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Intervista a Luca Pilati, export manager in Germania: “Potrei tornare e lavorare in Italia, ma l’instabilità politico-economica non mi rassicura”

Hof, Germania, una piccola cittadina a nord della Baviera. Dopo aver viaggiato in lungo e largo per l’Europa, in Russia, ma anche in America Latina e in Canada, è qui che oggi vive il nostro Italians del mese Luca Pilati, 31 anni originario di Marsciano (Perugia).

Luca è ad oggi export manager (area europa) in Germania, e si occupa cioè di vendite seguendo sia il canale tradizionale fisico che l’e-commerce. Un lavoro che lo porta a viaggiare per circa il 30% del suo tempo, a stretto contatto con agenti, distributori e clienti diretti per stabilire prezzi, promozioni, sconti e lancio di nuovi prodotti.

“Il mondo è grande ed ho la costante voglia di vederlo tutto – ci anticipa Luca – in ogni luogo che visito, mi chiedo sempre come sarebbe vivere lì, la routine, le persone, la vita. Più che lasciare l’Italia mi piace vedere il rovescio della medaglia: concentrarmi cioè su quello che questo percorso mi porta a scoprire”.

Ciao Luca! Raccontaci la tua esperienza da Italian: sappiamo che attualmente vivi e lavori in Germania, ma come ci sei arrivato? Faceva tutto parte di un tuo progetto oppure hai seguito il corso degli eventi?
Diciamo che faceva parte del mio progetto e poi il corso degli eventi – che in fondo mi sono creato io – mi ha di certo aiutato. Ho sempre agito in visione di un possibile spostamento all’estero. Sin dal liceo mi sono sempre orientato verso un percorso che potesse aiutarmi in questo senso. E in primis, già dagli anni degli studi superiori, ho capito che lo studio dell’inglese sarebbe stato necessario e questa si è poi rivelata una scelta fondamentale considerando che oggi, per poter essere competitivi ed avere maggiore libertà di movimento, l’inglese rappresenta davvero il minimo indispensapide in termine di lingue straniere da conoscere. Ora con anche lo spagnolo, il tedesco ed un po’ di francese mi sento più tranquillo!
L’obiettivo di trasferirmi all’estero per lavorare me lo ero prefissato per completare le mie pregresse esperienze di periodi trascorsi fuori dall’Italia nei momenti di tempo libero o per studiare. Lavorativamente parlando, mi mancava quindi un’esperienza all’estero ed è cosi che ho colto l’opportunità di trasferirmi in Germania.

Qualcosa sul tuo lavoro: cos’è che fa di preciso un export manager, compiti e responsabilità? Credi che in Italia avresti potuto trovare un’occupazione simile, ci hai provato, oppure lavorare all’estero era quello che volevi?
Come export manager mi occupo di vendite e seguo sia il canale tradizionale (retailers) sia l’e-commerce. Mi relaziono con agenti e distributori esistenti o, dove necessario, cerco io stesso persone in loco per sviluppare i mercati di mio interesse, e mi relaziono anche direttamente con i clienti. Stabilisco promozioni, sconti, lancio di nuovi prodotti in base al mercato di riferimento. Viaggio circa il 30% del mio tempo, principalmente in Olanda, Belgio, Svizzera, Austria, Polonia, Repubblica Ceca, Norvegia, Francia e Germania. Per quanto riguarda l’e-commerce, invece, il discorso è leggermente diverso perché gestisco il flusso di informazioni che poi il cliente (ad esempio Amazon) utilizzerà per vendere il prodotto online (informazioni su prodotti, prezzi, immagini, stock prodotti, testi marketing). È un lavoro con meno interazione tra persone dal momento che la stragrande maggioranza del lavoro può essere svolto tramite “ticket” (sistema informatizzato).
Come dicevo prima, lavorare all’estero è sempre stato un mio chiodo fisso. In Italia, il mio ruolo viene molto apprezzato perché, specialmente in questo momento, le aziende italiane hanno bisogno di esportare i propri prodotti e non sempre sono preparate per poterlo fare. Non ho ancora preso in considerazione questa possibilità, perché pensare un futuro in Italia considerando l’outlook negativo dato dal crescente debito pubblico, la costante incertezza legata alla politica affiancato da una crescita debole o inesistente del Paese, non mi rassicura. Quindi ho optato per paesi con scenari più positivi e livelli salariali più alti.

Il lavoro in Germania è strutturato in maniera diversa rispetto che in Italia? Penso alla flessibilità, alla meritocrazia, alla responsabilità, o anche alla possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età…sono problemi solo italiani?
Si, qui la differenza è notevole. Dal punto di vista pratico e di organizzazione del proprio lavoro c’è molta più libertà. Gli orari di entrata ed uscita dall’ufficio sono flessibili e si lavora 38 ore settimanali e non 40. Inoltre le ore di straordinario, che capita sovente di fare, vengono accumulate e possono essere utilizzate successivamente come ore di permessi. Il lavoratore è molto più tutelato anche dal punto di vista della salute e del benessere in ufficio. Un esempio carino che voglio citare che non mi è mai capitato di vedere in Italia è la possibilità di richiedere una scrivania con pianale elettrico che si alza e si abbassa per poter permettere alle persone di lavorare in piedi. In pratica: stare seduti per molte ore in ufficio non è salutare, quindi è possibile richiedere una scrivania con pianale elettrico che si alza e si abbassa a tuo piacere per poter lavorare anche stando in piedi.
Si fa molta attenzione a rispettare la pausa pranzo e gli altri intervalli che ti permettono poi di lavorare in maniera più efficace il resto della giornata. Per quanto riguarda le responsabilità ho notato che qui il binomio giovane=inesperienza è quasi inesistente. Al contrario, si valorizza di più il concetto di giovane=risorsa. E questo è un fattore da non sottovalutare. I giovani hanno più spazio, più responsabilità e quindi la capacità di apprendimento e di sviluppo è maggiore. il lavoro è più appagante dal momento che hai maggiore libertà di prendere decisioni e le tue idee vengono prese in considerazione.

Quello della meritocrazia in Italia è un tema delicato dove sfortunatamente il più delle volte si è costretti a constatare che il merito passa in secondo piano, scavalcato da quel clientelismo ormai radicato sia nelle organizzazioni pubbliche che private. Credo sia difficile cambiare in un paese che ha questa impostazione. Riguardo la possibilità di emergere, secondo me, oltre al problema della mancanza di meritocrazia, in Italia c’è anche il problema della stagnazione del lavoro. Qui in Germania, ad esempio, come in molti altri Paesi c’è più offerta di lavoro, pertanto, trovo ci siano più possibilità di emergere in contesti dove si investe, dove si aprono aziende, dove si crea lavoro.
In Italia succede l’opposto: i posti di lavoro non ci sono, le aziende italiane non investono o addirittura delocalizzano ed infine, non abbiamo la capacità di attrarre capitale estero vista la burocrazia e soprattutto la perenne instabilità politico – economica. Alla fine i giovani vivono il risultato di questo insieme di fattori, oscillando tra il minimo sindacale e lo stage non retribuito che, come detto prima viene giustificato anche dalla mancanza di esperienza.

Ho notato anche che c’è ostilità da parte di chi, invece, dovrebbe trasmettere ed insegnare ai giovani come lavorare. L’egoismo secondo me è uno dei fattori più penalizzanti in Italia. Egoismo che porta a pensare sempre a se stessi e non alla comunità. Questo sfocia spesso anche in mancanza di senso civico e di interesse verso quello che succede anche al di fuori della vita personale. Non essendoci coesione sociale, gli individui cercano di “sopravvivere” come meglio possono salvaguardando i propri interessi, ignorando però la situazione complessiva della comunità e più in generale dell’Italia stessa.

Com’è vivere ad Hof? C’è una comunità di italiani lì? Ti senti ben accolto oppure ci sono pregiudizi che hai dovuto superare? Inoltre, quali sono le difficoltà che affronti ogni giorno in questa nuova vita?
Sono sempre stato affascinato più dal nord Europa che dal sud. Non a caso quando la stragrande degli studenti facevano l’erasmus in Spagna io sono andato in Polonia. Sono sempre stato attratto dal freddo e non dal caldo, dalle montagne e non dal mare, dagli sport invernali piuttosto che dal calcio. Diciamo che non sono proprio italianissimo sotto questo punto di vista! Approdare in Germania, quindi, sotto questo punto di vista ha avuto un impatto decisamente positivo. Mi sono quasi sentito a casa, circondato da paesaggi, clima e cultura che mi hanno sempre affascinato. La parte più difficile del trasferimento è stata la barriera linguistica. Vivere in una piccola cittadina, seppur universitaria, significa non poter parlare sempre in inglese, dato che in pochi lo sanno. Devo ringraziare i miei colleghi che si sono presi cura di me e mi hanno aiutato in tutto quello che concerne la vita quotidiana (affittare un appartamento, comprare mobili, pagare le bollette, trasferire la residenza, etc..) Però alla fine, dopo un anno qui in Germania, posso dire che effettivamente queste difficoltà iniziali si sono rivelate utili dal momento che l’apprendimento del tedesco è stato e tutt’ora è molto più rapido. Apprendere una nuova lingua e conoscere da vicino una cultura differente mi affascina ed è per questo che ho costruito una rete di amicizie principalmente con tedeschi e non con italiani. Anche qui, all’inizio non ti senti proprio a tuo agio circondato da persone che parlano una lingua praticamente indecifrabile e spesso anche in dialetto! Però con un po’ di coraggio, molta pazienza e svariate bottiglie di birra riesci man mano ad interagire sempre di più.
Secondo me è fondamentale come uno si pone. Se sei tu privo di pregiudizi, aperto e sorridente, non ci sono problemi di integrazione. Almeno questa è stata la mia esperienza fino ad oggi in tutti i luoghi in cui ho vissuto ed ho visitato sia in Italia che all’estero. Porto con me sempre bellissimi ricordi di persone con cui ho condiviso momenti della mia vita e che mi hanno sempre accolto con entusiasmo ed amicizia.

Questa non è la tua prima esperienza all’estero: c’è stato anche l’Erasmus in Polonia e poi la Spagna per tre mesi e anche la Svizzera, seppur solo un mese. Raccontaci qualcosa di queste esperienze – punti di forza e punti negativi, ovviamente!
Vedendo sempre il bicchiere pieno o, nei momenti peggiori, mezzo pieno, sinceramente non saprei di che punti negativi parlare. Un’esperienza all’estero che sia di lavoro, di studio o di svago, secondo me, è sempre costruttiva e soprattutto ti lascia il segno. L’erasmus è sicuramente un’esperienza indimenticabile soprattutto in un Paese come la Polonia, dinamico con molti giovani e centro di forti investimenti da parte di moltissime aziende. Dopo l’erasmus sono tornato spesso in Polonia sia a visitare gli amici che per lavoro ed ogni anno rimango piacevolmente colpito dalla dinamicità di quel Paese. Per quanto riguarda la Spagna e la Svizzera in entrambi i casi sono stato ospite di una famiglia. è stato davvero bello sentirsi parte di loro, vedere i loro usi e costumi, parlare la loro lingua e vivere il loro quotidiano.
È qui che mi viene in mente la parte negativa di questo stile di vita: lasciare la famiglia, gli amici, la quotidianità che ti ha accompagnato per anni nel posto in cui sei nato e cresciuto. Il prezzo da pagare per chi decide di spostarsi è effettivamente abbastanza alto, specialmente per chi vive in Italia, dove la cultura della famiglia è ancora molto forte. Lasci il luogo dove sei sicuro di trovare sempre il supporto degli amici, l’amore della famiglia, e soprattutto la quantità di cibo che ti prepara la nonna che ti vede sempre deperito. Vivendo lontano e soprattutto viaggiando spesso, mi ritrovo ad essere con me stesso, e devo dire che è  veramente piacevole. Schopenhauer dice: “Un uomo di grandi doti spirituali nella più completa solitudine si intrattiene in modo eccellente con i suoi pensieri e le sue fantasie…”. Essere il punto di riferimento di se stessi è impegnativo. Occorre avere un discreto carattere ed una sufficiente energia interiore per vivere momenti facili e difficili sempre rimanendo sereno e felice.

Tornando al tuo periodo di studi in Polonia e guardando all’Italia, potresti aiutarci a fare un confronto tra questi due sistemi educativi? In cosa possiamo prendere esempio per migliore, e viceversa?
In Italia sicuramente la preparazione è ottima. quello che ho notato però è che spesso si riduce a studiare interi libri e “recitarli” il giorno dell’esame. Parlare di Erasmus significa fare un passo indietro di circa 10 anni. Al tempo rimasi colpito dalla modalità in cui le lezioni venivano svolte, ricche di progetti, esercizi.
Il professore, sempre pronto ad aiutarti, era più al tuo stesso livello. In Italia, secondo me, c’è molto più divario tra studente e professore. In Polonia ad esempio ricordo di aver sostenuto un esame basato su una piattaforma virtuale in cui il team di cui facevo parte, formato da studenti di diversi paesi, doveva virtualmente gestire un’azienda che produceva laptop. Ogni membro del gruppo aveva un compito (Marketing, Finanza, Sales… etc..) e giornalmente dovevamo inserire nel portale virtuale le azioni che volevamo venissero fatte nei giorni successivi. In base al posizionamento dell’azienda dopo 6 mesi rispetto alle aziende degli altri team (formati da altri studenti), si riceveva il voto finale dell’esame. Ci siamo posizionati secondi perché abbiamo perso fatturato a seguito di un’apertura di un negozio in Brasile dove però ci siamo scordati di assumere il personale di vendita. Svolgere esami in questo modo ti permette di interagire con persone del tuo corso, scambiare idee, capire dal punto di vista pratico le azioni e soprattutto le conseguenze di quello che decidi di fare o nel mio caso..ti scordi di fare.
Chiaramente la teoria è fondamentale durante il percorso di apprendimento. Devo essere riconoscente del fatto che sia a Perugia che a Torino ho appreso moltissimo. Ma secondo me se venisse curato di più l’aspetto pratico si avrebbero sicuro risultati maggiori sulla preparazione finale dello studente a fine corso di laurea. Poi, una cosa tutta italiana credo sia la probabilità di essere bocciati in base ai capricci del professore o dell’assistente di turno. Andare a sostenere un’esame sapendo di avere la probabilità di essere bocciato o comunque di ricevere un voto non idoneo alla tua preparazione in base allo stato d’animo del professore non è rassicurante soprattutto considerando che tu sei lì per crearti un futuro ed un giorno in più passato in università è un costo per te o per la famiglia che ti mantiene e soprattutto è un giorno in più necessario per entrare nel mondo del lavoro – dove di per se è già difficile entrare.

Si parla spesso (e a volte a sproposito) della cosiddetta “fuga di cervelli”: te cosa ne pensi? Ti senti uno di loro? Secondo la tua esperienza, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?
Per quanto mi riguarda la decisione di andare a lavorare all’estero è stata semplicemente la naturale evoluzione del mio percorso sia di vita che lavorativo. Attualmente la mia fidanzata vive ad Istanbul, io abito in Germania e la mia famiglia in Italia. Questo non mi disturba affatto anzi mi motiva e mi rende felice. Vivere in equilibrio tra 3 nazioni mi piace e mi fa sentire cittadino del mondo. Tutte le volte in cui mi sono spostato non mi sono mai sentito straniero. Mi sono sempre sentito a casa. Le diversità le ho sempre vissute con entusiasmo e mai mi sono sentito isolato. Come già detto, ovviamente i rapporti che lasci con le persone che ti hanno sempre circondato difficilmente sono ricreabili, però questo fa parte del gioco. In Europa si sta lavorando da decenni, anche se con moltissima difficoltà, per creare un mercato unico, una moneta unica e soprattutto libero scambio di capitali, merci, servizi e soprattutto libera circolazione di persone. È su questo che mi piace soffermarmi, la libera circolazione di persone. Purtroppo probabilmente non c’è molta educazione da parte degli stati membri rivolta ai giovani sotto questo aspetto. Ma io la fuga di cervelli, in una visione di globale di interscambio tra paesi, non la vedo. È uno spostamento e dal mio punto di vista è positivo. La domanda che secondo me dovremmo farci è: quanti cervelli in fuga da altri paesi vengono nel nostro paese? Perché alla fine un po’ come la bilancia commerciale ci sono 2 fattori l’import e l’export. Non ho mai sentito parlare di un bilancio finale. Non ho mai avuto modo di leggere notizie relative alla capacità dell’Italia di attrarre giovani.
Non sempre la fuga di cervelli deve essere vista come scelta disperata che deriva da una situazione di disagio nel proprio paese. L’interscambio di persone è fisiologico in un mondo con sempre meno barriere. Nel caso dell’Italia secondo me occorre soffermarsi non solo sulla fuga di cervelli perché alla fine i “cervelli” non esistono solo in Italia. Quindi secondo me bisognerebbe discutere anche sul perché i “cervelli” più preparati e competitivi di altri paesi non scelgono l´Italia. L’Italia purtroppo viene vista come il “Bel Paese” dove poter andare a mangiar bene, a bere vino e stare al caldo. Questo sotto un certo punto di vista gioca a favore di noi italiani, dato che il turismo rappresenta uno spicchio molto importante dell’economia italiana. Sotto un altro punto di vista gioca nettamente a sfavore dato che il “Bel Paese” non viene considerato come meta interessante per investimenti o come luogo dove intraprendere una carriera lavorativa.

Se potessi, cosa cambieresti in Italia e in noi giovani italiani? Parlo di mentalità ma anche di competenze, mi viene da pensare che nel mercato globale ci sia bisogno di giovani che sappiano le lingue e siano tecnologici: secondo te noi italiani possiamo essere competitivi in questo?
Viaggiando mi sono reso conto che il livello di vita in Italia è mediamente alto e di questo me ne sono reso conto solamente dopo aver vissuto in Polonia ed aver visto paesi come la Romania Estonia, Lettonia, Lituania, Ucraina, Serbia, Argentina, Turchia dove in alcune zone vivono in condizioni veramente critiche o quantomeno basiche. Da lì ho iniziato ad aver bisogno di molto meno per essere felice. Ed ho iniziato a riflettere di più si dove indirizzare le risorse disponibili. Anche in Germania, dove gli stipendi medi sono nettamente più alti rispetto all’Italia si fa moltissima attenzione a quanto si spende e come si spende.
In Italia molte cose si danno per scontate. vestiti, cellulare, macchina, vacanze, cene, aperitivi, moto. Ma non e´ poi scontato che in Paesi anche a solo 2 ore di volo queste cose siano possibili. Considerando uno stile di vita del genere come la normalità, effettivamente poi lo stipendio non basta.
Inoltre personalmente non so neanche quanto valga la pena poi dover lavorare per cercare di mantenere uno stile di vita caratterizzato per lo più da beni futili, necessari solo per il “riconoscimento sociale” che viene messo troppo spesso al primo posto. Quindi a volte trovo eccessivo puntare il dito verso l’estero e dire che le cose in Italia non vanno bene e che altrove i giovani riescono a trovare felicità successo e lavoro. Non sono d’accordo nella visione di un estero come una sorta di paese dei balocchi. È sbagliato. Riconoscere ciò che si ha la fortuna di avere, secondo me è doveroso. Da lì dovremmo poi ripartire per capire come poter migliorare senza accanirsi troppo sul problema Italia. Solo che si parla sempre al condizionale o al futuro ma mai al presente. Ed ho la sensazione che questo sia possibile perché in un certo senso ancora in Italia c’è una situazione di agio tale per cui nessuno vuole veramente cambiare le cose o sente il bisogno di farlo. In fondo l’Italia è fatta di italiani quindi se le cose non vanno come vorremmo che andassero, allora un esame di coscienza andrebbe fatto.
Per quanto riguarda l’inglese la situazione sta migliorando, soprattutto tra i giovani dove con l’uso di piattaforme come Youtube o Netflix, la lingua inglese sta diventando più diffusa e soprattutto accettata.
Ovviamente siamo ancora in ritardo rispetto alla media Europea insieme a Francia e Spagna ma spero che vengano prese misure per sensibilizzare gli studenti sull’importanza della lingua inglese. L’Erasmus ad esempio rappresenta uno strumento ideale per poter permettere alle persone di studiare l’inglese e vivere periodi all’estero. In merito alla tecnologia, secondo me, in Italia pur essendo un Paese periferico la situazione è più che soddisfacente. Il costo della telefonia – internet compreso – è basso, i servizi ci sono, l’alta velocità è praticamente presente ovunque. In Germania un contratto per telefonia mobile con 6 giga per navigare lo paghi 40€. Con una compagnia lowcost, 10 GB li paghi 30€.
In Italia oggi “navighiamo” con la fibra ottica. I tedeschi che prendo come riferimento dato che sono una delle economie più forti al mondo, invece, utilizzano ancora cavi in rame. Durante lo scorso decennio, a differenza di altri Paesi, Italia compresa, la Germania non ha installato la fibra visti gli enormi costi che avrebbe dovuto sostenere data la vastità del territorio ed una popolazione equamente distribuita. Questo ha portato alla scelta di aggiornare la rete già esistente in rame invece che investire in cavi in fibra ottica. Il prezzo lo pagano oggi dal momento che le velocità ridotte stanno ostacolando la digitalizzazione delle aree industriali che impattano di conseguenza sulla fornitura di prodotti e servizi al consumatore finale. In Italia, come al solito, rispetto alla media europea non siamo messi bene. Però sono ottimista perché, come appena detto, almeno le infrastrutture ci sono.

Una domanda più personale – lasciare l’Italia, partire e andare lontano, conoscere popolazioni, culture estranee: cosa ti spinge ogni giorno ad affrontare le tue paure e ad alzare sempre di più l’asticella? Sei alla ricerca di una posizione lavorativa sempre più di rilievo oppure è una “vocazione” personale?
Entrambe le cose. Ho avuto la fortuna di intraprendere un percorso che mi motiva sia a livello personale che lavorativo. Ho deciso di viaggiare perché secondo me è il miglior modo per investire tempo e denaro, in più sono riuscito a trasformare questa mia “vocazione” in lavoro. Sono in costante competizione con me stesso. Una competizione sana che mi porta ad alzare costantemente l’asticella per evitare di rimanere impantanato in una zona di comfort che sinceramente mi spaventa. Si ha paura principalmente di ciò che non si conosce, io le mie paure le ho trasformate in curiosità. D’Annunzio scrive: “Non è mai tardi per tentar l’ignoto, non è mai tardi per andar più oltre”. Questa è la frase che mi motiva e che mi piace ricordare perché che cosa c’è di più bello che vivere con l’adrenalina e la volontà smodata di scrivere nuovi capitoli della propria vita per poi guardarsi indietro ed essere consapevoli ed appagati della strada percorsa, delle difficoltà superate e degli obiettivi raggiunti?

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?
Al momento non ho preso in considerazione di tornare in Italia. Vivere in Germania mi permette di apprendere una lingua abbastanza complicata ma molto utile a livello lavorativo pensando anche ad eventuali futuri spostamenti all’interno dell’area DACH. Quindi per ora mi interessa rimanere qui per continuare ad accumulare esperienza utile per avanzamenti di carriera futuri. Sicuramente sarebbe interessante poter contribuire alla crescita delle aziende italiane soprattutto all’estero e non nascondo che mi capita spesso di pensarci. Il potenziale delle aziende italiane è enorme e mi piacerebbe essere tra coloro i quali hanno contribuito al loro sviluppo. La realtà italiana è composta però per la stragrande maggioranza da aziende medio/piccole e non so quanto queste aziende siano preparate o quantomeno orientate al cambiamento. Da sempre il made in Italy, sinonimo di qualità e di unicità, è stato uno dei fattori chiave del nostro paese. Sfortunatamente però le piccole e medio imprese che caratterizzano la rete di aziende italiane non riescono ad essere competitive in un contesto globale. Il mercato mondiale è una risorsa preziosa che dovrebbe essere sfruttata in pieno dalle aziende del nostro territorio.
Per le aziende esportare significa avere la possibilità di crescere. Il problema è che le piccole aziende italiane, viste le dimensioni, non hanno gli strumenti per potersi ritagliare fette di mercato in altri paesi. Negli ultimi anni l’errore più grosso è stato quello della mancanza di investimenti sia da parte delle aziende sia da parte del governo. In particolare bassa spesa in ricerca e sviluppo e continui tagli all’istruzione…senza parlare dei gravi problemi legati alle infrastrutture, fattore chiave per la competitività delle aziende e la crescita economica di un Paese.

 

Intervista a Filippo Maria Sposini, dottorando all’University of Toronto in Storia e Filosofia della Scienza 

Da Marsciano – un piccolo paese nella provincia di Perugia – a Padova e quindi ancora più su, fino a Toronto. Per l’intervista di questo mese The Italians vola fino al Canada per incontrare Filippo Maria Sposini, 28 anni originario di Assisi (Umbria), attualmente al secondo anno del dottorato in Storia e Filosofia della Scienza alla University of Toronto.

Il clima così diverso dall’Italia ma anche i sistemi educativi a confronto, la vita da college, l’esperienza precedente a Boston e il futuro insieme alla sua compagna: queste sono solo alcune delle cose che ci ha raccontato Filippo. Ma il tema principale rimane ovviamente l’emigrazione dei giovani, “un problema finanziario, sociale, demografico per il paese e per quelli di noi che sono all’estero”, spiega Filippo. “Penso che sia un problema critico e più attuale che mai”.

 

Partiamo dall’inizio Filippo: raccontaci la tua storia da italians. Avresti mai immaginato di essere dove sei ora?

Devo dire che fin dalle scuole superiori avevo scelto l’indirizzo linguistico studiando inglese, francese e spagnolo. Con l’università poi è maturata la scelta di iscrivermi in Psicologia con l’idea di poter fare lo psicologo in azienda, gestire le risorse umane, occuparmi delle relazioni sociali: così sono andato a Padova perché c’è una delle più importanti università in materia. Sono sempre stato supportato da borse di studio annuali, non ho mai pagato le tasse universitarie: già solo per questo per l’Italia sono stato una perdita, dal momento che non ho avuto l’opportunità di re-investire in patria le conoscenze e le competenze raggiunte.
Ho fatto la triennale, un periodo di studi a Boston, la magistrale e quindi ho provato a fare il dottorato in Filosofia delle Scienze in Italia. È stata un’esperienza che non è andata a buon fine, i professori stessi mi dicevano che era meglio non provare neppure per via di alcune logiche “oblique” di assegnamento delle borse di studio. In pratica, i professori avevano già scelto i vincitori, si dovevano spartire i loro studenti. Ci rimasi molto male perché avevo fatto davvero tutto bene. Come alternativa trovai un buon posto di lavoro in Randstad, la società più importante per la consulenza nelle risorse umane al mondo.

E poi cos’è successo? Di cosa ti occupavi in Randstad?

Facevo parte di un master program, un programma di formazione per persone che avrebbero poi dovuto selezionare figure “professional“, ossia dirigenti con una retribuzione annua lorda di almeno 35mila euro. Lavoravo a Padova ma ogni 2-3 settimane avevo un corso di formazione a Milano.
Mi piaceva ma anche questa volta fui sfortunato, perché in effetti nell’ufficio c’era un clima molto strano, molto teso, era davvero una situazione critica. E da qui la motivazione di cercare altre esperienze, magari di riprovare un dottorato ma questa volta all’estero.
Staccavo alle 18.00 da lavoro e subito dopo andavo in biblioteca per fare le application per le università estere: riuscii a candidarmi in sei posti, ma fu pesante perché dovevo presentare due progetti di ricerca, contattare professori, scrivere lettere di referenza, fare test di lingua inglese… Alla fine mi accettarono in tre università e scelsi quella di Toronto. Sono molto contento perché è stata anche una rivalsa personale dopo la primissima esperienza non andata bene.

Nelle università canadesi ti sei trovato subito a tuo agio?

In realtà la questione andò in un modo che, dal punto di vista strutturale, nelle università italiane non potrà mai succedere. Come dicevo, ero stato accettato in tre diverse università canadesi e avevo da dare una preferenza. Durante un colloquio Skype con l’università di Toronto (la mia prima scelta) spiegai tutta la situazione: erano in ballo altre possibilità, avevo vinto altre borse di studio, e per invogliarmi ad andare da loro, l’allora direttore del programma mi propose un incremento di 10mila dollari della borsa di studio per il prossimo anno. Fu una cosa molta bella. Che in Italia non succederà mai, perché in Italia l’università non può modificare l’importo della borsa di studio essendo questa statale, cosa che in Canada (nonostante l’università sia pubblica) non succede. Da quel momento in poi io e la mia fidanzata – convivevamo già insieme a Padova – ci siamo uniti civilmente, ho fatto il visto che permette un permesso di soggiorno aperto per il partner e abbiamo deciso di partire: era agosto 2017.

Immagino che fare il ricercatore in Canada sia diverso rispetto che in Italia. Potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi due paesi?

Fare il ricercatore in Canada è sicuramente diverso rispetto che in Italia. In realtà in tutti e due i paesi il sistema di formazione, sia primario che secondario, è pubblico. Con la sola differenza che le università e le province canadesi hanno un’autonomia decisionale maggiore sui criteri di accesso, sui curriculum, sulle ammissioni e sui fondi. L’università qui è organizzata nel modello college: c’è una grande università da cui si ramificano i diversi college.
Fondamentale, la differenza più grande rispetto all’Italia è che le università nel nord-America sono delle potenze economiche spaventose: gli edifici sono di loro proprietà, hanno una rete di ex studenti che finanziano le loro iniziative, hanno strategie intelligenti per attrarre studenti, sono istituti formativi a 360 gradi. Per non parlare delle strutture, non ci sono proprio paragoni purtroppo: l’università di Toronto ha tre palestre, due piscine. Qui il dottorato dura 5 anni mentre in Europa 3, e durando di più c’è un contratto più lungo ovviamente. Si fanno anche molte esperienze di insegnamento: ad esempio c’è il ruolo del teaching assistant (TA), ruolo di supporto al professore, dove per ogni lezione ci sono dei tutorials guidati dallo studente che è anche responsabile della valutazione di tutti i compiti. E si viene pagati per farlo.

Parlaci della ricerca che stai portando avanti in Canada…

All’università di Toronto mi occupo di Storia della psichiatria e della psicologia. Sono particolarmente interessato alla storia della normalità, ossia ai vari criteri che sono stati utilizzati nel corso della storia dalle discipline scientifiche per definire e dichiarare ciò che può definirsi normale da ciò che è anormale o comunque patologico.
Una declinazione che sto utilizzando in questo momento è quella di studiare la certificazione della follia tra la metà dell’800 fino al 1970, soprattutto in paesi che parlano inglese (come l’Ontario, Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, ecc). Si trattava di una procedura medico-legale in cui uno o più dottori erano coinvolti nel dichiarare sul posto i fatti della follia, scrivendoli in questo certificato medico che dava valore per l’ammissione in un manicomio. Migliaia e migliaia di persone sono state internate per vari motivi in questo modo.

Qualcosa anche su Boston, brevemente: com’è stato il tuo semestre di studi lì?

Come accennavo prima, durante gli anni universitari in Italia ho avuto l’opportunità di fare uno scambio con la Boston University, perché Padova e Boston sono città gemellate. Si trattava di un programma selettivo, con tanto di lettere di referenza da preparare, un test di lingua inglese abbastanza alto da superare e via dicendo. Non avrei mai pensato di riuscire a far parte di questo progetto, già solo per i numeri: ogni anno ne prendono 6 su 60mila. E invece fui il primo psicologo di Padova ad entrare nel programma. Fu una svolta perché da lì in poi, anche nei colloqui di lavoro successivi, mi hanno sempre detto che questa esperienza fa la differenza rispetto agli altri candidati.

Com’è realmente vivere a Toronto? Essere italiani viene visto come un valore aggiunto, ti senti ben accolto?

Io e la mia compagna siamo entrambi molto molto contenti, ci diciamo spesso che siamo fortunati: il Canada si trova in una posizione geopolitica agevolata, con una qualità della vita molto alta. Toronto è una città dinamica e giovane, multiculturale e aperta, frizzante e con tanti programmi nuovi. C’è una grandissima cultura dell’accoglienza e della differenza. Lo slogan nazionale è “la diversità è la nostra forza”. Inoltre sta vivendo una fase economica diversa rispetto all’Europa e soprattutto all’Italia: la mia ragazza ha trovato lavoro una settimana dopo essere arrivata qui. Certo, hanno anche loro i loro problemi, dovuti al fatto che la città è estremamente grande e fa veramente molto freddo, ma basta vestirsi adeguatamente.

Dal tuo profilo LinkedIn emerge anche un altro tratto della tua personalità: quello legato al mondo sociale. Di cosa ti occupavi per AltreStrade? Dal Canada, cosa pensi della situazione italiana dei centri di accoglienza per richiedenti asilo?

Per AltreStrade mi occupavo dell’accoglienza e del supporto ai richiedenti asilo e ai rifugiati politici assegnati alla regione Veneto. Facevo tutta la procedura burocratica di riconoscimento, da quando arrivano ai centri di accoglienza all’accompagnamento ai centri di polizia scientifica di Venezia per l’identificazione e l’esame medico. Mi occupavo di fare la traduzione dal francese e dall’inglese con medici e con i richiedenti asilo, con l’obiettivo di costruire autonomia in queste persone cosicché potessero iniziare a tutti gli effetti a far parte della comunità e del territorio circostante.
Non è mai facile per un territorio integrare queste realtà, ci sono stati episodi abbastanza spiacevoli e noi come psicologi eravamo lì per mitigare e creare delle vie alternative. Ho letto da poco che il Canada è al mondo il paese che accoglie più rifugiati politici al mondo, ma nella pratica non so come avvenga. In Italia mancano fondi, ci sono vuoti burocratici e c’è un problema fondamentale per quando si fa domanda per il riconoscimento della domanda di asilo. È un procedimento lungo e logorante per chi si trova nei centri d’accoglienza, perché stanno lì anche anni senza far nulla, senza aver neppure la possibilità di lavorare. E poi c’è un altro rischio: può succedere che, nell’attesa della risposta o quando la domanda viene negata, le persone scappino dai centri senza farsi più vedere. Si creano delle identità-non identità, persone totalmente oscure al sistema amministrativo burocratico europeo.

Cosa ne pensi di chi vi chiama “cervelli in fuga”? A te piace questa definizione?

Devo dire che non sono molto per le neuroscienze e per questa neuro-mania che fa girare tutto intorno al cervello. È pregnante come termine, sicuramente.
La mia è stata una scelta libera ma dettata dalle circostanze, diciamo. Non avremmo mai avuto le possibilità che abbiamo qui, sia economiche che professionali e personali, restando in Italia. È la triste realtà. Non è possibile che una persona in Italia nonostante tutto quello che fa, nonostante si laurei con il massimo dei voti ed in tempo, si impegni 10-12 ore di lavoro al giorno con straordinari e tutto il resto, poi non abbia una ricompensa adeguata. Non c’è l’altro lato della medaglia, è questo il vero problema.

Perché – a tuo parere – oggi sempre più giovani preferiscono partire dall’Italia e portare altrove le proprie competenze?

Penso che le persone vadano via per vari motivi: c’è il problema della meritocrazia, dei contratti di lavoro poco vantaggiosi o umani e dei salari sostanzialmente più bassi della media europea e non paragonabili a quelli che esistono nel nord-America. Quando stavo a Marsciano avevo una comitiva di una quindicina di persone molte affiatate, oggi sul territorio ne sono rimaste 5: chi è andato in Irlanda, Canada, Germania. Chi è rimasto in Italia si è comunque spostato a Milano. Gruppi come noi ce ne sono ovunque. C’è la possibilità di fare esperienza in un altro posto: giusto. Di guadagnare di più: giusto. Di accrescere le proprie competenze e conoscenze: giusto. Ma la maggior parte delle volte non sono scelte che vengono fatte a cuor leggero, soprattutto non succede quasi mai che sia l’estero che cerchi proprio te. Siamo noi piuttosto che cerchiamo all’estero e che veniamo accettati, non è il contrario: già questo dovrebbe far riflettere molto.

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Per i prossimi 4 anni sicuramente saremo qua. Una volta finito il dottorato, il Canada poi ti da la possibilità di rimanere per un altro paio di anni per fare domanda per la cittadinanza: penso che sarà questo il nostro futuro. Tornare in Italia è veramente un grandissimo costo, fa piacere tornare a casa e riabbracciare famigliari e amici, però è complicato perché ci si ritrova immersi in un tessuto diverso, nebuloso sotto tanti aspetti. Un progetto però c’è: abbiamo in mente di fare con questo gruppo di amici un progetto pilota per non abbandonare il nostro territorio d’origine, una sorta di società di consulenza che ci vedrebbe tutti soci per valorizzare start up e micro-imprenditoria del territorio, portando una visione internazionale a disposizione degli imprenditori della zona che stanno a contatto con la realtà delle cose ma molte situazioni anche burocratiche non sanno come gestirle. Ne sapremo riparlare più avanti!

 

 

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