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Intervista ad Alba Carbutti, expat di ritorno: “Rientrare in Italia è stata la mia vittoria più grande”

Dicembre per gli expat è sempre un mese ricco di significati. Le festività a volte lontano da casa, la malinconia e l’entusiasmo, le nuove tradizioni da celebrare e, per i più fortunati, un biglietto aereo per rientrare qualche giorno in Italia. E magari per restarci, a nuove condizioni e con prospettive diverse.

Se la parola di questo mese è speranza, l’intervista abbinata non può che essere quella di Alba Carbutti, 29 anni, una vita tra Castellabate (Salerno), Torino e il Belgio. Per poi approdare di nuovo in Italia, a Napoli, dove la nostra Italian da circa un anno lavora come consulente, sviluppatrice e programmatrice in ambito IT.

Ciao Alba! Dopo 10 anni di “girovagaggio” – per usare proprio le tue parole! – sei riuscita a tornare in Italia. Puoi raccontarci cosa ti ha spinto a prendere questa decisione? Per te tornare è stata una vittoria oppure te ne sei pentita?
Ciao Camilla, ciao The Italians! Sì, quella parola la uso tanto e la sento tanto giusta per me che dentro e fuori sono proprio una girovaga. Dopo tanto tempo fuori, pochi mesi dopo la laurea, avevo iniziato un percorso di assunzione con una azienda belga. Sembrava essere andato tutto bene e invece alla fine c’è stato un ripensamento da parte loro per questioni linguistiche, le barriere sembravano troppo alte, allora fui io stessa a chiamare a casa e chiedere di tornare per un po’. Nemmeno una settimana dopo ero stata contattata per fare un corso inerente all’ambito informatico con finalità di assunzione in questa grande famiglia dove mi trovo ora.
Ho colto l’occasione con tanta gioia e felicità che non so spiegarlo. Nemmeno potevo crederci che sarei potuta tornare a casa e trovare contemporaneamente un impiego solido. Il sud è una realtà molto complessa ma fondamentalmente penso che tutti noi giovani lasciamo le nostre case, i nostri amici e ricordi, le nostre famiglie, col desiderio di tornare per ridare indietro a questa terra quello che lei ha dato a noi in termini di calore, bontà d’animo e positività. Ad oggi credo sia stata la vittoria più grande, soprattutto pensare di aver investito su me stessa così a lungo e così tanto da poter ridare indietro qualcosa alla mia terra, fosse anche solo per un momento.

Sappiamo che attualmente lavori come consulente, sviluppatrice e programmatrice in ambito IT, ma spiegaci meglio: cos’è che fai di preciso? E soprattutto: quali sono le difficoltà inevitabili che il rientro in patria ti porta ad affrontare?
Il mio lavoro attuale, fortunatamente, non è così complesso da spiegare: lavoro scrivendo dei codici che servono a creare e sviluppare piattaforme web. In pratica, ci sono dei clienti che richiedono dei servizi in ambito informatico e, attraverso queste tecnologie che sto imparando a usare, io e gli altri ragazzi del team di cui faccio parte cerchiamo di accontentarli. È un lavoro di forte sinergia, lavoriamo a contatto con un lato funzionale che ci porta a galla le richieste del cliente e contemporaneamente gestiamo tutto questo a livello di team, dividendoci il lavoro, scegliendo cosa è più giusto fare e a nostra volta consigliando il lato funzionale su cosa sarebbe più sicuro o efficiente portare avanti, sempre tenendo in considerazione i desideri del cliente. Lavoro qui da un anno e ho avuto la grande fortuna di lavorare sempre con clienti esteri, potendo mantenere così il mio inglese, che era la cosa che mi spaventava di più perdere.
Le difficoltà non sono state molte, sono stata estremamente fortunata. Napoli è una città dal grande cuore e tornare qua a meno di 200 km dalla famiglia è stato più semplice del previsto.
Se parliamo di logistica, la ricerca di una casa che rispettasse tutti gli standard che cercavo e i trasporti scarsi sono state le due cose più difficili da metabolizzare. Se vuoi vivere da solo le case qui sono poche e spesso lontane dal centro, mentre per i trasporti il problema principale è che la città è molto grande ma è ben connessa solo nella parte centrale, quindi trovare il perfect match è un’ardua impresa!

Riavvolgiamo il nastro della tua storia e torniamo a quando, durante la specialistica in ingegneria energetica e nucleare a Torino, sei partita per un progetto di tesi in Belgio. Quella è stata la tua prima esperienza lontano da casa? Perché hai scelto di partire, e perché proprio il Belgio?
Sono cresciuta in un piccolo paesino in provincia di Salerno, tra mare e mozzarella di bufala. Ho scelto di andare via di casa la prima volta a 19 anni, finita la scuola superiore. Quindi in realtà il Belgio è stato il secondo grande cambiamento della mia vita. Durante la specialistica ho avuto un po’ di vicissitudini personali e a tre esami dalla fine mi sentivo un po’ demotivata. Però mi piaceva molto il pensiero di finire il mio percorso nonostante tutto. Arrivò questa email dal mio professore di teoria del trasporto, dove c’era la proposta di questa tesi nel centro di ricerca SCK CEN a Mol, in Belgio. Sembrava così adatta a me: lavorare con i macchinari che servono a misurare le dosi di medicinali radioattivi da somministrare ai pazienti per perfezionarne la lettura. Potevo fare qualcosa di veramente utile, toccare con mano il lavoro dell’ingegnere, calibrare, svitare, studiare tanto e ancora tanto per ottenere dei risultati che potessero essere usati per qualcosa di buono. E mi sono chiesta: perché no?
È stato molto difficile all’inizio, avevo moltissima paura. Ricordo che il giorno prima di partire piangevo perché credevo che non sarei stata in grado di farmi degli amici, di parlare in inglese, di scrivere una intera tesi in un ambito così delicato e in un’altra lingua per giunta. E invece, alla fine, ho trovato una famiglia grandiosa. Fatta di gente meravigliosa che mi è cara come poche. Ho scritto la mia tesi, ho finito il mio lavoro e pubblicato con la mia mentore un e-poster. Ho lasciato un pezzo di cuore lì.

Hai trovato differenze tra il sistema educativo italiano e quello belga? Potresti aiutarci a fare un confronto tra questi due sistemi educativi?
Devo essere sincera, non ho avuto a che fare con il sistema educativo belga in modo diretto. Nel centro c’era, però, gente da tutto il mondo a scrivere tesi e anche a studiare per diversi progetti Erasmus e di scambio. Allora mi sono fatta una idea precisa di quella che è la differenza più grande tra il nostro approccio universitario e quello, in generale, fuori dall’Italia: per noi lo studio e la teoria sono alla base e alla fine di tutto. Siamo dei mostri in termini di studio ma pecchiamo tantissimo sulla pratica. Fare tirocini in Italia è sempre più difficile, le università, soprattutto quelle più piccole, mancano di laboratori e di mezzi per vedere con mano quale è il vero lavoro dell’ingegnere. All’estero sembra tutto più facile: teoria e pratica coesistono. I mezzi ci sono e vengono sfruttati a pieno.
Ovviamente una base di teoria solida come quella che il nostro sistema fornisce ci rende più riflessivi ma sicuramente in grado di scavalcare barriere che per molti sembrerebbero insormontabili, mentre una buona dose di pratica rende molto più adatti al problem solving immediato. E’ una questione di approccio, tutto qua.

Com’è stato vivere in Belgio? C’è una comunità di italiani lì, ti sei sentita ben accolta? Oppure hai trovato pregiudizi da superare?
E’ stato bellissimo. Parlarne ancora mi muove il cuore verso sentimenti veramente profondi e felici. Sono stata a casa dal primo giorno. C’erano moltissimi italiani, alcuni del mio stesso corso di Laurea, altri dalla toscana, dalla Liguria e dal Lazio. Molti altri venivano dalla mia stessa università e si erano fermati lì dopo la loro tesi. Non ho mai sentito pressioni di nessun tipo, né pregiudizi. La gente di tutto il mondo mi circondava ogni giorno e con ognuno di loro ho stretto un rapporto di amicizia che va al di là di ogni possibile immaginazione. Come ho scritto una volta nel mio blog: senza muovermi ero in Russia a bere vodka, in Turchia a parlare di famiglia, in Libano a mangiare il cibo più speciale del mondo. Ero in Spagna, a scoprire la passione più profonda che si possa provare e i sapori di una terra così simile ma così diversa. Ero a prendere in giro un British man come non ne avevo mai visti e in Francia a ridere della buffa pronuncia dei suoi abitanti. Ero in Belgio e viaggiavo anche senza muovermi di lì.

Molti dei giovani italiani che partono lo fanno perché impossibilitati a trovare lavoro in Italia. Tu, invece, l’hai trovato. Che consiglio daresti a quanti come te sono partiti e ora vorrebbero tornare a casa? Credi sia necessario, per trovare lavoro in Italia, fare prima dell’esperienze di studio o lavoro all’estero?
L’unico consiglio che posso dare a tutti i più giovani di me è quello di viaggiare, viaggiare per tornare e per partire ancora e ancora. Non vi fermate mai, la mente dell’uomo ha bisogno di vedere, assaggiare, assaporare cose nuove che si possono solo trovare viaggiando e vedendo il diverso. Una volta che la vostra valigia sarà piena provate a sfondare i muri e le barriere che questo periodo storico sta tirando su. Se avrete cambiato tante volte nulla vi farà paura: nemmeno diventare l’ingegnere nucleare più informatico che esista.

Si parla spesso di “fuga di cervelli” o, come nel tuo caso, di “ritorno di cervelli”. Perché l’Italia lascia partire così tanti giovani ma non riesce ad attrarne altrettanti? Cos’è che si dovrebbe fare per diventare noi stessi un paese attrattivo e competitivo?
Studiare le lingue fin dalla più tenera età, approcciarsi in modo completamente internazionale a qualunque cosa si faccia. Allargare il mercato del lavoro e della ricerca a settori che potrebbero sembrare anche non di primario interesse per la nostra nazione potrebbe essere una idea. In generale credo servano posti di lavoro, quello che ho imparato è che una nazione diventa attrattiva quando ha lavoro da offrire. Non credo di poter dire altro in merito se non che bisogna spingere su una educazione più aperta, sul creare una visione che sia quanto più lontano possibile dalla paura del diverso.

In più, per tutti quei giovani italiani che invece NON vogliono tornare in patria: cos’è che l’Italia dovrebbe essere in grado di garantire loro? E, domanda ancora più difficile, perché non lo sta già facendo?
Io credo che le persone debbano restare nei posti dove si sentono a proprio agio. Sicuramente ci sono moltissime mancanze nel nostro Paese come ce ne sono molte anche nei paesi più attrattivi. Molto spesso il non voler tornare in patria è sintomatico di un non volersi piegare a condizioni di lavoro non accattivanti, a tassazioni altissime anche se sei agli inizi, a situazioni di precarietà più lunghe di una vita. Bisogna essere veramente fortunati a poter tornare qua, perché tutti questi disagi non sono facilmente superabili quando si voglia vivere una vita dignitosa, come la si merita di vivere dopo anni di studi e sacrifici. Quello che l’Italia dovrebbe garantire è proprio questo: condizioni non solo dignitose ma anche e soprattutto adeguate al percorso umano e di studi che gente come me ha fatto per anni. Non è ancora possibile perché siamo indietro, purtroppo, in termini di lavoro, di qualità della vita, di agevolazioni. Spero ci sia presto una svolta che ci porti a risanare quanto di imperfetto ancora abbiamo e che ci lanci verso possibilità maggiori cosicché tutti possano tornare indietro quando vogliano e lasciare la loro terra per desiderio di vedere cosa c’è fuori e non necessità.

Sempre più giovani che tornano in patria e, sfruttando le proprie competenze e i talenti accresciuti dalle molteplici realtà di vita conosciute, un’Italia che migliora e cresce. Credi che sia un futuro auspicabile e realizzabile?
È un futuro possibile. Le prime tre grandi problematiche da risolvere perché si realizzi nel breve tempo, per me sono: migliorare le condizioni di lavoro e investire sui territori in modo da attrarre realtà sempre più grandi e consolidate, favorire i commerci con l’estero in modo da incentivare i ragazzi che sono stati fuori a tornare con la possibilità di viaggiare ancora – chi parte una volta difficilmente ama non muoversi più – e in ultimo che le promesse fatte a livello di governo siano mantenute, in modo da abbattere questa sensazione di parole a vuoto che per molti di noi si traduce in abbandono.

Per concludere, parlando di progetti futuri: adesso che sei in Italia, hai intenzione di restarci a lungo oppure ti attende presto una nuova avventura?
Diciamo che al momento sento di essere in un buon precario equilibrio, ho desiderio di viaggiare per passione e per lavoro ma non sento quella smania di cambiamento che di tanto in tanto mi prende. Vorrei godermi un po’ la mia famiglia, i miei nonni e i miei genitori. La vita mi ha portata qua per una ragione che, in verità, non conosco ma che ho accolto a braccia aperte. Agisco molto di pancia e sento che questo, per ora, è il posto giusto. Chissà domani cosa accadrà, non so e non posso dirlo. Tutte le volte che ho cambiato la mia vita, ho saltato senza pensarci troppo perché ero pronta. Non so quando e se riaccadrà, penso sia plausibile pensarlo conoscendomi, ma per ora mi dedico a ciò che sto costruendo con passione e forza di volontà, senza crucciarmi troppo del domani. Ho imparato che le possibilità devi creartele e questo accade semplicemente lavorando su te e su ciò che ti circonda, mi limito a questo con una immensa passione tutti i giorni. E tanto mi basta per dirti che qualunque sarà la mia scelta, prometto di essere felice e motivata. Come lo sono oggi e come lo sono stata sempre nel passato.

Intervista a Marco Ricorda, Head of Social Media per l’ALDE al Parlamento Europeo. Per Marco la speranza per l’Italia è rappresentata da tre parole: «collaborazione, senso di unità, valori comuni».

Per l’intervista di questo mese abbiamo deciso di lasciare da parte le domande scritte.

Niente email, niente categorie predefinite, ma solo un ampio spazio per riflettere e per dibattere su ciò che è diventata e sta diventando l’Italia. Questa volta non potevamo prescindere dalla politica, sia perché ormai manca un mese e qualche manciata di giorni alle elezioni del 4 marzo, sia perché il nostro Italians è un professionista della comunicazione con quasi 10 anni di esperienza nel settore, fortemente incentrato – tra le altre cose – sulla politica globale.

Marco Ricorda, 32 anni originario di Salsomaggiore (Parma), è il capo dei social media per il gruppo ALDE al Parlamento europeo, alleanza che riunisce i partiti liberal democratici in Europa. Il suo nome è stato inserito tra i primi 40 influencer UE nel 2017 ed è un mentore di Politico EU Studies Fair. Inoltre, Marco è anche social media manager di Guy Verhofstadt, primo ministro belga per 9 anni e dal 2009 alla guida dell’ALDE.

Sono quasi le otto di sera di un venerdì qualsiasi, sia a Bruxelles che in Italia, quando finalmente riesco a sentire la voce di Marco. Una chiamata whatsapp che abbiamo rimandato per giorni, complici la stanchezza e i normali (ma tanti) impegni quotidiani. «Ho una vita molto frenetica, gestisco tutti i contenuti che vengono veicolati dai media – racconta Marco Ricorda – qui si lavora tutti i giorni ma in maniera più intelligente rispetto all’Italia: se c’è tanto lavoro si rimane fino a tardi, altrimenti si va a casa».

Il curriculum di Marco è pieno di voci: social media manager al Joint Research Center della Commissione Europea; digital strategist per l’Unione Europea a Expo Milano 2015; social media analyst per la Commissione Europea e press officer / community manager per Bruegel, il think tank di Bruxelles per politica economica internazionale. Non abbiamo ancora finito: è stato anche analista insight per Lo Spazio della Politica, un think tank italiano che lavora nel campo degli affari internazionali.

Come ha fatto, vi chiederete voi. Me lo sono chiesta anche io, naturalmente. Marco mi ha risposto che lavorare per l’Unione Europea è sempre stato parte di un progetto ben preciso, e che ha fatto «tutto quello che era necessario» per realizzare questo sogno. «Già quando avevo 15-16 anni sapevo di voler lavorare per questa organizzazione che gestisce i conflitti tra stati. Mio nonno ha fatto 7 anni di guerra in Albania: più sentivo le sue storie, più sentivo la vocazione europea».

Dopo essersi laureato a Forlì in Scienze internazionali e diplomatiche, con un anno di Erasmus ad Anversa, Marco si è trasferito a Maastricht per completare gli studi: «Era il 2010, un periodo difficilissimo, c’era la crisi e nessuno assumeva. Ho pensato fosse il momento giusto per spostarmi ancora, per andare a Bruxelles. Da Maastricht ho trovato un’opportunità a Bruegel: ho capito subito l’importanza dei social media, la loro grande forza di comunicazione». Due anni e mezzo dopo, Marco è entrato in commissione, dove è rimasto per circa 5 anni: «Adesso sto lavorando per il vero partito europeo».

Una posizione privilegiata per seguire la campagna elettorale italiana. Anche se da lontano, Marco non ha dubbi: «La dicotomia destra-sinistra ormai è finita, serve una forza rivoluzionaria che spacchi questo sistema fatto di burocrazia soffocante, di perdita di coscienza civile, di raccomandazioni. Ci sono troppi partiti, troppe voci che non danno alcuna speranza all’Italia di rendersi attiva». E prosegue ancora: «Di tutti questi partiti italiani non ce n’è uno che vende un programma di positività. Tutti dicono non votate l’altro, nessuno dice votateci per questo».

Positività è una delle parole chiave di Marco, una di quella che ripete spesso. Un’altra è giovani, e qui il discorso non ammette pietismi: «I giovani sono spaccati dal debito, dall’immobilismo politico che non fa altro che peggiorare. Il loro potere d’acquisto è pari a zero».

Eppure, qualcosa su cui possiamo lavorare c’è: «Dobbiamo renderci conto che è tutto sulle nostre spalle, senza accampare scuse varie. Niente più piagnistei: non dobbiamo aspettarci che lo stato ci serva tutto sul piatto d’argento, dobbiamo essere una società che non si arrende. Ora siamo molto spenti».

In ambito lavorativo, la speranza per l’Italia è rappresentata da tre parole: «Collaborazione, senso di unità, valori comuni». Marco li elenca senza pensarci due volte.

Ci sono poi dei settori che vanno implementati: «C’è da lavorare sulla digitalizzazione, altrimenti non possiamo avere flessibilità mentale. Esiste ancora questa pressione psicologica nel pensare che se uno non ha una certa età non può rivestire una determinata posizione. In Italia se sei un formatore cerchi di non formare il tuo assistente perché così il tuo ruolo rimane forte. Nelle società liberali è il contrario: vogliono che il team impari in fretta e che si cresca, cosicché anche il capo possa investire più su sé stesso e sulla propria formazione».

Un altro fil rouge tra giovani e lavoro è adattamento: «Basta dire mi sono laureato in questo e devo fare questo, bisogna saper inventare sé stessi e il proprio lavoro. La stabilità lavorativa è difficile da promettere, perché la società è cambiata, nel 2018 questo concetto non credo esista più. Ma è conseguenza necessaria dell’acceleramento tecnologico e della globalizzazione. Dobbiamo collaborare al fine di capire un mondo che cambia, dobbiamo essere pronti ad adeguarci, non piangere il passato».

Per Marco è come se esistesse una sorta di teoria per il successo, declinata tutta al “giovanile” (un modo di essere, più che un tempo verbale): «Niente scuse, analizzare i problemi e affrontarli senza paura dei fallimenti, che poi sono sempre necessari. Questa è una cosa che mi ha insegnato lo sport». Oltre che un comunicatore, la seconda vita di Marco Ricorda è tra la palestra e la cucina: è infatti un atleta competitivo e un appassionato di allenamento con i pesi e bodybuilding.

Mondi che non sono poi così lontani come sembrano: «Il bodybuilding mi ha insegnato tutto sulla comunicazione – spiega – competi per l’attenzione, vuoi che più persone possibili mettano quel pollice in su proprio sul tuo post, e quindi fai di tutto affinché accada. Diventa quasi un gioco e, quando arrivi a quel livello, non riesci più ad uscirne».

«Mi sento emiliano, italiano ed europeo allo stesso momento. E questo non crea alcun conflitto nella mia anima». Siamo quasi alla fine della nostra chiacchierata, tornare all’Unione Europea è come chiudere un cerchio. «Nel momento stesso in cui ci mettiamo alla ricerca di una nostra identità, è come se bloccassimo la società cosmopolita. Ribelliamoci a chi cerca di imporci questi pensieri». Ma c’è ancora qualche altro spunto di riflessione da battere a macchina, tasto dopo tasto: «L’UE deve smetterla di concentrarsi su un’unione economica e politica, deve diventare sempre più un’unione di valori e sentimenti condivisi. E attualmente non lo è».

E l’Italia? «Dobbiamo fare la nostra parte – conclude Marco – l’Italia deve cercare i propri valori, progressisti invece di conservatori, altrimenti ci riduciamo a piangere un passato insostenibile. Mettiamoci a tavolino, analizziamo le circostanze del presente e costruiamo un futuro migliore per questa società, non per i singoli individui».

Intervista a Serena Azzi – Senior Associate presso Avisa Partners, EU Affairs Consultancy a Bruxelles

Serena Azzi, 30 anni, nata a Brescia, oggi vive e lavora a Bruxelles, dopo aver vissuto anche a Milano, Torino e Quito (Ecuador). Oggi Serena è Senior Associate presso una società di consulenza specializzata in affari europei, ma in precedenza ha lavorato – prima a Milano e poi a Bruxelles – nel dipartimento affari europei di una grande azienda italiana. Durante gli studi ha svolto alcuni stage all’estero presso diverse istituzioni internazionali: il Parlamento Europeo, l’Ambasciata italiana a Quito, un’agenzia di microcredito in America Latina. Mica male eh? Al termine degli studi ha poi passato un po’ di tempo anche a Torino, dove ha svolto un’altra importante esperienza presso un’agenzia delle Nazioni Unite, l’ITC-ILO. E perdonateci se vi raccontiamo tutto questo sotto forma di una scorrevole e forse poco emotiva biografia, ma il bello deve arrivare, perchè Serena ci ha regalato un’intervista di quelle che ci lasciano lì, a riflettere, a farci altre domande, che poi è quello che ci piace.

Senza ulteriori indugi, allora, eccovi qui di seguito l’intervista a Serena, che definire “expat” a Bruxelles ci sembra riduttivo.
Ciao Serena! Innanzitutto grazie per la disponibilità che ci hai concesso, ma cominciamo subito! Partiamo dalla tua esperienza da “Italians”: sappiamo che sei nata e cresciuta a Brescia e che ora vivi a Bruxelles. Come sei approdata nella capitale europea, era forse un tuo progetto da sempre?

Direi di sì. La diversità – intesa come varietà di valori, colori, religioni, etnie e culture – mi ha affascinata sin da piccola. Alla fine degli anni ‘80, quando ancora di immigrati in Italia se ne vedevano ben pochi, sorte ha voluto che una famiglia di rifugiati somali si stabilisse a pochi metri da casa mia. Credo che il fatto di avere trascorso la maggior parte della mia infanzia con dei bambini di etnia e religione diversa, e di avere assistito – mio malgrado – a svariati episodi di razzismo nei loro confronti, mi abbia portata a riflettere su questioni che, a quel tempo, erano forse più grandi di me, insegnandomi il gusto per tutto quello che è “altro” ed a considerare la diversità come ricchezza.

Se ho decido di trasferirmi nella capitale belga è perché è a Bruxelles che hanno sede le istituzioni europee e difficilmente, altrove, potrei occuparmi di relazioni pubbliche ed istituzionali con l’UE – professione che ho desiderato intraprendere dal primo anno di Università.

 Sulla base anche della tua esperienza, quali credi siano le reali opportunità che aspettano i giovani italiani all’estero e che in Italia stessa – forse – non avrebbero avuto? Cosa ne pensi? È davvero tutta colpa del sistema Italia?

Che in Italia ci siano molti problemi – dalla mancanza di lavoro e meritocrazia alla presenza di un sistema gerontocratico che attanaglia aziende, fondazioni ed università – è fuor dubbio. Ciò detto, penso che le opportunità – in Italia come all’estero – non “aspettino” nessuno e che spetti al singolo darsi da fare per mettersi nella condizione di cogliere tali occasioni. Tutti coloro che vivono all’estero hanno amici e conoscenti che, dopo un periodo trascorso lontano dal Bel Paese, decidono di rientrare in Italia perché insoddisfatti di quanto sono riusciti ad ottenere all’estero in termini professionali. Essere ragazzi o giovani adulti nell’Italia di oggi non è facile, ma non bisogna credere che, professionalmente parlando, l’estero sia l’Eldorado. Le regole del gioco per trovare un lavoro soddisfacente sono universali e, in Italia come altrove, restano le stesse: disciplina, sacrificio, motivazione, ambizione. E – forse l’elemento più importante che spesso manca ai più o meno giovani -: avere un progetto chiaro, e realistico, in testa. Flessibile, adattabile, modificabile… ma pur sempre un piano d’azione, ancor meglio se corredato da piano b.

Bene, giovani e lavoro, ma anche l’educazione ricopre un ruolo importantissimo nel nostro dibattito. Personalmente, quanto è stato importante il tuo percorso universitario per il lavoro che oggi porti avanti? Che differenze ci sono, secondo te che hai studiato anche a Bruxelles, tra l’Italia e il Belgio?

I miei studi in Scienze Politiche e relazioni internazionali mi hanno insegnato a ragionare in maniera multidisciplinare, una qualità molto importante per il lavoro che svolgo. Condivido la critica che spesso si rivolge all’Università italiana circa la sua incapacità nel preparare gli studenti al mondo del lavoro. In linea generale, l’Università italiana fornisce una buona preparazione – migliore forse di quella di tante altre Università – ma troppo teorica. Ciò è frutto, a mio avviso, della mentalità conservatrice di un sistema poco progressista ed eccessivamente legato alle proprie tradizioni ed agli onori del passato. Un approccio senza dubbio utile e necessario quando si tratta di preservare il nostro patrimonio culturale, storico ed artistico ma insufficiente per rendere l’Italia e le sue Università competitive a livello internazionale. In Belgio, per esempio, le ore di lezione ex cathedra sono affiancate (e spesso superate) da progetti, simulazioni ed attività pratiche da svolgersi in gruppo. Tutti esercizi che stimolano la creatività, lo spirito di iniziativa, lo sviluppo delle idee, la capacità di lavorare in gruppo e di essere alle volte un buon leader, un buon coordinatore, un buon supporto. Le stesse lezioni ex cathedra sono ben lontane dal monologo del professore seduto in cattedra, ed appaiono più come un dialogo insegnante – studenti, in cui tutti sono incoraggiati ad intervenire ed esprimere giudizi, idee, critiche. L’Università “normalizza” il fatto di parlare in pubblico – altra competenza fondamentale nel mondo del lavoro, e non solo. Inoltre, gli studenti delle superiori sono incoraggiati, ancora minorenni, a svolgere attività di volontariato, servizio sociale e mentoring, così come gli studenti universitari sono incentivati a svolgere stage e tirocini durante gli studi piuttosto che al termine degli stessi. Ciò rende più semplice e veloce l’inserimento nel mondo del lavoro una volta concluso il percorso universitario.

Torniamo ora al tuo lavoro: di cosa ti occupi nello specifico? Sappiamo che attualmente sei senior associate presso una consultancy a Bruxelles e fai anche parte di un interessantissimo progetto sulla questione Google e concorrenza, raccontaci di più!

Da un anno e mezzo sono Senior Associate presso una società di consulenza in affari europei basata a Bruxelles. Mi occupo soprattutto della legislazione europea nel settore digitale – copyright, piattaforme digitali, protezione dei dati, e-privacy. L’anno scorso, ho contribuito alla creazione ed al lancio di una piattaforma nota come GRIP – Google Redress & Integrity Platform. Si tratta di un progetto finalizzato a fornire assistenza alle vittime di abuso di posizione dominante da parte di Google. Il lancio della piattaforma, di cui sono Manager, ha suscitato l’interesse della stampa internazionale – dal New York Times al Wall Street Journal e, a livello nazionale, ANSA e La Repubblica.
Oltre all’attività lavorativa, gestisco, insieme ad una giovane donna inglese ed una spagnola, un progetto di volontariato a favore di donne vittime di abusi e/o in condizioni di difficoltà economiche.

Rimanendo sempre in tema “Italia”, credi il sistema meritocratico in Italia funzioni? Affrontiamo un’ipotesi difficile: credi che, volendo ritornare in patria, riusciresti a trovare una posizione lavorativa analoga?

Purtroppo non sono in grado di rispondere a questa domanda. Ciò che posso dire è che l’azienda italiana per la quale lavoravo a Bruxelles mi propose di rientrare in Italia, offrendomi un contratto a tempo indeterminato ed affidandomi responsabilità non indifferenti.
Pertanto, non mi sento di poter dire che le opportunità in Italia non esistono e che la disoccupazione sia da imputare unicamente al “sistema Italia”. Credo, al contrario, che da parte di molti giovani e meno giovani ci sia una diffusa fuga dalle responsabilità, che si traduce in una tendenza a procrastinare le scelte di vita per insicurezza e mancanza di progettualità. Pensiamo a tutti quei giovani adulti che, sebbene percepiscano un regolare stipendio, continuano a vivere con i propri genitori. Vorrei far notare che ben prima della crisi, oltre il 70% degli italiani tra i 19 ed i 39 anni viveva con i genitori e che, secondo gli ultimi dati dell’OECD, l’Italia è il primo Paese (su 35) per numero di giovani che vivono con mamma e papà (l’81% dei giovani tra i 19 ed i 29 anni). Tra i 35 Paesi spiccano la Grecia, la Turchia e diversi Stati dell’America Latina: Paesi in cui le condizioni economiche non sono certo migliori di quelle dell’Italia. Ciò che voglio dire è che la mancata – o meglio “ritardata” – conquista dell’indipendenza da parte di giovani e meno giovani in Italia dipende solo in piccola parte dal contesto politico ed economico. È una questione culturale, una tendenza a privilegiare la comodità, a rimanere nella propria “comfort zone”, in un contesto nel quale gli interessi sono limitati all’immediato e le scelte fondamentali sono rinviate nella convinzione che tutte le possibilità rimangano intatte, che ogni scelta sia reversibile. Che in Italia vi siano molti problemi e che il mondo del lavoro nel nostro Paese sia poco accogliente, nessuno lo nega. D’altro canto, c’è una diffusa tendenza a pensare che con un minimo di impegno tutto ci sia dovuto. Studiare all’Università, avere un buon livello di inglese, concludere gli studi nei tempi previsti, svolgere delle esperienze formative durante gli studi – che si tratti di lavori part-time, Erasmus, stage, attività di volontariato, partecipazione politica, o impegno in progetti culturali o sociali -: iniziative lodevoli, ma che rientrano nel normale svolgimento del proprio dovere e che non solamente non ci rendono eccezionali, ma nemmeno più bravi degli altri, soprattutto in un mondo competitivo come quello di oggi. Non dimentichiamo che, salvo qualche rara eccezione, per ottenere dei risultati bisogna faticare, e faticare significa privarsi di tempo libero, impegnarsi di più della media, diversificarsi dagli altri. È un argomento impopolare, lo so, ma il lavoro è innanzitutto sacrificio -se porta soddisfazione, autorealizzazione, crescita… tanto meglio, ma è e resta sacrificio. Soprattutto durante i primi anni.
Ritengo infine che se molti giovani faticano ad uscire da questo “limbo” tra giovinezza ed età adulta, ciò dipenda anche dal sistema gerontocratico che caratterizza la vita sociale, politica, professionale. Nel sistema gerontocratico, il giovane, sebbene talentuoso, non solamente è scarsamente responsabilizzato e valorizzato, ma è spesso trattato con fare paternalistico – nelle migliori delle ipotesi – o da “bamboccione” – nelle peggiori – da colleghi e superiori più anziani. Questo atteggiamento penalizza i più giovani, mortificandone entusiasmo e potenzialità.

Ci racconti che l’azienda per la quale lavoravi ti ha proposto di rientrare in Italia, offrendoti ottime condizioni contrattuali ed un lavoro interessante. Come mai non hai accettato?

Per alcuni anni ho lavorato – dapprima a Milano e successivamente a Bruxelles – nel dipartimento affari europei di una grande azienda italiana. Un’ottima esperienza, che mi ha insegnato molto e che mi ha permesso di affacciarmi al mondo del lobbying e delle relazioni con l’UE. Sebbene lusingata, nonché grata al mio datore di lavoro, ho deciso di rinunciare alla promozione ed al rimpatrio in Italia per rimanere a Bruxelles e continuare la mia carriera professionale nel settore che più mi interessa – quello delle relazioni con le istituzioni europee. Quando ho comunicato la mia intenzione di rifiutare l’offerta, tanti mi hanno considerata imprudente ed alcuni non si capacitavano di come potessi rifiutare un contratto a tempo indeterminato, in Italia, presso un’azienda di successo. Ho deciso di rischiare, di scegliere la strada meno semplice, di uscire dalla mia “comfort zone”. Penso di essere stata coraggiosa. Oggi lavoro in un ambiente molto dinamico ed internazionale, con una cultura del lavoro più “nordica”, un datore di lavoro che incoraggia l’iniziativa personale, non perde occasione per gratificare me ed i miei colleghi e non esita a coinvolgerci nella presa di decisioni chiave. Un ambiente di lavoro poco gerarchico, dove tutti i membri del team sono coinvolti e trattati alla pari – indipendentemente dall’età anagrafica -, gli orari sono flessibili e massima è l’autonomia nella gestione del lavoro.

Dal tuo profilo professionale emerge anche un altro tratto della tua personalità e preparazione: quello legato all’ambito del multilinguismo. Leggiamo che parli italiano, inglese, francese, spagnolo ed un po’ di olandese. Giusto a sfatare il mito dell’italiano in difficoltà anche con il classico “the pen is on the table”, insomma. Ma toglici una curiosità, si tratta di pura passione per le lingue, o di una mossa strategica per la tua crescita professionale?

Le lingue straniere mi sono sempre piaciute, pertanto le ho studiate con passione, ma è chiaro che le mie ambizioni professionali hanno rappresentato uno stimolo importante. Nella “Eurobubble” l’ottima padronanza delle lingue (inglese, certo, ma anche francese, tedesco…) è un requisito essenziale ed è raro imbattersi in persone che parlino meno di due lingue. Non dimentichiamo poi che il Belgio ha ben tre lingue ufficiali.

Perché – a tuo parere – oggi sempre più giovani preferiscono partire dall’Italia e portare altrove le proprie competenze? È un problema della mancata meritocrazia o credi che non sempre sia una vera e propria “fuga” dall’Italia, quanto più una scelta?

Non credo sia solo una questione legata alla mancanza di lavoro e meritocrazia. Come un’altra vostra intervistata, Giulia Dessì, ha affermato, credo che a tanti, l’Italia, o, per meglio dire, la mentalità dell’italiano medio, “vada stretta”. Ho già fatto riferimento al fatto che i giovani, lungi dall’essere considerati avanguardie del nuovo e componenti da valorizzare, sono spesso lasciati in disparte ad attendere il proprio turno, poco coinvolti nella presa di decisioni e scarsamente responsabilizzati. Una situazione che causa frustrazione, aggravata dal fatto che in Italia il concetto di gioventù si è esteso a dismisura, al punto da considerare “ragazza/o” (quindi persona non matura) una/un donna/uomo di 35 anni.
I giovani non sono i soli ad essere penalizzati. Penso alle donne, agli omosessuali, a coloro che si sentono italiani (e magari lo sono a tutti gli effetti) ma hanno origini straniere. Mi rendo conto che si tratti di un tema poco popolare, che forse gli uomini italiani, bianchi ed eterosessuali, faticheranno a condividere, ma – a prescindere dall’età anagrafica – l’Italia non è un Paese per tutti. Sebbene ami l’Italia, come giovane donna mi sento più libera, rispettata ed a mio agio in Belgio che nel mio Paese.

A contrario, supponendo che questa fuga sia davvero dovuta a delle mancanze del nostro Paese, personalmente hai mai pensato a possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via? Hai anche un solo consiglio che daresti a decision makers, ai datori di lavoro ed alle famiglie?

Ai decision maker italiani suggerirei di riformare il sistema educativo e dotare l’Italia di un’Università in grado di fornire ai giovani le competenze necessarie per affrontare il mondo del lavoro. Mi piacerebbe inoltre che le aziende, pubbliche e private, responsabilizzassero maggiormente i giovani ed incoraggiassero un maggiore ricambio ai vertici, premiando il più dotato – non il più anziano. Ai genitori italiani suggerirei di evitare comportamenti iperprotettivi e troppa ingerenza nelle scelte dei figli. Penso che tanti genitori, dettati da nobili intenzioni, spianino eccessivamente la strada ai propri figli, sostituendosi a loro. Atteggiamenti che rischiano di trasformare i giovani in adulti fragili, poco maturi dal punto di vista emotivo ed incapaci di prendere decisioni.

 E per finire, una domanda di rito. Torneresti mai in Italia, adesso?

Al momento sono felice di vivere in Belgio e non prevedo di rientrare in Italia nei prossimi anni. Nonostante Bruxelles abbia vissuto un anno non facile e sia stata spesso criticata dalla stampa internazionale – in seguito all’attentato terroristico e, più recentemente, al rifiuto della regione vallona di firmare l’accordo commerciale con il Canada – devo molto a questa città, che mi ha permesso di realizzarmi, non solo professionalmente, e di trovare affetti importanti.