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Connettiamo il mondo partendo da…

Nella vita penso che un pizzico di riflessione personale sulle attività che si intraprendono, sulle persone che si conoscono e sui progressi professionali che si raggiungono sia sempre necessaria.

L’autovalutazione, come quando al liceo organizzavamo le giornate “autogestite”, gestite da noi – e quindi senza la supervisione dei professori, attingendo alla nostra creatività e alle nostre passioni, diventando noi stessi i professori di pittura, di viaggi, di scambi culturali, di sport, di lingua e psicologia, di politica e riflessioni economiche sul cambiamento del mondo attraverso i cellulari e internet – è estremamente importante e utile per capire dove siamo (nel presente) e dove vogliamo andare (nel futuro). Da dove veniamo, la maggior parte delle volte già lo conosciamo.

Nel mio lavoro, ora – tempo presente – amo quello che faccio. Mi occupo di gestione dei social media, coordinamento di stampa durante eventi culturali, riunioni regionali, training dei beneficiari e attività di sensibilizzazioni di giovani. Scrivo in continuazione, ma quello che mi appassiona di più è seguire LIVE, attraverso gli strumenti social media, gli eventi che organizziamo. Interagire con i partecipanti, ascoltarli, capire cosa li spinge ad avvicinarsi a noi, intervistarli e “catturare magici momenti di straordinaria quotidianità”. Una volta che passa un evento, ci si rende conto che l’organizzazione segue uno schema prestabilito, ma quello che cambia sono le persone che partecipano. Ogni volta ti rimane addosso la sorpresa sempre nuova del conoscere l’altro, del discutere su argomenti differenti (dalle convenzioni per la protezione del patrimonio mondiale culturale all’educazione per uno sviluppo sostenibile delle città e delle comunità) e di sviluppare le notizie nel momento presente, che scivolano con hashtags su Twitter, registrando magari i video sulle emozioni dei partecipanti. Molto spesso, impegnati a cambiare il presente del mondo intavolando discussioni sui temi del futuro.

Ascoltando gli altri, capendo l’altro veramente, si sviluppa empatia, si diventa più “morbidi”. E i social media possono servire anche a questo: ad amplificare e a espandere nel mondo quei messaggi di pace, di compassione e quelle voci di menti brillanti con idee straordinarie che possono essere d’ispirazione. Ma possono anche traghettare le voci di quei giovani alle prese con le sfide della vita, che devono essere ascoltati: noi serviamo anche per portare le loro voci in alto, ossia verso livelli politici e ministeriali dove i negoziatori e i governi devono essere pronti – con orecchie e cuore aperto – a studiare e valutare le richieste dei possibili giovani leader del domani.

Le piattaforme dei social media sono la rivoluzione del nostro presente. Bisogna usarle senza però abusarne, quasi “capendole”: per far questo si deve saper pubblicare contenuti utili, rilevanti e interessanti, e si deve anche interagire con il pubblico, rispondendo a domande e chiarimenti. E – perché no – anche sfidando gli ascoltatori o i lettori attraverso immagini, video e quiz per approfondire determinate conoscenze e risvegliare il proprio senso della curiosità. Così si possono davvero (s)muovere persone, sviluppare storie vere e rompere stereotipi, stravolgendo trends (#) negativi in attitudini e comportamenti positivi delle persone. Questo in tutto il mondo.

Se dovessi definire quello che faccio e perché lo faccio, è perché ogni giorno credo fermamente nel cambiamento di cui, ad oggi, ho fatto esperienza e ho testato sulla mia pelle. Questa è l’unica costante, l’unica certezza. Credo negli esseri umani, credo nei comportamenti giusti, nel rispetto, nel dialogo, nella solidarietà, nel buon cuore, senza abusi, nell’amore multiculturale, nell’ascolto senza giudizio, e cerco di portare il mio messaggio nel mondo attraverso un’organizzazione che ha combattuto le guerre e che vuole portare la pace nelle menti degli uomini e delle donne. Per un mondo dove le Nazioni possano essere uniti. Tutto comincia da noi, dagli esseri umani di questa terre che costituiscono queste Nazioni. I social media sono solo uno strumento di quello che sappiamo già ma che, purtroppo, abbiamo dimenticato.

Vediamo se la tecnologia può riportarci vicini, insieme, in un’immensa pangea di abbracci condivisi. Uniamo il mondo. Attraverso le nostre azioni quotidiane. E impariamo ad usare questi strumenti a nostra disposizione in maniera positiva, utile per connettere il mondo in ogni modo possibile.

Ps. Nell’immagine, vado in bicicletta durante l’assemblea generale delle Nazioni Unite programma per l’ambiente il 4 dicembre. Un’iniziativa per valorizzare l’aria pulita, con meno automobili e maggiore contatto con la natura. Questa immagine rispecchia anche il mio spirito, con una citazione di Albert Einstein, che recita più o meno cosi: la vita è come andare in bicicletta. Per mantenere l’equilibrio, bisogna continuare ad andare, senza fermarsi.

Preservare la memoria attraverso la conoscenza della storia

Profumo di incenso e aroma di caffè al mio arrivo ad Addis Abeba, la capitale dell’Etiopia, considerata la culla dell’umanità e la capitale politica dell’Africa.

Culla dell’Umanità per la scoperta di Lucy, centinaia di fossili ossee che rappresentano il 40 per cento dello scheletro di una femmina della specie hominin Australopithecus afarensis, scoperta nel 1974 da Donald  Johanson, durante l’ascolto della canzone dei Beatles Lucy in the Sky with Diamonds (il nome Lucy proviene dalla canzone).

Capitale Politica dell’Africa per la sede dell’Unione Africana (African Union), un’unione continentale consistente di 55 paesi del continente Africano. L’Unione Africana fu stabilita il 26 maggio 2001 ad Addis Abeba, e lanciata il 9 luglio 2002 in Sud Africa, cambiando il nome, da Organizzazione dell’Unione dell’Africa, a Unione Africana. Qui tutte le più importanti decisioni dell’Unione Africana vengono prese dall’Assemblea dell’Unione Africana. In più, il segretariato dell’Unione Africana – la Commissione dell’Unione Africana, si trova ad Addis Abeba.

Addis Abeba significa, in lingua aramaica, parlata come lingua ufficiale in Etiopia, il Nuovo Fiore, e rappresenta le margherite gialle tipiche di ottobre, che fioriscono poco prima delle celebrazioni della Meskel. La Meskel è una delle molteplici festività religiose annuali nelle chiese ortodosse etiopi che ricorda la scoperta della vera croce (Meskel in amarico significa Croce) dall’imperatrice romana Elena nel IV secolo. La festa viene celebrata il 27 settembre, secondo il calendario giuliano (differente dal nostro calendario gregoriano – secondo il calendario giuliano, siamo nell’anno 2010, quindi 7 anni indietro rispetto al nostro calendario gregoriano).

Quello che stupisce nella grande città africana è l’intreccio armonioso tra la vita religiosa ortodossa molto pronunciata e che permea e scandisce la vita Etiope, con celebrazioni religiose e festività durante tutto l’anno e la conservazione dei rituali del caffè e dei pasti in condivisione attorno ad un tavolo, insieme con l’orgoglio moderno di un Paese Africano mai colonizzato, ma solamente occupato per due brevi periodi di tempo dagli Italiani, nel 1896, con la sconfitta ad Adwa, e durante l’epoca fascista di Mussolini (1935-1936), con proteste dell’imperatore Etiope e mobilizzazioni nazionali e internazionali con i Britannici, che appoggiarono l’Etiopia per la sua libertà.

Lingua che sembra nascondere i misteri dell’umanità e l’evoluzione nel tempo dell’uomo, l’aramaico è una lingua intrigante, parlata principalmente in Etiopia. La popolazione è considerata una delle più affascinanti del continente, con donne e uomini le cui caratteristiche fisionomiche spiccano in Africa. Uomini con barba e folti capelli, donne i cui occhi ed espressioni parlano e sembrano pieni di profondità.

Grazie a questo viaggio affermo una volta in più l’importanza della conoscenza della storia per preservare la memoria collettiva e patrimonio culturale come preziosa fonte di conoscenza in quanto la storia riflette la diversità culturale, sociale e linguistica delle nostre comunità. Grazie alla diversità, riusciamo a crescere e a comprendere il mondo che condividiamo. Conservare il patrimonio e garantire che rimanga accessibile al pubblico e alle generazioni future è un obiettivo vitale per tutte le istituzioni di memoria e per il pubblico in generale.

Per questo, quando passate per l’Etiopia, vi consiglio di visitare:

Il museo di Addis Abeba, con la storia della città

Il Museo Nazionale dell’Etiopia, dove potrete scoprire la storia e l’evoluzione dell’umanità attraverso reperti archeologici e Lucy!

L’Università di Addis Abeba, che ospita l’Istituto degli Studi Etiopi

Cattedrale della santa Trinità , per scoprire le pratiche e tradizioni della chiesa ortodossa.

Il centro Culturale Oromo, con una collezione di oggetti e dipinti etnografici etiopi, qui un video

 

 

La parola, mezzo di comunicazione che ci unisce

Scrivo quando la mente è ancora fresca, scrivo per raccontare, scrivo per non dimenticare.

Sono appena rientrata da un fine settimana ai confini con la Tanzania, dove l’Amore trasborda e passa i confini inimmaginabili della vita, in dei luoghi remoti, dove elettricità e acqua non ci sono, e dove le persone vivono in comunità gli uni con gli altri, ogni giorno, sfidando la siccità che li colpisce dallo scorso anno, in luoghi della savana, in cui il pascolo delle mucche e la pioggia sono due elementi essenziali per la sopravvivenza del villaggio.

Il popolo Maasai, uno dei 43 gruppi etnici presenti in Kenya, è composto da uomini e donne alti e longilinei, vestiti con delle stoffe rosse per gli uomini e colorati per le donne, braccialetti e collane di perline colorati, grandi e lunghi lobi, risultato di tradizione di passaggio giovinezza- età adulta- incastonati di colorati orecchini. Con lance per proteggersi dagli animali, e con tanti bambini che ti gironzolano attorno.

Ho portato caramelle ai bambini, mi sono seduta nelle loro case-capanne, ho sentito il caldo nelle mie ossa, ho ascoltato racconti di pioggia, di lunghe camminate per arrivare alle scuola ( 10 km solo andata), di donne forti, con grandi bacinelle d’acqua, che vanno ai pozzi lontani 7 km per portare acqua alle proprie famiglie, per la propria igiene e per cucinare.

Una vita che ruota attorno al sole, all’allevamento e alla compravendita di mucche, simbolo di ricchezza delle famiglie, all’allevamento di polli e pecore, e alla ricerca continua di acqua per idratarsi e per prendersi cura della propria pulizia.

Sono mondi paralleli che incrociamo per aprirci gli occhi e vedere cose diverse.
Momenti di forte provocazione intellettuale, e di forte umiltà, molto volte non ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati a vivere in delle case, ad avere luce per studiare alla sera, elettricità, e acqua ogni giorno.

Prospettive e modi diversi di vivere, osservazione e dialogo, riflessioni su come possiamo aiutare e appoggiare queste comunità, ora che abbiamo visto. Vedere per vivere, vivere per vedere  e scoprire.

Scoprire non soltanto posti meravigliosi, e constatare che oltre a noi c’è l’Altro, e gli Altri, come forti comunità unite dalla parola come unico mezzo di comunicazione, ma scoprire anche dure realtà che pensavamo potessero esistere solo nell’immaginario collettivo dell’Africa.

Amo questo continente per la sua diversità, di persone, di culture, di lingue, di luoghi, di paesaggi. Vorrei viaggiare in continuazione, e poter parlare tutte le lingue del mondo per capire. Nonostante tutto, mi rendo conto che più viaggio e meno capisco. La mia testa non ragiona più come prima, e vengo toccata di più in fondo al cuore. Ascolto, non arrivo a comprendere fino in fondo, ma ho imparato a non giudicare mai, e invece si, a porre milioni domande. Domande che nella realtà non hanno risposta. O la risposta risiede nella cultura e nei valori di ciascun popolo, e la vera ragione del viaggiare sta nell’incontrare e abbracciare l’altro, una cultura diversa, imparare a vivere insieme, e sorridere ai misteri della vita.

Amo l’Africa perché le persone si danno da fare, e, per quanto la concezione del tempo sia molto diversa dalla nostra, questi giovani Africani credono nella tecnologia per connettersi, in un nuovo modo di apprendere, attraverso l’insegnamento a distanza e internet accessibile a tutti, si aiutano vicendevolmente e hanno una solidarietà immensa, credono e si fidano degli altri e credono ancora nella fiducia reciproca e in forti relazioni umane. Sono dei piccoli grandi imprenditori che tentano sempre, e non mollano mai. E se qualcosa non funziona, si rimboccano le maniche e provano qualcosa di diverso, senza darsi mai per vinti.

In Africa non si parla solo di povertà, di mancanza di elettricità e di siccità. Questi sono problemi reali che si devono affrontare, ma ci sono tanti altre storie africane che dovrebbero essere esaltate e raccontate. I ragazzi che credono nella tecnologia come unione e imprenditorialità, giovani donne che sfidano le loro tradizioni e dicono NO ai matrimoni delle bambine e lottano per continuare a studiare e costruirsi un futuro. L’Educazione prima di tutto. Una buona educazione che possa forgiare le menti e gli animi di bambini e bambine, e che possa preparare loro ad un futuro lavorativo degno dei loro studi, e che possa dar loro opportunità per contribuire alla società e formare famiglie felici, sane e pronte a studiare e risolvere i problemi locali, partendo da dove sono.

Questa Africa ti apre mondi paralleli, dove il potere della parola e della comunicazione tra le comunità può davvero cambiare il mondo. Restiamo sintonizzati.

Una famiglia di navigatori e viaggiatori

Mio padre mi ha insegnato, sin dall’infanzia, a guardare la mappa del mondo e collocarmi geograficamente in essa.
Dove sei ora? Dove ci troviamo? In quale paese, in quale città, in quale parte del continente, in quale pezzo di mondo? Sono sempre stata affascinata dalla grandezza del mondo, e soprattutto dall’immensità (e dall’essere infinito) dell’oceano. Qualcosa di non definito, ma che continua, fino all’infinito, e che tocca il cielo, e che non ha mai fine (o che, per lo meno, il nostro occhio non vede la fine). Questo mi permette di immaginare tanti mondi, tante persone, tante vite, tante nuove situazioni, e, perché no, seguire questo cammino di infinito oceano, infinito abbraccio al mondo.

Durante le elezioni presidenziali del Kenya, 8 agosto, ho osservato la popolazione keniota da Zanzibar, isola
appartenente, dopo varie dominazioni e protettorati, alla Repubblica Unita della Tanzania, nell’Africa dell’Est.
Sorvolando il Kilimanjaro, sono arrivata a Stone Town, la capitale dell’isola di Zanzibar, dopo un’ora di volo da Nairobi, Kenya.

Stone Town, patrimonio mondiale dell’UNESCO dal 2000, è una fusione di culture araba, africana e indiana, cuore del commercio di spezie durante il diciottesimo e il diciannovesimo secolo. Scoperta nel 1503 da Vasco da Gama e dagli esploratori portoghesi, la città è stata un crocevia di commercio marittimo tra mercanti arabi, cinesi, indiani e europei.

Conosciuta anche per la triste storia della tratta degli schiavi, pratica fortunatamente abolita durante il protettorato britannico nel 1842, è ancora possibile visitare l’ex mercato in cui donne, bambini e uomini venivano “trattati” e da dove partivano per essere malamente sfruttati nelle piantagioni di cannella, di chiodi di garofano, di pepe nero e di noce moscata. Un’opera d’arte di sculture rappresentanti gli schiavi del tempo è visibile all’estero della chiesta anglicana, costruita a seguito dell’abolizione della schiavitù.

Altra meravigliosa esperienza è il tour delle spezie, nella piantagioni di frutta e aromi speziati, con degustazioni e esperienza con i locali e la loro conoscenza approfondita delle piante e dei frutti, del loro utilizzo e delle loro proprietà benefiche per il corpo umano.


Da Stone Town si può prendere una barca e visitare l’isola, erroneamente chiamata “isola prigione” poiché veniva utilizzata per allontanare le persone malate, in quarantena. In quest’isola si possono vedere tartarughe giganti, da 1 anno fino a 133 anni, natura sempre attorno a noi.

Zanzibar è anche conosciuta come luogo turistico, di spiagge e acqua turchese, per viaggi in barca, buon cibo di pesce, aperitivi sulla spiaggia, bungalows di turisti italo-spagnoli, oceano cristallino e possibilità di assistere a tramonti mozzafiato, consapevoli che questo mondo, per quanto fantastico e sognante possa essere, cela un lato di povertà.

Fuori da questa ricchezza turistica, in cui le persone sono molto accoglienti e in cui, ci si sente a casa, in una grande
famiglia e avvolti da sentimenti di unità nelle differenze, la diseguaglianza di ricchezza, di qualità di vita e di potere d’acquisto sono evidenti. Usciti dai bungalows, ci si incontra e scontra con le case locali, molto semplici e carenti di decorazioni, piscine e attorniate da piantagioni in cui le persone lavorano per poter nutrire le loro famiglie.

La mia visione del mondo sta cambiando. Un mondo meraviglioso e da scoprire, sì, e di questo sono certa ogni giorno, ma al contempo con tante difficoltà e ingiustizie, specialmente vedendo le enormi disparità sociali, le disuguaglianze e la distribuzione irregolare della ricchezza (a proposito di queste tematiche, tornando a casa ho iniziato a leggere Joseph Stiglitz, economista americano e i suoi studi sul great divide, quello che ci divide é proprio questo, le diseguaglianze economico-sociali e come poter trovare soluzioni per colmare questa grande divergenza).
Vi aggiornerò su quello che scopro e su come agire per raggiungere impatti tangibili e concreti!

Grande rivelazione, viaggiare per credere, incontrare culture, nuovi modi di vivere, per creare nuove idee di sviluppo e di progresso, per cercare soluzioni concrete ai problemi locali. Insieme, continuiamo a viaggiare, a vedere, ad osservare, a studiare, ad approfondire, e a trovare soluzioni per un mondo migliore. Per il benessere collettivo.

Ciao, alla prossima avventura!

Mr. Nico, il prof di inglese in Ghana

Ci ho provato eh, lo ammetto. Mi avete scoperto, sono colpevole. Pensavo di cavarmela con un solo articolo pieno zeppo di riflessioni e senso critico, ma ovviamente immagino vogliate sapere di più di quello che ho fatto in questo mese in Ghana. Proverò a raccontare ciò che ho vissuto dipingendo un quadro, il più oggettivo possibile, della mia esperienza perché, sì, è giusto analizzare ciò che mi è accaduto usando la mia sensibilità, ma è altrettanto importante far in modo che i miei lettori possano contestualizzare propriamente quello di cui sto parlando. E quindi in un bar dell’aeroporto di Stansted mi appresto a fare un tuffo nei ricordi ancora freschi di un viaggio che ha segnato uno spartiacque nella mia vita. Posso dire con facilità che ci sarà una netta separazione tra ciò che è venuto “prima” e “dopo” la mia permanenza ad Accra. Perciò, allacciate le cinture e prendetevi un po’ di tempo perché vi sto per portare con me in un viaggio attraverso la capitale del Ghana e, fidatevi, il traffico qui è incredibile.

Professore d’inglese. Ecco cosa sono stato per un mese presso la University Staff Village Junior High School di Accra. Più precisamente Mr. Nico, il professore d’inglese, visto che volevo evitare problemi di pronuncia (neanche i miei amici inglesi sanno pronunciare correttamente “Nicola” dopo un anno che mi conoscono…). La possibilità di partire mi è stata data dalla mia università, l’University of Warwick, che ormai da circa dieci anni manda degli studenti in Ghana, Tanzania o Sud Africa per cercare di avere un impatto positivo sul sistema educativo locale. Così, a Gennaio, dopo aver fatto domanda e passato vari processi di selezione, mi hanno preso per far parte del progetto; la notizia è stata accolta con estrema felicità da parte mia e con estremo terrore da parte di mia nonna (credo non mi abbia ancora perdonato per averla abbandonata nella nostra casa al mare per tutto luglio. Sorry grandma). Dopo essermi finanziato il viaggio raccogliendo £1000 in sei mesi, l’1 luglio sono partito con altri cinque ragazzi e ragazze per il Ghana, dopo un training specifico per insegnanti.

Accra è una grande metropoli che rispecchia la situazione socio-economica del paese. E’ infatti una delle città più occidentalizzate del continente e, in relazione ad altre capitali africane, si trova in buone condizioni economiche. Tuttavia, basta camminare per le strade, anche le più centrali, per vedere come ancora oggi, alcune persone vivano in condizioni igienico-sanitarie problematiche, con gravi problemi economici. Questo significa che è facilissimo vedere delle ville, contornate da un muro col filo spinato, appartenenti a cittadini benestanti, che confinano con baracche di mattoni di terra e lamiere dove vivono intere famiglie. Per farvi un esempio, come accennavo nello scorso articolo, i miei studenti provenivano per l’85% da famiglie che vivono in condizioni di povertà. Per questo motivo, non era raro che i professori dovessero dare loro qualche cedi (la moneta ghanese) pur di non farli digiunare per un intero giorno. Un altro serio problema di questa città è il traffico, che non è un normale “traffico” come quello cui siamo abituati, ma è chiassoso, senza regole e paurosamente malsano. La precedenza te la devi prendere, puoi superare chiunque tu voglia, dovunque tu voglia e soprattutto, dubito altamente ci siano controlli sull’inquinamento causato dai veicoli che girano per la città. Morale: ogni tanto, tra una nube nera di polveri sottili e l’altra, se sei fortunato, arrivi a destinazione in orario.

Ma lasciamo da parte i problemi e parliamo di ciò che veramente interessa agli italiani: il cibo. Ho trovato due cose in comune tra gli italiani e i ghanesi: entrambi siamo estremamente rumorosi quando parliamo anche delle cose più stupide (sarà uno stereotipo legato a noi abitanti del Bel Paese, ma è uno di quegli stereotipi che la mia esperienza ha appurato), ed entrambi diamo molta importanza al cibo e all’atto di prepararlo. Perciò mi sono sentito a casa quando i professori, dopo aver cucinato per me, m’invitavano caldamente a finire tutto ciò che avevo nel piatto ed io da bravo ragazzo che deve ancora crescere, mi mangiavo tutto. “Ma cosa mangiavi quindi?”. Fagioli, platano, riso, pollo, pesce, banane e manzo: questi sono stati i principali ingredienti che a rotazione hanno composto i miei piatti. Tenete però a mente una cosa, il 98% delle volte erano fritti. Sì, avete capito bene e credo che anche il mio fegato l’abbia capito dopo un mese: non c’è stato un pasto che non abbia avuto qualcosa di fritto. Per carità, è stata un’esperienza fantastica provare quasi tutti i piatti tipici cucinati dagli abitanti del luogo, però credo che per la prossima settimana andrò avanti ad insalata e pomodori freschi. Senz’olio, prego.

Una caratteristica degli abitanti del Ghana che ho amato fino alla fine, è la loro ospitalità, che ad oggi può sembrare una parola vuota, senza più alcun significato e stereotipata ma in realtà vuol dire ancora molto. Significa semplicemente cercare di far sentire a proprio agio un ospite, e questo si declina in mille modi. Ad esempio, Victor-Lee, professore di inglese presso la Junior High dove insegnavo, mi ha portato nel suo orto dietro la scuola e mi ha mostrato con orgoglio i frutti del suo lavoro, tagliandosi la via tra le piante con un machete, per poi darmi da mangiare del granturco appena tagliato e bollito; Nimatu, professoressa di Ga (la lingua ufficiale della regione di Accra) ha risposto sempre con gentilezza a tutte le domande che le ponevo (erano decisamente molte) sulle religioni e le tradizioni locali; Elizabeth, prof di inglese, mi ha portato dal miglior sarto della zona per farmi fare un vestito su misura. E questi sono solo alcuni dei molti esempi che potrei nominarvi, perché l’intero mese ne è costellato.

Arriviamo al motivo principale per cui ho preferito partire per l’Africa piuttosto che rosolare al sole di luglio, in spiaggia, con “La settimana enigmistica” e nonna che mi sfama a dovere perché a detta sua sono “sciupato”: per quattro settimane sono stato un insegnante, e ammetto che non sia stato facile. Doversi ripetere più volte per farsi capire, tenere più di una volta la stessa lezione per diverse classi, finire la voce alla fine di ogni giornata e mantenere tranquilli cinquanta monelli, nel modo più creativo possibile, non è un lavoro facile. Un pensiero va a tutti i miei professori e a tutte le volte in cui, sfiniti, di fronte ad una classe che non li stava a sentire, hanno sbroccato con un “Io non ce la faccio più”. Posso finalmente dire che vi capisco e che siete i miei eroi. Anche se non sono mai arrivato a tale punto di saturazione, lo scorso mese è stato comunque una sfida. Quattro classi da circa cinquanta studenti ciascuna, con età che varia dai dodici ai diciotto anni che fremono di gioia ogni volta che entri nella loro classe, sono, viste da lontano, un bello scoglio, ma ora posso dire che ne avrei volute altre quattro in modo da conoscere addirittura altri studenti, altre storie, altri sorrisi. Non ne hai mai abbastanza dell’energia positiva che ti trasmettono.

La regola è solo una: più ti metti in gioco e più ti spingi fuori dalla tua comfort-zone, più ricevi in cambio da loro. E così, dopo le lezioni, mi fermavo a chiacchierare, ad imparare i loro balli tradizionali, a suonare i tamburi celebrativi e a cantare, e credo sia superfluo dire che il gioco è valso la candela. Non scorderò mai le gare di ballo che abbiamo organizzato con gli studenti del secondo anno, alle quali, ovviamente, ho preso parte anche io, provocando lo stupore dell’intera classe che non si aspettava che Mr. Nico fosse capace di muoversi a ritmo di musica. Musica che facevano i ragazzi semplicemente sbattendo a ritmo sui banchi e, fidatevi, non ho mai visto delle persone esprimere così tanta energia nella danza. Il ballo ha delle radici profondissime nella loro cultura e nella vita di tutti i giorni e credo che questo sia assolutamente affascinante.

Per quanto riguarda il puro apprendimento, mi occupavo di insegnare grammatica inglese e letteratura, cercando di rendere perfino i “verbi transitivi e intransitivi” interessanti agli occhi dei miei ragazzi. Ho capito che il segreto per portare a termine una lezione con successo è prepararsi a dovere in precedenza, per fronteggiare i tipici imprevisti che possono aver luogo in una classe, come gli studenti che arrivano in ritardo o fanno confusione. Inoltre, avere un gioco veloce da fare che coinvolga l’intera classe è sempre utile e mi ha salvato più volte. Tra una lezione e l’altra, dopo aver insegnato e imparato da loro allo stesso tempo, dopo 28 giorni me ne sono andato sperando di aver lasciato un segno nei miei studenti, anche piccolo, ma positivo.

E così, immerso in nuovi profumi, nuove abitudini e nuovi colori, per tutto luglio, mi sono lasciato cullare dalla calda e umida aria di Accra. Mi ha trattato come una madre e mi ha fatto addormentare tra le sue braccia, come in uno di quei sogni talmente belli che appena ti svegli, ne senti la mancanza. Forse perché ti hanno mostrato cose che desideri ma che puoi avere solo in sogno, e fa male doverle lasciare andare. Ed ora, a forza, mi devo svegliare, che lo voglia o no. Però in giro per la strada, non mi vedrete triste o pieno di rimpianti ma avrò il sorriso sulle labbra, perché questo non è stato un sogno, ma una dell’esperienza più intense della mia vita, e nessuna sveglia, col suo squillare, potrà farla scomparire.

L’ennesimo articolo del bianco occidentale che va in Africa

Sono ormai passate due settimane da quando, col mio gruppo formato da volontari dalla University of Warwick, sono atterrato ad Accra, capitale del Ghana, per insegnare inglese alla University Staff Village school. Vi assicuro tuttavia che sembrano passati almeno un paio di mesi. Ogni giorno è così denso di novità e ricco di eventi fuori da quella che consideravo la “mia normalità”, che le ore si dilatano e quindici giorni sembrano quindici mesi. E proprio l’aver vissuto intensamente questo tempo, mi ha permesso di fare esperienze impensabili e creare ricordi che porterò sempre con me. Ma riflettendo sul come raccontare la mia storia e sul come renderle giustizia nell’articolo di un blog, sono arrivato ad una conclusione: per una volta mi dovrei spostare dalla luce del riflettore, per quanto mi piaccia crogiolarmici dentro, per lasciare spazio ad una riflessione più complessa, ad un messaggio di cui io posso solo essere il tramite.

Quindi mi scuserete se non vi racconto di come abbia imparato a suonare i tamburi della scuola in cui insegno o di come i miei studenti mi abbiano mostrato delle mosse di ballo tradizionali o di come sia entrato in contatto col rap ghanese (dalle sonorità e dai ritmi interessanti), perché forse avrete già sentito tutte queste storie da chi ha fatto un’esperienza simile alla mia. Ma sentirlo da loro non vi ha lasciato nessun segno e non vi ha provocato nessuna reazione a parte ammirazione nei loro confronti che (poveretti!) hanno speso parte della loro estate a “salvare” i bimbi del “terzo mondo”.  Chiamatelo sfogo di un ventenne dedito alla critica, chiamatela protesta, ma per stavolta Nicola non parlerà di quello che sta vivendo in Ghana e lascerà spazio ad una questione un po’ più grande di lui.

“Ma Nicola!” potreste pensare, “Perché mai dovrebbe essere un problema il mettere per iscritto quello che stai facendo là in Ghana?”.

Cari i miei venticinque lettori, proprio qui risiede il problema, e quello di cui sto parlando, più che un problema, è un rischio: il rischio di scrivere l’ennesimo articolo del “bianco occidentale” che va in Africa e torna felice e contento nel suo paese d’origine, come se fosse stato solo un brutto sogno. Del “bianco” che pecca di hubris e si sente in dovere di “salvare” i “poveri bimbi africani” (come se tutta l’Africa fosse identica in ogni sua nazione…). Del “bianco occidentale” che perpetra la diffusione di un’immagine di un continente che ha “apparentemente” bisogno di un aiuto che cali dall’alto da chi il mondo “lo conosce”.

Il rischio è che tutta l’attenzione vada tutta sul “santo” Nicola che li è andati ad aiutare “a casa loro”. Che anima pia!

Perché è questo che colpisce la gente: quando il “bianco occidentale” scende dal suo Olimpo e concede parte del suo prezioso tempo per fare del bene. Che ragazzo d’oro!

E se invece il fuoco dell’attenzione cambiasse? Se io vi stessi semplicemente indicando la luna e voi vi foste fermati a guardare il mio dito? Io sono un mezzo; sono solo un tramite attraverso il quale si fa un po’ di luce su di una scomoda realtà, ovvero che forse dovremmo mettere in dubbio le nostre priorità se il più grande problema, al momento, è evitare gli spoiler della nuova stagione di Game of Thrones.

No, non mi credo né un messia né un profeta. No, non sono impazzito a causa del troppo sole. Però il tono paternalistico credo vada mantenuto in quanto mi reputo profondamente consapevole di quello di cui sto parlando; e se non parla chi le cose le sa, chi dovrebbe farlo?

Quello che vorrei invitarvi a fare è semplice: riflettere. Fermarvi e riflettere; perché come ho scritto nel mio ultimo articolo, ad oggi, tutto va così veloce che anche il solo fermarsi e pensare viene visto come uno spreco di tempo.

Vorrei soltanto dirvi, in modo che lo sentiate da una voce amica, che forse la vita che facciamo in Italia o in Inghilterra, dopotutto, non è poi così male; forse, e lo dico anche se so di scadere nello scontato, i veri problemi sono altri; forse in una società assuefatta dalla “presenza” ci siamo dimenticati di cosa sia la vera “assenza”, ed è questo ad averci fatto perdere di vista le cose veramente importanti.

Vi posso dire che qui l’ “assenza” io l’ho trovata realmente e l’ho toccata con mano. Potrei elencarvi scene di miseria, degrado e abbandono che mi hanno aperto gli occhi; potrei anche parlarvi di come i miei studenti siano per l’85% provenienti da famiglie sotto la soglia di povertà. Ma voi tutte queste cose le avete già sentite, alla tv, in quegli spot che provocano troppo dolore semplicemente se li guardi per qualche secondo, o in alcuni post di Facebook che facilmente facciamo scorrere via, fuori dalla nostra vista. E così, la società caratterizzata da “presenza” e “abbondanza” non viene mai a contatto con il suo opposto: la fredda e tagliente “assenza” o “mancanza”. Perciò, scordandoci cosa siano la fame, la povertà e la lotta per la vita, ci rotoliamo felicemente nella nostra realtà dove tutti i nostri bisogni vengono soddisfatti, ciechi a ciò che sta fuori dalle nostre stalle e sordi ai veri gridi d’aiuto, ci preoccupiamo solo di comprare il prossimo paio di Yeezy prima che finiscano.

Non posso incolpare nessuno perché, purtroppo, per noi questa è la “normalità” in cui siamo cresciuti e con la quale misuriamo il nostro standard di vita: ecco perché parlo di “assuefazione alla presenza”. Solo qualche evento traumatico può rompere lo stato di “beata ignoranza” e svegliarci dal sonno della ragione: io sono venuto in Ghana, e voi? Ho conosciuto la “mancanza” ed ho così capito l’importanza della “presenza” e la sua fragilità, e voi? Mi sono fermato, ho riflettuto su quello che mi sta succedendo e ho apprezzato la centralità del “non avere” per dare il giusto peso ai problemi della nostra vita, e voi? Ho imparato e messo in dubbio delle certezze, e voi?

Beh, voi avete letto quest’articolo, no?

Ora, per concludere e per farmi felice, prendetevi il vostro tempo e fate un semplice esercizio d’immaginazione: se doveste vivere con circa 10 euro o meno al giorno, cosa mangereste? E se un giorno vi sentiste male e fosse necessario andare con urgenza da uno specialista, con quali soldi paghereste? Se di punto in bianco perdeste la casa, dove andreste a dormire?

Sapere cosa sia l’assenza e avere consapevolezza di cosa significhi, permette di definire la presenza nella nostra vita, e darle perciò il giusto peso.

 

Cosa imparare dagli oceani

Ogni anno, l’8 giugno, i paesi di tutto il mondo celebrano “Giornata Mondiale degli Oceani” per sensibilizzare le popolazioni sui benefici che l’acqua può apportare all’umanità.

Secondo pubblicazioni dell’agenzia delle Nazioni Unite per l’Ambiente, gli Oceani sono la linfa vitale del nostro pianeta. Gli oceani sono una risorsa per la pesca, e quindi per la produzione di cibo, e l’acqua degli oceani mitiga anche il cambiamento climatico, mantenendo stabili le temperature. L’ossigeno che respiriamo ogni giorno è generato dagli oceani. Tuttavia, i nostri oceani si trovano in condizioni critiche e troveremo, se non agiamo ora, molta più plastica di quanti siano in pesci nella acqua.

Da New York a Nairobi, attività di sensibilizzazione e di apprendimento sull’importanza degli oceani si stanno ora svolgendo in tutto il mondo.

Qui a Nairobi, ad UNESCO, che si occupa di studio degli oceani, abbiamo organizzato una pulizia della spiaggia di Watamu, nel Sud del Kenya, per fare comprendere alla popolazione locale che l’acqua, gli oceani, e il riciclare la plastica (senza buttarla nel mare) può anche divenire un’attività economica e produttiva e può creare attività di lavoro alternativa, in un’economia mondiale che cambia ed è in constante movimento.

Giovani imprenditori all’opera allora, raccogliendo plastica e inventando un business entrepreneurship innovativo e creativo, dove la plastica diventa  oggetto d’arte e reddito.

Qualche dato in più ci dice che gli oceani coprono quasi tre quarti della superficie terreste e contengono circa il 97 per cento di acqua. Piu’ di 3,5 miliardi di persone dipendono dagli oceani per il loro reddito e la nutrizione, non da ultimo nei paesi in via di sviluppo. Gli oceani ospitano 200.000 specie identificate, anche se le cifre esatte sono arrivare fino a milioni.  Gli oceani sono importanti per il commercio e il turismo, e sono da sempre stati i migliori amici nella battaglia contro il cambiamento climatico, per assorbire l’anidride carbonica e il calore che gli umani rilasciano nell’atmosfera.

Purtroppo gli oceani nel mondo si trovano in una situazione crtiica, a causa della pesca eccessiva, dei rifiuti gettati nel mare e dagli acidi. Una pesca eccessiva significa che le specie piu’ resilienti prendono il sopravvento, cio’ che puo’ portare, ad esempio, a delle invasioni di meduse, e ancora di maggiori pressioni sugli stock ittici commestibili.

L’attiviita’ umana e’ responsabile per lo stato dell’arte, e quindi solo l’attivita’ umana puo’ risolvere questo problema.

Il divieto di sacchetti di plastica attuato dal Governo del Kenya ( ora andiamo al supermercato con le buste di tela) e’ un ottimo esempio di misure necessarie per proteggere il pianeta dai nostri rifiuti.

La plastica consumata in terra finisce eventualmente nell’oceano e a quel punto – sempre se non agiamo in fretta- ci sara’ piu’ plastica negli oceani che pesci. La plastica infatti, si trasforma, a poco a poco, in microparticelle, che vengono mangiate dai pesci e arrivano nei nostri piatti successivamente.

L’obiettivo di sviluppo sostenibile e’ proprio quello di proteggere l’ecosistema marino, ed e’ fortemente collegato alla riduzione della poverta’ (obiettivo  1, alla sicurezza alimentare, obiettivo 2, all’azione per il clima, obiettivo 13, produzione e consumo sostenibile, obiettivo 12, e un corretta, sicura e sostenibile fornitura di acqua 6).

Quello che sto apprendendo e mi appassiona è il coinvolgimento attivo della popolazione, di tutta la comunità, dei giovani, delle ONG, di tutta la società civile. In Africa si ha sempre voglia di ascoltare, di fermarsi un attimo per salutare, per imparare cose nuove, nuovi concetti, nuove metodologie di lavoro. Sempre. Questo engagement, questa voglia di stare sempre insieme, di vivere insieme, di condividere, l’ubuntu, l’ “essere tu perché tu sei parte di un noi”, di una comunità, mi coinvolge altrettanto e mi trasmette un’ energia di “ce la facciamo, insieme, ci riusciamo”. Una società pacifica, inclusiva e diretta, che dice le cose per come sono, che ti fa vedere la dura realtà, ma che ti accetta per come sei, e che trova sempre uno spazio per te, che tu sia musungu ( il termine per definire le persone di colore bianco qui in Kenya, senza accezione negativa, giusto per definire il colore) oppure no.

Per quanto riguarda invece a livello internazionale, tra governi e Nazioni Unite, un passo importante sono i partenariati pubblico-privato e il dialogo costante tra società civile, politici e accademici, per migliorare quello che non va, in termini di ambiente, cambiamento climatico, e protezione-conservazione degli oceani e delle risorse marine.

Un mare e un oceano pulito e’ il prerequisito per la sopravvivenza di tutti noi.

Vi lascio con un bellissimo libro che il nostro ufficio di UNESCO a Nairobi ha prodotto, e che illustra immagini disegnate da bambini dell’est e ovest dell’Africa, la percezione dei bambini del mare, l’ocean paradise, come alcuni lo chiamano, il paradiso oceano, e da cui ahimé anche io, non posso proprio fare a meno! Ecco il libro! http://unesdoc.unesco.org/images/0023/002338/233802e.pdf

Un abbraccio da Nairobi e alla prossima avventura!

 

Credi, Prega e Chiedi. I tuoi desideri verranno esauditi.

L’atmosfera di Natale in un paese musulmano é un po’ diversa da come ce la aspettiamo. Dopo la festa del Tabaski, a settembre, o anche chiamata Eid al-Adha, il momento religioso in cui si celebra il sacrificio dell’agnello da parte di Abramo, e di tutta la popolazione senegalese musulmana in questo caso, il Senegal ha appena festeggiato la festa del Magal di Touba, dove, nel terzo weekend di novembre, tutti i senegalesi musulmani si sono recati alla città sacra di Touba in pellegrinaggio per commemorare la partenza in esilio di Ahmadou Bamba in Gabon. Magal in wolof significa “rendere omaggio, celebrare, rendere magnifico”.

Parallelamente al calendario musulmano e delle feste religiose, i cristiani-cattolici si preparano alla celebrazione del natale con celebrazioni della messa la domenica, spiritualmente connessi agli altri credenti, e con mercatini e bazaar natalizi che propongono regali, oggettistica, abiti, borse, prodotti tipici, oli essenziali e decorazioni natalizie.

Il clima é sempre caldo, la neve non c’é, e la stagione della pioggia é terminata; si possono pero’ acquistare alberi di natale e le palline per decorare. Immaginano il mare sia una bella opportunità per incontrare amici e famiglia durante le vacanze natalizie, cucinando pesce e riso a casa o mangiando un buon piatto di pesce fresco, succhi di frutta e patatine fritte in spiaggia.

Le due religioni armoniosamente convivono, penso presto vedremo le decorazioni anche nella città, e le riunioni familiari o i viaggi per rientrare a vedere la famiglia, per ricaricare le energie e per ricominciare.

E’ interessante vedere come i differenti paesi marcano feste specifiche, che cosa scelgono di celebrare, e come si riuniscono, e come queste scelte influiscano direttamente sulla popolazione, la sua cultura e le sue tradizioni, e sulla mappatura e disposizione socio-geografica della città.

Penso l’apprendimento maggiore di questa esperienza senegalese sia stata di comprendere il ritmo di un paese, le differenti attività, e le dinamiche sociali. Qui sembra che il tempo sia dilatato, tutto va un pochino più piano, ma si vive di più e si apprezzano maggiormente le relazioni sociali e il contatto umano.

La notte dell’11 dicembre poi, abbiamo celebrato la nascita del profeta Maometto, canti religiosi dagli altoparlanti dei quartieri della città, nelle moschee, in cui si leggeva il Corano e si pregava per la pace nel mondo, perché i desideri di ciascuno venissero esauditi, perché Maometto possa far seguire i suoi precetti di uomini fedeli, responsabili, devoti alla pace e al rispetto degli altri, alla solidarietà e all’aiuto dei più poveri. Si è pregato molto affinché gli uomini (e le donne) di fede possano adempiere ai 5 pilastri dell’Islam (le due testimonianze di fede, le preghiere di rito, offrire elemosina, digiuno durante il mese del Ramadan e il pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita per tutti quelli che siano in grado di affrontarlo).

Vedo molto somiglianza tra il Cristianesimo e l’Islam, come regioni monoteiste e come precetti e valori di altruismo, di fede e di correttezza, di profeti che, con il loro esempio, insegnano a noi uomini a vivere insieme sulla terra, nel rispetto e nella dignità, nell’aiuto e nell’ascolto, nella preghiera e nelle parole di incoraggiamento.

Il Senegal mi ha insegnato a vivere in comunità, ad apprendere a vivere “sulla stessa piroga” espressione per definire il vivere insieme ( qui è un paese dove i pescatori sono numerosi e le attività di pesca sono economicamente proficue), in pace e con un’attitudine positiva verso la vita e verso le situazioni. Qui la fede e il credere sono cosi forti che esiste più amicizia e meno paura dell’altro. Queste, a mio parere, sono le chiavi per una vita speciale, felice e senza inquietudine verso il futuro. Se vi sono preoccupazioni, ci si affida completamente al cielo e, nell’attesa, si crede nel meglio. Perché, come il mio amico Ahmed mi ha insegnato, nuotando sulla spiaggia di Ngor a Dakar nel giorno della nascita di Maometto. Se oggi si attende ma qualcosa non funziona, domani sarà sicuramente meglio. Perché il Signore ci mette davanti ostacoli che possiamo affrontare e superare, e ci da la forza per continuare, sempre apprendendo e facendo del bene agli altri.

Buon Natale a tutti e un abbraccio del Senegal!

 

Gaia

Il fare squadra

Nella vita ho imparato che due é sempre meglio di uno, e che la squadra che gioca unita vince. Penso al maxibon due gusti, diversi ma complementari, come in una coppia, e nella squadra di calcio che si passa il pallone e insieme stabilisce la miglior tattica per fare goal, come in una squadra di lavoro, giocando con trasparenza e rispetto dell’avversario.

Il lavoro deve essere inteso come sforzo comune verso il raggiungimento di un obiettivo (o di vari) obiettivi in cui la passione per quello che si fa é indispensabile. Se mi piace scrivere, allora sarebbe bello trovare un lavoretto nel campo della comunicazione, se mi piace cantare sfondo e vado tutte le settimane a cantare con gli amici al karaoke nel bar della città, se mi piace ballare idem, in un locale in cui suonano musiche e melodie che fanno schioccare una scintilla nel mio ritmo del corpo, se mi piace fare sport cerco un gruppo di nuovi amici con cui allenarmi.

Ci complichiamo la vita alla volte e veniamo abbattuti dalla competizione che non vediamo, ma che sentiamo solo. Per tutte le persone
che conoscono le lingue, che hanno milioni di master e di dottorati, che hanno viaggiato e conosciuto, ma che ancora non sono soddisfatti di sé e vorrebbero essere di più. Non dare di più, intendiamoci. Non stiamo parlando della canzone “Si può dare di più” perché, in questo caso, tutti sono incoraggiati a dare di più in questa vita, ad imparare, ad essere tecnicamente preparati, ad essere teoricamente un pozzo di scienza e conoscenza e in pratica saper fare tutto quello che il capo chiede in ufficio. Con efficienza, con sorrisi e senza mai una goccia di sudore o una possibilità di stanchezza.

Quello che ci abbatte è sempre la paura del diverso, dell’avversario, del non fare abbastanza, del non essere abbastanza, di volere dare di più non ascoltandoci (in senso di corpo e mente) e continuando a correre all’impazzata verso degli obiettivi cartacei che probabilmente nel corso della nostra vita terrena e nel corso della nostra “leggenda personale” (citando sempre il mio amato autore Brasiliano Paulo Coelho) probabilmente non vedremo mai realizzati.

Il lavoro ci insegna che ci vuole molta pazienza, molto coraggio, molta motivazione per svegliarsi ogni giorno e credere fortemente in quello che si fa. Che si sta facendo qualcosa di utile per il mondo, o per il proprio paese, o per la propria comunità, o per i propri amici, o per la propria famiglia, o per la persona che si ama e con cui si vuole passare il resto della vita.

Ognuno ha la propria battaglia giornaliera, i propri sogni, i propri obiettivi. Ma se scegliamo, e ci battiamo per ottenere, un lavoro che ci “nobilita” (citando Marx) e in cui crediamo di poter dare e fare il meglio che possiamo, allora tutto il resto non conta. L’Amore per un lavoro, esprimendosi a suono di canzoni (“L’amore conta” di Ligabue) è tangibile nella volontà di unirsi agli altri, e, insieme, a dare il meglio per la creazione, lo sviluppo e la realizzazione di un progetto nella realtà, e non solo su carta e nell’immaginario della nostra fantastica testa (che spesso e volentieri immagina più di quanto dovrebbe, alienandosi dalla realtà e creando storie surreali – positive e/o negative – che possono ledere al nostro sviluppo mentale e alla nostra relazione sociale con gli altri).

UN InterAgency Games 2016 Malaga, Spain & Community building 832Queste riflessioni scaturiscono da un viaggio sportivo a Malaga, in cui ho avuto l’opportunità di nuotare con 4 colleghe straordinarie di lavoro (provenienti da Paesi diversi e lavorando tutte in Paesi diversi) ma collegate da una comunità di lavoro che attraversa paesi, barriere geografiche e socio-culturali. Ci siamo conosciute in loco e abbiamo messo tutte le nostre energie e la passione per lo sport nelle gare di nuoto. Ci siamo sostenute, appoggiate, ci siamo allenate insieme, condividendo tutto, abbiamo riso, gridato, ci siamo abbracciate, volute bene, abbiamo vinto insieme. Come noi, altri 1200 partecipanti, provenienti da tutte le agenzie delle Nazioni Unite nel mondo si sono incontrati – chi per la prima volta, chi veterani di gare sportive UN – per condividere momenti, lavorare insieme attraverso lo sport, attività ludiche e ricreative, per fortificare uno spirito di team che ci possa unire nelle nostre attività giornaliere, nella speranza di poter contribuire, anche con un piccolo granellino di sabbia – come mi sta insegnando questa Dakar sull’oceano – al progresso socio-economico del mondo – nel paese in cui lavoriamo. Con la consapevolezza che tutto – ogni nostra singola azione – é un’attività umana e che per questo, il progresso è possibile solo se le nostre azioni quotidiane sono svolte con rispetto reciproco, cura e delicatezza, empatia e forza interiore, con un pensiero aperto agli altri, a nuovi orizzonti, nuove tipologie di lavoro e un sorriso verso ciò che non conosciamo. Che l’Altro sia una finestra che non abbiamo paura di aprire e che invece sia un motivo di Gioia e di Sorpresa.

Il mondo ci riserva sorprese. Impariamo a vivere nel presente e non preoccuparci troppo di ciò che avverrà nel futuro. Lavoriamo con cura, e amiamo i nostri compagni di lavoro, come amiamo i membri della nostra famiglia, i nostri fratelli e sorelle, i nostri amici e i nostri partner.

“Segui il tuo cuore e arrivando alle stelle prova a prendere quelle” Irene Grandi, La tua ragazza sempre

I can see clearly now– Johnny Nash

Hundred Miles– Yall feat Gabrielle Richard

Aerodynamic– Daft Punk

La Cina e il Senegal: ambiente e infrastrutture

Dakar è una città molto piacevole: sole, oceano, isole da scoprire, molto pesce fresco e calamari, riso e patatine fritte.

Negli spostamenti preferisco usare i mezzi pubblici . Non tutte le zone della città sono perfettamente vivibili. Sono da migliorare ancora diversi servizi pubblici, il sistema fognario è in via di completamento e si vedono ancora pochi operatori ecologici e rari cassonetti per l’immondizia.

Le infrastrutture, molto spesso, sono in fase di avanzata costruzione: i progetti per la loro conclusione e inaugurazione (uffici, case o edifici adibiti a nuovi quartieri residenziali potenziali) sembrano non avere però tempi rapidi.

Poubelle_Blogpost2Ma esiste In questo quadro una volontà da parte dei giovani senegalesi di migliorare le condizioni della loro città , anche loro immaginano una città più bella, più respirabile, più pulita. Si sono organizzati partendo dalle piccole cose. Iniziative come i cestini dell’immondizia appesi al muro (vedi foto); si cercano di organizzare giornate di volontariato di giovani che raccolgono il “dechet” – la spazzatura.

In campo infrastrutturale la presenza della Cina si vede e si percepisce. La China Road and Bridge Corporation, una della quattro grandi aziende statali cinesi – finanziata dal governo della repubblica popolare dal 1958 e dal 1979 azienda formalmente istituita – é la prima ad essere entrata nel mercato internazionale in progetti di appalti e di amministrazione di progetti per la costruzione di strade, ponti, porti, ferrovie, aeroporti, gallerie e progetti di tutela acque, opere comunali. Questa azienda è presente anche in Senegal. In totale l’azienda madre cinese possiede 50 filiali e uffici in oltre 50 paesi e regioni in Asia, Africa, Europa e America.

Secondo i dati di UNCTbuildingAD e IMF, rispettivamente l’agenzia delle Nazioni Unite specializzata in commercio e sviluppo e il fondo monetario internazionale, la Cina é il maggiore trader commerciale a livello globale con l’Africa, sorpassando la leadership degli Stati Uniti nel 2009. Cifre di 156,4 miliardi di dollari di commercio di beni con l’Africa (dati 2013) e 2,5 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri verso l’Africa (dati 2012). Secondo i dati del ministero del commercio cinese, il commercio sino-africano ha raggiunto i 126,9 miliardi di dollari nel 2010, e il volume del commercio tra Cina e Africa è cresciuto del 30 % durante i primi tre trimestri del 2010, segnalando – secondo il China Daily, – un nuovo record. I 5 partner commerciali maggiori della Cina sono l’Angola, il Sud Africa, il Sudan, la Nigeria e l’Egitto – secondo il Forum on China and Africa cooperation.

Nel corso degli ultimi decenni, la rapida crescita economica della Cina – ad un tasso di crescita annuale del 10 % per gli ultimi tre decenni fino al 2010- (ma oggi in lieve decrescita con problemi di maturazione del mercato) e la classe media in espansione ha alimentato un bisogno senza precedenti di risorse. La potenza economica si è concentrata quindi sull’Africa come cantiere per fornire risorse energetiche a lungo termine, necessarie per sostenere la sua rapida industrializzazione, bloccando le fonti di petrolio e altre materie prime in tutto il mondo.

La strategia cinese adottata in Africa è di win-win. Costruzione di ponti, strade e ferrovie in cambio delle materie prime africane, e creazione di lavoro per la popolazione locale. Nell’ultimo investimento cinese verso il Senegal, per un ammontare di 420 miliardi di dollari destinati alla costruzione di infrastrutture su un periodo di 4 anni, ha creato fra i 7000 e gli 8000 posti di lavoro temporanei e tra i 700 e gli 800 di permanenti. Critiche però sulle pratiche commerciali, e sull’incapacità di promuovere good governance e rispetto dei diritti umani si sono già fatte sentire dalla società civile senegalese.

Le speranze di un corretto comportamento economico della presenza cinese in Africa potrebbe far dimenticare quell’intervento che corretto non è stato da parte delle potenze occidentali nella corsa alle immense ricchezze africane dei due secoli trascorsi. La speranza dei giovani senegalesi , oggi, è non vedere confermati quei timori di associare ancora una volta nella loro storia le potenze occidentali alla Cina.

La nuova generazione dirigente non vuol più essere segnata da amarezza e delusione.