misure per sensibilizzare gli studenti sull’importanza della lingua inglese. L’Erasmus ad esempio rappresenta uno strumento ideale per poter permettere alle persone di studiare l’inglese e vivere periodi all’estero. In merito alla tecnologia, secondo me, in Italia pur essendo un Paese periferico la situazione è più che soddisfacente. Il costo della telefonia – internet compreso – è basso, i servizi ci sono, l’alta velocità è praticamente presente ovunque. In Germania un contratto per telefonia mobile con 6 giga per navigare lo paghi 40€. Con una compagnia lowcost, 10 GB li paghi 30€.
In Italia oggi “navighiamo” con la fibra ottica. I tedeschi che prendo come riferimento dato che sono una delle economie più forti al mondo, invece, utilizzano ancora cavi in rame. Durante lo scorso decennio, a differenza di altri Paesi, Italia compresa, la Germania non ha installato la fibra visti gli enormi costi che avrebbe dovuto sostenere data la vastità del territorio ed una popolazione equamente distribuita. Questo ha portato alla scelta di aggiornare la rete già esistente in rame invece che investire in cavi in fibra ottica. Il prezzo lo pagano oggi dal momento che le velocità ridotte stanno ostacolando la digitalizzazione delle aree industriali che impattano di conseguenza sulla fornitura di prodotti e servizi al consumatore finale. In Italia, come al solito, rispetto alla media europea non siamo messi bene. Però sono ottimista perché, come appena detto, almeno le infrastrutture ci sono.

Una domanda più personale – lasciare l’Italia, partire e andare lontano, conoscere popolazioni, culture estranee: cosa ti spinge ogni giorno ad affrontare le tue paure e ad alzare sempre di più l’asticella? Sei alla ricerca di una posizione lavorativa sempre più di rilievo oppure è una “vocazione” personale?
Entrambe le cose. Ho avuto la fortuna di intraprendere un percorso che mi motiva sia a livello personale che lavorativo. Ho deciso di viaggiare perché secondo me è il miglior modo per investire tempo e denaro, in più sono riuscito a trasformare questa mia “vocazione” in lavoro. Sono in costante competizione con me stesso. Una competizione sana che mi porta ad alzare costantemente l’asticella per evitare di rimanere impantanato in una zona di comfort che sinceramente mi spaventa. Si ha paura principalmente di ciò che non si conosce, io le mie paure le ho trasformate in curiosità. D’Annunzio scrive: “Non è mai tardi per tentar l’ignoto, non è mai tardi per andar più oltre”. Questa è la frase che mi motiva e che mi piace ricordare perché che cosa c’è di più bello che vivere con l’adrenalina e la volontà smodata di scrivere nuovi capitoli della propria vita per poi guardarsi indietro ed essere consapevoli ed appagati della strada percorsa, delle difficoltà superate e degli obiettivi raggiunti?

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?
Al momento non ho preso in considerazione di tornare in Italia. Vivere in Germania mi permette di apprendere una lingua abbastanza complicata ma molto utile a livello lavorativo pensando anche ad eventuali futuri spostamenti all’interno dell’area DACH. Quindi per ora mi interessa rimanere qui per continuare ad accumulare esperienza utile per avanzamenti di carriera futuri. Sicuramente sarebbe interessante poter contribuire alla crescita delle aziende italiane soprattutto all’estero e non nascondo che mi capita spesso di pensarci. Il potenziale delle aziende italiane è enorme e mi piacerebbe essere tra coloro i quali hanno contribuito al loro sviluppo. La realtà italiana è composta però per la stragrande maggioranza da aziende medio/piccole e non so quanto queste aziende siano preparate o quantomeno orientate al cambiamento. Da sempre il made in Italy, sinonimo di qualità e di unicità, è stato uno dei fattori chiave del nostro paese. Sfortunatamente però le piccole e medio imprese che caratterizzano la rete di aziende italiane non riescono ad essere competitive in un contesto globale. Il mercato mondiale è una risorsa preziosa che dovrebbe essere sfruttata in pieno dalle aziende del nostro territorio.
Per le aziende esportare significa avere la possibilità di crescere. Il problema è che le piccole aziende italiane, viste le dimensioni, non hanno gli strumenti per potersi ritagliare fette di mercato in altri paesi. Negli ultimi anni l’errore più grosso è stato quello della mancanza di investimenti sia da parte delle aziende sia da parte del governo. In particolare bassa spesa in ricerca e sviluppo e continui tagli all’istruzione…senza parlare dei gravi problemi legati alle infrastrutture, fattore chiave per la competitività delle aziende e la crescita economica di un Paese.

 

Intervista a Clarica Antonacci, insegnante di Inglese a Krasnodar (Russia)

Questo mese, prima della pausa estiva, abbiamo deciso di spostarci un po’ più in là e volare in un Paese forse non poi così lontano, ma che in pochi conoscono davvero, o “dall’interno”, oseremmo dire. Siamo infatti volati in Russia, e più precisamente in una delle sue città più a ovest, Krasnodar. Lì, virtualmente, s’intende, abbiamo avuto il piacere di conoscere Clarica, ventisettenne originariaa della provincia di Roma (Artena), e oggi insegnante di inglese in Russia. Di lei ci colpisce subito l’esuberanza, la voglia di fare e d’imparare sempre cose nuove, e un grande spirito di squadra che, ci dice, è la sua preziosa eredità dopo più di un decennio passato tra studi e pallannuoto. 

Curiosi? Beh, cominciamo!

 

Ciao Clarica! Sappiamo che sei un insegnante di lingua inglese in Russia, ma partiamo dall’inizio: come e quando sei arrivata a Krasnodar? Faceva tutto parte di un tuo piano ben progettato oppure quella di partire è stata più una necessità? O magari ci ha messo lo zampino il caso?

Dopo una laurea triennale in mediazione linguistica, non sapevo veramente cosa fare. Sapevo solo di avere tanta voglia di andar via dall’Italia non per una questione di repulsione verso il mio bel paese, ma più per uno spirito di avventura che non mi ha mai abbandonato fin da quando per la prima volta ho messo piede fuori dai confini italiani. La sensazione provata anni prima, durante il mio primo viaggio “away” mi ha fatto innamorare di quell’ansia che ti viene quando vai verso un qualcosa di ignoto. 

Ora mi trovo a Krasnodar, una città che si trova al sud-ovest della grande Russia, dove sono un’insegnante di inglese (principalmente inglese ma poi anche italiano e spagnolo) e vivo qui da già più o meno 2 anni.

A Krasnodar sono arrivata per così dire, per caso. Come ho già anticipato, dopo la laurea triennale ho deciso di viaggiare all’estero ma sono andata verso un porto sicuro, che era Buenos Aires, dove ho vissuto un anno della mia vita durante uno scambio culturale il quarto anno del liceo. Qualcuno potrebbe chiedersi come mai chiami Buenos Aires un “porto sicuro”?! Perchè lì i ho una famiglia nella quale ho vissuto per un anno, che mi ha adottata come figlia, che mi ha appoggiato nella ricerca dell’ipotetico lavoro che stavo cercando li. Purtroppo la fortuna non è stata dalla mia parte in quell’occasione oppure le tempistiche erano sbagliate, oppure più semplicemente la mia preparazione non era davvero all’altezza. Fatto sta che dopo un bel fiasco nella ricerca del lavoro, sono tornata a casa, come si è suol dire “con la coda tra le gambe” avendo però arricchito il mio bagaglio personale con una serie di NO che nella vita fanno sempre bene. Così, tornata in madre patria, ho cercato di dare un senso agli studi fatti e, avendo studiato la lingua russa all’università, mi sono prefissa di cercare una maniera costruttiva per mettere in atto quel poco di russo che avevo effettivamente imparato (il russo è una delle lingue più complicate al mondo, dopo 3 anni di studio sapevo solo dire pochissime cose in russo).  E così, sotto consiglio della mia mia migliore amica, sono andata a consultare il Centro Informazione Giovani presso l’ufficio di Roma che si trova a Testaccio, dove mi hanno informato sulla possibilità di effettuare un’esperienza SVE, il servizio di volontariato europeo e parte di Erasmus+ (EVS in inglese, European Volounteering Service).

Dopo poco, circa 4 mesi, ho fatto richiesta per partecipare a uno di questi programmi che si teneva a Krasnodar, per la durata di sei mesi. In tutta onestà, direi che questi sei mesi SVE non sono proprio stati un’esperienza produttiva: l’ONG ospitante, infatti, dovrebbe organizzare bene tutte le tue attività, ma la mia è stata gestita, come si suol dire, un po’ “alla bell’e meglio” e dopo sei mesi ancora non mi sentivo realizzata a pieno. Sicuramente le mie conoscenze della lingua russa sono notevolmente incrementate, ma ancora non erano soddisfacenti. Quindi, la suddetta ONG mi ha aiutato a cercare un lavoro qui, e ho trovato una scuola di lingue che fosse in grado di fornirmi di un visto lavorativo e, dopo una lunga attesa per la preparazione dei documenti sono ripartita di nuovo per la stessa città, pronta ad iniziare questa nuova esperienza.                                               

In tanti mi hanno chiesto perché proprio la Russia, perché non potessi fare questo lavoro in Italia. Beh la verità è che per poter insegnare in Italia si ha bisogno di una specializzazione che non ho mai preso, e inoltre, avevo ben in mente il mio obiettivo: imparare il russo. In più, non avevo ancora ben chiaro cosa volessi fare del mio futuro. Non ho voluto continuare con gli studi universitari perché non ho riscontrato in nessuna specialistica qualcosa che davvero mi interessasse, quindi mi sono detta, perché non partire?!

Parliamo allora del tuo lavoro: di cosa ti occupi precisamente, nell’area dell’insegnamento? In confronto all’Italia, a Krasnodar il lavoro è strutturato diversamente? Penso ad orari di lavori flessibilità, alla meritocrazia, alla responsabilità, o anche alla possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età… dicci di più.

Il lavoro qui è pesante, e all’inizio non mi aspettavo tutto ciò. Poco dopo aver iniziato, mi sono subito resa conto delle difficoltà che avrei potuto riscontrare, non potendo quasi mai usare l’aiuto della mia lingua, e usando due lingue che non sono le “mie”. Alla fine delle giornate sono sempre molto stanca, ma realizzata perché si, è molto bello vedere nei volti degli studenti il crescere delle loro conoscenze linguistiche e della loro autostima nel comunicare con me.

Qui gli stranieri sono considerati i migliori insegnanti che uno studente possa avere ed anche la scuola acquista molta più credibilità. Diciamo che sono considerata da tutti l’insegnante madrelingua di questa scuola, nonostante non lo sia. Con il tempo il mio orario di lavoro è andato aumentando sempre più fino ad avere giornate lavorative che vanno dalle 10 alle 12 ore lavorative. Lo so, è assurdo e disumano, ma cosa potevo fare?! Dire di no a nuovi studenti? Sono sempre stata una gran lavoratrice quindi sono sempre riuscita a portare a termine le mie giornate lavorative senza far notare agli studenti la mia stanchezza, emanando positività ed energia.

Nel tuo caso: quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere fuori dall’Italia? A tuo parere l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani a mollare tutto, oppure quella di partire è più una vocazione personale? 

Il lavoro d’insegnante è il primo vero lavoro che ho. Ho sempre lavoricchiato durante gli studi, ho fatto la cameriera qui e lì, ma la verità è che l’opportunità che ho trovato qui, in italia non avrei potuto averla. Non solo per il lavoro, che in ogni caso non avrei potuto fare in Italia per via della specializzazione che non ho, ma anche per un bagaglio linguistico e culturale che nessun altro posto avrebbe potuto darmi. Inoltre, qui “lo straniero” insegnante è molto apprezzato. Ho tanti studenti e sono tutti lieti di poter studiare con me, mi fanno regali nelle ricorrenze, sono molto, molto affettuosi.

Personalmente io sono sempre pronta e ben lieta di fare le valigie, lasciare tutto e partire, ma ciò non significa che tutto sia sempre rose e fiori all’estero. Spesso ti trovi ad affrontare diverse difficoltà che, stando soli, sembrano immense da affrontare e risolvere. Vivere da soli all’estero significa lasciare ogni sicurezza a casa propria, ed andare verso l’ignoto che potrebbe anche non essere così piacevole. Si deve essere pronti a smussare gli angoli del proprio carattere, il paese dove ti trovi non è il tuo, gli la cultura in cui ti trovi e con cui ti relazioni, non è uguale alla tua. E sei tu a doverti adattare, non loro. Quindi, prima di partire bisogna chiedersi se davvero si è disposti a scendere a compromessi anche con, a volte, sani principi personali.

E sempre parlando di lavoro, sappiamo che dopo un anno di studi in Argentina hai provato a cercare fortuna anche lì. Raccontaci meglio com’è andata. L’Italia, la Russia, l’Argentina… potresti aiutarci a fare un confronto tra queste esperienze così lontane tra loro – almeno geograficamente – che hai avuto?

L’argentina è stata la mia prima esperienza lunga fuori dall’Italia. Lì ho una famiglia che considero la mia e delle amiche con le quali sono in contatto costantemente. L’argentina nei miei ricordi ha due facce. Sicuramente il gran bel paese, simile culturalmente al nostro, che mi ha dato tantissimo a livello umano. Li sono stata un anno durante gli studi secondari e quella credo sia stato il viaggio che davvero mi ha sempre stimolato ad andare a cercar fortuna fuori dall’Italia. Quando ho finito l’università avevo fretta di partire e sono quindi tornata li, nella stessa famiglia, nella stessa città (Buenos Aires), e dopo sette anni che non vedevo tutti i miei cari, l’emozione provata è stata immensa. 

Le esperienze che ho avuto all’estero sono completamente diverse tra loro per diverse ragioni. Prima di tutto l’Argentina è molto simile alla cultura e alle abitudini italiane, tra l’altro sapevo che avrei avuto intorno visi amici che mi avrebbero aiutato (anche se invano) a cercare un lavoro. Purtroppo l’Argentina è molto simile all’Italia anche sotto il punto di vista lavorativo. Pensavo che una volta laureata sarebbe stato facile trovare un lavoro come insegnante all’estero ma tutti erano li a chiedere più esperienza sul campo, che non avrei mai potuto fare se non lavorando. 

La Russia, invece, è stata un’esperienza completamente differente. Lo straniero che vuole insegnare è visto come la miglior possibilità per imparare l’inglese. Il mio capo e le colleghe sono sempre la prime che mi chiedono consigli e la squadra che si è creata è del tutto armonica. Mi sono però trovata ad affrontare differenze culturali molto grandi. C’è una forte intolleranza verso l’omosessualità o verso la forza che la donna può avere, una forte ignoranza sull’educazione ambientale. Questi tre temi per me sono le basi della mia educazione personale. E proprio su questi tre temi ho basato la mia scelta di non rimanere in Russia tutta la vita, solo quanto basta per poter imparare la lingua e prendere il positivo da questa esperienza, senza curarmi dei pensieri (a volte a mio parere parecchio arretrati) della maggior parte dei russi.

Sulla base di quello che ci stai raccontando, qualcosa sulla tua vita in Russia: com’è realmente vivere a Krasnodar, quali sono le difficoltà che affronti ogni giorno in questa nuova vita così lontana da casa? Come expat italiana ti senti ben accolta, oppure ci sono dei pregiudizi che hai dovuto superare?

La vita in Russia ha i suoi pro e contro, ovviamente. Come gia detto, mi sono trovata a scontrarmi molto contro persone che non vogliono accettare diversi punti di vista, secondo molti l’omosessualità è un’epidemia che va stroncata semplicemente mettendola fuori legge. In linea di massima ho sempre cercato di mantenere un basso profilo sull’esprimere la mia opinione ma quando mi si chiede io non riesco a trattenermi, dico la mia e discuto con la gente. L’obbiettivo primario di molte ragazze è quello di cercare un buon marito che possa mantenerle e con il quale creare una famiglia. Molte persone mi chiedono come mai alla mia età non sono ancora sposata. Questa anche è una parte della mentalità russa conservatrice che non riesco a comprendere, e quindi spesso mi limito soltanto a non parlare del tema a meno che non venga interpellata specificatamente. Non posso però fare di tutta l’erba un fascio. Ho conosciuto anche persone aperte ad essere indipendenti, ben consapevoli che l’omosessualità non è una malattia e che la donna ha la stessa forza di ogni altro uomo in circolazione.

Essere stranieri qui stimola sempre tante domande, i Russi sono molto curiosi di sapere perché la Russia, perché proprio Krasnodar. Direi che non è un valore aggiunto essere italiana ma lo è essere europea. Non solo a livello lavorativo ma anche a livello umano. Tutti vedono l’Europa come il punto di maggiore crescita mondiale culturale, vorrebbero avere la possibilità di emigrare in Europa, molti pensano che ovunque sia meglio di qui.

In merito alla fuga dei cervelli, ti senti anche tu un cervello in fuga? Secondo te perché oggi i giovani italiani preferiscono spendere le proprie competenze e professionalità altrove? Dov’è che l’Italia sta sbagliando, e cosa si potrebbe fare per invertire questo processo?

o credo che molti italiani vadano a cercare fortuna all’estero perché spesso l’Italia non fornisce le giuste prospettive di futuro a giovani laureati ben qualificati che, se rimanessero in Italia verrebbero sottopagati e quindi sfruttati da un sistema che sotto certi aspetti è marcio alla radice. Purtroppo in Italia si sceglie troppo spesso di investire sulle cose sbagliate e questo porta molti giovani a decidere di prendere in considerazione opportunità all’estero alle quali è difficile dir di no, viste le prospettive di un futuro quasi sempre instabile in Italia. Tuttavia, io non mi classifico come un cervello in fuga: io ho sempre avuto ben chiaro di voler affrontare una forte esperienza all’estero per acquisire quei “più” che poi mi avrebbero aiutato nella ricerca di un roseo futuro in Italia. Sicuramente i primi da ringraziare sono i miei genitori che per primi hanno visto nelle mie esperinze all’estero una buona possibilità di ampliare i confini della mia mente e di imparare vivendo.

Hai già piani per il futuro e, magari, tornare un giorno in Italia?

Il mio piano fin dall’inizio era di imparare il russo qui e allo stesso tempo lavorare per poter pagarmi da sola la vita qui, ma poi tornare e cercare qualcosa che davvero mi stimoli. Mi piace insegnare, ma fin da quando ho iniziato sapevo di non volerlo fare per tutta la vita. È per questo che con piacere posso affermare di aver ricevuto un’ottima offerta di lavoro in Italia, in un campo del tutto nuovo e che mi ha fatto tornare la voglia di fare le valigie e andare ancora una volta verso l’ignoto. 

Per concludere: puoi anticiparci qualcosa sul tuo prossimo lavoro? 

Come dicevo, il lavoro che andrò a fare sarà del tutto nuovo, dovrò prima di tutto imparare a farlo e c’è sempre la possibilità che non mi stia addosso. È l’ennesima prova che voglio sottoporre a me stessa, per vedere chi veramente sono, quanto davvero io possa essere malleabile e quanto riesca ad adattarmi ad una nuova avventura che sicuramente sarà diversa e quindi difficile come tutte le altre che ho avuto. Per non portarmi sfortuna da sola non aggiungo altro… E grazie per l’opportunità che mi avete dato di raccontarmi!

Intervista a Marco Bonfante, Policy Advisor a Bruxelles

Stesso posto, storia nuova: l’intervista di questo mese ci riporta infatti in Belgio, per conoscere l’Italians Marco Bonfante, 32enne di origini torinesi e con alle spalle – siamo sicuri anche dinnanzi a lui – una vita piuttosto movimentata.

Dopo aver vissuto un anno a Copenaghen, tre anni ad Amburgo e uno a Mosca, oggi Marco risiede a Bruxelles dove lavora presso la sede europea di Unioncamere, nel cuore del quartiere europeo di Bruxelles come Policy Advisor anche se a lui piace meglio definirsi come esportatore, dj, e facinoroso. Chi lo conosce sa bene come tutte queste cose siano vere e ben incastrate tra loro. Anche per questo, in fondo, ci vuole talento.

Marco ci racconterà di come alcune esperienze di vita gli abbiamo mostrato (e forse anche insegnato) insegnato che spesso ci si può trovare nella difficile scelta di abbandonare tutto e trasferirsi all’estero. Ma forse adesso per Marco è arrivato il momento di assumersi il rischio e provare a rientrare in Italia a realizzare i suoi sogni e mettere in pratica tutte le sue poliedriche competenze, magari unite in un’originalità degna di noi italiani: una sfida degna di essere vinta.

Ciao Marco! Sappiamo che da anni giri per l’Europa (e non solo) in cerca di nuove esperienze, e che (per) ora vivi a Bruxelles. Raccontaci meglio la tua esperienza da “Italians”.

Ho preso il mio primo aereo a 18 anni dopo la maturità classica, direzione Londra e un lavoro da cameriere di 3 mesi: è stato un po’ il treno che ha fischiato pirandelliano. Iniziata la triennale in economia a Torino, ho infatti cercato di restare il meno possibile nella mia città natale, tra Erasmus a Copenaghen e tirocini tra Germania e Francia. Il tutto per curiosità, mai per necessità. La profonda ammirazione per la lingua e la società tedesca mi hanno poi portato a conseguire la specialistica ad Amburgo, durante la quale ho conosciuto Bruxelles per il mio primo tirocinio comunitario. Tornatoci per altri 12 mesi al termine degli studi, e curioso di altri orizzonti, ho poi deciso di proseguire verso 6 mesi a Mosca, poi diventati un anno, per imparare il russo e insegnare italiano e francese per sostentarmi. Rientrato bruscamente a Torino per la morte di mio padre, dopo mesi di tentennamenti ho ripreso il largo per lavorare alla rappresentanza della Camera di Commercio tedesca, per poi iniziare due anni dopo la mia attuale collaborazione presso l’ufficio di Bruxelles di Unioncamere.

Quindi Bruxelles arriva dopo anni trascorsi tra Londra, Amburgo e Mosca, e di certo non è stata la tua prima esperienza all’estero. Potresti raccontarci quali sono le opportunità che hai potuto cogliere in questi Paesi e che Italia – forse – non avresti avuto? Che cosa ne pensi?

Di base il problema italiano consiste nella cristallizzazione di una società poco mobile, e di conseguenza del suo mercato del lavoro: è un sistema talmente bloccato che purtroppo anche i singoli di buona volontà e motivati vengono spesso fagocitati da un leviatano burocratico, deontologico e professionale che lascia loro pochi margini di manovra. In altri Paesi ho riscontrato una maggiore fluidità e più possibilità di prendere l’iniziativa per far girare una buona idea imprenditoriale: non so se tutte le iniziative portate avanti a lato del mio percorso di policy advisor avrebbero potuto attecchire in Italia. Ed è proprio questa scommessa che ritengo lanciare ora sull’Italia, proprio perché voglio rimanere ottimista su quello che continuo a considerare, anche se non sempre a testa alta, il mio Paese.

Bruxelles, terra di expat e di burocrati. Anche tu la vedi cosi? Com’è la tua vita da italiano in Belgio?

Bruxelles è come una torta a più strati. Hai la dimensione locale, dei Belgi, i più difficili da intercettare: una comunità che spesso viene trascurata e bistrattata dagli stranieri, ma che io ho avuto la fortuna di conoscere tramite amicizie precedenti al mio arrivo. Hai la dimensione expat-eurocrati-colletti bianchi, a volte un po’ troppo chiusa nella sua dimensione e isolata dalla città e dalla vita reale, ma con cui condividi questo senso di appartenenza di fondo: si è tutti in un porto di mare, le barche arrivano e molte salperanno senza più tornare, le amicizie (anzi le “conoscenze”) si creano e cessano con estrema leggerezza e si vive un po’ alla giornata. Infine lo strato nazionale, dei miei amici italiani, quello che forse più si radica dopo anni passati qui, nella condivisione di codici culturali e linguistici che generano nostalgia e voglia di smettere di guardare all’Italia come ad una terra promessa ma perduta. Ecco, Bruxelles è la città in cui ho smesso di deprecare in assoluto la mia “italianità” ma dove ho assunto un approccio più critico ed equilibrato alla mia valutazione.

Cosa ne pensi della mancanza tutta italiana di quel fondamentale collegamento che dovrebbe esistere tra skills acquisite durante il percorso di studi e il mercato del lavoro? Credi sia davvero cosi? Se si, credi possa essere questo uno dei fondamentali fattori della frustrazione dei giovani italiani che preferiscono portare altrove il proprio talento?

Lavorando in Camera di Commercio so benissimo quanto l’alternanza scuola-lavoro sia essenziale: in Germania, ad esempio, i curriculum tecnici prevedono formazione teorica intercalata da periodi di immersione professionale in azienda per imparare un lavoro (non fare fotocopie e caffè). Da noi invece il dialogo tra mondo accademico e imprese rimane sporadico e poco strutturato, con il conseguente sfasamento di domanda e offerta lavorativa. La frustrazione di giovani laureati, soprattutto in materie tecnico-scientifiche, viene assorbita da mercati quali quello tedesco e svizzero, in costante penuria di figure professionali qualificate. Risultato: lo Stato italiano investe in formazione universitaria di giovani il cui talento sarà sfruttato da altri: un regalo di risorse impensabile per un Paese che risente già di una forte inflessione demografica nelle coorti più giovani e scarsi investimenti in ricerca e innovazione.

Parliamo adesso di meritocrazia e giovani talenti. Credi che in Italia la meritocrazia, soprattutto per i giovani, esista ancora? E a Bruxelles?

Se per Bruxelles intendiamo la capitale della UE, allora parliamo di istituzioni comunitarie, uffici di lobby, rappresentanze: ecco, in questo sottobosco i meriti e le doti delle persone sono a geometria decisamente variabile. Non mi sentirei di dire che tutti i talenti dell’Europa siano concentrati in questo perimetro di uffici. In questi anni ho conosciuto e continuo a incontrare persone brillanti e dotate di spirito critico e indipendente, ma anche personaggi per i quali è difficile pensare che il merito sia l’unica ragione che li ha portati a determinati traguardi. Forse in Italia il nepotismo delle raccomandazioni è più esplicito perché legato a vicende vergognose di posti affidati a nipoti, amanti e zii o tramite tangenti; tuttavia a Bruxelles molte offerte di lavoro non vengono neanche pubblicate, con i candidati reperiti tramite passaparola e conoscenze personali. A volte qui una squadra di calcetto, un’affiliazione partitica o un parente già insediato possono fare la differenza: c’è gente che costruisce la propria vita privata con le persone “giuste” nella mera ottica di un avanzamento di carriera. Per tacere poi di quelli che io definisco “opifici” a diplomi di studi europei che preparano soltanto a passare l’EPSO e infondono un credo europeo monolitico in una futura classe dirigente che dovrebbe invece esser dotata d’intelligenza vivace e spirito critico.

Sappiamo che hai lavorato per un certo periodo di tempo anche ad Amburgo: quali sono quindi le differenze che hai potuto constatare nel mondo del lavoro in Italia e nei posti in cui hai vissuto e lavorato? E in base a queste, quali sono i consigli (se ce ne sono!) che daresti ai policy maker italiani affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

Penso soprattutto alle forti carenze strutturali del nostro mercato del lavoro: ad esempio una maggiore flessibilità in entrata nel mercato del lavoro, legata tuttavia a schemi di sicurezza sociale che tutelino le persone che perdono il posto. Oppure ai meccanismi che tutelino maggiormente le donne e il loro eventuale desiderio di entrare in maternità, con possibilità anche per il padre di entrare in congedo parentale. Sicuramente molto rilevante sarebbe una maggiore valorizzazione salariale e anche sociale dei lavori non prettamente da colletto bianco: penso al sistema duale tedesco che prevede tra l’altro il numero chiuso nelle Università e una valida alternativa nelle scuole di formazione e immersione professionale (il nostro paese, come la Francia, sconta ancora la triste eredità del ‘68 in tale ambito). Da noi invece parliamo ancora di caporalati senza renderci conto degli effetti devastanti del dumping sociale provocato da un impiego massiccio del lavoro nero (per la maggior parte straniero) per le attività più manuali.

The Italians parla spesso di “questione intergenerazionale” che frena o blocca del tutto il proliferare dei talenti nostrani. Tu cosa ne pensi?

Parliamo di rapporti di forza ben definiti: se non erro si stima che nel 2050 un terzo della popolazione italiana avrà più di 60 anni. La posizione precaria di tanti dei nostri trentenni per la difficoltà a trovare lavoro, attivare un mutuo per una casa propria, pianificare nel medio termine il proprio futuro, è pertanto aggravata da una dipendenza finanziaria-parentale nei confronti di una generazione che ha potuto assicurarsi un una vecchiaia relativamente stabile se pensiamo alle condizioni in cui verserà la nostra. Ora, è inevitabile che questo cordone ombelicale mai reciso di travasi pensionistici, ammortizzatori familiari e welfare non istituzionale può ingenerare un circolo malato di recriminazioni, tensioni e malumori che non fanno che peggiorare la situazione.

Il nostro motto è “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”, ma sappiamo che – invece – la perdita di talenti (e non solo dal punto di vista economico, seppur importante) è inestimabile. Tu cosa faresti, se potessi, per invertire la tendenza?

Invece di ripromettere per l’ennesima volta l’abolizione dell’IMU (il mattone e l’indotto edilizio hanno già abbastanza rovinato il nostro Paese e ne dettano tuttora l’economia e la politica,) mi preoccuperei di detassare il lavoro, di deburocratizzare l’amministrazione pubblica per aprire un’impresa e gestirla (siamo 15° su 19 paesi dell’Euro per la ricerca della Banca Mondiale “Doing Business”) e di finanziare la ricerca e favorire l’innovazione. Purtroppo parliamo di misure molto puntuali che però potrebbero già aiutare a smorzare il declino in atto; vedo molto più difficile un vero e proprio cambio di mentalità da parte di legislatori ma anche semplici cittadini. Cadiamo nel cliché, ma l’italiano (mai veramente) creato dopo l’unità d’Italia ha sempre avuto scarso interesse per la cosa pubblica, complice anche il modello statalista e accentratore di Stato che emerse dopo il 1861 e non tenne conto delle peculiarità territoriali, economiche e culturali del nostro stivale.

Ora, chiudiamo in bellezza… Sappiamo che stai progettando il tuo definitivo rientro in Italia, un “cervello di ritorno” insomma. Non staremo qui a chiederti se l’esperienza all’estero ti ha arricchito sul piano personale e professionale, la risposta la conosciamo già, ma ti chiediamo il motivo di questa scelta.

Dopo lungo peregrinare per terre straniere ho monitorato con interesse il rilancio della mia città natale, Torino, in una chiave post-industriale di polo innovativo e meta turistica. Rimane ancora molto da fare per una città in cui il manifatturiero è morente, e che rischia di trasformarsi in un parco giochi in cui una piadineria bio viene considerata una start-up. Sicuramente però questi anni hanno cambiato anche il sottoscritto e leggo tali mutamenti tramite un filtro, che i miei coetanei rimasti a campo base sicuramente non hanno acquisito. Pertanto la vedo comunque come una città di grande potenziale per internazionalizzazione e valorizzazione dei territori e mi sento di credere nel mio progetto che mi permetterebbe di riavvicinarmi ai miei cari. Ma anche a quelle attività che sicuramente incominciano a mancarmi, come le remate sul Po, le Alpi a pochi chilometri, le gite in moto al mare, le osterie delle Langhe.
Sono frivolezze ma sicuramente a 32 anni cominciano a contare sul piatto della bilancia: la mia scommessa rimane quindi quella di far combaciare successo professionale e qualità della vita in un Paese, che per quanto esecrato e bistrattato, rimane unico per ricchezza paesaggistica, patrimonio culturale e ingegno umano.


Non ci resta che incrociare le dita per Marco, futuro Italians di ritorno,  e fare il tifo per la sua sfida più grande, ovvero quella di rientrare in Italia vittorioso… E magari un giorno ci racconterà la sua storia di successo tutta italiana.
A presto!