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Intervista a Davide Bargna, Branch Manager presso la Camera di Commercio Italiana per il Rego Unito. Tra business meetings, l’impegno a supporto delle PMI e la passione per i diritti civili

Scozia, anche questo mese. Siamo rimasti ad Edimburgo per dimostrarvi che a volte funziona anche il passaparola, che quando si parla di italiani all’estero e di comunità che in qualche modo diventano delle vere famiglie, funziona benissimo. E così abbiamo quindi conosciuto il nostro Italian del mese, Davide Bargna, 27 anni originario di un piccolo paesino vicino a Como.

Da Milano a Roma passando anche per Madrid: da due anni Davide vive a Edimburgo dove lavora come Branch Manager della sede scozzese della Camera di Commercio Italiana per il Regno Unito. Il suo è uno di quei curriculum che vale la pena leggere: prima un tirocinio alla Presidenza del Consiglio dei Ministri presso il Dipartimento per le Pari Opportunità, poi alla Camera di Commercio Italiana per la Spagna e quindi alla Camera di Commercio Italiana per il Regno Unito. Tra le sue passioni ci sono il cinema, i diritti umani e la politica – sia italiana che europea, ovviamente. Oltre alla fotografia, l’escursionismo e la recitazione in teatro.

Cominciamo…

Ciao Davide! Sappiamo che attualmente lavori alla Camera di Commercio Italiana a Edimburgo, ma potresti dirci di più? Di cosa ti occupi di preciso, quali sono le tue responsabilità e come sei riuscito, se possiamo chiederlo, ad ottenere questo incarico?

Al momento sono direttore della sede scozzese della Camera di Commercio Italiana per il Regno Unito. Il mio compito principale è quello di supportare imprese italiane o singoli individui che vogliano fare affari o aprire un’attività nel mio mercato di riferimento, la Scozia appunto, mettendoli in contatto con persone o organizzazioni opportune e creando concrete opportunità di business. Il mio lavoro di ogni giorno consiste quindi nel programmare le attività che l’ufficio svolgerà durante l’anno, dall’organizzare e gestire eventi, fiere, trade mission e business drink, al fare ricerche di mercato, scrivere editoriali e articoli. Si tratta di un lavoro molto variegato e quindi stimolante, che mi porta a collaborare con professionisti in diversi settori ed anche enti importanti, come ad esempio il Consolato Generale d’Italia a Edimburgo e il Governo scozzese. Proprio di recente ho seguito una delegazione di imprese in visita in Scozia con il nuovo Ambasciatore italiano per il Regno Unito e subito dopo ho organizzato un incontro con l’Ambasciatrice britannica per l’Italia ed alcuni stakeholders del territorio.

Sono arrivato alla Camera di Commercio per il Regno Unito perché, dopo il tirocinio in Spagna, volevo fare un’esperienza in un paese anglofono per perfezionare ulteriormente il mio inglese e soprattutto per immergermi in una cultura che mi ha sempre affascinato. Avendo una particolare passione per la Scozia, ed essendo Edimburgo decisamente più abbordabile in termini economici di Londra, mi sono trasferito qui e ho fatto domanda per la posizione di Assistant Trade Analyst. Quando poi la mia ex-manager ha cambiato lavoro e si è aperta la sua posizione, ho deciso di fare domanda e ho ottenuto il ruolo.

 

Facciamo un passo indietro, a quando per la prima volta hai lasciato l’Italia: faceva tutto parte di un progetto oppure hai seguito le opportunità che hai trovato? In altre parole: è stata una tua scelta o più una necessità?

Avendo preso una laurea in Mediazione Linguistica e Culturale e un master in Relazioni Internazionali, posso dire che la vocazione per un’esperienza all’estero c’è sempre stata. Mi è sempre piaciuto viaggiare, visitare nuove città e scoprire nuove culture. Già durante la scuola superiore ero riuscito ad aggregarmi alla classe di un amico per una vacanza-studio ad Edimburgo, scelta che ha probabilmente segnato la svolta sul percorso di studi che poi ho effettivamente intrapreso. Durante i miei studi universitari, inoltre, avevo già trascorso un periodo a Valencia per migliorare il mio spagnolo e tramite un progetto universitario ero stato selezionato per corso di formazione presso le Nazioni Unite a New York. Ho avuto l’inestimabile fortuna di avere dei genitori che mi hanno spronato ad inseguire le mie passioni e hanno sempre sostenuto le mie scelte, per quanto controcorrente e non viste di buon occhio nel piccolo paese di provincia in cui sono cresciuto. Perciò, sebbene non avessi davvero chiaro che cosa volessi fare del mio futuro, ci sono sempre state la curiosità e la necessità di scoprire cosa ci fosse al di fuori della piccola bolla sicura e confortevole della provincia, per me un po’ soffocante e limitante. Già l’esperienza universitaria a Milano ha cambiato molto la mia visione del mondo e mi ha permesso di esprimere a pieno la mia personalità e il mio potenziale, come l’esperienza che è seguita a Roma. Invece, lo stage in Spagna è capitato un po’ per caso, avendo semplicemente partecipato al programma Erasmus+ per un tirocinio all’estero, e da lì poi il mio lavoro in Scozia.
Sicuramente, coloro che vogliono lavorare in questo settore sanno che le possibilità di finire a lavorare al di fuori dell’Italia sono alte, ed io ho avuto la fortuna, anche grazie a diverse borse di studio e al sostegno dei miei genitori, di poterlo fare fin dalla mia formazione accademica.


Molti dei giovani italiani che lasciano il Bel Paese dicono di farlo perché qui non c’è lavoro o è difficile, quasi impossibile, trovarne uno. Vista la tua esperienza personale, che consiglio daresti a quanti come te sono partiti e a quelli che invece vorrebbero farlo? E credi sia necessario, per trovare lavoro in Italia, fare dell’esperienze fuori?

È sicuramente necessario prima di tutto capire come viene selezionato il personale nel Paese in cui si va a cercare lavoro. Ad esempio, se la Spagna era molto simile rispetto all’Italia in questo senso, ho potuto constatare che la Scozia è invece molto diversa. Non sempre CV e lettera di motivazione sono necessari, talvolta viene richiesto di compilare un formulario dove, attraverso la descrizione delle proprie esperienze pregresse, si deve riuscire dimostrare di avere le competenze richieste nell’annuncio di lavoro. I colloqui seguono uno schema simile. Molto utilizzato è il modello STAR, una tecnica che consente di individuare tutte le informazioni essenziali circa le abilità dell’intervistato, un modus operandi ben diverso da quello a cui ero abituato e il quale ha richiesto un certo periodo di assestamento per capire come funzionasse.

Quanto all’esperienza all’estero, non penso sia fondamentale per trovare un qualsiasi lavoro in Italia, dipende molto da ciò che si cerca. Per il mio settore può sicuramente essere un valore aggiunto. In generale, comunque, questi tipi di esperienza possono arricchirti molto da un punto di vista personale, ancor prima che professionale.

 

Com’è, invece, vivere in Scozia? Rispetto all’Italia, dov’è che possiamo guardare per imparare in positivo? Ma soprattutto: secondo te l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere giovani come te a trasferirsi?

La Scozia è una nazione meravigliosa, ricca di storia, paesaggi mozzafiato e molto all’avanguardia in diversi settori economici, come le energie rinnovabili, l’aerospazio e la ricerca & sviluppo. Contrariamente all’Inghilterra, poi, è una Paese molto europeista, che ha votato a larga maggioranza per restare nell’Unione europea durante il referendum del 2016, è molto aperto all’accoglienza dei migranti, comprendendo come questi siano un valore aggiunto per il Paese, non un problema.
Edimburgo poi ha tutti i vantaggi di una grande città in termini di eventi culturali (la stagione estiva dei festival è incredibile, basti citare l’Edinburgh Fringe Festival, il più grande festival delle arti al mondo), collegamenti internazionali e multiculturalità, ma è anche una capitale molto a misura d’uomo (io ad esempio mi sposto solamente a piedi), con mezzi pubblici efficientissimi e decisamente bike-friendly.
Quando poi ho voglia di immergermi nella natura per staccare la spina, oltre ai grandi parchi della città, è sufficiente prendere un autobus per ritrovarsi tra i paesaggi naturali più belli al mondo. Ovviamente, come ogni Paese, anche la Scozia ha tanti pro e contro, ma sicuramente ha molto da insegnare da un punto di vista di attenzione ai problemi delle classi meno abbienti, dell’ecologia, dei diritti delle minoranze, della burocrazia semplificata e, non da ultimo, dell’investimento sui giovani.


Collegandoci proprio a questo, investire sui giovani e i toro talenti, molto spesso qui in Italia si parla del problema della mancata meritocrazia: pensi che sia solo questo il motivo che spinge sempre più italiani a portare altrove le proprie competenze? O c’è anche altro da considerare?

È sicuramente un aspetto importante ma non penso sia il solo. Se pensiamo che in alcune regioni nel sud dell’Italia il tasso di disoccupazione tra i giovani supera il 50%, non può stupire che molti di noi siano costretti a spostarsi altrove in cerca di lavoro. Non è certamente un problema solo dell’Italia, in quanto riguarda anche molti altri Paesi del sud dell’Europa, e certamente qualcosa è stato fatto negli ultimi anni per migliorare la situazione, ma non abbastanza. Non penso esista una soluzione semplice ed immediata ma quello che mi sconcerta è che la politica italiana non abbia dato quasi alcun peso alla questione durante l’ultima campagna elettorale, come se non fosse un problema di primo piano. Eppure il tema della precarietà dovrebbe essere dominante, se si pensa che è proprio questo l’ostacolo principale dei giovani nell’avere una sicurezza economica e crearsi un futuro. La maggior parte dei miei ex-colleghi universitari che sono rimasti in Italia, ad esempio, hanno contratti a tempo determinato rinnovati ogni quattro o massimo sei mesi per volta, spesso in settori molto diversi rispetto a quelli in cui avrebbero desiderato lavorare. Molti continuano a fare stage non retribuiti nella speranza di venire, un giorno, assunti da una impresa o un’altra. È una situazione ormai insostenibile, non capisco come non si possa non investire sui propri giovani.

 

Parlando di politiche europee ed euro-progettazione, tema che credo ti sia caro e familiare viste le tue esperienze lavorative: cosa ne pensi e a che punto è, secondo te, l’Europa e più nello specifico l’Italia?

Purtroppo temo che negli ultimi decenni l’Unione europea abbia un po’ perso di vista i valori sui quali era stata fondata, eppure sono certo che le cose possano cambiare. Credo che uno dei maggiori problemi dell’UE sia la mancanza di una comunicazione efficace rispetto alle politiche messe in atto a sostegno dei giovani, dei lavoratori, delle imprese e dei diritti in generale, che invece sono risultate spesso essenziali per un miglioramento delle condizioni dei cittadini europei, seppur con qualche eccezione. Purtroppo in Italia si sente sempre più spesso parlare dell’Europa come di un tiranno prevaricatore che costringe il nostro Paese ad attuare misure dannose e impopolari. Eppure, se è vero che alcune critiche possono essere fatte alle politiche che l’Unione ha messo in atto negli ultimi anni, penso che debbano esserle riconosciuti anche moltissimi punti a favore. Se penso ai giovani, vale la pena sottolineare l’impegno a favore dell’educazione e la formazione, tramite il sistema garanzia giovani o il programma Erasmus+ ad esempio, grazie ai cui fondi ho potuto fare la mia prima esperienza universitaria all’estero. Quanto alle PMI, penso ai fondi a loro sostegno e alle start-up, o allo Small Business Act. In tema di diritto del lavoro posso citare le norme sull’integrazione delle persone escluse dal mercato del lavoro, le direttive sulla parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, il principio di non discriminazione per condizioni personali, tutti elementi oggi forse dati per scontati ma per i quali invece l’Unione europea ha dato un contributo essenziale. Penso poi alle norme sulla libera circolazione delle persone, la Carta dei diritti fondamentali, l’abolizione dei costi di roaming, e potrei continuare ancora.

In questo senso l’euro-progettazione può svolgere un lavoro fondamentale: in Spagna, ad esempio, seguivo tre progetti europei proprio focalizzati su giovani e PMI. Mi sono infatti occupato di mobilità per l’apprendimento al fine di contrastare l’abbandono scolastico, che in Spagna colpisce oltre il 20% dei giovani tra i 18 ed i 24 anni, un progetto per aumentare le opportunità di investimento da parte delle PMI nell’industria del turismo, sia a livello europeo che internazionale, e uno per la progettazione di un framework europeo per la qualificazione del profilo professionale di “International Marketing Manager”.

 

Tornando per un momento in Italia, sappiamo che hai lavorato anche a Roma, prima ancora che a Madrid, e infine in Scozia: potresti aiutarci a fare un confronto tra i tre Paese, sul modo in cui si vive e si lavora?

Per la mia personale esperienza, trovo che Italia e Spagna siano molto simili tanto sul modo in cui si vive quanto su quello lavorare. Roma e Madrid sono città molto accoglienti, in cui è facile integrarsi fin da subito, si vive molto la piazza e si respira un’atmosfera di grande comunità. Il Regno Unito è sicuramente molto diverso, banalmente da un punto di vista climatico ma soprattutto a livello di relazioni interpersonali, proprio perché a livello culturale il modo di approcciarsi e socializzare è molto diverso rispetto all’Italia. All’inizio ho trovato difficile abituarmi ad un modo di vivere “più impostato”, ma dopo due anni non lo trovo più strano e capisco che certe differenze sono davvero solamente culturali e non è una questione di freddezza o pregiudizio. Penso anche che la Scozia sia molto diversa dall’Inghilterra, almeno per quel poco che l’ho conosciuta, ed ho trovato più facile stringere amicizie.

Quanto al lavoro, in Scozia ho sicuramente trovato molta trasparenza nel metodo di selezione, anche per posizioni di alto livello o per lavori all’interno di enti governativi, dove non è necessario dover “conoscere qualcuno” per ottenere il ruolo ma basta saper dimostrare le proprie competenze e il valore aggiunto che si può portare. Ho anche notato che spesso non serve avere un titolo di studio universitario per ambire a posizioni importanti, come non è nemmeno necessario avere una laurea specifica per lavorare in un determinato settore. Tra i giovani, poi, non esiste l’ambizione al “posto fisso” come accade in Italia, anche perché è molto più facile poter trovare e cambiare lavoro.

 

Tra i temi a te cari c’è anche quello dei diritti umani: come è nata e come hai coltivato questa passione? Di cosa ti occupavi alla Presidenza del Consiglio dei Ministri?

Il tema dei diritti umani è molto vasto, sul quale si potrebbe studiare e lavorare per una vita e ancora servirebbe tempo per averne una idea completa. Personalmente penso che la spinta nel voler aiutare gli altri, soprattutto chi si trova in difficoltà, l’abbia sempre avuta ed è qualcosa che ho imparato dalla mia famiglia. Certamente il focus sulle tematiche dei diritti delle minoranze, in particolare per orientamento sessuale e identità di genere, nasce in primo luogo da ragioni personali. Durante il mio percorso universitario sono stato prima membro e poi coordinatore di una delle associazioni LGBT+ universitarie più importanti d’Italia, con la quale abbiamo supportato e organizzato eventi per la comunità accademica e non, tra cui uno dei primi corsi universitari sul tema, di enorme risonanza e successo. Nel frattempo ho ottenuto un Academic Minor in Diritti, Lavoro e Pari Opportunità presso la mia università, il quale, oltre ad avermi permesso di approfondire le teorie dell’eguaglianza e della differenza in relazione ai diritti fondamentali, mi ha permesso di essere selezionato per un tirocinio presso l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Durante il tirocinio mi sono occupato di gestire alcuni casi di discriminazione portati all’attenzione dell’Ufficio, in particolare nel mio campo di specializzazione. É stata una esperienza incredibilmente formativa che mi ha permesso di mettere in pratica tutta la mia conoscenza teorica in materia ma anche di confrontarmi per la prima volta con questioni più prettamente politiche, capendo potenzialità e limiti di un ufficio governativo di questo tipo e comprendendo come la strada per il raggiungimento di pari diritti sia irta di ostacoli, soprattutto in un Paese così conservatore e ideologizzato come l’Italia.

 

Da expat, come vedi la situazione del nostro Paese? Cosa ti preoccupa maggiormente e cosa si potrebbe fare, a tuo parere, per migliorare la situazione?

Avendo collaborato per oltre un anno con Stonewall, la più grande organizzazione per i diritti LGBT in Europa, mi rendo conto di quanta differenza ci sia tra il Regno Unito e l’Italia su queste tematiche. Non solo esistono leggi molto più avanzate sul tema ma la società stessa è molto più educata alla differenza e all’accettazione del diverso. Il Governo stesso è molto aperto nell’ascoltare le istanze delle minoranze e integrarle nelle proprie politiche di miglioramento della condizione degli individui. Sebbene esistano differenze tra partiti rispetto ad alcune tematiche “eticamente sensibili”, non esiste un dibattito ideologizzato su questi temi, se non in rare eccezioni (basti pensare come siano stati proprio i Tories ad approvare il matrimonio egualitario nel Regno Unito). La stessa Chiesa di Scozia, ad esempio, è molto più aperta, permettendo ai propri pastori di sposarsi con partner dello stesso sesso.

Si tratta di tematiche molto complesse che non possono essere analizzate con una risposta ma, da un punto di vista più generale, credo che la chiave per cambiare la percezione delle alterità nel nostro Paese vada trovata proprio nell’educazione alle differenze, sin dalla scuola dell’obbligo, facendo comprendere come il “diverso” possa apportare un valore aggiunto e non rappresenti una minaccia alla nostra comunità. Trovo che negli ultimi anni siano stati dei buoni passi avanti sotto diversi punti di vista, penso alla regolamentazione delle unioni civili, alla legge sul biotestamento, al contrasto al caporalato, o al sostegno alle persone con disabilità. Forse ci sarebbe voluto un po’ più di coraggio, ma sono dei passi avanti positivi. La società nel Regno Unito, proprio per la sua storia, è sempre stata abituata a convivere con culture, religioni e modi di pensare molto diversi da quelli tradizionalmente associati alla “englishness”, anche se le notizie recenti sulle aggressioni contro i migranti e Brexit dipingono uno scenario ben meno rassicurante. Per l’Italia il discorso è molto diverso, non avendo mai avuto un processo di ibridazione simile, ma essendo stata lei stessa un paese di emigrazione.

 

Uno dei nostri valori, in quanto The Italians, vorrebbe essere quello di poter riportare l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese: cosa si potrebbe fare, a tuo parere, per velocizzare questo processo? Partendo dalla tua esperienza personale: quali sono i presupposti base che l’Italia dovrebbe garantire ai propri giovani e come potrebbe farlo? E, domanda ancora più difficile, perché non lo si sta già facendo?

Penso che il punto fondamentale su cui si giocherà il futuro della nostra società sarà il lavoro, un mercato del lavoro più accessibile per i giovani, meno precario, più trasparente e meritocratico, in cui siano previste delle misure di sostegno alla disoccupazione.

La questione del lavoro è una sfida non solo per l’Italia ma a livello europeo in generale, soprattutto dopo la crisi. Eppure trovo che le misure che siano state adottate negli ultimi anni non siano sufficienti, avendo sì creato più lavoro ma molto più precario che in passato. Forse sarebbero necessarie alcune riforme strutturali che purtroppo danno soluzioni solo nel medio-lungo periodo e quindi non facilmente spendibili in campagna elettorale. Purtroppo, in questo senso, non ho sentito proposte convincenti, mi pare anzi che l’argomento sia passato in secondo piano. Spero di essere smentito.

 

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Senti il desiderio di tornare presto in Italia, o la tua vita è ormai altrove?

Al momento sono contento di poter proseguire la mia esperienza alla Camera di Commercio per il Regno Unito e vivere la mia nuova vita in Scozia, che tanto mi sta dando da un punto di vista professionale e soprattutto umano. Ho come la sensazione che, in questo mondo dove tutto accade rapidamente e i social media la fanno da padroni, tutti abbiano un’opinione su tutto e pare non sia più necessario fermarsi a riflettere, confrontarsi, approfondire un argomento prima di formulare un’opinione. Qui ho la fortuna di potermi relazionare ogni giorno con persone diverse, con un vissuto ed esperienze molto lontane dalla mia. Questo mi permette di crescere molto e di mettere costantemente in discussione le mie idee, talvolta fortificandole ed altre volte facendole vacillare, costringendomi a rivedere le mie posizioni su svariate questioni. Trovo quindi che sia di inestimabile valore poter regolarmente vedere le cose da un’altra prospettiva.

Io amo l’Italia, trovo che sia un Paese che non ha eguali sotto diversi aspetti e vorrei poterci tornare un giorno. Spesso si guarda solo ai lati positivi del vivere all’estero dimenticandosi le difficoltà nel dover vivere lontani dagli affetti familiari e dalle amicizie di una vita. In generale, poi, mi piacerebbe poter mettere le competenze sviluppate al servizio del mio Paese d’origine. Il mio lavoro attuale mi consente comunque di mantenere strettissimi legami con l’Italia ed a contribuire, nel mio piccolo, al suo continuo sviluppo. Al momento sto anche collaborando con il COMITES di Scozia e Irlanda del Nord, perciò mi sento ancora pienamente parte della comunità italiana, sebbene sia contento di essermi ormai integrato anche in quella scozzese. Quanto al futuro, mi piacerebbe poter trovare un lavoro che mi consenta di trattare di politiche europee o diritti delle minoranze, mettendo a frutto le mie idee e le mie competenze, magari all’interno di un ente governativo di una ONG.

 

 

 

 

 

Imperialismo Televisivo: perché amo gli Stati Uniti?

Se avessero chiesto al Nicola di sedici anni ‘Dove ti vedi tra cinque anni?’, avrei probabilmente masticato qualcosa come ‘Università… Medicina… Forse?’ per poi arrossire e sfoggiare il mio goffo sorriso a bocca chiusa (rigorosamente per nascondere il sottostante e luminoso apparecchio fisso). Non mi sarei mai aspettato di finire a studiare in Inghilterra, così lontano da casa, per poi dovermi ricostruire una vita che fosse (per la prima volta?) completamente mia. O meglio, non avevo mai espresso alcun interesse specifico nei confronti della perfida Albione: è semplicemente successo. Come quando da piccolo pedali in giro per la città, ti distrai e cadi dalla bicicletta senza neanche rendertene conto, semplicemente succede e non resta che alzarsi e accettarlo. Aspettate… E’ un paragone poco poetico e sbagliato: sembra che io sia stato in balia degli eventi e stia cercando di trovare una giustificazione. Infatti, al contrario, ho deciso personalmente di intraprendere questo viaggio, che poi si è rivelato essere una delle scelte più incredibili e soddisfacenti che mi potessero capitare. Mettiamola così: un po’ come Obelix, sono andato verso il calderone della pozione magica, sapendo cosa contenesse, ma è capitato che ci cascassi dentro e ora sono forte oltre ogni misura. E’ semplicemente successo e non lo rimpiango in alcun modo.

Il sogno dell’Inghilterra apparteneva a mia sorella, che fin dalle scuole medie avrebbe voluto trasferirsi a Londra per aprire un negozio di fiori, vivere nel centro nevralgico di una cultura edgy e stilosa, ma al contempo elegante e carismatica. Io invece volevo andare negli Stati Uniti per studiare, per farmi venire il torcicollo a forza di guardare in alto verso i grattacieli di Manhattan o per andare con lo skateboard a Venice Beach per poi fermarmi in spiaggia a prendere il sole. Il cuore di mia sorella batteva al ritmo di David Bowie, e il mio a quello dei The Black Keys ma, ironicamente, nessuno dei due è finito per trasferirsi dove desiderava. Per adesso (?).

Ma come nascono certe idee? Cosa c’è all’origine di certi sogni?

Qualche tempo fa un mio amico mi ha ricordato che nel mio primo giorno di liceo, durante la nostra prima presentazione alla classe dissi ‘Andrò a studiare all’estero dopo le superiori’. Apparentemente il piccolo Nicola era molto intraprendente, a mia insaputa in quanto me ne ero completamente dimenticato. Tuttavia so che ci deve essere stato un motivo per il quale gli Stati Uniti abbiano sempre avuto una forte influenza sui miei gusti e le mie scelte.

La mia teoria è semplice: attraverso la televisione. Lascia un figlio in balia dei programmi televisivi del primo pomeriggio e te lo ritroverai colonizzato dagli USA. A parte, ovviamente, attraverso il fascino giocato dai brand di moda, dalla musica e dallo sport, credo che l’imperialismo americano sia riuscito ad avere una forte presa sul giovane Nicola grazie alla televisione. Non ce ne rendiamo conto, ma la maggior parte dei programmi che abbiamo amato da ragazzini sono americani. Siamo cresciuti con loro e abbiamo assorbito i valori da loro promossi, nel bene e nel male. E così io ho iniziato ad innamorarmi di New York grazie ad How I Met Your Mother e a Friends (per poi scoprire che sono stati entrambi girati a Los Angeles) e della California grazie a O.C. (Summer Roberts, sei stata la mia prima cotta), solo per citare due tra i tanti esempi. Dal modo di vestirsi passando attraverso l’umorismo e al modo di parlare, abbiamo assorbito per osmosi tutto.

Ci sono lati positivi? Credo di sì, perché ancora ad oggi trovo programmi come i Simpson (solo le prime stagioni, sorry) capaci di farmi ridere tramite battute intelligenti. Oppure, semplicemente, quando sono a casa e accendo la televisione, quello che guardo è capace di riportarmi alla mia infanzia, a delle atmosfere familiari che ho abitato per anni.

Cambierei qualcosa? Onestamente sì. Forse il fatto che siamo legati a certe culture e diamo per scontata l’appartenenza ad un sistema di valori esterno al nostro può dimostrare che l’imperialismo ha fatto il suo effetto. Forse siamo davvero tanto assuefatti ad uno stile di vita dominante che se ci togliessero Una Poltrona Per Due la sera della Vigilia di Natale, non avremmo più un’identità. Dopo tutto, cosa faresti la sera del 24 Dicembre senza la televisione? Parleresti con i tuoi nonni o parenti, per scoprire di più riguardo alla loro vita? Neanche per scherzo, per piacere…

Il Nicola di sedici anni, che non sapeva che sarebbe finito in Inghilterra, non vedeva l’ora di tornare a casa dopo scuola per fuggire a New York o a Springfield. Col suo apparecchio e i capelli alla Justin Bieber sognava Central Park e l’Orange County, forse perché erano le sue uniche vie di fuga. Non avrebbe mai immaginato di essere in Inghilterra solo cinque anni dopo, e forse l’aver fantasticato terre lontane l’ha sempre tenuto pronto per la partenza. Non provo rancore, ma sono solamente sorpreso di quanta influenza abbiano avuto certi fattori sulla mia vita, senza che me ne rendessi conto. La soluzione è esserne consapevoli ed evitare di perdere il controllo, usando sempre la propria testa. A volte cadi dalla bici e ti devi rialzare, altre cadi nel pentolone ma ne esci ancora più forte.

Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani. Breve Riflessione Identitaria

La modernità italiana è un illusione. È un sovrapporsi all’antimodernità del passato, la cui incapacità di convergenza ha causato il frantumarsi del sogno identitario.

Con i nuovi scenari proposti dal declino degli Stati nazionali, processo lento, frutto di un progetto politico, la costruzione dell’Unione Europea, è possibile accertare nella nostra tradizione italiana, un orizzonte diverso da quello dello Stato cosmopolitico ed universalistico, proprio dell’Impero romano, della tradizione cattolica e della grande stagione rinascimentale.

Paradossalmente l’avvio della fase più delicata e complessa della costruzione dell’Unione Europea dà agli italiani una grand’occasione, quella di commutare il loro nazionalismo debole in una virtù civica cosmopolitica ed interculturale, di trasformarsi in costruttori e cittadini della nuova Europa ad un ritmo più rapido rispetto ai cittadini di Stati nazionali di lunga tradizione.

Un’occasione unica ci viene proposta da un nuovo contenitore che si definisce “cittadinanza europea”, la quale dovrà divenire quel grande regolatore di storie e culture nazionali da una parte, e dall’altra fare emergere le culture extraeuropee con le loro esigenze di autonomia.

Quindi un modo per mettere alla prova il confronto e lo scambio tra le culture sarà quello di sperimentare regole di partecipazione alla vita locale per tutti quelli che si riconoscono lealmente membri della stessa comunità e per i quali la parola integrazione, non vorrà significare fusione dello straniero nel corpo sociale, ma dovrà fare nascere una dinamica che fa evolvere tutti i sistemi culturali, quello delle popolazioni locali così come quello dei nuovi arrivati.

Vi è però una tendenza contraria di nazionalismo forte che interessa direttamente gli italiani Expat e che sto avendo modo di sperimentare personalmente.

Mi riferisco all’esatto momento di impatto culturale in cui noi expat ci riconosciamo altro, diverso dal resto. Nel mio caso un’italiana nella meravigliosa Barcellona.

In un momento dato egli o ella si sentirà assalire da un improvviso orgoglio per il suo essere italiano scoprendo di far parte di una lunghissima scia di compatrioti che non solo si sono sentiti veramente apparteneti a queste terre e che senza aver mai la senzazione di essere “in prestito” hanno contribuito attivamente all’atmosfera cittadina che tanto ci fa sentire a casa.

Si può avvertire un senso di appartenza ad un Paese molto forte, pur non vivendo fisicamente lì o pur non essendovi nati direttamente.

Ma il cosmopolitismo astratto non assume alcun senso privato delle radici, per cui bisogna sempre tenere ben presente la memoria di ciò che siamo stati.

Un lume che illumina la nostra geografia umana e che proietta la realtà di oggi verso un futuro consapevole.

A questo proposito voglio parlavi proprio di uno dei personaggi italiani più emblematici che hanno fatto la storia della Spagna, dell’Italia e della mappatura mondiale.

Colui che può certamente essere considerato il miglior Ammiraglio  della Flotta spagnola e del mondo allora conosciuto durante l’Età Media:

l’italiano Ruggero di Lauria.

Ammiraglio di Sicilia e D’Aragona (Scalea o Lauria ca. 1245-1304) la sua prerogativa fu il genio militare e navale.

Ruggero di Lauria è il genio tattico della guerra del Vespro, è l’uomo che trasforma la Sicilia e la Catalunya in fortezze marine inespugnabili in nome della Corona d’Aragona, invano assediate da coalizioni di nemici francesi della casa D’Angiò. Scopriamo che Ruggero di Lauria, l’ammiraglio che per lunghi anni tiene nelle sue mani i destini della Sicilia,della Catalunya e dell’Aragona deve la sua iniziale fortuna alla madre. È infatti figlio di Bella, l’amata nutrice della sveva principessa Costanza. Assieme alla madre è nel seguito della principessa in viaggio per sposare il futuro Re Pietro III verso l’Aragona, dove crebbe con la nobiltà aragonese.

Fu proprio Pietro il Grande ad investirlo cavaliere, data la sua “probidad, prudencia y amor a los intereses de mi corona.” Da quel momento in poi il suo ascenso nella corte fu folgorante, tanto che nel 1282 prese il comando della flotta aragonese.

Nel settembre del 1282, al comando di 40 triremi arrivò in Sicilia col compito di impadronirsi della flotta francese.

Le sue quattro vittorie successive tra il 1283 e il 1287 influenzarono in modo decisivo il corso della guerra dei Vespri siciliani e i rapporti di forza nel Mediterraneo occidentale, perché la flotta siculo-catalana poté ottenere la sovranità illimitata sul mare.

Giunse poi a Barcellona il 23 agosto 1285 con 34 galee, sconfisse presso Rosas una squadra francese di 25 galee. Questa vittoria decise anche le sorti dell’invasione francese in Catalogna, perché quell’esercito, privo di rifornimenti via mare, fu costretto alla ritirata.

Lo storico aragonese Muntaner non potendo dimenticare le origini italiche del futuro “gran capitano”, così conclude: “Pur essendo nato fuori di Spagna ed appartenente al lignaggio straniero, lo ho collocato tra i nostri uomini più celebri, perché fin da piccolo fu educato in Aragona, dove si formò e dove si stabilì. Combatté per l’Aragona, alla testa sempre di forze aragonesi: le sue  battaglie, la sua gloria, le sue virtù e persino i suoi vizi ci appartengono”.

I segni del suo grande amore, per la Catalunya e per il resto di Spagna che lo ha spinto a lottare eroicamente nel difenderla come propria, perchè la sentiva tale, lo troviamo ancora oggi corrisposto sia nell’immaginario collectivo, che presente nella vita urbana e attuale di Barcellona.

A Roger de Lluria (corrispettivo catalano di Ruggero di Lauria) è dedicata una statua commemorativa delle imprese eroiche in Avinguda de Lluís Companys  ed una strada del quartiere Eixample, ma non solo …

In grande segno di riconoscimento all’Ammiraglio la Regia Marina intitolò la corazzata Ruggero di Lauria, varata nel 1884, prima unità dell’omonima classe di pre-dreadnought. Anche la Marina Spagnola gli intitolò uno dei tre cacciatorpediniere della classe Oquendo.

Il suo nome risuona anche negli ambienti di cultura come nell’Università di Barcellona Pompeu Fabra, al quale è dedicato il cortile interno del complesso universitario.

Ma il maggior contributo moderno all’imbattuto ammiraglio e forse quello che mantiene vivo questo senso di orgoglio e di appartenenza è dato da una scelta sportiva.

Pochissimi sanno che i colori  blu e bianco della squadra calcistica dell’RCD Espanyol di Barcellona furono scelti in omaggio a Ruggero di Lauria, in quanto erano quelli del suo armoriale.

Siamo stati quindi un popolo di poeti, di artisti, di eroi, santi, pensatori, di scienziati, navigatori e trasmigratori, ma oggi cosa siamo?

Domanda che apre molteplici spunti di risflessione, di difficile risposta senza prendere in considerazione la voce crescente di chi per scelta vuole essere italiano, di chi ha deciso che vuole vivere precisamente lì.

Per cui la chiave per il futuro che ci darà chissà una maggiore consapevolezza di cosa significa oggi essere italiani, sarà riuscire a virere con coloro che amano il nostro Paese e che vogliono contribuire a creare quell’Italia che tanto sognamo da lontano.

 

L’importanza di essere ed avere mentor al femminile

Nel mondo del lavoro, all’estero come in Italia, c’è sempre più bisogno di donne.

Maggiore empatia, ascolto, compassione e capacità di dialogare e comunicare con un’intelligenza emotiva elevata. Guardando alle attività e ai risultati, certo, ma ascoltando anche i bisogni familiari e il desiderio di mettere in circolo l’amore verso il partner, gli altri, e i propri figli.

Sono stata educata alla stessa maniera di mio fratello e, in due, siamo cresciuti insieme nell’uguaglianza e nel rispetto reciproco, senza fare troppe distinzioni di vestiti, giocattoli e cibo. Tutto era uguale, per entrambi (ed entrambi avevamo i capelli corti). Sono stata educata al lavoro e a raggiungere risultati tangibili, alla meritocrazia e allo studio arduo per poter guardare in alto e sognare di raggiungere le stelle e cambiare il mondo attraverso la solidarietà e l’unione delle persone. Il consenso attraverso il dialogo e la negoziazione, la pazienza e l’umiltà, il sorriso e parole di speranza, coraggio e conforto per le nostre squadre di lavoro. L’Unione fa la forza, se vogliamo possiamo, il lavoro di squadra fa sì che il Sogno diventi Realtà. Ci ho creduto crescendo e ci credo ancora oggi.

Per questo, avvicinandoci alla giornata internazionale delle giovani ragazze e donne nella Scienza, il messaggio che le Nazioni Unite da è: più ragazze scienziate, ingegnere, appassionate di macchinari, matematica, tecnologia, app, innovazione.

Le statistiche parlano chiaro: secondo uno studio condotto in 14 paesi, la probabilità che studentesse  conseguano una laurea breve, un master o un dottorato in campo scientifico è solo del 18 %, 8 % e 2% rispettivamente, con una percentuale di studenti di sesso maschile di 37 %, 18 % e 6 %.

Secondo il rapporto di UNESCO nella Scienza verso il 2030, il programma STEM – Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica per le giovani, mira a ispirare e coinvolgere le ragazze e le giovani donne ad intraprendere carriere in campo scientifico. A livello mondiale, la parità di genere e la scienza sono due elementi vitali per poter raggiungere gli obiettivi dell’ambiziosa Agenda dello Sviluppo Sostenibile 2030, che include- tra i suo 17 obiettivi- quello delle parità di genere e di uguali opportunità tra donne e uomini.

A livello regionale in Africa, la rappresentazione femminile nelle scienze si trova, per la maggior parte,  in Mozambico e Sud Africa, con il 34 % e 28 % rispettivamente di diplomate in ingegneria. Le difficoltà di una formazione scientifica sono però legate ad una combinazione di fattori che riduce la proporzione delle donne ad ogni gradino della carriera scientifica: l’ambiente scolastico; il cosiddetto “glass ceiling” – il soffitto di cristallo della maternità; i criteri di valutazione della perfomance scolastica; gli scarsi riconoscimenti; la mancanza di supporto, di mentorship e di leadership; e fattori culturali di diseguaglianza di genere.

Tutto questo scoraggia fortemente le donne ad “ambire in alto”, soprattutto a livello africano, dove le donne, in molte comunità rurali, fuori dalle città, sono ancora considerate come creatrici di figli e dedite alla casa, con l’uomo “breadwinner”- colui che porta il pane a casa attraverso il lavoro fuori di casa.

L’istruzione è una via per sfuggire alla povertà, per imparare e per avere maggiori opportunità future di lavoro, non dovendo cosi dipendere economicamente dall’uomo. Le professioni scientifiche danno poi maggior respiro e possibilità di scelta di una professione, spaziando da ricercatrici, professoresse di chimica, fisica, astrofisica, astronaute, chimiche, fisiche, e maggiori libertà per poter esplorare il mondo.

Il lavoro di UNESCO in ambito di ragazze e donne nella Scienza è quello di organizzare e guidare giovani a rompere gli stereotipi della “matematica non cool per le ragazze”, ma anzi, un appassionante viaggio alla scoperte di scienze e di misteri non ancora svelati.

Rompere gli stereotipi di genere e culturali, ed avventurarsi nelle carriere scientifiche: non lasciarsi scoraggiare e non credere che questo sia un ambito solo per uomini.

Per questo, per ispirare e incoraggiare a non mollare, altre donne – oggi scienziate – possono essere il loro esempio, il loro modello per proseguire e non arrendersi. In una società in cui l’uomo viene premiato e la donna non sufficientemente apprezzata per i suoi risultati, il mentoring è necessario per avere figure di riferimento, che possono apprezzare, incoraggiare e guidare altre giovani al raggiamento dei loro sogni.

Chi dice che non possiamo diventare scienziate e aprire le porte verso nuovi orizzonti scintifici?

REF: JSC 247-37-003 ONBOARD PHOTO STS-47 ONBOARD PHOTO VIEW. ASTRONAUT MAE JEMISON, MISSION SPECIALIST WORKING IN SL-J MODULE.

Personalmente ho sempre ammirato la prima donna afro-americana a viaggiare nello spazio, con il programma spaziale americano della NASA, Mae Carol Jeminson, nel settembre del 1992.

Lavorare nello spazio e arrivare fino alle stelle, non è meraviglioso?

Celebriamo insieme la giornata internazionale delle giovani ragazze e donne nella Scienza, e, innamoriamoci delle materie scientifiche! Questo è il sito con maggiori informazioni: United Nations International Day of Women and Girls in Science

 

 

 

Intervista a Marco Ricorda, Head of Social Media per l’ALDE al Parlamento Europeo. Per Marco la speranza per l’Italia è rappresentata da tre parole: «collaborazione, senso di unità, valori comuni».

Per l’intervista di questo mese abbiamo deciso di lasciare da parte le domande scritte.

Niente email, niente categorie predefinite, ma solo un ampio spazio per riflettere e per dibattere su ciò che è diventata e sta diventando l’Italia. Questa volta non potevamo prescindere dalla politica, sia perché ormai manca un mese e qualche manciata di giorni alle elezioni del 4 marzo, sia perché il nostro Italians è un professionista della comunicazione con quasi 10 anni di esperienza nel settore, fortemente incentrato – tra le altre cose – sulla politica globale.

Marco Ricorda, 32 anni originario di Salsomaggiore (Parma), è il capo dei social media per il gruppo ALDE al Parlamento europeo, alleanza che riunisce i partiti liberal democratici in Europa. Il suo nome è stato inserito tra i primi 40 influencer UE nel 2017 ed è un mentore di Politico EU Studies Fair. Inoltre, Marco è anche social media manager di Guy Verhofstadt, primo ministro belga per 9 anni e dal 2009 alla guida dell’ALDE.

Sono quasi le otto di sera di un venerdì qualsiasi, sia a Bruxelles che in Italia, quando finalmente riesco a sentire la voce di Marco. Una chiamata whatsapp che abbiamo rimandato per giorni, complici la stanchezza e i normali (ma tanti) impegni quotidiani. «Ho una vita molto frenetica, gestisco tutti i contenuti che vengono veicolati dai media – racconta Marco Ricorda – qui si lavora tutti i giorni ma in maniera più intelligente rispetto all’Italia: se c’è tanto lavoro si rimane fino a tardi, altrimenti si va a casa».

Il curriculum di Marco è pieno di voci: social media manager al Joint Research Center della Commissione Europea; digital strategist per l’Unione Europea a Expo Milano 2015; social media analyst per la Commissione Europea e press officer / community manager per Bruegel, il think tank di Bruxelles per politica economica internazionale. Non abbiamo ancora finito: è stato anche analista insight per Lo Spazio della Politica, un think tank italiano che lavora nel campo degli affari internazionali.

Come ha fatto, vi chiederete voi. Me lo sono chiesta anche io, naturalmente. Marco mi ha risposto che lavorare per l’Unione Europea è sempre stato parte di un progetto ben preciso, e che ha fatto «tutto quello che era necessario» per realizzare questo sogno. «Già quando avevo 15-16 anni sapevo di voler lavorare per questa organizzazione che gestisce i conflitti tra stati. Mio nonno ha fatto 7 anni di guerra in Albania: più sentivo le sue storie, più sentivo la vocazione europea».

Dopo essersi laureato a Forlì in Scienze internazionali e diplomatiche, con un anno di Erasmus ad Anversa, Marco si è trasferito a Maastricht per completare gli studi: «Era il 2010, un periodo difficilissimo, c’era la crisi e nessuno assumeva. Ho pensato fosse il momento giusto per spostarmi ancora, per andare a Bruxelles. Da Maastricht ho trovato un’opportunità a Bruegel: ho capito subito l’importanza dei social media, la loro grande forza di comunicazione». Due anni e mezzo dopo, Marco è entrato in commissione, dove è rimasto per circa 5 anni: «Adesso sto lavorando per il vero partito europeo».

Una posizione privilegiata per seguire la campagna elettorale italiana. Anche se da lontano, Marco non ha dubbi: «La dicotomia destra-sinistra ormai è finita, serve una forza rivoluzionaria che spacchi questo sistema fatto di burocrazia soffocante, di perdita di coscienza civile, di raccomandazioni. Ci sono troppi partiti, troppe voci che non danno alcuna speranza all’Italia di rendersi attiva». E prosegue ancora: «Di tutti questi partiti italiani non ce n’è uno che vende un programma di positività. Tutti dicono non votate l’altro, nessuno dice votateci per questo».

Positività è una delle parole chiave di Marco, una di quella che ripete spesso. Un’altra è giovani, e qui il discorso non ammette pietismi: «I giovani sono spaccati dal debito, dall’immobilismo politico che non fa altro che peggiorare. Il loro potere d’acquisto è pari a zero».

Eppure, qualcosa su cui possiamo lavorare c’è: «Dobbiamo renderci conto che è tutto sulle nostre spalle, senza accampare scuse varie. Niente più piagnistei: non dobbiamo aspettarci che lo stato ci serva tutto sul piatto d’argento, dobbiamo essere una società che non si arrende. Ora siamo molto spenti».

In ambito lavorativo, la speranza per l’Italia è rappresentata da tre parole: «Collaborazione, senso di unità, valori comuni». Marco li elenca senza pensarci due volte.

Ci sono poi dei settori che vanno implementati: «C’è da lavorare sulla digitalizzazione, altrimenti non possiamo avere flessibilità mentale. Esiste ancora questa pressione psicologica nel pensare che se uno non ha una certa età non può rivestire una determinata posizione. In Italia se sei un formatore cerchi di non formare il tuo assistente perché così il tuo ruolo rimane forte. Nelle società liberali è il contrario: vogliono che il team impari in fretta e che si cresca, cosicché anche il capo possa investire più su sé stesso e sulla propria formazione».

Un altro fil rouge tra giovani e lavoro è adattamento: «Basta dire mi sono laureato in questo e devo fare questo, bisogna saper inventare sé stessi e il proprio lavoro. La stabilità lavorativa è difficile da promettere, perché la società è cambiata, nel 2018 questo concetto non credo esista più. Ma è conseguenza necessaria dell’acceleramento tecnologico e della globalizzazione. Dobbiamo collaborare al fine di capire un mondo che cambia, dobbiamo essere pronti ad adeguarci, non piangere il passato».

Per Marco è come se esistesse una sorta di teoria per il successo, declinata tutta al “giovanile” (un modo di essere, più che un tempo verbale): «Niente scuse, analizzare i problemi e affrontarli senza paura dei fallimenti, che poi sono sempre necessari. Questa è una cosa che mi ha insegnato lo sport». Oltre che un comunicatore, la seconda vita di Marco Ricorda è tra la palestra e la cucina: è infatti un atleta competitivo e un appassionato di allenamento con i pesi e bodybuilding.

Mondi che non sono poi così lontani come sembrano: «Il bodybuilding mi ha insegnato tutto sulla comunicazione – spiega – competi per l’attenzione, vuoi che più persone possibili mettano quel pollice in su proprio sul tuo post, e quindi fai di tutto affinché accada. Diventa quasi un gioco e, quando arrivi a quel livello, non riesci più ad uscirne».

«Mi sento emiliano, italiano ed europeo allo stesso momento. E questo non crea alcun conflitto nella mia anima». Siamo quasi alla fine della nostra chiacchierata, tornare all’Unione Europea è come chiudere un cerchio. «Nel momento stesso in cui ci mettiamo alla ricerca di una nostra identità, è come se bloccassimo la società cosmopolita. Ribelliamoci a chi cerca di imporci questi pensieri». Ma c’è ancora qualche altro spunto di riflessione da battere a macchina, tasto dopo tasto: «L’UE deve smetterla di concentrarsi su un’unione economica e politica, deve diventare sempre più un’unione di valori e sentimenti condivisi. E attualmente non lo è».

E l’Italia? «Dobbiamo fare la nostra parte – conclude Marco – l’Italia deve cercare i propri valori, progressisti invece di conservatori, altrimenti ci riduciamo a piangere un passato insostenibile. Mettiamoci a tavolino, analizziamo le circostanze del presente e costruiamo un futuro migliore per questa società, non per i singoli individui».

La parola, mezzo di comunicazione che ci unisce

Scrivo quando la mente è ancora fresca, scrivo per raccontare, scrivo per non dimenticare.

Sono appena rientrata da un fine settimana ai confini con la Tanzania, dove l’Amore trasborda e passa i confini inimmaginabili della vita, in dei luoghi remoti, dove elettricità e acqua non ci sono, e dove le persone vivono in comunità gli uni con gli altri, ogni giorno, sfidando la siccità che li colpisce dallo scorso anno, in luoghi della savana, in cui il pascolo delle mucche e la pioggia sono due elementi essenziali per la sopravvivenza del villaggio.

Il popolo Maasai, uno dei 43 gruppi etnici presenti in Kenya, è composto da uomini e donne alti e longilinei, vestiti con delle stoffe rosse per gli uomini e colorati per le donne, braccialetti e collane di perline colorati, grandi e lunghi lobi, risultato di tradizione di passaggio giovinezza- età adulta- incastonati di colorati orecchini. Con lance per proteggersi dagli animali, e con tanti bambini che ti gironzolano attorno.

Ho portato caramelle ai bambini, mi sono seduta nelle loro case-capanne, ho sentito il caldo nelle mie ossa, ho ascoltato racconti di pioggia, di lunghe camminate per arrivare alle scuola ( 10 km solo andata), di donne forti, con grandi bacinelle d’acqua, che vanno ai pozzi lontani 7 km per portare acqua alle proprie famiglie, per la propria igiene e per cucinare.

Una vita che ruota attorno al sole, all’allevamento e alla compravendita di mucche, simbolo di ricchezza delle famiglie, all’allevamento di polli e pecore, e alla ricerca continua di acqua per idratarsi e per prendersi cura della propria pulizia.

Sono mondi paralleli che incrociamo per aprirci gli occhi e vedere cose diverse.
Momenti di forte provocazione intellettuale, e di forte umiltà, molto volte non ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati a vivere in delle case, ad avere luce per studiare alla sera, elettricità, e acqua ogni giorno.

Prospettive e modi diversi di vivere, osservazione e dialogo, riflessioni su come possiamo aiutare e appoggiare queste comunità, ora che abbiamo visto. Vedere per vivere, vivere per vedere  e scoprire.

Scoprire non soltanto posti meravigliosi, e constatare che oltre a noi c’è l’Altro, e gli Altri, come forti comunità unite dalla parola come unico mezzo di comunicazione, ma scoprire anche dure realtà che pensavamo potessero esistere solo nell’immaginario collettivo dell’Africa.

Amo questo continente per la sua diversità, di persone, di culture, di lingue, di luoghi, di paesaggi. Vorrei viaggiare in continuazione, e poter parlare tutte le lingue del mondo per capire. Nonostante tutto, mi rendo conto che più viaggio e meno capisco. La mia testa non ragiona più come prima, e vengo toccata di più in fondo al cuore. Ascolto, non arrivo a comprendere fino in fondo, ma ho imparato a non giudicare mai, e invece si, a porre milioni domande. Domande che nella realtà non hanno risposta. O la risposta risiede nella cultura e nei valori di ciascun popolo, e la vera ragione del viaggiare sta nell’incontrare e abbracciare l’altro, una cultura diversa, imparare a vivere insieme, e sorridere ai misteri della vita.

Amo l’Africa perché le persone si danno da fare, e, per quanto la concezione del tempo sia molto diversa dalla nostra, questi giovani Africani credono nella tecnologia per connettersi, in un nuovo modo di apprendere, attraverso l’insegnamento a distanza e internet accessibile a tutti, si aiutano vicendevolmente e hanno una solidarietà immensa, credono e si fidano degli altri e credono ancora nella fiducia reciproca e in forti relazioni umane. Sono dei piccoli grandi imprenditori che tentano sempre, e non mollano mai. E se qualcosa non funziona, si rimboccano le maniche e provano qualcosa di diverso, senza darsi mai per vinti.

In Africa non si parla solo di povertà, di mancanza di elettricità e di siccità. Questi sono problemi reali che si devono affrontare, ma ci sono tanti altre storie africane che dovrebbero essere esaltate e raccontate. I ragazzi che credono nella tecnologia come unione e imprenditorialità, giovani donne che sfidano le loro tradizioni e dicono NO ai matrimoni delle bambine e lottano per continuare a studiare e costruirsi un futuro. L’Educazione prima di tutto. Una buona educazione che possa forgiare le menti e gli animi di bambini e bambine, e che possa preparare loro ad un futuro lavorativo degno dei loro studi, e che possa dar loro opportunità per contribuire alla società e formare famiglie felici, sane e pronte a studiare e risolvere i problemi locali, partendo da dove sono.

Questa Africa ti apre mondi paralleli, dove il potere della parola e della comunicazione tra le comunità può davvero cambiare il mondo. Restiamo sintonizzati.

Intervista a Leonardo Quattrucci – il più giovane Policy Adviser dell’European Political Strategy Centre, in-house think tank della Commissione Europea

Quella di Leonardo Quattrucci non è la classica storia di un giovane italiano in fuga dall’Italia.

Si, ok, effettivamente la sua avventura parte proprio così, ma oggi – a soli 25 anni – è riuscito ad arrivare da Spoleto, un piccolo centro dell’Umbria, a Bruxelles, dove è attualmente consigliere politico del Direttore generale dello European Political Strategy Centre, think tank della Commissione europea che riporta al Presidente, ed è anche un Junior Fellow all’Aspen Institute Italia e un Global Shaper del World Economic Forum.

Leonardo è un’Italian sicuramente unico nel suo genere, tanto da esser stato nominato da Forbes Magazine nella classifica inaugurale dei 30 Under 30 europei in politica, e ricevere nel 2016 il Premio Italia Giovane nella categoria “Istituzioni”. Noi di The Italians non abbiamo resistito e l’abbiamo intervistato. E questo mese la nostra rubrica è dedicata proprio a Leonardo e al suo motto: “migliorarmi per migliorare”.

 

Ciao Leonardo! Iniziamo l’intervista parlando di premi e riconoscimenti: sei stato nominato da Forbes Magazine tra i trenta under30 “top young leaders” della politica europea e sei stato uno dei dieci italiani under35 dell’edizione 2016 del Premio Italia Giovane. Te lo saresti mai immaginato? Quali credi che siano le chiavi di questo successo?

I riconoscimenti che menzioni sono stati una sorpresa. Chiaramente, mi onorano e mi gratificano. Ma soprattutto mi responsabilizzano e spronano. Li interpreto come un segnale che il duro lavoro paga e soprattutto come un punto di partenza piuttosto che di arrivo. Infatti, ad essere onesto, trovo il concetto di successo un po’ obsoleto. Io preferisco concentrarmi sull’apprendimento: cosa posso imparare, con chi, dove, al servizio di cosa posso mettere le mie conoscenze e competenze? La mia disciplina e la mia motivazione sono “migliorarmi per migliorare”.

 

Sappiamo che sei arrivato nel 2014 a Bruxelles come tirocinante, ma spiegaci meglio: perché hai deciso di lasciare l’Italia? L’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani italiani a mollare tutto oppure quella di partire è più una spinta personale?

Ho lasciato l’Italia nel 2013 perché in un mondo globalizzato, per eccellere, vuoi imparare dai migliori e con i migliori. Nel mio caso specifico, questo significava studiare ad Oxford, nella scuola di governo che all’epoca era stata appena fondata. Volevo imparare a servire con il massimo dell’integrità e della competenza, secondo standard internazionali. Lì ero parte di un gruppo di 60 persone da 40 Paesi diversi, che venivano da cammini differenti – da ex ministri a gente come me. Esporsi a questa diversità ti arricchisce e completa – intellettualmente, personalmente e professionalmente.

Dopo Oxford e una parentesi londinese sono arrivato a Bruxelles, e ci sono rimasto perché ho ricevuto l’onore e il privilegio di mettermi al servizio dell’Unione europea – e quindi dell’Italia. Voglio chiarire una cosa: in un mondo globalizzato, siamo individualmente più forti quando ci uniamo collettivamente. Per cui non bisogna fraintendere: il meglio dell’italianità si può esprimere in Europa. I valori di apertura, solidarietà, protezione – e non protezionismo – sono il meglio di quanto possa offrire l’Italia in Europa e viceversa. Trovo che i dualismi facciano notizia, ma siano generalmente poco veritieri.

Poi se mi chiedi: c’è un problema di gerontocrazia in Italia? Mi sembra di sì, purtroppo. Ma discutere di “esterofilia” o di “fuga dei cervelli” non ha portato soluzioni, per lo meno da quando io ho cognizione di causa. La questione è: come facciamo ad equipaggiare ogni italiano con competenze ed opportunità e sostenere il merito? Come facciamo a costruire un sistema in cui i compiti e le responsabilità sono assegnati in base a competenze e integrità? Io senza borse di studio alla John Cabot non sarei andato, e il modo di finanziare i miei studi ad Oxford me lo sono dovuto inventare.

 

Andiamo più sul personale… Sei il più giovane consulente politico dell’European Political Strategy Centre, che supporta direttamente il Presidente della Commissione Europea, ma cosa significa di preciso? Di cosa ti occupi e quali sono le tue responsabilità? Oneri e onori, insomma!

Significa avere il privilegio di essere parte di una squadra interdisciplinare di eccellenze che ha il mandato – e la responsabilità – di innovare, anticipare e sostanziare proposte di policy. Io ho l’onore di assistere direttamente la Direttrice generale, il che mi ha dato mondo di spaziare tra tematiche di ogni tipo, come ad esempio dall’allora proposta (e oggi realtà) di un’Unione per la sicurezza all’economia digitale. L’onere è assicurarsi che ogni prodotto sia del massimo rigore, della massima qualità, puntualità e rilevanza strategica, dalle Note Strategiche – le nostre analisi di dominio pubblico – a eventi di alto livello.

 

Essere un giovane italiano, in un ambiente del genere, come viene visto? Quali sono le difficoltà e i pregiudizi che hai dovuto superare?

Guarda, io ho la fortuna – o il difetto – di non dare molta importanza alla nazionalità o all’età, ma di guardare a chi mi sta di fronte in quanto persona e professionista, quindi all’etica e alla professionalità. Non sono mai stato discriminato in quanto italiano – questo, nella mia esperienza, è più un nostro complesso che una realtà. D’altra parte, è vero che a volte la gioventù viene guardata con il sospetto di inesperienza, ma la risposta che ho trovato più efficace è sempre stata la performance, non le parole. E devo essere grato ai miei capi che mi hanno dato la possibilità di mettermi alla prova e ai miei colleghi per saper apprezzare i fatti.

 

Raccontaci da insider degli Stati generali degli italiani nelle istituzioni Ue: cosa sono? Come nasce questa idea e dove vuole arrivare?

Gli Stati Generali degli italiani nelle Istituzioni europee sono un esperimento eccezionale: nessun Paese, prima del 23 giugno scorso, aveva costruito una simile infrastruttura per la rappresentazione, l’ascolto e la mobilitazione dei propri connazionali a Bruxelles. L’idea nasce dalla Rappresentanza d’Italia presso l’Ue e dal Ministero degli Affari Esteri che, insieme, hanno dato inizio questo laboratorio di italianità nell’Unione europea. Ovviamente, il vero evento comincia ora: l’occasione di riunirsi deve corrispondere a azioni per rappresentarsi. Gli italiani sono un decimo dei funzionari nelle Istituzioni – tantissimi! Saremo un coro unisono e una collezione di solisti? Questo dipende dall’impegno e dalle richieste di ognuno di noi.

 

Partendo dalle tue esperienze politiche, ma con lo sguardo rivolto al futuro dell’Italia: quali credi siano i problemi maggiori da risolvere per i giovani, per fare in modo che non sentano la necessità di andare altrove per realizzarsi?

Per rispondere vorrei chiarire che io sono un funzionario pubblico: di esperienze politiche da cui partire al momento non ne ho e, quindi, non mi avvalgo di tali facoltà. Detto ciò, penso che prevenire gli italiani dall’andare altrove per realizzarsi sia un ragionamento sbagliato. Sarebbe come provare a vincere una gara facendo inciampare gli atleti concorrenti, invece di allenarsi ad essere più veloci. In più, oggi la competizione è globale. Se un italiano vuole confrontarsi con un cinese, un giapponese, un indiano, una americano, ben venga – bisogna competere a rialzo.

La vera domanda, per me, è: come rendiamo l’Italia una destinazione attraente per vivere, lavorare e investire? E non solo per gli italiani, ma a livello internazionale. Il punto di partenza, per me, è l’investimento in capitale umano e un nuovo patto tra generazioni: l’Italia ha il record di giovani disoccupati e non impiegati in istruzione o formazione (Neet), e questo è un rischio per la sostenibilità sia del futuro della prossima generazione sia della prosperità di quella presente. Per cui, investire nell’istruzione digitale e della prima infanzia, digitalizzare l’industria, semplificare le procedure per creare un’impresa, promuovere le eccellenze accademiche con borse di studio… I Paesi che oggi prosperano e innovano sembrano aver seguito questi passi.

 

Che consigli daresti ai tanti giovani che ti guardano come un esempio, e che vorrebbero riuscire – magari anche in altri ambiti, perché no – in quello che stai facendo tu?

Di dare consigli non mi sento all’altezza! Quello che ha funzionato per me, fino ad oggi, è – come dicevo prima – chiedersi “Che cosa posso imparare? E perché?” piuttosto che “Chi voglio diventare?” Le competenze valgono più delle carriere. E poi circondarsi di persone migliori di se, che siano anche oneste e pronte a dirci cosa possiamo fare meglio e dove abbiamo sbagliato. Di critiche costruttive non si può mai essere sazi, specialmente in un mondo passiamo troppo tempo sui social a congratularci a vicenda con persone che la pensano allo stesso modo.

 

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Cosa si può fare in concreto per aiutare l’Italia nella sua crescita, anche lavorando da fuori, come stai facendo te, sfruttando le competenze e il talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute?

Nel mio piccolo, cerco di impegnarmi nel “dare al domani” e nel costruire “imprenditorialità civica”. In pratica, questo significa concentrarsi nel sostenere i più giovani – parliamo dai 18-20enni in giù – sia nell’acquisizione di competenze che nell’individuazione delle loro possibili scelte. Con la Fondazione Homo Ex Machina, di cui ho il privilegio si sedere nel talent board, stiamo provando a creare quest’infrastruttura intergenerazionale, dove dei dirigenti offrono il loro tempo e le loro esperienze ai più giovani e in cambio ricevono idee, prospettive nuove. Troppo spesso sottovalutiamo quanto si possa imparare da una persona di 10 anni. Mi chiedo se dovremmo istituire un giorno della settimana in cui condividiamo un gesto di imprenditorialità civica o di solidarietà tra generazioni. Che dice?

 

 

Noi di The Italians non possiamo che essere d’accordo con Leonardo. Inseriti nel contesto sempre più veloce e dinamico di un mondo globalizzato in continuo cambiamento, i ragazzi devono saper diventare imprenditori di se stessi e “migliorarsi per migliorare”. Se ampliare il proprio bagaglio di esperienze e confrontarsi con le altre culture è giusto, lo è anche lavorare per il proprio Paese e far sì che diventi sempre più meta attrattiva all’estero ma soprattutto per i propri giovani.
Ormai è diventato un mantra: non bastano discorsi teorici, occorrono delle proposte concrete. E nell’attesa di festeggiare – speriamo presto! – il primo giorno di imprenditorialità intergenerazionale, non ci resta che incrociare le dita e sperare che la storia di Leonardo possa essere utile a tanti altri giovani italiani sparsi nel mondo.

L’ennesimo articolo del bianco occidentale che va in Africa

Sono ormai passate due settimane da quando, col mio gruppo formato da volontari dalla University of Warwick, sono atterrato ad Accra, capitale del Ghana, per insegnare inglese alla University Staff Village school. Vi assicuro tuttavia che sembrano passati almeno un paio di mesi. Ogni giorno è così denso di novità e ricco di eventi fuori da quella che consideravo la “mia normalità”, che le ore si dilatano e quindici giorni sembrano quindici mesi. E proprio l’aver vissuto intensamente questo tempo, mi ha permesso di fare esperienze impensabili e creare ricordi che porterò sempre con me. Ma riflettendo sul come raccontare la mia storia e sul come renderle giustizia nell’articolo di un blog, sono arrivato ad una conclusione: per una volta mi dovrei spostare dalla luce del riflettore, per quanto mi piaccia crogiolarmici dentro, per lasciare spazio ad una riflessione più complessa, ad un messaggio di cui io posso solo essere il tramite.

Quindi mi scuserete se non vi racconto di come abbia imparato a suonare i tamburi della scuola in cui insegno o di come i miei studenti mi abbiano mostrato delle mosse di ballo tradizionali o di come sia entrato in contatto col rap ghanese (dalle sonorità e dai ritmi interessanti), perché forse avrete già sentito tutte queste storie da chi ha fatto un’esperienza simile alla mia. Ma sentirlo da loro non vi ha lasciato nessun segno e non vi ha provocato nessuna reazione a parte ammirazione nei loro confronti che (poveretti!) hanno speso parte della loro estate a “salvare” i bimbi del “terzo mondo”.  Chiamatelo sfogo di un ventenne dedito alla critica, chiamatela protesta, ma per stavolta Nicola non parlerà di quello che sta vivendo in Ghana e lascerà spazio ad una questione un po’ più grande di lui.

“Ma Nicola!” potreste pensare, “Perché mai dovrebbe essere un problema il mettere per iscritto quello che stai facendo là in Ghana?”.

Cari i miei venticinque lettori, proprio qui risiede il problema, e quello di cui sto parlando, più che un problema, è un rischio: il rischio di scrivere l’ennesimo articolo del “bianco occidentale” che va in Africa e torna felice e contento nel suo paese d’origine, come se fosse stato solo un brutto sogno. Del “bianco” che pecca di hubris e si sente in dovere di “salvare” i “poveri bimbi africani” (come se tutta l’Africa fosse identica in ogni sua nazione…). Del “bianco occidentale” che perpetra la diffusione di un’immagine di un continente che ha “apparentemente” bisogno di un aiuto che cali dall’alto da chi il mondo “lo conosce”.

Il rischio è che tutta l’attenzione vada tutta sul “santo” Nicola che li è andati ad aiutare “a casa loro”. Che anima pia!

Perché è questo che colpisce la gente: quando il “bianco occidentale” scende dal suo Olimpo e concede parte del suo prezioso tempo per fare del bene. Che ragazzo d’oro!

E se invece il fuoco dell’attenzione cambiasse? Se io vi stessi semplicemente indicando la luna e voi vi foste fermati a guardare il mio dito? Io sono un mezzo; sono solo un tramite attraverso il quale si fa un po’ di luce su di una scomoda realtà, ovvero che forse dovremmo mettere in dubbio le nostre priorità se il più grande problema, al momento, è evitare gli spoiler della nuova stagione di Game of Thrones.

No, non mi credo né un messia né un profeta. No, non sono impazzito a causa del troppo sole. Però il tono paternalistico credo vada mantenuto in quanto mi reputo profondamente consapevole di quello di cui sto parlando; e se non parla chi le cose le sa, chi dovrebbe farlo?

Quello che vorrei invitarvi a fare è semplice: riflettere. Fermarvi e riflettere; perché come ho scritto nel mio ultimo articolo, ad oggi, tutto va così veloce che anche il solo fermarsi e pensare viene visto come uno spreco di tempo.

Vorrei soltanto dirvi, in modo che lo sentiate da una voce amica, che forse la vita che facciamo in Italia o in Inghilterra, dopotutto, non è poi così male; forse, e lo dico anche se so di scadere nello scontato, i veri problemi sono altri; forse in una società assuefatta dalla “presenza” ci siamo dimenticati di cosa sia la vera “assenza”, ed è questo ad averci fatto perdere di vista le cose veramente importanti.

Vi posso dire che qui l’ “assenza” io l’ho trovata realmente e l’ho toccata con mano. Potrei elencarvi scene di miseria, degrado e abbandono che mi hanno aperto gli occhi; potrei anche parlarvi di come i miei studenti siano per l’85% provenienti da famiglie sotto la soglia di povertà. Ma voi tutte queste cose le avete già sentite, alla tv, in quegli spot che provocano troppo dolore semplicemente se li guardi per qualche secondo, o in alcuni post di Facebook che facilmente facciamo scorrere via, fuori dalla nostra vista. E così, la società caratterizzata da “presenza” e “abbondanza” non viene mai a contatto con il suo opposto: la fredda e tagliente “assenza” o “mancanza”. Perciò, scordandoci cosa siano la fame, la povertà e la lotta per la vita, ci rotoliamo felicemente nella nostra realtà dove tutti i nostri bisogni vengono soddisfatti, ciechi a ciò che sta fuori dalle nostre stalle e sordi ai veri gridi d’aiuto, ci preoccupiamo solo di comprare il prossimo paio di Yeezy prima che finiscano.

Non posso incolpare nessuno perché, purtroppo, per noi questa è la “normalità” in cui siamo cresciuti e con la quale misuriamo il nostro standard di vita: ecco perché parlo di “assuefazione alla presenza”. Solo qualche evento traumatico può rompere lo stato di “beata ignoranza” e svegliarci dal sonno della ragione: io sono venuto in Ghana, e voi? Ho conosciuto la “mancanza” ed ho così capito l’importanza della “presenza” e la sua fragilità, e voi? Mi sono fermato, ho riflettuto su quello che mi sta succedendo e ho apprezzato la centralità del “non avere” per dare il giusto peso ai problemi della nostra vita, e voi? Ho imparato e messo in dubbio delle certezze, e voi?

Beh, voi avete letto quest’articolo, no?

Ora, per concludere e per farmi felice, prendetevi il vostro tempo e fate un semplice esercizio d’immaginazione: se doveste vivere con circa 10 euro o meno al giorno, cosa mangereste? E se un giorno vi sentiste male e fosse necessario andare con urgenza da uno specialista, con quali soldi paghereste? Se di punto in bianco perdeste la casa, dove andreste a dormire?

Sapere cosa sia l’assenza e avere consapevolezza di cosa significhi, permette di definire la presenza nella nostra vita, e darle perciò il giusto peso.

 

Intervista a Simone Venturi, ricercatore in ingegneria aerospaziale all’University of Illinois (USA)

Quando il telefono virtuale di Skype inizia a suonare, qui a Terni (in Umbria, IT) sono circa le sette di sabato pomeriggio. A rispondere dall’altra parte dell’Atlantico settentrionale, a Champaign (Illinois, USA), è Simone Venturi, 27enne ternano che da Milano è arrivato in Olanda per un progetto di exchange e quindi in America prima per la tesi e poi per un dottorato in ingegneria aerospaziale all’University of Illinois at Urbana-Champaigh, tra le prime cinque università degli States per questo specifico settore.

Da loro – mi racconta Simone – è quasi mezzogiorno: il suo gruppo di ricerca (con persone che vengono da tutto il mondo) oggi può lavorare da casa. Non è necessario essere tutti i giorni in laboratorio o seguire rigidi orari con tanto di firma delle presenze. D’altronde si tratta di una materia veramente specifica: l’aerotermodinamica, ossia lo studio della temperatura sullo scudo termico delle navicelle spaziali mentre rientrano o nell’atmosfera terrestre oppure entrano nelle atmosfere di altri pianeti (come ad esempio Marte).

Simone la fa sembrare la cosa più facile del mondo. Ma facciamo un passo indietro: la storia del nostro Italian del mese inizia durante gli studi universitari al Politecnico di Milano, più precisamente all’inizio del secondo anno di specialistica in ingegneria aerospaziale.

Cercavo un possibile argomento ed un buon relatore per iniziare la tesi – ricorda Simone – di professori bravi la facoltà ne è davvero piena, tutti costretti però a lavorare su progetti che siano praticamente autofinanziati. Tante pale eoliche, tanta ingegneria del vento: ho provato a farmi piacere entrambi con corsi ed esami, davvero. Lì di fondi statali ed europei ce ne sono fin troppi e andiamo benissimo. Ma niente che sognassi di fare quando alle superiori mi vedevo iscritto ad Aerospaziale”. Così Simone ha iniziato a mandare email in tutto il mondo, in Germania, Svizzera, Olanda, Svezia, Inghilterra, America: “Cercavo sui siti dei dipartimenti contatti di professori che lavorassero su tematiche interessanti e gli chiedevo di poter collaborare sul loro progetto. La fortuna ha voluto che dopo quasi tre settimane, circa 60 mail inviate e quasi rassegnato, parlando con un mio amico, venisse fuori il nome di questo giovane professore toscano che tempo prima aveva tenuto un incontro all’università di Perugia e che a 38 anni non solo è professore all’University of Illinois ma è anche ricercatore NASA ed ESA”.

Ma quanto è stato facile lasciare tutto e partire? “All’inizio ho preso questa decisione pensando di stare in America per 6 mesi e di tornare in Italia per trovare lavoro. Le cose sono andate per il meglio, sono venuti fuori ottimi risultati: il professore mi ha chiesto di tornare negli USA per altri tre mesi ed insieme abbiamo fatto domanda per un bando NASA proponendo un progetto che altro non era che il proseguo naturale di quanto fatto in quei mesi di studi per la tesi”. Da qui è arrivata l’avventura dei sogni: “Sono stato tre mesi in internship alla Nasa a Mountain View, California, per quello che loro chiamano Game Challenge, ossia per testare fattibilità e tempi del progetto che avevamo proposto insieme al professore”. La NASA, ci racconta il giovane, è un centro di ricerca impressionante, gigantesco, come te lo immagini nei film: “Lavorare li è il sogno della mia vita, hai intorno persone davvero in gamba e vivi a stretto contatto con tutto quello che hai studiato nei libri. Ti capita di trovare una navicella nei laboratori, i risultati dei diversi test disponibili, meeting aziendali sulle future missioni, vedi numeri sperimentali di progetti che verranno realizzati nei prossimi cinque anni”. E dopo l’esperienza dei suoi sogni, Simone ha deciso di rimanere in America all’università dell’Illinois per un dottorato di altri 4 anni.

Mettendo a confronto i due sistemi educativi, le differenze con l’Italia sono lampanti: “Il dottorato in Italia ancora non è visto come un ulteriore punto di forza alla laurea specialistica – spiega Simone  – spesso viene considerato un approfondimento inutile che sottrae tempo all’azienda. Probabilmente, se mai tornerò in Italia, non credo che grazie al dottorato americano ci saranno ricadute importanti sulla mia carriera”. Dalla sua esperienza, Simone ha potuto vedere come in Europa molte delle aziende richiedano proprio nel curriculum vitae il dottorato: “Anche in America è fondamentale, però c’è da dire che le cose che ho studiato in Italia non sono paragonabili a quello che faccio qua. Se è vero che negli USA c’è più ricerca, in Italia però c’è più insegnamento”.

In altre parole, quello che penalizza l’università italiana è la mancata connessione con i centri di ricerca e il mondo aziendale. Quello che andrebbe cambiato, secondo il giovane ricercatore, è proprio l’idea alla base del sistema universitario italiano a partire da bandi e assegnazione di cattedre: “Non so se è una questione di tempo o se si risolverà con un cambio intergenerazionale – commenta Simone – nell’università italiana c’è più politica rispetto all’America, ecco perché spesso si parla di favoreggiamenti. Ma il problema della mancata meritocrazia, almeno per la mia esperienza, non l’ho mai vissuto”.

Tornare in Italia non è così semplice come si crede: “Anche se nel campo ingegneristico il lavoro si trova, in America lo stesso ruolo è pagato 4 volte tanto. Forse anche questo è uno dei motivi principali che porta sempre più giovani a lasciare il proprio paese”. Ma non sono solo questi i problemi da risolvere: “Se vuoi fare ricerca in Italia non ci sono abbastanza posti. Nelle aziende c’è pochissimo lavoro. Mancano i finanziamenti veri e seri per centri di ricerca, mancano start up di alto livello tecnologico. Ma non è vero che è tutto immobile: al Politecnico mi sono accorto che si sta andando nella direzione giusta, stanno iniziando a stringere contatti con le industrie. Bisogna rafforzare e creare una rete dove l’università sia presente e abbia poli tecnologici importanti”.

Lontano da casa, Simone ha avuto anche l’occasione di accorgersi di quanto all’estero gli italiani siano ben stimati: “La nostra preparazione accademica, per me, è paragonabile soltanto a quella che hanno gli indiani e forse i francesi. Sappiamo tanto ma lo sappiamo applicare poco”.

L’ottimo si trova in una via di mezzo: “Forse è veramente un bene, dopo l’università italiana, imparare gli strumenti per mettere in pratica tutto quello che abbiamo imparato. Ed ecco perché serve un’esperienza all’estero – conclude Simone – per tornare, però, serve che l’Italia metta nelle giuste condizioni tutti noi giovani con questo bagaglio enorme di esperienza multiculturale che ci portiamo, con tanta fatica e sacrifici, sulle nostre spalle”.

 

E poi un giorno parti e vai.

“Le nostre valigie logore stavano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevano altro e più lungo cammino da percorrere ma non importa, la strada è vita.” (Jack Kerouac)

Lunedí vado a Strasburgo. E voi penserete: bravissima, ma adesso cosa c’entra col tema del blog?

Fondamentalmente niente, ma in senso lato tutto. Perché io lunedí parto per il mio primo viaggio di lavoro, e per poter partire ho dovuto seguire l’iter burocratico stabilito dal dipartimento delle risorse umane, seguito da una catena di email con la Sig. Sabine dell’agenzia viaggi e culminando poi in una meravigliosa telefonata Edimburgo-Bruxelles nella quale ho tirato fuori tutta la mia conoscenza della lingua francese.

Fatto sta che dopo quasi due settimane di limbo – ma quindi parto? E i biglietti? Quale linea di budget ho? – adesso parto ed improvvisamente ho realizzato che la scuola è veramente finita. Non ci sono piú le giustificazioni di assenza, o i genitori che vanno a parlare coi prof.

Non proveró piú la sensazione mista tra euforia e terrore del tagliare il giorno delle interrogazioni di fisica, o le nottate sui libri di diritto dei media.

Ho iniziato a lavorare come stagista per il Parlamento Europeo ad Ottobre: come quando sono partita per l’università nel 2012, il mio trasferimento in Scozia è giunto un po’ inatteso, ma forse la sorpresa è stata dovuta al fatto che mi ero dimenticata di aver fatto domanda.

Definiamola la piacevole conseguenza di una crisi di panico causata dalla costante domanda: “Ah, ma quindi poi cosa fai dopo che ti laurei?” alla quale ho sempre voluto rispondere con un “Ah, ma quindi quando la smetti di fare domande del cavolo?”

Comunque… durante uno degli attacchi di panico causati dalla suddetta domanda mi sono ritrovata a fare quello che tutti i neo-laureati e laureandi si ritrovano a fare almeno una volta nella vita, ovvero la mega-ricercona su Google.

Ora, Google puó esserti amico come esserti nemico. La cosa importante è avere una specie di scaletta con le parole chiave piú ovvie legate ad una determinata area di specializzazione: nel mio caso, vista la mia istruzione e gli interessi personali, la scelta ovvia è ricaduta su “giornalismo”, “politica” e “internship”.

Ore dopo l’inizio della mia binge-session – che sarebbe probabilmente durata minuti se non mi fossi fatta distrarre da Youtube, ma lí sono scema io – mi sono ritrovata sul sito del Parlamento Europeo. Design semplice, molto user-friendly e soprattutto improntato sul coinvolgimento degli utenti grazie al trucchetto del colore blu, ma questa parte è probabilmente involontaria.

Trovata la sezione stage, mi sono trovata a contemplare le varie opzioni offerte, suddivise in:

● Graduate traineeship, anche dette Robert Schuman traineeships, offerte a candidati laureati con interessati ad un percorso generale, per giornalisti o dedicato ad un approfondimento sul lavoro del Parlamento in materia di diritti umani (stage Sakharov). Si possono svolgere nelle tre sedi principali degli uffici (Strasburgo, Bruxelles o Lussemburgo) oppure negli uffici informazione del Parlamento (EPIOs) che si trovano nei paesi membri;

● Training placements per studenti con diploma di scuola superiore o studenti universitari i cui corsi includono uno stage obbligatorio;

Per essere accettati in questi programmi bisogna sapere almeno una delle lingue ufficiali dell’Unione Europea – Inglese, Francese o Tedesco. Se però decideste di fare richiesta per uno stage in uno degli EPIOs dovete dimostrare di parlare la lingua del paese selezionato.

Scelto il percorso giornalistico ho compilato il form – ovviamente creato per creare ulteriori crisi di nervi grazie ad un delizioso limite di quindici minuti di tempo per la compilazione – e premuto invio. Circa tre mesi dopo (la scadenza per il periodo Ottobre-Febbraio è a Maggio) ho ricevuto una mail che non definirei proprio di conferma vista la mia confusione per circa due mesi prima dell’inizio dello stage. È stata la riprova che la terminologia burocratica è confusionale indipendentemente dai limiti nazionali.

Il 1 settembre mi è arrivata l’approvazione ufficiale del mio stage ad Edimburgo. E sí, mi sono sentita un po’ Harry Potter.

La squadra è piccola, e anche l’ufficio è minuscolo rispetto all’edificio Pierre Pflimlin che ospita gli EPIOs durante la sessione di Strasburgo, ma la ridotta dimensione aiuta a sentirsi subito parte del team. Ho un mio ufficio, e dei colleghi disponibili che mi aiutano a districarmi nella complessa realtà delle politiche Europee e Scozzesi.

A Strasburgo – una delle “missioni” previste durante il periodo di stage – sarò invece circondata da altri stagisti con i quali affronterò i labirintici edifici delle istituzioni europee durante la sessione del Parlamento, cercando di sopravvivere alle masse di eurocrati che ogni mese invadono la capitale dell’Alsazia e visitando uno dei piú rinomati mercatini di Natale d’Europa.