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E tu, che studente-robot sei?

Lo dico senza troppi giri di parole: le high school americane sono una gran figata. Perché sono mille anni luce avanti a quelle italiane, sia da un punto di vista organizzativo che tecnologico (soprattutto!). Ma anche perché non ci sono libri di testo o lavagne con il gesso: ogni classe ha lavagne interattive, computer e proiettori, è tutto automatizzato. Ed ogni studente possiede un proprio Ipad su cui poter far compiti e studiare.

Il sistema è veloce ed efficiente, i voti vengono registrati in tempo reale, non c’è spazio per ritardi o disorganizzazioni: la scuola superiore americana promuove l’eccellenza e la perfezione. Sì, esatto, perfezione. Cosa che ovviamente nessun essere umano è in grado di raggiungere, ed è proprio così che mi sento ogni volta che sono a scuola, a correr dietro a qualcosa che perennemente mi sfugge.

Anche lo sport e la musica giocano un ruolo di grande importanza: nella mia scuola ci sono impianti e attrezzature di ultima generazione, strutture all’aperto e al chiuso, insegnanti super preparati e tanti eventi sportivi di ogni genere. Ma ci sono anche concerti, bande musicali di tutti i tipi e per tutti i gusti.

C’è un però. Tutte queste cose, che in quanto “arte” dovrebbero essere libere, subiscono l’influenza del “sistema”. Ovviamente la scala sociale scolastica è un tremendo cliché che possiamo trovare in qualsiasi film americano: lo sportivo e la cheerleader sono i fighi della scuola, mentre gli intelligenti e gli artisti sono alla base della piramide sociale, tipo mangime per pesci. La cosa che mi colpisce di più è come effettivamente le personalità degli studenti rifletta la loro etichetta sociale, lo sportivo estroverso e l’artista silenzioso sono ormai la mia realtà da mesi.

I ragazzi per quanto ben educati non hanno alcun tipo di capacità comunicativa, di spazio personale e tanto meno di personalità; la loro vita è principalmente riempita di cose quantitative, di moltitudine. La sensazione che provo è quella che siano tutti roboticamente programmati ad interpretare un ruolo: c’è una parte da recitare, un copione da rispettare. Sono davvero finita in un brutto remake di High School Musical senza Zac Efron?

Questa è la più grande differenza che ho subito sentito rispetto alla mia realtà italiana, dove invece riesco a dar sfogo alla mia personalità e ad esprimere il mio essere, per quanto comunque anch’esso sia in qualche modo omologato ai nostri cari standard sociali. La presenza di milioni di regole e orari strettissimi da rispettare non aiuta di certo i teenager americani, che sono troppo sommersi anche solo per pensare spontaneamente e ad aprire gli occhi verso il mondo che li circonda.

Uno studente in USA funziona solo quando è parte di un gruppo sociale, ossia di una cerchia di persone totalmente uguale tra loro, sia per interessi che per carattere. Ma così, che fine fa quella famosa individualità che noi italiani apprezziamo tanto e disprezziamo contemporaneamente quando ci porta ad essere troppo egoisti?

Qui non c’è, è come se venisse del tutto risucchiata da un’istituzione schiacciante e opprimente che, a secondo la mia piccola esperienza, priva gli alunni di qualsiasi tipo di iniziativa personale e li catapulta a seguire qualcosa di già scritto e prefabbricato da altri. Risultato finale? Una grande sensazione di stress e sovraccarico emotivo che porta a reprimere se stessi e che, a lungo andare, non potrà che avere risultati devastanti.

Qui in America il mantra che sentiamo ripetere un po’ ovunque è l’imperativo “work grind”, che in italiano si traduce con il concetto del “lavorare sodo”, del vivere per lavorare senza pause. In quanto italiana, so che la nostra mentalità potrebbe addirittura essere considerata agli estremi opposti, motivo per cui mi sono trovata piuttosto spaesata in questa nuova dimensione. Niente pausa caffè, niente sigaretta a ricreazione, niente chiacchierate tra una lezione e l’altra; pian piano, ho anche io dovuto lasciar andare la mia amata leggerezza – o meglio, metterla momentaneamente da parte.

Ogni tanto però la mia anima italiana riemerge e, incapace di nasconderla, creo un mio piccolo spazio all’interno di questa routine militare, per gustarmi i sapori e gli odori della grandezza americana.

L’importanza di essere ed avere mentor al femminile

Nel mondo del lavoro, all’estero come in Italia, c’è sempre più bisogno di donne.

Maggiore empatia, ascolto, compassione e capacità di dialogare e comunicare con un’intelligenza emotiva elevata. Guardando alle attività e ai risultati, certo, ma ascoltando anche i bisogni familiari e il desiderio di mettere in circolo l’amore verso il partner, gli altri, e i propri figli.

Sono stata educata alla stessa maniera di mio fratello e, in due, siamo cresciuti insieme nell’uguaglianza e nel rispetto reciproco, senza fare troppe distinzioni di vestiti, giocattoli e cibo. Tutto era uguale, per entrambi (ed entrambi avevamo i capelli corti). Sono stata educata al lavoro e a raggiungere risultati tangibili, alla meritocrazia e allo studio arduo per poter guardare in alto e sognare di raggiungere le stelle e cambiare il mondo attraverso la solidarietà e l’unione delle persone. Il consenso attraverso il dialogo e la negoziazione, la pazienza e l’umiltà, il sorriso e parole di speranza, coraggio e conforto per le nostre squadre di lavoro. L’Unione fa la forza, se vogliamo possiamo, il lavoro di squadra fa sì che il Sogno diventi Realtà. Ci ho creduto crescendo e ci credo ancora oggi.

Per questo, avvicinandoci alla giornata internazionale delle giovani ragazze e donne nella Scienza, il messaggio che le Nazioni Unite da è: più ragazze scienziate, ingegnere, appassionate di macchinari, matematica, tecnologia, app, innovazione.

Le statistiche parlano chiaro: secondo uno studio condotto in 14 paesi, la probabilità che studentesse  conseguano una laurea breve, un master o un dottorato in campo scientifico è solo del 18 %, 8 % e 2% rispettivamente, con una percentuale di studenti di sesso maschile di 37 %, 18 % e 6 %.

Secondo il rapporto di UNESCO nella Scienza verso il 2030, il programma STEM – Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica per le giovani, mira a ispirare e coinvolgere le ragazze e le giovani donne ad intraprendere carriere in campo scientifico. A livello mondiale, la parità di genere e la scienza sono due elementi vitali per poter raggiungere gli obiettivi dell’ambiziosa Agenda dello Sviluppo Sostenibile 2030, che include- tra i suo 17 obiettivi- quello delle parità di genere e di uguali opportunità tra donne e uomini.

A livello regionale in Africa, la rappresentazione femminile nelle scienze si trova, per la maggior parte,  in Mozambico e Sud Africa, con il 34 % e 28 % rispettivamente di diplomate in ingegneria. Le difficoltà di una formazione scientifica sono però legate ad una combinazione di fattori che riduce la proporzione delle donne ad ogni gradino della carriera scientifica: l’ambiente scolastico; il cosiddetto “glass ceiling” – il soffitto di cristallo della maternità; i criteri di valutazione della perfomance scolastica; gli scarsi riconoscimenti; la mancanza di supporto, di mentorship e di leadership; e fattori culturali di diseguaglianza di genere.

Tutto questo scoraggia fortemente le donne ad “ambire in alto”, soprattutto a livello africano, dove le donne, in molte comunità rurali, fuori dalle città, sono ancora considerate come creatrici di figli e dedite alla casa, con l’uomo “breadwinner”- colui che porta il pane a casa attraverso il lavoro fuori di casa.

L’istruzione è una via per sfuggire alla povertà, per imparare e per avere maggiori opportunità future di lavoro, non dovendo cosi dipendere economicamente dall’uomo. Le professioni scientifiche danno poi maggior respiro e possibilità di scelta di una professione, spaziando da ricercatrici, professoresse di chimica, fisica, astrofisica, astronaute, chimiche, fisiche, e maggiori libertà per poter esplorare il mondo.

Il lavoro di UNESCO in ambito di ragazze e donne nella Scienza è quello di organizzare e guidare giovani a rompere gli stereotipi della “matematica non cool per le ragazze”, ma anzi, un appassionante viaggio alla scoperte di scienze e di misteri non ancora svelati.

Rompere gli stereotipi di genere e culturali, ed avventurarsi nelle carriere scientifiche: non lasciarsi scoraggiare e non credere che questo sia un ambito solo per uomini.

Per questo, per ispirare e incoraggiare a non mollare, altre donne – oggi scienziate – possono essere il loro esempio, il loro modello per proseguire e non arrendersi. In una società in cui l’uomo viene premiato e la donna non sufficientemente apprezzata per i suoi risultati, il mentoring è necessario per avere figure di riferimento, che possono apprezzare, incoraggiare e guidare altre giovani al raggiamento dei loro sogni.

Chi dice che non possiamo diventare scienziate e aprire le porte verso nuovi orizzonti scintifici?

REF: JSC 247-37-003 ONBOARD PHOTO STS-47 ONBOARD PHOTO VIEW. ASTRONAUT MAE JEMISON, MISSION SPECIALIST WORKING IN SL-J MODULE.

Personalmente ho sempre ammirato la prima donna afro-americana a viaggiare nello spazio, con il programma spaziale americano della NASA, Mae Carol Jeminson, nel settembre del 1992.

Lavorare nello spazio e arrivare fino alle stelle, non è meraviglioso?

Celebriamo insieme la giornata internazionale delle giovani ragazze e donne nella Scienza, e, innamoriamoci delle materie scientifiche! Questo è il sito con maggiori informazioni: United Nations International Day of Women and Girls in Science

 

 

 

Scintille di Ricerca

“Educare non è riempire un secchio, ma accendere un fuoco” (W.B. Yeats)

Non so se avete notato la funzione offerta da Facebook da un anno a questa parte: si chiama On This Day e raccoglie tutti i post, foto e video pubblicati in un determinato giorno a partire dall’anno di iscrizione alla piattaforma.

La maggiorparte delle volte ci ritrovo status risalenti ai primi anni dell’adolescenza, quelli che uno rilegge e si genera in automatico una fossa e dopo ci si puó seppellire dalla vergogna; spesso a questi si aggiungono anche quelle belle foto tipiche del primo decennio degli anni 2000, quelle scattate nei bagni dei locali con le amiche tutte in tiro in abiti che adesso farebbero solo venire dei dubbi sul buon gusto collettivo degli adolescenti.

Altre volte invece trovo post sulla scuola, i dibattiti fatti con gli amici sul partecipare o meno alle manifestazioni – come quella volta che i miei amici sono tutti andati a protestare mentre io mi facevo interrogare di storia ed inglese. Grazie mamma, questa me la lego al dito – o le trattative sulle programmate.

Lo ammetto, diciamo che non mi sono mai ritenuta particolarmente fortunata in materia di scuola: alle elementari se non sapevi la matematica non eri nessuno – io pippa ero, e pippa sono fedelmente rimasta – mentre alle medie mi sono ritrovata ad avere come insegnanti un caso umano dietro l’altro. Come la professoressa di francese che, avendo giá dei problemi pregressi, abbiamo rischiato di mandare in manicomio.

Al liceo ho avuto la fortuna di ritrovarmi una banda di amici che purtroppo – tanto loro i miei articoli non li leggono mica perché sono tutti rinchiusi in casa a studiare – mi porto dietro ancora adesso. Insieme a loro ho affrontato cinque anni di crescita e maturazione che mi hanno portata dove sono adesso.

È anche grazie a loro se ho sviluppato un apprezzamento per la ricerca: diciamo che viene piú facile fare amicizia se sei bravo a fare le ricerche o se hai un’innata capacitá di sapere cose inutili che poi risultano invece essere utili – come sapere se esiste un film sul libro da cui la professoressa prenderá ispirazione per le domande.

Devo ammettere peró che, come molte cose nella mia vita, la mia passione per la ricerca è stata fondamentalmente influenzata dalla mia voglia di fare i dispetti.

Quando dico fare i dispetti mi riferisco al concetto che in inglese si esprime con “Do things out of spite”: la traduzione italiana non è fedelissima, ma indica in maniera generale il metodo che ho deciso di adottare per vivere la mia vita.

Io al liceo facevo schifo nelle versioni di latino, tanto che la mia professoressa aveva probabilmente raggiunto la conclusione che il debito ed io saremmo andati a braccetto per tutto il liceo… Io per ripicca ho iniziato a presentarmi alle interrogazioni con approfondimenti di letteratura latina e non ho mai avuto il debito a fine anno. Peró ancora adesso mi rode un po’ che la soluzione suggerita fosse sempre la stessa: studia di piú, mettici piú impegno. Io dopo cinque anni e centinaia di versioni mi fermo a “Gallia est omnis divisa in partes tres.”

Quando ho iniziato l’universitá a Londra – anche questa “out of spite” visto che mio padre era molto restio all’idea all’inizio – mi sono ritrovata in un mondo basato sulla ricerca.

Mi sento di ribadire che in questo caso posso basarmi solo sulla mia esperienza di vita universitaria in Gran Bretagna, ma è una cosa che ho sentito molto in entrambe le facoltá e universitá frequentate: qui si è spronati a pensare fuori dall’ordinario.

Purtroppo, o forse per fortuna, gli schemi non mi sono mai piaciuti e ho sempre pensato che le lezioni migliori fossero quelle che non avevano una struttura ben definita ma da cui si imparava divertendosi.

Uno dei miei professori preferiti al liceo era il mio insegnante di italiano del triennio. Un ex sessantottino con piú di trent’anni d’esperienza alle spalle, Il Prof basava le sue lezioni sul sarcasmo ed il nonsense. Ho pagine e pagine di sue citazioni e consigli che superano largamente i confini del sensato – del tipo: “Cavalcanti non c’è dubbio che sia un poeta con la P maiuscola. Guinizzelli non è altro che un poetucolo con la mezza.” – peró le sue sono le lezioni che mi ricordo meglio perché mi costringevano ad andare a casa ed immergermi nei libri per riuscire a creare un pensiero sensato da usare alle interrogazioni.

All’universitá ho trovato un professore simile, che probabilmente ho giá menzionato in qualche post precedente. Anche lui era piú anziano rispetto a molti studenti – cosa che è cambiata nella mia seconda universitá, dove i professori avevano in media cinque-sei anni piú degli allievi – anche lui prone al sarcasmo. I suoi seminari iniziavano sempre con un riassunto dell’ultimisimo episodio di Homeland o di The Newsroom, ed all’inizio nessuno di noi studenti capiva bene perché si ostinasse a parlare di serie tv.

Poi abbiamo realizzato che aveva un piano. Il mio primo anno di universitá é stato nel 2012, un anno in cui sono iniziate a cambiare molte cose sia per il giornalismo che per il resto del mondo: l’Inghilterra si preparava alla pubblicazione del Rapporto Leveson sulle basi etiche del giornalismo Britannico dopo lo scandalo sulle intercettazioni del News of the World, la Scozia annunciava la possibilitá di fare un referendum sull’indipendenza, mentre la Siria si preparava al terzo anno di guerra civile.

Partendo dalle nostre discussioni sulle serie televisive, il mio professore ci ha spronati a vedere le cose da punti di vista diversi, analizzando determinate scelte mediatiche in base all’impatto che avevano sulle trame delle serie. Le nostre capacitá analitiche si sono sviluppate in maniera trasversale rispetto al metodo a cui ero abituata al liceo: non ero piú costretta a seguire una determinata linea di pensiero e a sviluppare la mia opinione personale su quella, ma potevo creare una mia interpretazione dei fatti e delle loro conseguenze.

Questo modo “alternativo” di insegnare mi ha aperto gli occhi sul quantitativo di opinioni che ci vengono continuamente offerti e che alle volte non siamo in grado di apprezzare pienamente perché spinti a seguire gli schemi, a stare alle regole di un sistema che spesso rimane troppo indietro per le generazione che aspira ad istruire.

Come dice la citazione scelta per aprire questo post, la scuola dovrebbe incitare lo studente a scoprire di piú. L’istruzione è una scintilla che continua a bruciare e bruciare senza consumarsi mai, che spinge ad approfondire senza accontentarsi mai delle informazioni generali che ci vengono fornite.

E sono convinta che i giovani italiani, ovunque loro decidano di farlo, continueranno a brillare grazie alla loro voglia di ricercare nuove risposte a tutto ció che li circonda.

Intervista a Lorenzo Newman, insegnante a New York City.

Terzo mese di interviste per The Italians e il suo blog. La rubrica ormai la conoscete, quindi bando alle ciance e cominciamo!

Protagonista di questo mese è Lorenzo Newman. Eccovi un veloce identikit di Lorenzo, prima di conoscerlo meglio: nato a Roma, cresciuto tra Roma, Bruxelles e Londra. Università a Dublino, Parigi e Londra. Lavora prima a Londra, poi a Roma, e adesso fa l’insegnante delle scuole medie nel Bronx. A Roma faceva, invece, il consulente gestionale.

 

Eccoci qui, Lorenzo, sappiamo che da un po’ hai “mollato tutto” e adesso fai l’insegnante alla KIPP Academy di New York. Ci racconti un po’ meglio la tua esperienza da “Italians”.

Ho avuto un’esperienza un po’ atipica. Trasferirmi all’estero non è una novità per me. Mio padre è americano e mia madre è italiana. Da bambino ho trascorso molti anni a Bruxelles e Londra. Dopo medie e liceo a Roma ho fatto l’università all’estero, vivere da italiano espatriato è una sfida che affronto da sempre.
Gli ultimi 2-3 anni li avevo trascorsi a Roma, occupandomi di consulenza gestionale per una multinazionale della revisione. Svolgevo progetti per la Commissione Europea, le Nazioni Unite e per la PA italiana. Mi sono divertito e ho imparato molto!
Nel mio tempo libero però, mi stavo interessando sempre di più al mondo dell’istruzione primaria e secondaria, leggendo molto e scrivendo sul tema per il Fatto Quotidiano, Quattrogatti, e altri. Ho capito che era il momento di dedicarmi a tempo pieno a questa passione, anche a costo di archiviare un’esperienza che mi aveva fatto crescere molto.
Lo scorso natale ho avuto il tempo per riflettere. Ho capito di essere in una posizione privilegiata: non avevo grandi legami sentimentali o obblighi economici; grazie a mio padre avevo un passaporto USA e la padronanza della lingua inglese. Insomma, cosa mi tratteneva dall’andare a New York – dove avevo sempre voluto vivere – per tentare l’avventura? I miei capi, mia madre, alcuni amici, erano inorriditi da questa decisione così impulsiva. Eppure, riflettendoci, sfruttare questa situazione per inseguire la mia passione mi sembra la scelta più responsabile e adulta che abbia mai compiuto.
Ora lavoro in una scuola pubblica nel Bronx. Insegno Storia Americana a tre classi di seconda media. La mia vita è molto diversa da quella, più comoda, che facevo a Roma. Vivo in un quartiere Puertoricano ad Harlem molto disagiato. Tutti i giorni prendo la metro delle sei di mattina per scuola. Mentre aspetto il treno mi tocca mandar giù un thermos di caffè annacquato americano. Cosa darei per un espresso al bar! Quando arrivo a lavoro il sole ancora non si è levato. Le mie giornate sono più brevi di prima ma mi sfiniscono emotivamente: i ragazzini mi fanno dare di matto molto spesso! Ogni giorno mi chiedo se sarò mai in grado di diventare bravo a fare questo mestiere e se ha avuto senso la mia decisione di cambiare vita in maniera così radicale.
Quando arrivo alla fine della settimana però, anche se non sono riuscito a tenere buoni i ragazzi in classe e non credo di avergli insegnato nulla, in fondo sono rinfrancato. Se mai c’è un momento della vita in cui tentare una un mestiere troppo difficile, in una città nuova e alienante, è proprio quando si ha 26 anni e zero responsabilità concrete.

 

New York quindi non è stata la tua prima esperienza all’estero. Potresti raccontarci quali sono, secondo te, le opportunità che nei Paesi in cui hai vissuto, sei riuscito a trovare? 

Ho avuto la fortuna di studiare in tre capitali europee – Dublino, Parigi e Londra, città nelle quali ho anche svolto lavori e stage più o meno formativi. E’ vero quanto si dice a proposito del ruolo sociale delle persone più giovani in queste società: soprattutto nel mondo anglosassone, ci si aspetta qualcosa di più da chi ha sotto i trent’anni, almeno rispetto alle attese in Italia.
In Irlanda, fin dai 18 anni mi sono sentito trattato da uomo. Ciò non significa necessariamente mi sia comportato da tale (anzi!). Però, ogni mia trasgressione accademica, professionale o sociale, ha sempre avuto delle conseguenze. Sento che invece, in Italia, si tende a perdonare un pò troppo alle persone della nostra età. Si giustifica tutto con la parola “ragazzata”. Sembra liberatorio, invece è una forma di oppressione. Per contro, all’estero sono potuto crescere umanamente perché ho avuto la libertà di commettere errori e subirne le conseguenze.

 

La grande mela, sogno di moltissimi e meta “non per tutti”. Com’è stato decidere di “mollare tutto” e partire per una città affascinante ma difficile come NYC? E – se possiamo – come ti sei trovato da ‘italiano a new york’?

New York non è per tutti. Sebbene avessi già trascorso metà della vita all’estero, adattarmi a questa città è stato ed è tuttora molto difficile. In primis perché si è troppo lontani dall’Italia per poter tornare a casa molto spesso. Londra, per quanto sia molto dispersiva e troppo fredda per tanti Italiani, è pur sempre a 2-3 ore e 50 euro di volo Ryanair da casa. Qui invece non esiste la possibilità di tornare a casa a rifiatare quando si vuole. Ora sono sei mesi che non vado in Europa e che non vedo i miei. E’ un’esperienza diversa. Questa distanza, nonché l’assenza di comunità di giovani italiani molto svillupate come invece avviene nelle città europee, ti spinge a vivere a pieno l’esperienza americana e a distaccarti molto da casa. Ti porta a essere molto riflessivo.

New York poi ti costringe a vivere una vita più solitaria. E’ più difficile legare. Gli Americani infatti hanno una mentalità molto diversa da noi, per certi versi inscrutabile. Trovo che tra Europei invece, in qualche modo ci capiamo, anche se non parliamo la stessa lingua. Noto che molti giovani Italiani a NY, me compreso, passano molto tempo da soli. A volte provo molta solitudine. D’altro canto, il senso di possibilità che ti da New York e sapere di poter decidere cosa fare da solo, al di fuori dalle subdole ma stringenti convenzioni sociali italiane, sono aspetti molto liberatori. New York può essere un pò opprimente ma anche estremamente emancipante.  

 

E’ vero, secondo te, che in Italia manca quel fondamentale link che dovrebbe esistere tra skills acquisite durante il percorso di studi e il mercato del lavoro? Se si, credi possa essere questo uno dei fondamentali fattori della frustrazione dei giovani italiani che decidono di portare altrove i loro talenti?

Non saprei dire con precisione. Di certo l’istruzione italiana, dalle primaria all’università, sta fallendo in una delle sue missioni chiave: formare persone in grado di lavorare efficientemente nel terziario, aumentandone la produttività. Basta guardare le rilevazioni PIAAC e PISA svolte periodicamente dall’OCSE: la nostra forza lavoro è tra le meno istruite tra i paesi ricchi. L’ho riscontrato anche di prima persona. Nel mio lavoro precedente in consulenza, faticavamo ad assumere nuove leve non per mancanza di volontà, ma perché pochissimi candidati – anche provenienti dai percorsi accademici più prestigiosi – si presentavano con le competenze di base che richiedevamo: un Italiano scritto e parlato perfetto, buone competenze numeriche e un buon inglese scritto e parlato.
Molti laureati italiani faticano a trovare lavoro a casa e cercano fortuna fuori. Spesso però li ritrovi dietro al bancone di Pret a Manger o Starbucks, anziché negli uffici. Sono persone volonterosissime, tradite da un sistema accademico che non li ha dato competenze sufficienti per poter contribuire all’operato di un’organizzazione.
Sospetto che non sia un problema che si possa risolvere con tirocini e neppure con una maggiore enfasi sul lavoro durante il liceo, come oggi si tende ad argomentare. Credo sia un problema prettamente pedagogico. Dovremmo ripensare l’istruzione, prima ancora di pensare a come l’istruzione debba interagire con il mondo del lavoro.

 

Parliamo adesso di meritocrazia. Credi che manchi anch’essa nel panorama italiano con cui le giovani eccellenze devono fare i conti per poter nascere e crescere?

Oltre al già citato deficit delle competenze, è chiaro che molte realtà produttive italiane peggiorano le chance di successo dei giovani italiani, privandoli di responsabilità, anche quando ne sarebbero all’altezza. Siamo ancora una società molto gerontocratica.
Quest’attitudine ha una ragione storica In passato non era strutturalmente importante che aziende pubbliche e private fossero meritocratiche. L’economia tirava. La produttività era alta, anche se il personale delle aziende non era selezionato sul merito. Un tempo eravamo più istruiti e quindi più produttivi della media europea. Inoltre, il nostro tessuto economico non dipendeva da lavoro terziario ad alto valore aggiunto. Per vendere, esportare e fatturare era sufficiente avere una manovalanza mediamente qualificata. Il merito non aggiungeva tanto valore.
Oggi questo non è più vero. Il nuovo scenario economico richiede che le aziende si dotino di competenze altamente specializzate per poter sopravvivere. La meritocrazia, prima ancora di essere un obbligo etico, sta diventano una forma di selezione del personale necessaria alla vita delle aziende. Credo che alla lunga saremo costretti a diventare più meritocratici se vogliamo campare. Sono ottimista!

 

Dopo UK e Stati Uniti, dicci, credi che l’Italia, da sola avrebbe potuto offrirti le stesse opportunità? Come mai?

L’Italia mi ha dato tantissimo professionalmente perché ho potuto lavorare con persone che mi hanno trasferito una passione sincera per il loro lavoro. Siamo guerrieri in Italia! Inseguiamo l’obbiettivo e cerchiamo di centrare la scadenza anche nelle situazioni più avverse. Chiaro, non ci riusciamo spesso. Eppure, rimango sempre colpito da quanto siamo forti e reattivi anche nei contesti più disperati.
Tra i professionisti che più ammiro, molti sono funzionari e dirigenti delle Pubbliche Amministrazioni Italiane. Si tratta di persone che si dannano per far funzionare la macchina, pur sapendo bene di operare in un contesto spesso Kafkiano e intimorito da qualsiasi forma di cambiamento organizzativo.

 

Sappiamo quindi che hai lavorato per un certo periodo di tempo anche a Roma, alla FAO prima e come consulente poi, allora quali sono le differenze che hai potuto constatare nel mondo del lavoro in Italia e in altri Paesi? E in base a queste, quali sono i consigli, se ce ne sono, che daresti ai policy maker italiani affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

E’ una bella domanda. Sono sempre colpito in positivo dall’efficienza con la quale si svolgono progetti, riunioni, report e cosi via nel mondo anglossassone. Attenzione: questo è vero non solo nelle eccellenze; anche in una scuola media del Bronx si preparano riunioni in cui si prevede di dedicare a un punto dell’ordine del giorno sette minuti. Non cinque o dieci; sette. Questa professionalità è quindi più una caratteristica culturale che un risultato gestionale.
Inutile dettagliare un paragone con la macchinosità del lavoro in Italia, anche nei contesti più prestigiosi che ho visto.
Va detto però che gli Anglosassoni, a furia di essere così rigorosi, ogni tanto perdono completamente contatto con il mondo reale. Gli sfugge il gesto, il non-detto, l’implicito. A noi questo non succede: abbiamo un istinto strategico molto più acuto.
A causa dei maggiori contatti con l’estero, piano piano cambieremo anche noi, diventando via via più professionali. Il vero divario con l’estero che mi preoccupa è quello delle competenze. Trovo infatti che sia un po’ futile sperare che l’avvento di migliori politiche del lavoro e pratiche gestionali più aggiornate possano trasfomare il panorama economico. Queste sono delle cure meramente palliative se non riusciamo a creare una forza lavoro con le competenze che servono a un settore terziario sviluppato.

 

The Italians parla spesso di “questione intergenerazionale” che frena o blocca del tutto il proliferare dei talenti nostrani, tu cosa ne pensi?

Ne ho accennato prima. Penso che questo rispecchi sia il fallimento formativo della scuola, sia la tendenza culturale italiana a percepire gli under-30 come dei ragazzi e quindi a non responsabilizzarli.

 

Il nostro motto è “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”, ma sappiamo che – invece – la perdita di talenti (e non solo dal punto di vista economico, seppur importante) è inestimabile. Tu cosa faresti, se potessi, per invertire la tendenza?

Non sono troppo preoccupato. Per certi versi penso che l’Italia sia l’El Dorado. La nostra cultura è una risorsa vastissima che abbiamo appena iniziato a sfruttare. Mi aspetto che prima o poi il turismo e lifestyle che il mondo ci invidia possano, un giorno, trainare una ripresa economica. Quando accadrà, chi avrà trascorso periodi all’estero acquisendo competenze e lingue, sarà molto richiesto dal mercato del lavoro in Italia e avrà opportunità di tornare. 

 

Beh, che dire! Grazie del tuo tempo Lorenzo, ogni commento sarebbe forse superfluo, però… In bocca al lupo per la tua vita e la tua missione di insegnante a NYC!

Voi cosa ne pensate di insegnamento, questione generazionale ed eccellenze italiane all’estero? Raccontateci la vostra nei commenti o sui nostri canali social!