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Penelope non resta a casa – Sguardo critico sulla migrazione femminile a Barcellona

Dal 2013 al 2017 la mobilità italiana è aumentata del 60% passando da poco più di 3 milioni a quasi 5 milioni di persone.

Al 1 gennaio 2017, infatti, gli italiani residenti oltre i confini nazionali e iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) sono  4.973.942, circa l’8,2% della popolazione italiana e nello specifico nella città di Barcellona 29.272 (54,6%  uomini e 45,4% donne) confermandosi come prima comunità migrante, seguita da cinesi e pakistani.

Personalmente considero la mobilità come una risorsa, sebbene non posso non considerare il suo lato dannoso se a senso unico – quando cioè è una fuga di talento e competenza e non è corrisposta da una forza di attrazione che spinge al rientro.

Solamente equilibrando partenze e rientri avviene la “circolazione”, che è espressione della mobilità, in quanto sottende tutte le positività che derivano da un’esperienza in un luogo altro e dal contatto con mondi diversi.

Questa premessa è fondamentale per sottolineare il grave problema dell’Italia di oggi, il cosiddetto brain exchange, cioè l’incapacità, non tanto di trattenere, ma di attrarre talenti. Così intesa, la mobilità diventa unidirezionale, dall’Italia verso l’estero, con partenze sempre più numerose e con ritorni sempre più improbabili.

La questione non è tanto quella di agire sul numero delle partenze ma piuttosto di trasformare l’unidirezionalità in circolarità in modo tale da non interrompere un percorso, continuo e crescente, di apprendimento e formazione, da migliorare le conoscenze e le competenze mettendosi alla prova con esperienze in contesti culturali e professionali diversi, al passo con un mondo in continuo mutamento.

Attraverso questa strada di valorizzazione continua è possibile passare quindi dal brain exchange alla brain circulation.

Ma all’interno della più ampia “Fuga di Cervelli”, voglio evidenziare un importante cambio di patron del profilo migratorio di italiani a Barcellona, in special modo ponendo un focus sulla figura della donna come fattore chiave del mutamento.

Le donne – di cittadinanza italiana, con passaporto italiano e diritto di voto – residenti nell’Area Metropolitana di Barcellona al 1° gennaio 2017 sono 13.292, (quelle iscritte all’AIRE), ma si stimano a quasi il doppio, provenienti principalmente da Sicilia, Campania, Lombardia, Lazio e Piemonte.

Per quanto riguarda le classi di età, espatriano a Barcellona donne che hanno tra i 18 e i 34 anni (22,3%) in possesso di titoli di studio e con una qualificazione elevata che ricoprono posizioni di rilievo e responsabilità.

La classe di età più numerosa però risulta essere quella  tra i 35 e i 49 anni ovvero nel pieno dell’età lavorativa (23,4%); sotto al 19% vi è chi ha tra i 50 e i 64 anni; infine,più di 65 anni (20,2%).

Non si parla più dunque di una migrazione femminile conseguente al raggruppamento familiare alla quale si è assistito dagli anni ’70 ai successivi ’80, ma ci troviamo davanti ad un’ondata migratoria la cui causa è soprattutto la ricerca di una posizione di lavoro altamente valorizzata e del miglioramento della qualità di vita.

È evidente il capovolgimento ideologico che nell’immaginario collettivo configurava l’uomo, il padre di famiglia o il giovane, costretti ad emigrare in solitudine per cercare lavoro all’estero e riuscire a sostentare a distanza la sua famiglia.

Un percorso non privo di ostacoli che terminava con il ritorno dell’eroe nel Paese d’origine, arricchito e ripagato dei suoi sacrifici.

A fronte del processo di emancipazione femminile, la migrazione di noi giovani ragazze è generalmente self-oriented, ovvero uno strumento per assicurarci un processo di soddisfazione personale sia in campo professionale sia affettivo, piuttosto che un progetto per migliorare le condizioni economiche delle famiglie d’origine.

Soddisfazione che ci vediamo negata in un’Italia immobile e decadente.

Ma cosa ci ha spinto a prendere questa decisione drastica?

Secondo la mia opinione, la maggior parte delle donne che si trasferiscono a Barcellona lo fa per Amore.

Premettendo che esistono differenti tipi di Amore, primo fra tutti l’Amor Proprio, motore e fuoco della ricerca di una nuova identità.

Questa sostanzialmente è stata la motivazione alla base della mia decisione di trasferirmi oltre confine e delle ragazze che in questa mia avventura ho avuto il piacere di conoscere.

Qui le donne che emigrano hanno la possibilità di vivere in una società inclusiva, un ambiente coinvolgente dove sentirsi accettate e rispettate nella più semplice quotidianità.

E tutto ciò non le permette solamente di sentirsi in sicurezza, ma di essere parte integrante di una comunità, identificandosi in essa ed assorbendo il concetto di biculturalità.

Barcellona è la città della metamorfosi, nella quale ci si ritrova consapevolmente ad aprire certe porte segrete della nostra esistenza, rendendoci conto di aver permesso l’estinzione dei nostri sogni e desideri più cari, la dissoluzione delle nostre speranze, dei nostri progetti più importanti. E tutto per la paura.

Ogni migrazione è un salto nel vuoto, solo che io ho imparato, qui a Barcellona, che invece di nascondere le mie paure sotto il letto, è meglio se lì ci ripongo le valigie pronte per la prossima avventura.

 

CatalExit… o meglio Catalessi dei popoli

«Rachele, cosa ne pensi tu della Questione dell’Indipendenza Catalana?».

Me lo chiedono ormai da mesi, i miei compagni di Università, i genitori dei miei amici durante le cene a casa loro, i miei conoscenti internazionali e persino il portiere dell’edificio in cui abito. Per cui dopo mesi di parole ed opinioni dispensate, sento il bisogno di raccontarvi cosa significa essere un’italiana nella schismogenesi catalana.

Sabato mattina ore 10.00, un cartello segnaletico reca inciso nella parte superiore “Benvinguts a Vall de Torroella” e continua con “ Municipi per la Independència”, 365 abitanti censiti, ora 367, ma  solo per un weekend.

Attraverso i 14 ettari da parte a parte della cittadina industriale della Catalogna profonda, senza poter fare a meno di chiedermi cosa abbia spinto questi 365 abitanti, tanti quanti i giorni dell’anno che abbiamo appena visto concludersi con epocali colpi di scena politici, a gridare il loro schieramento politico attraverso l’urbanizzazione.

Da dove nasce l’esigenza di un catalano di schierarsi e di volerlo manifestare subito dopo un Benvenuto nella mia casa? A me che sono una ragazza del centro Italia, abituata a Roma in cui la massima espressione di divisione sociale è data dalla Squadra del cuore – Roma o Lazio, Curva Nord o Curva Sud, di padre in figlio – risulta abbastanza enigmatico da comprendere.

Ma qui in Catalogna si respira un sentimento identitario definito e partidario in ogni calle dopo lo scorso primo ottobre. Si sente nelle chiacchiere a bassa voce fra compagni di studi nella biblioteca dell’università, nello spogliatoio della mia squadra di calcio del quartiere San Gervasi, nel saluto del  barista che mi serve un café con leche la mattina. Ma soprattutto si avverte nella protesta silenziosa sui muri de las ramblas, sui balconi delle case di Barcellona, dai quali sventolano rigogliose bandiere spagnole o catalane indipendentiste. La città si schiera ad ogni angolo.

Si può così calpestare un mattonella dipinta con un bianco “SI”, volutamente pro indipendentista e al seguente passo trovarsi ad entrare in un portone con lo slogan ” Viva el Rey, Viva España”.

Sì, proprio Barcellona, la mia Barcellona, la stessa che mi ha mostrato nel cuore delle sue stradine che ad ogni persona appartengono innumerevoli quanto diverse identità con rispetto al territorio che si calpesta, in questi giorni dà la sensazione di aver perso la sua polifonia urbana a favore invece di un duetto illusorio e fratricida.

Sensazione che, come me, altri 25.000 italiani si trovano a vivere ogni giorno nella metropoli catalana, trovandosi nella condizione di incertezza non tanto economica o politica, quanto sociale. Non sai mai in che momento qualcuno possa chiederti la tua opinione a riguardo ed è lì che un italiano a Barcellona decide di schierarsi, divenendo anche lui parte di quell’arte metropolitana di politica viva da bar.

Ma ciò che sta succedendo in Catalogna lo si può definire come un vero e proprio processo di schismogenesi. Per chi non la conosce, questa parola è stata coniata negli anni trenta dall’antropologo e genio della teoria della  comunicazione Gregory Bateson ed è un concetto che descrive e analizza i conflitti cronici che hanno un aumento considerevole di aggressività reciproca tra  due parti contrapposte.

Processi graduali e sostenuti nel tempo, fino a che giunge un momento nel quale non è chiaro quando è iniziato tutto e abitualmente le parti si accusano a vicenda di essere gli iniziatori e gli unici responsabili del conflitto. Lo fanno adducendo e ingigantendo dettagli e parti che gli danno ragione, e minimizzano l’importanza dei fatti e delle argomentazioni di cui si serve la controparte.

Dovuto alla gradualità, succede che, fin quando il processo non è avanzato, le persone che vi sono coinvolte non sono coscienti né della gravità che ha raggiunto il conflitto né del cambio profondo che stanno provocando come soggetti.

Ed è qui che arriviamo al vero problema: ci sono due legittimità, quella spagnola centralista e quella catalana indipendentista.

Ognuna per natura e ricorrenza differente, però in questi momenti entrambe vissute come pienamente legittime dalle persone dei due gruppi umani.

Il tutto chiaramente sta succedendo in un unico spazio politico caratterizzato da una unica legalità vigente, il che lo rende particolarmente complicato.

In questa dinamica si sono configurati due paradigmi opposti che si negano la legittimità a vicenda e che impossibilitano stabilire del tutto il dialogo.

Il peggio di tutto ciò è che sia dall’una che dall’altra parte si ha ogni volta meno rispetto della fazione contraria, perché ne considerano illegittime la loro posizione e le loro credenze, cosa che comporta una disumanizzazione sempre più cruenta dell’ “altro”.  Lo si dimostra con slogan del tipo “A por Ellos oé, a por Ellos oé” che incita alla distruzione della controparte o da “Amb la sang dels espanyols farem tinta vermella i escriurem amb la mà al cor Catalunya terra nostra” che in modo più letterario allude allo stesso obiettivo.

Questa polarizzazione finisce col coinvolgere tutti, dai gruppi di amici agli appartenenti dello stesso nucleo familiare e ovviamente sconosciuti incrociatisi per caso, che si sentono ogni volta di più obbligati a posizionarsi a favore di una delle parti.

Fino a quando durerà questa divisione sociale? Quali saranno le conseguenze? Ma soprattutto: come cambieranno gli approcci di integrazione per noi italiani?

Non siamo immuni dalla polarizzazione e no, non possiamo non avere un’opinione solo perchè al momento non ci sentiamo rappresentati da nessuna delle due ideologie.

Non siamo pienamente in grado di comprendere il conflitto, ma non possiamo nemmeno viverne al di fuori allo stato delle cose. Ci troviamo in una sorta di limbo; incastrati in una storia che involontariamente non sappiamo di portare nel sangue.

E non possiamo nemmeno negare quanto Barcellona abbia significato per noi che viviamo qui da tempo e quanto significhi, perchè sostanzialmente ha lasciato una traccia indelebile nella creazione di ciò che siamo oggi.

Io In questa città ho trovato me stessa; ai piedi del faro dell’antico porto di Barcellona, giusto nel punto in cui il 41° Parallelo Nord taglia il Meridiano Dunquerque. Lo stesso che si utilizzò nel 1791 per definire la misura del metro come 1/10 000 000 del quarto del meridiano terrestre e grazie al quale diamo la misura di ogni nostro singolo passo.

Passi che continuerò a fare, fra una scritta “Llibertat als presos politics” e un “ Eres mi único Amor, no tienes remedio” perchè sì, Barcelona tiene el Poder, un  grande potere: il multiculturalismo che plasma la ragione dei popoli, solo che sembra essere momentaneamente assopito.

Probabilmente la soluzione migliore (ma non la più apprezzata) sarebbe optare per una strada che invochi alla mediazione, con la speranza di trovare un accordo tra il governo spagnolo, il quale dovrebbe cessare ogni azione di repressione, e quello catalano, che dal canto suo dovrebbe abbandonare ogni pretesa di indipendenza.

In pratica bisognerebbe fare appello alla Politica nella sua forma più pura.

L’unica soluzione pacifica e realmente democratica in grado di risolvere la difficile situazione che si è creata sembrerebbe quella di dialogare, di aprire immediatamente un negoziato tra  le forze politiche in campo. ma al momento è estremamente arduo, se non dichiaratamente impossibile. Il tutto, si spera, prima che il sonno della ragione a cui si sta inesorabilmente andando incontro generi i suoi abominevoli mostri.

 

Welcome on board! Rachele Arciulo – blogger #theitalians

Barcellona è come una moderna Babele, si possono ascoltare fino a 50 lingue diverse su las Ramblas, dove ognuna trova il proprio posto in una armonica melodia urbana. Ogni angolo sembra stimolare il mutamento dell’osservatore attento, Il multiculturalismo è infatti  il suo vero potere e fonte creativa di identità.

Rachele Arciulo classe 1993, inizia il suo percorso di studi all’estero a 12 anni, iniziando a plasmare la sua coscienza internazionalistica prima in Francia e poi proseguendo la sua formazione in Inghilterra e in Irlanda.

Si laurea nel novembre del 2017 in Scienze politiche e Relazioni Internazioni nell’Università di Roma Tre, partecipando attivamente alla vita politica universitaria al servizio degli studenti. Nel 2016 lascia Italia per trasferirsi a Barcellona, dove grazie al progetto Erasmus+ studia nell’Universitad de Barcelona, uno degli ambienti culturali più dinamici e stimolanti della città.

Attualmente è calciatrice professionista nella Lega Catalana di División de Honor, per mezzo della quale gira la Catalogna. Nella vita è sempre attenta nel difendere e diffondere la coscenza dei diritti umani, contribuendo attivamente all’azione di ONU Spagna, ACNUR e UNICEF Spagna.

Inizia il 2018 collaborando con il Think Thank “The Italians” attraverso il blog 41* Gradi Nord, che si pone la main mission di dare una visione caledoiscopica della realtà italiana a Barcellona, suggerendo spunti critici di riflessione per un’immagine diversa dal Mito.