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Intervista a Filippo De Grazia, media officer del Patriarcato latino di Gerusalemme

Fine agosto, fine estate, il periodo che precede ogni nuova partenza. Proprio in questi giorni di calda attesa abbiamo conosciuto il nostro Italian del mese Filippo De Grazia, 29 anni cresciuto a Terni ma originario di Narni – un piccolo borgo umbro – attualmente in Medio Oriente da oltre un anno.

Dopo una laurea in Legge con tesi in diritto bancario, oggi Filippo vive e lavora tra Israele e la Palestina, dove collabora con il media office del Patriarcato latino di Gerusalemme. Le sue passioni? Il cinema europeo, le chiese barocche romane e la Juventus. “Lavorare a Gerusalemme, in Città Vecchia, è semplicemente la cosa migliore che mi sia mai capitata”, ci anticipa Filippo. Ma partiamo dall’inizio…

Ciao Filippo! Partiamo dalla tua storia: come e quando sei arrivato a Betlemme? E soprattutto, perché hai scelto di trasferirti proprio lì? Faceva tutto parte di un piano oppure quella di partire è stata più una necessità/vocazione?

Ciao a voi! Niente di pianificato, Betlemme è uscita un po’ per caso! Era l’autunno del 2017 e io ero tornato in Italia dopo circa cinque mesi in Etiopia. Cercavo disperatamente lavoro e nel frattempo studiavo per dei concorsi pubblici. Per mesi impiegavo le mie giornate a mandare candidature per lavorare nel settore privato. Un giorno di novembre la mia vecchia vicina di casa di Addis Abeba mi segnalò il bando residui del servizio civile. Io ero disposto a partecipare solo per destinazioni straniere ed ero orientato a scegliere l’Africa occidentale. Poi notai due progetti in Palestina, a Betlemme. Ho ricevuto un’educazione cattolica e l’attrazione verso la Terra Santa mi ha spinto a cambiare idea… Così mandai la raccomandata, feci il colloquio e dopo mesi di attesa, durante i quali tornai in Etiopia, mi contattarono per comunicarmi che ero stato selezionato.

Sappiamo che lavori al media office del Patriarcato di Gerusalemme, ma di cosa ti occupi precisamente? Hai trovato nuove (e più concrete) opportunità rispetto a quello che ti offriva l’Italia nel tuo ambito, quello della comunicazione?

Anche il lavoro al Patriarcato latino di Gerusalemme è stato un prodotto del caso, ma non posso negare il singolare fil rouge che a questo proposito unisce il mio passato al mio presente. Pensate che avendo studiato a “La Sapienza” di Roma, ero solito visitare la vicina chiesa paleocristiana di San Lorenzo al Verano. Ebbene, solo una volta essere stato assunto al Patriarcato scoprì che proprio quella chiesa di Roma fu la sede del Patriarcato latino di Gerusalemme per oltre 5 secoli!
Arrivai più di un anno fa a Betlemme come volontario in servizio civile, su progetto promosso dalla Confederazione Nazionale delle Misericordie d’Italia che hanno una sede qui a Betlemme. Dopo alcune settimane in cui svolgevo servizio in strutture per anziani e bambini disabili, il mio operatore locale di progetto mi informò che il Media Office del Patriarcato latino (da leggersi diocesi cattolica) stava cercando un madrelingua italiano che avesse un determinato background in comunicazione. Mi presentai al colloquio a Gerusalemme e mi sorprese l’età media del team composto da giovani della mia età. Dopo qualche giorno mi comunicarono di essere stato preso. Essendo il Patriarcato un partner della Misericordia (ente con cui ho svolto servizio civile), la mia attività lì non risultò incompatibile con il progetto. Dal primo giorno mi buttarono subito “in trincea”, il nostro lavoro consiste nel coprire gli eventi della diocesi in tutta la Terra Santa ma non si tratta solo di cerimonie e processioni religiose; al Patriarcato riceviamo spesso delegazioni diplomatiche, sovrani, presidenti e altri rappresentanti delle istituzioni. Su tutto questo redigiamo articoli che pubblichiamo nel nostro sito lpj.org, in più lavoriamo come ufficio stampa traducendo e pubblicando comunicati ufficiali (la lingua della Chiesa qui è l’arabo), documentiamo gli eventi fotograficamente, conduciamo interviste, gestiamo i canali social… insomma, tutto quello che fa una redazione, ma nella cornice speciale e suggestiva di Gerusalemme!

Com’è vivere a Betlemme e lavorare a Gerusalemme? In quanto giovane italiano ti senti ben accettato o ci sono pregiudizi che hai dovuto superare? Raccontaci qualcosa della tua nuova quotidianità, di questa vita lontano da casa.

Dico sempre che vivere a Betlemme sembra un po’ vivere in un paese del Sud Italia. La gente è calorosa, affettuosa, accogliente, ci sono mille colori (tra cui domina il bianco della pietra usata nell’edilizia) e l’atmosfera è unica nel suo folclore! Mi sono sentito da subito integrato in questo incredibile tessuto sociale così diverso eppure così simile al nostro Meridione. Inevitabilmente avevo qualche pregiudizio sul posto e sulla sua gente… ma è bastato veramente poco perché la genuinità degli autoctoni smentisse ogni preconcetto. Parlo solo degli arabi perché purtroppo, nonostante lavori a Gerusalemme da oltre un anno, non ho ancora avuto la fortuna di fare amicizia con gli israeliani. Gli unici con cui interagisco sono i giovani soldati dell’IDF (Israel Defence Force) al check point, con cui naturalmente non è possibile scambiare troppe battute. Lavorare a Gerusalemme, in Città Vecchia, è semplicemente la cosa migliore che mi sia mai capitata. Ogni giorno percorro la Hebron Road che collega Betlemme con Gerusalemme (meno di 10 km) e arrivando da Sud scorgo subito il Monte Sion dove domina imponente la Basilica della Dormitio. Scendo dal pullman accanto alle mura occidentali della città ed entro per la Porta di Giaffa. Da lì percorro a piedi la strada verso il vicino Patriarcato latino.

Da italiano che lavora a Gerusalemme, credo sia inevitabile parlare del conflitto fra Israele e Palestina. Qual è la situazione reale? Hai mai paura di uscire, ci sono situazioni difficili?

La situazione è drammatica e incresciosa. La questione irrisolta tra Israele e Palestina è come uno squarcio su una bellissima tela dove è disegnata la storia del mondo. Dalla guerra dei sei giorni del 1967 Israele occupa illegalmente i territori dei vinti promuovendo piani di espansione edilizia nelle regioni che la Bibbia chiama Giudea e Samaria, geograficamente corrispondenti alla attuale Cisgiordania. Questa forma di colonizzazione è contraria al diritto internazionale, nello specifico alla convenzione di Ginevra e a numerose risoluzioni ONU. A dispetto di questo incontrovertibile dato di fatto che delinea palesemente i ruoli dell’oppresso e dell’oppressore, la realtà è ben lungi da poter essere in maniere unanime definita nei termini suddetti. I sionisti infatti, e con loro una fetta importante della società israeliana, sono sinceramente convinti di essere nel giusto e ritengono che l’espansione in Cisgiordania sia legittimata dalla promessa fatta loro dal Dio della Torah. A rendere ancor più odiosa la situazione è la perpetua paralisi degli accordi di pace tra parti istituzionali e le schermaglie, spesso molto violente, tra palestinesi e israeliani. Non ho paura di uscire a Betlemme, neanche la notte. Mi sentivo più intimorito a Roma! Non percepisco pericoli neppure a Gerusalemme che è totalmente militarizzata. Ma al check point sì, si respira sempre un’aria pesante, come se qualcosa di brutto possa realizzarsi da un momento all’altro. Betlemme è perimetrata da un muro alto e terribile che per attraversarlo è necessario superare i controlli militari. Anche se il passaporto italiano aiuta a superare più agevolmente il confine rispetto ai palestinesi, oltrepassarlo resta comunque una seccatura. Immaginate di passare ogni mattina i controlli previsti dai protocolli aeroportuali, aggravati dalla squallida cornice del Muro, dalla calca delle persone che hanno fretta di superare la barriera per andare a lavorare, dai megafoni che sonoramente intimano in qualche lingua semitica cose che non riesci a capire (verosimilmente un richiamo all’ordine), dal controllo documenti fatto da soldati armati fino ai denti… insomma, di sicuro un’esperienza molto forte. Ricordo che Betlemme è un villaggio arabo circondato da colonie israeliane nei dintorni delle quali molto spesso avvengono attentati terroristici a cui seguono le rappresaglie dell’esercito. Questo spiega l’intensità dei controlli alla frontiera.

A Gerusalemme il lavoro è strutturato diversamente rispetto all’Italia? Penso ad orari di lavori flessibilità, alla meritocrazia, alla responsabilità, o anche alla possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età… sono problemi solo italiani?

Al Patriarcato latino l’organizzazione del lavoro è pressoché uguale ai modelli occidentali. Il rapporto tra i dipendenti dei diversi uffici è molto buono, sinergico per quanto possibile. Il CEO del Patriarcato promuove spesso molte iniziative per fidelizzare i dipendenti, organizzando cene a Natale e a Pasqua, concedendo benefit economici, programmando gite aziendali e ritiri spirituali (visto che si lavora per la diocesi). Onestamente non so se a Gerusalemme questo modello così virtuoso sia diffuso, rimane comunque una città dall’identità prismatica, complessa, multiculturale. Il nostro è un ambiente arabo e quello che posso testimoniare è che qui ho trovato flessibilità, meritocrazia e, soprattutto, una fiducia verso i più giovani che in Italia non ho mai avuto occasione di constatare. Qui anche il modello scolastico-universitario favorisce un miglior inserimento dei più giovani nel mercato del lavoro. Già a 21 o 22 anni finiscono l’università e tendenzialmente iniziano subito a lavorare ricoprendo compiti di responsabilità, senza passare dalla gavetta interminabile dei tirocini. Ovviamente non è per tutti così, gli arabi della Cisgiordania non hanno le stesse opportunità degli arabi di Israele, ma qui apriamo un capitolo diverso, troppo ampio.

A tuo parere l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani a fare bagagli e partire? Nel tuo caso: quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere fuori dall’Italia?

Credo che l’estero offra tendenzialmente condizioni migliori per chi intenda avere subito un trattamento economico adeguato alla propria formazione e alle proprie aspettative e che allo stesso tempo voglia bypassare una lunga gavetta poco gratificante per raggiungere dopo molto tempo uno standard di vita accettabile. L’Italia è un grande Paese. Più viaggio il mondo e più mi rendo conto di quanto sia speciale. Il fatto che un giovane faccia i bagagli e se ne vada, che abbandoni tutto per ricostruire altrove, che rinunci a parlare il proprio idioma, a mangiare il proprio cibo, a lasciare la propria gente, vuol dire che è stato costretto a farlo. Rispetto alla generazione dei nostri genitori, noi abbiamo dovuto aggiungere almeno cinque anni di formazione universitaria, più altri tre o quattro per inserirci nel mondo del lavoro, raggiungendo l’agognata stabilità lavorativa mediamente a 30 anni. Sociologicamente questo ha posticipato l’età media in cui si ottiene l’autonomia economica che permette di uscire di casa, di chiedere un mutuo, di mettere su famiglia. Non tutti sono disposti ad aspettare così tanto o di sopportare anni di precariato. Per questo molti di noi se ne vanno.
Personalmente è questo che mi ha portato all’estero. Fuori dall’Italia ho colto opportunità che in terra natia non ho mai trovato. La cosa che più mi ha sorpreso è la fiducia che gli altri ti offrono fin da subito, senza eccepirti il fatto che sei giovane o inesperto. In Italia essere giovani spesso è un limite. Lo dico senza voler generalizzare e anche in base a testimonianze di molti miei coetanei che, per il sol fatto di essere semplici neolaureati erano poco considerati e finivano così per sentirsi inadeguati.

Questa non è la tua prima esperienza all’estero: puoi raccontarci del tuo periodo in Africa orientale? Cosa facevi e, soprattutto, perché hai sentito la necessità di spingerti fin lì?

E’ vero, prima del Medio Oriente ho vissuto in Etiopia per un periodo complessivo di otto mesi. Tre anni fa stavo finendo l’università con il rimpianto di non aver mai fatto l’Erasmus. Così decisi di organizzare un lungo viaggio post lauream in una località che non fosse la solita Londra o Barcellona. Approfittando di un amico di famiglia che lavorava ad Addis Abeba sono partito una settimana dopo la discussione con un biglietto di sola andata. Lì ho iniziato a collaborare con una ONG locale che si occupa di alleviamento della povertà. Sono rimasto così legato a quell’esperienza che di recente sono tornato 40 giorni per realizzare con quella stessa organizzazione una clinica per cento ragazze di strada e i loro bambini. Oltre a questo ho avuto anche la grande opportunità di fare il lettore di italiano all’Università di Addis Abeba. Anche qui, fu subito molto facile ottenere il lavoro, ma cosa ancora più sorprendente fu la fiducia accordatami fin da subito, il confronto tra pari. Nessuno mi fece mai pesare l’inesperienza.

Potresti aiutarci a fare un confronto tra queste esperienze così lontane tra loro – almeno geograficamente – che hai avuto? Su cosa possiamo prendere esempio per migliorare?

Si tratta di due posti molto diversi, segnati specificamente da grandissimi problemi. L’Etiopia è un Paese del terzo mondo, dove vedi la miseria più sconvolgente. Trovi storpi, ciechi, colerosi ambulare solitari per le strade. Bambini sniffare la colla sotto grattacieli di vetrocemento. E’ il Paese delle contraddizioni. Ed è un Paese instabile. Durante la mia permanenza lì ho vissuto 5 mesi in proclamato stato d’emergenza e, recentemente, mi sono pure beccato un colpo di Stato, fortunatamente fallito. La Palestina non ha questo livello di miseria, qui nessuno muore di fame. Il problema urgente di questo popolo è la privazione del diritto all’autodeterminazione, l’impossibilità di esercitare sovranità sul proprio territorio, di stampare moneta, di concedere passaporti alla propria gente. In altre parole, di essere uno Stato in senso westfaliano. Credo che noi italiani dovremmo renderci conto della fortuna enorme di essere nati dove siamo nati, di godere di diritti e di condizioni di vita che non sono per nulla scontate. Il confronto tra noi e gli altri dovrebbe instillarci un più profondo senso di umanità, di fratellanza, di pietà.

Si parla spesso di cervelli in fuga, ti senti uno di loro? Secondo te perché oggi i giovani italiani preferiscono spendere le proprie competenze e professionalità altrove? Dov’è che l’Italia sta sbagliando, e cosa si potrebbe fare per invertire questo processo?

Io cervello in fuga assolutamente no! Ahahah! Esiste un livello di vere eccellenze, di persone indiscutibilmente brillanti che vanno all’estero perché il loro talento è molto meglio valorizzato rispetto all’Italia. E poi c’è l’esercito delle persone medie, come me, che deve combattere una guerra tra poveri per spartirsi le mediamente poche possibilità che ci sono. Per invertire la tendenza partirei dal valorizzare la scuola: elementari, medie, superiori, specialmente gli istituti tecnici e professionali. In Italia poi c’è troppa distanza tra università ed imprese, le prime sono troppo teoriche, le seconde invece sono troppo smaniose di assumere personale immediatamente produttivo, capace di capitalizzare subito l’investimento fatto. Penso che la politica debba intervenire su questa incomunicabilità.

Ti manca mai l’Italia? Pensi che ormai la tua vita sia a Gerusalemme oppure hai in programma di tornare a casa?
Finito il servizio civile decisi di fermarmi qui, almeno finché il rinnovo del visto israeliano mi permetterà la permanenza. Ma in cuor mio so che non sarà per sempre. L’Italia mi manca da morire, inutile negarlo. Mi manca soprattutto la bellezza delle nostre città e dei nostri paesaggi. Il senso della bellezza è veramente un connotato che ci portiamo dentro e che tutto il mondo ci riconosce. Presto o tardi tornerò, non appena le condizioni saranno favorevoli.

Intervista a Adele Posani, maestro flautista all’Edward Said National Conservatory of Palestine

Per l’intervista di questo mese vi proponiamo una storia diversa, sia nella forma che nella sostanza. Questa volta abbiamo deciso di lasciare da parte le domande formali, a favore di una ben più costruttiva chiacchierata che, diciamocelo, a volte può risultare molto più utile e comprensiva. Conosciamo dunque la nostra Italians Adele Posani, 28enne romana oggi musicista, 3 master alle spalle, insegnante di flauto, musica d’insieme per fiati, storia della musica presso l’Edward Said National Conservatory of Palestine nelle sedi di Betlemme e Ramallah.

Adele non si considera un cervello in fuga, anzi: “Ho sempre avuto la tendenza (o la nevrosi?) a spostarmi – ci racconta la musicista – vivevo a Roma ma il conservatorio era a L’Aquila, poi ho vissuto a Pescara, poi a Ferrara, poi a Milano, poi a Lugano. Avrò cambiato una ventina di case”.

La domanda sorge spontanea, e quando chiediamo ad Adele come è arrivata in Palestina, la risposta nasce semplice allo stesso modo: “Ho visto l’offerta su internet e ho deciso di fare domanda. In realtà, la Palestina non è poi così diversa dall’Italia, sono entrambi paesi mediterranei e questo, per come la vivo io, ha più rilevanza che essere parte dell’Unione Europea o no. La musica è molto viva qui, i concerti raramente sono senza un pubblico interessato, anche se spesso non educato come siamo abituati in Italia”. Anche se la musica è un linguaggio universale, qualche problema in più rispetto all’Italia c’è: “L’aspetto più frustrante del dover insegnare musica classica occidentale in un paese arabo è il fatto che il bagaglio culturale è molto diverso. In Italia, chiunque abbia studiato musica anche solo a scuola, conosce i nomi di Mozart, Rossini, Verdi e altri, sa, a grandi linee, che cosa sia un’opera, una sinfonia, una sonata. Qui no. Ma conoscono a menadito l’intero repertorio di canti tradizionali”.

È vero anche che, mai come negli ultimi anni, la professione del musicista è cambiata radicalmente. E sul problema della (mancata?) meritocrazia in Italia, Adele nella sua esperienza musicale ne parla così: “Le audizioni per orchestra sembrerebbero l’espressione più autentica di meritocrazia in ambito musicale, in teoria. Eppure in pratica: chi accede alle audizioni si trova davanti ad una commissione che magari ha già ascoltato altri 20 candidati suonare la stessa cosa, o magari nessuno, e quindi non sa realmente come fare paragoni e cosa aspettarsi dopo”.

Questo è solo un esempio. Poi, ci racconta Adele, c’è l’aspetto sociale: “Chi non ha avuto accesso a una scuola prestigiosa, chi non ha avuto il sostegno economico, chi ha dovuto affrontare traumi, chi ha subito abusi … Come si può parlare di “merito” senza considerare tutto questo? Non è più onesto dire che l’azienda assume la persona che ritiene renderà maggiori profitti? Questa è la verità, il profitto, non il merito”.

Idee certamente forti, ma d’altronde quello che la musicista vive tutti i giorni nella sua nuova casa non è da meno. “I giornali italiani non parlano di tutto – spiega – avere un mitra puntato in faccia quando vai a comprare il latte; ragazzini di 11 anni arrestati, picchiati, costretti a firmare una confessione scritta in una lingua che non sanno leggere; non avere un passaporto; gli allenamenti dei soldati “dal vivo” nei campi di rifugiati; essere rifugiati nel proprio paese; il gas lacrimogeno, le bombe di suono, le bombe di puzza. L’ansia e il senso d’impotenza possono corroderti dentro”.

Restando nell’ambito dell’insegnamento musicale, invece, abbiamo chiesto ad Adale quali sono le tendenze e le differenze che lei stessa ha potuto osservare tra il sistema italiano e quello estero. Sarebbe stato possibile, restando in Italia, cogliere le stesse opportunità?

“No, ovviamente in Italia non avrei potuto insegnare in un Conservatorio. Prima cosa perché in Italia stanno chiudendo o si stanno trasformando in qualcosa di diverso, più simile al concetto di liceo musicale. L’accesso a questi posti di lavoro è garantito da un sistema a concorso, o comunque per graduatoria: e questo mi sembra l’unico modo se si vuole garantire la famosa meritocrazia”.

Cambiando area geografica, sappiamo che quest’estate Adele andrà per la seconda volta in Bolivia, dove insegna e fa concerti. Qui la situazione è diversa: “Voglio tornarci perché le opportunità sono attraenti e si può costruire molto. C’è una sete di cultura che ho visto raramente. La Bolivia è un paese affascinante, le facce delle persone sono espressive, gli sguardi raccontano storie senza tempo, ma sicuramente arcaiche. L’orgoglio di un popolo, povero economicamente ma ricco di storia, si percepisce prima di arrivare, ma è un orgoglio modesto, anche se non ha senso. Questo è forse l’aspetto più controverso e interessante”.

E per un musicista, invece, la situazione in Italia com’è? “Non credo che ci siano esperienze obbligatorie per un musicista, penso però che il mondo accademico musicale si stia chiudendo molto, ho molti colleghi che credono fermamente che il lavoro in orchestra sia l’unico, per essere un musicista rispettato. Ho colleghi che si ossessionano su audizioni e audizioni, che alla fine hanno ben poco a che fare con la musica. L’orchestra ha sicuramente un’attrattiva importante nelle aspirazioni di un musicista, ma credo che non molti si siano realmente posti la domanda più importante: questo è veramente quello che fa per me? La musica è un mondo vastissimo per fortuna, e si può essere musicisti e vivere di musica in mille modi diversi. Il difficile è trovare quello giusto per te”.

Almeno per il momento, la strada di Adele Posani sembra essere ben delineata nella sua mente: “Non credo che tornerò in Italia. In Palestina mi trovo bene ma so che la mia carriera non si può fermare qui. Probabilmente cercherò di coltivare le possibilità che si sono aperte in Bolivia e in Sud America in generale. So anche che prima o poi vorrò fare un dottorato, un po’ per ampliare le mie possibilità lavorative un po’ perché prima o poi sentirò la mancanza dell’ambiente accademico, anche se per ora questo sentimento è molto distante”.

Chissà se, presto o tardi, sentiremo di nuove le sue storie di note felici o di acciaccature provenire da tutte le parti del mondo. Per adesso, non resta che augurale un grande in bocca al lupo. Confidando che, quel bagaglio culturale che raccolgono e si portano dietro tutti gli Italians sparsi nel mondo, servirà un giorno per risolvere problemi e per creare le condizioni necessarie per vivere bene anche in Italia.

Intervista a Beatrice Guarrera, Italians a Gerusalemme

Beatrice Guarrera ha 24 anni (25 a dicembre), un grande sogno nel cassetto ed una valigia piena di ricordi, esperienze, affetti e storie di vita che si è portata dietro fino a Gerusalemme. Il suo viaggio inizia da Roma, la capitale del mondo che è stata la sua casa fino a qualche mese fa.  Oggi Beatrice è collaboratrice per il sito web della Custodia di Terra Santa, una provincia religiosa dell’ordine dei frati minori che custodisce, studia e rende accoglienti i luoghi dell’origine della fede cristiana. Una vera comunità, insomma, capace di aprirti gli occhi verso nuove prospettive di vita. Il suo è sicuramente un percorso particolare per un’aspirante giornalista, ma l’esperienza di Beatrice è unica proprio per questo. E allora, non ci resta che immergerci nella lettura e scoprirne la storia.

 

Ciao Beatrice, grazie per il tempo che ci stai dedicando! Sappiamo che stai affrontando la tua prima esperienza da “Italians” a Gerusalemme. Ma partiamo dall’inizio: qual è la tua storia? Avresti mai immaginato che un giorno saresti andata a lavorare proprio lì?

Non lo avrei mai potuto immaginare in tutta la mia vita: trasferirmi non era nei miei piani. Sono nata a Roma e ho sempre vissuto qui: ho studiato in due università diverse (ma sempre in città), ho fatto degli stage in due radio, ho fatto parte di redazioni di giornali online e anche di un ufficio stampa. Dopo la laurea ho capito che per lavorare avrei dovuto imparare l’inglese e che mi sarebbe dunque servita un’esperienza all’estero.

Il mio sogno è sempre stato quello di fare la giornalista e di vivere di scrittura, di scoprire nuove realtà, di riuscire a raccontare il mondo che mi sta intorno e di capire quello che succede dentro le persone. Un racconto a 360°, insomma. In Terra Santa faccio quello che mi piace, anche se le notizie non riguardano sempre quegli argomenti sui quali avevo sognato di lavorare. Mi piace molto il giornalismo d’inchiesta, e adesso posso farlo relazionandomi però ad altri temi – in questo caso religiosi.

Come sei arrivata fino a Israele? Hai trovato nuove (e più concrete) opportunità rispetto a quello che ti offriva l’Italia nel tuo ambito, quello del giornalismo?

È stata una sorpresa, non sono stata io a cercare questa esperienza ma è lei che ha trovato me! Dopo la laura mi sono messa alla ricerca di un lavoro e mi è capitata quest’occasione: un mia amica giornalista mi ha fatto sapere che alla Custodia di Terra Santa cercavano giornalisti italiani. Ho inviato la mia candidatura, ho fatto i colloqui via Skype e sono arrivata qui. Ho capito che sarebbe stata un’esperienza per cambiare mentalità, per crescere professionalmente e umanamente lasciando tutto dietro, la mia famiglia, la mia casa. Sono partita nel giro di pochissimo tempo, senza pensarci troppo, buttandomi. È stato uno shok, ma uno shok bellissimo perché è come quando arriva qualcosa di inaspettato che ti travolge in senso positivo, cambiandoti radicalmente.

Ora sto collaborando con la Custodia di Terra Santa, che è la denominazione della missione dei francescani che rappresentano la chiesa cattolica latina a Gerusalemme, e che gestiscono i luoghi santi che hanno a che fare con la vita di Gesù.

Raccontaci del tuo lavoro in Terra Santa: cosa vedi ogni giorno? Cosa sei chiamata a fare?

Ogni giorno racconto le attività in cui è coinvolto il Custode di Terra Santa, che è il capo dei francescani di Terra Santa: lui è spesso impegnato in messe solenni, feste particolari, commemorazioni, animazione dei luoghi santi. A volte c’è da andare a Betlemme alla Basilica della Natività oppure a Nazareth dove c’è quella dell’Annunciazione: bisogna raccontare queste attività per far capire quale sia il ruolo dei francescani in questi posti. Ma la loro presenza è anche altro: hanno dei conventi sparsi in tutto Israele e nel mondo. Svolgono attività di formazione, con scuole per bambini dove sono presenti sia musulmani che cristiani. Fanno attività di aiuto alla popolazione locale o più semplicemente si occupano di gestire le comunità di cristiani che si trovano in Terra Santa, un compito per nulla facile. Accanto a questo c’è anche l’aspetto culturale: c’è l’università dei francescani, lo Studium Biblicum Franciscanum, le biblioteche della Custodia di Terra Santa.

Io racconto tutto questo, insieme anche alle attività legate alle missioni e alle piccole comunità locali. Ci sono tante situazioni difficili che meritano di essere conosciute, come ad esempio quella di fra Ibrahim che vive in Sira, ad Aleppo. Gli ho fatto un’intervista in cui mi ha spiegato come riesce ancora a vedere Gesù fra le macerie, di come la sua fede non sia stata intaccata dalla guerra. Un altro esempio è quello di un santuario situato in un villaggio a maggioranza musulmano, dove fino a poco tempo fa c’era un solo frate, dato il rischio di essere presi a sassate per strada. Adesso la situazione sta cambiando piano piano e la presenza dei francescani serve proprio a questo: a dare speranza.

Da italiana che vive a Gerusalemme, credo sia inevitabile parlare del conflitto fra Israele e Palestina. Qual è la situazione reale? Hai mai paura di uscire, ci sono situazioni difficili?

Quello che posso vedere quotidianamente è che c’è una situazione di tensione: questo territorio non è in pace e lo si vede in tanti piccoli fatti, dai check point con militari armati alle persone che girano in strada armate. Può succedere di trovarti tra gruppi di ebrei che stanno cantando in ebraico davanti ad una moschea, oppure di capitare in altre situazioni di tensione in cui vedere un ebreo che cammina nel quartiere arabo può creare nervosismo. Sono pericoli di cui noi europei alcune volte non ci rendiamo nemmeno conto.  Io non ho mai avuto paura di andare in giro per la città, forse perché vivendo a Roma sono abituata a situazioni caotiche. Il vero problema a Gerusalemme è legato a chi sei tu – se palestinese o israeliano o musulmano, ebreo, cattolico – e in base a dove vai la situazione può diventare pericolosa. Ci sono quartieri dove non è facile o non è permesso entrare ai non residenti. Io stessa sono capitata in un quartiere dove alcuni bambini arabi mi hanno detto: “Dove vuoi andare? Qui non si passa”. Ma noi italiani, in generale, non siamo in pericolo. C’è un problema di barriere fisiche: c’è un muro che separa Israele e Palestina e ogni giorno ci sono uomini, donne e bambini che per andare al lavoro, a scuola o all’università, devono attraversarlo, farsi perquisire, passare i controlli. Quando si parla della soluzione di creare due stati, non si tiene conto poi del fatto che ci sono colonie ebree nei territori considerati sotto l’Autorità Palestinese. Eppure gli ebrei vivono lì magari da decenni: chi dei due popoli deve andar via?

C’è poi un problema poi di barriere mentali perché si è educati, in un certo senso, a odiarsi.

Però penso che il problema tra Israele e la Palestina sia fondamentalmente una questione d’identità, di appartenenza: a quale cultura si appartiene? A quale religione? A quale popolo? A quale stato? Ci sono arabi cristiani e arabi musulmani, ci sono arabi che si sentono israeliani e altri che sono palestinesi.

Ci sono cristiani israeliani che non si riconoscono sotto la bandiera con la stella di David, un richiamo alla storia ebraica. Anche tra gli ebrei la questione si pone, perché molti sono giunti da varie parti nel mondo: alcuni sono russi, altri ancora italiani. Alcune volte non è possibile mantenere le proprie diversità.

Un altro aspetto da tenere in considerazione è il luogo. Per capire come si vive diversamente c’è un detto che dice: “A Gerusalemme si prega, a Tel Aviv ci si diverte, ad Haifa si lavora”. La situazione non è solo relativa allo stile di vita, ma fa capire anche dove sono i posti di maggior criticità. A Gerusalemme capita di camminare in una via popolata di ebrei ortodossi e sentire il suono di una campana mischiato al canto di un muezzin. È questa convivenza così prossima che può creare tensione. Al nord o al sud dello stato di Israele, invece, è ancora diverso. Per non parlare poi dei territori della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Tra gli stessi palestinesi non ci si capisce, non ci si conosce, a volte. C’è chi non è mai stato a Gerusalemme perché i palestinesi di alcune zone non hanno il passaporto e non possono spostarsi. Di problemi ce ne sono parecchi e le soluzioni in questo momento sono poche.

Qual è il valore di questa città e cosa può insegnarti nella crescita personale di tutti i giorni? La tua vita in Italia ti sembra ora più lontana, ne hai nostalgia?

Questa città mi insegna ad allontanarmi da tutte quelle che erano state le mie idee precedenti, da tutto quello che avevo anche solo potuto pensare riguardo alla questione israelo-palestinese. È una città che mi sta insegnando a non categorizzare, a non partire con idee precise ma semplicemente a guardare la realtà e a stare dalla parte della verità. La mia vita a Roma mi sembra lontana, ma sono sempre collegata a quella che era la mia vita di prima attraverso il telefono (ovviamente) e i social network. Anche questo è utile per far capire agli altri quanto sia necessario aprire gli occhi e la mente. È inutile partire con idee pregresse, si impara vedendo quello che succede e si impara anche grazie a persone straordinarie che ti cambiano la vita.

Cambiando argomento: perché, a tuo parere, oggi sempre più giovani preferiscono portare fuori Italia le proprie competenze già durante le superiori e in maggior parte durante l’università?

Molti ragazzi preferiscono andare fuori Italia e viaggiare perché è il mondo ad essere cambiato. Ci sono possibilità che prima non c’erano, anche dal punto di vista economico. Spesso si dice che il mondo è diventato “più piccolo”, è diventato più normale spostarsi e per questo lo si fa. In Italia ci sono cose che mancano in questo momento, certo. Per esempio nel lavoro finché non hai 28 anni o più, nessuno ti prende sul serio. Pensano che possono sfruttarti e pagarti poco. Molti ragazzi vogliono semplicemente avere una posizione lavorativa, trovare il proprio posto nel mondo, ma è difficile farlo in Italia. E si comincia ad andare all’estero è proprio perché in molti altri posti c’è più attenzione verso noi giovani.

Quali credi che possano essere delle possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

La risposta è banale, ma non altrettanto banale da realizzare: dare loro un lavoro. Credo che tra tutti quelli che si spostano, molti avrebbero preferito rimanere in Italia, se avessero avuta scelta. L’obiettivo credo che debba essere sbloccare il mercato del lavoro e fare in  modo che ci sia un ricambio generazionale in tutti i settori.

Per un percorso più funzionale sarebbe utile intervenire anche sull’università, facendo in modo che quando si finiscono gli studi si abbia veramente in mano un titolo valido da spendere e non ci sia bisogno di fare master ulteriori o scuole di specializzazione. In questo momento, parlando di giornalismo, non c’è un’università che ti abiliti alla professione come pubblicista o professionista. Questo perché bisogna fare delle scuole specifiche, che però costano un occhio della testa e quindi rappresentano un modo per pagarsi una posizione nel mondo del lavoro. Non credo sia la cosa migliore da fare. Anche nel mondo dell’insegnamento c’è un problema analogo, dal momento che adesso non ci sono lauree abilitanti: se uno si laurea in lettere classiche non può fare l’insegnante, deve prima fare il TFA. Anche questo è sbagliato.

Ci sono diverse cose che andrebbero cambiate dal punto di vista universitario e dal punto di vista delle istituzioni per coinvolgere e valorizzare i giovani.

Una domanda più personale – lasciare l’Italia, partire e andare lontano, conoscere popolazioni, culture estranee: cosa ti spinge ogni giorno ad affrontare le tue paure e ad alzare sempre di più l’asticella? È una “vocazione” personale?

Lasciare l’Italia, per me, è stato andare verso un’occasione di vita che ripartisse da zero. Un’occasione capace di aiutarmi ad affrontare sfide inaspettate e solite paure. Adesso sono alla ricerca di una posizione lavorativa che mi permetta di fare quello che mi piace, e non per forza con uno stipendio altissimo. Qui riesco a scrivere e fare la giornalista, che è il mio sogno di sempre. Mi spinge la voglia di non perdermi niente, di prendere tutto quello che c’è, di assimilare il più possibile imparando nuove lingue e vivendo con persone molto diverse da me.

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Mi piacerebbe tornare in Italia, non per forza stare a Roma, ma tornare. Potrebbe anche non succedere, perché non so cosa succederà, ma ho imparato che tante cose belle arrivano in maniera totalmente inaspettata. Ho capito che programmare a lungo termine a volte significa quasi illudersi di poter sapere cosa succederà. Credo che, se trovassi lavoro in Italia, tornerei volentieri perché amo il mio paese e perché non ho necessità di rimanere all’estero. Non sono una di quelle persone che getta fango sull’Italia solo perché non ho trovato occasioni che mi permettono di restare a casa. Tutti quelli che hanno trovato un lavoro fuori e che parlano male del nostro paese dovrebbero invece tornare per aiutarci a trovare una soluzione dall’interno. Chi è che ha voglia di migliorare un paese che sta male? In pochi, forse nessuno. E invece bisognerebbe farlo, tutti, insieme.

Qui êtes vous?

Chi mi segue abitualmente,e va oltre il titolo di ciò che scrivo, sa bene come io il 7 gennaio sia stato Charlie, sgomento e spaventato da prima mattina. #JeSuisCharlie lo siamo stati tutti in un primo momento, poi per anticonformismo sincero o per quello autoimposto di chi subisce il complesso della banalità, qualcuno è voluto essere qualcun’altro. #JeNeSuisPasCharlie – Non prendo in giro le religioni. Quella non è libertà d’espressione ma mancanza di rispetto. – Lascio passare, #JesuisVoltaire: non condivido la tua idea, ma sarei pronto a dare la mia vita affinché tu possa professarla liberamente. Piango leggendo una dichiarazione di Charb «Preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio..»

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