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Intervista a Bernardo Dolce, dottorando ad Amburgo: “In Italia siamo indietro nella ricerca, bisogna investire di più”

Siamo ad Amburgo, nel nord della Germania. È qui che ha fatto campo base il nostro Italians del mese Bernardo Dolce, 30 anni originario di Ivrea (Torino) ma vissuto per tanti anni tra Fabriano nelle Marche e poi Perugia.

Bernardo, dopo una laurea magistrale in Biologia, ha vinto una borsa di dottorato Marie Curie e sta portando avanti alla Universitätsklinikum Hamburg-Eppendorf la sua ricerca sulla formazione di una particolare malattia denominata “Fibrillazione Atriale” per trovare nuovi target biologici e poterla dunque curare.

Quando non è impegnato tra proteine e molecole, Bernardo ama leggere, suonare la batteria e la chitarra. E passare le serate con gli amici, italiani o che vengano da altri paesi del mondo.

Ciao Bernardo! Raccontaci qualcosa di te: sappiamo che sei ad Amburgo, ma come e quando ci sei arrivato? Quali scelte di vita ti hanno portato a lasciare l’Italia?

Questa domanda apre un file molto grande. Ad un certo punto, durante la mia tesi di laurea magistrale, mi sono reso conto che fare ricerca mi piaceva e che stavo imparando molto. Ho presto realizzato che le opportunità di fare un dottorato a Perugia, o più in generale in Italia, erano poche e a volte non retribuite… Dovevo decidere se iniziare ad aprire le porte all’estero o no. Non ero mai stato fuori dal Paese per studi o lavoro e il mio inglese era molto molto basic. È chiaro quindi che ti tremavano un po’ le gambe all’idea. Insomma qui si gioca il primo punto: se hai un’idea sul tuo futuro e quello che vuoi fare, ma ad un certo punto vacilla, hai bisogno di qualcuno, anche solo una persona, che creda in te più di quanto tu creda in te stesso. A sostenermi io ho avuto la mia ragazza, la mia famiglia e amici… e così mi sono messo sotto. Periodo Ottobre – Dicembre 2015 “lavoravo”in lab, studiavo per l’esame di stato per entrare nell’albo dei biologici, andavo a lezione di inglese e preparavo le candidature da inviare per vincere dottorati all’estero.

Come sono arrivato ad Amburgo? In quei mesi sopracitati mi sono sorpreso di come è possibile accrescere il proprio network di conoscenze quando si ha chiaro un obbiettivo. Ho conosciuto dunque questo imprenditore di Jesi, nelle Marche, a capo di una piccola ma prestigiosa azienda farmaceutica. Ottenni in qualche modo un colloquio con lui e mi ricordo ancora bene il nostro dialogo. Lui mi disse: “Io potrei assumerti, il tuo cv è valido. Ma è light, quindi ti troveresti a fare cose routinarie nella mia azienda. Tu dovresti andare all’estero, fare un dottorato valido, possibilmente con una borsa Marie Curie e poi riaffacciarti nel mondo delle aziende. Pensaci”.
Le borse di dottorato Marie Curie sono finanziate dall’unione europea e sono molto prestigiose e competitive. Vincerle ti permette un budget per la ricerca e un salario più alto della media. Allora mi sono detto: “Perché non provare?”. Una mia cara amica, da più anni nella ricerca, mi ha aiutato e ci siamo messi a guardare tutte le posizioni di dottorato aperte con la borsa Marie Curie in Europa. Abbiamo lavorato su CV, cover letter e così ho inviato candidature un po’ in giro. Tra questi progetti ce n’era uno anche ad Amburgo.

Cito un fatto per me essenziale. Come dicevo prima, hai bisogno di persone che ti sostengono, anche perché ne troverai altre che magari non lo fanno. Una persona, lavorativamente vicina a me e di rilievo, mi disse di non perdere tempo con questo tipo di domande di dottorato Marie Curie, perché erano troppo competitive per me. Certe parole, dette da certe persone perlopiù, possono abbatterti. Ma se qualcosa in te ti dice di andare avanti e quel qualcosa è sostenuto da fatti di positività, anche piccoli, allora vale la pena lottare!
Insomma a fine dicembre faccio un colloquio skype con il gruppo di ricerca di Amburgo, un colloquio dal vivo a gennaio e a metà gennaio ricevo la risposta positiva che vogliono me e che se accetto inizierò il primo marzo. Tutto finanziato, ovviamente!

A tuo parere l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani italiani a mollare tutto, oppure quella di partire è più una vocazione personale?

Io direi entrambi. L’estero offre sicuramente tante opportunità. In un discorso più generale credo ci sia meno la concezione che il datore di lavoro ti stia facendo un favore assumendoti ma il contrario, cioè che assumendoti sarai te stesso un plus per l’azienda e quindi hai un valore. Come numero di job offers inoltre devo ammettere che non c’è paragone tra Germania e Italia. Le posizioni sono di più e di solito la media di stipendi più alta. Potrei dire lo stesso per la Danimarca. Non ho esperienza del resto.

Con questo non voglio assolutamente dire che bisogna abbandonare l’Italia in ogni caso. Anzi credo ci siano realtà interessanti… e sinceramente le sto tenendo molto presente in questo periodo di fine dottorato. Detto ciò, credo che si parta anche per vocazione personale. Sto scoprendo, incontrando tanti italiani all’estero, che devi avere un po’ questo spirito di avventura in te. Perché dal giorno alla notte ti ritrovi catapultato in un ambiente estraneo, una lingua diversa (il tedesco per esempio, veramente difficile da imparare!) e soprattutto senza amici o familiari. Li si gioca molto se hai delle certezze nella vita che reggono e ti fanno fare quello sforzo iniziale di adattamento e di apertura a qualcosa di diverso.

Nel tuo caso: quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere fuori dall’Italia? C’è qualche mito da sfatare?

Per quanto riguarda la ricerca alcuni stati (vedi la Germania, Danimarca, Svezia, Norvegia, Inghilterra…a meno che la brexit cambi qualcosa. Per rimanere in Europa e non aprire il discorso agli Stati Uniti o Canada…) posseggono due aspetti fondamentali credo: la cultura della ricerca e i finanziamenti. Mi colpiva i primi mesi che ero in Germania l’organizzazione e struttura del nostro istituto di ricerca. Aldilà delle strumentazioni di avanguardia, che comunque trovi luoghi che hanno tecnologie sempre più avanzate, ma anche l’internazionalità del personale, la costanza nei meeting scientifici (due a settimana in cui vedi persone condividere idee e dati perché davvero credono nel confronto come momento utile e non come un evento formale che devi per forza attendere). Possibilità di attendere workshops e congressi internazionali. Questo è quello che conosco meglio. Ma ovunque vai, anche se hai il sistema perfetto, tutti i giorni devi rapportarti con le persone. E puoi sempre trovare il capo un po’ più difficile o un collega estremamente competitivo… e su questo si dice molto spesso che le persone del sud Europa siano più affabili!
Nota trasporti: Amburgo top! Una città collegata così bene non l’ho mai vista.

Parliamo del tuo dottorato di ricerca: di cosa ti occupi alla Universitätsklinikum Hamburg-Eppendorf, qual è lo scopo del tuo progetto?

Il mio progetto si occupa dello studio di due proteine in particolare chiamate fosfodiesterasi 3 e 4, il loro ruolo di controllo sul sistema di contrazione delle cellule cardiache e quindi di conseguenza sulla formazione di una particolare malattia denominata Fibrillazione Atriale. La Fibrillazione Atriale è la forma di aritmia più diffusa ed è definita come un episodio o condizione, in base alla gravità, di movimento non coordinato dei due atri del cuore. La Fibrillazione Atriale incrementa significativamente il rischio di infarto, insufficienza cardiaca e demenza.

Il mio progetto in particolare, essendo finanziato da una borsa Marie Curie, si inserisce in un network più ampio, chiamato AfibTrainnet, composto da altri 14 PhD students localizzati in diverse sedi tra Università e Aziende nel nord Europa. Siamo appunto ad Hamburg, Copenhagen, Glasgow, Maastricht e Oslo. Tutti lavoriamo sulla Fibrillazione Atriale ma studiando la malattia da punti di vista diversi. In questi 3 anni ci siamo incontrati con dottorandi e supervisors molte volte per workshops, congressi, status meetings e collaborazioni varie. Lo scopo dunque del mio progetto, come anche dell’intero network, è quello di comprendere più affondo il meccanismo della malattia e trovare nuovi target biologici per poterla curare. In tutto ciò inoltre, cosa per me essenziale, sono nate vere e proprie amicizie con alcuni ragazzi in questo network. Solo un’amicizia vera assicura che quando il contesto di incontro finisce, il rapporto non finisca.

Finora hai potuto notare differenze tra il sistema educativo italiano e quello tedesco? Immagino che fare il ricercatore e studiare in Germania sia diverso rispetto che in Italia. Potresti aiutarci a fare un confronto?

Una cosa che mi ha molto colpito all’Università di Hamburg sono le tasse Universitarie. Il massimo che si paga sono 600 euro all’anno, quindi molto poco. Non saprei entrare nel merito di come vengono gestite le borse di studio. Il ricercatore, aldilà delle opportunità descritte precedentemente, viene considerato sin dal livello di dottorando come un lavoratore a tutti gli effetti. Quindi la retribuzione è molto buona se paragonata con l’Italia.

Per quanto riguarda il sistema educativo universitario, l’Italia viene sempre riconosciuta tra le migliori per quanto riguarda la teoria. Anche per questo trovi ricercatori italiani davvero ovunque quando giri per congressi… Se non si evidenziano grandi differenze con la Germania comunque, a detta di alcuni miei colleghi, con la Danimarca esiste un vero scarto in termini di preparazione degli studenti. Il punto forte di questi due stati esteri rimane l’attenzione alla parte pratica del percorso universitario e la maggior facilità di sbocco lavorativo. Le università sono molto meglio collegate al mondo del lavoro.

Inoltre – questa non è la tua prima esperienza fuori casa, c’è stata anche Copenaghen: cosa puoi dirci di quel trimestre di studi?

L’esperienza a Copenhagen è avvenuta durante il mio periodo ad Hamburg. È nata una collaborazione tra il nostro laboratorio e una start up, Acesion Pharma, presente all’interno dell’Università di Copenhagen. I tre mesi (Maggio – Luglio 2017) passati a Copenhagen sono stati per me una bellissima esperienza. Ho potuto da una parte acquisire nuove conoscenze scientifiche (convogliate poi nella pubblicazione di un articolo scientifico) e dall’altra assaporare la vita in Danimarca. La città di Copenhagen è una citta molto costosa che però non suona tale per chi vive li poiché gli stipendi sono molto alti. La città offre tantissime possibilità per i giovani sia lavorativamente che come svago.
Quello che dico sempre è che Copenhagen credo sia la città più a nord Europa dovrei riuscirei a vivere. Più su fa troppo freddo ed è troppo buio per troppo a lungo. Inoltre il mio spirito è decisamente mediterraneo e sanguigno… al nord c’è un po’ troppo fairplay!

Qualcosa sulla tua vita ad Amburgo: c’è una comunità di italiani lì? Ti senti ben accettato, integrato anche negli spazi lavorativi, o ci sono pregiudizi che hai dovuto superare?

Questi tre anni ad Amburgo sono stati bellissimi per me. Sono nate amicizie importanti sia con italiani che tedeschi che con persone da altri paesi del mondo. L’impressione iniziale è che con i tedeschi sia difficile diventare amici. E credo sia vero… però mi accorgo anche che se da una parte richiede più tempo, dall’altra poi ti ritrovi con amicizie forti. Nell’Università, luogo dove ho incontrato e incontro la maggior parte delle persone, la mentalità è di respiro molto internazionale. Questo vale per tutti, tedeschi e non.
Una cosa certa di cui mi sono accorto è che l’integrazione è direttamente proporzionale alla conoscenza della lingua. Ad Amburgo la maggior parte della gente parla anche inglese per cui fin da subito si riesce a comunicare. Poi però dopo un po’ senti sempre di più il bisogno di imparare il tedesco per avvicinarti al loro modo di essere e per essere più diretto.

Io personalmente non ho avvertito nessun tipo di pregiudizio. Aggiungo una cosa: è interessantissimo viaggiare e conoscere le altre culture: sia per accorgersi di tante diversità che esistono tra gli uomini, ma anche per accorgersi di alcune similarità. Infatti puoi essere italiano come me o Pakistano come un mio collega/amico, e accorgerti che certe domande o problemi sono sempre gli stessi… dalla domanda di felicità al problema per esempio della performance a lavoro o del riconoscimento degli altri. E questo dato di fatto, diciamo meglio, se uno è attento a scoprire questo dato di fatto nell’altro, ti fa trovare amici ovunque.

Cosa ne pensi del problema della mancata meritocrazia che oggi porta sempre più giovani a lasciare l’Italia e portare altrove le proprie competenze? 

È un discorso troppo ampio e in cui c’entra molto il modo di pensare e agire comune e la politica. Provando a sintetizzare tralascerò di certo degli aspetti. Direi che il problema della meritocrazia è un problema oggettivo a cui credo si possa dare una sterzata solo mostrando la convenienza di un sistema diverso. Convenienza sociale ed economica. Ma qui non si tratta solo di leggi… si tratta del cuore e della mente delle persone. Credo siano le nostre generazioni e quelle più giovani a cui dev’essere insegnato a respirare un’aria diversa. E comunque vorrei aggiungere che non credo l’Italia sia sola in questo in Europa.

Secondo te è così negativa la situazione lavorativa per i giovani italiani che vorrebbero rimanere a lavorare in Italia? E, in confronto con gli altri paesi, in cosa potremmo migliorare per essere competitivi anche a livello internazionale? Penso alla conoscenza delle lingue, alle competenze informatiche ecc…

Credo che per quanto riguardi il mondo accademico si. È un luogo chiuso dove pensare ad una carriera accademica per diventare professore è come parlare di un miraggio. Per esempio per quanto riguarda me tornare in Italia ora, dopo il PhD, sarebbe interessante solo nel caso trovassi un posto di eccellenza, uno dei pochi posti. Facendo così un’esperienza che poi potrei rigiocarmi ovunque, anche fuori Italia. Perché in caso contrario rischierei di tornare semplicemente per iniziare una lunga serie di postdoc senza mai accedere ad una posizione di ricercatore. Magari pregando ogni anno di trovare i fondi per prolungare di un altro anno il contratto.

Credo il mondo delle aziende sia ancora valido invece, anche se i dottorati, per esempio in Germania, vengono cercati di più dalle aziende che in Italia. Anche qui però non generalizzerei. Dal mio punto di vista Milano appare più città europea, quindi con più possibilità.
Non mi ritengo un esperto del settore né tantomeno di politica quindi non saprei quali mosse potrebbero essere quelle giuste per essere competitivi di nuovo. Mi accorgo che un punto veramente debole e che velocizzerebbe tanti processi sarebbe una maggiore conoscenza della lingua inglese. Su questo in Italia siamo indietro e non capisco perché non ci sia una netta riforma. Inutile a dirlo poi che per essere competitivi dovremmo investire più soldi a mio avviso sulla ricerca.

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Il desiderio e l’intenzione di tornare in Italia ci sono. O sul fronte accademico o su quello industriale. Detto ciò, se da una parte ho imparato che certe proprie idee bisogna seguirle e dare tutto perché si realizzino, dall’altra bisogna guardare sempre i suggerimenti che la realtà ti da. Un po’ come accadde con una chiave e la serratura. Bisogna provare ad infilare la chiave ma se non gira non gira…bisogna cambiare chiave o forse cambiare porta! Questa ho scoperto essere la cosa più avvincente della vita. Le cose non sempre vanno come vuoi tu, ma poco male: vuol dire che, se non perdi la tenacia, c’è qualcosa di ancora meglio ad aspettarti dietro l’angolo!

Intervista a Marco Bonfante, Policy Advisor a Bruxelles

Stesso posto, storia nuova: l’intervista di questo mese ci riporta infatti in Belgio, per conoscere l’Italians Marco Bonfante, 32enne di origini torinesi e con alle spalle – siamo sicuri anche dinnanzi a lui – una vita piuttosto movimentata.

Dopo aver vissuto un anno a Copenaghen, tre anni ad Amburgo e uno a Mosca, oggi Marco risiede a Bruxelles dove lavora presso la sede europea di Unioncamere, nel cuore del quartiere europeo di Bruxelles come Policy Advisor anche se a lui piace meglio definirsi come esportatore, dj, e facinoroso. Chi lo conosce sa bene come tutte queste cose siano vere e ben incastrate tra loro. Anche per questo, in fondo, ci vuole talento.

Marco ci racconterà di come alcune esperienze di vita gli abbiamo mostrato (e forse anche insegnato) insegnato che spesso ci si può trovare nella difficile scelta di abbandonare tutto e trasferirsi all’estero. Ma forse adesso per Marco è arrivato il momento di assumersi il rischio e provare a rientrare in Italia a realizzare i suoi sogni e mettere in pratica tutte le sue poliedriche competenze, magari unite in un’originalità degna di noi italiani: una sfida degna di essere vinta.

Ciao Marco! Sappiamo che da anni giri per l’Europa (e non solo) in cerca di nuove esperienze, e che (per) ora vivi a Bruxelles. Raccontaci meglio la tua esperienza da “Italians”.

Ho preso il mio primo aereo a 18 anni dopo la maturità classica, direzione Londra e un lavoro da cameriere di 3 mesi: è stato un po’ il treno che ha fischiato pirandelliano. Iniziata la triennale in economia a Torino, ho infatti cercato di restare il meno possibile nella mia città natale, tra Erasmus a Copenaghen e tirocini tra Germania e Francia. Il tutto per curiosità, mai per necessità. La profonda ammirazione per la lingua e la società tedesca mi hanno poi portato a conseguire la specialistica ad Amburgo, durante la quale ho conosciuto Bruxelles per il mio primo tirocinio comunitario. Tornatoci per altri 12 mesi al termine degli studi, e curioso di altri orizzonti, ho poi deciso di proseguire verso 6 mesi a Mosca, poi diventati un anno, per imparare il russo e insegnare italiano e francese per sostentarmi. Rientrato bruscamente a Torino per la morte di mio padre, dopo mesi di tentennamenti ho ripreso il largo per lavorare alla rappresentanza della Camera di Commercio tedesca, per poi iniziare due anni dopo la mia attuale collaborazione presso l’ufficio di Bruxelles di Unioncamere.

Quindi Bruxelles arriva dopo anni trascorsi tra Londra, Amburgo e Mosca, e di certo non è stata la tua prima esperienza all’estero. Potresti raccontarci quali sono le opportunità che hai potuto cogliere in questi Paesi e che Italia – forse – non avresti avuto? Che cosa ne pensi?

Di base il problema italiano consiste nella cristallizzazione di una società poco mobile, e di conseguenza del suo mercato del lavoro: è un sistema talmente bloccato che purtroppo anche i singoli di buona volontà e motivati vengono spesso fagocitati da un leviatano burocratico, deontologico e professionale che lascia loro pochi margini di manovra. In altri Paesi ho riscontrato una maggiore fluidità e più possibilità di prendere l’iniziativa per far girare una buona idea imprenditoriale: non so se tutte le iniziative portate avanti a lato del mio percorso di policy advisor avrebbero potuto attecchire in Italia. Ed è proprio questa scommessa che ritengo lanciare ora sull’Italia, proprio perché voglio rimanere ottimista su quello che continuo a considerare, anche se non sempre a testa alta, il mio Paese.

Bruxelles, terra di expat e di burocrati. Anche tu la vedi cosi? Com’è la tua vita da italiano in Belgio?

Bruxelles è come una torta a più strati. Hai la dimensione locale, dei Belgi, i più difficili da intercettare: una comunità che spesso viene trascurata e bistrattata dagli stranieri, ma che io ho avuto la fortuna di conoscere tramite amicizie precedenti al mio arrivo. Hai la dimensione expat-eurocrati-colletti bianchi, a volte un po’ troppo chiusa nella sua dimensione e isolata dalla città e dalla vita reale, ma con cui condividi questo senso di appartenenza di fondo: si è tutti in un porto di mare, le barche arrivano e molte salperanno senza più tornare, le amicizie (anzi le “conoscenze”) si creano e cessano con estrema leggerezza e si vive un po’ alla giornata. Infine lo strato nazionale, dei miei amici italiani, quello che forse più si radica dopo anni passati qui, nella condivisione di codici culturali e linguistici che generano nostalgia e voglia di smettere di guardare all’Italia come ad una terra promessa ma perduta. Ecco, Bruxelles è la città in cui ho smesso di deprecare in assoluto la mia “italianità” ma dove ho assunto un approccio più critico ed equilibrato alla mia valutazione.

Cosa ne pensi della mancanza tutta italiana di quel fondamentale collegamento che dovrebbe esistere tra skills acquisite durante il percorso di studi e il mercato del lavoro? Credi sia davvero cosi? Se si, credi possa essere questo uno dei fondamentali fattori della frustrazione dei giovani italiani che preferiscono portare altrove il proprio talento?

Lavorando in Camera di Commercio so benissimo quanto l’alternanza scuola-lavoro sia essenziale: in Germania, ad esempio, i curriculum tecnici prevedono formazione teorica intercalata da periodi di immersione professionale in azienda per imparare un lavoro (non fare fotocopie e caffè). Da noi invece il dialogo tra mondo accademico e imprese rimane sporadico e poco strutturato, con il conseguente sfasamento di domanda e offerta lavorativa. La frustrazione di giovani laureati, soprattutto in materie tecnico-scientifiche, viene assorbita da mercati quali quello tedesco e svizzero, in costante penuria di figure professionali qualificate. Risultato: lo Stato italiano investe in formazione universitaria di giovani il cui talento sarà sfruttato da altri: un regalo di risorse impensabile per un Paese che risente già di una forte inflessione demografica nelle coorti più giovani e scarsi investimenti in ricerca e innovazione.

Parliamo adesso di meritocrazia e giovani talenti. Credi che in Italia la meritocrazia, soprattutto per i giovani, esista ancora? E a Bruxelles?

Se per Bruxelles intendiamo la capitale della UE, allora parliamo di istituzioni comunitarie, uffici di lobby, rappresentanze: ecco, in questo sottobosco i meriti e le doti delle persone sono a geometria decisamente variabile. Non mi sentirei di dire che tutti i talenti dell’Europa siano concentrati in questo perimetro di uffici. In questi anni ho conosciuto e continuo a incontrare persone brillanti e dotate di spirito critico e indipendente, ma anche personaggi per i quali è difficile pensare che il merito sia l’unica ragione che li ha portati a determinati traguardi. Forse in Italia il nepotismo delle raccomandazioni è più esplicito perché legato a vicende vergognose di posti affidati a nipoti, amanti e zii o tramite tangenti; tuttavia a Bruxelles molte offerte di lavoro non vengono neanche pubblicate, con i candidati reperiti tramite passaparola e conoscenze personali. A volte qui una squadra di calcetto, un’affiliazione partitica o un parente già insediato possono fare la differenza: c’è gente che costruisce la propria vita privata con le persone “giuste” nella mera ottica di un avanzamento di carriera. Per tacere poi di quelli che io definisco “opifici” a diplomi di studi europei che preparano soltanto a passare l’EPSO e infondono un credo europeo monolitico in una futura classe dirigente che dovrebbe invece esser dotata d’intelligenza vivace e spirito critico.

Sappiamo che hai lavorato per un certo periodo di tempo anche ad Amburgo: quali sono quindi le differenze che hai potuto constatare nel mondo del lavoro in Italia e nei posti in cui hai vissuto e lavorato? E in base a queste, quali sono i consigli (se ce ne sono!) che daresti ai policy maker italiani affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

Penso soprattutto alle forti carenze strutturali del nostro mercato del lavoro: ad esempio una maggiore flessibilità in entrata nel mercato del lavoro, legata tuttavia a schemi di sicurezza sociale che tutelino le persone che perdono il posto. Oppure ai meccanismi che tutelino maggiormente le donne e il loro eventuale desiderio di entrare in maternità, con possibilità anche per il padre di entrare in congedo parentale. Sicuramente molto rilevante sarebbe una maggiore valorizzazione salariale e anche sociale dei lavori non prettamente da colletto bianco: penso al sistema duale tedesco che prevede tra l’altro il numero chiuso nelle Università e una valida alternativa nelle scuole di formazione e immersione professionale (il nostro paese, come la Francia, sconta ancora la triste eredità del ‘68 in tale ambito). Da noi invece parliamo ancora di caporalati senza renderci conto degli effetti devastanti del dumping sociale provocato da un impiego massiccio del lavoro nero (per la maggior parte straniero) per le attività più manuali.

The Italians parla spesso di “questione intergenerazionale” che frena o blocca del tutto il proliferare dei talenti nostrani. Tu cosa ne pensi?

Parliamo di rapporti di forza ben definiti: se non erro si stima che nel 2050 un terzo della popolazione italiana avrà più di 60 anni. La posizione precaria di tanti dei nostri trentenni per la difficoltà a trovare lavoro, attivare un mutuo per una casa propria, pianificare nel medio termine il proprio futuro, è pertanto aggravata da una dipendenza finanziaria-parentale nei confronti di una generazione che ha potuto assicurarsi un una vecchiaia relativamente stabile se pensiamo alle condizioni in cui verserà la nostra. Ora, è inevitabile che questo cordone ombelicale mai reciso di travasi pensionistici, ammortizzatori familiari e welfare non istituzionale può ingenerare un circolo malato di recriminazioni, tensioni e malumori che non fanno che peggiorare la situazione.

Il nostro motto è “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”, ma sappiamo che – invece – la perdita di talenti (e non solo dal punto di vista economico, seppur importante) è inestimabile. Tu cosa faresti, se potessi, per invertire la tendenza?

Invece di ripromettere per l’ennesima volta l’abolizione dell’IMU (il mattone e l’indotto edilizio hanno già abbastanza rovinato il nostro Paese e ne dettano tuttora l’economia e la politica,) mi preoccuperei di detassare il lavoro, di deburocratizzare l’amministrazione pubblica per aprire un’impresa e gestirla (siamo 15° su 19 paesi dell’Euro per la ricerca della Banca Mondiale “Doing Business”) e di finanziare la ricerca e favorire l’innovazione. Purtroppo parliamo di misure molto puntuali che però potrebbero già aiutare a smorzare il declino in atto; vedo molto più difficile un vero e proprio cambio di mentalità da parte di legislatori ma anche semplici cittadini. Cadiamo nel cliché, ma l’italiano (mai veramente) creato dopo l’unità d’Italia ha sempre avuto scarso interesse per la cosa pubblica, complice anche il modello statalista e accentratore di Stato che emerse dopo il 1861 e non tenne conto delle peculiarità territoriali, economiche e culturali del nostro stivale.

Ora, chiudiamo in bellezza… Sappiamo che stai progettando il tuo definitivo rientro in Italia, un “cervello di ritorno” insomma. Non staremo qui a chiederti se l’esperienza all’estero ti ha arricchito sul piano personale e professionale, la risposta la conosciamo già, ma ti chiediamo il motivo di questa scelta.

Dopo lungo peregrinare per terre straniere ho monitorato con interesse il rilancio della mia città natale, Torino, in una chiave post-industriale di polo innovativo e meta turistica. Rimane ancora molto da fare per una città in cui il manifatturiero è morente, e che rischia di trasformarsi in un parco giochi in cui una piadineria bio viene considerata una start-up. Sicuramente però questi anni hanno cambiato anche il sottoscritto e leggo tali mutamenti tramite un filtro, che i miei coetanei rimasti a campo base sicuramente non hanno acquisito. Pertanto la vedo comunque come una città di grande potenziale per internazionalizzazione e valorizzazione dei territori e mi sento di credere nel mio progetto che mi permetterebbe di riavvicinarmi ai miei cari. Ma anche a quelle attività che sicuramente incominciano a mancarmi, come le remate sul Po, le Alpi a pochi chilometri, le gite in moto al mare, le osterie delle Langhe.
Sono frivolezze ma sicuramente a 32 anni cominciano a contare sul piatto della bilancia: la mia scommessa rimane quindi quella di far combaciare successo professionale e qualità della vita in un Paese, che per quanto esecrato e bistrattato, rimane unico per ricchezza paesaggistica, patrimonio culturale e ingegno umano.


Non ci resta che incrociare le dita per Marco, futuro Italians di ritorno,  e fare il tifo per la sua sfida più grande, ovvero quella di rientrare in Italia vittorioso… E magari un giorno ci racconterà la sua storia di successo tutta italiana.
A presto!