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Quand’è che troppo diventa…troppo? Di anniversari importanti e altre cose da expat

2 ottobre 2018, aeroporto San Francesco d’Assisi, volo Ryanair direzione Londra Stansted. Sei anni e una manciata di giorni dalla prima volta che presi quel volo. Come allora, anche oggi sono seduta accanto al finestrino. Come allora, anche oggi guardo le montagne intorno a me e Assisi alla mia sinistra mentre l’aereo decolla.

Ci sono tante cose che ho imparato in questi anni di viaggio: l’orario di chiusura del gate è quasi sempre indicativo dell’orario di apertura dello stesso; a Perugia cercano di farti fare i controlli di sicurezza prima possibile, ma poi ti ritrovi ad aspettare quasi un’ora in una sala piccola e con poche sedie; le Alpi e servono a farmi capire che sto entrando o lasciando l’Italia e mi indicano, nel primo caso, che mancano circa 40 minuti all’atterraggio; a Stansted c’è sempre vento e quindi devo rassegnarmi a un atterraggio movimentato.

La prima volta che presi questo volo mi dissi che con il tempo sarebbe diventato più semplice lasciare la mia bella Umbria. Me lo sono ripetuto costantemente, nel corso di questi 6 anni, ogni volta che mi sono ritrovata a guardare Assisi dal finestrino dell’aereo. Stavolta no, non me lo dico. Non me lo dico perché ho deciso di smettere di prendermi in giro. Non diventerà mai più semplice, ed è ora di accettarlo. Non sono più una ragazzina di 22 anni, ma una donna di quasi 30.

Questo è ormai il mio sesto anniversario a Londra ed è chiaro che la nostra è diventata una relazione tossica. Mi è già capitato di averne, di relazioni così, di quelle che ti chiedono troppo, costantemente, che ti prendono tutto quello che hai e ti restituiscono il tanto che basta per spingerti a rimanere. Sono almeno due anni che mi sono resa conto che il e Londra abbiamo ormai un rapporto del genere. Due anni che stringo i denti e che mi dico di andare avanti, un altro po’. Ma quand’è che diventa troppo? Quando arriva il momento di accettare che una relazione sia finita?

Ci ho messo tanto a capirlo, Londra in fondo mi ha dato tanto. Mi ha fatto realizzare sogni d’infanzia, di quelli che pensi che rimarranno sempre fantasie; mi ha permesso di raggiungere l’indipendenza desiderata; mi ha trasformata da una ragazzina a una donna e, soprattutto, mi ha fatto conoscere colui che tra pochi mesi diventerà mio marito.
Eppure, quando penso a Londra non vedo questo, non più ormai. Vedo gli addii, che devo dire così troppo frequentemente, vedo le giornate che passano sempre troppo velocemente, le ore perse in treno per spostarsi da un posto a un altro della città. Vedo il mio appartamento così piccolo che non mi permette di ospitare la mia famiglia a Natale, il mio compagno che prepara la cena tutti i giorni perché io rientro a casa alle nove di sera. Londra è, per me, un sacrificio giornaliero e questo non posso più permetterlo.

Allora perché rimanere? Ho sempre odiato le persone che si lamentano della propria vita senza fare nulla per migliorarla. Potrei trasferirmi in un’altra città del Regno Unito, una più piccola dove la vita non sia così frenetica. Non ho paura di ricominciare, dopo l’esperienza fatta a Bruxelles so che non sono troppo “vecchia’’ per farlo, che quella forza è ancora dentro di me. Cosa mi trattiene a Londra? L’incertezza.

Il 24 giugno il Regno Unito ha votato per uscire dall’Unione europea. Quel giorno ha avuto conseguenze enormi sulla mia vita. Non parlo di conseguenze economiche, che anche si sono già iniziate a sentire, con la sterlina che ha quasi lo stesso valore dell’euro, i prezzi che sono saliti a fronte di stipendi immobili. La conseguenza maggiore che la Brexit finora ha avuto sulla mia vita è stato il rendermi impossibile immaginarmi il mio futuro nel Regno Unito. Posso mai io, europeista convinta, vivere in un Paese dove la maggioranza (risicata) delle persone ha deciso di uscire dall’Ue? Posso vivere in un Paese con prospettiva di crescita per il 2019 superiore soltanto all’Italia? Ma soprattutto, mi permetteranno di viverci, in caso io volessi?

Il 24 giugno 2016 mi sono sentita profondamente delusa da un popolo e un paese a cui avevo dato tutta me stessa. Un popolo che mi era sembrato sempre politicamente più saggio e responsabile del mio e che invece si era fatto abbindolare da tante promesse che erano, e si sono rivelate, troppo belle per essere vere. Quel giorno mi sono sentita avvolta dall’incertezza. Tutto quello che avevo sperato di costruire nel Regno Unito sembrava venir messo in discussione. Quella villetta con giardino, dove avere finalmente cene di Natale con tutta la mia famiglia, avrei ancora potuto comprarmela? Aveva senso comprarsi casa in un paese quando non sapevo se sarei stata la benvenuta di lì a 2 anni e se, soprattutto, l’economia avrebbe retto a un tale shock? Aveva senso affrontare le spese di un trasloco da Londra quando forse avrei avuto bisogno di lasciare il Paese di li a poco?

Dicono però che possiamo rimanere. Poi dicono di no. Poi dicono che non è necessario richiedere ora la residenza permanente perché il processo dopo la data della Brexit sarà più semplice, ma tutti mi consigliano comunque di farla, non si sa mai. Ma attenzione, occorre mettere tutti i documenti necessari e anche qualcuno di più, perché non si sa mai che decidano di rifiutarla e allora sei nei guai. Il Paese crescerà dopo la Brexit per via della possibilità di scambi commerciali con altri paesi, ci ha ripetuto il governo. Ora però ci dicono di star facendo scorte di medicine e che ‘’ci sarà una quantità adeguata di cibo per tutti’’. Ci saranno 350 milioni di fondi in più per la sanità pubblica, avevano promesso. Due anni dopo, il sistema soffre del calo di arrivi di medici e infermieri europei ed è al limite del collasso. Così è continuata la nostra vita negli ultimi due anni e mezzo. Un bombardamento quotidiano di informazioni allarmistiche e contrastanti. Cosa fare quando non si sa dove andare? Come posso scegliere una strada o un’altra se non so dove conducono?

E così, vado avanti, un altro po’…solo un altro po’…o almeno spero.

Intervista a Cecilia Gragnani, attrice e produttrice a Londra. Il suo ultimo spettacolo? “Diario di un expat”

Succede a volte che la propria storia, le emozioni e tutti i successi e gli insuccessi diventino punto di partenza per creare qualcosa di grande. Qualcosa che possa stare in piedi sulle sue gambe, da solo, magari anche in mezzo a un palco teatrale e circondato da gente felice.

Per Cecilia Gragnani, italiana orgogliosa di 34 anni oltre che devota (e nostalgica) tifosa del Milan, è successo proprio così: dopo aver studiato a Milano, aver frequentato la Sorbona di Parigi ed essersi laureata in Lettere moderne, nel 2008 ha deciso di trasferirsi a Londra per proseguire gli studi teatrali all’accademia Drama Centre – Central Saint Martins. Da allora, lavora fra l’Italia e l’Inghilterra come produttrice e cantante.

E il suo ultimo spettacolo, Diario di un Expat, racconta proprio di chi arriva nella capitale inglese per inventarsi il futuro che ha in mente. Di chi vuole diventare inglese rimanendo però fortemente italiana, tra mille mestieri – in condizioni che un italiano in patria non accetterebbe mai – incontri con personalità diverse e multiculturali e la minaccia della Brexit che aleggia sempre nell’aria.

Ciao Cecilia! Raccontaci qualcosa di te e della tua storia da Italian: cos’è che ti ha portata a Londra e come mai hai deciso di stabilirti lì? Una sorta di London calling oppure una necessità?

Sono sempre stata curiosa e affascinata dagli altri paesi, durante l’università ho vissuto un anno a Parigi e ho anche pensato di andare a vivere in America per un pò. Sono arrivata a Londra – dov’è attualmente la mia casa – perché è la città del teatro e ho sempre sognato di studiare qui. Nella capitale inglese arrivano una quantità enorme di spettacoli da tutto il mondo e questo è estremamente stimolante. Inoltre, il teatro qui viene utilizzato per raccontare il mondo nelle sue trasformazioni attuali: ci sono veramente tanti spettacoli, work in progress e piattaforme dove si scrivono e si condividono storie che riguardano l’oggi. Per quanto riguarda la mia esperienza, a Londra ho fatto un master di due anni e poi, dopo qualche periodo di alti e bassi, ho deciso di restare per avere più opportunità e ho da poco preso la doppia cittadinanza.

Oggi Londra è una delle mete più ambite da tantissimi giovani italiani, ma l’Inghilterra offre veramente così tante opportunità oppure ci sono dei miti da sfatare? Dov’è che noi italiani potremmo prendere spunto per migliorarci?

Credo che oggi Londra sia in parte mitizzata. Certo, a differenza dell’Italia ci sono veramente molte opportunità in ambito culturale. E soprattutto, a Londra si può vivere facendo cultura, perché la cultura è considerata come una di quelle industrie che dà lavoro. In generale, qui le capacità e le competenze sono più riconosciute, anche se esistono comunque casi di classismo e favoritismo che non diventano mai la norma. Ma lo stile di vita non è affatto migliore rispetto a quello italiano: le persone, i giovani, arrivano a Londra perché è un luogo dove si può fare carriera e dove si incontrano persone da tutto il mondo. E per quanto riguarda il mio ambito, in Italia ci sono spettacoli veramente interessanti ma le strutture e i fondi sono pochi. Ma una cosa in comune c’è tra i due paesi: anche in Inghilterra, quella teatrale resta una professione complicata.

Ma per voi italiani a Londra cosa cambia con la Brexit ora? Che clima si respira in questo periodo?

E’ cambiato tutto. Io da poco ho preso la doppia cittadinanza ma è stato un percorso lungo e molto costoso. Probabilmente l’avrei presa lo stesso ma più avanti, con i miei tempi e non sotto minaccia. Londra è in parte una bolla anche perché qui la maggior parte ha votato per rimanere in Europa. Ma appena si esce da Londra e ci si confronta con gli abitanti di altre cittadine si avverte che l’ostilità è forte. Fino alla Brexit non mi era mai capitato di sentirmi come una straniera, mi ero sempre considerata un’europea in mezzo ad altri europei. Ma adesso, dopo il referendum, la percezione è molto cambiata: anche solo il processo per avere la cittadinanza è stato faticoso non solo a livello burocratico ed economico, ma soprattutto per quanto riguarda l’identità e il senso di appartenenza ad un luogo ed una comunità.

Si parla tanto di fuga di cervelli senza spesso comprenderne il vero significato. Partendo dalla tua esperienza, quali sono le cause che spingono sempre più giovani a partire dall’Italia e portare altrove le proprie competenze?

Partiamo da un presupposto: penso che la maggior parte degli italiani che vivono all’estero, se potessero fare quello che fanno nel loro paese, tornerebbero subito. In molti di noi c’è il desiderio di tornare. Le strade e le decisioni sono chiaramente individuali, ma la sensazione generale è che in Italia sia complicatissimo arrivare ad avere anche una minima stabilità, soprattutto per chi si inserisce nel mondo del lavoro e dopo vari anni è sempre allo stesso punto. Per quanto riguarda l’ambito artistico, purtroppo non c’è paragone fra l’Italia e il Regno Unito. C’è più sostegno agli artisti, a chi prova a creare progetti propri, c’è un sindacato che ci supporta e il lavoro teatrale non è considerato come un hobby ma una professione come le altre.

Prima di parlare del tuo lavoro, la formazione. Sappiamo che hai studiato a cavallo tra Italia, Parigi e Londra: potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi paesi? Punti di forza e punti negativi, ovviamente!

E’ difficile fare un confronto perché gli studi che ho fatto nei vari paesi erano in momenti diversi del mio percorso formativo, e la mia esperienza inglese è stata soprattutto a livello performativo – quindi non posso parlare dal punto di vista scolastico tradizionale. Comunque, in pillole di esperienza, credo che la formazione di base italiana resti la migliore perché la più completa e la più approfondita. Perché insegna non soltanto delle nozioni fondamentali, ma anche un modo di pensare che è a 360 gradi. Ricordo di essere rimasta colpita quando a Parigi ci venne data una bibliografia scarsa per un corso universitario: mi aspettavo veramente molto di più!  Il sistema inglese mi pare invece molto pratico e indirizzato all’avviamento professionale, a creare un ponte tra studio e lavoro, un aspetto e una buona pratica da cui forse potremmo trarre ispirazione in Italia.

Raccontaci di quello che fai ora a Londra, del tuo lavoro e della tua carriera. Da voi parole come orari di lavoro flessibili, meritocrazia, responsabilità, opportunità anche per i giovani, sono entrate nel vocabolario comune oppure sono un problema condiviso?

Sono parole che fanno assolutamente parte del vocabolario comune, vengono discusse e rinnovate ma non sono delle conquiste quanto più delle certezze. Il mio lavoro è particolarmente flessibile perché non esiste una giornata tipo. Per molti forse questo può essere disorientante, ma a me piace molto. Fino a qualche anno fa la mattina era dedicata ai miei progetti e il pomeriggio ad insegnare in varie scuole. Ora sono molto fortunata e riesco a vivere del lavoro di attrice e produttrice.
Lavoro principalmente da casa, vado a fare i provini quando ci sono, faccio molti voice-over per cui spesso vado nei vari studi a registrare, mi chiudo in una stanza per settimane a provare se abbiamo uno spettacolo, vado a vedere più spettacoli possibili e viaggio molto. Per un anno e mezzo sono stata in tournée con uno spettacolo con Federico Buffa e ho amato molto la possibilità di visitare luoghi diversi grazie a questo lavoro. Ora appena posso mi muovo. Sono appena stata a Sheffield per una residenza teatrale, la mia compagnia ha vinto un bando per sviluppare il nostro prossimo lavoro. Il mese prossimo sarò a Milano e Parma per un progetto italiano. Cerco di continuare a lavorare in entrambi i paesi.

Parliamo del tuo ultimo spettacolo, “Diary of an Expat”: di cosa parla e perché hai sentito il bisogno di scriverne? Da cosa nasce questo progetto e quanto tempo ci hai lavorato su prima di vederlo andare in scena?

Lo spettacolo racconta l’incontro-scontro fra un’espatriata italiana e Londra, El Dorado contemporaneo ambito da sempre più generazioni di giovani europei. Cerchiamo di raccontare con leggerezza che cosa significhi trasferirsi in un altro paese, quale sia il rapporto con il luogo di origine e di arrivo, il peso emotivo di diventare cittadino di un’altra nazione. In particolare cerchiamo di esplorare il ruolo che tutto ciò ha sulla propria identità e senso di appartenenza.
Ho iniziato a sviluppare il progetto più di un anno fa. Era nato com progetto per l’Italia poi è stato più semplice raccogliere fondi in Inghilterra e dopo la Brexit abbiamo deciso che era importante parlare di emigrazione europea qui in UK. Abbiamo fatto vari studi e sessioni di residenza e di condivisione con il pubblico, poi siamo stati selezionati per partecipare al festival di Edimburgo dove abbiamo avuto la possibilità di condividerlo con un pubblico più ampio.

Nel tuo spettacolo parli di mobilità, di mille mestieri, di una capitale multietnica…sono vantaggi o svantaggi? Pensi che sia diventata questa ormai la normalità per i giovani di tutto il mondo? In più: credi che potresti esportare il tuo spettacolo anche nei teatri italiani?

E’ una domanda complessa e che richiederebbe una lunga discussione. Sono convinta che la mobilità abbia i suoi pro e contro, ma credo che la possibilità di vivere e lavorare in qualsiasi paese europeo sia una risorsa più che un problema. Sono cresciuta e ho potuto vivere all’estero grazie al programma Erasmus ed è stata un’esperienza fondamentale. Mi domando che cosa succederà ai giovani delle prossimi generazioni se l’Europa diventerà sempre più chiusa. Credo in generale che qualunque occasione di entrare in contatto con culture e persone diverse sia un arricchimento.
Per quanto riguarda il mio progetto, sto lavorando proprio adesso alla versione italiana. Sarà molto diversa dalla versione inglese perché la protagonista cambia di ruolo (dall’immigrata alla nativa) e questo ribalta tutte le dinamiche, per cui lo stiamo riscrivendo.

Essere una giovane attrice, produttrice a cantante in Inghilterra: che consigli daresti a chi vuole intraprendere la tua stessa strada?

Innanzitutto, bisogna avere ben chiaro il motivo per cui si sceglie di intraprendere questa strada ed essere consapevoli degli ostacoli. Se si hanno delle idee di progetti e proposte culturali, in Inghilterra è più semplice realizzarle ed essere sostenuti. Ma ripeto: in Italia come a Londra, questa rimane una professione molto complessa e sfaccettata. A mio parere, il modo più utile e nutriente come esperienza da fare in generale – e anche per il teatro, ovviamente – è viaggiare. Viaggiare e confrontarsi con le altre tradizioni teatrali locali.

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Sto lavorando con il mio gruppo teatrale ad uno spettacolo sulle donne esploratrici del passato di cui si parla ancora poco. S’intitola “Miles Apart Together” e ruota intorno alle imprese di Annie “Londonderry” Kopchovsky, la prima donna a fare il giro del mondo in bicicletta, Bessie Coleman, la prima donna afro-americana a diventare pilota e la prima donna al mondo ad avere una patente internazionale come pilota, e Junko Tabei, la prima donna a raggiungere la vetta dell’Everest nonché la prima a completare l’ascesa delle Seven Summits.
Testeremo la struttura di questo nuovo spettacolo a Novembre al Voila! Europe Festival a Londra. Si tratta del primo passo di un progetto più grande dedicato a donne che con le loro imprese hanno avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo dei diritti e delle libertà delle donne. Sarò poi in Italia per un progetto a cui collaboro come regista e drammaturga su Kubrick con Federico Buffa e la Filarmonica Arturo Toscanini di Parma. E poi: vorrei tanto portare la versione italiana di Expat in giro per l’Italia, in teatri e spazi non teatrali.

Ho fede nella tua fede

Cercando casa il primo anno che mi sono trasferita a Londra, trovai un alloggio studentesco ad un paio di fermate della metro dalla mia nuova università, con vista sullo stadio di Wembley. Arrivata fisicamente sul posto, dopo qualche giorno mi accorsi che i tanti ristoranti e negozi vari del quartiere avevano un qualcosa di asiatico – particolarmente asiatico. Scoprii in breve che l’area era a predominanza indiana. Il che, però, non significa solo locali per il kebab in fila indiana sulla strada principale o vetrine di abbigliamento addobbate con Sari e Shalwar kameez.

Vicino alla grande arena di Wembley si trova il municipio, cuore dell’amministrazione e delle attività locali organizzate dal comune. All’interno dello stesso edificio, vi è la biblioteca. Non che mi aspettassi gli scaffali ricoperti di tomi in italiano con una striminzita sezione dedicata alle lingue straniere, ma camminare per la prima volta tra corridoio con libri in hindi, arabo, e polacco, fece comunque una certa impressione. Da allora, ho visitato altre tre biblioteche nello stesso municipio, e la storia si ripete, ora aumentando i ripiani per il turco, ora per il russo. Nella zona in cui mi trovo ora, ci sono molti volumi in portoghese, quasi eguagliati in numero da quelli in francese.

È in questa stessa zona che sono entrata per la prima volta in un tempio hindu, sulla medesima strada dove – a solo un paio di palazzi di distanza – si affaccia anche una moschea. Al di là del fiume Tamigi, verso sud, Vauxhall, nel quartiere dove stanno costruendo nuovi uffici per Google, la predominanza della popolazione è di colore. Ci sono più chiese cattoliche, evangeliste e del rinnovamento. Il carattere comunitario tra le famiglie è molto forte.

A due passi dall’Abbazia di Westminster si erge la Cattedrale di Westminster, la cui differente denominazione della fede è facilmente identificabile grazie al colore dei cartelloni esposti fuori, con nome e orari delle messe: rossi per cattolica, blu per protestante. La volta di questo edificio sembrerebbe un capolavoro di artista: nera come la pece, buia e cupa come l’inferno delle Scritture. Peccato che stiamo parlando del soffitto, dove il visitatore dovrebbe essere accolto dalle candide tonalità del paradiso. Non si tratta in effetti di un capolavoro: la volta, come altre cappelle laterali, non è finita. La Cattedrale di Westminster è la chiesa madre per i cattolici del Regno Unito, ma è stata costruita solo a partire dal 1895, ed i soldi necessari al completamento delle decorazioni interne sono ancora in fase di raccolta.

Viaggiando per qualche altra città dell’Inghilterra, il profilo del paesaggio rimane più o meno uguale. Non ci sono palazzi alti – anche nella capitale, i famosi grattacieli sono limitati alla City o alle periferie, dove si costruiscono nuove case in continuazione. Non ci sono cupole, ma guglie di chiese in stile gotico. Qualche volta si intravedono le statuine degli esterni dei tempi hindu. O, come vicino a Regent’s Park a Londra, le bianche e lisce mura delle moschee. Camminando nei quartieri nord della capitale, mi sono ritrovata a fissare continui flussi di adolescenti con payot e kippah, spesso seguiti da adulti con l’altro tipico cappello ebraico nero a falda.

Venendo da un paese cattolico come l’Italia – con libertà di religione sì, ma con una lunga storia e tradizione intessuta con la fede – una tale miscela di culti mi prese alla sprovvista. Come fare a combattere quelle vocine nella testa che scattano quando si sale su un autobus dove son sedute due donne con indosso un burqa, grandi occhiali, e guanti neri, che lasciano scoperto si e no qualche millimetro di pelle intorno agli occhi? In tutto questo mare magnum di pensieri, simboli, e architetture, una lezione si fa strada, un po’ alla volta, diventando convinzione, abitudine, e infine un credo in sé. Trovandosi in questo rimescolio di religioni, i vari nuclei approfondiscono la loro fede, vi aderiscono liberamente, cercando meno fantocci da attaccare, nemici da cui difendersi, barriere da innalzare, quanto una vera ancora a cui guardare.

Sarà per questo che mi è capitato di incontrare in questa terra dei cattolici piuttosto radicati – e qualcuno radicale – come pochi in Italia: alcuni quasi estremisti, ma tanti osservanti dal cuore aperto. Sarà per questo che camminare fianco a fianco con Musulmani non solo non mi mette a disagio, ma quasi non mi suscita più neanche quella necessità di esaminarne il vestiario. E portandomi dietro l’abitudine, mi sorprendo ora delle reazioni quasi di shock di amici e conoscenti nelle stesse situazioni lungo le strade di Roma. Sarà per questo che quando si fa il digiuno – per la Quaresima o per il Ramadan – non si deve ascoltare il tono canzonatorio dei compagni di tavola: fino a quando si tratta di scelta personale, tutto viene rispettato.

L’intenzione qui non è solo di fare un elogio alla libertà di culto. Alla base degli atteggiamenti osservati, si trova una forte comprensione di identità. La storia inglese è sempre stata caratterizzata dalla multiculturalità, e forse lascerebbe turbati se, dopo tutti questi secoli, ci si trovasse di fronte una società xenofoba – come qualche segnale è stato lanciato allo scoppio della Brexit. Questa è la loro identità: l’hanno abbracciata e ne han fatto uno stendardo. Qual è quella dell’Italia?

Sheffield si pronuncia come Vigata

Maggio 2018 ha segnato il ritorno sulle scene del gruppo indie rock Arctic Monkeys con il sesto album Tranquillity Base Hotel & Casino. Oltre ad un calendario pieno di date bloccate per un nuovo tour mondiale, la band è riemersa tra i media con performances live in talk shows, comparse radio e tv, nuovi video YouTube e via dicendo.
Qualche tempo fa, ho trovato un’intervista che il frontman Alex Turner aveva fatto con la presentatrice di BBC Radio 1 Annie Mac, a ridosso dell’uscita del nuovo disco. L’artista, mai stato famoso per esser piuttosto loquace, appare molto più sciolto e a suo agio rispetto al passato. Mi rendo conto allora – o meglio, me ne interesso veramente per la prima volta – di tutte quelle variazioni di pronuncia tipiche delle regioni centro-settentrionali dell’Inghilterra. La lampadina si accende in particolare alle ripetute “my house”, “my room”, con il pronome personale pronunciato /mɪ/ invece che /maɪ/.

Il che mi rimanda con la mente al mio viaggio verso Nord dell’anno scorso, dove il treno di parole chiuse degli abitanti di Newcastle mi faceva ridacchiare ogni tre per due. O, ancora più indietro nel tempo, a quando le vocali distorte della politica scozzese Nicola Sturgeon mi facevano sudare freddo, al pensiero che avrei dovuto fare un resoconto in classe di un dibattito di cui non avevo capito quasi nulla. Sappiamo bene che ogni nazione nella sua estensione geografica presenta numerose varianti linguistiche, non importante se piccola o grande – basti pensare alla Svizzera, che, con l’aggiunta della divisione in cantoni, offre un interessante panorama filologico.

Trovarsi faccia a faccia, orecchio a orecchio con queste differenze, può creare confusione, ma anche simpatia. Il patrimonio italiano tra quelli Europei, a mio parere, risulta ancor più originale per via dei substrati dialettali e per l’antica storia di evoluzione fonetico-grammaticale non solo delle regioni, ma di zone via via più piccole, tanto che sappiamo ci sono aree definibili isole linguistiche – vere e proprie isole del tesoro per gli studiosi!
Dialettale, però, nell’immaginario comune rimarrà sempre sinonimo di ignorante. Nel bel paese poi, in particolare se associato al Meridione.

«C’è una serie televisiva che a me piace tanto. Aspetta come si chiama…ah, si! Il Commissario Montalbano!» mi disse una persona nata e cresciuta in Inghilterra, con zero conoscenza della lingua italiana quando ci presentarono ed io rivelai la mia origine. Al sopracciglio alzato che mi scattò alla sua confessione, l’uomo mi chiese conferma che non si stesse confondendo con qualche altra serie, e se si trattasse proprio del poliziesco ambientato in Sicilia, fornendo poi ulteriori dettagli come il maldestro Catarella e l’abitazione sul mare del commissario. Cercando sul sito della BBC, effettivamente c’è un’intera pagina dedicata alla serie inspirata dai racconti di Camilleri, con tutti gli episodi in lingua originale, accuratamente sottotitolati in inglese.

La mia curiosità quel giorno è comune rimasta insoddisfatta: come apprezzare al cento per cento quel capolavoro che implica tante espressioni tipiche delle Sicilia? Non è una novità che opere in dialetto siano apprezzate al di là della frontiera. Colpisce però il fatto che continuino ad esserle – antiche e contemporanee – e, soprattutto, che questo avvenga spesso e volentieri proprio con quelle zone che disprezziamo in casa.

Tornando ai Monkeys, a Sturgeon e ai tanti nordici che lavorano, visitano, passano per la capitale inglese, per quanto la loro pronuncia regionale possa renderli qualche volta motivo di risatine, tuttavia li identifica per la loro provenienza e aggiunge alle conversazioni un argomento in più di cui parlare e confrontarsi. ‘Di dove sei?’, ‘Come mai qui?’, ‘Che cosa c’è di tipico lì?’, ‘Le ferrovie devono essere un vero dramma per raggiungere casa!’.
Fa riflettere invece quando in Italia la calata meridionale o l’accento settentrionale facciano scattare immediato il bollino di classe con conseguente assunzione di certi atteggiamenti. L’etichettatura, sembriamo rassicurarci tra di noi, necessariamente viene da stereotipi ben convalidati dai fatti di cronaca e dalle statistiche.

Arrangiamento d’autore

La musica di Vivaldi rimanda ad una tradizione antica e altisonante. Solo il nome basta a richiamare alla mente archi e clavicembali dalle complesse armonie. Eppure, il concerto La Primavera, parte de Le Quattro Stagioni, è nella testa di tutti: un raffinato evergreen.

Recentemente ho avuto il piacere di riscoprire questo classico grazie ad un magnifico spettacolo allo Shakespeare’s Globe. Il rifacimento delle composizioni da parte di Max Richter (2012) era alla base dell’opera. Il concerto è stato poi ulteriormente riadattato per un complesso di sei elementi, con accurata selezione dei brani per una durata totale di circa un’ora e mezza.

Finn Caldwell e Toby Olié, le menti creative della compagnia Gyre & Gimble, hanno realizzato dei burattini mossi da un coordinato gruppo di cinque artisti. Lo spettacolo aveva luogo nel Sam Wanamaker Playhouse, uno spazio interno al Globe (non l’iconico grande teatro all’aperto), più intimo e, grazie alla sola illuminazione di candele e tenui faretti, molto suggestivo.

Leggendo le recensioni su Internet non è possibile farsi un’idea precisa della trama. È una narrazione visiva e musicale che segue l’evolversi universale della vita. I due protagonisti si innamorano ed hanno un figlio. Con l’arrivo della guerra, lui viene chiamato alle armi, dove perde la vita, mentre il bambino a casa apprende a muovere i primi passi. Crescendo, il ragazzo, che conduce una vita di successo ma priva di veri affetti, viene turbato dai fantasmi del passato, fino a quando non si riconcilia con la sua storia. E si torna, circolarmente, ad una tenera scena di amore a prima vista.

Il tutto veniva elegantemente “recitato” dai burattini, semplici, si direbbe, in quanto privi di definiti tratti facciali e costumi. Eppure, i movimenti e la grazia delle marionette seguivano l’energico andamento musicale in maniera suggestiva, con pieno coinvolgimento ed emozione del pubblico. Non pochi, immagino, saranno tornati a casa cercando l’album di Richter o, direttamente l’originale di Vivaldi, su Spotify o Youtube.

La figura del burattinaio, spesso relegata per noi alla tradizione popolare o per bambini, ricopre in realtà molti più aspetti di quanti ci si possa immaginare. Dal coordinamento dei personaggi animati sul set di film come Paddington al movimento sul palco di soggetti piuttosto complessi come il cavallo di War Horse, uno degli ultimi grandi successi del West End.

Tornando al rifacimento di Vivaldi, la scelta di unire musica classica, burattini ed una trama così apparentemente semplice, è stata rischiosa. D’altronde, il breve incarico del direttore artistico del Globe Emma Rice è stato costellato da simili decisioni. Come l’audace interpretazione di Sogno di Una Notte di Mezz’Estate o l’ultra-contemporaneo Romeo e Giulietta, o ancora l’ambientazione messicana di Molto Rumore per Nulla. È per questo che la commissione del teatro ha deciso di accorciare la durata del suo ruolo, terminando il contratto due anni prima del dovuto. Come dire: la troppa audacia della donna è stata ben ripagata.

Quando la notizia si sparse ormai quasi un anno fa, critica e esperti furono non poco divisi. È vero che alcune delle scelte artistiche avevano trovato una povera giustificazione nel desiderio di rinnovo delle opere del Bardo, ma l’originale approccio ed il facilitato accesso ad un più vasto pubblico che alcuni di questi adattamenti hanno consentito sono innegabili. Il punto di tutta la questione è che tutto ciò ebbe luogo nel sacro tempio del Globe. ‘Ai posteri l’ardua sentenza’: fu coraggio o un povero giudizio?

Shakespeare, nel bene o nel male, è stato rimaneggiato e riadattato così tante volte da chiedersi non se ma quando capiterà un’altra situazione del genere.

Il Regno Unito non ha paura di giocare con la tradizione. Il tessuto narrativo e i molteplici mezzi artistici vengono rimescolati e fatti interagire con libertà. L’aderenza o meno al testo originale viene dichiarata. Il pubblico e l’appuntita penna dei critici sono l’unico giudice ed eventuale sanzionatore.

I risultati alle volte sono di alta qualità e sorprendente freschezza, come l’acclamato moderno Amleto, con Andrew Scott, adattato e diretto da Robert Icke. Altre volte, il prodotto è meno esaltante, come fu il rifacimento teatrale di Ossessione, con Jude Law nel ruolo di Gino, diretto da Ivo van Hove.

Trasporre la pellicola sul palco, e non in piccoli teatri d’avanguardia, ma per grandi platee: è questo un trend molto recente e che sembra stia dando i suoi frutti, presentando nuovi approcci creativi e avvicinando un pubblico sempre diverso, sempre più vasto.

La rassegna estiva 2017 del Teatro dell’Opera di Roma alle Terme di Caracalla ricevette più attenzione del solito da parte dei giornali italiani per l’offerta di una Carmen piuttosto fuori dalle convenzioni e dal previsto canone. La giovane argentina Valentina Carrasco fu la regista sulla bocca di tutti per aver portato in scena un allestimento dell’opera in un futuro non troppo lontano e macchiata di modernità fino all’inverosimile, con jeans and night club inclusi.

Ascoltando i commenti di chi vi aveva partecipato allo spettacolo e leggendo alcune testate da quest’altro lato d’Europa, la situazione sorprese anche me. Com’era stato possibile lasciare che costumi moderni e sceneggiature neanche vagamente mitizzate entrassero il sacro tempio delle Terme? Com’era stato possibile far assistere ad un pubblico in attesa del tradizionale balletto una trasposizione così spinta?

‘Ai posteri l’ardua sentenza’.

 

 

Il coraggio di noi expat

Si dice che il battito d’ali di una farfalla possa provocare un uragano dall’altra parte del mondo. Cosí, anche nella vita, ci sono scelte che inizialmente sembrano irrilevanti che poi portano a risultati inaspettati.

Per me questo “effetto farfalla” è avvenuto lo scorso ottobre. Da qualche mese lavoravo come ricercatrice presso una compagnia nel settore delle telecomunicazioni. Un lavoro che odiavo, perché privo di stimoli e in un ufficio talmente lontano che impiegavo quasi due ore di treno per arrivarci, nonostante fosse a Londra.

Ho trovato questo lavoro due mesi dopo la mia laurea. Vi avevo riposto tante aspettative: la speranza di affermarmi in un settore prevalentemente maschile, la possibilitá di fare esperienza e carriera all’interno della compagnia. La delusione che ne è seguita è stata molto forte. Da anni volevo uscire fuori dal settore della ristorazione e ora che finalmente ci ero riuscita detestavo il mio lavoro ancora piú del precedente.

Dopo nemmeno un mese di lavoro ho cominciato a mandare curriculum e nei mesi successivi ho svolto diversi colloqui per diventare junior reporter. Nonostante gli editor si dichiarassero impressionati dal mio CV, ho notato che erano alquanto restii a darmi una possibilitá.

Stanca, stressata e delusa ho continuato ad andare a lavoro, nonostante mi sentissi ogni giorno piú frustrata. Fino a quando, un giorno, mi sono resa conto di quanto fosse stupido quello che stavo facendo. “Se volevo accontentarmi, sarei rimasta in Italia”, mi sono detta.

Mi ricordai che quando ancora non avevo preso la laurea triennale ero venuta a conoscenza della possibilitá di fare un tirocinio al Parlamento europeo, ma non mi ritenevo in grado per via della mia conoscenza dell’inglese (molto buona per la media italiana, ma non abbastanza da poter svolgere un lavoro).

Dopo piú di cinque anni in UK, mi sentivo ormai pronta. Inoltre, ho sempre avuto uno spiccato interesse per le politiche internazionali e questo lavoro avrebbe quindi riunito le mie due piú grandi passioni.

Ho mandato la mia domanda di tirocinio senza grandi speranze. “Ogni anni 25.000 persone fanno domanda e circa 600 vengono selezionate”, avvertiva il sito.

Nei mesi successivi ho continuato con la mia vita da pendolare, fino a quando ho preso la decisione di licenziarmi e di prendermi qualche mese di pausa per risollevarmi sia a livello fisico che morale.

Non avrei mai pensato di fare una scelta del genere, io che ho sempre bisogno di un “piano B”, un paracadute che mi dia sicurezza. Eppure, ancora una volta, ho scelto di essere io il mio piano B, ho deciso che il mio paracadute sarebbe stata quella mia determinazione che mi ha spinto a lasciare l’Italia a 22 anni, totalmente sola, per trasferirmi in un posto dove non ero mai stata.

Credo che il coraggio sia ció che contraddistingue e accomuna noi expat. É sorprendente cosa puoi fare quando non hai paura di uscire dalla tua comfort zone, allontanarti dai tuoi affetti e dalle tue radici.

Ho salutato l’anno nuovo con una ritrovata serenitá e un buon presentimento per il 2018. Soltanto qualche giorno dopo mi arrivó una bellissima notizia: la mia domanda di tirocinio al Parlamento europeo era stata accettata ed avevo un mese di tempo per trasferirmi a Bruxelles.

Ho salutato Londra con un misto di felicitá e malinconia. “Sono solo 5 mesi”, mi dicevano gli amici, ma io so bene che quando imbocchi una nuova strada non è scontato che tornerai indietro. Del resto, se chiedete a un qualsiasi italiano residente a Londra, c’è un’ottima probabilitá che vi dica che la sua intenzione iniziale era rimanere nella capitale inglese soltanto qualche mese.

Anche io ero partita con l’idea di stare soltanto due anni fuori e tornare appena finito il master. Eppure, dopo quasi sei anni, ero ancora lì. Londra era la mia casa ormai, il mio compagno e i miei amici quella famiglia che cosí difficilmente mi ero riuscita a ricostruire. Ancora una volta, stavo per privarmi di tutte quelle persone e luoghi che mi rendevano quello che ero.

Non ho preso questo trasferimento a cuor leggero, nonostante fossi emozionatissima all’idea di cominciare questa nuova avventura. Guardando la stazione di Saint Pancras dal finestrino dell’eurostar, ho deciso che quella partenza sarebbe stata un addio. Non un addio alla cittá, ma un addio a quello che era stata la mia vita lí. A tutti i viaggi estenuanti in treno, ai lavori orribili che mi sono ritrovata a fare, ai sacrifici fatti per pagarmi l’universitá. Un addio a tutti i colloqui di lavoro andati male, a tutti i sabati sera che ho passato a lavorare,  a tutte le volte che ho ricevuto un “no”, invece di un “si”.

Arrivata a Bruxelles, lo shock è stato grande. Le stazioni ti trasmettono un profondo senso di insicurezza, i negozi chiudono alle 6 di pomeriggio e rimangono chiusi la domenica e nonostante sia una cittá multiculturale molte persone non parlano inglese.

Dopo aver impiegato anni per parlare inglese fluentemente, mi ritrovavo di nuovo in una cittá dove non riuscivo a comunicare. La mia prima reazione é stata di rifiuto e paura per i mesi successivi.

A distanza di due settimane, non mi sono ancora fatta un’idea decisa su questa cittá. Non so se finito il tirocinio rimarró quá oppure torneró a Londra, eppure per la prima volta da 6 anni, mi sento quasi a casa.

Nei miei colleghi tirocinanti ho trovato persone come me: ragazzi che hanno vissuto in diversi paesi europei, fluenti in almeno due lingue parlate nell’Unione e interessati a quello che succede nel mondo. Persone che spesso nei loro paesi di provenienza hanno ricevuto delusioni e porte sbattute in faccia. Giovani che credono in questo progetto di unione che viene spesso maltrattato dai singoli stati membri, ma che lo guardano comunque con un occhio critico.

Mi sono sempre sentita straniera, anche in Italia. Sono sempre stata interessata ad altre culture, altre lingue e all’idea di vivere all’estero. Mi sono sempre sentita diversa dalla tipica ragazza ternana e in tutti i miei viaggi ho cercato un posto che non mi facesse sentire cosí.

A Bruxelles, invece, non sono piú una ragazza senza radici che alla domanda “di dove sei?” non riesce a rispondere semplicemente, tanto l’hanno cambiata gli anni passati all’estero. A Bruxelles sono finalmente libera di essere quello che sono sempre stata: una cittadina europea.

 

50 sfumature di caffè

Espresso, double espresso, Espresso Macchiato, Espresso Con Panna, cappuccino, Americano, Iced coffee, latte, Flat white, cortado, caramelatte, Latte Milano, caramelatte with semi skimmed milk, cappuccino with soya milk, mocha, white chocolate moka.

E la lista continua, soprattutto perché non siamo ancora passati ai tè. Gli accoglienti coffee shops inglesi, profumati di chicchi macinati e panne dolci, sono in realtà dei locali piuttosto trafficati. Non perdendo la freneticità di molti altri luoghi londinesi, i clienti entrano, ordinano una delle tante varianti nel menù – possibilmente con un’opzione personalizzata, che va dalla cream on top, al caramello doppio, al cioccolato in polvere – e portano via in uno dei bicchieroni di carta con tanto di coperchietto di plastica e stecchetto di legno a mo’ di cucchiaino.

Se invece è stato scelto il drink in, la bevanda viene servita in una bella tazza di ceramica, con piattino ed eventualmente vassoio, al modico prezzo di dieci pences in più sul saldo finale. Non è anomalo pagare con la carta di credito – soprattutto se contactless. E non è infrequente fermarsi a ricaricare il cellulare, finire un lavoro sul computer, o sostare oltre un’ora ad uno dei tavoli con presa o sui sofà del locale, ben a distanza dal bancone del servizio.

Earl Grey, Breakfast Tea, Green Tea, Assam Tea, Chai Tea Latte, Iced Tea, Herbal Tea, Camomile, Jasmine Tea.

Il tipico tè inglese viene servito in una teiera, lasciata al cliente così da potersi servire da solo, arricchendo la bevanda a piacere con zucchero e/o latte. Il tradizionale English Tea include una torretta a più vassoi con mini tramezzini, pasticcini vari, e gli immancabili scornes, accompagnati da crema e marmellata. Si tratta di una vera e propria merenda, delizia dei turisti ed evento speciale della famiglia.

Per quanto diffuso sia il tè in Inghilterra, la tipica bevanda sta lasciando sempre più spazio al caffè; si badi, però, in tutte le sue varietà e capricci. Paese che vai, caffè che trovi. Ed essendo una capitale multietnica e multinazionale, Londra ha accolto e fatto proprie (tutte) le varie modalità di preparazione e di consumo di questa bevanda.

Una macchinetta moka classica sembra essere uno strumento abbastanza costoso e poco comune nelle case inglesi. Più economico e veloce è il caffè solubile. Soprattutto in ufficio, la bevanda così lunga sembra durare per tutta la mattinata o pomeriggio, sempre fumante nelle capienti mugs, mantenendo un livello di caffeina sostenibile e necessario per portare avanti il lavoro. Un po’ come il caffè americano, ma meno acquoso.

Il caffè in filtro sembra stia lentamente scomparendo per la scadenza del risultato, anche se sia ancora l’ultima spiaggia in caso non ci siano alternative o per ritiri sperduti con pochi supermercati nelle vicinanze.

La French Press, o caffettiera a stantuffo, è molto di moda. Per la complessità richiesta nel miscelare la giusta dose di macinato e acqua – quest’ultima al punto giusto di calore, bollente ma non bollita – rimane una tecnica piuttosto fine, ma comunque più portatile rispetto alla moka Italiana, richiedente la fiamma viva di un fornello. L’unico inghippo risulta ancora una volta il macinato fresco: la Lavazza diventa oro – nel vero senso della parola – sugli scaffali dei supermercati inglesi. Ma buone alternative, a portate di tutte le tasche, sembrano essere anche il marchio Starbucks e Fair Trade.

La questione è molto semplice: non si può entrare in un coffee shop, ordinare solo “un caffè, grazie”, e aspettarsi la piccola tazzina da bere in un sorso o da finire scambiando quattro chiacchiere al volo con un amico in piedi vicino al bancone. Allo stesso modo, andando a trovare qualcuno a casa, l’offerta varia con tè, succo di frutta, e in ultimo caffè, il quale non è detto vengo preparato con una moka, avendo a disposizione così tante varianti.

La dinamica cambia, il consumo che se ne fa è diverso, il momento di condivisione che la pausa caffè rappresenta in Italia non è lo stesso. A detta della mia coinquilina, bisogna essere italiani per saper fare un espresso decente, non sciacquato, pur avendo la stessa macchinetta e lo stesso macinato. Ho provato a spiegarle la tecnica della montagnetta e del livello dell’acqua, ma qualcosa va sempre storto.

La tradizione nel nostro paese ha prodotto l’eccellenza ed il primato in un buon espresso. E non è un caso che la maggior parte di quelli che ordinano il ristretto e mini “single espresso” nei coffee shops inglesi siano sempre italiani.

Nel Chai Latte ho compreso l’aroma del tè indiano. Nel solubile, vedo la comodità di un caffè preparato al volo. Nella French Press ho trovato l’alternativa di compromesso, tra un caffè lungo ma con il macinato. Nella Mocha, capisco la voglia di mescolare gusti e ingredienti diversi, tra il dolce, il latte e la caffeina. Con i divani e le prese di corrente dei locali ho intuito il significato del binomio caffè/attività – che sia lavoro, studio, o programmazione – piuttosto che bevanda da pausa o digestivo post pranzo.

Qualunque sia la sfumatura scelta, c’è un caffè per tutti. In una società che sembra aperta e che accoglie e promuove il nuovo, la varietà nelle miscele e le molteplici modalità di preparazione rispecchiano una certa fluidità e, perché no, un certo individualismo e personalità nelle scelte e nei gusti.

Non privatemi mai, però, della mia Bialetti, please.

Differenze di volume

È un fatto curioso che la tradizione riporti il 23 aprile sia come data di nascita che di morte di William Shakespeare. Di sicuro, si sa solo che il famoso poeta sia stato battezzato il 26 aprile 1564. Miti e incerti scribi hanno fatto il resto perché i giorni coincidessero.

Sta di fatto che il Regno Unito è in festa ad aprile. Celebrazioni particolari si hanno in Stratford-Upon-Avon, città natia del Bardo, ma anche a Londra. Il Globe Theatre, meta sempre affollata di turisti e fan del teatro, organizza ogni anno un programma speciale per far memoria del drammaturgo.

Il primo aprile che ho trascorso nella capitale inglese, il teatro circolare aprì le porte gratuitamente a tutti coloro interessati a visitare il museo al suo interno e magari intrattenersi a sentire estemporanei monologhi dal palco. Caramelle con su scritto “Hamlet” (che allora si avviava per un tour globale della durata di due anni) e attività per bambini nello spazio teatrale al coperto erano alcune delle chicche della giornata. Il tutto, però, voleva fare da aperitivo ad una festa ancora più grande, l’anno seguente, quando sarebbero stati ben 400 anni dalla morte del poeta.

Mi fermo un paragrafo per dare qualche informazione in più di localizzazione. Il Globe Theatre si trova al Southbank, una zona centrale bagnata dal Tamigi – un po’ come a dire il Trastevere inglese. A costeggiare il fiume c’è un lungo camminamento collegato all’altra sponda da alcuni dei più famosi – e belli, soprattutto con le luci notturne – ponti di Londra, tra cui il Tower Bridge, il London Bridge, il Millennium Bridge, e via dicendo. Lungo questo percorso, il Globe è in buona compagnia: sul camminamento del Southbank si aprono anche le porte del National Theatre, del Southbank Centre, per non dimenticare i tornelli del London Eye.

Nel 2016, per celebrare il quattro-centenario del Bardo, sono stati installati 37 schermi lungo il Southbank. Il progetto, chiamato “The Complete Walkprevedeva la proiezione gratuita, per tutto l’ultimo weekend di aprile, di 37 video – della durata di 5-10 minuti – con scene tratte dalle commedie e tragedie di Shakespeare, girati sui luoghi reali di ambientazione delle pièces. Questo include, certo, Romeo e Giulietta a Verona, La Bisbetica Domata a Padova, e Coriolano ad Ostia Antica.

L’anno seguente, la British Library mise in piazza, a Trafalgar Square, dei QR codes che indirizzavano al download delle scannerizzazioni del primo folio di alcuni dei manoscritti di Shakespeare. Avere il pdf ad alta risoluzione del primo folio dell’Othello sul cellulare, lo confesso, fa una certa impressione. Per non parlare dello spettacolo Shakespeare Son et Lumière: una colorata animazione, di circa undici minuti, attraversava quasi tutte le opere teatrali di Shakespeare, proiettata sulla facciata della Guildhall Art Gallery e accompagnata da narrazione drammatica dei più famosi versi.

Insomma, non c’è modo di scappare al fascino del grande poeta qui.

Mentre ero in piedi di fronte alla gigantesca candela digitale proiettata sulla facciata del diciannovesimo secolo della Guildhall, accompagnata dall’altisonante “Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”, ripensavo al mio volumone di letteratura italiana.

Adoro le opere teatrali di Shakespeare, e ancor più adoro i vari riadattamenti e modernizzazioni delle sue tragedie. Ma proprio non riescono a prendere il posto di quel più antico “Amor, ch’a nullo amato amar perdona”.

Attraversando la penisola, in qualsiasi secolo della storia italiana, si scopre una ricchezza inestimabile di versi e di personaggi da poterci coprire non uno, ma mille di palazzi con proiezioni digitali. Agli occhi spalancati di familiari ed amiche italiane che ascoltavano i miei racconti inglesi dei vari progetti culturali ai quali avevo assistito, presentavo anche la mia frustrazione e il desiderio di costruire scenari simili per un patrimonio ben più ampio e profondo di quello del Bardo.

La letteratura inglese ha sicuramente molto da raccontare al di là di Shakespeare, ma è curioso vedere come da quest’unico poeta – che sia realmente esistito o meno, a seconda della tradizione che si vuol seguire – ne è stato sviluppato quasi un mito, incantando le nuove generazioni e turisti da tutto il mondo.

Scherzando con alcuni colleghi qui, ricordo loro, di tanto in tanto, delle ambientazioni tutte italiane di alcune tra le più famose opere presentate dalla Royal Shakespeare Company. Ma sembra poco importi loro della Roma repubblicana o delle follie di Caligola, perché il Cesaricidio è uno degli avvenimenti più importanti e drammatici, in fondo, giusto? Altrimenti se ne sarebbero scritte tragedie anche al loro riguardo, come è stato fatto per la storia d’amore di Antonio e Cleopatra.

Come fare a dire che, si, in realtà ci sono volumi, versi, libretti, per tutte le fasi della nostra storia, per l’amore corrisposto o no, per la divisione dell’essere umano in centomila, per le storie d’onore e di sangue della mafia, che rivelano ben altro che il fascino di Al Pacino e Marlon Brando.

C’è il problema del dialetto, è vero, per molte opere. Ma l’inglese di Shakespeare, preso puro, non è molto più comprensibile dei primi sonetti Danteschi. Il medium – il termine stesso ci riporta alla tradizione latina – attraverso cui aprire i libri e raggiungere il lettore, è la chiave. La letteratura è attraente, la cultura affascina. Eppure, anche una rosa senza acqua e senza esser esposta alla luce del sole muore ed il seme rimane chiuso in sé.

L’invito e la speranza è che scaffali e vetrine siano sempre più aperti, in un dialogo con le nuove tecnologie e con la creatività delle nuove generazioni, per far sentire le opere più vicine ad un pubblico, vecchio e nuovo, che cerca, indaga, è curioso. C’è fame di cultura e di poesia, troviamo il modo di impiattarle.

Welcome on board! Cristiana Ferrauti – blogger #theitalians

Multimediale è la parola chiave per le nuove frontiere del giornalismo. Insieme a Multitasking e multiskilled, sono le tre parole per la sopravvivenza e la buona riuscita nella frenetica metropoli Londinese. La bussola di tutto, però, rimane un’insaziabile curiosità per le storie e la poesia della conoscenza.

Cristiana Farrauti ama specificare di essere romana, oltre che Italiana, perché nella Capitale ha imparato ad apprezzare ed amare la cultura in tutte le sue sfumature, dalle lingue antiche ai manoscritti, dagli affreschi alle maestose statue di marmo.

Classe ‘92, si laurea in Scienze Umanistiche alla Lumsa. Dopo un paio di mesi è all’aeroporto di Fiumicino con un biglietto di sola andata per Londra, pronta (o quasi) per un anno all’estero in vista del conseguimento di un Master in Giornalismo Multimediale alla University of Westminster. Il risultato è stato non solo una rubrica arricchita di amici dall’Asia, Europa dell’Est, o Irlanda, ma anche un portfolio colorato di collaborazioni varie con magazines e charities, che si tratti di recensioni, interviste, o lavori con i social media. Nonostante i prezzi esagerati di pasta e parmigiano, i caffè espresso un po’ sciacquati e la pioggia ininterrotta, la città diventa sempre più familiare e, al di là della stereotipica freddezza inglese, accogliente.

Proprio per rompere con gli stereotipi, Cristiana ci parlerà di qualcosa al di là del cliché finanziario della capitale. In punta di penna – perché la penna ferisce più della tastiera – vuole aprire lo sguardo sulla Londra che trabocca di spettacoli, di letteratura, e di multinazionalità.

Fratellastri d’Italia

Da qualche anno non si fa che parlare di questi italiani all’estero: c’è chi parla di fuga di cervelli, chi dice che l’Italia sta meglio di loro; c’è chi racconta che vivere all’estero è bellissimo e chi dice che non ne vale la pena. Intelligenti, volenterosi, bamboccioni, coraggiosi, traditori della patria: quante etichette ci hanno forzato addosso il giornalista o il politico di turno. A me però le etichette non piacciono, quindi scrivo questo post nella speranza di darvi un’opinione sull’argomento che sia la più onesta possibile.

Allora chi sono questi italiani all’estero? Sono davvero il meglio o il peggio dell’Italia?

Per esperienza personale, posso dirvi che sono entrambi. Ci sono neolaureati in ricerca di un lavoro dove possono applicare le loro conoscenze e appagare le loro ambizioni e ci sono poi coloro che vengono pensando di trovare quel sogno americano in Europa che molti giornali sono così intenti a propagandare. Anche io, come molti, prima di trasferirmi in questa grande isola, la vedevo esattamente così. Me la immaginavo pulita e ordinata, con persone rispettose delle regole e con i servizi pubblici funzionanti alla perfezione.

La realtà che ho trovato, al mio arrivo, è stata un po’ diversa. La Londra di cui ho sentito così tanto parlare è come un sogno che sta svanendo, un ricordo che ha lasciato il posto a una città sovrappopolata e carissima, dove gli autoctoni vengono spinti in periferia all’aumentare dei prezzi delle proprietà, mentre noi immigrati lavoriamo spesso più di 45 ore a settimana per poterci permettere appartamenti condivisi con sconosciuti e infestati da topi. Un incubo più che un sogno, direte voi. Allora perché sempre più giovani abbandonano l’Italia per trasferirsi nel Regno Unito?

Vivendo in questo paese ho imparato, tra le tante cose, che la realtà è sempre più complicata di quello che ci vogliono far credere. La verità è che se vai all’estero solo per una questione lavorativa, spesso non ne vale la pena, come raccontano tanti expat rientrati in patria. Si, perchè la qualità della vita che l’Italia può offrirti (la dieta mediterranea e il clima mite), la trovi raramente altrove. Perchè pochi lavori valgono il freddo, il cibo scadente, le distanze e la solitudine che viviamo.

Personalmente, ci sono tantissimi motivi dietro la mia scelta di lasciare l’Italia. La paura del diverso, le discriminazioni, l’apatia sociale e l’eccessiva importanza che si da all’apparenza. Insomma, tutti quegli argomenti di cui ho gia parlato (o di cui parlerò presto) e che mi impediscono di immaginare di vivere nella mia terra natia.

Spesso non si capisce che l’esodo dei giovani italiani ha più a che fare con i demeriti dell’Italia piuttosto che i meriti dei paesi stranieri. Il nostro sistema scolastico, per quanto valido sotto molti aspetti, non ci prepara affatto al mondo del lavoro. La realtà che un giovane laureato si trova davanti è fatta di tirocini non pagati, contratti “part-time” che ti richiedono più di 40 ore alla settimana, stipendi da fame che devi accettare, visto che “stai imparando”. E se rifiuti, allora ti chiamano bamboccione, sfaticato e perfino presuntuoso.

Si dice che ammettere l’esistenza di un problema è il primo passo verso la risoluzione del problema stesso. Eppure della “fuga dei cervelli” se ne parla da diversi anni, ma senza fare nulla. Quando ancora non era presidente, Emmanuel Macron fece un appello a tutti gli emigrati francesi chiedendogli di tornare in patria, suggerendo loro quanto la Francia avesse bisogno di superare quella mentalità della “paura del fallimento” che blocca la crescita del paese.

E noi expat italiani? Beh, noi abbiamo avuto un ministro del lavoro, Giuliano Poletti, che ha detto che “alcuni italiani è meglio non averli tra i piedi”. Quindi non solo siamo stati spinti a lasciare il nostro paese perché non ci viene data la possibiltá di vivere in modo dignitoso in Italia, ma ci dobbiamo anche sentire insultati per questo. “Andate a Londra con le vostre belle lauree e poi finite a lavare i piatti o a lavorare nei bar e nei ristoranti”. Ho letto piú volte sui social media commenti simili. Questo è uno dei problemi di noi italiani: ci atteggiamo spesso a esperti di cose di cui non abbiamo nessuna conoscenza.

Lavorando come barista per cinque anni sono stata in grado di pagarmi l’università, almeno due viaggi in Italia e altre due vacanze all’estero ogni anno. In poco più di cinque anni di residenza qui, ho cambiato diversi lavori e non sono mai stata disoccupata per più di un mese. Quanti ventenni italiani possono dire lo stesso?

Il lavoro nella ristorazione è uno dei più facili per trovare a Londra, grazie ai migliaia di bar e ristoranti sparsi nella capitale. È per molti un punto di partenza, un modo per pagare le spese e nel frattempo ricostruirsi una vita. Molti expat riescono a fare altro nel corso degli anni e quelli che decidono di rimanere in questo settore hanno possibilitá di far carriera e guadagnare un bel salario, se vogliono.

L’esodo degli italiani, che non si limita soltanto ai giovani, è stato ignorato per molto tempo e poi, improvvisamente, è diventato uno degli argomenti piú discussi. Il problema è che, anche in questo caso, non si tratta di un dialogo. Ci sono tantissimi expats che hanno raccontato la loro storia, in centinaia di blog come questo, oppure intervistati da quotidiani regionali e nazionali. Quando l’ultima battuta è stata scritta, cosa ne rimane?

Soltanto un’altra storia di successo o fallimento, un’altra voce a questo infinita discussione se vale la pena o no vivere all’estero. E allora mi chiedo: perché invece di focalizzarci sul perché gli altri paesi attirano cosí tanti giovani, non iniziamo a interrogarci sui motivi per cui l’Italia non riesce a tenersi i suoi figli? Quante idee, quanti consigli, potremmo dare noi che conosciamo altri paesi, altri sistemi politici ed altre realtà. Eppure, quanti politici ci hanno mai chiesto cosa potremmo fare per cambiare il paese? Quanti politici ci hanno chiesto perché non torniamo? Cosa è stato fatto per spingerci a rientrare oppure per far si che altri giovani non seguano il nostro esempio?

Nella mia comicità spesso penso che ai nostri politici stia bene cosí. In fondo siamo dei numeri in meno sulla disoccupazione giovanile, delle pensioni in meno che lo Stato dovrà erogare e poco importa se altri paesi sfrutteranno al meglio l’istruzione che lo stato italiano ci ha pagato. Le nuove generazioni partono, lasciando indietro quelle vecchie (più facilmente manipolabili attraverso i social media e notizie false) e coloro che si “accontentano” di vivere in questa situazione.

Se qualcuno dice “io non ci sto” allora deve per forza essere migliore o peggiore dell’altro. Quante volte mi sono sentita dire “ma tu sei più coraggiosa di me”, oppure “io sono così legata alla mia famiglia, non potrei mai fare quello che hai fatto tu”, come se chi decide di partire debba essere per forza più indipendente o meno legato alla famiglia.

Italiani contro italiani. Sono passati più di 150 anni dall’unità italiana eppure degli italiani, a mio avviso, ancora non c’è traccia. Forse il motivo è che ci vediamo diversi, e lo siamo: ogni regione nel nostro paese ha le sue tradizioni, la sua lingua, una sua realtà che è totalmente diversa da quella delle regioni confinanti.

Ed esattamente come accade con le culture e tradizioni straniere, anche questa diversità ci disturba e ci divide.