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Intervista al fondatore di Elliot for Water, Andrea Demichelis, l’Italian che trasforma le ricerche online in gocce d’acqua

Imprenditore digitale ecologico. Andrea Demichelis, classe 1993 originario di Laigueglia (Liguria), è uno di quei giovani che ha deciso di fare del proprio lavoro un progetto di ricerca innovativo, unico nel suo genere. Qualcuno li chiama “lavoratori 2.0”; per noi, è l’Italian del mese.
La storia di Andrea inizia a 19 anni quando, finita la scuola superiore e fatte le valige, decide di andare a studiare a Parigi alla Eslsca Business School. Durante l’ultimo anno di università l’illuminazione e quindi, dopo una parentesi di un anno e mezzo in Piemonte dedicata allo studio dello sviluppo del motore di ricerca, la nascita di Elliot For Water, un “Google” ecologico che crea acqua ogni volta che si cerca su internet. Con sede a Londra.

Il suo progetto? Portare acqua potabile a 1 milione di persone entro il 2025.

 

Ciao Andrea! Partiamo subito dal tuo motore di ricerca che dona acqua potabile: com’è nata l’idea di questo progetto? In pratica, di cosa si tratta?

Elliot For Water è l’innovativo motore di ricerca che trasforma la ricerca sul web in un aiuto globale umanitario, usando il 60% del profitto per realizzare progetti legati all’acqua potabile nei paesi in via di sviluppo. Si può dire che ogni click sia una goccia d’acqua. Per realizzare i progetti sul campo ci appoggiamo a ONG locali come Well Found, un’associazione non profit di Londra con esperienza decennale, che opera nel territorio della Guinea-Bissau e del Burkina Faso. In poche parole Elliot For Water è come Google, la differenza è che ogni volta che cerchi qualcosa stai donando acqua potabile, senza però spendere un solo euro. L’idea è nata dal fatto che sentivo di dover fare qualcosa che avrebbe potuto aiutare molte persone, avere un impatto positivo nel mondo, e non solo qualcosa che mi avrebbe reso ricco.

 

Quali sono gli obiettivi e quanto, per adesso, è stato raggiunto? Lavorare sul digitale – come stai facendo te – e sfruttare le infinite potenze della rete: credi sia questo il futuro che attende i giovani?

Il mio obiettivo è quello di portare acqua ad 1 milione di persone entro il 2025. In questo momento stiamo lavorando sul primo progetto di acqua potabile, che ha luogo in Guinea-Bissau, e sarà un grande passo riuscire a realizzarlo.

Io penso che si stia andando verso quella direzione, si. Con questo, però, non voglio dire che tutti devono lasciare lavoro e studi per buttarsi a fare gli imprenditori online, ma solo che ci sarà bisogno di avere una conoscenza di tutto quello che sta succedendo in rete, e delle nuove tecnologie, perché sicuramente questo permetterà di avere enormi vantaggi competitivi, in ogni settore lavorativo.

 

Ma quanto è competitiva l’Italia, rispetto agli altri paesi, sul digitale e sulle nuove tecnologie? Si potrebbe fare di più? E cosa, semmai.

Dal punto di vista digitale ho l’impressione che l’Italia si trovi spesso a rincorrere, che aspetti che la tecnologia o l’innovazione di turno diventi “di moda” in altri paesi, per poi seguirne il trend. Basta vedere le criptovalute, quante persone in Italia le conoscono, al di fuori di chi lavora nel settore? Credo che per fare di più basti poco: aprire le nostre vedute e accettare il cambiamento accompagnandolo e crescendo insieme.

Quello che mi sembra di vedere, e parlo esclusivamente per il mio settore di lavoro, è che il nostro sia un paese abbastanza vecchio, e pesante, in cui difficilmente si fanno passi in avanti verso l’innovazione, e se si fanno sono molto lenti e tra mille difficoltà. Prendiamo solo il caso delle start-up: sia a Londra che a Parigi, per esempio, si trovano letteralmente accelleratori e Hub ogni 50 metri, tra un po’ ci saranno più programmi di aiuto per giovani imprenditori che idee da sviluppare. In Italia, invece, i programmi di questo tipo sono molto meno sviluppati e conosciuti, e quindi è normale che chi si voglia affacciare a questo settore sia più portato a trasferirsi all’estero.

 

Come “Italian” oggi con Elliot for Water sei a Londra, ma sappiamo che prima lavoravi dall’Italia. Come mai questo cambiamento? Quali sono le opportunità che all’estero ti hanno aiutato ad emergere (e che non hai trovato in Italia)?

In realtà in Italia ho fatto solo il periodo di sviluppo perché ero li quando ho avuto l’idea, ed è li che ho incontrato il ragazzo che ha sviluppato il motore di ricerca. Prima di iniziare a lavorare su Elliot vivevo a Parigi, quindi ero già fuori dall’Italia, e dal mio punto di vista la scelta di dove far nascere il mio progetto sarebbe ricaduta semplicemente sul paese che avrebbe potuto darmi più vantaggi, e questo è stato Londra. Ho provato ad aprire la società in Italia, onestamente, ma i costi, sia iniziali che di gestione, erano insostenibili per un ragazzo appena uscito dall’università. Un altro fattore che ha giocato a favore del Regno Unito è stato il fatto che da noi non esistono città con un ambiente così internazionale e così aperto alle start-up come Londra.

 

Quali sono le maggiori differenze che hai potuto notare tra il nostro mondo del lavoro e quello in altri Paesi? Punti di forza e aspetti negativi, ovviamente!

Londra è decisamente più aperta al mondo delle Start-Up, la burocrazia è più snella e i vari procedimenti molto più veloci. Io personalmente non penso si possano mettere a confronto, sono due animali completamente diversi, o almeno per quello che riguarda il mio settore. Se un ragazzo fosse interessato a lavorare nella moda, per esempio, sicuramente la situazione sarebbe molto diversa.

 

Credi che la mancata corrispondenza tra capacità acquisite durante il percorso di studi e il mondo del lavoro sia uno dei fattori fondamentali della cosiddetta “fuga di cervelli”?

Probabilmente si, ma immagino sia così in tutti i paesi, e sinceramente non lo vedo come un problema. Io penso che ogni persona si trasferisca nel paese che può dargli più possibilità in base a cosa vuole fare nella vita. Io che sono un imprenditore che lavora nel digitale mi sono spostato a Londra, ma un americano che vuole concentrarsi nel settore dei vini, per esempio, avrebbe molte più possibilità in Italia che nel Minnesota, e penso sia giusto che abbia il diritto di farlo.

 

Parliamo ora della tua formazione: avendo studiato sia in Italia che in Francia, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi due paesi? Ma soprattutto, se potessi, cosa cambieresti in Italia?

In Italia ho studiato fino al liceo, appena finita la quinta mi sono trasferito a Parigi e mi sono iscritto in una Business School, quindi non ho i mezzi per confrontare i due sistemi educativi. Però posso dire una cosa, nel sistema in cui ho studiato ogni studente sceglie il proprio Major, del quale è obbligato a seguire tutti i corsi, mentre tutto il resto delle classi è scelto dal ragazzo in base a cosa vuole fare nel futuro, e questo lo trovo molto più intelligente e utile che livellarci tutti ugualmente. Io e te, per esempio, possiamo entrambi studiare Finanza, però se io voglio concentrarmi sulle energie rinnovabili mentre tu su Macroeconomia, mi sembra giusto che entrambi possiamo avere la possibilità di focalizzarci di più su materie che servono al nostro percorso personale.

 

Perché secondo te oggi sempre più giovani decidono di partire? Quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

Su questo argomento c’è da fare una distinzione. A mio parere ci sono due tipi di persone che lasciano il proprio paese: i cittadini del mondo, come me, e chi lo fa per necessità.

Ora, nel mio caso io sono Italiano di nascita, amo il mio paese più di chiunque altro, e guai a chi me lo tocca, però non sento la necessità di avere confini. A me piace viaggiare, stare in ambienti internazionali, vivere in un paese dove non si parla la mia lingua, e conoscere altre culture.

Per questi motivi io non sto scappando, sto solo vivendo la mia vita come se il mondo fosse la mia nazione. Nel secondo caso, invece, bisognerebbe vedere settore per settore, capire perché chi davvero vuole rimanere in Italia sia costretto ad andarsene, e cercare di migliorare la situazione in modo che questo non accada più.

 

Che consiglio daresti a tutti quei giovani che hanno un’idea e non sanno come metterla in pratica? Credi sia davvero necessario fare bagagli e andare altrove?

Molto dipende dal settore in cui si vuole lavorare, però non penso sia necessario partire, abbiamo molte Start-Up anche in Italia. L’unico consiglio che mi sento di dare è semplicemente di fare quello che ci si sente, senza doversi ritenere in debito con nessuno. Se si ha voglia di partire, che si parta, se si ha voglia di restare, che si resti. A mio parere il problema sussiste solo nel momento in cui chi vuole rimanere non ha la possibilità di farlo.

 

Cosa potrebbe fare l’Italia per attrarre di più i giovani (sia italiani che di altri paesi), sia in ambito lavorativo, universitario e umanitario? Quali sono i gap da colmare assolutamente?

Immagino questa sia la domanda da un milione di euro! Onestamente non ho una risposta, ma penso che aprirsi all’innovazione, lavorare sulla burocrazia, anche con l’aiuto del digitale, e prendere spunto da tutti quei settori in cui siamo i migliori al mondo, sia un buon punto di partenza.

 

Per seguire Andrea e il suo progetto dell’acqua a portata di click, potete seguirlo su  www.elliotsway.com o su twitter @Andrea_e4w.

Ode ad Edimburgo

“Una casa non è una questione di mattoni, ma di amore. Anche uno scantinato può essere meraviglioso.” (Christian Bobin)

 

É passato piú di un mese dalla fine della mia esperienza a Edimburgo, e sento sia arrivato il momento di dedicare un po’ di inchiostro (si, lo so che è un computer, ma si fa per dire) ad una città meravigliosa che mi ha regalato tante emozioni e nuove esperienze, ed a delle persone che continuano ad accogliere migliaia di sconosciuti come se fossero membri di un unico grande clan.

Per tutto il periodo del mio stage mi sono annotata le piccole peculiarità che mi colpivano di più su un paese che non avevo avuto l’occasione di esplorare più di tanto, e sulla cui storia i nostri libri di testo si concentrano poco, preferendogli la più rinomata storia e cultura Britannica. I miei appunti passano da grandi differenze – partendo da quelle climatiche fino ad arrivare a quelle umane – a delle piccolezze che ho avuto l’occasione di scoprire quasi per caso, come delle foglie spostate dal vento e posatesi davanti a me in attesa di una nuova folata.

Prima di tutto la gente è più disponibile: sono atterrata a fine settembre, giusto all’inizio della stagione piovosa – perché in Regno Unito la pioggia smette, non si aggira come una cappa minacciosa come raccontano le leggende metropolitane – con due valigie enormi, uno zaino da campeggio ed un altra borsa solo per i documenti. Ovviamente l’appartamento affittato qualche giorno prima (di corsa, perché chi fa le cose per tempo è fondamentalmente una persona strana) era in una di quelle belle case tipicamente georgiane di mattoni, quelle che sfruttano tutta la superficie del palazzo ed includono degli appartamentini deliziosamente bui nel piano interrato raggiungibili solo con delle piccole scalette di pietra. Levigata dalla pioggia e scivolose.

Ora, io sono una di quelle persone che già ha problemi a camminare normalmente – non ho mai sviluppato una buona percezione dello spazio, il che risulta spesso in ematomi, lividazzi e tagli che compaiono a sorpresa sul mio corpo – e i miei genitori mi hanno gentilmente dotata di due caviglie prone al piegamento: cercare di portare giù tutta quella roba da sola avrebbe solo dimostrato a Theresa May che anche io sono una di quelle immigrate che viene solo per sfruttare il sistema sanitario nazionale anche se involontariamente.

Chi abita a Londra sa bene che in una situazione del genere la soluzione è solo una, ovvero bisogna iniziare a pregare tutte le divinità disponibili nei vari deck religiosi del mondo e rimboccarsi le maniche. A Londra la gente non ha tempo di fermarsi, perché il tempo è denaro e perché i bus vuoti nella rush hour passano una volta ogni morte di Papa. A Londra vige la legge che ognuno fa per se. Vi dicessero mai il contrario le opzioni sono due 1) Vi stanno mentendo; 2) Hanno trovato l’unica zona dove questa regola non vale – se così fosse, fatevi dare precise indicazioni che così mi trasferisco subito.

Ricapitolando. Ero da sola, con 48 chili di valigie da portare giù per almeno 10 gradini, la pioggia che mi scrosciava addosso senza alleviare la calura che mi portavo addosso grazie al maglioncino di lana (“Ascolta mamma, che in Scozia fa freddo: copriti che sennò ti viene la febbre”) ed in una strada laterale senza l’ombra di un umano attorno. Potevo piangere, oppure risolvere la situazione con un approccio da cartone animato, poggiando la valigia sul fronte e lasciandola elegantemente scivolare per le scale. La riduzione la fatica valeva la cattiva impressione che avrei fatto con i vicini.

Ma poi, in distanza, con il suo cappellino alla Bob Marley, una giacca gialla che neanche io, che adoro il giallo, avrei mai osato comprare ed un paio di orrende scarpe a punta marroni, compare lui. Lui che pare uscito da una Brixton anni ‘70 attraversa la strada e mi domanda, con un accento fortemente Scozzese – del tipo: Braveheart mettiti in coda come alle Poste che senza bollettino un accento così non te lo danno – se ho bisogno di aiuto.

Avrei voluto abbracciarlo tanto ero sorpresa dalla sua offerta. La settimana prima ero a Londra con la mia migliore amica, mani piene di borse della spesa (e shopping, ma questa è un’altra storia) ed una caviglia dolorante e non un cane che avesse almeno avuto la cortesia di scostarsi per farci scendere dal bus. Lui aveva attraversato la strada. Il mio stupore nel raccontarlo dovrebbe farvi capire quanto ormai sono poco abituata a questi improvvisi atti di cortesia.

Le cose sono andate solo migliorando nelle settimane seguenti.

Appena arrivata in Inghilterra nel 2012, la cosa che mi aveva colpita di più erano le code spontanee create dai passeggeri in attesa dei bus pubblici. A Torino una cosa del genere sarebbe stata impensabile. Il mio liceo si trovava nel centro città, vicino ad un altro liceo ed una scuola media: immancabilmente, anno dopo anno, gli orari di uscita si allineavano perfettamente, risultando in una perenne lotta all’ultimo sangue per riuscire ad infilarsi in un minuscolo anfratto dell’automezzo per arrivare ad un’ora decente per pranzo. Il fatto che io stessi a meno di quindici minuti a piedi dalla scuola è un piccolo dettaglio.

Avanti veloce di quattro anni e mi ritrovo in Scozia, che nonostante sia sempre parte del Regno Unito – per adesso? Per ancora qualche anno? Chissà – è completamente diversa sia a livello climatico che a livello umano.

Le code per i bus sono intelligenti, anche più che a Londra: la mattina si guardano gli orari dei bus appesi alla pensilina, si calcola quale dei veicoli arriverà prima e ci si regola di conseguenza. Gli astanti in attesa del primo si mettono sotto la tettoia della fermata, mentre gli altri aspettano in coda contro il muro, inserendosi sotto la tettoia solo quando il primo gruppo ha passato l’attento esame del conducente. E così man mano che arrivano i bus, senza scambiare mai una parola, seguendo un piano ben chiaro quasi geneticamente parte della persona.

Altro tratto tipicamente scozzese è la costante voglia di aprirsi agli sconosciuti. Mentre a Londra i primi mesi possono essere molto difficili per i nuovi arrivati, a meno che non si conosca già qualcuno o si entri da subito in contatto con la propria comunità di appartenenza, in Scozia mi sono sentita subito a casa. In primo luogo perché mi è stato dato il tempo di abituarmi alla nuova situazione professionale in cui mi trovavo, e anche grazie all’aiuto dei miei colleghi che da subito si sono offerti di farmi esplorare la città insieme a loro. Mi hanno da subito fatto sentire una di loro, ed ancora adesso condividiamo sui social media un rapporto di amicizia molto forte.

Per quanto io sia solitamente introversa, mi faceva piacere conversare con i commessi e le commesse dei negozi del centro, o scambiare qualche chiacchiera con i cassieri del mio supermercato locale. A Londra c’è sempre un sacco di gente da servire, e mi rendo conto che il medesimo approccio non sia possibile in una così grande città, però ho molto apprezzato il poter scambiare due parole con la gente nei negozi senza dovermi preoccupare della ressa di gente in coda dietro di me.

Come ha detto mia sorella quando è venuta a trovarmi la prima volta a Edimburgo, la Scozia è molto più europea rispetto al resto del paese – anche se la sua metrica di paragone si basa fondamentalmente sull’aggiunta del cucchiaino insieme al suo caffè invece degli stecchini inutili di Starbucks per girare lo zucchero.

La sensazione che mi ha dato era molto simile a quella che provo normalmente quando torno a Torino. Un’ondata di acqua fresca, che rinvigorisce e rafforza, accompagnata da una rilassante sensazione di calma che purtroppo a Londra bisogna imparare a ritagliarsi nella routine più frenetica della capitale.

Una sensazione di casa.

 

 

 

 

Vivere all’estero & portafogli: penny risparmiati sono penny guadagnati

Mi alzo e la prima cosa che vedo dopo aver spento la sveglia è un SMS automatico della banca che mi avverte che mi è stata depositata la paga del mese – ‘SOGLIA SUPERATA’ . E’ fine mese, è pay day, ed è sempre una sensazione di festa mista a sospiro di sollievo che fa dire a colleghi giovani e non: “Oh, birra dopo l’ufficio stasera allora?!”. In viaggio verso lavoro, tra una fermata e l’altra della metropolitana, usando il Wi-Fi delle stazioni, apro un paio di pagine sul telefono: apro ASOS e lo richiudo subito, apro Rightmove (piattaforma di agenzie immobiliari) per controllare se ci sono nuovi bilocali nella zona in cui sto cercando e, guardando gli affitti e i depositi, mi sento subito in colpa per aver fatto scorta di costosi avocado la sera prima.

Soldi e spese non sono esattamente uno degli argomenti più facili, o più socialmente accettabili di cui parlare in compagnia di amici e famiglia, specie all’inizio di una carriera / vita ‘adulta’. Come mezzo mondo sa, città come Londra sono armi a doppio taglio: piene di stimoli e tentazioni ma costose da far impallidire un fantasma. Pur con uno stipendio decente, che convertito in Euro, e applicato alla vita in Italia farebbe dire a chiunque “bell’inizio alla tua età!”, mi ritrovo a Googlare cose come “creare budget personali”, “tassi d’interesse sui conti risparmio”, oppure – per quando mi sento più avventurosa – “fondi investimenti per under 30”. In quest’ultimo anno e mezzo, sono diventata molto più responsabile finanziariamente, molto più accorta, accarezzando quella mentalità più zio Paperone che Paperino che stuzzica le mie manie di controllo.

Ci lamenta spesso in certi circoli di come la scuola (italiana ma ovunque è così, ve lo assicuro) non prepari a pagare tasse, a paragonare e scegliere prodotti bancari, a investire e risparmiare – partendo dall’importanza dei fondi pensione. Cose che però sono inevitabili nella vita, e finiscono per diventare un campo minato nel momento in cui s’inizia a diventare completamente indipendenti. Tuttavia posso dire che l’ambiente qui nel Regno Unito favorisce una certa auto imprenditorialità nel gestire le proprie finanze, sostenuta da agevolazioni governative e non verso i giovani che vogliono impegnarsi a mettere via qualcosina per il futuro. O ripagare i debiti d’onore delle università inglesi – argomento controverso che non mi permetto di toccare.

Ci sarà una spiegazione storica senz’altro, sicuramente dettata dal retaggio della Sterlina (nei secoli pre-Brexit per lo meno, e post-Brexit chissà), dell’importanza della City come una delle capitali della finanza globale, sarà l’etica protestante che ha nei secoli soppresso l’equazione ‘denaro = cosa sporca’. In lingua inglese, è un fioccare di editoriali sul Financial Times o The Economist di manuali di sopravvivenza per Millennials che vogliono essere finanziariamente stabili, blog di ragazzi e ragazze che vogliono sentirsi appagati nel lavoro che fanno e al tempo stesso vogliono assicurarsi di avere un futuro solido, coprirsi le spalle di fronte alle instabilità della macroeconomia targata anni ’10, lo spauracchio di affitti, mutui e carte di credito. Sì, la mia nuova passione sono approfondimenti di questa natura, quando prima la mia ricerca media su Internet era ‘rossetti rossi freddi o rossi caldi?’ (Scherzo. Forse).

L’atteggiamento intraprendente dei miei coetanei inglesi mi ha fatto abbandonare scetticismi magari tutti italiani (la bankehh!!1!), magari tutti miei, nei confronti di questo argomento delicato, che nessuno di noi – emigrati e non – può permettersi di soprassedere. Iniziative per i giovani rivolte all’educazione finanziaria sono un buon punto di partenza guardando a programmi per chi è ancora nella scuola dell’obbligo, ma bisognerebbe in generale favorire una cultura meno timida e più onesta sulla questione ‘denaro e come gestirlo’ anche per noi nella fascia di età 20-30. Una raccomandazione che va di certo di pari passo a necessari cambiamenti sistemici in Italia, in come il mondo del lavoro, le aziende e il settore finanziario stesso si rapportano con i giovani, nelle opportunità a disposizione. Il mio consiglio iniziale è riconoscere che l’argomento non deve essere taboo, e che è meglio prenderne dimestichezza fin da subito: dalle emoji di banconote 💵 📈 ai fogli Excel, vi prometto il futuro voi stesso vi ringrazierà per la lungimiranza.

SE ‘STAY HUNGRY’ E TU LO SAI…

Questo è un post molto sofferto – dove vi racconto del lato più banale se volete dell’Italian emigrato. Il lato quasi di hangover, quello dove le cose non luccicano in toni marmo bianco-oro rosa, del ‘welcome to my beautiful life’, ma dove nemmeno sono disperate. Sono e basta. La vita normale tipo, quella che magari non rafforza la convinzione che la vita all’estero sia un susseguirsi di party con la Regina d’Inghilterra e start-up rivoluzionarie. Noi Italians non siamo sempre in corsa disperata per il prossimo grosso passo/progetto – proprio no, e lo scopro a spese mie. Bravo Steve (Jobs), grazie millissime, ci dai queste idee (‘Stay hungry, stay foolish!’) e poi te ne vai e io non posso prenderti a schiaffi.

La fame che ho nella testa non è molto sana: è fatta di processi e attese come antipasti, ma cerca e sogna risultati come se fossero la sola portata principale. Ed è forse, in tutta onestà, un lato che devo affrontare con una buona dose di senso critico. Si finisce per vivere all’estero come un avamposto di se’ stessi, con un bagaglio di amicizie e famiglia sempre più leggero come presenza fisica, che rimane sparso a incastro su altre latitudini e zone orarie. Ci vuole, e lo ammetto con orgoglio, una buona dose di testardaggine e determinazione per non restare troppo fermi in un posto.

Perché quando ci si ferma, si pensa. Nel mio caso, si pensa troppo. “E ora che sono qui dove volevo essere?” Non che abbia vissuto, fino ad ora, lo studio in Asia, in America, il lavorare in Europa (continente e non, per stabilirsi poi nell’isola del ‘non’) col fiato sospeso di chi deve ingozzarsi senza un domani, senza valutare e riflettere. Per carità, spesso negli ultimi anni è stato il contrario: un susseguirsi di riflessioni, riflessioni ponderate ma lampo perché spesso dettate da scadenze, opportunità che se non afferri al volo che fai, aspetti?

Io sarei capace di smettere di preoccuparmi soltanto se mi dessero una botta forte in testa. Chill. Ma che chill. Nella mia fretta di fare e ansia di arrivare, quei continui scatti da centometrista disperato, non mi sono quasi mai chiesta cosa sarebbe significato stabilizzarsi a un passo più mantenuto, da corsa lunga.

Diventa la vita di tutti i giorni, dettata da ritmi che non conoscevi ancora quando tutto era un susseguirsi di appelli e aerei da incastrare, bandi e graduatorie, piani studio e stage extracurriculari, serate di aperitivi e (finte) clausure in biblioteca. Anche se sei all’estero, diventi quell’imperturbabile individuo che sono stati, a loro tempo, i tuoi genitori, quando non ci si spiegava bene la loro assenza per sette, otto, nove ore al giorno dal lunedì al venerdì.

Ora che la carriera si avvia, il passo è cambiato, con orari da ufficio, carichi di lavoro in salita e impegni extra fissi e sobri di ogni settimana (la palestra, la birra con gli amici, i mestieri della domenica, le uscite per ‘fare due passi e sgranchirsi’). Nella mia isola di ogni giorno, mi sono ritrovata a non poter più organizzare ogni mossa da un mese per l’altro, a non dover fare magie per incastrare le mie famose ‘cose a caso’, ad avere sempre meno imprevisti, meno ignoto con cui misurarmi e meno domande di breve termine.

Io, ovviamente, dovendo problematizzare ogni cosa, vedo questa nuova fase con occhio sospetto. Fatico a cambiare quella parte frenetica che mi ha portato a Londra. E quindi, e quindi… Annaspo in cerca di sbocchi, oltre a tutta la dedizione che posso mettere nel mio lavoro: il volontariato, il book club, riprendere in mano lo studio di altre lingue, e se il dio Amazon mi sorride e non perde il mio pacco, pure il punto e croce. Il tutto per dire che ho scoperto una nuova virtù, che poco mi appartiene: la pazienza. Ma non la pazienza mordi-e-fuggi, dove poco manca a quello per cui si pazienta e in fondo si vede l’obiettivo, con quella mi sono sempre misurata. Piuttosto, la pazienza che non ha un vero volto, che si traduce nella laboriosità di ogni giorno, concedendo che questa a volte possa essere ripetitiva, nel trovare ispirazione, idee, capitale di tempo ed energie da spendere in progetti propri di ambizione e arricchimento.

La decisione di vivere all’estero si sta sedimentando con implicazioni che non erano visibili finora – in fondo è tutta questione di imparare e scoprirsi, o sbaglio? De-romanticizzando finalmente il mio status di Italian, in cui sono sicuramente molto meno glamour della studente-stagista cosmopolita di fino a un anno fa, mi rendo conto che sono qui per costruire, non per sbocconcellare. Sto navigando contro il mio cortocircuito dell’ ‘hungry and foolish ad oltranza’, e riscoprendo una Italian che quasi non conoscevo, ma con cui spero potrò convivere a lungo, sia in tempo di valigie sia in tempo di pace.

Ma all’estero un Italian invecchia o matura?

Il quarto di secolo! Cinquepercinqueventicinque! Il mio numero preferito dopo il 21, e anche a voi affetti da sinestesia, non sembra un numero colorato di giallo? Manca poco meno di una settimana e ufficialmente sarò lì, a dover ricordare un nuovo numero alla domanda ‘How old are you?’.

Ma ma ma… un attimo di prospettiva, per una piccola Italian trapiantata Oltremanica. C’è una differenza tra avere 25 anni in Italia e averne 25 all’estero, e sta molto in cosa è più o meno normale per il tuo coetaneo, in cosa ci si aspetta dal suo percorso studi e carriera – e quindi, di conseguenza, di cosa ci si aspetta dal tuo. Chiariamoci, se il tema vi fa roteare gli occhi causando cecità e dunque impedendovi di proseguire la lettura, potete congedarvi già qui e augurarmi un buon compleanno. Se vi causa nausea e ansia e tristezza fino a dovermi abbandonare qui, sappiate che lo capisco.

Nella classifica di cose ‘lamentarsi come mestiere’ ci sono sicuramente i compleanni, intesi come somma delle candeline sulla glassa. Improvvisamente non è più una scusa per mangiare una torta e compilare una lista regali, ma diventa una specie di ricorrenza auto-celebrativa/auto-commiserativa  in cui si paragona la propria immaginaria lista dei ‘DA FARE/FATTO’ con quella di chi ci circonda o di chi ci precede negli anni.

I 25enni inglesi – siamo onesti, parlo di quelli di più o meno simile pari estrazione sociale (mamma mia che brutto termine, giuro che lo intendo all’inglese, non gridate ‘classista!’, ‘borghese!’), più o meno simile grado di istruzione etc etc – sono spesso più vecchi di me. Motivi?

Non è un mistero che gli anni di studio in UK sono minori rispetto all’Italia. Paragoniamo (again, escludo chi si ferma alla scuola dell’obbligo):

  • 4 anni di superiori (vs. i 5 di liceo o simili)
  • 3 anni di ‘Triennale’ (99% dei Bachelor’s, che si finiscono in tre anni tre per motivi che includono: quasi impossibilità di rifiutare voti degli esami, si prende quel che si prende, nessuna tesi protratta a discussioni fuoricorso etc etc)

Tirando le somme, lo studente UK si laurea nell’estate/autunno dei suoi 20-21 anni, a volte con in mano già un contratto ottenuto in primavera durante la caccia di job fair  in job fair, o domande a graduate scheme (ambitissimi contratti tendenzialmente a tempo indeterminato riservati a laureandi e neolaureati) in settori sia pubblici sia privati. La Magistrale, il Master’s Degree che occupa uno, in rari casi, due anni, non è necessaria per trovare lavoro, e spesso viene posticipata come specializzazione dopo qualche anno di carriera, per approfondire una tematica specifica.

Quindi, a 25 anni, nella più rosea delle ipotesi, i miei coetanei hanno due, tre, quattro anni di esperienza nel mondo del lavoro. Non è questa la sede per filosofeggiare di cosa sia meglio, dei ‘eh ma loro sono più generalisti dei nostri laureatiiiih!!11!!’. Vi racconto soltanto di come i miei coetanei, quelli più fortunati, parlano di chiedere mutui e comprare la prima casa; di come alcuni si sentono pronti per un anno sabbatico con i soldi risparmiati in questi anni per viaggiare o andare a fare volontariato su altri continenti; di come si paragonino, nelle pause caffè in ufficio, i migliori fondi investimenti/fondi pensione, e ‘scusa hai sentito che Daniel si sposa tra 5 mesi???’. I 25 anni sono il loro momento di riflessione, misurarsi il polso e dire, ok, tutto sotto controllo – la crisi del quarto di secolo (che cercata su Google in Italiano elenca risultati che includono, ansia da prestazione, senso di soffocamento, smarrimento, sfiducia e altre allegrie).

Esempio di meme/post Anglofono che intasa feed su Instagram/Facebook/Pinterest/Limortacci:
onaging

Anche se magari si lamentano di questa ‘fretta’ intrinseca, sono coetanei che corrono, e sono sicura che ogni Italians in UK ne conosce una manciata o due. E sa anche che sono parametri di misura generalmente molto diversi dal coetaneo in Italia. Con chi possiamo identificarci? Quanto è giusto usare coetanei stranieri nel nostro nuovo Paese di ‘adozione’ come metro di paragone? E quanto è giusto invece guardare all’Italia? Ognuno fabbro della propria fortuna, certo, ma vivendo non in uno ma ben in due tessuti sociali diversi, a volte la prospettiva del proprio percorso e delle proprie conquiste si perde un attimo. Risparmiatemi i mini-violini della tristezza e apriamo un discorso sulla competitività demografica (e anagrafica), visto che la materia è ormai sulla bocca di tutti (menzione speciale per la freschissima campagna a favore delle nascite che ha raggiunto nella sua idiozia anche questi lidi, e vi giuro che questa bozza era nata prima!).

Per ogni richiamo ad affrettarsi a essere creativi tra le lenzuola e non aspettare la cicogna, a prendere quella dannata laurea senza troppo tempo fuoricorso che mamma e papà non possono sostenerti per sempre, vorrei si parlasse di cambiamenti strutturali all’istruzione a ogni grado e all’inserimento e gestione dei giovani nel mondo del lavoro. Cosa ci impedisce di discutere in modo costruttivo di idee e proposte come: accorciare le secondarie di primo e/o secondo grado; rendere competitive le lauree non-scientifiche (quelle che fanno tanto ridere i progressisti tutti ingegneriamedicinafisicaescienze) con moduli di business/IT; abolire il concetto di tesi riscritta fino allo sfinimento del relatore o del candidato; creare schemi di assunzione o inserimento a quote per tutti i gruppi disciplinari. Rimane fanta-economia (‘con i soldi di chiii?’), rimane fanta-politica (‘ma chi le voterebbe ste coseeee?’): rimane il Paese che sorride ai miei 25 anni, sospira romanticamente alla mia impazienza di carriera (ma si irrita del mio disinteresse al ‘Prestigio della Maternità’, e si chiede perché’ io non senta “[… ] un senso di incompiuto”, e mi avverte che seguendo “[…] la strada della “mammamogliemanager” la conseguenza sarà – comunque – un senso di perdita o di inadeguatezza.”).

Allora non mi rimane che scegliere di celebrare i miei 25 anni con meno crisi possibili – cercando di allontanare dalla testa e dai progetti a medio termine sia la fretta di Londra sia le misure italiane – e scegliere di invecchiare e maturare poco per volta, scegliendo i paragoni come vitamine a piccolissime dosi, a giorni alterni e mai più di una volta al giorno.

Intervista a Camilla Capasso, giornalista freelance e Publications Officer per Forest Peoples Programme

L’inizio di settembre è un momento quasi magico, in cui vengono lasciati indietro tutti i ricordi estivi e si impiegano tempo e mente per nuove promesse e nuovi progetti. Settembre è quel momento in cui decidiamo che, finalmente, “da adesso in poi si ricomincia con una nuova marcia!”.
Ma in questi giorni di transito, non preoccupatevi, una costante c’è: The Italians continua con le interviste mensili e oggi vogliamo farvi conoscere l’Italians del mese, la 24enne Camilla Capasso.

Camilla, nata e cresciuta in un piccolo paesino della Brianza, inizia il suo viaggio a 19 anni: dopo aver conseguito la maturità, una laurea in giornalismo alla University of Westminster di Londra e un master in antropologia alla London School of Economics, a febbraio di quest’anno è approdata ad Oxford dove lavora per l’ong “Forest Peoples Programme” come responsabile delle pubblicazioni.

Scopriamo insieme la storia di Camilla, una ragazza che per volontariato ha girato Londra, Edimburgo, Marburg, Francia e Venezia. Ma anche, e soprattutto, una ragazza che ama la scherma, le montagne e che compra (decisamente!) troppi cappelli.

Ciao Camilla! Raccontaci la tua esperienza da Italians: da dove comincia tutto? Quali sono le scelte che ti hanno portata dalla Brianza fino ad Oxford?

Sono nata e cresciuta in un paesino della Brianza, un posto bellissimo a ridosso delle pre-alpi che però, come molti piccoli paesi, fa fatica a stare al passo con i tempi. Durante l’ultimo anno di liceo ho fatto domanda alla University of Westminster di Londra per studiare Giornalismo; è stata una scelta difficile ma in qualche modo naturale. La mia famiglia, da sempre, mi ha insegnato ad essere curiosa ed indipendente, ad aprirmi al mondo e a fare il maggior numero di domande possibile. La mia decisione di partire è stata dettata da una naturale inclinazione più che da un piano ben preciso, ma non per questo ero meno terrorizzata!
Non ci è voluto molto, però, per far si che la curiosità vincesse sulla paura e ora, guardandomi indietro, so che quest’esperienza mi ha cambiato la vita. Dopo la laurea ho fatto domanda per un master in Antropologia alla London School of Economics e a febbraio di quest’anno, finiti gli studi, mi sono trasferita a Oxford per lavorare in una ONG. I miei interessi sono cambiati molto negli anni, ma il mio progetto a lungo termine continua ad essere quello di interrogarmi il più possibile per cercare di capire – anche solo un po’ – come funziona il mondo e come si può migliorarlo.

Parliamo ora dei tuoi studi: qual è il fil rouge che lega il giornalismo all’antropologia sociale, che sono state – e sono tutt’ora – le tue materie di studio e lavoro? Avendo studiato sia in Italia che in UK, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi due paesi? Ma soprattutto, se potessi, cosa cambieresti in Italia?

Il giornalismo di oggi, salvo eccezioni, manca di analisi. Siamo bombardati da notizie flash che non vengono inserite in un contesto, a cui non viene davvero dato un significato. L’antropologia è una forma mentis, abbatte tutti i preconcetti e scava per cercare le ragioni alla base del comportamento umano tenendo in considerazione l’ambiente culturale e sociale nel quale si sviluppa. Il giornalista di oggi, a mio parere, non dovrebbe solo descrivere gli eventi meccanicamente, ma anche provare a capirli ed analizzarli da punti di vista diversi, anche se lontani dal suo.
Il sistema scolastico italiano è migliore di quanto pensiamo e abbiamo un bagaglio culturale di gran lunga superiore – e molto più ampio – di quello dei loro coetanei inglesi. Quello che manca è la possibilità di mettere in pratica le conoscenze acquisite. Le università in Inghilterra spingono molto gli studenti verso progetti pratici, li aiutano a capire come sviluppare i propri interessi e come riconoscere ed affrontare i propri punti deboli per trasformarli in punti di forza. Alle università italiane non manca solo un collegamento col mondo del lavoro, ma anche un interesse genuino per gli studenti e per il potenziale infinito che essi rappresentano.

Sappiamo inoltre del tuo grande sogno dell’America Latina, per la quale sei anche corrispondente in diversi giornali. Da dove nasce questa passione? Sei mai stata in quei posti? Qual è il contributo che pensi di poter apportare?

Ho cominciato ad interessarmi all’America Latina durante il secondo anno di un’università, principalmente perché trovavo che i media non ne parlassero abbastanza. E’ un continente che è stato colonizzato per secoli a causa delle sue risorse naturali e che continua tutt’oggi a soffrire le conseguenze del consumismo occidentale. Il minimo che possiamo fare è parlarne, dare una voce alle popolazioni indigene le cui terre vengono strappate per far posto a coltivazioni intensive, ai sindacalisti che vengono uccisi perché osano chiedere una paga giusta e condizioni di lavoro umane, ai giornalisti che ‘spariscono’ perché provano a denunciare, agli attivisti ambientali che vengono uccisi perché vogliono proteggere il proprio territorio. Il mio lavoro mi porterà a conoscere più da vicino alcune di queste situazioni e spero di riuscire, nel mio piccolo, a far parlare di più di questa regione del mondo.

Passando dagli studi al lavoro: cosa ti spinge a lavorare per una ONG come “Forest Peoples Programme”? Qual è la vostra missione, e più in particolare il tuo ruolo? E quali sono le difficoltà, sia fisiche che etiche, che ogni giorno siete costretti ad affrontare?

Forest Peoples Programme si occupa di dare supporto a popolazioni che vivono e traggono sostentamento dalle foreste e le cui terre vengono disboscate per far posto ad attività estrattive, mono-culture intensive e produzione di legname. Il nostro compito non è quello di intervenire in prima persona, ma di costruire uno spazio politico dove queste popolazioni possano chiedere il rispetto dei propri diritti, controllo sulle proprie terre e libertà di scegliere del proprio futuro.
L’organizzazione produce report, saggi accademici, articoli e libri sull’argomento. Io mi occupo del processo editoriale che ne sta dietro, della pubblicazione e diffusione. Una delle cose più difficili da fare è proprio quella di resistere alla tentazione di prendere la parola al posto dei diretti interessati e ricordarsi che esistiamo come organizzazione solo per dare appoggio e supporto e non per imporre le nostre idee. L’autodeterminazione delle popolazioni con le quali lavoriamo è fondamentale.

Dal tuo profilo LinkedIn emerge anche un altro tratto della tua personalità: quello legato all’ambito del volontariato. Sei stata volontaria a Londra, Edimburgo, Marburg, Francia e Venezia: che cosa facevi e quali sono le differenze che hai potuto notare in questi diversi posti?

Le attività di volontariato sono state il mio primo, vero contatto con l’estero. Mi hanno dato la possibilità di incontrare gente meravigliosa che veniva da paesi diversi, che avesse voglia di fare e che fosse abbastanza idealista da pensare di poter cambiare il mondo. Per la maggior parte ci occupavamo di conservazione ambientale, ma penso che la vera bellezza di fare volontariato stia nel comprendere che lavorare insieme a dispetto della provenienza, della religione e della lingua non sia solo possibile, ma anche estremamente divertente e gratificante!

Perché – a tuo parere – oggi sempre più giovani preferiscono partire dall’Italia e portare altrove le proprie competenze? È un problema della mancata meritocrazia o c’è anche altro che bolle in pentola? Partendo dalla tua esperienza, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

Non sarò di certo la prima a dirlo, ma l’Italia è un Paese appesantito da decenni di mala politica, burocrazia ed illegalità dettata da interessi personali. E’ sfiancante, per chi ha idee e progetti, cercare di metterli in atto perché ci si scontra sempre con una mentalità restia al cambiamento. La mancanza di meritocrazia è solo uno dei sintomi. Sono problemi che purtroppo richiedono molto tempo per essere sistemati e che, a mio parere, si nutrono di due componenti: la convinzione che il cambiamento distrugga le tradizioni e la mancanza di un impegno collettivo dettato dall’egoismo di chi pensa solo a se stesso e ai propri interessi e non al bene del Paese. In quest’ultimo caso è molto semplice pensare alla classe politica, dimenticandoci il famoso tormentone popolare del “tanto fanno tutti così”.

Una domanda più personale – lasciare l’Italia, partire e andare lontano, conoscere popolazioni, culture estranee: te ne sei mai pentita? Cosa ti spinge ogni giorno ad affrontare le tue paure e ad alzare sempre di più l’asticella?

Non mi pento mai di essere partita, ma penso spesso a come sarebbe andata se fossi rimasta in Italia. La risposta è che non lo so. Quello che so è che in Inghilterra, sia durante l’università che nel mondo del lavoro, ho sempre avuto la libertà di proporre le mie idee e l’appoggio per trasformarle in progetti reali. La creatività viene premiata se si ha il coraggio di mettersi in gioco. Inoltre, la mia paura più grande è sempre stata quella di annoiarmi. Viaggiare, vedere posti diversi e mettersi in gioco sono dettati da una curiosità che ho sempre avuto e che spero non mi abbandonerà mai. Il lavoro per me non è un fine, ma un mezzo per tenere la mente aperta e attiva, per continuare ad interrogarsi e per non dare mai niente per scontato.

Da italiana residente in Gran Bretagna, uno dei temi più discussi è stato sicuramente il Brexit. Potresti farci qualche considerazione personale? Cosa ne pensi, e soprattutto cosa cambia per voi Italians?

Il Brexit è stato un pugno nello stomaco. Per i primi giorni dopo il voto mi sembrava di aver vissuto per 5 anni in un Paese di cui non avevo capito niente. A mentre fredda ho realizzato che la Gran Bretagna ha dei problemi di classe che non sono mai stati affrontati, che il voto poco centrava con me e con l’Europa ed era più il sintomo di una classe popolare scontenta che ha pagato un prezzo altissimo negli ultimi anni a causa di tagli economici folli e che ha pensato di trovare risposte in una campagna elettorale basata sull’identificazione dell’immigrato (europeo o extraeuropeo) come capro espiatorio. L’atmosfera è confusa e lo sarà finché non saranno terminate le trattative con l’Unione Europea. Per me questo significa non sapere cosa succederà nei prossimi anni, significa fare dei piani a breve termine e chiedermi davvero se e per quanto tempo voglio ancora rimanere qui.

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

L’Italia mi manca infinitamente. Mi mancano tutte quelle qualità che ci rendono unici, come l’innata capacità di cavarcela sempre, la passione che mettiamo nei gesti più quotidiani e la grande generosità ed empatia che sappiamo mostrare. Tornare in Italia e poter contribuire a renderla più aperta, vivace e al passo coi tempi è un progetto a cui sto lavorando e che spero un giorno, magari non troppo lontano, di poter realizzare.

Chi ha paura della Brexit?

The Brexit lies” titola la copia del New Statement che mi trovo nella cassetta della posta all’ora di colazione. Una caricatura di Boris Johnson con un lungo naso da Pinocchio a illustrare la copertina, all’indomani della notizia che l’ex sindaco di Londra non correrà per la carica di Primo Ministro.

In quella che è probabilmente la settimana più turbolenta nella storia britannica degli ultimi decenni, l’incertezza regna sovrana e nessuno ha un piano per il post-Brexit. Nello sgomento (o nell’euforia, a seconda dei casi) generale, quelli che fino al giorno del voto erano sbandierati come dati inattaccabili hanno cominciato a sgretolarsi, a partire da Nigel Farage che ha subito ritrattato quanto dichiarato sui fondi da destinare all’NHS, mentre David Cameron lasciava la poltrona di primo ministro e la borsa crollava. Tra una notizia e una smentita, nessuno sembra volersi  prendere la responsabilità di gestire la patata bollente che è l’uscita dall’Unione Europea. “I don’t think we need to rush this process […] I think quite rightly the PM has paused on that which allows the dust to settle, allows people to go away on holiday, have some informal discussions about it, and then think about it come September/October time” ha detto Matthew Elliot, uno dei fautori della campagna Leave. Lasciamo che la gente vada in vacanza, poi ne riparliamo. La sensazione è che anche chi ha fortemente voluto l’uscita dall’Unione si stia chiedendo: “E ora?”.

Accanto alla preoccupazione generale per i risvolti economici della Brexit, quello che spaventa di più sono i suoi rivolti sociali. Il post-voto ha visto un’impennata negli hate crime, episodi di razzismo verso stranieri o verso cittadini britannici di colore. Dai graffiti sull’ingresso del centro culturale polacco, ai saluti nazisti, agli insulti sui mezzi pubblici al grido di Britain First, gli istinti più beceri della “pancia” della nazione si sono sentiti legittimati a uscire allo scoperto. I risultati di Scozia e Irlanda del Nord, inoltre, hanno acutizzato le separazioni interne di una nazione che di united in questo momento rischia di avere ben poco.

Se me l’aspettavo? Molto sinceramente no. A Lambeth, il distretto dove vivo, il 78.6 degli elettori ha votato Remain. A Westminster, dove lavoro, la percentuale è stata del 69%. Dai discorsi captati intorno a me non sembravano esserci dubbi su quello che sarebbe stato il risultato. Ma Londra, come il referendum ci ha ricordato in modo piuttosto brusco, ha poco a che fare con il resto del Regno Unito; è una bolla a sé stante, con dinamiche proprie. Le facce sorridenti di giovedì 23, gli adesivi “IN” portati con fierezza su tanti zaini e magliette, hanno lasciato il posto alla delusione generale, a un silenzio innaturale. Ricordo di aver guardato tranquilla gli exit poll poco prima di andare a letto: Leave indietro di 4 punti. Il mattino dopo un insolito numero di notifiche Whatsapp mi ha sbattuto in faccia la realtà dei fatti: “E adesso cosa succederà?”, “Io non ci credo…sono scioccata”. Nell’altra stanza, la mia coinquilina parlava al telefono in francese con un’amica, il tono triste e preoccupato di chi ha ricevuto una cattiva notizia. Il 24 giugno ci siamo svegliati in un posto molto diverso da quello che conoscevamo, o che almeno credevamo di conoscere. Davanti a noi molti punti di domanda, tra chi parla già di visti per i cittadini europei che vorranno lavorare in UK e chi invece ipotizza un secondo referendum. L’unica certezza è che ciò che succederà nei prossimi mesi sarà un banco di prova non solo per il Regno Unito, ma anche per tutto il resto dell’Unione Europea.

Brexit Referendum: “Tornatene nel tuo Paese”

Va bene, sì, ha vinto il Leave. “Speriamo di riuscire a farvi tornare tutti nel vostro Paese, con tutti i lavori che ci prendete e i servizi che sfruttate“. Ho dovuto quasi pizzicarmi il braccio e chiedere di ripetere, “Non ho capito bene scusa”. È stata una prova simil-esperimento sociale, avere a che fare con un caso di discriminazione e intolleranza di prima persona, senza nemmeno nominare il contesto completamente inopportuno dell’essere a una festa a casa di amici di amici. Già, spiegatelo voi, agli stranieri, che ci sono Italians di tutti i colori – anche con mozzarella skin e tratti che sanno davvero poco di “sorella segreta di Monica Bellucci”.  Ma certo, corredata da classiche battute anglosassoni sulle linee del “gli Italiani non sono bianchi anche se tu poi lo sembri”. Molte grazie, queste mi mancavano. Cosa si aspettano di sentire quando mi presento come Italiana?

Questo è successo ben prima del terremoto Brexit, un paio di mesi fa. Chi era con me ha scosso la testa, prendendomi per il gomito e tirandomi via dal cerchio di twenty-somethings con birre in mano, “non lo ascoltare, è chiaramente un idiota”. Già, non tutti i 18-25 hanno votato Remain, non tutti si sentono generazione Erasmus, e – dato poco citato – solo il 40% degli aventi diritto in quella fascia si è comunque recato a votare. Un trionfo di democrazia diretta, ci dicono qui, “mica come voi ex-fascisti che nella vostra Costituzione avete scritto che i referendum non possono toccare trattati internazionali, che poi, ascolta, l’UE è politica domestica ormai no?” – e salutiamo qui anche un bel paragone col Duce, grazie molte di nuovo.

Si è sempre l’immigrato di qualcun altro, e in questo si deve sottostare allo stesso miscuglio di pregiudizi, domande, risentimento e sospetti che inconsciamente ‘a casa nostra’ proiettiamo tutti su chi entra in Italia. Complice il caldo umido del mio nuovo appartamento – un piccolo ma accogliente terzo piano / loft / sottotetto – ho dormito notti agitate, a volte chiedendomi cosa mi faccia vivere in un Paese dove la chiamata al voto negli ultimi mesi ha dipinto me e quelli come me come chi ruba il lavoro agli onesti cittadini britannici, e contemporaneamente se la spassa vivendo di contributi statali, i  benefits… pagati coi contributi dello stesso onesto cittadino britannico.

Non importa alla retorica politica del momento che si lavori in un ufficio, in un ristorante o in un negozio, che si abbia esperienza o si sia solo alle prime armi: la divisione tra chi è benvenuto e chi meno, tra high skilled e low skilled verrà appena si aprono le trattative con Bruxelles (only the brightest and the best!, Vogliamo er mejo e sciò tutti gli altri!). Ora come ora, sarei un gatto di Schrödinger, se solo non vi fossi allergica.

Mi riesce davvero difficile applicare a me stessa quei vizi e virtù e stereotipi che ci si aspetta dalle categorie “immigrato” e “Italian” già da separate, figuriamoci nel nesso “immigrato italiano”. Di quale idealismo beato mi sono nutrita in questi anni?! Uno dei momenti di confusione, un senso di tradimento di cui non riesco bene a liberarmi. Non è un segreto che la campagna del Leave sia stata centrata sull’immigrazione di massa, nascosta dallo slogan ufficiale del “Riprendiamo il controllo del nostro Paese”, e alla fine in quel calderone ci sono per forza anche io giusto? Non sono certo un’eccezione – la burocrazia e le regole si complicheranno anche per me indipendentemente da quanto presto o tardi Cameron (o chi per lui) deciderà di far partire il countdown dei 2 anni di trattative per uscire dall’UE.

Allora, me ne torno nel mio Paese come mi è stato suggerito sia di persona da individui poco raccomandabili sia dal clima accusatorio e irritato dell’Inglese medio? “You will be fine“, mica ti deporteranno, “Londra tra l’altro mica è l’Inghilterra vera”. Vengo rassicurata ogni giorno, e ne sono convinta, complice una nuova carriera corredata da contratto a tempo indeterminato e residenza in un quartiere hipster e in piena gentrificazione in Zona 2. We will be fine.

E adesso? Riflessioni sulla Brexit.

“Questo è il nostro ultimo addio | Odio sentire che l'amore tra noi due finisca | Ma è finito | Ascolta solo queste parole e poi me ne andrò | Mi hai dato qualcosa in più per cui vivere | Molto più di quanto tu possa immaginare.” (Jeff Buckley)

Sono arrabbiata. Anzi no, perché questo aggettivo non racchiude neanche un terzo della frustrazione e tristezza con cui convivo da ieri mattina. Sono furibonda.

Furibonda non tanto per l’effettivo risultato del referendum visto che, in quanto fedele credente della democrazia, ho sempre supportato e difeso il diritto della gente di avere una propria opinione. Il popolo Inglese si è espresso e la sua decisione deve essere pertanto accettata.

La mia rabbia nasce da come tale risultato sia stato ottenuto. La campagna del Leave è stata condotta in modo quantomeno scorretto in quanto ha promosso un messaggio tanto xenofobo quanto basato su fatti sbagliati: Boris Johnson, Michael Gove, e Nigel Farage hanno sfruttato la paura degli immigrati scaturiti dalla crisi dei profughi, e le conseguenze della crisi economica del 2008.

Ai “leavers” sono stati promessi controlli incrementali sui confini britannici – da molti interpretati come una totale cessazione dell’immigrazione – e una rinnovata presa di potere da parte dei politici “derubati” dall’Unione Europea. Sono state promesse 350 milioni di sterline da iniettare nel servizio sanitario nazionale (NHS).

Insomma, ai Britannici è stato promesso il ritorno della Gran Bretagna libera dalla burocrazia ed i dettami di Bruxelles.

In particolare, gli Inglesi non amano che l’Unione Europea possa esprimere un’opinione sulle leggi varate dal Parlamento Britannico: l’ammontare delle tasse e l’Human Rights Act 1998 – la versione nazionale della European Convention on Human Rights (ECHR) – creano i principali problemi.

Personalmente, la posizione britannica sulla questione dei diritti umani è sempre apparsa quantomeno paradossale vista la forte prevalenza inglese tra i creatori della ECHR – generata dalla volontà dell’Europa di evitare eventi drammatici quali il genocidio nazista di ebrei, disabili ed omosessuali durante la Seconda Guerra Mondiale. Sir Patrick Stewart – famoso per la sua interpretazione di Charles Xavier nei film sugli X-Men – qualche mese fa ha anche sottolineato l’ipocrisia della situazione in un video pubblicato sul The Guardian.

Neanche ventiquattro ore dopo la proclamazione ufficiale dei risultati a Manchester e le promesse sono già state infrante. La mattina del 24 Giugno 2016 il leader dello UKIP (Partito per l’Indipendenza del Regno Unito) Nigel Farage ha partecipato alla trasmissione Good Morning Britain ed ha ammesso che gli agognati £350 milioni difficilmente verranno usati per l’NHS.

“No, non posso [garantirli], e non avrei mai fatto una promessa simile. È stato uno degli errori che penso la campagna del Leave abbia fatto.”

La questione economica – che ha rappresentato il punto fulcro della campagna Remain – ha comunque sempre avuto un ruolo di secondo piano per i leavers. È stata infatti l’immigrazione ad avere più peso sulla decisione di quel 51.9% di lasciare l’Unione Europea.

Testimonianza di ciò è un alquanto volgare e mal pensato poster creato dallo UKIP sul quale centinaia di migranti sono fotografati in fila ed accompagnati dalla scritta “Breaking Point” (Punto di Rottura). La fotografia è stata da molti paragonata a filmati prodotti dal partito nazista negli anni ’30, ed il poster è stato denunciato alla polizia in quanto “incita all’odio raziale.”

Vari esponenti della fazione conservatrice della campagna – capitanata dall’ex sindaco di Londra, Johnson, e l’ex ministro dell’Educazione, Gove – dopo il risultato hanno affermato che l’immigrazione verso il Regno Unito difatti continuerà e ci vorrà del tempo per stabilire nuove regole di controllo dei confini. Difficile da spiegare agli elettori convinti dell’immediata cessazione del flusso migratorio.

L’impatto dell’immigrazione, vista come fortemente negativa ed accompagnata da molti pregiudizi sulla capacità dei lavoratori europei di “rubare” il lavoro ai locali, è stata enorme. Guardando velocemente i dati più recenti sull’effettivo numero annuale di migranti in entrata in Inghilterra si vede però che le cifre sono state gonfiate a dismisura: su una popolazione attuale di 64.6 milioni gli immigrati nel 2015 sono 300,000 in più, un incremento dello 0,5%.

La terza promessa, quella di invocare immediatamente l’Art. 50 del Trattato di Lisbona che mette in moto il processo di uscita dall’Unione ufficiale, sembra seguire l’esempio delle altre due in quanto David Cameron, annunciando le sue dimissioni dalla carica di primo ministro, ha rincarato la dose confermando che spetterà al suo successore – nominato prima dell’annuale riunione del partito di Ottobre a Birmingham – dare l’avvio alle trattative con Bruxelles.

Come ho detto prima, credo nella democrazia ed è giusto che la popolazione venga ascoltata. Però, con una presenza alle urne di meno del 75% degli aventi diritti al voto, una vittoria totale dell’ideologia Leave mi sembra perlomeno inesatta. Infatti mancano 12,922,659 Britannici all’appello, tra i quali molti espatriati che o non hanno ricevuto le schede per il voto postale o le hanno ricevute troppo tardi.

Osservando le sezioni dei commenti su vari giornali britannici – sia pro che contro l’uscita dall’UE – rimango comunque allibita nel notare che il concetto di democrazia appare essere a senso unico per molti.

Gli espatriati difatti non avrebbero diritto di voto in quanto volontariamente emigrati in altri paesi; la Scozia, espressasi a favore del restare in Europa, non avrebbe diritto a chiedere a sua volta un referendum per continuare a farne parte perché legata al Regno Unito – unione confermata da un referendum del 2014, durante il quale il governo Cameron aveva però assicurato la continuata adesione all’UE in cambio della permanenza della Scozia – ed altre affermazioni che mi fanno seriamente dubitare della coerenza di alcuni.

Dei problemi causati dai risultati del 23 Giugno ha preso nota una petizione lanciata ieri pomeriggio sul sito del governo e parlamento del Regno Unito che ha raccolto più di due milioni di firme: si richiede l’implementazione di una nuova regola secondo la quale, per la vittoria ufficiale di Leave o Remain, sarebbe necessario tener contro della proporzione di votanti per stabilire una percentuale minima di voti per la vittoria.

I giornali inglesi hanno discusso l’esistenza della petizione e in molti stanno considerando l’effettiva possibilità di un secondo referendum. In questo i giornali italiani, La Repubblica in primis, mi fanno debolmente sperare in quanto hanno sottolineato che esiste un precedente, in Irlanda, dove un referendum è stato annullato da un successivo voto.

Per ora quello che è certo è che la frustrazione dei risultati è ampiamente condivisa dalla maggior parte dei giovani, sia Inglesi che Europei. Con il 75% delle preferenze, la popolazione di età tra i 18 e 24 anni ha dato una risonante preferenza all’Unione Europea.

Su Twitter come su altri social media, i giovani accusano donne e uomini con più di 65 anni di aver loro rubato il futuro. Ci – visto che le ripercussioni del voto ricadranno anche sulle migliaia di Italiani, Francesi, Spagnoli etc. che sognavano un futuro in Regno Unito – hanno messo un limite alla possibilità di dimostrare la nostra utilità, la nostra voglia di arricchire l’Inghilterra e l’Europa con la nostra creatività e tenacia.

Rimane però allarmante il fatto che quel 75% è anch’esso un numero fuorviante: difatti solo il 36% dell fascia 18-24 si è presentato ai seggi cosí mettendo a rischio non solo il loro futuro, ma anche quello dei giovani tra i 16 e 17 anni scesi ieri a Westminster per protestare la loro esclusione dal voto.

Prima del 23 Giugno prendevo in giro mia madre, che ha sempre vissuto in Italia e che l’Inglese lo ha imparato sulle serie di BBC ed ITV, perché per mesi mi inviava articoli di giornali sulla Brexit, ed andava in giro borbottando quando leggeva qualcosa sulla campagna Leave. Io, forse per ingenuità o per troppa fiducia negli altri e nei sondaggi, ignoravo la sua preoccupazione. Ho sbagliato.

Perché quando mio padre (in Italia) ed i miei amici/colleghi (in Inghilterra e Galles) mi hanno svegliata venerdì mattina ho capito come mai mia madre per mesi guardava con ansia i giornali. Lei, nata e cresciuta con il sogno di un Europa unita post-bellica, è probabilmente più incazzata di me.

Oggi non parlo da Italiana, né tantomeno da Inglese d’adozione. Oggi parlo – con molto orgoglio – da Europea. Perché è l’essere cittadina Europea che mi ha dato l’opportunità di vivere e studiare in Inghilterra, di poter espandere i miei orizzonti grazie alle moltitudini di autoctoni e altri stranieri che ho conosciuto in questi ultimi quattro anni. E mi sento seriamente derubata.

Ovviamente le ripercussioni più gravi – escluso il crollo della sterlina, che ha preceduto di ore la vittoria Leave – inizieranno a farsi sentire quando il Regno Unito avvierà il processo di uscita e le nuove leggi sugli spostamenti ed i diritti di residenza saranno varate. Fatto sta che le giovani generazioni devono iniziare a preoccuparsi oggi del loro futuro, prima di essere travolti dal cambiamento vero e proprio.

Nel frattempo, un po’ per intrinseca cattiveria, un po’ per pura e semplice meschinità, ho cancellato la Cornovaglia dai posti da visitare: dopo aver votato in maggioranza per l’uscita dall’Unione Europea, il consiglio della regione ha pregato l’UE di continuare a fornire fondi alla zona caratterizzata da un’economia debole.

“Il cambiamento è il risultato finale del vero apprendimento.” (Leo Buscaglia)

“Il cambiamento è il risultato finale del vero apprendimento.”
(Leo Buscaglia)

Palazzo Nuovo si erge in tutta la sua discutibile bellezza a pochi passi dalla Mole Antonelliana, ed è dove per quasi tutta la mia adolescenza pensavo di finire per completare la mia carriera scolastica: sede delle facoltà umanistiche dell’Università del loro trasferimento nel nuovo campus ipertecnologico sulla Dora, era anche sede dei corsi di Giurisprudenza.

Dopo discussioni varie sui costi, la distanza e le possibilità di lavoro, anziché farmi dieci minuti di camminata per andare all’università, ho deciso di andarmene ad esattamente 1221.49 km di distanza dal palazzone grigio farcito di amianto che ancora adesso il comune sta facendo bonificare.

Destino ha voluto che anche la mia nuova università avesse sede in un blocco di cemento costruito negli anni ’70, oltretutto in una delle zone di traffico più caotico di Londra: Elephant&Castle è soprattutto rinomata per il pittorescamente decrepito centro commerciale – reso ancor più caratteristico da vari accoltellamenti al suo interno e da un fantastico ristorante cinese al piano terra – e per i vari incidenti d’auto che sono avvenuti presso l’enorme rotonda che domina il suo epicentro.

Il London College of Communication (LCC) si trova a sud-ovest della rotonda, ed è facilmente individuabile grazie alla torre di quattordici piani che ne ospita le aule. Un edificio sproporzionato rispetto ai numeri degli studenti: parte della più grande University of the Arts, LCC conta 6.500 dei 17.775 iscritti in corsi triennali o master.

Sproporzionato soprattutto per il corso di Giornalismo anno 2012-2013, il mio primo anno.

Dopo una settimana di presentazione dell’università – inclusi tour dell’edificio di cui, dopo tre anni, penso di non averne esplorato neanche 1/3 – mi sono ritrovata seduta in un’aula magna da 150 posti con altre 90 persone. 90 persone che mano a mano son diminuite a 65 quando ci siamo laureati.

Non avevo mai seguito una lezione universitaria in Italia, ma avevo ascoltato con terrore – non amo particolarmente le folle, soprattutto di gente della mia età – i racconti di mia sorella, veterana all’università di Torino, sulle condizioni degli studenti costretti a presentarsi con largo anticipo alle lezioni, o a doversi addirittura portarsi le sedie da casa.

Ecco, sedermi in quell’aula magna il primo giorno di corsi è stato come sedersi in treno senza nessuno che ti si metta accanto: pura gioia!

Gioia alla quale si è poi aggiunta la sorpresa di essere ulteriormente suddivisi in mini gruppi per i settimanali seminari di discussione sulla storia del giornalismo internazionale. Nel mio caso, il rapporto studente-insegnante era dieci a uno, il che permetteva di essere molto ben seguiti da un unico professore per tutto l’anno scolastico: questa particolare attenzione aiuta specialmente gli studenti internazionali che, come me all’inizio, si aspettano un trattamento del tutto diverso.

Il primo anno il professore di riferimento era molto attaccato al suo studiolo e ci sfidava, di settimana in settimana, a sfruttare le abilità acquisite da grandi partite a Tetris durante le ore buche del liceo per trovare alle sedie posizioni che garantissero il libero passaggio e la comodità di almeno cinque di noi.

L’anno successivo i gruppi vennero cambiati, così come i supervisori, per garantire una varietà nella discussione degli argomenti: dopo sette mesi passati sempre con le stesse persone avevamo iniziato a capire come pensavamo mentre invece, da bravi giornalisti, dovevamo già abituarci ad avere a che fare con persone diverse, con concetti ed ideologie sempre in movimento. Un inaspettato esercizio che però si è rivelato presto utile quando ho iniziato a lavorare.

Sei mesi dopo l’inizio della mia avventura in Inghilterra sono ritornata a casa per le vacanze di Pasqua ed ho avuto la possibilità di seguire una lezione a Torino. Nonostante ci sia nata e cresciuta, ho sempre avuto un problema nel calcolare le tempistiche per arrivare da qualche parte, quindi sono arrivata a Palazzo Nuovo mezz’ora prima dell’inizio della lezione – ancor prima di mia sorella che doveva effettivamente seguirla.

A differenza dei corsi in Inghilterra, il professore domina la scena sul suo piedistallo di legno all’inizio dell’aula. Le lezioni sono meno interattive, vuoi per l’elevato numero di partecipanti, vuoi per l’intrinseco terrore degli insegnanti che rimane tangibile dal primo anno.

Si sentiva però l’interesse dei presenti, la voglia di imparare enfatizzata dal crepitio delle penne su quaderni ed il tic-tac sui tasti dei computer. Anche quelli costretti a sedersi sulle scale seguivano affascinati la lezione sull’influenza del ‘Teatro delle Crudeltà” di Antonin Artaud sul lavoro scenico del Living Theatre, Peter Brook e le forme del teatro povero.’

Non esattamente il mio tipo di lezione, ma è stata comunque in grado di farmi capire che non importa dove si studia, basta che si studi quello che piace.