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L’ennesimo articolo del bianco occidentale che va in Africa

Sono ormai passate due settimane da quando, col mio gruppo formato da volontari dalla University of Warwick, sono atterrato ad Accra, capitale del Ghana, per insegnare inglese alla University Staff Village school. Vi assicuro tuttavia che sembrano passati almeno un paio di mesi. Ogni giorno è così denso di novità e ricco di eventi fuori da quella che consideravo la “mia normalità”, che le ore si dilatano e quindici giorni sembrano quindici mesi. E proprio l’aver vissuto intensamente questo tempo, mi ha permesso di fare esperienze impensabili e creare ricordi che porterò sempre con me. Ma riflettendo sul come raccontare la mia storia e sul come renderle giustizia nell’articolo di un blog, sono arrivato ad una conclusione: per una volta mi dovrei spostare dalla luce del riflettore, per quanto mi piaccia crogiolarmici dentro, per lasciare spazio ad una riflessione più complessa, ad un messaggio di cui io posso solo essere il tramite.

Quindi mi scuserete se non vi racconto di come abbia imparato a suonare i tamburi della scuola in cui insegno o di come i miei studenti mi abbiano mostrato delle mosse di ballo tradizionali o di come sia entrato in contatto col rap ghanese (dalle sonorità e dai ritmi interessanti), perché forse avrete già sentito tutte queste storie da chi ha fatto un’esperienza simile alla mia. Ma sentirlo da loro non vi ha lasciato nessun segno e non vi ha provocato nessuna reazione a parte ammirazione nei loro confronti che (poveretti!) hanno speso parte della loro estate a “salvare” i bimbi del “terzo mondo”.  Chiamatelo sfogo di un ventenne dedito alla critica, chiamatela protesta, ma per stavolta Nicola non parlerà di quello che sta vivendo in Ghana e lascerà spazio ad una questione un po’ più grande di lui.

“Ma Nicola!” potreste pensare, “Perché mai dovrebbe essere un problema il mettere per iscritto quello che stai facendo là in Ghana?”.

Cari i miei venticinque lettori, proprio qui risiede il problema, e quello di cui sto parlando, più che un problema, è un rischio: il rischio di scrivere l’ennesimo articolo del “bianco occidentale” che va in Africa e torna felice e contento nel suo paese d’origine, come se fosse stato solo un brutto sogno. Del “bianco” che pecca di hubris e si sente in dovere di “salvare” i “poveri bimbi africani” (come se tutta l’Africa fosse identica in ogni sua nazione…). Del “bianco occidentale” che perpetra la diffusione di un’immagine di un continente che ha “apparentemente” bisogno di un aiuto che cali dall’alto da chi il mondo “lo conosce”.

Il rischio è che tutta l’attenzione vada tutta sul “santo” Nicola che li è andati ad aiutare “a casa loro”. Che anima pia!

Perché è questo che colpisce la gente: quando il “bianco occidentale” scende dal suo Olimpo e concede parte del suo prezioso tempo per fare del bene. Che ragazzo d’oro!

E se invece il fuoco dell’attenzione cambiasse? Se io vi stessi semplicemente indicando la luna e voi vi foste fermati a guardare il mio dito? Io sono un mezzo; sono solo un tramite attraverso il quale si fa un po’ di luce su di una scomoda realtà, ovvero che forse dovremmo mettere in dubbio le nostre priorità se il più grande problema, al momento, è evitare gli spoiler della nuova stagione di Game of Thrones.

No, non mi credo né un messia né un profeta. No, non sono impazzito a causa del troppo sole. Però il tono paternalistico credo vada mantenuto in quanto mi reputo profondamente consapevole di quello di cui sto parlando; e se non parla chi le cose le sa, chi dovrebbe farlo?

Quello che vorrei invitarvi a fare è semplice: riflettere. Fermarvi e riflettere; perché come ho scritto nel mio ultimo articolo, ad oggi, tutto va così veloce che anche il solo fermarsi e pensare viene visto come uno spreco di tempo.

Vorrei soltanto dirvi, in modo che lo sentiate da una voce amica, che forse la vita che facciamo in Italia o in Inghilterra, dopotutto, non è poi così male; forse, e lo dico anche se so di scadere nello scontato, i veri problemi sono altri; forse in una società assuefatta dalla “presenza” ci siamo dimenticati di cosa sia la vera “assenza”, ed è questo ad averci fatto perdere di vista le cose veramente importanti.

Vi posso dire che qui l’ “assenza” io l’ho trovata realmente e l’ho toccata con mano. Potrei elencarvi scene di miseria, degrado e abbandono che mi hanno aperto gli occhi; potrei anche parlarvi di come i miei studenti siano per l’85% provenienti da famiglie sotto la soglia di povertà. Ma voi tutte queste cose le avete già sentite, alla tv, in quegli spot che provocano troppo dolore semplicemente se li guardi per qualche secondo, o in alcuni post di Facebook che facilmente facciamo scorrere via, fuori dalla nostra vista. E così, la società caratterizzata da “presenza” e “abbondanza” non viene mai a contatto con il suo opposto: la fredda e tagliente “assenza” o “mancanza”. Perciò, scordandoci cosa siano la fame, la povertà e la lotta per la vita, ci rotoliamo felicemente nella nostra realtà dove tutti i nostri bisogni vengono soddisfatti, ciechi a ciò che sta fuori dalle nostre stalle e sordi ai veri gridi d’aiuto, ci preoccupiamo solo di comprare il prossimo paio di Yeezy prima che finiscano.

Non posso incolpare nessuno perché, purtroppo, per noi questa è la “normalità” in cui siamo cresciuti e con la quale misuriamo il nostro standard di vita: ecco perché parlo di “assuefazione alla presenza”. Solo qualche evento traumatico può rompere lo stato di “beata ignoranza” e svegliarci dal sonno della ragione: io sono venuto in Ghana, e voi? Ho conosciuto la “mancanza” ed ho così capito l’importanza della “presenza” e la sua fragilità, e voi? Mi sono fermato, ho riflettuto su quello che mi sta succedendo e ho apprezzato la centralità del “non avere” per dare il giusto peso ai problemi della nostra vita, e voi? Ho imparato e messo in dubbio delle certezze, e voi?

Beh, voi avete letto quest’articolo, no?

Ora, per concludere e per farmi felice, prendetevi il vostro tempo e fate un semplice esercizio d’immaginazione: se doveste vivere con circa 10 euro o meno al giorno, cosa mangereste? E se un giorno vi sentiste male e fosse necessario andare con urgenza da uno specialista, con quali soldi paghereste? Se di punto in bianco perdeste la casa, dove andreste a dormire?

Sapere cosa sia l’assenza e avere consapevolezza di cosa significhi, permette di definire la presenza nella nostra vita, e darle perciò il giusto peso.

 

Ogni partenza é un arrivo

Bisogna subito mettere in chiaro una cosa: la parola “partenza” non avrebbe senso se non ci fosse un luogo dal quale partire. E’ il fatto che si stia per abbandonare un posto che consideri così importante, a rendere la partenza difficile. Se non vi avessi vissuto intensamente, se non vi avessi creato dei legami e se non avessi avuto nulla da perdere, la separazione non sarebbe stata dolorosa.

Ma è questo, ripeto, che rende ogni partenza difficile.  

E allora fa male pensare a quello che lasci dietro e a tutte quelle cose che non potrai fare e che per tutta la tua vita sono state la “normalità”. Sai cosa perdi, e non sai cosa ti aspetta dall’altra parte.

Così è cominciata la mia avventura in Inghilterra quando a fine settembre 2016 sono partito per Coventry per frequentare l’University of Warwick. Sono arrivato qualche giorno prima che iniziasse l’anno accademico ed ho perciò speso delle notti in un hotel, per poi trasferirmi nel campus universitario. Ecco, quei giorni sono stati il mio limbo. No, non sto parlando di alcuna danza sudamericana; mi riferisco al vivere un periodo in cui tutto sembra cristallizzato, fermo, ma allo stesso tempo carico di novità che ancora non puoi conoscere. E’ come se il passato ti trattenga, mentre in lontananza vedi la luce di quello che verrà. E sei fermo lì nel mezzo, immobile. Sapevo cosa avevo perso, ma non cosa mi aspettava dall’altra parte.

Se vi state chiedendo come abbia superato questo stallo frustrante, rispondo che ho semplicemente aspettato. Aspettato, e sofferto un po’. Credo che la gente non si aspetti di leggere queste cose nel blog di un ventenne, ed è proprio questo il problema: ad oggi, “l’attesa” e “la sofferenza” sono due taboo. Si cerca di evitare di soffrire e di aspettare, a tutti i costi, come se l’unico scopo nella vita sia avere tutto e subito, sempre col sorriso in faccia. Nella vita reale, però, non è così; per fortuna aggiungerei, visto che il mio limbo di attesa ha reso ancora più luminoso quello che avrei trovato dopo. Il vuoto che si è creato, ha lasciato ancora più spazio a tutto ciò che sarebbe accaduto di lì a poco. Ma abbiamo paura del vuoto, forse perché è l’unico momento in cui siamo veramente da soli con noi stessi, e allora ci riempiamo di cose senza significato, peggiorando ulteriormente la situazione.

A Warwick, sicuramente, di significato ne ho trovato, e anche molto. Ce n’era un po’ in chi ho conosciuto i primi giorni e non ho più rivisto, in chi mi ha deluso e in chi mi ha voluto bene, in chi mi ha guardato con curiosità e in chi ha suscitato la mia di curiosità, in chi mi ha fatto star male e in chi ho fatto soffrire, in chi ha creduto in me, in chi se n’è andato e in chi prima o poi tornerà. E la lista continua, ed è lunghissima. Sarebbe fantastico elencare quello che mi ha reso ciò che sono diventato, ma anche se provassi a nominare dalla prima all’ultima tutte queste esperienze, ne mancherebbe sempre qualcuna visto che magari alcune me le scorderei, altre mi farebbe troppo male nominarle o semplicemente, ad altre ancora non darei l’importanza che si meriterebbero.

E dopo un anno, mentre lascio l’università, mi rendo conto che quello che ho vi costruito ha reso difficile, per la seconda volta, la partenza. Va bene così, mi dico, perché significa che qui a Warwick ho creato una nuova “normalità”. Significa che vi ho vissuto intensamente e vi ho creato dei legami. Significa che non ho alcun rimpianto. Il segreto è rendere ogni partenza, un arrivo.

 

 

 

 

Quindi studi Sviluppo sostenibile? E cosa sarebbe di preciso?

Quando si ritorna a casa dopo un intero trimestre passato a studiare nella fredda Inghilterra, capita che si abbassi la guardia e ci si lasci coccolare dal caldo sole mediterraneo e dall’amore incondizionato (da manuale) dei nonni. Occhio però: saremo anche rilassati e in pace con noi stessi, ma da un momento all’altro questa tranquillità potrebbe essere interrotta da una semplice domanda. Vicini di casa, ex compagni di classe, professori e cugini di terzo grado; tutti vogliono sapere:

Che cosa studi all’università?

Ed è in quel momento che parte lo scioglilingua: “Politics and International Studies & Global Sustainable Development”. Ciò provoca al mio interlocutore, il 99% delle volte, un forte imbarazzo che provo a mitigare fornendogli la traduzione in italiano, che più o meno suona così: scienze politiche, relazioni internazionali e sviluppo sostenibile. Sentendo le prime due parti sembrano capire che faccio qualcosa legato alla politica (e mi compatiscono) mentre quando viene nominata l’ultima, la loro sete di informazioni si fa ancora più profonda e sganciano il tipico:

E cos’è lo ‘sviluppo sostenibile’?

Beh, caro il mio interlocutore, hai appena fatto la domanda da un milione di dollari alla quale anche i professoroni delle più rinomate università faticano a rispondere. Tuttavia, non posso lasciarti a bocca asciutta altrimenti penseresti che stia sprecando il mio prezioso tempo dietro materie la cui utilità è discutibile. E così, scendo dalla torre d’avorio, dove ogni tanto gli studenti universitari si arroccano quando sono lontani da casa da troppo tempo e tento di dare una definizione più diretta possibile: una di quelle che riesca a fermare il fiume in piena di domande che mi sta travolgendo.

Studiare sviluppo sostenibile significa studiare il modo in cui il mondo, e chi lo abita, possa svilupparsi tenendo conto dell’ambiente, delle problematiche sociali e di quelle economiche.”

Seppur non sia una terribile definizione da dare in trenta secondi a qualcuno che magari non riesce neanche a sentirti a causa del traffico e dei clacson intorno a voi, purtroppo però non rende onore a tutto il dibattito sull’argomento. Mi prendo perciò questo spazio per provare a spiegarvi cosa sia il fantomatico ‘sviluppo sostenibile’ di cui s’inizia a parlare parecchio ultimamente. Vi mostrerò le principali interpretazioni date negli ultimi decenni e le tendenze che hanno guidato il dibattito fino al giorno d’oggi. Con la speranza che, quando la prossima volta qualcuno mi chiederà di cosa tratti il mio corso di laurea potrò dire: ecco il link del mio blog ☺.

E’ nel 1980 che le parole “sviluppo” e “sostenibile” vengono usate per la prima volta una accanto all’altra, in una pubblicazione molto influente intitolata World Conservation Strategy: Living Resource Conservation for Sustainable Development  pubblicata dall’UNEP (United Nations Environment Programme) e dal WWF.

Bisogna aspettare il 1987 per avere la prima e più classica definizione di sviluppo sostenibile nel famoso report “Our Common Future”, conosciuto come Brundtland Commission, che recita: “Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.”

Questa visione ‘intergenerazionale’ (ovvero che tiene in considerazione sia il bene della generazione presente sia di quelle future) è stata incoronata nel 1992 al Rio Earth Summit come il concetto che avrebbe guidato i progetti riguardanti la sostenibilità e la protezione dell’ambiente negli anni a seguire.

Nel 1997 viene proposta una nuova visione dello sviluppo sostenibile che non è più intergenerazionale, bensì tripartita. Nel Programme for the Further Implementation of Agenda 21  si sottolinea l’importanza dell’interdipendenza e del reciproco rapporto di rafforzamento dello sviluppo economico, lo sviluppo sociale e la protezione ambientale. Queste tre componenti portano ad uno sviluppo sostenibile. Il suddetto principio è stato adottato nel 2012 al Rio 20 Summit  e poi nel 2015 ha guidato alla creazione dei Sustainable Development Goals: 17 obiettivi che secondo le Nazioni Unite vanno raggiunti entro il 2030, per garantire un futuro sostenibile al nostro pianeta.

Questa è la storia della definizione formale dello sviluppo sostenibile, inteso prima come un dovere verso le generazioni future e poi come un obiettivo tripartito caratterizzato da una multidisciplinarità strutturale. La mia definizione si conforma alla seconda delle interpretazioni e mi permette di cavarmela facilmente ai pranzi di famiglia.

Ma se poi vogliono sapere di più? Se non gli basta la pedante spiegazione del concetto e vogliono avere degli esempi pratici di cosa significhi fare sviluppo sostenibile?

Beh, risponderei che (per fortuna) ci sono un gran numero di esempi in cui i principi della sostenibilità sono stati applicati in giro per il mondo con successo. Risponderei che lo sviluppo sostenibile non passa solo attraverso le Nazioni Unite. Risponderei che chiunque può comportarsi in maniera consapevole e creare il cambiamento che vuole veder avvenire nella sua comunità e anche oltre di essa (che non significa solo chiudere il rubinetto quando ti lavi i denti). Risponderei che la sostenibilità va vissuta e le si dà forma con ogni scelta che facciamo.

Risponderei di leggere il mio blog: “Chiedimi se sono sostenibile”.