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Intervista a Donato Zarrilli, ingegnere di ritorno in Italia: “La mia è stata una scelta di cuore, ma qui c’è ancora molta strada da fare”

Non solo partenze, valigie chiuse, voli da prendere e nuove città da esplorare. A noi di The Italians piace parlare anche di ritorni, di chi – felicemente e per scelta – ce la fa a tornare a casa, in Italia, con quel bagaglio di esperienze in più e con la prospettiva di tutta una serie di porte aperte davanti. È questa la storia che vogliamo raccontarvi questo mese: il nostro Italian di ritorno si chiama Donato Zarrilli, 31 anni, originario di Calitri in provincia di Avellino. Dopo la laurea in ingegneria a Siena e un progetto di ricerca in Inghilterra su reti elettriche e fonti rinnovabili, attualmente Donato risiede a Genova dove ha trovato il giusto equilibro tra lavoro e vita privata. E tra le escursioni in montagna, un giro in bici e qualche tomo di storia antica – alcune delle sue passioni – ha deciso di raccontarsi per noi.

Ciao Donato! La tua è una di quelle storie che ci piace raccontare: dopo 8 mesi all’estero sei tornato in Italia, rifiutando anche un’offerta di lavoro a Edimburgo. Puoi raccontarci cosa ti ha spinto a prendere questa decisione?
Una volta conclusa l’attività di ricerca a Manchester, sono rientrato in Italia per discutere la tesi di dottorato. In quel periodo ho ricevuto diverse offerte di lavoro da università e aziende estere. La più interessante fu sicuramente quella di una start-up di Edimburgo che progetta tecnologia avanzata per reti elettriche del futuro. Congiuntamene però ricevetti un’offerta altrettanto interessante da una prestigiosa casa automobilistica italiana. Ricordo di essere stato molto combattuto: da una parte c’era la possibilità di applicare in azienda gli studi intrapresi per anni in università, dall’altra quella di rientrare in Italia e far parte di una grande multinazionale. La mia è stata una scelta di cuore, perché entrambe avrebbero potuto darmi le stesso possibilità in termini di carriera. Alla fine, l’idea di poter contribuire allo sviluppo di un prodotto made in Italy di fama internazionale mi ha portato a scegliere Maserati.

Sappiamo che attualmente lavori in ABB a Genova, ma raccontaci qualcosa in più: in cosa consiste il tuo ruolo? Quali sono le difficoltà inevitabili che il rientro in patria ti porta ad affrontare? È per te una vittoria?
Da qualche mese lavoro a Genova dove mi occupo di progettazione di sistemi di gestione dell’energia per reti elettriche del futuro, le cosiddette “smart grids”. L’obiettivo è quello di massimizzare l’integrazione nella rete delle fonti rinnovabili per poter abbassare i livelli di emissioni di CO2. Fortunatamente non ho avute grosse difficoltà nel rientrare in patria. L’unico grande ostacolo è stato quello di riadattarmi alla macchinosa burocrazia italiana, alla poca efficienza della pubblica amministrazione e bassa qualità dei servizi erogati ai cittadini. Nonostante ciò, per me è stata e resta una grande vittoria quella di esser in patria in questo momento. Non ho mai pensato di potermi trovate male a lavoro o di pentirmi della scelta fatta di rientrare in Italia, cosa che posso confermare anche ora a distanza di anni. Ormai far parte di una multinazionale e lavorare in Italia o all’estero è quasi la stessa cosa. La mia paura più grande esulava dal lavoro in sé per sé, e riguardava tutto il resto. La domanda che invece mi ponevo era la seguente “l’Italia può darmi i servizi che ricevevo all’estero, e allo stesso prezzo? Può darmi la stessa stabilità economica?” A questo ancora non so dare risposta, sicuramente all’estero ho trovato un’organizzazione nelle istituzioni e nei servizi erogati nettamente superiore.

Facciamo un passo indietro, torniamo agli anni del tuo dottorato. Quella è stata la tua prima esperienza lontano da casa? Perché hai scelto di partire? Credi sia necessario, per trovare lavoro in Italia, fare prima dell’esperienze fuori?
Durante il dottorato ho fatto diversi viaggi di breve durata all’estero, sempre per collaborazioni su progetti europei e presentazioni a conferenze internazionale dei miei lavori di ricerca. Ricordo che subito dopo la laurea magistrale andai a San Diego in California per presentare la mia tesi magistrale alla conferenza SIAM (società di matematica applicata all’industria). Come queste tante altre esperienze simili. Credo sia fondamentale per tutti i ragazzi fare un’esperienza di studio e/o lavoro all’estero. Oltre al fatto che sia decisivo per la costruzione di un ottimo curriculum vitae, rappresenta un’esperienza di vita senza eguali. Imparare una nuova lingua, a vivere da soli, ad accettare la diversità, e condividere tempo e spazio con persone sconosciute sviluppa capacità interpersonali che altre esperienze non potranno e non riusciranno a darti.

A proposito del tuo PhD: di cosa ti sei occupato, qual era l’obiettivo della tua ricerca? Hai trovato differenze tra il sistema educativo italiano e quello inglese?
E’ stato proprio col dottorato che ho iniziato ad occuparmi di tematiche legate alle smart grids. In Italia la ricerca era focalizzata principalmente sul sistema elettrico, mentre in Inghilterra si iniziava già a ragionare in termini di sistemi multi-energy. Non si considerava soltanto l’elettricità ma anche altri vettori di energia quali il gas, e acqua calda e fredda per il condizionamento. Oltre ad una visione più futuristica e completa della tematica di ricerca, non ho trova altre differenze significative. Anzi ritengo che la formazione ricevuta in Italia sia altamente competitiva con quella di altri paesi europei e non.

Non appena concluso il tuo dottorato è iniziata per te l’esperienza in Maserati, per la quale hai lavorato due anni. Una doppia vittoria, insomma: sei tornato in Italia e sei riuscito a trovare subito un’occupazione. Di cosa ti occupavi e come sei riuscito, se posso chiedertelo, ad ottenere subito un incarico sicuramente ambito da molti?
Per me Maserati rappresentava il coronamento di un sogno che forse nutrono la maggior parte gli studenti di ingegneria. Per due anni ho vissuto l’intensità della vita di stabilimento, tra turni di lavoro e riunioni in direzione. Mi occupavo di supervisionare la produzione di un tratto di linea in cui venivano prodotti i modelli ghibli e quattroporte. Ero inoltre responsabile del pilastro “workplace organization” (organizzazione della postazione di lavoro) che rientra tra le dottrine WCM per il conseguimento del miglioramento continuo dei processi aziendali.
Secondo la mia esperienza, oltre ad avere un buon curriculum bisogna dimostrare passione per il lavoro che si vuole intraprendere ma soprattutto determinazione in fase di colloquio. Non bastano soltanto le competenze tecniche; bisogna lavorare anche sulle soft skills. Poi come abbiano fatto a selezionare proprio il mio curriculum su migliaia ricevuti non lo so, sicuramente la fortuna ha giocato anche a mio favore.

Dal tuo profilo LinkedIn emerge anche un altro lato della tua personalità: quello legato al volontariato. Che cosa fai e perché lo fai? In cosa questa esperienza ti rende migliore nella vita quotidiana?
Sono ormai diversi anni che svolgo attività di volontariato in ambito scientifico e non. Ad esempio, negli anni passati mi occupavo di revisionare articoli scientifici per diverse riviste internazionali. Ultimamente invece con alcuni colleghi stiamo cercando di mettere su una community no-profit di professionisti che possano mettere la propria esperienza a disposizione degli studenti che si stanno approcciando al mondo del lavoro. Lo faccio perché è sempre stato un supporto di cui avrei voluto beneficiarne in qualità di studente ma che non ho avuto. Oltre al fatto di rendermi più giovane, mi permette di conoscere nuove persone, di acquisire fiducia in me stesso, di imparare nuove abilità e di farmi sentire bene facendo del bene.

Si parla tanto di “fuga di cervelli” ma sempre troppo poco, o non come si dovrebbe, di “ritorno di cervelli”. Due domande. Molto spesso si parla del problema della mancata meritocrazia nel Belpaese: pensi che sia solo questo il motivo che spinge sempre più Italian a portare altrove le proprie competenze o c’è anche altro da considerare?
No assolutamente, c’è anche altro da considerare. Innanzitutto, in Italia le condizioni per poter vivere autonomamente all’età di 30 anni sono poche e geograficamente confinate al nord. Una persona come me, anche se è riuscita a rientrare in Italia, ha pochissime speranze di farsi una vita nel paese in cui è nato. In più all’estero danno da subito molte più responsabilità ai giovani facendoli sentire parte integrante del team di lavoro, offrono una crescita di carriera più veloce, oltre a degli stipendi nettamente superiori (al netto del costo della vita) e ridiscussi ogni anno (cosa importante e da non trascurare). Per ricapitolare, oltre alle poche opportunità di lavoro che offre il nostro paese, resta il problema della scarsa considerazione e della difficile possibilità di crescita.

La seconda domanda: il nostro motto è “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”. Secondo te, cosa si potrebbe fare per velocizzare questo processo? Partendo dalla tua esperienza, quali sono i presupposti base che l’Italia dovrebbe garantire ai propri giovani e come potrebbe farlo?
La risposta è piuttosto semplice: essere competitivi con gli altri paesi, quindi offrire le stesse opportunità. Fino ad una decina di anni fa, dopo il dottorato e qualche anno di post-dottorato la maggior parte dei ricercatori riusciva a diventare un accademico. Ora questo è diventato sempre più difficile per via dei pesanti tagli che ricerca e l’università italiana ha subito negli ultimi anni. Pochi sono quelli rimasti in Italia e che accettando contratti di lavoro rinnovabili e un lavoro precario. Molti si sono rivolti ad università e istituti di ricerca all’estero che ha permesso loro di una posizione lavorativa stabile, di crearsi un gruppo di ricerca proprio e di ricevere supporto finanziario dai propri istituti governativi.
Un ruolo fondamentale qui lo gioca la politica, che dovrebbe puntare di più sulla ricerca ed istruzione ed eliminare il divario esistente tra scuola e lavoro. Invece nelle aziende e negli uffici pubblici dovrebbero dare più spazio e responsabilità ai giovani, che hanno sicuramente più motivazione dei vecchi padri-padroni che non intendono mollare la presa. Per concludere, penso che il flusso migratorio non si possa fermare, soprattutto in una realtà dove l’internazionalizzazione rappresenta un valore aggiunto per studenti e lavoratori. Se da un lato è auspicabile incentivare il ritorno dei cervelli in Italia, dall’altro è ancora più importante attrarre cervelli stranieri nel nostro territorio, attraverso l’internazionalizzazione dei poli universitari e facilitando la loro integrazione nel mondo lavorativo italiano. Ma su questo tema sembra che le nostre università stiano lavorando piuttosto bene.

Che consiglio daresti ai tanti italiani che studiano o lavorano all’estero e che vorrebbero riuscire a tornare in Italia?
Trovare lavoro in Italia dopo un’esperienza significativa all’estero è molto facile ma potrebbe chiedere di scendere a compromessi, cosa che non tutti, e soprattutto i meno giovani, sono disposti a fare. Il mio consiglio resta comunque quello di mantenere un buon network di conoscenze in Italia (molti ritengono che il successo è proprio legato alle connessioni!) e di seguire costantemente le offerte di lavoro adatte al proprio profilo professionale. Scrivere un buon curriculum e creare un profilo Linkedin accattivante rappresentano gli elementi vincenti per essere invitati ad un colloquio e di ricevere un’offerta di lavoro. Tutte le ho offerte di lavoro che ho ricevuto, sono partite da Linkedin.

Per concludere, parlando di progetti futuri: adesso che sei in Italia, hai intenzione di restarci a lungo oppure ti attende presto una nuova avventura?
Al momento non ho particolari necessità di andare via o di cambiare lavoro. Sono da poco riuscito a ricoprire una posizione pertinente al mio percorso di studi e per giunta in Italia. Come tutti noi però abbiamo sogni nel cassetto e obiettivi ben definiti di cui focalizziamo la meta ma non conosciamo il percorso. Essendo una persona molto dinamica e flessibile, sono sicuro che non mi farò sfuggire opportunità che potranno migliorare sensibilmente la qualità della mia vita, che esse siano in Italia o all’estero.

Intervista a Silvia Scaramuzza, giornalista freelance a Bruxelles

Per l’intervista al nostro Italian del mese di luglio siamo volati diretti al cuore dell’Europa, Bruxelles. Abbiamo incontrato per voi Silvia, 27 anni, originaria di Terni, silvia ha vissuto già a Roma, Genova, Coventry e New York, prima di stabilirsi aBruxelles, dove ormai vive e lavora come giornalista freelance.

Tra falsi-miti sulla capitale europea e mercato del lavoro all’estro, abbiamo chiacchierato con Silvia delle sue molteplici esperienze personali e lavorative, ma anche delle lezioni importanti che in questi anni ha potuto imparare confrontandosi con realtà differenti. Ne é venuta fuori una bella panormaica della sua vita da expat, ma non solo.

Curiosi? Beh, non c’é molto da attendere… Buona lettura!

 

Ciao Silvia! Iniziamo da te e dalla tua storia personale: sappiamo che ormai da un po’ di tempo sei stabile a Bruxelles, dove sei giornalista freelance per diversi siti e testate. Ma dove e quando è iniziata la tua storia da italians? E soprattutto: perché?

La mia storia da Italian è cominciata con un Erasmus in Inghilterra durante gli studi per conseguire la laurea magistrale. Avevo voglia di varcare nuovi orizzonti, scoprire culture diverse dalla mia e soprattutto vedere come si studia all’estero. C’erano tanti miti sull’università in Inghilterra e volevo andare a vedere di persona se erano veri o no. Per esempio, tanti studenti di ritorno dal Regno Unito dicevano che gli esami erano difficilissimi, ma non è così. In Italia siamo abituati a studiare migliaia di pagine per ogni esame, mentre nei Paesi anglofoni l’approccio è differente e improntato alla pratica. Agli studenti è assegnato un argomento, che va sviluppato in un saggio. Sei tu a dover scegliere le fonti da consultare e l’impostazione del testo. Questo ti dà un’ampia libertà e soprattutto ti consente di sviluppare una forte indipendenza.

Bruxelles non è la tua prima esperienza all’estero: ci sono state anche New York e Warwick, in Inghilterra. Cos’è che ti spinge a cambiare spesso casa? Potresti raccontarci quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere in questi Paesi e che Italia – forse – non avresti avuto? 

A spingermi è il desiderio di misurarmi con esperienze nuove, muovendomi in contesti diversi per uscire dalla mia area di comfort. Bruxelles e New York sono città flessibili, a misura di un giovane. Sono anche molto competitive, ma le opportunità non mancano. Si conoscono persone che fanno i lavori più disparati, dall’analista specializzato in politiche di sicurezza e difesa al lobbista. Il contesto è dinamico e stimolante. In Italia, purtroppo, non è sempre così. I ritmi sembrano più lenti, anche se si lavora tanto, e sembra ci sia meno mobilità sociale.  

Tantissimi giovani expat che approdano a Bruxelles sono sicuri di trovare l’Eldorado. Anche tu la vedi cosi, oppure ci sono miti da sfatare? Com’è la tua vita da italiana in Belgio?

È un mito da sfatare. Bruxelles non è l’Eldorado. Il mercato è molto competitivo. In Italia, se si guardano i numeri, sono pochissimi i giovani che svolgono un’esperienza all’estero durante gli studi, mentre qui ti confronti con persone che sanno almeno due lingue e che hanno già vissuto e lavorato in più Paesi. Sono arrivata a Bruxelles perché ho vinto una borsa Schuman per lavorare nell’ufficio stampa del Parlamento europeo. Ogni anno vengono selezionate circa 300 persone e si candidano in 4.000. Il primo giorno ci hanno chiesto quanti di noi avessero già fatto esperienze all’estero. Il 90% ha risposto di sì. Questo rende l’idea di quanto il mercato sia competitivo per chi vuole rimanere negli affari europei. Poi c’è Bruxelles, che è un’altra cosa. La città sembra divisa in due. Chi lavora nelle istituzioni o in tutto quello che ruota attorno ad esse vive in una sorta di bolla, con i propri luoghi di incontro e il proprio linguaggio. 

Facciamo un passo indietro fino alla tua esperienza all’estero durante l’Erasmus. Avendo studiato sia in Italia che in UK, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi due paesi? Aspetti positivi e negativi, ovviamente!

Un punto a favore per l’Italia: gli studenti hanno una preparazione solida e sono abituati ad affrontare gli orali, quindi sono in grado di spaziare e argomentare su vari temi. Un punto a favore dell’Inghilterra: si predilige la pratica sulla teoria. Nel Regno Unito, mentre studi, impari ad imparare. Gli esami sono scritti. I professori ti danno delle linee guida, ma poi spetta a te scegliere come muoverti. Anche le lezioni sono strutturate in modo diverso. Una volta a settimana, a seconda del corso, si fa una lezione di gruppo. Il professore lancia una domanda e gli studenti rispondono a turno. Il professore ha il ruolo di facilitatore. Il suo compito non è quello di giudicare, ma di stimolare il dibattito. Gli studenti devono usare le conoscenze sviluppate durante il corso e utilizzarle per argomentare le proprie idee, in modo tale da consolidare le competenze. Per quanto riguarda le infrastrutture, non c’è storia. Io ho studiato all’Università di Warwick, un polo di eccellenza anche dal punto di vista tecnologico. Ricordo che per un periodo mi sono ammalata e non sono potuta uscire per un po’. Ho studiato tutto online, grazie alle risorse messe a disposizione dalla biblioteca universitaria: libri, ricerche, saggi, tutto informatizzato. Prima di arrivare nel Regno Unito, avevo studiato solo sui libri. C’è da dire, però, che l’Università costa, e molto. La mia, se non avessi fatto l’Erasmus, sarebbe costata circa 10.000 euro l’anno. 

Poi c’è stata anche New York, quel grande sogno americano unito alla tua passione di sempre: il giornalismo. È così diverso vivere e lavorare in America rispetto che in Italia? Mi riferisco ad orari, ritmi lavorativi, abitudini, opportunità, colleghi e rapporti umani…

L’America è davvero un altro mondo. A New York ti svegli la mattina con l’adrenalina, pieno di stimoli e di idee da mettere in pratica subito. L’ambiente professionale è totalmente diverso rispetto a tutte le città europee. C’è flessibilità, dinamismo, spazio per crescere e correre. Gli americani sono alla mano, amichevoli e gentili. Capita che completi sconosciuti si fermino a parlare per strada o in un bar di punto in bianco. A New York la gente è aperta e pronta a cogliere le opportunità ovunque esse si trovino. Ti faccio un esempio pratico. Per fare amicizia si usa molto la piattaforma Meetup. Ognuno può creare un gruppo e invitare gli altri utenti a unirsi. In Italia la piattaforma funziona poco, anche perché le persone sono più chiuse verso le novità.  A New York, invece, dalla piattaforma nascono anche opportunità professionali. Ci sono, per esempio, i gruppi di incontro tra startup e investitori, tra fotografi e modelle, etc. È anche una città ricca di contraddizioni, con un tasso di povertà elevato, ma non per questo meno affascinante. 

Da grande appassionata di politica europea, sappiamo che per un periodo hai lavorato anche nell’ufficio stampa del Parlamento EU a Bruxelles, occupandoti di esteri, difesa e sicurezza e diritti umani, oltre che della campagna elettorale in vista delle europee 2019. È stato un trampolino di lancio per te? Cosa porti dietro di questa esperienza?

È stato un trampolino di lancio sì. Ho lavorato in modo approfondito sulle politiche europee, vedendo come nascono i progetti di legge, come si accordano i gruppi politici e come i parlamentari votano. Ho seguito, in pratica, tutto il processo legislativo, sia nelle commissioni parlamentari che nella Plenaria. Ho trovato un ambiente di lavoro dinamico e dei colleghi preparati, sempre disponibili e pronti al confronto. Ogni ufficio è una micro-UE in scala ridotta. Tutti i Paesi sono rappresentati, per cui si lavora a contatto con nazionalità e culture differenti, che si portano dietro un diverso modo di lavorare e di approcciare i problemi. È un’esperienza che mi ha arricchito in modo profondo, grazie alla quale ora so dove voglio arrivare da qui a qualche anno. 

Scrittura, giornalismo, televisione… Credo che tu lo sappia, ci sono tantissime persone che vorrebbero farne un lavoro vero e proprio, realizzando magari la propria aspirazione di vita. Partendo dalla tua esperienza, credi che sia possibile farlo in Italia o che sia necessario farsi la gavetta all’estero? Quali sono i problemi da affrontare in Italia?

Non è necessario fare la gavetta all’estero, ma è una possibilità. In Italia il sistema è tutto da riformare. Per ottenere uno stage nelle redazioni nazionali, spesso, devi fare la scuola di giornalismo, sostenendo dei costi che non sono alla portata di tutti. È difficile, anche se non impossibile, trovare un buono stage se fai un’università pubblica. C’è un tacito accordo tra le scuole di giornalismo e le redazioni, che prendono gli stagisti delle scuole, oltretutto, nella gran parte dei casi, gratuitamente visto che si tratta di tirocini curriculari. Nessuno ti dice queste cose quando ti iscrivi all’università. La formazione è necessaria, ma andare in una scuola di giornalismo non ti dà la garanzia di avere un contratto per ripagarti delle risorse versate e degli sforzi una volta concluso il percorso. In Italia, inoltre, il lavoro, in alcuni casi, è pagato poco. Ciò non toglie il fatto che con tanta tenacia, dedizione e passione si possa riuscire nel proprio obiettivo. La preparazione, e anche un pizzico di fortuna, fanno la differenza in questo lavoro. 

Dopo aver vissuto in così tanti posti, se potessi, cosa cambieresti in Italia e in noi giovani italiani? Parlo di mentalità ma anche di competenze, o di atteggiamento in generale… quali credi siano i problemi maggiori da risolvere per fare in modo che i giovani non sentano più la necessità di andare altrove per realizzarsi?

Se avessi la bacchetta magica, nella testa degli italiani metterei l’apertura verso la novità. Serve più spazio per l’innovazione, ma per cambiare la struttura bisogna cambiare quello che c’è sotto. I giovani sentono la necessità di andarsene perché non trovano prospettive, o si sentono limitati. Anche quando lavorano, a volte, sentono che non c’è spazio per crescere, e quindi voltano pagina. Credo sia un bene, e anche un aspetto della nostra generazione. Vorremmo un posto stabile, ma la stabilità allo stesso tempo ci limita. Un ambiente con più offerte di lavoro, di sicuro, aiuterebbe. 

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita? 

Il mio progetto è quello di fare la giornalista freelance. È la strada più lastricata di ostacoli, ma forse anche la più divertente. Sicuramente, è quello che amo fare. Mi piacerebbe tornare a lavorare in un ufficio stampa istituzionale e mi sto preparando per questo. In Italia spero di tornare presto, ma sono pronta a tutto. Non disdegnerei l’idea di lavorare in qualche altra città, anche fuori dal Belgio. Se non ora, quando?

 

Intervista a Sofia Scattini, il ritorno in patria e l’esperienza da insegnante di italiano in Cina

L’intervista di questo mese, l’Italian di questo mese, è particolare. Quando qualche mese fa ho conosciuto per la prima volta Sofia Scattini si trovava in Cina; adesso invece, da poco più di qualche settimana, è tornata in Italia. Aveva un lavoro prima e ne ha trovato uno analogo qui in patria, sempre come insegnante di italiano a studenti cinesi. Alla fine quindi, qualcuno riesce a tornare. E lo fa più che degnamente, a condizioni professionali favorevoli.

Sofia, perugina di 27 anni, soltanto nei primi sei anni di vita si è spostata tra Arezzo, Montevarchi e Triste, seguendo il padre e la sua carriera da calciatore che ha interrotto – “con grande amore”, sottolinea lei – per consentirle di iniziare un percorso scolastico senza continue interruzioni. Ha poi vissuto a Siena dove ha conseguito la specialistica in Scienze Linguistiche e Comunicazione Interculturale all’Università per Stranieri di Siena e poi è arrivata l’esperienza in Cina – più precisamente: a Qingdao, Chongqing e Nantong.

Tra le sue passioni ci sono i viaggi, le lingue e, ovviamente, la Cina. E, da perugina doc, la pallavolo e la squadra della sua città, la Sir Volley, che è riuscita a tifare nonostante il fuso orario.

Ciao Sofia! Raccontaci di te e della tua storia: come e quando sei arrivata in Cina, a Nantong? Era un tuo obiettivo, qualcosa che avevi già in mente di fare, oppure hai seguito il corso degli eventi?

La domanda più frequente che mi è stata chiesta negli ultimi anni è proprio: “Come sei arrivata in Cina? Perché proprio la Cina?”. Non ti nascondo che in momenti di sconforto, che inevitabilmente possono colpire in una realtà così diversa dalla propria, mi sono fatta la stessa domanda. Ma posso dirti anche di avere una risposta. Dopo il liceo ero molto confusa, sapevo che quella delle lingue era l’unica strada percorribile per me e anche l’unica che amassi veramente. Allo stesso tempo però sentivo l’esigenza di qualcosa di nuovo. Ho deciso allora di optare per una nuova lingua. La mia università (l’Università degli Studi di Perugia) oltre alle canoniche lingue europee offriva anche corsi di russo, cinese e giapponese. Decisi che avrei provato i corsi di tutte e tre le lingue e che avrei poi preso una decisione. Andai alla mia prima lezione di cinese, la ricordo ancora benissimo, e fu amore a prima vista. Era esattamente quello che stavo cercando.

Dopo tre anni di cinese non ero ancora stata in Cina, ero entusiasta della lingua ma di fatto non avevo contatti diretti e genuini con la cultura, la gente… con la Cina, insomma. Per decidere se continuare con il cinese, investendo tempo e risorse, dovevo capire se io e la Cina saremmo potuto andare veramente d’accordo. Stavo per laurearmi e uscì il primo bando dell’Università degli Studi di Perugia per una borsa di studio con un’università cinese. Decisi di posporre la laurea di una sessione e partire. È stata la mia prima Cina. Me ne sono subito innamorata. Ma a posteriori posso dirti di non averla capita durante quei primi sei mesi, anche se credevo di sì. Il mio livello di cinese era troppo basso per dialogare con i cinesi (il modo migliore a mio avviso per comprendere questo eterogeneo e complesso paese) e i miei 22 anni e la mia non sufficiente preparazione culturale sulla Cina mi hanno permesso di guardare solo dall’esterno la realtà cinese. Sono rimasta una mera spettatrice, o una pangguanzhe 旁观者 , come si dice in cinese.

A Chongqing, con un cinese che stava (lentamente e faticosamente) migliorando ho iniziato ad essere maggiormente attiva nelle dinamiche della cultura cinese. Amici cinesi, locali cinesi, ho persino vissuto con una famiglia cinese, divenuta ufficialmente parte del mio cuore e della mia vita ancora oggi. A Chongqing ho scelto la Cina, e l’ho scelta sopra di tutto: sopra la mia famiglia, l’amore e gli amici di una vita. A Nantong ho scoperto, e scopro ogni giorno, ancora una nuova Cina e mi sento maggiormente consapevole delle mille sfaccettature che contraddistinguono questo paese. Non posso dire di non sentirmi più una spettatrice o di sentirmi completamente integrata all’interno delle dinamiche cinesi, ma sono forse divenuta una spettatrice più consapevole e attenta. Amo le possibilità che questo Paese mi offre, le mille sfide che ogni giorno mi obbliga ad affrontare, il calore della gente (che spesso però per un europeo può essere un’arma a doppio taglio), il fatto che sebbene abbia iniziato in Cina una nuova vita in più di un’occasione lontano da ogni affetto, non mi sia mai sentita sola. Vai in un parco per leggere un libro, in un ristorante per un pasto veloce da sola e qualcuno arriva, qualcuno a farti una domanda su chi sei, da dove vieni e quale sia la tua storia. Non trovo lo stesso calore, la stessa curiosità in Italia. Paradossalmente mi sono sentita più sola in Italia a volte. Detto ciò, vivere in Cina comporta numerose difficoltà e ostacoli per chiunque non sia cinese. È necessario a questa nuova realtà, altrimenti la Cina ti sovrasta.

Parlando del tuo lavoro: di cosa ti occupi? E soprattutto: come hai trovato questa opportunità? Credi che in Italia avresti potuto trovare un’occupazione simile, ci hai provato, oppure lavorare all’estero era quello che volevi?

Sono un’insegnante di italiano a studenti cinesi. Sono approdata a Nantong grazie ad un bando per ex laureati Unistrasi. Esistono moltissime possibilità di lavoro in Cina come insegnante, soprattutto se si conosce un po’ di cinese. Ovviamente il mercato dell’italiano non offre le stesse possibilità e trattamenti del mercato della lingua inglese, ma ad ogni modo si tratta di un settore in grande crescita. Individuare in Italia possibilità lavorative coerenti con il mio percorso di studi e con ciò che amo fare non è altrettanto facile. Con altrettanta sincerità devo però dire di non aver cercato lavoro in Italia alla fine del mio percorso di laurea. Volevo un’esperienza lavorativa in Cina con tutta me stessa e mi sono concentrata solo su questo. So però, attraverso le esperienze di molti colleghi, che tornare in Italia in qualità di insegnante (professione con un peso sociale considerevolmente diverso in Italia e i Cina) è estremamente difficile. Non sono in molti a farcela.

“Lavoro” e “Cina” sono due parole che mi fanno venire in mente ritmi sfiancanti e produttività massima. È veramente così oppure ci sono dei miti da sfatare?

È in parte vero, ma al contempo è necessario specificare se si sta parlando di cinesi o waiguoren (stranieri). La Cina non riposa mai. Negozi aperti 24 su 24, operai impegnati in riparazioni o lavori per strada a qualsiasi ora del giorno e della notte. Ricordo ancora quando a Chongqing sono uscita di casa alle 4 di notte per andare all’aeroporto, la scena che mi si è prospettata davanti agli occhi è stata la stessa di ogni mattina quando alle otto uscivo per andare al lavoro. Strada gremita di persone, supermercati aperti, lavori in corso, il caos, il rumore. In Cina non esiste il concetto di fine settimana, credo di non sapere nemmeno come si dica giorno festivo in cinese. Ognuno ha il proprio turno di riposo in un giorno diverso della settimana, può essere il lunedì, il giovedì, molto raramente il sabato e la domenica. Ad ogni modo la situazione presenta delle differenze per noi stranieri: beneficiamo di turni di lavoro molto più ragionevoli e giorni di riposo. Devo però dire che ancora non sono riuscita ad abituarmi all’assenza del concetto di “vita privata al di fuori del lavoro”. È frequente essere contattati dai nostri superiori a qualsiasi ora del giorno e della notte, è necessario essere sempre reperibili, non esiste l’idea che al di fuori del proprio orario lavorativo ognuno di noi sia assolutamente libero di dedicarsi alla propria vita privata. Si richiede una costante disponibilità: durante le vacanze, le pause, la sera. Ma con impegno si riesce a mediare tra due culture sostanzialmente diverse e trovare un punto di incontro.

In cosa è diverso il mondo professionale cinese rispetto a quello italiano? Penso alla flessibilità, alla meritocrazia, alla responsabilità, o anche alla possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età… sono problemi solo italiani?

Il modo del lavoro è una realtà estremamente competitiva. Una delle tante realtà per cui si addice perfettamente una delle frasi preferita dai cinesi 中国人太多了ovvero “i cinesi sono troppi”. La competizione è sempre dietro l’angolo. Al contempo è un mondo in cui le eccellenze, i talenti riescono ad emergere… sempre! C’è un opportunità per tutti. I giovani cinesi sono vittime di una fortissima pressione che contraddistingue tutto il loro percorso di studi a partire dal primo anno di scuola elementare fino al temutissimo gaokao, l’esame della maturità cinese. Riuscire ad essere ammessi alle migliori scuole del paese e successivamente ai migliori atenei cinesi diviene la missione principale della maggior parte delle famiglie cinesi. Una volta centrato tale obiettivo però il percorso universitario e l’individuazione di ottime opportunità lavorative diviene estremamente semplice (esattamente il contrario di quello che avviene in Italia). Fondamentale in ambito lavorativo è anche quello di stabilire una buona rete di conoscenze e relazioni, le cosiddette guanxi che non assumono una connotazione negativa come si potrebbe pensare in Italia. Avere buone conoscenze con chi conta nel settore è un motivo di vanto, quasi un’arte. Si viene incentivati a partecipare a cene ed eventi per estendere la propria rete di guanxi.
Sulla base della mia personale esperienza posso inoltre dire che essere giovane o essere una donna non rappresenta un ostacolo nel mondo del lavoro cinese. Per concludere oserei dire che le possibilità sono direttamente proporzionali alla pressione e alla competizione.

Com’è vivere in Cina, quali sono le difficoltà che affronti ogni giorno in questa nuova vita così lontana da casa? Essere italiani viene visto come un valore aggiunto, ti senti ben accolta, oppure ci sono dei pregiudizi che hai dovuto superare?

Vivere in Cina non è semplice, ma altrettanto stimolante. Credo si riesca a vivere a lungo a Cina solo se si accetta di premere il pulsante reset e abbandonarsi ad una nuova realtà. Attraversare la strada, camminare, relazionarsi al prossimo, va tutto rivisto. Credo che questo aspetto non possa essere descritto ma è necessario farne esperienza diretta. Ad agosto finalmente parte della famiglia è venuta a trovarmi ed è stata per me un’esperienza meravigliosa ma al contempo che mi ha portato a riflettere. È stato sopra ogni cosa un’emozione indimenticabile perché per la prima volta ho percepito una congiunzione tra la mia vita italiana e cinese, fino a quel momento ben distinte l’una dall’altra. La parte cinese e italiana che coesistono in me e a cui ero solita dare spazio in base al luogo in cui mi trovavo non dovevano più essere messe in stand-by: si apriva finalmente un canale tra queste due identità che, per dirlo alla cinese, riuscivano a trovare un equilibrio. Al contempo però vedere mia sorella e mio cugino non riuscire a muoversi in quello che loro chiamavano un altro universo, ma che invece per me rappresentava la mia vita quotidiana, mi turbava. Avevo dimenticato cosa significasse sentirsi dei completi alieni in quella terra che ormai era ed è diventata in parte anche casa mia e in qualche modo mi disturbava che potesse essere definita una realtà parallela, un universo a parte.

La sconfitta più grande per me è stato quello di essere rimasta un’outsider in Cina, o perlomeno di non essere riuscita nell’obiettivo di confondermi tra la gente, di essere considerata appieno una di loro. Il mio sogno era quello di preservare la mia identità italiana ma divenire progressivamente parte della cultura e comunità cinese. Un sogno, almeno per me, fallito. La continua attenzione che ottengono passeggiando per strada, salendo in un autobus, mentre leggo un libro in un parco, i frequenti laowai (straniero, wai indica proprio chi viene da fuori) sussurrati per strada mi ricordano che nonostante i vestiti in stile cinese, le mie lezioni di tè e calligrafia, rimarrò sempre qualcuno che viene da fuori. Questo è stato ed è un qualcosa molto difficile da accettare per me ed il motivo per il quale a volte mi chiedo se potrei mai riuscire a stabilirmi in modo definitivo in Cina. La risposta che per ora mi do è no, ma allo stesso tempo, ogni volta che mi allontano dalla Cina per più di qualche mese mi ritrovo a cercare opportunità lavorative per tornare il prima possibile. Una vera storia d’amore fatta di alti e bassi, momenti in cui ci si perde per poi ritrovarsi. Sono lontana dalla Cina da soli pochi giorni e già sogno il momento in cui ci rimetterò piede.

Esiste una comunità di italiani a Nantong? E inoltre: ti sei mai pentita della tua scelta?

A Nantong non esiste una comunità di italiani. Quando sono arrivata sono stata accolta da altre due italiane, Giorgia e Rosa, che sono diventate il mio punto di riferimento. Esiste una grandissima comunità sudafricana, per la maggior parte insegnanti di lingua inglese. A Nantong ho approfondito la conoscenza della Cina ma ho anche scoperto la cultura di alcuni paesi africani, in particolar modo il Sudafrica, Namibia e Zimbabwe.

Lasciare l’Italia non è stata una decisione premeditata e ponderata. È semplicemente accaduto, da adolescente non ho mai pensato di fermarmi a lungo all’estero. Le mie prime esperienze fuori dall’Italia sono avvenute durante il liceo, brevi scambi linguistici. Stessa cosa è avvenuta per la Cina. Sono partita per due borse di studio, la prima a Qingdao e la seconda a Chongqing, per soli sei mesi. Con l’eccezione che la seconda volta, dopo un percorso linguistico di sei mesi in un’università cinese, sono atterrata all’aeroporto di Roma, dove mi aspettava la mia famiglia, con poco più di uno zaino. Ricordo la sguardo di mia mamma, l’unica ad aver capito in quel momento che il resto delle mie cose non sarebbero state spedite per nave, come avevo timidamente sostenuto, ma me le sarei tornate a prendere da sola, a distanza di poco più di un mese, iniziando in Cina il mio primo vero e strutturato percorso lavorativo. È proprio a Chongqing che ho capito che la Cina era quello che desideravo, non potevo semplicemente starle lontano. Il prezzo da pagare è stato alto, ma è comunque una decisione che non ho mai rimpianto. Tutto ciò per dire che non c’è stato un giorno in cui ho capito che me ne sarei andata dal mio paese, ma è stato una serie di eventi ed incontri ad avermi portata dove mi trovo ora.

Passando agli studi: la tua formazione universitaria è avvenuta a cavallo tra Italia e Cina. Immagino che anche le abitudini di studio siano diverse: potresti aiutarci a fare un confronto tra questi due sistemi educativi?

Ho fatto esperienza della macroscopica differenza tra sistema d’istruzione italiana e cinese sia da studente che da insegnante. Me ne sono appassionata a tal punto da approfondire questo tema anche nella mia tesi di laurea magistrale. In Cina le lingue si apprendono seguendo un metodo grammaticale-traduttivo, la grammatica assume un ruolo di assoluta priorità lasciando minore spazio all’uso della lingua target, che spesso rimane qualcosa di distante dallo studente. Ho appreso il cinese spendendo giornate a scrivere caratteri, a memorizzare liste di parole ad esaminare strutture grammaticali. È però solo quando sono arrivata in Cina, parlando per strada, nei mercati per contrattare i prezzi (un must in Cina ed anche un’arte) e quando ho stretto rapporti più autentici con amici cinesi che ho iniziato veramente ad apprendere il cinese. A tutto ciò ovviamente si accompagnavano dei necessari corsi di cinesi con dei docenti che guidavano il mio percorso di formazione. Da insegnate di lingua italiana a studenti sinofoni posso dirti che l’italiano in Cina si insegna insegnando in cinese (che è la lingua veicolare in classe). Sono stata più volte ripresa perché insegno troppa poca grammatica e perché nelle mie classi si parla troppo. L’istruzione cinese al contempo si caratterizza per il rigore, l’attenzione al dettaglio che spesso manca nei nostri percorsi scolastici o di formazione. La scuola dell’obbligo cinese è una realtà difficilissima da comprendere se non se ne fa esperienza diretta. La pressione raggiunge livelli inimmaginabili. I bambini e ragazzi studiano dalla mattina alla sera, l’ossessione del punteggio del gaokao (la maturità cinese) scandisce il percorso di formazione ed, ahimè, l’infanzia della maggior parte dei giovani studenti cinesi. Tutto è finalizzato, pensato, progettato sulla base di questo temutissimo esame che determina l’accesso all’università e di conseguenza il futuro lavorativo. Negli anni di medie e superiori non esistono vacanze estive, weekend. Quando non si è a scuola si è impegnati in corsi privati di inglese, matematica, arte e così via.

Se potessi, cosa cambieresti in Italia e in noi giovani italiani? Parlo di mentalità ma anche di competenze, mi viene da pensare che nel mercato globale ci sia bisogno di giovani che sappiano le lingue e siano tecnologici: secondo te noi italiani possiamo essere competitivi in questo?

Sinceramente sono tornata per rispondere a questa domanda, perciò almeno per ora non ho una risposta precisa da darti. Le mie principali esperienze lavorative sono state all’estero. Sono tornata per comprendere se io sia in grado di inserirmi all’interno delle dinamiche della realtà lavorativa italiana. Si parla spesso delle numerose mancanze di noi giovani italiani, che indubbiamente esistono e non le metto in dubbio. Al contempo credo però che ci siamo ritrovati in una realtà economica e lavorativa complessa e in molti di noi hanno cercato di reinventarsi, di individuare nuovi settori, nuove abilità. Siamo alla continua ricerca di stimoli, opportunità per formarci, per migliorare è per trovare un modo per farcela. Ho conosciuto tanti giovani italiani in Cina perfettamente fluenti in 3 o 4 lingue e dei veri talenti nei loro settori.

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Visto il tuo recentissimo ritorno in Italia, hai intenzione di fermarti e stabilirti qui a lungo termine e sfruttare le tue competenze acquisite all’etsero, o credi il richiamo della Cina possa tornare a farsi sentire presto?

Sono tornata in Italia da pochi giorni per una sfida con me stessa e per provare a comprendere se lavorare in Italia possa rappresentare un’opzione che mi entusiasma e stimola. Insegnerò lingua cinese in un liceo, una realtà indubbiamente diversa da quella a cui sono abituata. Questo è da sempre stato uno dei miei obiettivi, ho accettato perciò questa offerta con grande entusiasmo ma anche tanta preoccupazione e timore. Timore di non centrare l’obiettivo, di non riuscire a proporre ai mie nuovi studenti la Cina come vorrei. L’obiettivo che mi propongo è di spingerli a sviluppare un proprio personale punto di vista su una realtà culturale e sociale estremamente eterogenea quanto affascinante e di riuscire ad avvicinarli il più possibile a questa lingua, che non venga percepita come una realtà linguistica distante anni luce ma come una possibilità, una possibilità di scoprire una cultura e una lingua che a me hanno arricchito e cambiato la vita.

Intervista a Davide Bargna, Branch Manager presso la Camera di Commercio Italiana per il Rego Unito. Tra business meetings, l’impegno a supporto delle PMI e la passione per i diritti civili

Scozia, anche questo mese. Siamo rimasti ad Edimburgo per dimostrarvi che a volte funziona anche il passaparola, che quando si parla di italiani all’estero e di comunità che in qualche modo diventano delle vere famiglie, funziona benissimo. E così abbiamo quindi conosciuto il nostro Italian del mese, Davide Bargna, 27 anni originario di un piccolo paesino vicino a Como.

Da Milano a Roma passando anche per Madrid: da due anni Davide vive a Edimburgo dove lavora come Branch Manager della sede scozzese della Camera di Commercio Italiana per il Regno Unito. Il suo è uno di quei curriculum che vale la pena leggere: prima un tirocinio alla Presidenza del Consiglio dei Ministri presso il Dipartimento per le Pari Opportunità, poi alla Camera di Commercio Italiana per la Spagna e quindi alla Camera di Commercio Italiana per il Regno Unito. Tra le sue passioni ci sono il cinema, i diritti umani e la politica – sia italiana che europea, ovviamente. Oltre alla fotografia, l’escursionismo e la recitazione in teatro.

Cominciamo…

Ciao Davide! Sappiamo che attualmente lavori alla Camera di Commercio Italiana a Edimburgo, ma potresti dirci di più? Di cosa ti occupi di preciso, quali sono le tue responsabilità e come sei riuscito, se possiamo chiederlo, ad ottenere questo incarico?

Al momento sono direttore della sede scozzese della Camera di Commercio Italiana per il Regno Unito. Il mio compito principale è quello di supportare imprese italiane o singoli individui che vogliano fare affari o aprire un’attività nel mio mercato di riferimento, la Scozia appunto, mettendoli in contatto con persone o organizzazioni opportune e creando concrete opportunità di business. Il mio lavoro di ogni giorno consiste quindi nel programmare le attività che l’ufficio svolgerà durante l’anno, dall’organizzare e gestire eventi, fiere, trade mission e business drink, al fare ricerche di mercato, scrivere editoriali e articoli. Si tratta di un lavoro molto variegato e quindi stimolante, che mi porta a collaborare con professionisti in diversi settori ed anche enti importanti, come ad esempio il Consolato Generale d’Italia a Edimburgo e il Governo scozzese. Proprio di recente ho seguito una delegazione di imprese in visita in Scozia con il nuovo Ambasciatore italiano per il Regno Unito e subito dopo ho organizzato un incontro con l’Ambasciatrice britannica per l’Italia ed alcuni stakeholders del territorio.

Sono arrivato alla Camera di Commercio per il Regno Unito perché, dopo il tirocinio in Spagna, volevo fare un’esperienza in un paese anglofono per perfezionare ulteriormente il mio inglese e soprattutto per immergermi in una cultura che mi ha sempre affascinato. Avendo una particolare passione per la Scozia, ed essendo Edimburgo decisamente più abbordabile in termini economici di Londra, mi sono trasferito qui e ho fatto domanda per la posizione di Assistant Trade Analyst. Quando poi la mia ex-manager ha cambiato lavoro e si è aperta la sua posizione, ho deciso di fare domanda e ho ottenuto il ruolo.

 

Facciamo un passo indietro, a quando per la prima volta hai lasciato l’Italia: faceva tutto parte di un progetto oppure hai seguito le opportunità che hai trovato? In altre parole: è stata una tua scelta o più una necessità?

Avendo preso una laurea in Mediazione Linguistica e Culturale e un master in Relazioni Internazionali, posso dire che la vocazione per un’esperienza all’estero c’è sempre stata. Mi è sempre piaciuto viaggiare, visitare nuove città e scoprire nuove culture. Già durante la scuola superiore ero riuscito ad aggregarmi alla classe di un amico per una vacanza-studio ad Edimburgo, scelta che ha probabilmente segnato la svolta sul percorso di studi che poi ho effettivamente intrapreso. Durante i miei studi universitari, inoltre, avevo già trascorso un periodo a Valencia per migliorare il mio spagnolo e tramite un progetto universitario ero stato selezionato per corso di formazione presso le Nazioni Unite a New York. Ho avuto l’inestimabile fortuna di avere dei genitori che mi hanno spronato ad inseguire le mie passioni e hanno sempre sostenuto le mie scelte, per quanto controcorrente e non viste di buon occhio nel piccolo paese di provincia in cui sono cresciuto. Perciò, sebbene non avessi davvero chiaro che cosa volessi fare del mio futuro, ci sono sempre state la curiosità e la necessità di scoprire cosa ci fosse al di fuori della piccola bolla sicura e confortevole della provincia, per me un po’ soffocante e limitante. Già l’esperienza universitaria a Milano ha cambiato molto la mia visione del mondo e mi ha permesso di esprimere a pieno la mia personalità e il mio potenziale, come l’esperienza che è seguita a Roma. Invece, lo stage in Spagna è capitato un po’ per caso, avendo semplicemente partecipato al programma Erasmus+ per un tirocinio all’estero, e da lì poi il mio lavoro in Scozia.
Sicuramente, coloro che vogliono lavorare in questo settore sanno che le possibilità di finire a lavorare al di fuori dell’Italia sono alte, ed io ho avuto la fortuna, anche grazie a diverse borse di studio e al sostegno dei miei genitori, di poterlo fare fin dalla mia formazione accademica.


Molti dei giovani italiani che lasciano il Bel Paese dicono di farlo perché qui non c’è lavoro o è difficile, quasi impossibile, trovarne uno. Vista la tua esperienza personale, che consiglio daresti a quanti come te sono partiti e a quelli che invece vorrebbero farlo? E credi sia necessario, per trovare lavoro in Italia, fare dell’esperienze fuori?

È sicuramente necessario prima di tutto capire come viene selezionato il personale nel Paese in cui si va a cercare lavoro. Ad esempio, se la Spagna era molto simile rispetto all’Italia in questo senso, ho potuto constatare che la Scozia è invece molto diversa. Non sempre CV e lettera di motivazione sono necessari, talvolta viene richiesto di compilare un formulario dove, attraverso la descrizione delle proprie esperienze pregresse, si deve riuscire dimostrare di avere le competenze richieste nell’annuncio di lavoro. I colloqui seguono uno schema simile. Molto utilizzato è il modello STAR, una tecnica che consente di individuare tutte le informazioni essenziali circa le abilità dell’intervistato, un modus operandi ben diverso da quello a cui ero abituato e il quale ha richiesto un certo periodo di assestamento per capire come funzionasse.

Quanto all’esperienza all’estero, non penso sia fondamentale per trovare un qualsiasi lavoro in Italia, dipende molto da ciò che si cerca. Per il mio settore può sicuramente essere un valore aggiunto. In generale, comunque, questi tipi di esperienza possono arricchirti molto da un punto di vista personale, ancor prima che professionale.

 

Com’è, invece, vivere in Scozia? Rispetto all’Italia, dov’è che possiamo guardare per imparare in positivo? Ma soprattutto: secondo te l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere giovani come te a trasferirsi?

La Scozia è una nazione meravigliosa, ricca di storia, paesaggi mozzafiato e molto all’avanguardia in diversi settori economici, come le energie rinnovabili, l’aerospazio e la ricerca & sviluppo. Contrariamente all’Inghilterra, poi, è una Paese molto europeista, che ha votato a larga maggioranza per restare nell’Unione europea durante il referendum del 2016, è molto aperto all’accoglienza dei migranti, comprendendo come questi siano un valore aggiunto per il Paese, non un problema.
Edimburgo poi ha tutti i vantaggi di una grande città in termini di eventi culturali (la stagione estiva dei festival è incredibile, basti citare l’Edinburgh Fringe Festival, il più grande festival delle arti al mondo), collegamenti internazionali e multiculturalità, ma è anche una capitale molto a misura d’uomo (io ad esempio mi sposto solamente a piedi), con mezzi pubblici efficientissimi e decisamente bike-friendly.
Quando poi ho voglia di immergermi nella natura per staccare la spina, oltre ai grandi parchi della città, è sufficiente prendere un autobus per ritrovarsi tra i paesaggi naturali più belli al mondo. Ovviamente, come ogni Paese, anche la Scozia ha tanti pro e contro, ma sicuramente ha molto da insegnare da un punto di vista di attenzione ai problemi delle classi meno abbienti, dell’ecologia, dei diritti delle minoranze, della burocrazia semplificata e, non da ultimo, dell’investimento sui giovani.


Collegandoci proprio a questo, investire sui giovani e i toro talenti, molto spesso qui in Italia si parla del problema della mancata meritocrazia: pensi che sia solo questo il motivo che spinge sempre più italiani a portare altrove le proprie competenze? O c’è anche altro da considerare?

È sicuramente un aspetto importante ma non penso sia il solo. Se pensiamo che in alcune regioni nel sud dell’Italia il tasso di disoccupazione tra i giovani supera il 50%, non può stupire che molti di noi siano costretti a spostarsi altrove in cerca di lavoro. Non è certamente un problema solo dell’Italia, in quanto riguarda anche molti altri Paesi del sud dell’Europa, e certamente qualcosa è stato fatto negli ultimi anni per migliorare la situazione, ma non abbastanza. Non penso esista una soluzione semplice ed immediata ma quello che mi sconcerta è che la politica italiana non abbia dato quasi alcun peso alla questione durante l’ultima campagna elettorale, come se non fosse un problema di primo piano. Eppure il tema della precarietà dovrebbe essere dominante, se si pensa che è proprio questo l’ostacolo principale dei giovani nell’avere una sicurezza economica e crearsi un futuro. La maggior parte dei miei ex-colleghi universitari che sono rimasti in Italia, ad esempio, hanno contratti a tempo determinato rinnovati ogni quattro o massimo sei mesi per volta, spesso in settori molto diversi rispetto a quelli in cui avrebbero desiderato lavorare. Molti continuano a fare stage non retribuiti nella speranza di venire, un giorno, assunti da una impresa o un’altra. È una situazione ormai insostenibile, non capisco come non si possa non investire sui propri giovani.

 

Parlando di politiche europee ed euro-progettazione, tema che credo ti sia caro e familiare viste le tue esperienze lavorative: cosa ne pensi e a che punto è, secondo te, l’Europa e più nello specifico l’Italia?

Purtroppo temo che negli ultimi decenni l’Unione europea abbia un po’ perso di vista i valori sui quali era stata fondata, eppure sono certo che le cose possano cambiare. Credo che uno dei maggiori problemi dell’UE sia la mancanza di una comunicazione efficace rispetto alle politiche messe in atto a sostegno dei giovani, dei lavoratori, delle imprese e dei diritti in generale, che invece sono risultate spesso essenziali per un miglioramento delle condizioni dei cittadini europei, seppur con qualche eccezione. Purtroppo in Italia si sente sempre più spesso parlare dell’Europa come di un tiranno prevaricatore che costringe il nostro Paese ad attuare misure dannose e impopolari. Eppure, se è vero che alcune critiche possono essere fatte alle politiche che l’Unione ha messo in atto negli ultimi anni, penso che debbano esserle riconosciuti anche moltissimi punti a favore. Se penso ai giovani, vale la pena sottolineare l’impegno a favore dell’educazione e la formazione, tramite il sistema garanzia giovani o il programma Erasmus+ ad esempio, grazie ai cui fondi ho potuto fare la mia prima esperienza universitaria all’estero. Quanto alle PMI, penso ai fondi a loro sostegno e alle start-up, o allo Small Business Act. In tema di diritto del lavoro posso citare le norme sull’integrazione delle persone escluse dal mercato del lavoro, le direttive sulla parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, il principio di non discriminazione per condizioni personali, tutti elementi oggi forse dati per scontati ma per i quali invece l’Unione europea ha dato un contributo essenziale. Penso poi alle norme sulla libera circolazione delle persone, la Carta dei diritti fondamentali, l’abolizione dei costi di roaming, e potrei continuare ancora.

In questo senso l’euro-progettazione può svolgere un lavoro fondamentale: in Spagna, ad esempio, seguivo tre progetti europei proprio focalizzati su giovani e PMI. Mi sono infatti occupato di mobilità per l’apprendimento al fine di contrastare l’abbandono scolastico, che in Spagna colpisce oltre il 20% dei giovani tra i 18 ed i 24 anni, un progetto per aumentare le opportunità di investimento da parte delle PMI nell’industria del turismo, sia a livello europeo che internazionale, e uno per la progettazione di un framework europeo per la qualificazione del profilo professionale di “International Marketing Manager”.

 

Tornando per un momento in Italia, sappiamo che hai lavorato anche a Roma, prima ancora che a Madrid, e infine in Scozia: potresti aiutarci a fare un confronto tra i tre Paese, sul modo in cui si vive e si lavora?

Per la mia personale esperienza, trovo che Italia e Spagna siano molto simili tanto sul modo in cui si vive quanto su quello lavorare. Roma e Madrid sono città molto accoglienti, in cui è facile integrarsi fin da subito, si vive molto la piazza e si respira un’atmosfera di grande comunità. Il Regno Unito è sicuramente molto diverso, banalmente da un punto di vista climatico ma soprattutto a livello di relazioni interpersonali, proprio perché a livello culturale il modo di approcciarsi e socializzare è molto diverso rispetto all’Italia. All’inizio ho trovato difficile abituarmi ad un modo di vivere “più impostato”, ma dopo due anni non lo trovo più strano e capisco che certe differenze sono davvero solamente culturali e non è una questione di freddezza o pregiudizio. Penso anche che la Scozia sia molto diversa dall’Inghilterra, almeno per quel poco che l’ho conosciuta, ed ho trovato più facile stringere amicizie.

Quanto al lavoro, in Scozia ho sicuramente trovato molta trasparenza nel metodo di selezione, anche per posizioni di alto livello o per lavori all’interno di enti governativi, dove non è necessario dover “conoscere qualcuno” per ottenere il ruolo ma basta saper dimostrare le proprie competenze e il valore aggiunto che si può portare. Ho anche notato che spesso non serve avere un titolo di studio universitario per ambire a posizioni importanti, come non è nemmeno necessario avere una laurea specifica per lavorare in un determinato settore. Tra i giovani, poi, non esiste l’ambizione al “posto fisso” come accade in Italia, anche perché è molto più facile poter trovare e cambiare lavoro.

 

Tra i temi a te cari c’è anche quello dei diritti umani: come è nata e come hai coltivato questa passione? Di cosa ti occupavi alla Presidenza del Consiglio dei Ministri?

Il tema dei diritti umani è molto vasto, sul quale si potrebbe studiare e lavorare per una vita e ancora servirebbe tempo per averne una idea completa. Personalmente penso che la spinta nel voler aiutare gli altri, soprattutto chi si trova in difficoltà, l’abbia sempre avuta ed è qualcosa che ho imparato dalla mia famiglia. Certamente il focus sulle tematiche dei diritti delle minoranze, in particolare per orientamento sessuale e identità di genere, nasce in primo luogo da ragioni personali. Durante il mio percorso universitario sono stato prima membro e poi coordinatore di una delle associazioni LGBT+ universitarie più importanti d’Italia, con la quale abbiamo supportato e organizzato eventi per la comunità accademica e non, tra cui uno dei primi corsi universitari sul tema, di enorme risonanza e successo. Nel frattempo ho ottenuto un Academic Minor in Diritti, Lavoro e Pari Opportunità presso la mia università, il quale, oltre ad avermi permesso di approfondire le teorie dell’eguaglianza e della differenza in relazione ai diritti fondamentali, mi ha permesso di essere selezionato per un tirocinio presso l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Durante il tirocinio mi sono occupato di gestire alcuni casi di discriminazione portati all’attenzione dell’Ufficio, in particolare nel mio campo di specializzazione. É stata una esperienza incredibilmente formativa che mi ha permesso di mettere in pratica tutta la mia conoscenza teorica in materia ma anche di confrontarmi per la prima volta con questioni più prettamente politiche, capendo potenzialità e limiti di un ufficio governativo di questo tipo e comprendendo come la strada per il raggiungimento di pari diritti sia irta di ostacoli, soprattutto in un Paese così conservatore e ideologizzato come l’Italia.

 

Da expat, come vedi la situazione del nostro Paese? Cosa ti preoccupa maggiormente e cosa si potrebbe fare, a tuo parere, per migliorare la situazione?

Avendo collaborato per oltre un anno con Stonewall, la più grande organizzazione per i diritti LGBT in Europa, mi rendo conto di quanta differenza ci sia tra il Regno Unito e l’Italia su queste tematiche. Non solo esistono leggi molto più avanzate sul tema ma la società stessa è molto più educata alla differenza e all’accettazione del diverso. Il Governo stesso è molto aperto nell’ascoltare le istanze delle minoranze e integrarle nelle proprie politiche di miglioramento della condizione degli individui. Sebbene esistano differenze tra partiti rispetto ad alcune tematiche “eticamente sensibili”, non esiste un dibattito ideologizzato su questi temi, se non in rare eccezioni (basti pensare come siano stati proprio i Tories ad approvare il matrimonio egualitario nel Regno Unito). La stessa Chiesa di Scozia, ad esempio, è molto più aperta, permettendo ai propri pastori di sposarsi con partner dello stesso sesso.

Si tratta di tematiche molto complesse che non possono essere analizzate con una risposta ma, da un punto di vista più generale, credo che la chiave per cambiare la percezione delle alterità nel nostro Paese vada trovata proprio nell’educazione alle differenze, sin dalla scuola dell’obbligo, facendo comprendere come il “diverso” possa apportare un valore aggiunto e non rappresenti una minaccia alla nostra comunità. Trovo che negli ultimi anni siano stati dei buoni passi avanti sotto diversi punti di vista, penso alla regolamentazione delle unioni civili, alla legge sul biotestamento, al contrasto al caporalato, o al sostegno alle persone con disabilità. Forse ci sarebbe voluto un po’ più di coraggio, ma sono dei passi avanti positivi. La società nel Regno Unito, proprio per la sua storia, è sempre stata abituata a convivere con culture, religioni e modi di pensare molto diversi da quelli tradizionalmente associati alla “englishness”, anche se le notizie recenti sulle aggressioni contro i migranti e Brexit dipingono uno scenario ben meno rassicurante. Per l’Italia il discorso è molto diverso, non avendo mai avuto un processo di ibridazione simile, ma essendo stata lei stessa un paese di emigrazione.

 

Uno dei nostri valori, in quanto The Italians, vorrebbe essere quello di poter riportare l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese: cosa si potrebbe fare, a tuo parere, per velocizzare questo processo? Partendo dalla tua esperienza personale: quali sono i presupposti base che l’Italia dovrebbe garantire ai propri giovani e come potrebbe farlo? E, domanda ancora più difficile, perché non lo si sta già facendo?

Penso che il punto fondamentale su cui si giocherà il futuro della nostra società sarà il lavoro, un mercato del lavoro più accessibile per i giovani, meno precario, più trasparente e meritocratico, in cui siano previste delle misure di sostegno alla disoccupazione.

La questione del lavoro è una sfida non solo per l’Italia ma a livello europeo in generale, soprattutto dopo la crisi. Eppure trovo che le misure che siano state adottate negli ultimi anni non siano sufficienti, avendo sì creato più lavoro ma molto più precario che in passato. Forse sarebbero necessarie alcune riforme strutturali che purtroppo danno soluzioni solo nel medio-lungo periodo e quindi non facilmente spendibili in campagna elettorale. Purtroppo, in questo senso, non ho sentito proposte convincenti, mi pare anzi che l’argomento sia passato in secondo piano. Spero di essere smentito.

 

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Senti il desiderio di tornare presto in Italia, o la tua vita è ormai altrove?

Al momento sono contento di poter proseguire la mia esperienza alla Camera di Commercio per il Regno Unito e vivere la mia nuova vita in Scozia, che tanto mi sta dando da un punto di vista professionale e soprattutto umano. Ho come la sensazione che, in questo mondo dove tutto accade rapidamente e i social media la fanno da padroni, tutti abbiano un’opinione su tutto e pare non sia più necessario fermarsi a riflettere, confrontarsi, approfondire un argomento prima di formulare un’opinione. Qui ho la fortuna di potermi relazionare ogni giorno con persone diverse, con un vissuto ed esperienze molto lontane dalla mia. Questo mi permette di crescere molto e di mettere costantemente in discussione le mie idee, talvolta fortificandole ed altre volte facendole vacillare, costringendomi a rivedere le mie posizioni su svariate questioni. Trovo quindi che sia di inestimabile valore poter regolarmente vedere le cose da un’altra prospettiva.

Io amo l’Italia, trovo che sia un Paese che non ha eguali sotto diversi aspetti e vorrei poterci tornare un giorno. Spesso si guarda solo ai lati positivi del vivere all’estero dimenticandosi le difficoltà nel dover vivere lontani dagli affetti familiari e dalle amicizie di una vita. In generale, poi, mi piacerebbe poter mettere le competenze sviluppate al servizio del mio Paese d’origine. Il mio lavoro attuale mi consente comunque di mantenere strettissimi legami con l’Italia ed a contribuire, nel mio piccolo, al suo continuo sviluppo. Al momento sto anche collaborando con il COMITES di Scozia e Irlanda del Nord, perciò mi sento ancora pienamente parte della comunità italiana, sebbene sia contento di essermi ormai integrato anche in quella scozzese. Quanto al futuro, mi piacerebbe poter trovare un lavoro che mi consenta di trattare di politiche europee o diritti delle minoranze, mettendo a frutto le mie idee e le mie competenze, magari all’interno di un ente governativo di una ONG.

 

 

 

 

 

Intervista a Eleonora Vanello, Italian in Scozia. Il suo mantra? Determinazione, flessibilita e networking

Un regalo di laurea che si è trasformato in una nuova vita, in Scozia, lontano dall’Italia. Non era in programma ma per Eleonora Vanello, 32 anni originaria del Friuli Venezia Giulia, è andata proprio così: per festeggiare la fine dell’università a Trieste – ci ha raccontato lei – il padre le aveva regalato un mese in una scuola di lingua a Edimburgo.

L’obiettivo era migliorare la conoscenza della lingua inglese.  Il risultato? Oggi la nostra Italian del mese è Event Manager per la Paramount Creative, un’agenzia di marketing ed eventi, e sta organizzando un festival italiano in George Square a Glasgow.

Le sue passioni sono il food & beverage: per mantenere viva questa passione, Eleonora fa parte del Board del chapter edimburghese di Slow Food e scrive come contributor in una rivista di food & drink locale (Bite Magazine).

Per lei non si tratta solo di conoscere le storie dei prodotti di una terra, ma anche di assaggiare, discutere e comprendere le loro realtà.


Eleonora, raccontaci qualcosa di te: guardando indietro verso le tue scelte, avresti mai immaginato che la tua vita sarebbe stata in Scozia un giorno?

In realtà non avrei mai pensato di lasciare l’Italia, ma un viaggio a Edimburgo mi ha cambiato la vita e lo spostamento mi è sembrato naturale. Non ho mai lavorato in Italia ma credo che il Regno Unito sia molto meritocratico: se una persona è brava ha buone possibilità di crescita, tutti qui.

Dovrebbe essere sempre così semplice e immediato, no? Poi, sicuramente frequentare un corso universitario in UK aiuterebbe ad ottenere posizioni alte, ma anche così non mi posso lamentare.

Parlando del tuo lavoro: cos’è che fa di preciso un Event Manager? Quali sono i tuoi compiti?

Attualmente organizzo eventi per la Paramount Creative, un’agenzia di eventi, design e marketing che a breve festeggerà i suoi primi di 10 anni di attività.

Il nostro CEO è una persona molto acuta e con ottime doti imprenditoriali: anni fa ha visto nel mercato dell’intrattenimento e dell’hospitality un’opportunità, ed ha iniziato a produrre una guida. Poi è passato agli awards, un’industria che qui in UK è molto interessante soprattutto perché ci sono premiazioni più o meno per tutti i settori e le varie attività.

Nel portfolio della Paramount Creative rientrano anche gli Italian Awards, ed essendo io italiana mi è stata offerta l’opportunità di organizzarli per incrementarne l’autenticità. Il mio lavoro quindi è quello di organizzare il processo di votazione, comunicazione ed organizzare il gala finale dove vengono scoperti i vincitori. Quest’anno la Paramount Creative ha anche deciso fosse tempo di creare un festival italiano a Glasgow, “Sagra Italiana”, per celebrare la comunità italiana in Scozia durante la Festa della Repubblica. Ed eccomi qui a organizzare un festival a cui si sono già registrate 6000 persone.

Un’italiana che programma un festival italiano in Scozia. Alla fine, i punti si uniscono sempre…

Non avrei mai pensato di lasciare l’Italia, ma la vita mi ha proposto la Scozia e io l’ho accolta a braccia aperte. Mi sono innamorata subito della città, della sua storia, della sua bellezza e dopo un breve periodo mi sono trasferita stabilmente nella capitale scozzese.

L’occasione è avvenuta quando mi è stato offerto uno stage presso la branch scozzese della Camera di Commercio e Industria Italiana per il Regno Unito, che noi la abbreviamo in ICCIUK per comodità. Poi, ho aiutato una start up italiana di import, a cui è seguita la posizione manageriale alla ICCIUK e in parallelo il lavoro come segretaria al Console Onorario d’Italia a Glasgow. A gennaio ho iniziato con la Paramount Creative ed eccomi qua a parlarne con te.

Quindi in Scozia c’è una comunità di italiani forte, se avete deciso di organizzare anche un festival di unione su queste due culture, giusto?

Assolutamente sì, la comunità italo-scozzese è molto grande e le prime migrazioni di italiani, in epoca contemporanea, risalgono alla fine del 1800.

Mi affascina sempre molto parlare con italo-scozzesi di seconda o terza generazione e ascoltare le storie di quando le famiglie italiane arrivavano qui e aprivano gelaterie, gastronomie o anche fish&chips. Gli scozzesi, poi, sono un popolo super friendly sempre pronto a sorridere e ad aiutare la propria comunità. Che non per forza è fatta di soli scozzesi.

Quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere fuori dall’Italia? C’è qualche mito da sfatare oppure la vita all’estero è davvero così diversa da quella italiana?

Credo ci siano dei pro e dei contro. Essendo una giovane donna che ha ricoperto ruoli istituzionali (ad esempio: Branch Manager per la ICCIUK) mi sono sentita maggiormente ascoltata e valorizzata in UK.

In Italia è capitato che alcune persone non mi prendessero sul serio dato il sesso e l’età. Sicuramente ci sono differenze tra l’Italia e l’Inghilterra non solo dal punto di vista lavorativo, basti pensare che qui la gente è sì più rispettosa, ma d’altro canto non possiamo scordarci che l’Italia ha un sistema di welfare assolutamente migliore!

E in ambito lavorativo, invece?

Solitamente gli scozzesi lavorano dalle 9 della mattina alle 5 del pomeriggio, dal lunedì al venerdì, e poi vivono la propria vita. Gli ambienti di lavoro sono positivi e relativamente tranquilli. I colleghi sono carini e riconoscono il fatto che tu, straniero, stai lavorando in una lingua che non è la tua. Non mi sono mai sentita giudicata ma sempre supportata.

Per un giovane credo sia importante, se non fondamentale, essere supportato nella sua crescita professionale. In Italia per molti è difficile, tu cosa ne pensi?

Credo sia difficile per i giovani che entrano nel mondo del lavoro in Italia sapere che verranno pagati il minimo o che saranno sottopagati… Così facendo l’indipendenza è difficile da raggiungere. Personalmente, il mio mantra è fatto di tre parole che mi porto sempre dietro: determinazione, flessibilità e networking.

Ovviamente non voglio fare di tutta l’erba un fascio ma reputo sia un problema importante. Alcune regioni e/o settori dell’economia italiana hanno maggiori difficoltà, altri meno. Ad esempio, ho degli amici che hanno ottimi lavori mentre altri, anche se molto talentuosi, ancora non riescono a trovare un’occupazione.

Sarebbe bello ci fossero maggiori opportunità per i giovani e maggior rispetto per il loro lavoro (a cui dovrebbe essere riconosciuto uno stipendio adeguato o anche un riconoscimento delle proprie qualità e conoscenze, anche se appunto giovani). In altri Paesi europei forse c’è più attenzione per questi piccoli ma importanti dettagli.

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle realtà di vita conosciute all’estero?

No, non ho intenzione di tornare in Italia, almeno per il momento. Mi piacerebbe spostarmi in un posto più caldo, però. Così come mi piacerebbe lavorare maggiormente con i piccoli produttori alimentari o di bevande, contadini, e allevatori che mantengono l’autenticità e le tradizioni scozzesi vive. Magari occupando la posizione di Business Development Manager o di Liaison Manager all’interno di istituzioni scozzesi.