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Sheffield si pronuncia come Vigata

Maggio 2018 ha segnato il ritorno sulle scene del gruppo indie rock Arctic Monkeys con il sesto album Tranquillity Base Hotel & Casino. Oltre ad un calendario pieno di date bloccate per un nuovo tour mondiale, la band è riemersa tra i media con performances live in talk shows, comparse radio e tv, nuovi video YouTube e via dicendo.
Qualche tempo fa, ho trovato un’intervista che il frontman Alex Turner aveva fatto con la presentatrice di BBC Radio 1 Annie Mac, a ridosso dell’uscita del nuovo disco. L’artista, mai stato famoso per esser piuttosto loquace, appare molto più sciolto e a suo agio rispetto al passato. Mi rendo conto allora – o meglio, me ne interesso veramente per la prima volta – di tutte quelle variazioni di pronuncia tipiche delle regioni centro-settentrionali dell’Inghilterra. La lampadina si accende in particolare alle ripetute “my house”, “my room”, con il pronome personale pronunciato /mɪ/ invece che /maɪ/.

Il che mi rimanda con la mente al mio viaggio verso Nord dell’anno scorso, dove il treno di parole chiuse degli abitanti di Newcastle mi faceva ridacchiare ogni tre per due. O, ancora più indietro nel tempo, a quando le vocali distorte della politica scozzese Nicola Sturgeon mi facevano sudare freddo, al pensiero che avrei dovuto fare un resoconto in classe di un dibattito di cui non avevo capito quasi nulla. Sappiamo bene che ogni nazione nella sua estensione geografica presenta numerose varianti linguistiche, non importante se piccola o grande – basti pensare alla Svizzera, che, con l’aggiunta della divisione in cantoni, offre un interessante panorama filologico.

Trovarsi faccia a faccia, orecchio a orecchio con queste differenze, può creare confusione, ma anche simpatia. Il patrimonio italiano tra quelli Europei, a mio parere, risulta ancor più originale per via dei substrati dialettali e per l’antica storia di evoluzione fonetico-grammaticale non solo delle regioni, ma di zone via via più piccole, tanto che sappiamo ci sono aree definibili isole linguistiche – vere e proprie isole del tesoro per gli studiosi!
Dialettale, però, nell’immaginario comune rimarrà sempre sinonimo di ignorante. Nel bel paese poi, in particolare se associato al Meridione.

«C’è una serie televisiva che a me piace tanto. Aspetta come si chiama…ah, si! Il Commissario Montalbano!» mi disse una persona nata e cresciuta in Inghilterra, con zero conoscenza della lingua italiana quando ci presentarono ed io rivelai la mia origine. Al sopracciglio alzato che mi scattò alla sua confessione, l’uomo mi chiese conferma che non si stesse confondendo con qualche altra serie, e se si trattasse proprio del poliziesco ambientato in Sicilia, fornendo poi ulteriori dettagli come il maldestro Catarella e l’abitazione sul mare del commissario. Cercando sul sito della BBC, effettivamente c’è un’intera pagina dedicata alla serie inspirata dai racconti di Camilleri, con tutti gli episodi in lingua originale, accuratamente sottotitolati in inglese.

La mia curiosità quel giorno è comune rimasta insoddisfatta: come apprezzare al cento per cento quel capolavoro che implica tante espressioni tipiche delle Sicilia? Non è una novità che opere in dialetto siano apprezzate al di là della frontiera. Colpisce però il fatto che continuino ad esserle – antiche e contemporanee – e, soprattutto, che questo avvenga spesso e volentieri proprio con quelle zone che disprezziamo in casa.

Tornando ai Monkeys, a Sturgeon e ai tanti nordici che lavorano, visitano, passano per la capitale inglese, per quanto la loro pronuncia regionale possa renderli qualche volta motivo di risatine, tuttavia li identifica per la loro provenienza e aggiunge alle conversazioni un argomento in più di cui parlare e confrontarsi. ‘Di dove sei?’, ‘Come mai qui?’, ‘Che cosa c’è di tipico lì?’, ‘Le ferrovie devono essere un vero dramma per raggiungere casa!’.
Fa riflettere invece quando in Italia la calata meridionale o l’accento settentrionale facciano scattare immediato il bollino di classe con conseguente assunzione di certi atteggiamenti. L’etichettatura, sembriamo rassicurarci tra di noi, necessariamente viene da stereotipi ben convalidati dai fatti di cronaca e dalle statistiche.

L’insostenibile leggerezza del tornare a casa. Riflessioni a caldo dopo un anno negli States

L’estate ha da sempre un significato particolare per me: l’imprevedibilità delle giornate, il cessare della routine, il caldo, la cosiddetta procrastination… diciamo che sono tutte immagini che ben rendono l’idea delle mie estati. Il divertimento e l’ozio sono all’ordine del giorno e io, come ogni anno, aspetto con ansia questo momento per lasciarmi andare dopo un lungo inverno di studi e impegni vari.

L’8 giugno di ogni anno segna per me un traguardo importante. Mi sembra quasi di essere in una puntata della serie tv The Vampire Diaries, in cui i personaggi vampiri spengono “il pulsante dei sentimenti” e si lasciano andare ai loro istinti primordiali. Ecco, io spengo e metto temporaneamente in pausa il mio cervello, dimenticandomi del resto del mondo circostante e dedicandomi a tempo pieno al mio carissimo dolce far niente. Questa volta però è diverso. Come tutti bene saprete, ho trascorso un anno negli States e sono tornata esattamente un mese fa.

Inutile dire che lo shock di tornare alla “realtà” è stato notevole. Il 13 giugno a mezzogiorno sono atterrata all’aeroporto di Roma Fiumicino, dopo uno straziante viaggio passato ad immaginare come sarebbe stato rivedere tutti e rimettere piede in Italia, e sono stata accolta dai miei parenti e dalle mie due migliori amiche.

La sensazione è inspiegabilmente bella: sentire la gente parlare la tua stessa lingua, ma soprattutto sentire l’affetto e l’amore di chi davvero ha sentito la tua mancanza è un’emozione unica, all’inizio quasi irrealizzabile, come se da un momento all’altro ti ritrovassi ad avere tutto quello che hai desiderato per mesi lì davanti a te, in carne ed ossa, senza nemmeno rendertene conto.

Poche ore dopo ho varcato la soglia di casa mia e, con le lacrime agli occhi ormai da ore, mi sono buttata sul letto della mia cameretta che aveva ancora lo stesso odore, lo stesso di sempre, la disposizione delle cose era anche lei la stessa di sempre, esattamente come l’avevo lasciata un anno fa. In giardino mi aspettavano parenti e amici, e pure il mio cane che mi ha leccato la faccia per circa quaranta minuti ininterrotti.

Insomma, tornare è sempre bello, casa è sempre casa e quello che ti trasmette è per me insostituibile. Gli odori, i profumi, le strade che finalmente senti tue, i luoghi e il mar Adriatico non mi sono mai sembrato così belli.

Quando si fa un’esperienza del genere succedono due cose al ritorno, o almeno per me è stato così:si riesce a sentire la netta selezione che le persone che si vogliono accanto sono davvero lì, con te, e una nuova percezione di quello che si ha ci fa riflettere su un sacco di cose. Non si riesce a dar più niente per scontato e viene naturale dare un peso diverso alle cose: ecco, questi sono i segni della crescita personale che ho riportato con me a casa, chiusi stretti stretti nella mia valigia tra un sogno e l’altro.

L’unico problema è che mentre tu cambi prospettiva e modo di vedere il mondo, la gente qui è sempre uguale, sempre la stessa, come tutte le cose che ho ritrovato nella mia cameretta, quasi come si fossero messi in pausa, come se avessero dormito per tutto questo tempo. E mentre loro ti guardano con occhi diversi te invece non riesci a fare a meno di guardarli un po’ come le cose della tua cameretta.

Rassicurante, bellissimo, spaventoso. E ora?

Tornando s’impara.

Una delle cose belle di vivere all’estero è avere la possibilità di fare il turista a Roma, per cui l’unico rimpianto per esserci nato è il non poterlo mai essere realmente. Lo scorso weekend, con la scusa del compleanno di uno dei miei più cari amici, ho potuto assaporare quel gusto di eterno, quella bellezza libera dalla condanna di occhi abituati, quell’eccitazione sorpresa di chi scarta un regalo non immaginandolo così bello.

Durante quest’esperienza all’estero non sono tornato spesso a Roma, se non nelle situazioni “dovute”, come Natale e Pasqua. Vuoi perché non avrebbe senso farsi ogni weekend a casa, vuoi perché ogni volta ripartire è una sofferenza, che ho cercato di limitare il più possibile.

Quando decidi di vivere all’estero, porti avanti un percorso che se interrotto continuamente, perde parte della spinta di cui si nutre. Anche perché ogni volta che si torna, automaticamente si tirano le somme dei risultati ottenuti, di quelli mancati e di quelli che dovranno venire. Ti accorgi se hai raggiunto determinati obiettivi, oppure se sei ancora lontano dal farlo. Ecco, forse tornare a casa rappresenta l’unità di misura con cui valuti quanti cambiamenti ci sono stati, per te, i tuoi amici, la tua città. E l’unico modo per vederli è distaccarsi dal contesto ed ammirare tutto da una prospettiva neutrale, perché l’abitudine copre gli occhi e rende le differenze sfocate, impossibili da percepire.

No, Roma non è migliorata così tanto da poter dire di avercela fatta. Ciò che è migliorato, però, siamo noi. La generazione italiana, quella nata nel benessere di un paese ubriaco ed ingordo e precipitata nel malessere di un paese rimasto vittima dei propri vizi e del proprio egoismo. La generazione che per limiti d’età prima e per limiti di possibilità poi, ha dovuto subire passivamente cambiamenti tragicamente rapidi, per i quali non era preparata e di cui non era neanche responsabile. Non è facile salvarsi da un mare in tempesta, se chi ti ci ha spinto dentro non ha avuto neanche l’accortezza di insegnarti a nuotare. Eppure, piano piano, stiamo raggiungendo tutti la riva.

C’è chi ha continuato a studiare ed ora tiene lezioni all’università, la stessa che i dinosauri desiderosi di mantenerne la poltrona, ritenevano impenetrabile, inaccessibile. C’è chi ha aperto una propria attività, incurante dell’indolente burocrazia italiana e consapevole di non voler lasciare alle complicazioni, paventate da coloro i quali non vogliono novità sul mercato che sovente manipolano, l’energia e la vitalità della propria età, quella più bella. C’è chi lavora in quelle aziende giganti in Italia o all’estero, che fanno del proprio fatturato una giustificazione all’arroganza con cui trattano quei ragazzi colti, svegli e preparati, che umili e testardi non mollano un centimetro, seppur soffrendo ogni colpo ricevuto, consci di essere il futuro. C’è chi lotta per una politica migliore, nonostante i “sono tutti uguali” e i “le cose non cambieranno mai”. Chi, guadagnando quello che in una società libera dallo sfrenato consumismo basterebbe, lavora nel sociale solo per aiutare realmente gli altri, consapevole di quanto sia stato difficile crescere in una società plasmata sull’egoismo sociale. C’è anche chi, stanco di chiedere chi erano i Beatles e compagnia bella, rinnova la musica, la fotografia, la scrittura e l’arte, magari colorando un intero quartiere periferico con murales che portano la pittura a un livello successivo, tanto più alto quanto più vicino alle persone. C’è pure chi partorisce, chi fa nascere nuova vita, ridendo in faccia alle paure di questa società che mai potranno qualcosa contro la forza più grande del mondo.

C’è un nuovo vento, un vento di consapevolezza. Quella consapevolezza che cresce forte e prorompente dentro l’anima di chi non si è fatto abbattere dai colpi meschini e vili ricevuti, mostrandone ora con orgoglio e sorriso beffardo i lividi. La consapevolezza di una generazione nata a cavallo tra la fine di un mondo materiale, avido, corrotto e l’inizio di un altro, che si spera essere più alto, più vero, più umano. Una generazione disorientata e lasciata in balia degli eventi, come dovesse essere solamente qualcosa di passaggio e che invece, spensierata ed incosciente come i giorni migliori, giorno dopo giorno sta cambiando quel mondo, che l’egoismo e la pigrizia delle generazioni passate, preferiva dare per spacciato.

 

 

Quando le Startup minacciano il corporativismo: Adesso tocca a CoContest

Tutte le volte che per telefonare a qualcuno lontano mi ritrovo ad usare Skype, mentre si susseguono quella buffa sequenza di rumori tra connessione e chiamata, penso sempre alla stessa cosa: chi lo avrebbe mai detto ai tempi delle interurbane con i minuti contati, ai tempo del mitico telefono fisso della SIP, il Sirio bianco, che oggi saremmo stati in grado non solo di guardarci, mentre siamo distanti un oceano, ma che ci saremmo potuti raccontare come avevamo trascorso la giornata da un continente all’altro, senza spendere un centesimo. Parlare con fidanzati, genitori, clienti, amici: fantascienza pura. Mentre nella case al mare tenevamo ancora i telefoni con la rotella, anche loro con quei buffi rumori per comporre il numero, Massimo Lopez nel tubo catodico chiedeva come ultimo desiderio di fare una telefonata per allungarsi la vita, e il capitano del plotone d’esecuzione gliela concedeva sempre. Il mondo era distante, ma tuttavia si accontentava del genio del passato, come sempre ha fatto, prima dell’ennesima innovazione: dalla vela al vapore, dal telegrafo di Marconi al telefono di Meucci, dall’unica Società Italiana per l’Esercizio Telefonico statale, alla privatizzazione di Telecom, alla liberalizzazione della telefonia fissa. Continua a leggere

Un lavoro in cambio della Primavera.

In Primavera è più difficile. Sarà il vento caldo che si leva, le giornate che si allungano, le foto dei tuoi amici al mare, vedere la tua squadra di calcio che gioca con la maglia a maniche corte o semplicemente la stanchezza di un inverno che sembra non voler finire, ma in Primavera vivere in un paese del Nord Europa è più difficile. A Dublino poi, non ne parliamo. Svegliarsi a metà maggio e confondere il cielo con quello di febbraio, lasciare l’imbottitura nella giacca, mettere kway e zuccotto di lana nello zaino, sperando che almeno oggi non debba utilizzarli. Dettagli, piccolezze?! Non per un italiano. Continua a leggere

Estero better. Casa best.

Dalla finestra della mia camera, in una casa nel nord di Dublino, fisso con sguardo assente ma consapevole la gente passare, odo l’indistinguibile vociferare, vuoi per il sovrapporsi delle voci, vuoi per quell’accento tipico degli irlandesi nel parlare una lingua, resa così ancora più straniera. Lo strillo dei gabbiani mi avvicina al mare del mio Paese, mentre una macchina che va contromano mi riporta lontano migliaia di chilometri dal suo odore. Ah, testardi anglosassoni con le loro manie e la loro guida a destra.

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Fenomenologia del cappotto. Da Gogol all’Anisetta.

Il cappotto è un indumento che ho scoperto verso i trent’anni. Se sei vestito bene ti dà un tocco di professionale serietà; se sembri troppo giovane ti invecchia di quel poco che ti fa rimorchiare (un po’ come il capello brizzolato precoce) conferendoti anche una manciata di autorevolezza; se lo indossi sopra la tuta e le scarpe da ginnastica sembri un miliardario sceso al volo per comprare le sigarette sotto casa; se è liso e sgualcito, aggiunto alla barba di una settimana, ti fa sembrare un divorziato che dorme in macchina. E ancora, se è nero e calzi degli anfibi puoi essere scambiato per un punk ripulito, se invece è chiaro, sulle tonalità del beige, ti proietta in una sala corse con le tasche piene di ricevute accartocciate di scommesse ippiche. Tralascio la possibilità che sia verde vescica, ma solo perché non sono un professore di chimica del liceo.

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Qui o si rifà l’Italia, o l’Italia muore.

Chiunque venga a contatto con me appena il tempo necessario a vedermi finire un bitter nazionale, un futurista Campari, è pronto ad affermare che non sono un’uomo di questi tempi, che appartengo al passato. Più verosimilmente, nel caso rispondo che forse l’ho saputo render mio, il passato. Quando ero piccolo pregavo mio nonno di portarmi a Porta Portese la domenica, quando facevano ancora il vero mercato. Mi piaceva l’atmosfera e dovevamo cercare dei soldatini che avessero la sua stessa età. Uguali a quelli con cui giocava lui. Erano di stagno, piatti, con uno spessore appena accennato e la divisa grigioverde degli italiani di Caporetto. Costavano poco e lo facevano sorridere. Sorridevo con lui, anche se non erano così belli, un po’ sgarrupati, privati della vernice di tante battaglie scampate su un gradino. Vecchi di sessantanni. Quando fischiettava il “Piave Mormorò”, gli chiedevo di insegnarmene le strofe, e un po’ me le cantava. Poi mi diceva di starmene buono. E’ morto giovane mio nonno. Durante l’ultima guerra era piccolo e quindi fu balilla, mi raccontava delle marce, delle sfilate e di un piccolo Fez nero, non lo adorava, ma adorava marciare. Rimase orfano di padre e mantenne chi doveva. Ha fondato la sua vita sul lavoro, come l’Italia; non per passione, per necessità. Continua a leggere

Italiano in Libia. Gozzano tra Toto Cutugno e Umberto Smaila

Insegnare italiano è ciò per cui mi pagano. Ma insegnare una lingua è un’operazione culturale, perché ogni lingua è un sistema di segni che crea e traduce simultaneamente contenuti sociali. Conoscere una lingua significa quindi essere in grado di decodificare tutti i puntelli fondamentali della cultura che essa veicola. Dunque di una identità. Basta sfogliare un manuale qualsiasi di italiano per stranieri per trovare i tipici marcatori identitari, quell’enciclopedia universale di conoscenze che rappresenta il made in Italy nel mondo nella sua accezione più generica e generalista. Che sfiora il luogo comune o il non-luogo comune, a seconda delle sensibilità.
La moda, la musica, le automobili, il calcio e la cucina. Eccellenze (a volte) in patria e biglietti da visita di garantito appeal fuori.

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Ieri gridavamo VIVA VERDI, domani potremmo restare Muti, ma dopodomani?

La settimana scorsa ero appena sveglio e, abbracciando il mio Mac nel letto, mi accingevo alla solita rassegna stampa degli on-line, quando mi sono imbattuto in un articolo straordinario. Il sensazionalismo del titolo mi fece strabuzzare gli occhi e in preda ai sobbalzi, prima ancora di arrivare a leggerne la fine (come è solito fare a molti), inviai prontamente una mail a mio padre. Non volevo rischiare con un sms. “ Pa’ mi raccomando vedi di tenere il telefonino dove prende oggi.. non se sa mai.”. Lui prendendosi il giusto tempo per rispondere, dato che era in ufficio, mi scrive : “Si farò il possibile, ma per quale motivo? è successo qualcosa?” – “No ,è solo che Renzi ha chiamato Muti, che farebbe il direttore d’orchestra, per proporgli di fare il presidente della Repubblica, e insomma tu 50 anni ormai ce li hai.. non se sa mai.”

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