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Intervista a Laura Ribichini, stagista presso il servizio giuridico del Parlamento europeo: “Vorrei tornare, ma ho paura di non trovare un lavoro simile in Italia”

In Italia è praticante avvocato. In Lussemburgo è tirocinante presso il servizio giuridico del Parlamento europeo. No, non è una doppia vita – e soprattutto: una cosa non esclude l’altra!

Per Laura Ribichini, la nostra Italian del mese, è la normalità. Laura ha 27 anni – a brevissimo 28 –  ed è originaria di Terni, in Umbria. Dopo aver vissuto anche a Perugia per l’università e a Parigi per l’erasmus, da 4 mesi è approdata in Lussemburgo grazie al tirocinio Schuman.

Iniziamo dal principio: come sei arrivata in Lussemburgo?
Dopo due anni di pratica forense in Italia, l’idea di un lavoro che potesse darmi anche solo la parvenza di una mia autonomia si è palesata più forte che mai. Ci sono stati dei momenti di frustrazione (anche di autocommiserazione, perlopiù ingiustificata) durante questo percorso e, proprio in uno di questi, ho deciso di guardarmi un po’ intorno. Non avevo un piano molto definito, ma l’idea di partire e poter fare delle esperienze all’estero non mi ha mai abbandonata da prima di partire per l’Erasmus. Sapevo della possibilità di far domanda per dei tirocini nelle istituzioni europee, quindi mi sono fatta forza e ho presentato la mia candidatura al Parlamento per il tirocinio Schuman.

E come è andata?
Al momento della domanda ho visto che c’era un posto al Legal Service, nell’unità “Staff Unit”. Non sapevo benissimo di cosa si occupasse, immaginavo solo che avrei trattato di diritto del lavoro, con riferimento alle carriere dei funzionari dell’Unione europea. In pratica mi occupo di funzione pubblica (contratti, reclami, ricorsi alla Corte di Giustizia) e di consulenza. Spesso la mia unità è chiamata a dare pareri formali e informali alla DG PERS (Direzione Risorse Umane), relativamente allo Statuto dei funzionari (base normativa su cui lavoriamo) o ad altre tematiche inerenti. Io aiuto i giuristi nella redazione degli atti o dei pareri giuridici, effettuo ricerche di giurisprudenza, scrivo riassunti di sentenze o di ricorsi per la fruizione interna al servizio legale e controllo e valuto (sulla base di documenti che mi vengono forniti) se sia necessario l’intervento del Parlamento in una particolare causa dinanzi alla Corte, nei casi in cui viene sollevata un’eccezione di illegalità relativamente allo Statuto.

Lavorare in Lussemburgo, nel tuo settore, è diverso che in Italia?
Lavorare qui è sicuramente diverso dal punto di vista degli orari. Inizio presto la mattina e finisco alle 18 più o meno del pomeriggio. Non torno a casa per il pranzo, perché è distante, ma anche perché qui si usa mangiare alla mensa. Pranzo spesso insieme agli altri tirocinanti e a volte con alcuni colleghi verso le 12:40/13 e ricomincio alle 14 circa. La cosa che più mi ha sorpreso è lavorare in una grande struttura, che contiene al suo interno un’enorme collettività. Tutti lavorano in differenti ambiti, ma allo stesso tempo per il funzionamento di qualcosa di grande e di comune. Per quanto riguarda i miei colleghi, i giuristi del servizio legale sono persone competenti, mi seguono e mi coinvolgono nel lavoro e l’ambiente è piacevole e molto inclusivo. In più, trovo che sia un ambiente molto stimolante, si parlano moltissime lingue, anche solo durante la pausa caffè del Legal Service. Non penso che riuscirei a trovare un ambiente simile in Italia, o almeno non ne ho conoscenza, ma lavorativamente parlando penso di sì, magari all’interno delle grandi imprese o dei grandi studi.

Com’è la tua vita da italiana in Lussemburgo? C’è una comunità di connazionali lì, ti senti ben accolta?
Ammetto che la situazione in Lussemburgo è molto tranquilla, non c’è moltissimo da fare in città ma i dintorni offrono moltissime possibilità di svago. Per quanto riguarda gli aspetti negativi, il più grande sicuramente è quello del traffico. La situazione è quasi catastrofica, qui tutti usano la macchina anche per brevi percorsi. Pensa che da domani, per incentivare a usare i mezzi pubblici, tram e autobus saranno gratuiti per sempre! E stasera, per festeggiare, hanno organizzato dei concerti in giro per la città.
Sulla comunità di italiani, so che ce n’è una anche bella sostanziosa, ma sinceramente non ho avuto modo di venirne a contatto. Sull’integrazione però posso dire di non aver dovuto superare alcun pregiudizio, uno degli aspetti positivi di questa città è che ci sono persone che provengono un po’ da ogni dove, di tutte o quasi le nazionalità. In più, si parlano tre o quattro lingue fluentemente (francese, inglese, tedesco e – ma solo dagli autoctoni e pochi altri prescelti – il lussemburghese) e non è raro che si senta spesso parlare italiano.

Parlando di esperienze lontano da casa, c’è stata anche la Francia: raccontaci qualcosa
Ho un bellissimo ricordo del mio erasmus a Parigi, ho conosciuto delle persone meravigliose e ho vissuto in una delle più belle città d’Europa. Ero emozionatissima all’idea di partire, io volevo partire. Sono stata via 5 mesi, ho vissuto in residenza e studiato nell’università di giurisprudenza Descartes, Paris V. Sicuramente l’integrazione è stata molto più difficile là che qui in Lussemburgo, la città è molto grande e anche all’università è stato difficile rapportarsi con gli studenti del posto. Di positivo c’è stato il poter conoscere ragazzi/e di quasi tutta Europa e condividere con loro dai più piccoli ai più complessi ostacoli burocratici e non che si sono presentati (ho detto piccoli, ma in realtà la burocrazia è il male di questo mondo, in qualsiasi luogo ci si trovi).

Il sistema educativo francese è diverso da quello italiano? Quali sono le difficoltà più grandi che uno studente italiano si trova ad affrontare in un’università di un altro paese, nel tuo caso la Francia?
Il metodo è un po’ differente, so che ci sono alcune classi particolari in cui lo studio è più intenso (si chiamano travaux dirigés) e viene effettuato in piccoli gruppi, in modo da permettere al professore un maggior controllo. Non ho avuto l’occasione di partecipare, perché gli esami che avevo scelto di frequentare non prevedevano questa tipologia di studio. Inoltre, ho constatato che praticamente non sono consigliati libri dai professori per la preparazione degli esami, la scelta è rimessa agli studenti. Quasi tutti prendono appunti con il computer ed è con quelli maggiormente che ci si presenta all’esame. Per quanto riguarda le difficoltà, una delle prime è stata la lingua, eravamo in classe con altri francesi e quindi ci siamo subito dovuti adattare, anche a scrivere.

Secondo la tua esperienza, in cosa noi italiani potremmo prendere spunto per migliorare – e cosa potremmo invece esportare?
Sicuramente l’approccio all’università è più pratico e un po’ l’ho invidiato, perché a far solo teoria poi si entra nel mondo del lavoro ancora più tardi e meno preparati. Non ho mai scritto nulla in cinque anni di legge (nulla che rimandasse al futuro lavoro di avvocato) e sembra assurdo che appena usciti ci si debba confrontare con pareri e atti, mai visti prima. Ecco, questa mi sembra sia un’incongruenza bella evidente. Chiedendo a ragazzi come me, francesi e non, penso che quello che ci manchi sia uno stampo meno accademico, una formazione più completa. Si potrebbe raggiungere con simulazioni o law clinics (ora so che stanno prendendo piede anche da noi) al fine di rendere consapevole lo studente di cosa si troverà davanti una volta laureato.

Quando si parla di ragazzi che studiano o lavorano fuori casa, subito scatta il bollino “fuga di cervelli”. Ti senti una di loro?
Non mi sento un cervello in fuga, mi sento un cervello frustrato che vorrebbe trovare la sua strada e, soprattutto, trovarla in Italia. So che non avrei potuto fare questa esperienza a “casa” e quindi sono partita. Ora che sono qua mi rendo conto che ci sono tantissime altre occasioni che potrei e vorrei cogliere, tuttavia mi piacerebbe poter tornare. Ho inviato moltissime candidature nel mio Paese, senza ricevere alcuna risposta, forse è questo che spinge le persone a guardare altrove. A volte anche un no sarebbe stimolante per migliorarsi. In più, parlo per i praticanti avvocato come me, questa situazione di limbo orribile, sospesa, impedisce di trovare la giusta posizione e sfocia, nella maggior parte dei casi, in stage sottopagati o in una nuova pratica legale non ben definita. Ho fatto fatica a compilare candidature, non so come definirmi, e spesso è difficile trovare realtà disposte a formare i candidati e a investire su di loro.

Qualche soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?
Non so, a mio parere, bisognerebbe investire e dare possibilità di crescita a chi entra nel mercato del lavoro dopo gli studi, tutto qua. Formare il nuovo assunto nel migliore dei modi e retribuirlo il giusto. I sacrifici si fanno, ma non in eterno. E dopo aver espresso l’ovvio, anche un po’ utopico, passiamo alla prossima domanda!

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia?
Ho un po’ sorriso, non so come rendere questo lieve imbarazzo a parole. Ho dei progetti, mi piacerebbe poter impiegare in Italia quello che ho imparato qui, magari in città un po’ più grandi della mia. Penso di aver individuato qualche ambito in cui vorrei focalizzare la mia attenzione, ma vista l’assenza di risposte alle mille candidature inviate, ne manderò altre anche qui in Lussemburgo e dintorni. Vorrei acquisire più esperienza e se il riscontro positivo verrà dall’estero è qui che dovrò restare, anche per approfittare di opportunità che non potrei ritrovare in Italia. Spero che questa situazione non duri in eterno, sia chiaro, il progetto che ho più a cuore resta quello di tornare in Italia e trovare lì un lavoro che mi soddisfi (su quello dei sogni poi ti farò sapere).

Intervista a Luca Pilati, export manager in Germania: “Potrei tornare e lavorare in Italia, ma l’instabilità politico-economica non mi rassicura”

Hof, Germania, una piccola cittadina a nord della Baviera. Dopo aver viaggiato in lungo e largo per l’Europa, in Russia, ma anche in America Latina e in Canada, è qui che oggi vive il nostro Italians del mese Luca Pilati, 31 anni originario di Marsciano (Perugia).

Luca è ad oggi export manager (area europa) in Germania, e si occupa cioè di vendite seguendo sia il canale tradizionale fisico che l’e-commerce. Un lavoro che lo porta a viaggiare per circa il 30% del suo tempo, a stretto contatto con agenti, distributori e clienti diretti per stabilire prezzi, promozioni, sconti e lancio di nuovi prodotti.

“Il mondo è grande ed ho la costante voglia di vederlo tutto – ci anticipa Luca – in ogni luogo che visito, mi chiedo sempre come sarebbe vivere lì, la routine, le persone, la vita. Più che lasciare l’Italia mi piace vedere il rovescio della medaglia: concentrarmi cioè su quello che questo percorso mi porta a scoprire”.

Ciao Luca! Raccontaci la tua esperienza da Italian: sappiamo che attualmente vivi e lavori in Germania, ma come ci sei arrivato? Faceva tutto parte di un tuo progetto oppure hai seguito il corso degli eventi?
Diciamo che faceva parte del mio progetto e poi il corso degli eventi – che in fondo mi sono creato io – mi ha di certo aiutato. Ho sempre agito in visione di un possibile spostamento all’estero. Sin dal liceo mi sono sempre orientato verso un percorso che potesse aiutarmi in questo senso. E in primis, già dagli anni degli studi superiori, ho capito che lo studio dell’inglese sarebbe stato necessario e questa si è poi rivelata una scelta fondamentale considerando che oggi, per poter essere competitivi ed avere maggiore libertà di movimento, l’inglese rappresenta davvero il minimo indispensapide in termine di lingue straniere da conoscere. Ora con anche lo spagnolo, il tedesco ed un po’ di francese mi sento più tranquillo!
L’obiettivo di trasferirmi all’estero per lavorare me lo ero prefissato per completare le mie pregresse esperienze di periodi trascorsi fuori dall’Italia nei momenti di tempo libero o per studiare. Lavorativamente parlando, mi mancava quindi un’esperienza all’estero ed è cosi che ho colto l’opportunità di trasferirmi in Germania.

Qualcosa sul tuo lavoro: cos’è che fa di preciso un export manager, compiti e responsabilità? Credi che in Italia avresti potuto trovare un’occupazione simile, ci hai provato, oppure lavorare all’estero era quello che volevi?
Come export manager mi occupo di vendite e seguo sia il canale tradizionale (retailers) sia l’e-commerce. Mi relaziono con agenti e distributori esistenti o, dove necessario, cerco io stesso persone in loco per sviluppare i mercati di mio interesse, e mi relaziono anche direttamente con i clienti. Stabilisco promozioni, sconti, lancio di nuovi prodotti in base al mercato di riferimento. Viaggio circa il 30% del mio tempo, principalmente in Olanda, Belgio, Svizzera, Austria, Polonia, Repubblica Ceca, Norvegia, Francia e Germania. Per quanto riguarda l’e-commerce, invece, il discorso è leggermente diverso perché gestisco il flusso di informazioni che poi il cliente (ad esempio Amazon) utilizzerà per vendere il prodotto online (informazioni su prodotti, prezzi, immagini, stock prodotti, testi marketing). È un lavoro con meno interazione tra persone dal momento che la stragrande maggioranza del lavoro può essere svolto tramite “ticket” (sistema informatizzato).
Come dicevo prima, lavorare all’estero è sempre stato un mio chiodo fisso. In Italia, il mio ruolo viene molto apprezzato perché, specialmente in questo momento, le aziende italiane hanno bisogno di esportare i propri prodotti e non sempre sono preparate per poterlo fare. Non ho ancora preso in considerazione questa possibilità, perché pensare un futuro in Italia considerando l’outlook negativo dato dal crescente debito pubblico, la costante incertezza legata alla politica affiancato da una crescita debole o inesistente del Paese, non mi rassicura. Quindi ho optato per paesi con scenari più positivi e livelli salariali più alti.

Il lavoro in Germania è strutturato in maniera diversa rispetto che in Italia? Penso alla flessibilità, alla meritocrazia, alla responsabilità, o anche alla possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età…sono problemi solo italiani?
Si, qui la differenza è notevole. Dal punto di vista pratico e di organizzazione del proprio lavoro c’è molta più libertà. Gli orari di entrata ed uscita dall’ufficio sono flessibili e si lavora 38 ore settimanali e non 40. Inoltre le ore di straordinario, che capita sovente di fare, vengono accumulate e possono essere utilizzate successivamente come ore di permessi. Il lavoratore è molto più tutelato anche dal punto di vista della salute e del benessere in ufficio. Un esempio carino che voglio citare che non mi è mai capitato di vedere in Italia è la possibilità di richiedere una scrivania con pianale elettrico che si alza e si abbassa per poter permettere alle persone di lavorare in piedi. In pratica: stare seduti per molte ore in ufficio non è salutare, quindi è possibile richiedere una scrivania con pianale elettrico che si alza e si abbassa a tuo piacere per poter lavorare anche stando in piedi.
Si fa molta attenzione a rispettare la pausa pranzo e gli altri intervalli che ti permettono poi di lavorare in maniera più efficace il resto della giornata. Per quanto riguarda le responsabilità ho notato che qui il binomio giovane=inesperienza è quasi inesistente. Al contrario, si valorizza di più il concetto di giovane=risorsa. E questo è un fattore da non sottovalutare. I giovani hanno più spazio, più responsabilità e quindi la capacità di apprendimento e di sviluppo è maggiore. il lavoro è più appagante dal momento che hai maggiore libertà di prendere decisioni e le tue idee vengono prese in considerazione.

Quello della meritocrazia in Italia è un tema delicato dove sfortunatamente il più delle volte si è costretti a constatare che il merito passa in secondo piano, scavalcato da quel clientelismo ormai radicato sia nelle organizzazioni pubbliche che private. Credo sia difficile cambiare in un paese che ha questa impostazione. Riguardo la possibilità di emergere, secondo me, oltre al problema della mancanza di meritocrazia, in Italia c’è anche il problema della stagnazione del lavoro. Qui in Germania, ad esempio, come in molti altri Paesi c’è più offerta di lavoro, pertanto, trovo ci siano più possibilità di emergere in contesti dove si investe, dove si aprono aziende, dove si crea lavoro.
In Italia succede l’opposto: i posti di lavoro non ci sono, le aziende italiane non investono o addirittura delocalizzano ed infine, non abbiamo la capacità di attrarre capitale estero vista la burocrazia e soprattutto la perenne instabilità politico – economica. Alla fine i giovani vivono il risultato di questo insieme di fattori, oscillando tra il minimo sindacale e lo stage non retribuito che, come detto prima viene giustificato anche dalla mancanza di esperienza.

Ho notato anche che c’è ostilità da parte di chi, invece, dovrebbe trasmettere ed insegnare ai giovani come lavorare. L’egoismo secondo me è uno dei fattori più penalizzanti in Italia. Egoismo che porta a pensare sempre a se stessi e non alla comunità. Questo sfocia spesso anche in mancanza di senso civico e di interesse verso quello che succede anche al di fuori della vita personale. Non essendoci coesione sociale, gli individui cercano di “sopravvivere” come meglio possono salvaguardando i propri interessi, ignorando però la situazione complessiva della comunità e più in generale dell’Italia stessa.

Com’è vivere ad Hof? C’è una comunità di italiani lì? Ti senti ben accolto oppure ci sono pregiudizi che hai dovuto superare? Inoltre, quali sono le difficoltà che affronti ogni giorno in questa nuova vita?
Sono sempre stato affascinato più dal nord Europa che dal sud. Non a caso quando la stragrande degli studenti facevano l’erasmus in Spagna io sono andato in Polonia. Sono sempre stato attratto dal freddo e non dal caldo, dalle montagne e non dal mare, dagli sport invernali piuttosto che dal calcio. Diciamo che non sono proprio italianissimo sotto questo punto di vista! Approdare in Germania, quindi, sotto questo punto di vista ha avuto un impatto decisamente positivo. Mi sono quasi sentito a casa, circondato da paesaggi, clima e cultura che mi hanno sempre affascinato. La parte più difficile del trasferimento è stata la barriera linguistica. Vivere in una piccola cittadina, seppur universitaria, significa non poter parlare sempre in inglese, dato che in pochi lo sanno. Devo ringraziare i miei colleghi che si sono presi cura di me e mi hanno aiutato in tutto quello che concerne la vita quotidiana (affittare un appartamento, comprare mobili, pagare le bollette, trasferire la residenza, etc..) Però alla fine, dopo un anno qui in Germania, posso dire che effettivamente queste difficoltà iniziali si sono rivelate utili dal momento che l’apprendimento del tedesco è stato e tutt’ora è molto più rapido. Apprendere una nuova lingua e conoscere da vicino una cultura differente mi affascina ed è per questo che ho costruito una rete di amicizie principalmente con tedeschi e non con italiani. Anche qui, all’inizio non ti senti proprio a tuo agio circondato da persone che parlano una lingua praticamente indecifrabile e spesso anche in dialetto! Però con un po’ di coraggio, molta pazienza e svariate bottiglie di birra riesci man mano ad interagire sempre di più.
Secondo me è fondamentale come uno si pone. Se sei tu privo di pregiudizi, aperto e sorridente, non ci sono problemi di integrazione. Almeno questa è stata la mia esperienza fino ad oggi in tutti i luoghi in cui ho vissuto ed ho visitato sia in Italia che all’estero. Porto con me sempre bellissimi ricordi di persone con cui ho condiviso momenti della mia vita e che mi hanno sempre accolto con entusiasmo ed amicizia.

Questa non è la tua prima esperienza all’estero: c’è stato anche l’Erasmus in Polonia e poi la Spagna per tre mesi e anche la Svizzera, seppur solo un mese. Raccontaci qualcosa di queste esperienze – punti di forza e punti negativi, ovviamente!
Vedendo sempre il bicchiere pieno o, nei momenti peggiori, mezzo pieno, sinceramente non saprei di che punti negativi parlare. Un’esperienza all’estero che sia di lavoro, di studio o di svago, secondo me, è sempre costruttiva e soprattutto ti lascia il segno. L’erasmus è sicuramente un’esperienza indimenticabile soprattutto in un Paese come la Polonia, dinamico con molti giovani e centro di forti investimenti da parte di moltissime aziende. Dopo l’erasmus sono tornato spesso in Polonia sia a visitare gli amici che per lavoro ed ogni anno rimango piacevolmente colpito dalla dinamicità di quel Paese. Per quanto riguarda la Spagna e la Svizzera in entrambi i casi sono stato ospite di una famiglia. è stato davvero bello sentirsi parte di loro, vedere i loro usi e costumi, parlare la loro lingua e vivere il loro quotidiano.
È qui che mi viene in mente la parte negativa di questo stile di vita: lasciare la famiglia, gli amici, la quotidianità che ti ha accompagnato per anni nel posto in cui sei nato e cresciuto. Il prezzo da pagare per chi decide di spostarsi è effettivamente abbastanza alto, specialmente per chi vive in Italia, dove la cultura della famiglia è ancora molto forte. Lasci il luogo dove sei sicuro di trovare sempre il supporto degli amici, l’amore della famiglia, e soprattutto la quantità di cibo che ti prepara la nonna che ti vede sempre deperito. Vivendo lontano e soprattutto viaggiando spesso, mi ritrovo ad essere con me stesso, e devo dire che è  veramente piacevole. Schopenhauer dice: “Un uomo di grandi doti spirituali nella più completa solitudine si intrattiene in modo eccellente con i suoi pensieri e le sue fantasie…”. Essere il punto di riferimento di se stessi è impegnativo. Occorre avere un discreto carattere ed una sufficiente energia interiore per vivere momenti facili e difficili sempre rimanendo sereno e felice.

Tornando al tuo periodo di studi in Polonia e guardando all’Italia, potresti aiutarci a fare un confronto tra questi due sistemi educativi? In cosa possiamo prendere esempio per migliore, e viceversa?
In Italia sicuramente la preparazione è ottima. quello che ho notato però è che spesso si riduce a studiare interi libri e “recitarli” il giorno dell’esame. Parlare di Erasmus significa fare un passo indietro di circa 10 anni. Al tempo rimasi colpito dalla modalità in cui le lezioni venivano svolte, ricche di progetti, esercizi.
Il professore, sempre pronto ad aiutarti, era più al tuo stesso livello. In Italia, secondo me, c’è molto più divario tra studente e professore. In Polonia ad esempio ricordo di aver sostenuto un esame basato su una piattaforma virtuale in cui il team di cui facevo parte, formato da studenti di diversi paesi, doveva virtualmente gestire un’azienda che produceva laptop. Ogni membro del gruppo aveva un compito (Marketing, Finanza, Sales… etc..) e giornalmente dovevamo inserire nel portale virtuale le azioni che volevamo venissero fatte nei giorni successivi. In base al posizionamento dell’azienda dopo 6 mesi rispetto alle aziende degli altri team (formati da altri studenti), si riceveva il voto finale dell’esame. Ci siamo posizionati secondi perché abbiamo perso fatturato a seguito di un’apertura di un negozio in Brasile dove però ci siamo scordati di assumere il personale di vendita. Svolgere esami in questo modo ti permette di interagire con persone del tuo corso, scambiare idee, capire dal punto di vista pratico le azioni e soprattutto le conseguenze di quello che decidi di fare o nel mio caso..ti scordi di fare.
Chiaramente la teoria è fondamentale durante il percorso di apprendimento. Devo essere riconoscente del fatto che sia a Perugia che a Torino ho appreso moltissimo. Ma secondo me se venisse curato di più l’aspetto pratico si avrebbero sicuro risultati maggiori sulla preparazione finale dello studente a fine corso di laurea. Poi, una cosa tutta italiana credo sia la probabilità di essere bocciati in base ai capricci del professore o dell’assistente di turno. Andare a sostenere un’esame sapendo di avere la probabilità di essere bocciato o comunque di ricevere un voto non idoneo alla tua preparazione in base allo stato d’animo del professore non è rassicurante soprattutto considerando che tu sei lì per crearti un futuro ed un giorno in più passato in università è un costo per te o per la famiglia che ti mantiene e soprattutto è un giorno in più necessario per entrare nel mondo del lavoro – dove di per se è già difficile entrare.

Si parla spesso (e a volte a sproposito) della cosiddetta “fuga di cervelli”: te cosa ne pensi? Ti senti uno di loro? Secondo la tua esperienza, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?
Per quanto mi riguarda la decisione di andare a lavorare all’estero è stata semplicemente la naturale evoluzione del mio percorso sia di vita che lavorativo. Attualmente la mia fidanzata vive ad Istanbul, io abito in Germania e la mia famiglia in Italia. Questo non mi disturba affatto anzi mi motiva e mi rende felice. Vivere in equilibrio tra 3 nazioni mi piace e mi fa sentire cittadino del mondo. Tutte le volte in cui mi sono spostato non mi sono mai sentito straniero. Mi sono sempre sentito a casa. Le diversità le ho sempre vissute con entusiasmo e mai mi sono sentito isolato. Come già detto, ovviamente i rapporti che lasci con le persone che ti hanno sempre circondato difficilmente sono ricreabili, però questo fa parte del gioco. In Europa si sta lavorando da decenni, anche se con moltissima difficoltà, per creare un mercato unico, una moneta unica e soprattutto libero scambio di capitali, merci, servizi e soprattutto libera circolazione di persone. È su questo che mi piace soffermarmi, la libera circolazione di persone. Purtroppo probabilmente non c’è molta educazione da parte degli stati membri rivolta ai giovani sotto questo aspetto. Ma io la fuga di cervelli, in una visione di globale di interscambio tra paesi, non la vedo. È uno spostamento e dal mio punto di vista è positivo. La domanda che secondo me dovremmo farci è: quanti cervelli in fuga da altri paesi vengono nel nostro paese? Perché alla fine un po’ come la bilancia commerciale ci sono 2 fattori l’import e l’export. Non ho mai sentito parlare di un bilancio finale. Non ho mai avuto modo di leggere notizie relative alla capacità dell’Italia di attrarre giovani.
Non sempre la fuga di cervelli deve essere vista come scelta disperata che deriva da una situazione di disagio nel proprio paese. L’interscambio di persone è fisiologico in un mondo con sempre meno barriere. Nel caso dell’Italia secondo me occorre soffermarsi non solo sulla fuga di cervelli perché alla fine i “cervelli” non esistono solo in Italia. Quindi secondo me bisognerebbe discutere anche sul perché i “cervelli” più preparati e competitivi di altri paesi non scelgono l´Italia. L’Italia purtroppo viene vista come il “Bel Paese” dove poter andare a mangiar bene, a bere vino e stare al caldo. Questo sotto un certo punto di vista gioca a favore di noi italiani, dato che il turismo rappresenta uno spicchio molto importante dell’economia italiana. Sotto un altro punto di vista gioca nettamente a sfavore dato che il “Bel Paese” non viene considerato come meta interessante per investimenti o come luogo dove intraprendere una carriera lavorativa.

Se potessi, cosa cambieresti in Italia e in noi giovani italiani? Parlo di mentalità ma anche di competenze, mi viene da pensare che nel mercato globale ci sia bisogno di giovani che sappiano le lingue e siano tecnologici: secondo te noi italiani possiamo essere competitivi in questo?
Viaggiando mi sono reso conto che il livello di vita in Italia è mediamente alto e di questo me ne sono reso conto solamente dopo aver vissuto in Polonia ed aver visto paesi come la Romania Estonia, Lettonia, Lituania, Ucraina, Serbia, Argentina, Turchia dove in alcune zone vivono in condizioni veramente critiche o quantomeno basiche. Da lì ho iniziato ad aver bisogno di molto meno per essere felice. Ed ho iniziato a riflettere di più si dove indirizzare le risorse disponibili. Anche in Germania, dove gli stipendi medi sono nettamente più alti rispetto all’Italia si fa moltissima attenzione a quanto si spende e come si spende.
In Italia molte cose si danno per scontate. vestiti, cellulare, macchina, vacanze, cene, aperitivi, moto. Ma non e´ poi scontato che in Paesi anche a solo 2 ore di volo queste cose siano possibili. Considerando uno stile di vita del genere come la normalità, effettivamente poi lo stipendio non basta.
Inoltre personalmente non so neanche quanto valga la pena poi dover lavorare per cercare di mantenere uno stile di vita caratterizzato per lo più da beni futili, necessari solo per il “riconoscimento sociale” che viene messo troppo spesso al primo posto. Quindi a volte trovo eccessivo puntare il dito verso l’estero e dire che le cose in Italia non vanno bene e che altrove i giovani riescono a trovare felicità successo e lavoro. Non sono d’accordo nella visione di un estero come una sorta di paese dei balocchi. È sbagliato. Riconoscere ciò che si ha la fortuna di avere, secondo me è doveroso. Da lì dovremmo poi ripartire per capire come poter migliorare senza accanirsi troppo sul problema Italia. Solo che si parla sempre al condizionale o al futuro ma mai al presente. Ed ho la sensazione che questo sia possibile perché in un certo senso ancora in Italia c’è una situazione di agio tale per cui nessuno vuole veramente cambiare le cose o sente il bisogno di farlo. In fondo l’Italia è fatta di italiani quindi se le cose non vanno come vorremmo che andassero, allora un esame di coscienza andrebbe fatto.
Per quanto riguarda l’inglese la situazione sta migliorando, soprattutto tra i giovani dove con l’uso di piattaforme come Youtube o Netflix, la lingua inglese sta diventando più diffusa e soprattutto accettata.
Ovviamente siamo ancora in ritardo rispetto alla media Europea insieme a Francia e Spagna ma spero che vengano prese misure per sensibilizzare gli studenti sull’importanza della lingua inglese. L’Erasmus ad esempio rappresenta uno strumento ideale per poter permettere alle persone di studiare l’inglese e vivere periodi all’estero. In merito alla tecnologia, secondo me, in Italia pur essendo un Paese periferico la situazione è più che soddisfacente. Il costo della telefonia – internet compreso – è basso, i servizi ci sono, l’alta velocità è praticamente presente ovunque. In Germania un contratto per telefonia mobile con 6 giga per navigare lo paghi 40€. Con una compagnia lowcost, 10 GB li paghi 30€.
In Italia oggi “navighiamo” con la fibra ottica. I tedeschi che prendo come riferimento dato che sono una delle economie più forti al mondo, invece, utilizzano ancora cavi in rame. Durante lo scorso decennio, a differenza di altri Paesi, Italia compresa, la Germania non ha installato la fibra visti gli enormi costi che avrebbe dovuto sostenere data la vastità del territorio ed una popolazione equamente distribuita. Questo ha portato alla scelta di aggiornare la rete già esistente in rame invece che investire in cavi in fibra ottica. Il prezzo lo pagano oggi dal momento che le velocità ridotte stanno ostacolando la digitalizzazione delle aree industriali che impattano di conseguenza sulla fornitura di prodotti e servizi al consumatore finale. In Italia, come al solito, rispetto alla media europea non siamo messi bene. Però sono ottimista perché, come appena detto, almeno le infrastrutture ci sono.

Una domanda più personale – lasciare l’Italia, partire e andare lontano, conoscere popolazioni, culture estranee: cosa ti spinge ogni giorno ad affrontare le tue paure e ad alzare sempre di più l’asticella? Sei alla ricerca di una posizione lavorativa sempre più di rilievo oppure è una “vocazione” personale?
Entrambe le cose. Ho avuto la fortuna di intraprendere un percorso che mi motiva sia a livello personale che lavorativo. Ho deciso di viaggiare perché secondo me è il miglior modo per investire tempo e denaro, in più sono riuscito a trasformare questa mia “vocazione” in lavoro. Sono in costante competizione con me stesso. Una competizione sana che mi porta ad alzare costantemente l’asticella per evitare di rimanere impantanato in una zona di comfort che sinceramente mi spaventa. Si ha paura principalmente di ciò che non si conosce, io le mie paure le ho trasformate in curiosità. D’Annunzio scrive: “Non è mai tardi per tentar l’ignoto, non è mai tardi per andar più oltre”. Questa è la frase che mi motiva e che mi piace ricordare perché che cosa c’è di più bello che vivere con l’adrenalina e la volontà smodata di scrivere nuovi capitoli della propria vita per poi guardarsi indietro ed essere consapevoli ed appagati della strada percorsa, delle difficoltà superate e degli obiettivi raggiunti?

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?
Al momento non ho preso in considerazione di tornare in Italia. Vivere in Germania mi permette di apprendere una lingua abbastanza complicata ma molto utile a livello lavorativo pensando anche ad eventuali futuri spostamenti all’interno dell’area DACH. Quindi per ora mi interessa rimanere qui per continuare ad accumulare esperienza utile per avanzamenti di carriera futuri. Sicuramente sarebbe interessante poter contribuire alla crescita delle aziende italiane soprattutto all’estero e non nascondo che mi capita spesso di pensarci. Il potenziale delle aziende italiane è enorme e mi piacerebbe essere tra coloro i quali hanno contribuito al loro sviluppo. La realtà italiana è composta però per la stragrande maggioranza da aziende medio/piccole e non so quanto queste aziende siano preparate o quantomeno orientate al cambiamento. Da sempre il made in Italy, sinonimo di qualità e di unicità, è stato uno dei fattori chiave del nostro paese. Sfortunatamente però le piccole e medio imprese che caratterizzano la rete di aziende italiane non riescono ad essere competitive in un contesto globale. Il mercato mondiale è una risorsa preziosa che dovrebbe essere sfruttata in pieno dalle aziende del nostro territorio.
Per le aziende esportare significa avere la possibilità di crescere. Il problema è che le piccole aziende italiane, viste le dimensioni, non hanno gli strumenti per potersi ritagliare fette di mercato in altri paesi. Negli ultimi anni l’errore più grosso è stato quello della mancanza di investimenti sia da parte delle aziende sia da parte del governo. In particolare bassa spesa in ricerca e sviluppo e continui tagli all’istruzione…senza parlare dei gravi problemi legati alle infrastrutture, fattore chiave per la competitività delle aziende e la crescita economica di un Paese.

 

Intervista a Silvia Scaramuzza, giornalista freelance a Bruxelles

Per l’intervista al nostro Italian del mese di luglio siamo volati diretti al cuore dell’Europa, Bruxelles. Abbiamo incontrato per voi Silvia, 27 anni, originaria di Terni, silvia ha vissuto già a Roma, Genova, Coventry e New York, prima di stabilirsi aBruxelles, dove ormai vive e lavora come giornalista freelance.

Tra falsi-miti sulla capitale europea e mercato del lavoro all’estro, abbiamo chiacchierato con Silvia delle sue molteplici esperienze personali e lavorative, ma anche delle lezioni importanti che in questi anni ha potuto imparare confrontandosi con realtà differenti. Ne é venuta fuori una bella panormaica della sua vita da expat, ma non solo.

Curiosi? Beh, non c’é molto da attendere… Buona lettura!

 

Ciao Silvia! Iniziamo da te e dalla tua storia personale: sappiamo che ormai da un po’ di tempo sei stabile a Bruxelles, dove sei giornalista freelance per diversi siti e testate. Ma dove e quando è iniziata la tua storia da italians? E soprattutto: perché?

La mia storia da Italian è cominciata con un Erasmus in Inghilterra durante gli studi per conseguire la laurea magistrale. Avevo voglia di varcare nuovi orizzonti, scoprire culture diverse dalla mia e soprattutto vedere come si studia all’estero. C’erano tanti miti sull’università in Inghilterra e volevo andare a vedere di persona se erano veri o no. Per esempio, tanti studenti di ritorno dal Regno Unito dicevano che gli esami erano difficilissimi, ma non è così. In Italia siamo abituati a studiare migliaia di pagine per ogni esame, mentre nei Paesi anglofoni l’approccio è differente e improntato alla pratica. Agli studenti è assegnato un argomento, che va sviluppato in un saggio. Sei tu a dover scegliere le fonti da consultare e l’impostazione del testo. Questo ti dà un’ampia libertà e soprattutto ti consente di sviluppare una forte indipendenza.

Bruxelles non è la tua prima esperienza all’estero: ci sono state anche New York e Warwick, in Inghilterra. Cos’è che ti spinge a cambiare spesso casa? Potresti raccontarci quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere in questi Paesi e che Italia – forse – non avresti avuto? 

A spingermi è il desiderio di misurarmi con esperienze nuove, muovendomi in contesti diversi per uscire dalla mia area di comfort. Bruxelles e New York sono città flessibili, a misura di un giovane. Sono anche molto competitive, ma le opportunità non mancano. Si conoscono persone che fanno i lavori più disparati, dall’analista specializzato in politiche di sicurezza e difesa al lobbista. Il contesto è dinamico e stimolante. In Italia, purtroppo, non è sempre così. I ritmi sembrano più lenti, anche se si lavora tanto, e sembra ci sia meno mobilità sociale.  

Tantissimi giovani expat che approdano a Bruxelles sono sicuri di trovare l’Eldorado. Anche tu la vedi cosi, oppure ci sono miti da sfatare? Com’è la tua vita da italiana in Belgio?

È un mito da sfatare. Bruxelles non è l’Eldorado. Il mercato è molto competitivo. In Italia, se si guardano i numeri, sono pochissimi i giovani che svolgono un’esperienza all’estero durante gli studi, mentre qui ti confronti con persone che sanno almeno due lingue e che hanno già vissuto e lavorato in più Paesi. Sono arrivata a Bruxelles perché ho vinto una borsa Schuman per lavorare nell’ufficio stampa del Parlamento europeo. Ogni anno vengono selezionate circa 300 persone e si candidano in 4.000. Il primo giorno ci hanno chiesto quanti di noi avessero già fatto esperienze all’estero. Il 90% ha risposto di sì. Questo rende l’idea di quanto il mercato sia competitivo per chi vuole rimanere negli affari europei. Poi c’è Bruxelles, che è un’altra cosa. La città sembra divisa in due. Chi lavora nelle istituzioni o in tutto quello che ruota attorno ad esse vive in una sorta di bolla, con i propri luoghi di incontro e il proprio linguaggio. 

Facciamo un passo indietro fino alla tua esperienza all’estero durante l’Erasmus. Avendo studiato sia in Italia che in UK, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi due paesi? Aspetti positivi e negativi, ovviamente!

Un punto a favore per l’Italia: gli studenti hanno una preparazione solida e sono abituati ad affrontare gli orali, quindi sono in grado di spaziare e argomentare su vari temi. Un punto a favore dell’Inghilterra: si predilige la pratica sulla teoria. Nel Regno Unito, mentre studi, impari ad imparare. Gli esami sono scritti. I professori ti danno delle linee guida, ma poi spetta a te scegliere come muoverti. Anche le lezioni sono strutturate in modo diverso. Una volta a settimana, a seconda del corso, si fa una lezione di gruppo. Il professore lancia una domanda e gli studenti rispondono a turno. Il professore ha il ruolo di facilitatore. Il suo compito non è quello di giudicare, ma di stimolare il dibattito. Gli studenti devono usare le conoscenze sviluppate durante il corso e utilizzarle per argomentare le proprie idee, in modo tale da consolidare le competenze. Per quanto riguarda le infrastrutture, non c’è storia. Io ho studiato all’Università di Warwick, un polo di eccellenza anche dal punto di vista tecnologico. Ricordo che per un periodo mi sono ammalata e non sono potuta uscire per un po’. Ho studiato tutto online, grazie alle risorse messe a disposizione dalla biblioteca universitaria: libri, ricerche, saggi, tutto informatizzato. Prima di arrivare nel Regno Unito, avevo studiato solo sui libri. C’è da dire, però, che l’Università costa, e molto. La mia, se non avessi fatto l’Erasmus, sarebbe costata circa 10.000 euro l’anno. 

Poi c’è stata anche New York, quel grande sogno americano unito alla tua passione di sempre: il giornalismo. È così diverso vivere e lavorare in America rispetto che in Italia? Mi riferisco ad orari, ritmi lavorativi, abitudini, opportunità, colleghi e rapporti umani…

L’America è davvero un altro mondo. A New York ti svegli la mattina con l’adrenalina, pieno di stimoli e di idee da mettere in pratica subito. L’ambiente professionale è totalmente diverso rispetto a tutte le città europee. C’è flessibilità, dinamismo, spazio per crescere e correre. Gli americani sono alla mano, amichevoli e gentili. Capita che completi sconosciuti si fermino a parlare per strada o in un bar di punto in bianco. A New York la gente è aperta e pronta a cogliere le opportunità ovunque esse si trovino. Ti faccio un esempio pratico. Per fare amicizia si usa molto la piattaforma Meetup. Ognuno può creare un gruppo e invitare gli altri utenti a unirsi. In Italia la piattaforma funziona poco, anche perché le persone sono più chiuse verso le novità.  A New York, invece, dalla piattaforma nascono anche opportunità professionali. Ci sono, per esempio, i gruppi di incontro tra startup e investitori, tra fotografi e modelle, etc. È anche una città ricca di contraddizioni, con un tasso di povertà elevato, ma non per questo meno affascinante. 

Da grande appassionata di politica europea, sappiamo che per un periodo hai lavorato anche nell’ufficio stampa del Parlamento EU a Bruxelles, occupandoti di esteri, difesa e sicurezza e diritti umani, oltre che della campagna elettorale in vista delle europee 2019. È stato un trampolino di lancio per te? Cosa porti dietro di questa esperienza?

È stato un trampolino di lancio sì. Ho lavorato in modo approfondito sulle politiche europee, vedendo come nascono i progetti di legge, come si accordano i gruppi politici e come i parlamentari votano. Ho seguito, in pratica, tutto il processo legislativo, sia nelle commissioni parlamentari che nella Plenaria. Ho trovato un ambiente di lavoro dinamico e dei colleghi preparati, sempre disponibili e pronti al confronto. Ogni ufficio è una micro-UE in scala ridotta. Tutti i Paesi sono rappresentati, per cui si lavora a contatto con nazionalità e culture differenti, che si portano dietro un diverso modo di lavorare e di approcciare i problemi. È un’esperienza che mi ha arricchito in modo profondo, grazie alla quale ora so dove voglio arrivare da qui a qualche anno. 

Scrittura, giornalismo, televisione… Credo che tu lo sappia, ci sono tantissime persone che vorrebbero farne un lavoro vero e proprio, realizzando magari la propria aspirazione di vita. Partendo dalla tua esperienza, credi che sia possibile farlo in Italia o che sia necessario farsi la gavetta all’estero? Quali sono i problemi da affrontare in Italia?

Non è necessario fare la gavetta all’estero, ma è una possibilità. In Italia il sistema è tutto da riformare. Per ottenere uno stage nelle redazioni nazionali, spesso, devi fare la scuola di giornalismo, sostenendo dei costi che non sono alla portata di tutti. È difficile, anche se non impossibile, trovare un buono stage se fai un’università pubblica. C’è un tacito accordo tra le scuole di giornalismo e le redazioni, che prendono gli stagisti delle scuole, oltretutto, nella gran parte dei casi, gratuitamente visto che si tratta di tirocini curriculari. Nessuno ti dice queste cose quando ti iscrivi all’università. La formazione è necessaria, ma andare in una scuola di giornalismo non ti dà la garanzia di avere un contratto per ripagarti delle risorse versate e degli sforzi una volta concluso il percorso. In Italia, inoltre, il lavoro, in alcuni casi, è pagato poco. Ciò non toglie il fatto che con tanta tenacia, dedizione e passione si possa riuscire nel proprio obiettivo. La preparazione, e anche un pizzico di fortuna, fanno la differenza in questo lavoro. 

Dopo aver vissuto in così tanti posti, se potessi, cosa cambieresti in Italia e in noi giovani italiani? Parlo di mentalità ma anche di competenze, o di atteggiamento in generale… quali credi siano i problemi maggiori da risolvere per fare in modo che i giovani non sentano più la necessità di andare altrove per realizzarsi?

Se avessi la bacchetta magica, nella testa degli italiani metterei l’apertura verso la novità. Serve più spazio per l’innovazione, ma per cambiare la struttura bisogna cambiare quello che c’è sotto. I giovani sentono la necessità di andarsene perché non trovano prospettive, o si sentono limitati. Anche quando lavorano, a volte, sentono che non c’è spazio per crescere, e quindi voltano pagina. Credo sia un bene, e anche un aspetto della nostra generazione. Vorremmo un posto stabile, ma la stabilità allo stesso tempo ci limita. Un ambiente con più offerte di lavoro, di sicuro, aiuterebbe. 

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita? 

Il mio progetto è quello di fare la giornalista freelance. È la strada più lastricata di ostacoli, ma forse anche la più divertente. Sicuramente, è quello che amo fare. Mi piacerebbe tornare a lavorare in un ufficio stampa istituzionale e mi sto preparando per questo. In Italia spero di tornare presto, ma sono pronta a tutto. Non disdegnerei l’idea di lavorare in qualche altra città, anche fuori dal Belgio. Se non ora, quando?

 

Intervista a Davide Bargna, Branch Manager presso la Camera di Commercio Italiana per il Rego Unito. Tra business meetings, l’impegno a supporto delle PMI e la passione per i diritti civili

Scozia, anche questo mese. Siamo rimasti ad Edimburgo per dimostrarvi che a volte funziona anche il passaparola, che quando si parla di italiani all’estero e di comunità che in qualche modo diventano delle vere famiglie, funziona benissimo. E così abbiamo quindi conosciuto il nostro Italian del mese, Davide Bargna, 27 anni originario di un piccolo paesino vicino a Como.

Da Milano a Roma passando anche per Madrid: da due anni Davide vive a Edimburgo dove lavora come Branch Manager della sede scozzese della Camera di Commercio Italiana per il Regno Unito. Il suo è uno di quei curriculum che vale la pena leggere: prima un tirocinio alla Presidenza del Consiglio dei Ministri presso il Dipartimento per le Pari Opportunità, poi alla Camera di Commercio Italiana per la Spagna e quindi alla Camera di Commercio Italiana per il Regno Unito. Tra le sue passioni ci sono il cinema, i diritti umani e la politica – sia italiana che europea, ovviamente. Oltre alla fotografia, l’escursionismo e la recitazione in teatro.

Cominciamo…

Ciao Davide! Sappiamo che attualmente lavori alla Camera di Commercio Italiana a Edimburgo, ma potresti dirci di più? Di cosa ti occupi di preciso, quali sono le tue responsabilità e come sei riuscito, se possiamo chiederlo, ad ottenere questo incarico?

Al momento sono direttore della sede scozzese della Camera di Commercio Italiana per il Regno Unito. Il mio compito principale è quello di supportare imprese italiane o singoli individui che vogliano fare affari o aprire un’attività nel mio mercato di riferimento, la Scozia appunto, mettendoli in contatto con persone o organizzazioni opportune e creando concrete opportunità di business. Il mio lavoro di ogni giorno consiste quindi nel programmare le attività che l’ufficio svolgerà durante l’anno, dall’organizzare e gestire eventi, fiere, trade mission e business drink, al fare ricerche di mercato, scrivere editoriali e articoli. Si tratta di un lavoro molto variegato e quindi stimolante, che mi porta a collaborare con professionisti in diversi settori ed anche enti importanti, come ad esempio il Consolato Generale d’Italia a Edimburgo e il Governo scozzese. Proprio di recente ho seguito una delegazione di imprese in visita in Scozia con il nuovo Ambasciatore italiano per il Regno Unito e subito dopo ho organizzato un incontro con l’Ambasciatrice britannica per l’Italia ed alcuni stakeholders del territorio.

Sono arrivato alla Camera di Commercio per il Regno Unito perché, dopo il tirocinio in Spagna, volevo fare un’esperienza in un paese anglofono per perfezionare ulteriormente il mio inglese e soprattutto per immergermi in una cultura che mi ha sempre affascinato. Avendo una particolare passione per la Scozia, ed essendo Edimburgo decisamente più abbordabile in termini economici di Londra, mi sono trasferito qui e ho fatto domanda per la posizione di Assistant Trade Analyst. Quando poi la mia ex-manager ha cambiato lavoro e si è aperta la sua posizione, ho deciso di fare domanda e ho ottenuto il ruolo.

 

Facciamo un passo indietro, a quando per la prima volta hai lasciato l’Italia: faceva tutto parte di un progetto oppure hai seguito le opportunità che hai trovato? In altre parole: è stata una tua scelta o più una necessità?

Avendo preso una laurea in Mediazione Linguistica e Culturale e un master in Relazioni Internazionali, posso dire che la vocazione per un’esperienza all’estero c’è sempre stata. Mi è sempre piaciuto viaggiare, visitare nuove città e scoprire nuove culture. Già durante la scuola superiore ero riuscito ad aggregarmi alla classe di un amico per una vacanza-studio ad Edimburgo, scelta che ha probabilmente segnato la svolta sul percorso di studi che poi ho effettivamente intrapreso. Durante i miei studi universitari, inoltre, avevo già trascorso un periodo a Valencia per migliorare il mio spagnolo e tramite un progetto universitario ero stato selezionato per corso di formazione presso le Nazioni Unite a New York. Ho avuto l’inestimabile fortuna di avere dei genitori che mi hanno spronato ad inseguire le mie passioni e hanno sempre sostenuto le mie scelte, per quanto controcorrente e non viste di buon occhio nel piccolo paese di provincia in cui sono cresciuto. Perciò, sebbene non avessi davvero chiaro che cosa volessi fare del mio futuro, ci sono sempre state la curiosità e la necessità di scoprire cosa ci fosse al di fuori della piccola bolla sicura e confortevole della provincia, per me un po’ soffocante e limitante. Già l’esperienza universitaria a Milano ha cambiato molto la mia visione del mondo e mi ha permesso di esprimere a pieno la mia personalità e il mio potenziale, come l’esperienza che è seguita a Roma. Invece, lo stage in Spagna è capitato un po’ per caso, avendo semplicemente partecipato al programma Erasmus+ per un tirocinio all’estero, e da lì poi il mio lavoro in Scozia.
Sicuramente, coloro che vogliono lavorare in questo settore sanno che le possibilità di finire a lavorare al di fuori dell’Italia sono alte, ed io ho avuto la fortuna, anche grazie a diverse borse di studio e al sostegno dei miei genitori, di poterlo fare fin dalla mia formazione accademica.


Molti dei giovani italiani che lasciano il Bel Paese dicono di farlo perché qui non c’è lavoro o è difficile, quasi impossibile, trovarne uno. Vista la tua esperienza personale, che consiglio daresti a quanti come te sono partiti e a quelli che invece vorrebbero farlo? E credi sia necessario, per trovare lavoro in Italia, fare dell’esperienze fuori?

È sicuramente necessario prima di tutto capire come viene selezionato il personale nel Paese in cui si va a cercare lavoro. Ad esempio, se la Spagna era molto simile rispetto all’Italia in questo senso, ho potuto constatare che la Scozia è invece molto diversa. Non sempre CV e lettera di motivazione sono necessari, talvolta viene richiesto di compilare un formulario dove, attraverso la descrizione delle proprie esperienze pregresse, si deve riuscire dimostrare di avere le competenze richieste nell’annuncio di lavoro. I colloqui seguono uno schema simile. Molto utilizzato è il modello STAR, una tecnica che consente di individuare tutte le informazioni essenziali circa le abilità dell’intervistato, un modus operandi ben diverso da quello a cui ero abituato e il quale ha richiesto un certo periodo di assestamento per capire come funzionasse.

Quanto all’esperienza all’estero, non penso sia fondamentale per trovare un qualsiasi lavoro in Italia, dipende molto da ciò che si cerca. Per il mio settore può sicuramente essere un valore aggiunto. In generale, comunque, questi tipi di esperienza possono arricchirti molto da un punto di vista personale, ancor prima che professionale.

 

Com’è, invece, vivere in Scozia? Rispetto all’Italia, dov’è che possiamo guardare per imparare in positivo? Ma soprattutto: secondo te l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere giovani come te a trasferirsi?

La Scozia è una nazione meravigliosa, ricca di storia, paesaggi mozzafiato e molto all’avanguardia in diversi settori economici, come le energie rinnovabili, l’aerospazio e la ricerca & sviluppo. Contrariamente all’Inghilterra, poi, è una Paese molto europeista, che ha votato a larga maggioranza per restare nell’Unione europea durante il referendum del 2016, è molto aperto all’accoglienza dei migranti, comprendendo come questi siano un valore aggiunto per il Paese, non un problema.
Edimburgo poi ha tutti i vantaggi di una grande città in termini di eventi culturali (la stagione estiva dei festival è incredibile, basti citare l’Edinburgh Fringe Festival, il più grande festival delle arti al mondo), collegamenti internazionali e multiculturalità, ma è anche una capitale molto a misura d’uomo (io ad esempio mi sposto solamente a piedi), con mezzi pubblici efficientissimi e decisamente bike-friendly.
Quando poi ho voglia di immergermi nella natura per staccare la spina, oltre ai grandi parchi della città, è sufficiente prendere un autobus per ritrovarsi tra i paesaggi naturali più belli al mondo. Ovviamente, come ogni Paese, anche la Scozia ha tanti pro e contro, ma sicuramente ha molto da insegnare da un punto di vista di attenzione ai problemi delle classi meno abbienti, dell’ecologia, dei diritti delle minoranze, della burocrazia semplificata e, non da ultimo, dell’investimento sui giovani.


Collegandoci proprio a questo, investire sui giovani e i toro talenti, molto spesso qui in Italia si parla del problema della mancata meritocrazia: pensi che sia solo questo il motivo che spinge sempre più italiani a portare altrove le proprie competenze? O c’è anche altro da considerare?

È sicuramente un aspetto importante ma non penso sia il solo. Se pensiamo che in alcune regioni nel sud dell’Italia il tasso di disoccupazione tra i giovani supera il 50%, non può stupire che molti di noi siano costretti a spostarsi altrove in cerca di lavoro. Non è certamente un problema solo dell’Italia, in quanto riguarda anche molti altri Paesi del sud dell’Europa, e certamente qualcosa è stato fatto negli ultimi anni per migliorare la situazione, ma non abbastanza. Non penso esista una soluzione semplice ed immediata ma quello che mi sconcerta è che la politica italiana non abbia dato quasi alcun peso alla questione durante l’ultima campagna elettorale, come se non fosse un problema di primo piano. Eppure il tema della precarietà dovrebbe essere dominante, se si pensa che è proprio questo l’ostacolo principale dei giovani nell’avere una sicurezza economica e crearsi un futuro. La maggior parte dei miei ex-colleghi universitari che sono rimasti in Italia, ad esempio, hanno contratti a tempo determinato rinnovati ogni quattro o massimo sei mesi per volta, spesso in settori molto diversi rispetto a quelli in cui avrebbero desiderato lavorare. Molti continuano a fare stage non retribuiti nella speranza di venire, un giorno, assunti da una impresa o un’altra. È una situazione ormai insostenibile, non capisco come non si possa non investire sui propri giovani.

 

Parlando di politiche europee ed euro-progettazione, tema che credo ti sia caro e familiare viste le tue esperienze lavorative: cosa ne pensi e a che punto è, secondo te, l’Europa e più nello specifico l’Italia?

Purtroppo temo che negli ultimi decenni l’Unione europea abbia un po’ perso di vista i valori sui quali era stata fondata, eppure sono certo che le cose possano cambiare. Credo che uno dei maggiori problemi dell’UE sia la mancanza di una comunicazione efficace rispetto alle politiche messe in atto a sostegno dei giovani, dei lavoratori, delle imprese e dei diritti in generale, che invece sono risultate spesso essenziali per un miglioramento delle condizioni dei cittadini europei, seppur con qualche eccezione. Purtroppo in Italia si sente sempre più spesso parlare dell’Europa come di un tiranno prevaricatore che costringe il nostro Paese ad attuare misure dannose e impopolari. Eppure, se è vero che alcune critiche possono essere fatte alle politiche che l’Unione ha messo in atto negli ultimi anni, penso che debbano esserle riconosciuti anche moltissimi punti a favore. Se penso ai giovani, vale la pena sottolineare l’impegno a favore dell’educazione e la formazione, tramite il sistema garanzia giovani o il programma Erasmus+ ad esempio, grazie ai cui fondi ho potuto fare la mia prima esperienza universitaria all’estero. Quanto alle PMI, penso ai fondi a loro sostegno e alle start-up, o allo Small Business Act. In tema di diritto del lavoro posso citare le norme sull’integrazione delle persone escluse dal mercato del lavoro, le direttive sulla parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, il principio di non discriminazione per condizioni personali, tutti elementi oggi forse dati per scontati ma per i quali invece l’Unione europea ha dato un contributo essenziale. Penso poi alle norme sulla libera circolazione delle persone, la Carta dei diritti fondamentali, l’abolizione dei costi di roaming, e potrei continuare ancora.

In questo senso l’euro-progettazione può svolgere un lavoro fondamentale: in Spagna, ad esempio, seguivo tre progetti europei proprio focalizzati su giovani e PMI. Mi sono infatti occupato di mobilità per l’apprendimento al fine di contrastare l’abbandono scolastico, che in Spagna colpisce oltre il 20% dei giovani tra i 18 ed i 24 anni, un progetto per aumentare le opportunità di investimento da parte delle PMI nell’industria del turismo, sia a livello europeo che internazionale, e uno per la progettazione di un framework europeo per la qualificazione del profilo professionale di “International Marketing Manager”.

 

Tornando per un momento in Italia, sappiamo che hai lavorato anche a Roma, prima ancora che a Madrid, e infine in Scozia: potresti aiutarci a fare un confronto tra i tre Paese, sul modo in cui si vive e si lavora?

Per la mia personale esperienza, trovo che Italia e Spagna siano molto simili tanto sul modo in cui si vive quanto su quello lavorare. Roma e Madrid sono città molto accoglienti, in cui è facile integrarsi fin da subito, si vive molto la piazza e si respira un’atmosfera di grande comunità. Il Regno Unito è sicuramente molto diverso, banalmente da un punto di vista climatico ma soprattutto a livello di relazioni interpersonali, proprio perché a livello culturale il modo di approcciarsi e socializzare è molto diverso rispetto all’Italia. All’inizio ho trovato difficile abituarmi ad un modo di vivere “più impostato”, ma dopo due anni non lo trovo più strano e capisco che certe differenze sono davvero solamente culturali e non è una questione di freddezza o pregiudizio. Penso anche che la Scozia sia molto diversa dall’Inghilterra, almeno per quel poco che l’ho conosciuta, ed ho trovato più facile stringere amicizie.

Quanto al lavoro, in Scozia ho sicuramente trovato molta trasparenza nel metodo di selezione, anche per posizioni di alto livello o per lavori all’interno di enti governativi, dove non è necessario dover “conoscere qualcuno” per ottenere il ruolo ma basta saper dimostrare le proprie competenze e il valore aggiunto che si può portare. Ho anche notato che spesso non serve avere un titolo di studio universitario per ambire a posizioni importanti, come non è nemmeno necessario avere una laurea specifica per lavorare in un determinato settore. Tra i giovani, poi, non esiste l’ambizione al “posto fisso” come accade in Italia, anche perché è molto più facile poter trovare e cambiare lavoro.

 

Tra i temi a te cari c’è anche quello dei diritti umani: come è nata e come hai coltivato questa passione? Di cosa ti occupavi alla Presidenza del Consiglio dei Ministri?

Il tema dei diritti umani è molto vasto, sul quale si potrebbe studiare e lavorare per una vita e ancora servirebbe tempo per averne una idea completa. Personalmente penso che la spinta nel voler aiutare gli altri, soprattutto chi si trova in difficoltà, l’abbia sempre avuta ed è qualcosa che ho imparato dalla mia famiglia. Certamente il focus sulle tematiche dei diritti delle minoranze, in particolare per orientamento sessuale e identità di genere, nasce in primo luogo da ragioni personali. Durante il mio percorso universitario sono stato prima membro e poi coordinatore di una delle associazioni LGBT+ universitarie più importanti d’Italia, con la quale abbiamo supportato e organizzato eventi per la comunità accademica e non, tra cui uno dei primi corsi universitari sul tema, di enorme risonanza e successo. Nel frattempo ho ottenuto un Academic Minor in Diritti, Lavoro e Pari Opportunità presso la mia università, il quale, oltre ad avermi permesso di approfondire le teorie dell’eguaglianza e della differenza in relazione ai diritti fondamentali, mi ha permesso di essere selezionato per un tirocinio presso l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Durante il tirocinio mi sono occupato di gestire alcuni casi di discriminazione portati all’attenzione dell’Ufficio, in particolare nel mio campo di specializzazione. É stata una esperienza incredibilmente formativa che mi ha permesso di mettere in pratica tutta la mia conoscenza teorica in materia ma anche di confrontarmi per la prima volta con questioni più prettamente politiche, capendo potenzialità e limiti di un ufficio governativo di questo tipo e comprendendo come la strada per il raggiungimento di pari diritti sia irta di ostacoli, soprattutto in un Paese così conservatore e ideologizzato come l’Italia.

 

Da expat, come vedi la situazione del nostro Paese? Cosa ti preoccupa maggiormente e cosa si potrebbe fare, a tuo parere, per migliorare la situazione?

Avendo collaborato per oltre un anno con Stonewall, la più grande organizzazione per i diritti LGBT in Europa, mi rendo conto di quanta differenza ci sia tra il Regno Unito e l’Italia su queste tematiche. Non solo esistono leggi molto più avanzate sul tema ma la società stessa è molto più educata alla differenza e all’accettazione del diverso. Il Governo stesso è molto aperto nell’ascoltare le istanze delle minoranze e integrarle nelle proprie politiche di miglioramento della condizione degli individui. Sebbene esistano differenze tra partiti rispetto ad alcune tematiche “eticamente sensibili”, non esiste un dibattito ideologizzato su questi temi, se non in rare eccezioni (basti pensare come siano stati proprio i Tories ad approvare il matrimonio egualitario nel Regno Unito). La stessa Chiesa di Scozia, ad esempio, è molto più aperta, permettendo ai propri pastori di sposarsi con partner dello stesso sesso.

Si tratta di tematiche molto complesse che non possono essere analizzate con una risposta ma, da un punto di vista più generale, credo che la chiave per cambiare la percezione delle alterità nel nostro Paese vada trovata proprio nell’educazione alle differenze, sin dalla scuola dell’obbligo, facendo comprendere come il “diverso” possa apportare un valore aggiunto e non rappresenti una minaccia alla nostra comunità. Trovo che negli ultimi anni siano stati dei buoni passi avanti sotto diversi punti di vista, penso alla regolamentazione delle unioni civili, alla legge sul biotestamento, al contrasto al caporalato, o al sostegno alle persone con disabilità. Forse ci sarebbe voluto un po’ più di coraggio, ma sono dei passi avanti positivi. La società nel Regno Unito, proprio per la sua storia, è sempre stata abituata a convivere con culture, religioni e modi di pensare molto diversi da quelli tradizionalmente associati alla “englishness”, anche se le notizie recenti sulle aggressioni contro i migranti e Brexit dipingono uno scenario ben meno rassicurante. Per l’Italia il discorso è molto diverso, non avendo mai avuto un processo di ibridazione simile, ma essendo stata lei stessa un paese di emigrazione.

 

Uno dei nostri valori, in quanto The Italians, vorrebbe essere quello di poter riportare l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese: cosa si potrebbe fare, a tuo parere, per velocizzare questo processo? Partendo dalla tua esperienza personale: quali sono i presupposti base che l’Italia dovrebbe garantire ai propri giovani e come potrebbe farlo? E, domanda ancora più difficile, perché non lo si sta già facendo?

Penso che il punto fondamentale su cui si giocherà il futuro della nostra società sarà il lavoro, un mercato del lavoro più accessibile per i giovani, meno precario, più trasparente e meritocratico, in cui siano previste delle misure di sostegno alla disoccupazione.

La questione del lavoro è una sfida non solo per l’Italia ma a livello europeo in generale, soprattutto dopo la crisi. Eppure trovo che le misure che siano state adottate negli ultimi anni non siano sufficienti, avendo sì creato più lavoro ma molto più precario che in passato. Forse sarebbero necessarie alcune riforme strutturali che purtroppo danno soluzioni solo nel medio-lungo periodo e quindi non facilmente spendibili in campagna elettorale. Purtroppo, in questo senso, non ho sentito proposte convincenti, mi pare anzi che l’argomento sia passato in secondo piano. Spero di essere smentito.

 

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Senti il desiderio di tornare presto in Italia, o la tua vita è ormai altrove?

Al momento sono contento di poter proseguire la mia esperienza alla Camera di Commercio per il Regno Unito e vivere la mia nuova vita in Scozia, che tanto mi sta dando da un punto di vista professionale e soprattutto umano. Ho come la sensazione che, in questo mondo dove tutto accade rapidamente e i social media la fanno da padroni, tutti abbiano un’opinione su tutto e pare non sia più necessario fermarsi a riflettere, confrontarsi, approfondire un argomento prima di formulare un’opinione. Qui ho la fortuna di potermi relazionare ogni giorno con persone diverse, con un vissuto ed esperienze molto lontane dalla mia. Questo mi permette di crescere molto e di mettere costantemente in discussione le mie idee, talvolta fortificandole ed altre volte facendole vacillare, costringendomi a rivedere le mie posizioni su svariate questioni. Trovo quindi che sia di inestimabile valore poter regolarmente vedere le cose da un’altra prospettiva.

Io amo l’Italia, trovo che sia un Paese che non ha eguali sotto diversi aspetti e vorrei poterci tornare un giorno. Spesso si guarda solo ai lati positivi del vivere all’estero dimenticandosi le difficoltà nel dover vivere lontani dagli affetti familiari e dalle amicizie di una vita. In generale, poi, mi piacerebbe poter mettere le competenze sviluppate al servizio del mio Paese d’origine. Il mio lavoro attuale mi consente comunque di mantenere strettissimi legami con l’Italia ed a contribuire, nel mio piccolo, al suo continuo sviluppo. Al momento sto anche collaborando con il COMITES di Scozia e Irlanda del Nord, perciò mi sento ancora pienamente parte della comunità italiana, sebbene sia contento di essermi ormai integrato anche in quella scozzese. Quanto al futuro, mi piacerebbe poter trovare un lavoro che mi consenta di trattare di politiche europee o diritti delle minoranze, mettendo a frutto le mie idee e le mie competenze, magari all’interno di un ente governativo di una ONG.

 

 

 

 

 

Intervista a Eleonora Vanello, Italian in Scozia. Il suo mantra? Determinazione, flessibilita e networking

Un regalo di laurea che si è trasformato in una nuova vita, in Scozia, lontano dall’Italia. Non era in programma ma per Eleonora Vanello, 32 anni originaria del Friuli Venezia Giulia, è andata proprio così: per festeggiare la fine dell’università a Trieste – ci ha raccontato lei – il padre le aveva regalato un mese in una scuola di lingua a Edimburgo.

L’obiettivo era migliorare la conoscenza della lingua inglese.  Il risultato? Oggi la nostra Italian del mese è Event Manager per la Paramount Creative, un’agenzia di marketing ed eventi, e sta organizzando un festival italiano in George Square a Glasgow.

Le sue passioni sono il food & beverage: per mantenere viva questa passione, Eleonora fa parte del Board del chapter edimburghese di Slow Food e scrive come contributor in una rivista di food & drink locale (Bite Magazine).

Per lei non si tratta solo di conoscere le storie dei prodotti di una terra, ma anche di assaggiare, discutere e comprendere le loro realtà.


Eleonora, raccontaci qualcosa di te: guardando indietro verso le tue scelte, avresti mai immaginato che la tua vita sarebbe stata in Scozia un giorno?

In realtà non avrei mai pensato di lasciare l’Italia, ma un viaggio a Edimburgo mi ha cambiato la vita e lo spostamento mi è sembrato naturale. Non ho mai lavorato in Italia ma credo che il Regno Unito sia molto meritocratico: se una persona è brava ha buone possibilità di crescita, tutti qui.

Dovrebbe essere sempre così semplice e immediato, no? Poi, sicuramente frequentare un corso universitario in UK aiuterebbe ad ottenere posizioni alte, ma anche così non mi posso lamentare.

Parlando del tuo lavoro: cos’è che fa di preciso un Event Manager? Quali sono i tuoi compiti?

Attualmente organizzo eventi per la Paramount Creative, un’agenzia di eventi, design e marketing che a breve festeggerà i suoi primi di 10 anni di attività.

Il nostro CEO è una persona molto acuta e con ottime doti imprenditoriali: anni fa ha visto nel mercato dell’intrattenimento e dell’hospitality un’opportunità, ed ha iniziato a produrre una guida. Poi è passato agli awards, un’industria che qui in UK è molto interessante soprattutto perché ci sono premiazioni più o meno per tutti i settori e le varie attività.

Nel portfolio della Paramount Creative rientrano anche gli Italian Awards, ed essendo io italiana mi è stata offerta l’opportunità di organizzarli per incrementarne l’autenticità. Il mio lavoro quindi è quello di organizzare il processo di votazione, comunicazione ed organizzare il gala finale dove vengono scoperti i vincitori. Quest’anno la Paramount Creative ha anche deciso fosse tempo di creare un festival italiano a Glasgow, “Sagra Italiana”, per celebrare la comunità italiana in Scozia durante la Festa della Repubblica. Ed eccomi qui a organizzare un festival a cui si sono già registrate 6000 persone.

Un’italiana che programma un festival italiano in Scozia. Alla fine, i punti si uniscono sempre…

Non avrei mai pensato di lasciare l’Italia, ma la vita mi ha proposto la Scozia e io l’ho accolta a braccia aperte. Mi sono innamorata subito della città, della sua storia, della sua bellezza e dopo un breve periodo mi sono trasferita stabilmente nella capitale scozzese.

L’occasione è avvenuta quando mi è stato offerto uno stage presso la branch scozzese della Camera di Commercio e Industria Italiana per il Regno Unito, che noi la abbreviamo in ICCIUK per comodità. Poi, ho aiutato una start up italiana di import, a cui è seguita la posizione manageriale alla ICCIUK e in parallelo il lavoro come segretaria al Console Onorario d’Italia a Glasgow. A gennaio ho iniziato con la Paramount Creative ed eccomi qua a parlarne con te.

Quindi in Scozia c’è una comunità di italiani forte, se avete deciso di organizzare anche un festival di unione su queste due culture, giusto?

Assolutamente sì, la comunità italo-scozzese è molto grande e le prime migrazioni di italiani, in epoca contemporanea, risalgono alla fine del 1800.

Mi affascina sempre molto parlare con italo-scozzesi di seconda o terza generazione e ascoltare le storie di quando le famiglie italiane arrivavano qui e aprivano gelaterie, gastronomie o anche fish&chips. Gli scozzesi, poi, sono un popolo super friendly sempre pronto a sorridere e ad aiutare la propria comunità. Che non per forza è fatta di soli scozzesi.

Quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere fuori dall’Italia? C’è qualche mito da sfatare oppure la vita all’estero è davvero così diversa da quella italiana?

Credo ci siano dei pro e dei contro. Essendo una giovane donna che ha ricoperto ruoli istituzionali (ad esempio: Branch Manager per la ICCIUK) mi sono sentita maggiormente ascoltata e valorizzata in UK.

In Italia è capitato che alcune persone non mi prendessero sul serio dato il sesso e l’età. Sicuramente ci sono differenze tra l’Italia e l’Inghilterra non solo dal punto di vista lavorativo, basti pensare che qui la gente è sì più rispettosa, ma d’altro canto non possiamo scordarci che l’Italia ha un sistema di welfare assolutamente migliore!

E in ambito lavorativo, invece?

Solitamente gli scozzesi lavorano dalle 9 della mattina alle 5 del pomeriggio, dal lunedì al venerdì, e poi vivono la propria vita. Gli ambienti di lavoro sono positivi e relativamente tranquilli. I colleghi sono carini e riconoscono il fatto che tu, straniero, stai lavorando in una lingua che non è la tua. Non mi sono mai sentita giudicata ma sempre supportata.

Per un giovane credo sia importante, se non fondamentale, essere supportato nella sua crescita professionale. In Italia per molti è difficile, tu cosa ne pensi?

Credo sia difficile per i giovani che entrano nel mondo del lavoro in Italia sapere che verranno pagati il minimo o che saranno sottopagati… Così facendo l’indipendenza è difficile da raggiungere. Personalmente, il mio mantra è fatto di tre parole che mi porto sempre dietro: determinazione, flessibilità e networking.

Ovviamente non voglio fare di tutta l’erba un fascio ma reputo sia un problema importante. Alcune regioni e/o settori dell’economia italiana hanno maggiori difficoltà, altri meno. Ad esempio, ho degli amici che hanno ottimi lavori mentre altri, anche se molto talentuosi, ancora non riescono a trovare un’occupazione.

Sarebbe bello ci fossero maggiori opportunità per i giovani e maggior rispetto per il loro lavoro (a cui dovrebbe essere riconosciuto uno stipendio adeguato o anche un riconoscimento delle proprie qualità e conoscenze, anche se appunto giovani). In altri Paesi europei forse c’è più attenzione per questi piccoli ma importanti dettagli.

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle realtà di vita conosciute all’estero?

No, non ho intenzione di tornare in Italia, almeno per il momento. Mi piacerebbe spostarmi in un posto più caldo, però. Così come mi piacerebbe lavorare maggiormente con i piccoli produttori alimentari o di bevande, contadini, e allevatori che mantengono l’autenticità e le tradizioni scozzesi vive. Magari occupando la posizione di Business Development Manager o di Liaison Manager all’interno di istituzioni scozzesi.

 

 

 

Intervista a Dario Durando, AV malware analyst per Fortinet (Singapore). Cyber security e fuga di cervelli

Italia: sono quasi le 15 quando il nostro messaggio whatsapp viene spedito, nella calma post pranzo di una giornata primaverile. Singapore: sono quasi le 21 di sera quando Dario Durando, il nostro italian del mese, legge il messaggio e compare la doppia spunta blu.

Questa volta, il passa-parola ha funzionato: ci avevano parlato di Dario come “uno di quegli italiani che fa un mestiere fighissimo all’estero”. E la realtà non è tanto lontana dalle promesse: a 27 anni lavora a Singapore nel campo della sicurezza informatica come AV malware analyst per Fortinet, una compagnia americana di cyber security. In pratica, studia quei programmi che cercano di rubare i nostri dati personali.

Originario di Padova, prima di arrivare in Asia Dario è passato per l’Australia (dove ha fatto un semestre di scuola superiore in Australia), per Torino (dove ha fatto l’università) e anche per la Francia (dove ha fatto l’erasmus). Da buon italiano ama la musica, il calcetto e i viaggi, ma anche le competizioni di hacking CTF (capture the flag), cucina e fotografia.

 

Ciao Dario! Partiamo subito dal tuo lavoro, forse uno dei più richiesti (e interessanti) al momento: di cosa ti occupi di preciso e quali sono le tue responsabilità a Singapore?

Lavoro per Fortinet, una compagnia americana di sicurezza informatica che produce vari tipi di hardware e software rivolti ad aumentare la sicurezza dei sistemi, principalmente delle aziende. Si tratta di una compagnia di medie dimensioni, sicuramente non nell’ordine di grandezza di altre compagnie della silicon valley, ma certamente conosciuta dalle persone del settore.

Per quanto mi riguarda, faccio parte di un gruppo di ricerca che si occupa di reverse engineering di malware, ovvero di scovare e capire come funzionano tutti quei programmi che hanno come scopo rubare informazioni o danneggiare sistemi digitali. Più precisamente studio malware per sistemi basati su sistema operativo Android (quello dei telefoni cellulari per intenderci) e per il mondo IoT (internet of things), ovvero tutte quelle apparecchiature come telecamere, televisori, termostati, router, che in questo periodo vengono chiamate smart. Le nostre scoperte vengono pubblicate sul blog della compagnia e, di tanto in tanto, se la nostra ricerca si rivela veramente interessante, abbiamo l’opportunità di andare a esporla ad altri esperti del settore in varie conferenze in giro per il mondo.

 

Nel campo della sicurezza informatica, come siamo messi in Italia? Esistono corsi di laurea e posti di lavoro adeguati?

Beh, diciamo che di lauree su questi temi ne esistono parecchie, ma le principali sono informatica e ingegneria informatica (che sembrano la stessa cosa ma sono in realtà due corsi di laurea differenti, per quanto con molto in comune). Inoltre, il mondo dell’informatica gode di un privilegio enorme: la possibilità di ottenere tutte le informazioni necessarie tramite una semplice ricerca online. Conosco molti eccellenti programmatori, italiani e non, che non hanno frequentato i corsi di lurea che ho menzionato prima, e molte volte nemmeno hanno frequentato l’università. In questo settore è solo necessario essere capaci.

Detto ciò, in Italia esistono posti di lavoro di questo tipo. E i laureandi in questo tipo di lauree sono estremamente ricercati. Per fare un esempio, ho ricevuto 5-6 offerte di lavoro la settimana dopo essermi laureato. Sfortunatamente i lavori che vengono offerti, per quanto molti, erano decisamente sottopagati rispetto alla media europea, e veramente poco interessanti.

 

Sicurezza e informazione sono due parole su cui si sta incentrando sempre più il dibattito a livello mondiale. La crescente minaccia hacker, la diffusione a nostra insaputa dei nostri dati personali (penso all’ultima vicenda Facebook): come ci si può proteggere da tutti questi nuovi rischi derivanti dal vivere perennemente connessi e della maggior parte dei quali non siamo nemmeno a conoscenza?

Sfortunatamente è veramente difficile difendersi da questo tipo di rischi. Prendendo il caso Facebook, ad esempio, non basta essere attenti a ciò che si pubblica o leggere attentamente l’EULA (end-user license agreement, i termini e le condizioni che bisogna accettare prima di accedere al servizio). Per l’utente medio, ciò che avviene dietro le quinte di queste piattaforme è qualcosa di paragonabile a magia nera, e sarebbe insensato credere che questi utenti possano avere controllo su qualcosa del genere. Perfino per esperti del settore e ricercatori è estremamente difficile scoprire questo genere di cose, soprattutto nel caso di grandi compagnie come Facebook che mantengono il loro codice sorgente segreto. In questo specifico caso, anche se un utente non ha mai avuto un account Facebook, esiste la possibilità che i suoi dati siano stati raccolti ugualmente, tramite servizi pubblicitari da loro posseduti, o altri servizi posseduti da Facebook, come Whatsapp o Instagram. In questi casi molte volte è necessario che qualche indagine venga svolta per scoprire quello che effettivamente avviene.

 

Proprio sulla vicenda Facebook: da esperto del settore, cosa ne pensi? Zuckerberg sta giocando bene le sue carte o rischia di perdere definitivamente la fiducia dei suoi utenti? Ma è realistico pensare che questo porterebbe alla fine del social network?

Sicuramente è un bel colpo per Facebook, e il social network ne sta risentendo. Zuckerberg ha fatto multipli interventi pubblici ed ha addirittura comprato pagine intere di vari giornali americani ed inglesi per scusarsi con i suoi utenti. Per ora sta cercando di correre su due binari paralleli: da un lato si sta assumendosi la responsabilità di ciò che è accaduto, ma dall’altro sta anche cercando di mostrarlo come un errore in buona fede.
Personalmente, non ho modo né mezzi per sapere se ciò che sostiene sia la verità o meno. In ogni caso, si tratta molto probabilmente della mossa migliore dal punto di vista mediatico. Tuttavia dubito che Facebook venga completamente abbandonato. Sicuramente molte persone abbandoneranno la piattaforma, ma probabilmente la grande maggioranza dell’utenza rimarrà. Non esiste al momento nessuna vera concorrenza per il colosso di Menlo Park, e le persone tendono a dimenticare piuttosto facilmente.

 

Facciamo un passo indietro: come e quando sei arrivato a Singapore? E soprattutto – perché la scelta di trasferirti proprio lì? Faceva tutto parte di un tuo piano ben progettato oppure quella di partire è stata più una necessità?

Sono arrivato a Singapore nell’estate del 2016, ormai quasi due anni fa. Poco dopo la laurea, ho contattato una persona all’interno di Fortinet con cui avevo avuto la possibilità di lavorare in Francia, durante il mio secondo anno di laurea magistrale, e tramite questa persona sono riuscito a ottenere un colloquio. Al tempo c’era la possibilità di lavorare in Francia oppure di andare a far parte di un nuovo laboratorio a Singapore. La mia scelta è stata dettata soprattutto dalla curiosità per una zona del mondo a me completamente sconosciuta e dalla possibilità di entrare in un team di ricerca durante i suoi inizi, cercare di far parte della creazione di qualcosa.

 

Il lavoro a Singapore è strutturato diversamente rispetto a quello in Italia? Penso ad orari di lavori flessibilità, alla meritocrazia, alla responsabilità, o anche alla possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età…sono problemi solo italiani?

Singapore è famosa per avere ritmi di lavoro sfiancanti. Detto questo, io mi trovo ad avere una flessibilità che mi fa quasi sentire in colpa rispetto a molti miei amici che lavorano in altri settori qui a Singapore. L’importante è essere efficienti nel proprio lavoro, non passare il cartellino alle 9 e alle 18, e questo è estremamente gratificante. Ciò non significa che ognuno può fare quello che vuole, ma semplicemente che si viene valutati in base a quanto si produce, in base a vari indici di produttività (KPI, key performance indicator) e non in base a quando si entra e si esce.

Mi sento poi molto fortunato a lavorare in questo settore. Per quanto ho avuto modo di notare, è uno dei più meritocratici: il punto di partenza è simile per tutti e non è necessario pagare nulla di più di un computer e di una connessione internet per avere accesso a una enorme quantità di materiale didattico. Tornando a parlare di social network, nel mio settore questi svolgono un ruolo enorme nel mettere in contatto persone con interessi simili e permettono a chiunque di condividere la propria ricerca. Esistono moltissimi ricercatori indipendenti che sono diventati conosciuti e rispettati nel settore solo tramite il loro handle di twitter, prima ancora che si sapesse il loro vero nome. Ovviamente non sto dicendo che queste persone si guadagnano da vivere tramite tweet, ma questo tipo di atteggiamento si rispecchia molto nell’industria che si occupa di ciò, almeno per quanto ho avuto modo di osservare in prima persona.

Chiaramente questo non è strettamente legato a svolgere il mio lavoro a Singapore piuttosto che in Italia, ma è più che altro una piccola riflessione sul mondo della tecnologia in generale. Mi risulta molto difficile paragonare i due mondi lavorativi, principalmente perché in Italia ho solo sostenuto qualche colloquio, prima di trasferirmi in Asia.

Come ho detto, mi sono trasferito principalmente per curiosità. Non mi esprimo su meritocrazia, flessibilità e responsabilità perché non ne ho esperienza diretta, sebbene abbia sentito storie non molto positive da amici e colleghi universitari che attualmente lavorano in Italia. L’unica cosa su cui posso fare un paragone è sul tipo di lavoro che mi è stato proposto: per quanto mi riguarda, in Italia sarei sostanzialmente stato forzato a lavorare in università per fare qualcosa che mi interessasse, con tutti i problemi che lavorare in università in patria comporta. Infine, per quanto veniale possa sembrare, il salario gioca una parte fondamentale nella scelta di un posto di lavoro, e anche da quel punto di vista l’Italia è molto indietro anche rispetto ai paesi confinanti come Francia e Germania.

 

Com’è realmente vivere a Singapore, quali sono le difficoltà che affronti ogni giorno in questa nuova vita così lontana da casa? Essere italiani viene visto come un valore aggiunto, ti senti ben accolto, oppure ci sono dei pregiudizi che hai dovuto superare?

Devo ammettere che quando sono arrivato ero timoroso del cibo asiatico. Le mie uniche esperienze risalevano a qualche riso alla cantonese e involtino primavera durante gli anni universitari a Torino. Mi sono dovuto ricredere. L’Asia ha un panorama culinario estremamente vasto e ricco, e l’elitarismo culinario di cui la maggior parte di noi italiani soffriamo ha dovuto cedere di fronte a Pho vietnamiti, curry thailandesi, granchi piccanti singaporeani e via dicendo.

La città si presta molto alla vita da lavoratore: molto pulita, molto efficiente e con una vasta quantità di attrazioni ed eventi. Singapore però è anche molto strana. È una città cosmopolita, con quattro lingue ufficiali (inglese, mandarino, malese e tamil) e abitata da persone di tutto il mondo. Nonostante questo, i singaporiani non sono tendenzialmente molto aperti, eccezion fatta per le giovani generazioni, e tendono a rimanere abbastanza chiusi nei loro sottogruppi etnici. Non è raro incontrare qualche anziano scorbutico e meno volenteroso a comunicare con gli “ang mo”, che sarebbero sostanzialmente le persone bianche. Va considerato che Singapore è una nazione molto giovane, con un passato coloniale importante e soprattutto molto recente (lo stato festeggerà la sua 53esima indipendenza questo agosto).

 

Passando agli studi: la tua formazione scolastica/universitaria è partita dall’Italia per arrivare poi in Australia e in Francia. Immagino che in tutti questi posti si studi diversamente: potresti aiutarci a fare una sorta di sistemi educativi a confronto? Punti di forza e punti negativi, ovviamente.

Il mio primo contatto con un sistema diverso è stato nel 2007, quando ho svolto un semestre di scuola superiore in Australia. Al tempo mi colpì molto come la scelta fosse molto più nelle mani dello studente rispetto all’Italia. Un carico didattico limitato a 6 materie, di cui 2 obbligatorie (inglese e matematica) e 4 a scelta. Un sistema che permette totale libertà nella scelta delle materie, incoraggia gli studenti a scegliere ciò a cui loro sono effettivamente interessati, aumentando la possibilità di creare eccellenze avendo classi collaborative e interessate, ma al tempo stesso limitando la conoscenza dello studente medio. Sebbene non penso questo sia un metodo perfetto, ho trovato studenti più motivati in un paesino di provincia australiano che in antiche scuole in grandi città italiane.

Il periodo in Francia è avvenuto durante la mia carriera universitaria. È stata una rivoluzione per me. Durante i miei 4 anni al Politecnico di Torino ero stato abituato a ore e ore di studio teorico dei problemi delle reti, delle teorie su cui gli algoritmi utilizzati si basavano. In Francia sono stato catapultato nella pratica, nella effettiva creazione di questi protocolli, mi ha insegnato moltissimo. Non voglio dire che il sistema italiano sia inferiore rispetto a quello francese, perché sarebbe riduttivo. Sono felice di aver avuto modo di godere di entrambi, perché sono convinto che uno senza l’altro non avrebbe senso di esistere. Sarebbe bello si potesse creare una sorta di via di mezzo tra la teoria e la pratica.

 

Si parla spesso (e a volte a sproposito) della cosiddetta “fuga di cervelli”: te cosa ne pensi? Secondo la tua esperienza, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via? Ma soprattutto: secondo te l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere giovani come te a mollare tutto?

Nella maggior parte dei casi, la più grande attrattiva al di fuori della volontà di esplorare e della curiosità personale, risulta quasi sempre essere il salario. L’Italia è costantemente uno o due passi indietro rispetto agli altri paesi in questo ambito. È difficile criticare qualcuno che decide di andare a lavorare in Francia o Germania quando viene pagato il 50-60% in più per lo stesso tipo di lavoro. Inoltre ho la sensazione che ci sia un generico scetticismo nei confronti del mondo tecnologico in Italia. Faccio fatica a nominare conferenze di rilievo nel mio ambito in Italia, mentre sono molte quelle svolte in altri paesi anche europei, come ad esempio Francia e Germania. Le eccellenze in Italia esistono, ma è difficile sentirsi valorizzati quando si è costretti a lavorare quanto i propri pare all’estero venendo pagati la metà.

 

Ti manca mai l’Italia? Pensi che ormai la tua vita sia a Singapore oppure hai in programma di tornare a casa? E cosa consiglieresti ai tanti giovani che vorrebbero fare il tuo stesso lavoro?

L’italia mi manca enormemente. Se riuscissi a trovare un lavoro paragonabile a quello che ho al momento in Italia, non esiterei un momento. Sfortunatamente è estremamente difficile di questi tempi.
Per i ragazzi che desiderano intraprendere una carriera nel mondo della sicurezza informatica direi di informarsi online, leggere blog, seguire ricercatori su twitter, ma soprattutto essere curiosi e capire cosa è che li stimola di più. Se desiderate frequentare un corso universitario rivolto a questo mondo, fatelo. Se pensate di poter imparare più velocemente da autodidatti, fatelo. Se volete creare i vostri software, fatelo. L’importante è imparare attivamente ed essere capaci e disposti ogni giorno a imparare qualcosa di nuovo. È un mondo enorme e non si finisce mai di imparare. La presunzione di sapere tutto è il più grande nemico che potete incontrare nel vostro percorso.

 

 

 

Intervista al team di Buildo – startup 100% internazionale, 100% italiana!

Nuovo mese, nuova intervista: questa volta, di stampo corale. Gli italians che vi presentiamo oggi sono un gruppo di 16 giovani expats che da Chicago sono tornati in Italia portandosi dietro la loro creazione: Buildo, un hub per programmatori e startuppers di livello. La loro è la storia di chi, tornando in patria, ha avuto successo. Ce la racconta Luca Cioria, 27enne di Monza con alle spalle percorsi di studio e lavoro negli Usa (a Philadelphia e Chicago) e a Parigi dove ha lavorato per Google. Adesso ha fatto campo base a Milano, dove nella software house Buildo si occupa un po’ di tutto, dagli aspetti più ingegneristici al project management fino alle vendite.

 

Ciao Luca! La vostra è una di quelle storie che infondono ottimismo: siete 16 expats che hanno avuto la possibilità di tornare a lavorare in Italia. Nello specifico: da Chicago te e il tuo team avete deciso di tornare a Milano per portare avanti la vostra start-up Buildo. Potresti raccontarci qualcosa in più sul vostro progetto e sulla scelta di tornare nel nostro paese?

Infondere ottimismo è l’obiettivo principale della nostra campagna, siamo contenti di avervi trasmesso questo sentimento. Relativamente a Buildo, siamo una società di software engineers, che per intenderci vuol dire che siamo degli smanettoni dei linguaggi di programmazione.

Nonostante si parli degli Stati Uniti come a un qualcosa di simile a un paradiso terrestre, non è esattamente così. La loro cultura lavorativa, che estremizza il sacrificio per i soldi e che pregiudica le relazioni sociali, è un punto debole di cui spesso non si parla.

Dell’Italia ci mancava la brillantezza delle persone, oltre che il cibo e le buone abitudini. Inoltre il nostro Paese, certamente con le sue difficoltà, ha ancora rispetto del lavoro e permette di vivere in un ambiente complessivamente più sano.

 

Facciamo un passo indietro: come sei arrivato a Chicago? Quali scelte ti hanno portato a lasciare l’Italia?

La decisione di andare a studiare e lavorare negli USA l’ho presa da bambino, seguendo l’esempio di parenti che si erano trasferiti negli Stati Uniti. La cosa, come puoi immaginare, mi aveva sempre affascinato. Crescendo, ho capito che l’istruzione e il lavoro (in particolare nel mondo tech) potevano essere migliori laggiù. Di conseguenza, quando è arrivata l’opportunità di partire, l’ho presa al volo: la University of Illinois, dove ero studente, aveva ottimi ranking e buone connessioni lavorative. Ho fatto “armi” e bagagli e, preso il vaporetto, sono partito.

 

Da expat, sappiamo che tornare in Italia è una scelta difficile. Quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere fuori dall’Italia e quali le difficoltà maggiori da superare per arrivare a competere con gli altri paesi?

Vivere negli USA mi ha permesso di conoscere un nuovo metodo di apprendimento, molto più pratico rispetto al nostro, e mi ha dato la possibilità di confrontarmi con il livello medio americano. Da qui è nata la convinzione che in Italia, grazie ad università come il Politecnico di Milano e la Bocconi, il livello medio di scolarizzazione sia in realtà superiore.

Di un’altra caratura è stata invece la mia esperienza a Parigi per Google: una città stupenda e un’azienda quasi da sogno, che mi hanno insegnato tantissimo in molti ambiti che oggi applichiamo a Buildo.

Cambiando argomento, non sono così d’accordo sul fatto che sia difficile tornare in Italia. All’inizio era una scommessa, ma vi assicuro che – quando si riesce a creare il proprio spazio – la qualità della vita è ottima, a mio avviso superiore a quella degli USA. Inoltre, anche se in Italia si guadagna oggettivamente meno, il costo della vita è spesso proporzionato allo stipendio. Ciò che andava meglio negli Stati Uniti erano le opportunità di network, molto articolate, soprattutto se paragonate a quello che abbiamo qui a Milano.

Per concludere, relativamente alle difficoltà nel competere con altri paesi, sviluppare la notorietà del brand è un punto chiave per noi in questo momento, soprattutto volendoci confrontare con una concorrenza globale. Non è infatti facilissimo esporsi ai mercati esteri, visto che l’Italia non è competitiva nei prezzi rispetto a nazioni come India o Polonia e non è ancora percepita come leader di qualità in questo mercato, nonostante l’offerta ne avrebbe le caratteristiche.

 

La vostra è una società molto “particolare”: avete un team composto quasi esclusivamente da ex expat ed il vostro punto di forza si basa sul poter assicurare un lavoro sicuro agli expat “di rientro”. Potresti spiegarci meglio l’idea che sta alla base di questa vostra politica?

L’idea si basa sulla triste realtà che molti giovani sono costretti a cercare lavoro all’estero, non trovando in Italia le giuste condizioni per rimanere. Visto che la consideriamo oggettivamente una cosa triste, ci battiamo ogni giorno per cercare collaboratori anche al di fuori dei confini Italiani. Ovviamente gli stipendi all’estero sono più alti, alla luce però di un costo della vita maggiore. Cerchiamo di offrire ai nostri collaboratori tutto il necessario per rendere la nostra offerta interessante: ad esempio, organizziamo degli offsite con cadenza semestrale (di recente abbiamo trasferito l’azienda per una settimana a Tel Aviv e successivamente a Tenerife); mangiamo quotidianamente assieme, grazie all’impegno del nostro happiness manager, che ha l’unico scopo di rendere felice la convivenza fra employees; puntiamo molto sulla soddisfazione lavorativa, e quindi investiamo il 20% del nostro tempo in attività di ricerca per stimolare la crescita e mantenere vivo l’interesse verso il nostro lavoro.

Come avrai intuito, cerchiamo di creare un’esperienza complessiva che punti alla felicità di chiunque lavori in Buildo.

 

Qual è il valore aggiunto di avere nelle proprie fila italiani che hanno avuto esperienze all’estero? Da dove vengono, e cosa cercavano, i vostri expat? Ma soprattutto: cosa hanno trovato migliore in Italia rispetto ad altre parti del mondo?

Francesco Negri, nostro senior software engineer, viveva a Londra. Molti altri vivevano a Chicago. Cristian Veronesi, nostro business developer, viveva a Bruxelles, Eric Camellini in California e Francesco Giordano a Tenerife.

L’aver approcciato una cultura diversa è molto utile. Per darti un esempio, il modus operandi e le competenze acquisite all’estero stanno creando un caleidoscopio di opinioni molto efficace a Buildo, evitandoci la mono-opinione. Inoltre, visto che buildo cerca clienti anche all’estero, è fondamentale conoscere i propri interlocutori!

Tornando in Italia abbiamo ritrovato le abitudini Italiane che, almeno a me, mancavano tantissimo. La maggior parte di noi non ha un motivo preciso per cui è tornata, ma un generico senso di star meglio qui, con le nostre abitudini, gli amici, la famiglia.

 

Uno dei temi a noi cari è quello della mancata meritocrazia che porta sempre più persone a lasciare l’Italia per portare altrove le proprie competenze. Vivendo all’estero avrai avuto modo di toccare con mano la questione: cosa ne pensi? È un problema che può essere risolto? (Se si, come?)

Ogni paese (purtroppo) è non meritocratico a suo modo. Ci sono paesi che magari non lo danno a vedere: prendi per esempio gli Stati Uniti, con le sue politiche discriminatorie nei confronti della classe sociale più povera. Certo, ci sono le borse di studio per i migliori, ma sono pochissime e sono praticamente inesistenti al liceo, fondamentale per essere poi ammessi in università prestigiose. Di conseguenza, è molto difficile scalare fra classi sociali.

L’Italia ha sicuramente dei difetti da questo punto di vista, ma non credo sia così diversa dalla media. Noi nel nostro piccolo tentiamo di assumere i migliori. Oltre a questo, abbiamo una struttura organizzativa che premia la competenza e non l’anzianità. Sarebbe bello se più aziende ragionassero in questo modo.

 

Cos’è che, secondo te, attrae maggiormente i giovani all’estero?

Ovviamente, la facilità nel trovare lavoro. Se si paragona l’Italia al resto del mondo è scontato che sia più probabile trovare lavoro fuori dai confini d’Italia. Fosse altro che per una questione di grandezza geografica e di numero di aziende presenti in Italia e di numero di aziende presenti nel resto del mondo. Il nord Italia, dove abbiamo sede, vive una ripresa solida. Proprio per questo, speriamo che in futuro molti meno giovani si trasferiscano all’estero per necessità e, proporzionalmente, vada crescendo la fetta di chi lo fa per scelta.

 

E cosa potrebbe fare l’Italia per rendersi più attrattiva agli occhi dei suoi stessi ragazzi? Parliamo in ambito lavorativo, universitario, umanitario… quali sono i gap da colmare assolutamente?

L’Italia potrebbe rendere più facile la vita agli imprenditori, che poi daranno lavoro ai ragazzi. Ma credo non sia sufficiente abbassare le tasse, ormai molti giovani si trasferiscono all’estero pur avendo opportunità lavorative in Italia. Credo che si debbano creare incentivi per le aziende che investono sulla formazione dei dipendenti. In questo modo le opportunità lavorative in Italia diventerebbero più stimolanti, il livello di competenza medio salirebbe e si innescherebbe un circolo virtuoso.

 

Per tutti i giovani che vorrebbero tornare in Italia ma che hanno paura di non trovare lavoro (o le giuste condizioni di lavoro), che consigli puoi dare?

Di essere determinati e di non lasciare le cose a metà dell’opera, ricominciando a lamentarsi subito dopo essere tornati. È importante tenere in mente l’obiettivo finale e saper affrontare le difficoltà. Poi, per chi non è soddisfatto di quello che trova oggi in Italia, c’è sempre una soluzione intermedia: molte aziende offrono infatti la possibilità di lavorare da remoto.

 

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? buildo potrà innescare una sorta di circolo virtuoso tra società/aziende/start up che cerca di riportare gli expats in Italia e di valorizzarli?

Continuare a crescere in termini di dipendenti e fatturato è sicuramente uno degli obiettivi per Buildo da qui ai prossimi anni. Il secondo traguardo che abbiamo in mente è quello di spingere al massimo la nostra vision lavorativa, che pone al centro l’individuo. Il risultato di tutto ciò potrebbe essere proprio il circolo virtuoso di cui tu hai fatto menzione, anche se siamo ancora agli inizi di questo percorso.

 

E cosa aggiungere se non che la storia di Buildo ci insegna che tornare, costruire un progetto vincente e farlo crescere, non sono cose impossibili? Tanto impegno, caparbietà e forse pure un po’ di testa dura e notte insonni – e magari anche un pizzico di fortuna, che non guasta mai – sono gli ingredienti vincenti della storia di successo di questi ragazzi. “Non lasciare le cose a metà”, insomma.

Dal canto nostro, noi c’auguriamo di conoscere sempre più storie “di ritorno” e di ragazzi felici!