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Intervista a Dario Durando, AV malware analyst per Fortinet (Singapore). Cyber security e fuga di cervelli

Italia: sono quasi le 15 quando il nostro messaggio whatsapp viene spedito, nella calma post pranzo di una giornata primaverile. Singapore: sono quasi le 21 di sera quando Dario Durando, il nostro italian del mese, legge il messaggio e compare la doppia spunta blu.

Questa volta, il passa-parola ha funzionato: ci avevano parlato di Dario come “uno di quegli italiani che fa un mestiere fighissimo all’estero”. E la realtà non è tanto lontana dalle promesse: a 27 anni lavora a Singapore nel campo della sicurezza informatica come AV malware analyst per Fortinet, una compagnia americana di cyber security. In pratica, studia quei programmi che cercano di rubare i nostri dati personali.

Originario di Padova, prima di arrivare in Asia Dario è passato per l’Australia (dove ha fatto un semestre di scuola superiore in Australia), per Torino (dove ha fatto l’università) e anche per la Francia (dove ha fatto l’erasmus). Da buon italiano ama la musica, il calcetto e i viaggi, ma anche le competizioni di hacking CTF (capture the flag), cucina e fotografia.

 

Ciao Dario! Partiamo subito dal tuo lavoro, forse uno dei più richiesti (e interessanti) al momento: di cosa ti occupi di preciso e quali sono le tue responsabilità a Singapore?

Lavoro per Fortinet, una compagnia americana di sicurezza informatica che produce vari tipi di hardware e software rivolti ad aumentare la sicurezza dei sistemi, principalmente delle aziende. Si tratta di una compagnia di medie dimensioni, sicuramente non nell’ordine di grandezza di altre compagnie della silicon valley, ma certamente conosciuta dalle persone del settore.

Per quanto mi riguarda, faccio parte di un gruppo di ricerca che si occupa di reverse engineering di malware, ovvero di scovare e capire come funzionano tutti quei programmi che hanno come scopo rubare informazioni o danneggiare sistemi digitali. Più precisamente studio malware per sistemi basati su sistema operativo Android (quello dei telefoni cellulari per intenderci) e per il mondo IoT (internet of things), ovvero tutte quelle apparecchiature come telecamere, televisori, termostati, router, che in questo periodo vengono chiamate smart. Le nostre scoperte vengono pubblicate sul blog della compagnia e, di tanto in tanto, se la nostra ricerca si rivela veramente interessante, abbiamo l’opportunità di andare a esporla ad altri esperti del settore in varie conferenze in giro per il mondo.

 

Nel campo della sicurezza informatica, come siamo messi in Italia? Esistono corsi di laurea e posti di lavoro adeguati?

Beh, diciamo che di lauree su questi temi ne esistono parecchie, ma le principali sono informatica e ingegneria informatica (che sembrano la stessa cosa ma sono in realtà due corsi di laurea differenti, per quanto con molto in comune). Inoltre, il mondo dell’informatica gode di un privilegio enorme: la possibilità di ottenere tutte le informazioni necessarie tramite una semplice ricerca online. Conosco molti eccellenti programmatori, italiani e non, che non hanno frequentato i corsi di lurea che ho menzionato prima, e molte volte nemmeno hanno frequentato l’università. In questo settore è solo necessario essere capaci.

Detto ciò, in Italia esistono posti di lavoro di questo tipo. E i laureandi in questo tipo di lauree sono estremamente ricercati. Per fare un esempio, ho ricevuto 5-6 offerte di lavoro la settimana dopo essermi laureato. Sfortunatamente i lavori che vengono offerti, per quanto molti, erano decisamente sottopagati rispetto alla media europea, e veramente poco interessanti.

 

Sicurezza e informazione sono due parole su cui si sta incentrando sempre più il dibattito a livello mondiale. La crescente minaccia hacker, la diffusione a nostra insaputa dei nostri dati personali (penso all’ultima vicenda Facebook): come ci si può proteggere da tutti questi nuovi rischi derivanti dal vivere perennemente connessi e della maggior parte dei quali non siamo nemmeno a conoscenza?

Sfortunatamente è veramente difficile difendersi da questo tipo di rischi. Prendendo il caso Facebook, ad esempio, non basta essere attenti a ciò che si pubblica o leggere attentamente l’EULA (end-user license agreement, i termini e le condizioni che bisogna accettare prima di accedere al servizio). Per l’utente medio, ciò che avviene dietro le quinte di queste piattaforme è qualcosa di paragonabile a magia nera, e sarebbe insensato credere che questi utenti possano avere controllo su qualcosa del genere. Perfino per esperti del settore e ricercatori è estremamente difficile scoprire questo genere di cose, soprattutto nel caso di grandi compagnie come Facebook che mantengono il loro codice sorgente segreto. In questo specifico caso, anche se un utente non ha mai avuto un account Facebook, esiste la possibilità che i suoi dati siano stati raccolti ugualmente, tramite servizi pubblicitari da loro posseduti, o altri servizi posseduti da Facebook, come Whatsapp o Instagram. In questi casi molte volte è necessario che qualche indagine venga svolta per scoprire quello che effettivamente avviene.

 

Proprio sulla vicenda Facebook: da esperto del settore, cosa ne pensi? Zuckerberg sta giocando bene le sue carte o rischia di perdere definitivamente la fiducia dei suoi utenti? Ma è realistico pensare che questo porterebbe alla fine del social network?

Sicuramente è un bel colpo per Facebook, e il social network ne sta risentendo. Zuckerberg ha fatto multipli interventi pubblici ed ha addirittura comprato pagine intere di vari giornali americani ed inglesi per scusarsi con i suoi utenti. Per ora sta cercando di correre su due binari paralleli: da un lato si sta assumendosi la responsabilità di ciò che è accaduto, ma dall’altro sta anche cercando di mostrarlo come un errore in buona fede.
Personalmente, non ho modo né mezzi per sapere se ciò che sostiene sia la verità o meno. In ogni caso, si tratta molto probabilmente della mossa migliore dal punto di vista mediatico. Tuttavia dubito che Facebook venga completamente abbandonato. Sicuramente molte persone abbandoneranno la piattaforma, ma probabilmente la grande maggioranza dell’utenza rimarrà. Non esiste al momento nessuna vera concorrenza per il colosso di Menlo Park, e le persone tendono a dimenticare piuttosto facilmente.

 

Facciamo un passo indietro: come e quando sei arrivato a Singapore? E soprattutto – perché la scelta di trasferirti proprio lì? Faceva tutto parte di un tuo piano ben progettato oppure quella di partire è stata più una necessità?

Sono arrivato a Singapore nell’estate del 2016, ormai quasi due anni fa. Poco dopo la laurea, ho contattato una persona all’interno di Fortinet con cui avevo avuto la possibilità di lavorare in Francia, durante il mio secondo anno di laurea magistrale, e tramite questa persona sono riuscito a ottenere un colloquio. Al tempo c’era la possibilità di lavorare in Francia oppure di andare a far parte di un nuovo laboratorio a Singapore. La mia scelta è stata dettata soprattutto dalla curiosità per una zona del mondo a me completamente sconosciuta e dalla possibilità di entrare in un team di ricerca durante i suoi inizi, cercare di far parte della creazione di qualcosa.

 

Il lavoro a Singapore è strutturato diversamente rispetto a quello in Italia? Penso ad orari di lavori flessibilità, alla meritocrazia, alla responsabilità, o anche alla possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età…sono problemi solo italiani?

Singapore è famosa per avere ritmi di lavoro sfiancanti. Detto questo, io mi trovo ad avere una flessibilità che mi fa quasi sentire in colpa rispetto a molti miei amici che lavorano in altri settori qui a Singapore. L’importante è essere efficienti nel proprio lavoro, non passare il cartellino alle 9 e alle 18, e questo è estremamente gratificante. Ciò non significa che ognuno può fare quello che vuole, ma semplicemente che si viene valutati in base a quanto si produce, in base a vari indici di produttività (KPI, key performance indicator) e non in base a quando si entra e si esce.

Mi sento poi molto fortunato a lavorare in questo settore. Per quanto ho avuto modo di notare, è uno dei più meritocratici: il punto di partenza è simile per tutti e non è necessario pagare nulla di più di un computer e di una connessione internet per avere accesso a una enorme quantità di materiale didattico. Tornando a parlare di social network, nel mio settore questi svolgono un ruolo enorme nel mettere in contatto persone con interessi simili e permettono a chiunque di condividere la propria ricerca. Esistono moltissimi ricercatori indipendenti che sono diventati conosciuti e rispettati nel settore solo tramite il loro handle di twitter, prima ancora che si sapesse il loro vero nome. Ovviamente non sto dicendo che queste persone si guadagnano da vivere tramite tweet, ma questo tipo di atteggiamento si rispecchia molto nell’industria che si occupa di ciò, almeno per quanto ho avuto modo di osservare in prima persona.

Chiaramente questo non è strettamente legato a svolgere il mio lavoro a Singapore piuttosto che in Italia, ma è più che altro una piccola riflessione sul mondo della tecnologia in generale. Mi risulta molto difficile paragonare i due mondi lavorativi, principalmente perché in Italia ho solo sostenuto qualche colloquio, prima di trasferirmi in Asia.

Come ho detto, mi sono trasferito principalmente per curiosità. Non mi esprimo su meritocrazia, flessibilità e responsabilità perché non ne ho esperienza diretta, sebbene abbia sentito storie non molto positive da amici e colleghi universitari che attualmente lavorano in Italia. L’unica cosa su cui posso fare un paragone è sul tipo di lavoro che mi è stato proposto: per quanto mi riguarda, in Italia sarei sostanzialmente stato forzato a lavorare in università per fare qualcosa che mi interessasse, con tutti i problemi che lavorare in università in patria comporta. Infine, per quanto veniale possa sembrare, il salario gioca una parte fondamentale nella scelta di un posto di lavoro, e anche da quel punto di vista l’Italia è molto indietro anche rispetto ai paesi confinanti come Francia e Germania.

 

Com’è realmente vivere a Singapore, quali sono le difficoltà che affronti ogni giorno in questa nuova vita così lontana da casa? Essere italiani viene visto come un valore aggiunto, ti senti ben accolto, oppure ci sono dei pregiudizi che hai dovuto superare?

Devo ammettere che quando sono arrivato ero timoroso del cibo asiatico. Le mie uniche esperienze risalevano a qualche riso alla cantonese e involtino primavera durante gli anni universitari a Torino. Mi sono dovuto ricredere. L’Asia ha un panorama culinario estremamente vasto e ricco, e l’elitarismo culinario di cui la maggior parte di noi italiani soffriamo ha dovuto cedere di fronte a Pho vietnamiti, curry thailandesi, granchi piccanti singaporeani e via dicendo.

La città si presta molto alla vita da lavoratore: molto pulita, molto efficiente e con una vasta quantità di attrazioni ed eventi. Singapore però è anche molto strana. È una città cosmopolita, con quattro lingue ufficiali (inglese, mandarino, malese e tamil) e abitata da persone di tutto il mondo. Nonostante questo, i singaporiani non sono tendenzialmente molto aperti, eccezion fatta per le giovani generazioni, e tendono a rimanere abbastanza chiusi nei loro sottogruppi etnici. Non è raro incontrare qualche anziano scorbutico e meno volenteroso a comunicare con gli “ang mo”, che sarebbero sostanzialmente le persone bianche. Va considerato che Singapore è una nazione molto giovane, con un passato coloniale importante e soprattutto molto recente (lo stato festeggerà la sua 53esima indipendenza questo agosto).

 

Passando agli studi: la tua formazione scolastica/universitaria è partita dall’Italia per arrivare poi in Australia e in Francia. Immagino che in tutti questi posti si studi diversamente: potresti aiutarci a fare una sorta di sistemi educativi a confronto? Punti di forza e punti negativi, ovviamente.

Il mio primo contatto con un sistema diverso è stato nel 2007, quando ho svolto un semestre di scuola superiore in Australia. Al tempo mi colpì molto come la scelta fosse molto più nelle mani dello studente rispetto all’Italia. Un carico didattico limitato a 6 materie, di cui 2 obbligatorie (inglese e matematica) e 4 a scelta. Un sistema che permette totale libertà nella scelta delle materie, incoraggia gli studenti a scegliere ciò a cui loro sono effettivamente interessati, aumentando la possibilità di creare eccellenze avendo classi collaborative e interessate, ma al tempo stesso limitando la conoscenza dello studente medio. Sebbene non penso questo sia un metodo perfetto, ho trovato studenti più motivati in un paesino di provincia australiano che in antiche scuole in grandi città italiane.

Il periodo in Francia è avvenuto durante la mia carriera universitaria. È stata una rivoluzione per me. Durante i miei 4 anni al Politecnico di Torino ero stato abituato a ore e ore di studio teorico dei problemi delle reti, delle teorie su cui gli algoritmi utilizzati si basavano. In Francia sono stato catapultato nella pratica, nella effettiva creazione di questi protocolli, mi ha insegnato moltissimo. Non voglio dire che il sistema italiano sia inferiore rispetto a quello francese, perché sarebbe riduttivo. Sono felice di aver avuto modo di godere di entrambi, perché sono convinto che uno senza l’altro non avrebbe senso di esistere. Sarebbe bello si potesse creare una sorta di via di mezzo tra la teoria e la pratica.

 

Si parla spesso (e a volte a sproposito) della cosiddetta “fuga di cervelli”: te cosa ne pensi? Secondo la tua esperienza, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via? Ma soprattutto: secondo te l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere giovani come te a mollare tutto?

Nella maggior parte dei casi, la più grande attrattiva al di fuori della volontà di esplorare e della curiosità personale, risulta quasi sempre essere il salario. L’Italia è costantemente uno o due passi indietro rispetto agli altri paesi in questo ambito. È difficile criticare qualcuno che decide di andare a lavorare in Francia o Germania quando viene pagato il 50-60% in più per lo stesso tipo di lavoro. Inoltre ho la sensazione che ci sia un generico scetticismo nei confronti del mondo tecnologico in Italia. Faccio fatica a nominare conferenze di rilievo nel mio ambito in Italia, mentre sono molte quelle svolte in altri paesi anche europei, come ad esempio Francia e Germania. Le eccellenze in Italia esistono, ma è difficile sentirsi valorizzati quando si è costretti a lavorare quanto i propri pare all’estero venendo pagati la metà.

 

Ti manca mai l’Italia? Pensi che ormai la tua vita sia a Singapore oppure hai in programma di tornare a casa? E cosa consiglieresti ai tanti giovani che vorrebbero fare il tuo stesso lavoro?

L’italia mi manca enormemente. Se riuscissi a trovare un lavoro paragonabile a quello che ho al momento in Italia, non esiterei un momento. Sfortunatamente è estremamente difficile di questi tempi.
Per i ragazzi che desiderano intraprendere una carriera nel mondo della sicurezza informatica direi di informarsi online, leggere blog, seguire ricercatori su twitter, ma soprattutto essere curiosi e capire cosa è che li stimola di più. Se desiderate frequentare un corso universitario rivolto a questo mondo, fatelo. Se pensate di poter imparare più velocemente da autodidatti, fatelo. Se volete creare i vostri software, fatelo. L’importante è imparare attivamente ed essere capaci e disposti ogni giorno a imparare qualcosa di nuovo. È un mondo enorme e non si finisce mai di imparare. La presunzione di sapere tutto è il più grande nemico che potete incontrare nel vostro percorso.

 

 

 

Intervista al team di Buildo – startup 100% internazionale, 100% italiana!

Nuovo mese, nuova intervista: questa volta, di stampo corale. Gli italians che vi presentiamo oggi sono un gruppo di 16 giovani expats che da Chicago sono tornati in Italia portandosi dietro la loro creazione: Buildo, un hub per programmatori e startuppers di livello. La loro è la storia di chi, tornando in patria, ha avuto successo. Ce la racconta Luca Cioria, 27enne di Monza con alle spalle percorsi di studio e lavoro negli Usa (a Philadelphia e Chicago) e a Parigi dove ha lavorato per Google. Adesso ha fatto campo base a Milano, dove nella software house Buildo si occupa un po’ di tutto, dagli aspetti più ingegneristici al project management fino alle vendite.

 

Ciao Luca! La vostra è una di quelle storie che infondono ottimismo: siete 16 expats che hanno avuto la possibilità di tornare a lavorare in Italia. Nello specifico: da Chicago te e il tuo team avete deciso di tornare a Milano per portare avanti la vostra start-up Buildo. Potresti raccontarci qualcosa in più sul vostro progetto e sulla scelta di tornare nel nostro paese?

Infondere ottimismo è l’obiettivo principale della nostra campagna, siamo contenti di avervi trasmesso questo sentimento. Relativamente a Buildo, siamo una società di software engineers, che per intenderci vuol dire che siamo degli smanettoni dei linguaggi di programmazione.

Nonostante si parli degli Stati Uniti come a un qualcosa di simile a un paradiso terrestre, non è esattamente così. La loro cultura lavorativa, che estremizza il sacrificio per i soldi e che pregiudica le relazioni sociali, è un punto debole di cui spesso non si parla.

Dell’Italia ci mancava la brillantezza delle persone, oltre che il cibo e le buone abitudini. Inoltre il nostro Paese, certamente con le sue difficoltà, ha ancora rispetto del lavoro e permette di vivere in un ambiente complessivamente più sano.

 

Facciamo un passo indietro: come sei arrivato a Chicago? Quali scelte ti hanno portato a lasciare l’Italia?

La decisione di andare a studiare e lavorare negli USA l’ho presa da bambino, seguendo l’esempio di parenti che si erano trasferiti negli Stati Uniti. La cosa, come puoi immaginare, mi aveva sempre affascinato. Crescendo, ho capito che l’istruzione e il lavoro (in particolare nel mondo tech) potevano essere migliori laggiù. Di conseguenza, quando è arrivata l’opportunità di partire, l’ho presa al volo: la University of Illinois, dove ero studente, aveva ottimi ranking e buone connessioni lavorative. Ho fatto “armi” e bagagli e, preso il vaporetto, sono partito.

 

Da expat, sappiamo che tornare in Italia è una scelta difficile. Quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere fuori dall’Italia e quali le difficoltà maggiori da superare per arrivare a competere con gli altri paesi?

Vivere negli USA mi ha permesso di conoscere un nuovo metodo di apprendimento, molto più pratico rispetto al nostro, e mi ha dato la possibilità di confrontarmi con il livello medio americano. Da qui è nata la convinzione che in Italia, grazie ad università come il Politecnico di Milano e la Bocconi, il livello medio di scolarizzazione sia in realtà superiore.

Di un’altra caratura è stata invece la mia esperienza a Parigi per Google: una città stupenda e un’azienda quasi da sogno, che mi hanno insegnato tantissimo in molti ambiti che oggi applichiamo a Buildo.

Cambiando argomento, non sono così d’accordo sul fatto che sia difficile tornare in Italia. All’inizio era una scommessa, ma vi assicuro che – quando si riesce a creare il proprio spazio – la qualità della vita è ottima, a mio avviso superiore a quella degli USA. Inoltre, anche se in Italia si guadagna oggettivamente meno, il costo della vita è spesso proporzionato allo stipendio. Ciò che andava meglio negli Stati Uniti erano le opportunità di network, molto articolate, soprattutto se paragonate a quello che abbiamo qui a Milano.

Per concludere, relativamente alle difficoltà nel competere con altri paesi, sviluppare la notorietà del brand è un punto chiave per noi in questo momento, soprattutto volendoci confrontare con una concorrenza globale. Non è infatti facilissimo esporsi ai mercati esteri, visto che l’Italia non è competitiva nei prezzi rispetto a nazioni come India o Polonia e non è ancora percepita come leader di qualità in questo mercato, nonostante l’offerta ne avrebbe le caratteristiche.

 

La vostra è una società molto “particolare”: avete un team composto quasi esclusivamente da ex expat ed il vostro punto di forza si basa sul poter assicurare un lavoro sicuro agli expat “di rientro”. Potresti spiegarci meglio l’idea che sta alla base di questa vostra politica?

L’idea si basa sulla triste realtà che molti giovani sono costretti a cercare lavoro all’estero, non trovando in Italia le giuste condizioni per rimanere. Visto che la consideriamo oggettivamente una cosa triste, ci battiamo ogni giorno per cercare collaboratori anche al di fuori dei confini Italiani. Ovviamente gli stipendi all’estero sono più alti, alla luce però di un costo della vita maggiore. Cerchiamo di offrire ai nostri collaboratori tutto il necessario per rendere la nostra offerta interessante: ad esempio, organizziamo degli offsite con cadenza semestrale (di recente abbiamo trasferito l’azienda per una settimana a Tel Aviv e successivamente a Tenerife); mangiamo quotidianamente assieme, grazie all’impegno del nostro happiness manager, che ha l’unico scopo di rendere felice la convivenza fra employees; puntiamo molto sulla soddisfazione lavorativa, e quindi investiamo il 20% del nostro tempo in attività di ricerca per stimolare la crescita e mantenere vivo l’interesse verso il nostro lavoro.

Come avrai intuito, cerchiamo di creare un’esperienza complessiva che punti alla felicità di chiunque lavori in Buildo.

 

Qual è il valore aggiunto di avere nelle proprie fila italiani che hanno avuto esperienze all’estero? Da dove vengono, e cosa cercavano, i vostri expat? Ma soprattutto: cosa hanno trovato migliore in Italia rispetto ad altre parti del mondo?

Francesco Negri, nostro senior software engineer, viveva a Londra. Molti altri vivevano a Chicago. Cristian Veronesi, nostro business developer, viveva a Bruxelles, Eric Camellini in California e Francesco Giordano a Tenerife.

L’aver approcciato una cultura diversa è molto utile. Per darti un esempio, il modus operandi e le competenze acquisite all’estero stanno creando un caleidoscopio di opinioni molto efficace a Buildo, evitandoci la mono-opinione. Inoltre, visto che buildo cerca clienti anche all’estero, è fondamentale conoscere i propri interlocutori!

Tornando in Italia abbiamo ritrovato le abitudini Italiane che, almeno a me, mancavano tantissimo. La maggior parte di noi non ha un motivo preciso per cui è tornata, ma un generico senso di star meglio qui, con le nostre abitudini, gli amici, la famiglia.

 

Uno dei temi a noi cari è quello della mancata meritocrazia che porta sempre più persone a lasciare l’Italia per portare altrove le proprie competenze. Vivendo all’estero avrai avuto modo di toccare con mano la questione: cosa ne pensi? È un problema che può essere risolto? (Se si, come?)

Ogni paese (purtroppo) è non meritocratico a suo modo. Ci sono paesi che magari non lo danno a vedere: prendi per esempio gli Stati Uniti, con le sue politiche discriminatorie nei confronti della classe sociale più povera. Certo, ci sono le borse di studio per i migliori, ma sono pochissime e sono praticamente inesistenti al liceo, fondamentale per essere poi ammessi in università prestigiose. Di conseguenza, è molto difficile scalare fra classi sociali.

L’Italia ha sicuramente dei difetti da questo punto di vista, ma non credo sia così diversa dalla media. Noi nel nostro piccolo tentiamo di assumere i migliori. Oltre a questo, abbiamo una struttura organizzativa che premia la competenza e non l’anzianità. Sarebbe bello se più aziende ragionassero in questo modo.

 

Cos’è che, secondo te, attrae maggiormente i giovani all’estero?

Ovviamente, la facilità nel trovare lavoro. Se si paragona l’Italia al resto del mondo è scontato che sia più probabile trovare lavoro fuori dai confini d’Italia. Fosse altro che per una questione di grandezza geografica e di numero di aziende presenti in Italia e di numero di aziende presenti nel resto del mondo. Il nord Italia, dove abbiamo sede, vive una ripresa solida. Proprio per questo, speriamo che in futuro molti meno giovani si trasferiscano all’estero per necessità e, proporzionalmente, vada crescendo la fetta di chi lo fa per scelta.

 

E cosa potrebbe fare l’Italia per rendersi più attrattiva agli occhi dei suoi stessi ragazzi? Parliamo in ambito lavorativo, universitario, umanitario… quali sono i gap da colmare assolutamente?

L’Italia potrebbe rendere più facile la vita agli imprenditori, che poi daranno lavoro ai ragazzi. Ma credo non sia sufficiente abbassare le tasse, ormai molti giovani si trasferiscono all’estero pur avendo opportunità lavorative in Italia. Credo che si debbano creare incentivi per le aziende che investono sulla formazione dei dipendenti. In questo modo le opportunità lavorative in Italia diventerebbero più stimolanti, il livello di competenza medio salirebbe e si innescherebbe un circolo virtuoso.

 

Per tutti i giovani che vorrebbero tornare in Italia ma che hanno paura di non trovare lavoro (o le giuste condizioni di lavoro), che consigli puoi dare?

Di essere determinati e di non lasciare le cose a metà dell’opera, ricominciando a lamentarsi subito dopo essere tornati. È importante tenere in mente l’obiettivo finale e saper affrontare le difficoltà. Poi, per chi non è soddisfatto di quello che trova oggi in Italia, c’è sempre una soluzione intermedia: molte aziende offrono infatti la possibilità di lavorare da remoto.

 

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? buildo potrà innescare una sorta di circolo virtuoso tra società/aziende/start up che cerca di riportare gli expats in Italia e di valorizzarli?

Continuare a crescere in termini di dipendenti e fatturato è sicuramente uno degli obiettivi per Buildo da qui ai prossimi anni. Il secondo traguardo che abbiamo in mente è quello di spingere al massimo la nostra vision lavorativa, che pone al centro l’individuo. Il risultato di tutto ciò potrebbe essere proprio il circolo virtuoso di cui tu hai fatto menzione, anche se siamo ancora agli inizi di questo percorso.

 

E cosa aggiungere se non che la storia di Buildo ci insegna che tornare, costruire un progetto vincente e farlo crescere, non sono cose impossibili? Tanto impegno, caparbietà e forse pure un po’ di testa dura e notte insonni – e magari anche un pizzico di fortuna, che non guasta mai – sono gli ingredienti vincenti della storia di successo di questi ragazzi. “Non lasciare le cose a metà”, insomma.

Dal canto nostro, noi c’auguriamo di conoscere sempre più storie “di ritorno” e di ragazzi felici!