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Trasformare lo stress in una risata liberatoria

Oggi mi sono trovata a parlare con un collega sul significato di stress secondo le diverse culture, prospettive di vita, tempo e avvenire. Per esempio, al mio amico piacerebbe avere 7 figli (ne ha già quattro), é molto competente in quello che fa e prende il suo tempo per poter sviluppare buoni progetti statistici. Il suo motto sul lavoro é “se non é finito oggi, si finisce domani, nessuno morirà per questo”.

Il mio approccio alla vita, invece, é leggermente diverso. Il mio motto potrebbe tradursi con il classico “non rimandare a domani quello che potresti fare oggi”, o anche con il ben noto Carpe Diem – Seize the Day (sempre con giudizio e responsabilità, s’intende).

Per quanto voglia bene al mio collega, non riesco ad immaginare una vita più tranquilla di questa: programmare il domani e anche il dopodomani, pianificare e pensare alle prossime vacanze, sognare e lavorare al futuro, gli amici… Ecco, tutto questo, per me, é davvero emozionante. Non posso non pensare a cosa succede nel mondo, a conoscere quello che é attorno a noi ma anche lontano, discuterne, analizzare trend e notizie dal mondo, pensare (e lavorare a) quello che attivamente possiamo fare per renderlo un posto migliore. E, se devo proprio andare un po’ più in là, la ricetta per poter contribuire, nel nostro piccolo, a un mondo migliore é: é inquinare di meno il pianeta ed essere più gentili.

Lo stress, abbiamo concluso io e il mio collega, significa, o meglio: si trasforma, alla fine dei conti, nello scaricare dell’energia negativa verso gli altri, nell’impossibilità di poterla contenere dentro di sé. Per essere meno stressati, quindi, é necessario parlare e comunicare, ma non bisogna scordarci che sono anche molto importanti l’attitudine e l’approccio che poniamo verso gli altri, e che dovrebbero sempre essere sempre di rispetto e sensibilità.

A tal proposito, mi piace pensare a Stephen Colbert o a Elles De Generes che, con i loro show – il Late Show per il primo, il The Ellen Show nel secondo caso, nel caso remoto non ne abbiate mai sentito parlare – ci aprono gli occhi verso un mondo in cui ci svelano che per vivere meglio e più tranquilli, bisogna ridere. E ce lo insegnano col loro lavoro, attraverso satira dell’attualità e divertenti interviste a ospiti (attori, politici, cantanti, businessmen…). 

Quando ridiamo, secondo Stephen Colbert – come lui stesso ha dichiarato in un ‘intervista a The New York Times (mentre questa é la sua pagina sul giornale americano) – non abbiamo paura. E quando non abbiamo paura possiamo pensare meglio e riflettere a questi pasticci globali. L’umorismo e la satira, insomma, allevierebbero la tensione e l’ansia che il mondo e le sue notizie d’attualità possono procurarci ormai molto più che raramente. La risata dura lo spazio di un istante, ma – Stephen sottolinea – se ridiamo oggi, dormiamo meglio e le chances di essere di migliore umore domani aumentano. Provare per credere.

Un altro strumento che personalmente trovo straordinario per combattere la paura e riflettere meglio é ascoltare la radio e, in forma più generale, le persone parlare. Le persone che parlano, soprattutto se con tono pacato e accogliente, hanno lo straordinario potere di coinvolgere le persone e farle sentire meno sole. In un mondo estremamente tecnologico come il nostro, dove le “macchine”, l’intelligenza artificiale e i robot molto presumibilmente sorpasseranno gli esseri umani nel dare risposte esaustive e velocemente, una voce accogliente, una persona che trasmetta calma, sicurezza e tranquillità verso l’interlocutore, faranno sempre la differenza. E come esseri umani, immagino, noi sceglieremo sempre la voce accogliente rispetto alla voce metallica di un robot neutro ed impersonale.

E come non pensare alla magica trasmissione di sentimenti ed emozioni che avviene anche e soprattutto tramite le voci di artisti musicali? E non è certo un caso che la scienza ci esorti da sempre ad ascoltare molta musica – classica e non – per calmare gli animi, la pancia e la testa. 

E quindi, oggi, per chi avesse bisogno di quella voce accogliente in grado di tenderci la mano e regalarci un attimo di calma… Vi consiglio qualche artista che possa compiere la missione: Mario Biondi, Sergio Cammariere e Ludovico Einaudi, o ancora, gli Hooverphonic, Parov Stelar e Hayden James.

La musica sicuramente è la ricetta per pace interiore e felicità!

E prima di chiudere, e ricollegandoci al post, un altro piccolo personale consiglio per ridere di gusto (e perché no, capire il mondo), ecco per voi un episodio di the Late Show, qui con una bellissima intervista a Michelle Obama e il racconto della sua autobiografia, o ancora, un episodio di The Ellen Show, con l’intervista a Will Smith per l’uscita del film Alladin, in cui Will interpreta il ruolo del genio della lampada.

 

Ready-to-go Leaders

Un recente studio condotto e pubblicato dalla Harvard Business Review espone il concetto di Nimble Leadership, la leadership agile e leggera, e spiega, attraverso l’esempio di due business case studies, come mettere in pratica questa abile arte di saper gestire un’azienda, le persone al suo interno, ed essere sempre capaci e pronti ad innovare curiosamente, lasciando andar via lo stesso stress dettato del dover essere “il leader”.

Per me leadership significa sapere essere (stare) davanti, dal verbo inglese to lead, come il capitano di una nave. L’immaginaazione mi porta a pensare al leader come colei/colui che é davanti e sa governare, parlare, dare direzioni e gestire una nave, la ship (nave), appunto. 

Questo non significa che il leader non prenda mai spunti, o appunti, o che non cambi mai la direzione di una nave, o che non sappia ascoltare consigli. Anzi, il leader per me é colei/colui che, nonostante la sua posizione, ascolta sempre, e, proprio perché é davanti, deve farsi portavoce di coloro che ha – metaforicamente – dietro. 

Il  leader é una bussola di riferimento per molti, e il leader stesso si considera un punto di riferimento, un faro. Il leader apprende dal suo team per fare in modo che la squadra cresca insieme, unita, senza troppe chiacchiere inutili e senza lamentele (e che le lamentele costruttive ben vengano, con l’obiettivo di poter risolvere i problemi!). 

Nella mia posizione attuale, sono un leader per il mio team, e prendo spunti/appunti per migliorare, e, a mia volta, osservo i miei capi, che mi insegnano il tempo, la pazienza e soprattutto la calma, parlandomi delle loro famiglie e dell’importanza di amare il prossimo e servire gli altri, per una grande causa comune, id est per noi, quella di alleviare la sofferenza fisica delle persone che non hanno cibo e mezzi di sussistenza di base per esercitare attività economiche redditizie. 

Lo studio di Harvard Business Review, spunto di ispirazione per me, parte dalla constatazione secondo la quale “Ognuno é leader, e questa capacità di leadership si trova in chiunque é in grado di saperla esercitare, qualunque sia il suo titolo di lavoro”. Inoltre, studi dimostrano che procedure e comportamenti comunemente associati con organizzazioni agili sono: team multidisciplinari, uno spirito di sperimentazione e self-management (che richiede una giusta dose di libertà individuale e self-control).

Secondo lo studio, sistono tre differenti tipi di Leader: gli entrepreneurial leaders, sono coloro che creano valore per i clienti con nuovi prodotti e servizi; gl!i enabling leaders, coloro che si assicurano che gli imprenditori abbiano le risorse e le informazioni di cui hanno bisogno; e, ultimi ma non da ultimi, gli architecting leaders, coloro che tengono d’occhio tutta la tavola di gioco, monitorando la cultura, la strategia di alto livello e la struttura.

Interessante conoscere le caratteristiche di questi imprenditori: questi leader credono in sé stessi, hanno una conoscenza di sé stessi (self-confidence) e amano sperimentare, vogliono agire e provare, senza avere paura di sbagliare. Hanno un mindset strategico, capiscono gli obiettivi dell’organizzazione, dell’unità di business, e conoscono bene il loro team, ad un livello molto profondo; quando agiscono, lo fanno per far avanzare gli obiettivi dell’organizzazione

Molti dei progetti di un’organizzazione diventano realtà perché un gruppo si interessa ad una stessa opportunità. Per questi leader, é importante investire il proprio tempo nel raggiungimento di multipli obiettivi. Massimi risultati in minor tempo, come nel gioco da tavolo Scrabble, formare 3 parole da un unico set di lettere.

Un altro aspetto altrettanto intrigante é quello di sapere attrarre gli altri verso gli obiettivi comuni dell’organizzazione: per poter attrarre “followers” ad interessarsi al nuovo prodotto sul mercato, o il proprio team nel “buy into the idea” – nel comprare l’idea di un nuovo prodotto innovativo, quello di cui il leader ha bisogno é la sua capacità di persuasione, la sua self-confidence e molto spesso, un buon record di prodotti innovativi creati da lei/lui nel passato.

Il “lascia il controllo, e tu sarai in controllo” scaturisce dalla squadra di lavoro multiculturale e multidisciplinare, ciascuno con la propria cultura e la propria expertise nel campo di lavoro. Il poter mettere n discussione le decisioni del leader, e di portare le proprie argomentazioni e le proprie idee per trasformare un concetto, un progetto, un prodotto, deve essere un concetto sempre benvenuto per la creazione di strategie innovative: i leader devono essere aperti con la loro mente per poter cambiare il loro modo di pensare, il mindset, e rivalutare e ri-aggiustare il loro piano strategico durante il percorso di creazione, tenendo in considerazione le idee e i commenti del loro team. “Ognuno é leader”, é un concetto corretto se in un team c’è – e si crede ne – l’umiltà, il rispetto e il sapere quando si é in una posizione in grado di poter muovere le persone e far avanzare gli obiettivi dell’organizzazione. 

La capacità dei (buoni) leader di saper connettere persone e progetti é un altro punto chiave della discussione. Rispetto agli altri membri del team, i leader hanno una conoscenza maggiore di quello che succede all’interno e all’esterno dell’organizzazione, per cui riescono a ad avere una visione a 360 gradi, vedendo e cogliendo opportunità per creare valore e mettendo insieme persone accomunate dalle stesse passioni e interessi, per poter sviluppare un prodotto a livelli regionali e globali, rompendo le barriere geografiche. 

Ma oltre a questa capacità di connessione, i leader hanno anche la capacità di comunicare efficientemente: comunicare, come menzionato sopra, anche attraverso zone geografiche diverse, tra team diversi, con persone diverse e sapendo come far passare il loro messaggio con efficacia a diverse entità o gruppi, e facendo quindi interagire gruppi di persone appassionate e specializzate nello stesso campo (e questo é possibile grazie alla tecnologia e all’accesso a internet, ma il fattore umano-caratteriale non è certo da sottovalutare).

Comunicare, per un leader significa quindi sapere cosa ciascuna parte dell’ organizzazione sta facendo, saper allineare gli obiettivi di ognuna di queste parti, siano esse locali, regionali o anche globali, e tenere d’occhio i valori culturali e la visione dell’organizzazione, alla luce del nuovo contesto di business in cui si lavora.

In conclusione, la ricerca sopra menzionata, sottolinea che la somma dei talenti può certamente produrre risultati migliori, rispetto a ciò che i talenti singolarmente possono creare (“A whole greater than the sum of its parts)”: questo significa che, data l’autonomia di lavoro a persone di talento, queste persone appassionate saranno sempre pronte a partecipare a nuovi progetti di lavoro, e a farlo insieme. Queste persone sapranno creare giusti network di leader e di “collisioni creative”, in cui la collaborazione e la sinergia rappresentano le chiavi per il raggiungimento di obiettivi comuni. 

In questo contesto, le persone si sentono libere di esprimersi e di sviluppare idee e progetti, e comunicarli per poterli mettere in pratica. 

Il ruolo del leader non è però un ruolo semplice, lo sappiamo. Essere leader, accettare questo ruolo, deve essere perciò un’idea abbracciata dalle persone (stesse, che saranno quindi poi in grado di esercitare tale ruolo con rispetto e tatto, con flessibilità e adattabilità, e con chiarezza di idee e capacità di essere aperti di mente per poter ascoltare tutti i commenti, i consigli e stare “davanti”, come dicevamo prima, ma senza smettere mai di prendere appunti. Il risultato? I due business case studies presi in considerazione per lo studio parlano di “Gioia di vivere generalizzata e energia positiva nell’azienda e tra le persone”. Non male eh?

Questo studio, interessante lettura che ho voluto condividere anche con voi, mi ha ulteriormente spinta a una maggiore riflessione, o meglio, un’auto-riflessione personale. E allora, dopo lavoro, mi siedo un attimo e mi domando: davvero ogni azione da noi compiuta ha un significato ben preciso? Davvero le nostre, le mie, le vostre, azioni sono dettate dal desiderio di condurre una nave e incoraggiare il team a liberare il proprio potenziale, a pieno e senza egoismi? Davvero il nostro obiettivo è quello di  contribuire ad una causa piena di significato per milioni di persone in questo paese? La risposta a tutte queste domande é si, e bisogna lavorare sodo affinché la risposta rimanga sempre questa.

In conclusione, questa ricerca di Harvard Business Review credo possa ispirare molti ad essere leader. Nel caso contrario, nulla ci impedisce di cambiare la direzione che la nostra barca sta prendendo, o  sperimentare nuove emozioni e sapere che un senso a questa vita lo possiamo trovare. La ricetta per me? Farmi tante domande, confrontarmi sempre con la realtà, senza scappare, e lo sappiamo, la realtà può essere molto diversa dai nostri sogni, ma, ultimo ma non da ultimo ingrediente della mia ricetta: all along the way, continuare a sorridere. 

 

Intervista a Clarica Antonacci, insegnante di Inglese a Krasnodar (Russia)

Questo mese, prima della pausa estiva, abbiamo deciso di spostarci un po’ più in là e volare in un Paese forse non poi così lontano, ma che in pochi conoscono davvero, o “dall’interno”, oseremmo dire. Siamo infatti volati in Russia, e più precisamente in una delle sue città più a ovest, Krasnodar. Lì, virtualmente, s’intende, abbiamo avuto il piacere di conoscere Clarica, ventisettenne originariaa della provincia di Roma (Artena), e oggi insegnante di inglese in Russia. Di lei ci colpisce subito l’esuberanza, la voglia di fare e d’imparare sempre cose nuove, e un grande spirito di squadra che, ci dice, è la sua preziosa eredità dopo più di un decennio passato tra studi e pallannuoto. 

Curiosi? Beh, cominciamo!

 

Ciao Clarica! Sappiamo che sei un insegnante di lingua inglese in Russia, ma partiamo dall’inizio: come e quando sei arrivata a Krasnodar? Faceva tutto parte di un tuo piano ben progettato oppure quella di partire è stata più una necessità? O magari ci ha messo lo zampino il caso?

Dopo una laurea triennale in mediazione linguistica, non sapevo veramente cosa fare. Sapevo solo di avere tanta voglia di andar via dall’Italia non per una questione di repulsione verso il mio bel paese, ma più per uno spirito di avventura che non mi ha mai abbandonato fin da quando per la prima volta ho messo piede fuori dai confini italiani. La sensazione provata anni prima, durante il mio primo viaggio “away” mi ha fatto innamorare di quell’ansia che ti viene quando vai verso un qualcosa di ignoto. 

Ora mi trovo a Krasnodar, una città che si trova al sud-ovest della grande Russia, dove sono un’insegnante di inglese (principalmente inglese ma poi anche italiano e spagnolo) e vivo qui da già più o meno 2 anni.

A Krasnodar sono arrivata per così dire, per caso. Come ho già anticipato, dopo la laurea triennale ho deciso di viaggiare all’estero ma sono andata verso un porto sicuro, che era Buenos Aires, dove ho vissuto un anno della mia vita durante uno scambio culturale il quarto anno del liceo. Qualcuno potrebbe chiedersi come mai chiami Buenos Aires un “porto sicuro”?! Perchè lì i ho una famiglia nella quale ho vissuto per un anno, che mi ha adottata come figlia, che mi ha appoggiato nella ricerca dell’ipotetico lavoro che stavo cercando li. Purtroppo la fortuna non è stata dalla mia parte in quell’occasione oppure le tempistiche erano sbagliate, oppure più semplicemente la mia preparazione non era davvero all’altezza. Fatto sta che dopo un bel fiasco nella ricerca del lavoro, sono tornata a casa, come si è suol dire “con la coda tra le gambe” avendo però arricchito il mio bagaglio personale con una serie di NO che nella vita fanno sempre bene. Così, tornata in madre patria, ho cercato di dare un senso agli studi fatti e, avendo studiato la lingua russa all’università, mi sono prefissa di cercare una maniera costruttiva per mettere in atto quel poco di russo che avevo effettivamente imparato (il russo è una delle lingue più complicate al mondo, dopo 3 anni di studio sapevo solo dire pochissime cose in russo).  E così, sotto consiglio della mia mia migliore amica, sono andata a consultare il Centro Informazione Giovani presso l’ufficio di Roma che si trova a Testaccio, dove mi hanno informato sulla possibilità di effettuare un’esperienza SVE, il servizio di volontariato europeo e parte di Erasmus+ (EVS in inglese, European Volounteering Service).

Dopo poco, circa 4 mesi, ho fatto richiesta per partecipare a uno di questi programmi che si teneva a Krasnodar, per la durata di sei mesi. In tutta onestà, direi che questi sei mesi SVE non sono proprio stati un’esperienza produttiva: l’ONG ospitante, infatti, dovrebbe organizzare bene tutte le tue attività, ma la mia è stata gestita, come si suol dire, un po’ “alla bell’e meglio” e dopo sei mesi ancora non mi sentivo realizzata a pieno. Sicuramente le mie conoscenze della lingua russa sono notevolmente incrementate, ma ancora non erano soddisfacenti. Quindi, la suddetta ONG mi ha aiutato a cercare un lavoro qui, e ho trovato una scuola di lingue che fosse in grado di fornirmi di un visto lavorativo e, dopo una lunga attesa per la preparazione dei documenti sono ripartita di nuovo per la stessa città, pronta ad iniziare questa nuova esperienza.                                               

In tanti mi hanno chiesto perché proprio la Russia, perché non potessi fare questo lavoro in Italia. Beh la verità è che per poter insegnare in Italia si ha bisogno di una specializzazione che non ho mai preso, e inoltre, avevo ben in mente il mio obiettivo: imparare il russo. In più, non avevo ancora ben chiaro cosa volessi fare del mio futuro. Non ho voluto continuare con gli studi universitari perché non ho riscontrato in nessuna specialistica qualcosa che davvero mi interessasse, quindi mi sono detta, perché non partire?!

Parliamo allora del tuo lavoro: di cosa ti occupi precisamente, nell’area dell’insegnamento? In confronto all’Italia, a Krasnodar il lavoro è strutturato diversamente? Penso ad orari di lavori flessibilità, alla meritocrazia, alla responsabilità, o anche alla possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età… dicci di più.

Il lavoro qui è pesante, e all’inizio non mi aspettavo tutto ciò. Poco dopo aver iniziato, mi sono subito resa conto delle difficoltà che avrei potuto riscontrare, non potendo quasi mai usare l’aiuto della mia lingua, e usando due lingue che non sono le “mie”. Alla fine delle giornate sono sempre molto stanca, ma realizzata perché si, è molto bello vedere nei volti degli studenti il crescere delle loro conoscenze linguistiche e della loro autostima nel comunicare con me.

Qui gli stranieri sono considerati i migliori insegnanti che uno studente possa avere ed anche la scuola acquista molta più credibilità. Diciamo che sono considerata da tutti l’insegnante madrelingua di questa scuola, nonostante non lo sia. Con il tempo il mio orario di lavoro è andato aumentando sempre più fino ad avere giornate lavorative che vanno dalle 10 alle 12 ore lavorative. Lo so, è assurdo e disumano, ma cosa potevo fare?! Dire di no a nuovi studenti? Sono sempre stata una gran lavoratrice quindi sono sempre riuscita a portare a termine le mie giornate lavorative senza far notare agli studenti la mia stanchezza, emanando positività ed energia.

Nel tuo caso: quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere fuori dall’Italia? A tuo parere l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani a mollare tutto, oppure quella di partire è più una vocazione personale? 

Il lavoro d’insegnante è il primo vero lavoro che ho. Ho sempre lavoricchiato durante gli studi, ho fatto la cameriera qui e lì, ma la verità è che l’opportunità che ho trovato qui, in italia non avrei potuto averla. Non solo per il lavoro, che in ogni caso non avrei potuto fare in Italia per via della specializzazione che non ho, ma anche per un bagaglio linguistico e culturale che nessun altro posto avrebbe potuto darmi. Inoltre, qui “lo straniero” insegnante è molto apprezzato. Ho tanti studenti e sono tutti lieti di poter studiare con me, mi fanno regali nelle ricorrenze, sono molto, molto affettuosi.

Personalmente io sono sempre pronta e ben lieta di fare le valigie, lasciare tutto e partire, ma ciò non significa che tutto sia sempre rose e fiori all’estero. Spesso ti trovi ad affrontare diverse difficoltà che, stando soli, sembrano immense da affrontare e risolvere. Vivere da soli all’estero significa lasciare ogni sicurezza a casa propria, ed andare verso l’ignoto che potrebbe anche non essere così piacevole. Si deve essere pronti a smussare gli angoli del proprio carattere, il paese dove ti trovi non è il tuo, gli la cultura in cui ti trovi e con cui ti relazioni, non è uguale alla tua. E sei tu a doverti adattare, non loro. Quindi, prima di partire bisogna chiedersi se davvero si è disposti a scendere a compromessi anche con, a volte, sani principi personali.

E sempre parlando di lavoro, sappiamo che dopo un anno di studi in Argentina hai provato a cercare fortuna anche lì. Raccontaci meglio com’è andata. L’Italia, la Russia, l’Argentina… potresti aiutarci a fare un confronto tra queste esperienze così lontane tra loro – almeno geograficamente – che hai avuto?

L’argentina è stata la mia prima esperienza lunga fuori dall’Italia. Lì ho una famiglia che considero la mia e delle amiche con le quali sono in contatto costantemente. L’argentina nei miei ricordi ha due facce. Sicuramente il gran bel paese, simile culturalmente al nostro, che mi ha dato tantissimo a livello umano. Li sono stata un anno durante gli studi secondari e quella credo sia stato il viaggio che davvero mi ha sempre stimolato ad andare a cercar fortuna fuori dall’Italia. Quando ho finito l’università avevo fretta di partire e sono quindi tornata li, nella stessa famiglia, nella stessa città (Buenos Aires), e dopo sette anni che non vedevo tutti i miei cari, l’emozione provata è stata immensa. 

Le esperienze che ho avuto all’estero sono completamente diverse tra loro per diverse ragioni. Prima di tutto l’Argentina è molto simile alla cultura e alle abitudini italiane, tra l’altro sapevo che avrei avuto intorno visi amici che mi avrebbero aiutato (anche se invano) a cercare un lavoro. Purtroppo l’Argentina è molto simile all’Italia anche sotto il punto di vista lavorativo. Pensavo che una volta laureata sarebbe stato facile trovare un lavoro come insegnante all’estero ma tutti erano li a chiedere più esperienza sul campo, che non avrei mai potuto fare se non lavorando. 

La Russia, invece, è stata un’esperienza completamente differente. Lo straniero che vuole insegnare è visto come la miglior possibilità per imparare l’inglese. Il mio capo e le colleghe sono sempre la prime che mi chiedono consigli e la squadra che si è creata è del tutto armonica. Mi sono però trovata ad affrontare differenze culturali molto grandi. C’è una forte intolleranza verso l’omosessualità o verso la forza che la donna può avere, una forte ignoranza sull’educazione ambientale. Questi tre temi per me sono le basi della mia educazione personale. E proprio su questi tre temi ho basato la mia scelta di non rimanere in Russia tutta la vita, solo quanto basta per poter imparare la lingua e prendere il positivo da questa esperienza, senza curarmi dei pensieri (a volte a mio parere parecchio arretrati) della maggior parte dei russi.

Sulla base di quello che ci stai raccontando, qualcosa sulla tua vita in Russia: com’è realmente vivere a Krasnodar, quali sono le difficoltà che affronti ogni giorno in questa nuova vita così lontana da casa? Come expat italiana ti senti ben accolta, oppure ci sono dei pregiudizi che hai dovuto superare?

La vita in Russia ha i suoi pro e contro, ovviamente. Come gia detto, mi sono trovata a scontrarmi molto contro persone che non vogliono accettare diversi punti di vista, secondo molti l’omosessualità è un’epidemia che va stroncata semplicemente mettendola fuori legge. In linea di massima ho sempre cercato di mantenere un basso profilo sull’esprimere la mia opinione ma quando mi si chiede io non riesco a trattenermi, dico la mia e discuto con la gente. L’obbiettivo primario di molte ragazze è quello di cercare un buon marito che possa mantenerle e con il quale creare una famiglia. Molte persone mi chiedono come mai alla mia età non sono ancora sposata. Questa anche è una parte della mentalità russa conservatrice che non riesco a comprendere, e quindi spesso mi limito soltanto a non parlare del tema a meno che non venga interpellata specificatamente. Non posso però fare di tutta l’erba un fascio. Ho conosciuto anche persone aperte ad essere indipendenti, ben consapevoli che l’omosessualità non è una malattia e che la donna ha la stessa forza di ogni altro uomo in circolazione.

Essere stranieri qui stimola sempre tante domande, i Russi sono molto curiosi di sapere perché la Russia, perché proprio Krasnodar. Direi che non è un valore aggiunto essere italiana ma lo è essere europea. Non solo a livello lavorativo ma anche a livello umano. Tutti vedono l’Europa come il punto di maggiore crescita mondiale culturale, vorrebbero avere la possibilità di emigrare in Europa, molti pensano che ovunque sia meglio di qui.

In merito alla fuga dei cervelli, ti senti anche tu un cervello in fuga? Secondo te perché oggi i giovani italiani preferiscono spendere le proprie competenze e professionalità altrove? Dov’è che l’Italia sta sbagliando, e cosa si potrebbe fare per invertire questo processo?

o credo che molti italiani vadano a cercare fortuna all’estero perché spesso l’Italia non fornisce le giuste prospettive di futuro a giovani laureati ben qualificati che, se rimanessero in Italia verrebbero sottopagati e quindi sfruttati da un sistema che sotto certi aspetti è marcio alla radice. Purtroppo in Italia si sceglie troppo spesso di investire sulle cose sbagliate e questo porta molti giovani a decidere di prendere in considerazione opportunità all’estero alle quali è difficile dir di no, viste le prospettive di un futuro quasi sempre instabile in Italia. Tuttavia, io non mi classifico come un cervello in fuga: io ho sempre avuto ben chiaro di voler affrontare una forte esperienza all’estero per acquisire quei “più” che poi mi avrebbero aiutato nella ricerca di un roseo futuro in Italia. Sicuramente i primi da ringraziare sono i miei genitori che per primi hanno visto nelle mie esperinze all’estero una buona possibilità di ampliare i confini della mia mente e di imparare vivendo.

Hai già piani per il futuro e, magari, tornare un giorno in Italia?

Il mio piano fin dall’inizio era di imparare il russo qui e allo stesso tempo lavorare per poter pagarmi da sola la vita qui, ma poi tornare e cercare qualcosa che davvero mi stimoli. Mi piace insegnare, ma fin da quando ho iniziato sapevo di non volerlo fare per tutta la vita. È per questo che con piacere posso affermare di aver ricevuto un’ottima offerta di lavoro in Italia, in un campo del tutto nuovo e che mi ha fatto tornare la voglia di fare le valigie e andare ancora una volta verso l’ignoto. 

Per concludere: puoi anticiparci qualcosa sul tuo prossimo lavoro? 

Come dicevo, il lavoro che andrò a fare sarà del tutto nuovo, dovrò prima di tutto imparare a farlo e c’è sempre la possibilità che non mi stia addosso. È l’ennesima prova che voglio sottoporre a me stessa, per vedere chi veramente sono, quanto davvero io possa essere malleabile e quanto riesca ad adattarmi ad una nuova avventura che sicuramente sarà diversa e quindi difficile come tutte le altre che ho avuto. Per non portarmi sfortuna da sola non aggiungo altro… E grazie per l’opportunità che mi avete dato di raccontarmi!

Fratellastri d’Italia

Da qualche anno non si fa che parlare di questi italiani all’estero: c’è chi parla di fuga di cervelli, chi dice che l’Italia sta meglio di loro; c’è chi racconta che vivere all’estero è bellissimo e chi dice che non ne vale la pena. Intelligenti, volenterosi, bamboccioni, coraggiosi, traditori della patria: quante etichette ci hanno forzato addosso il giornalista o il politico di turno. A me però le etichette non piacciono, quindi scrivo questo post nella speranza di darvi un’opinione sull’argomento che sia la più onesta possibile.

Allora chi sono questi italiani all’estero? Sono davvero il meglio o il peggio dell’Italia?

Per esperienza personale, posso dirvi che sono entrambi. Ci sono neolaureati in ricerca di un lavoro dove possono applicare le loro conoscenze e appagare le loro ambizioni e ci sono poi coloro che vengono pensando di trovare quel sogno americano in Europa che molti giornali sono così intenti a propagandare. Anche io, come molti, prima di trasferirmi in questa grande isola, la vedevo esattamente così. Me la immaginavo pulita e ordinata, con persone rispettose delle regole e con i servizi pubblici funzionanti alla perfezione.

La realtà che ho trovato, al mio arrivo, è stata un po’ diversa. La Londra di cui ho sentito così tanto parlare è come un sogno che sta svanendo, un ricordo che ha lasciato il posto a una città sovrappopolata e carissima, dove gli autoctoni vengono spinti in periferia all’aumentare dei prezzi delle proprietà, mentre noi immigrati lavoriamo spesso più di 45 ore a settimana per poterci permettere appartamenti condivisi con sconosciuti e infestati da topi. Un incubo più che un sogno, direte voi. Allora perché sempre più giovani abbandonano l’Italia per trasferirsi nel Regno Unito?

Vivendo in questo paese ho imparato, tra le tante cose, che la realtà è sempre più complicata di quello che ci vogliono far credere. La verità è che se vai all’estero solo per una questione lavorativa, spesso non ne vale la pena, come raccontano tanti expat rientrati in patria. Si, perchè la qualità della vita che l’Italia può offrirti (la dieta mediterranea e il clima mite), la trovi raramente altrove. Perchè pochi lavori valgono il freddo, il cibo scadente, le distanze e la solitudine che viviamo.

Personalmente, ci sono tantissimi motivi dietro la mia scelta di lasciare l’Italia. La paura del diverso, le discriminazioni, l’apatia sociale e l’eccessiva importanza che si da all’apparenza. Insomma, tutti quegli argomenti di cui ho gia parlato (o di cui parlerò presto) e che mi impediscono di immaginare di vivere nella mia terra natia.

Spesso non si capisce che l’esodo dei giovani italiani ha più a che fare con i demeriti dell’Italia piuttosto che i meriti dei paesi stranieri. Il nostro sistema scolastico, per quanto valido sotto molti aspetti, non ci prepara affatto al mondo del lavoro. La realtà che un giovane laureato si trova davanti è fatta di tirocini non pagati, contratti “part-time” che ti richiedono più di 40 ore alla settimana, stipendi da fame che devi accettare, visto che “stai imparando”. E se rifiuti, allora ti chiamano bamboccione, sfaticato e perfino presuntuoso.

Si dice che ammettere l’esistenza di un problema è il primo passo verso la risoluzione del problema stesso. Eppure della “fuga dei cervelli” se ne parla da diversi anni, ma senza fare nulla. Quando ancora non era presidente, Emmanuel Macron fece un appello a tutti gli emigrati francesi chiedendogli di tornare in patria, suggerendo loro quanto la Francia avesse bisogno di superare quella mentalità della “paura del fallimento” che blocca la crescita del paese.

E noi expat italiani? Beh, noi abbiamo avuto un ministro del lavoro, Giuliano Poletti, che ha detto che “alcuni italiani è meglio non averli tra i piedi”. Quindi non solo siamo stati spinti a lasciare il nostro paese perché non ci viene data la possibiltá di vivere in modo dignitoso in Italia, ma ci dobbiamo anche sentire insultati per questo. “Andate a Londra con le vostre belle lauree e poi finite a lavare i piatti o a lavorare nei bar e nei ristoranti”. Ho letto piú volte sui social media commenti simili. Questo è uno dei problemi di noi italiani: ci atteggiamo spesso a esperti di cose di cui non abbiamo nessuna conoscenza.

Lavorando come barista per cinque anni sono stata in grado di pagarmi l’università, almeno due viaggi in Italia e altre due vacanze all’estero ogni anno. In poco più di cinque anni di residenza qui, ho cambiato diversi lavori e non sono mai stata disoccupata per più di un mese. Quanti ventenni italiani possono dire lo stesso?

Il lavoro nella ristorazione è uno dei più facili per trovare a Londra, grazie ai migliaia di bar e ristoranti sparsi nella capitale. È per molti un punto di partenza, un modo per pagare le spese e nel frattempo ricostruirsi una vita. Molti expat riescono a fare altro nel corso degli anni e quelli che decidono di rimanere in questo settore hanno possibilitá di far carriera e guadagnare un bel salario, se vogliono.

L’esodo degli italiani, che non si limita soltanto ai giovani, è stato ignorato per molto tempo e poi, improvvisamente, è diventato uno degli argomenti piú discussi. Il problema è che, anche in questo caso, non si tratta di un dialogo. Ci sono tantissimi expats che hanno raccontato la loro storia, in centinaia di blog come questo, oppure intervistati da quotidiani regionali e nazionali. Quando l’ultima battuta è stata scritta, cosa ne rimane?

Soltanto un’altra storia di successo o fallimento, un’altra voce a questo infinita discussione se vale la pena o no vivere all’estero. E allora mi chiedo: perché invece di focalizzarci sul perché gli altri paesi attirano cosí tanti giovani, non iniziamo a interrogarci sui motivi per cui l’Italia non riesce a tenersi i suoi figli? Quante idee, quanti consigli, potremmo dare noi che conosciamo altri paesi, altri sistemi politici ed altre realtà. Eppure, quanti politici ci hanno mai chiesto cosa potremmo fare per cambiare il paese? Quanti politici ci hanno chiesto perché non torniamo? Cosa è stato fatto per spingerci a rientrare oppure per far si che altri giovani non seguano il nostro esempio?

Nella mia comicità spesso penso che ai nostri politici stia bene cosí. In fondo siamo dei numeri in meno sulla disoccupazione giovanile, delle pensioni in meno che lo Stato dovrà erogare e poco importa se altri paesi sfrutteranno al meglio l’istruzione che lo stato italiano ci ha pagato. Le nuove generazioni partono, lasciando indietro quelle vecchie (più facilmente manipolabili attraverso i social media e notizie false) e coloro che si “accontentano” di vivere in questa situazione.

Se qualcuno dice “io non ci sto” allora deve per forza essere migliore o peggiore dell’altro. Quante volte mi sono sentita dire “ma tu sei più coraggiosa di me”, oppure “io sono così legata alla mia famiglia, non potrei mai fare quello che hai fatto tu”, come se chi decide di partire debba essere per forza più indipendente o meno legato alla famiglia.

Italiani contro italiani. Sono passati più di 150 anni dall’unità italiana eppure degli italiani, a mio avviso, ancora non c’è traccia. Forse il motivo è che ci vediamo diversi, e lo siamo: ogni regione nel nostro paese ha le sue tradizioni, la sua lingua, una sua realtà che è totalmente diversa da quella delle regioni confinanti.

Ed esattamente come accade con le culture e tradizioni straniere, anche questa diversità ci disturba e ci divide.