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Parliamo della Cina in Africa, il “secondo continente della Cina”

Al Forum della Cooperazione Cina-Africa del mese scorso a Pechino, il presidente cinese Xi-Jinping ha annunciato 60 miliardi di dollari in nuovi finanziamenti in Africa.

Le otto maggiori iniziative della cooperazione Cina-Africa sono: promozione industriale, connettività delle infrastrutture, facilitazione del commercio, sviluppo verde, capacity building, sanità, scambi culturali, pace e sicurezza.

Dove l’Europa vede rischi come migrazione, terrorismo, instabilità politica, la Cina vede invece opportunità come risorse naturali e preziosi minerali. L’Africa ha infatti petrolio, rame, cobalto e minerali di ferro: per questo rappresenta un grande mercato per produttori cinesi e società di costruzioni, ed è un veicolo promettente per l’influenza geopolitica cinese. Ma il comportamento degli attori cinesi in Africa non è esemplare: vi sono stati reclami legittimi di aziende cinesi che impiegavano africani del posto maltrattandoli, sottopagandoli e ponendo poca attenzione alla cura dell’ambiente.

Tra il 2000 e il 2017, gli investimenti diretti esteri cinesi in Africa – in miliardi di dollari – hanno visto protagonisti l’Egitto (24 miliardi di dollari) seguito dalla Nigeria (6 miliardi di dollari), dall’Algeria, Sud Africa, Mozambico, Etiopia, Angola, Niger, Zambia e Marocco (2.5 miliardi di dollari).

Rinominato il “secondo continente della Cina”, l’Africa è diventata sempre di più un laboratorio di idee e di significato strategico per il commercio internazionale (porto di Gibuti, e risorse naturali della Nigeria). Circa un milione di imprenditori cinesi si sono trasferiti in Africa, imparando la lingua e apprendendo le dinamiche del territorio in maniera strategica.

Vivendo in linea diretta le nuove infrastrutture, le strade, i ponti, le residenze e i mezzi di trasporto costruiti dai manager cinesi in Africa dell’est, poso testimoniare due sono le tendenze di pensiero in merito alla questione cinese in africa sono due: diritti umani e protezione lavorativa da un lato, pensiero e azioni lungimiranti per il progresso industriale dell’Africa dall’altro.

In maniera alquanto bizzara, ma reale, coloro che si schierano per i diritti umani e la protezione dei lavoratori siamo perlopiù noi occidentali (o come siamo chiamati qui, i musungu, i bianchi). Chi si schiera invece per il progresso industriale é la popolazione africana stessa. Un caso eclatante è stato esposto dal giornale americano The New York Times –  Kenyans say Chinese investments brings Racism and Discrimination – in un articolo in cui espone la vicenda cinese sotto una diversa prospettiva e in cui si da voce ai kenioti, i quali avrebbero lamentato episodi di discriminazione e razzismo da parte dei cinesi, che a quanto pare avrebbero soprannominato i kenioti “scimmie”, con accezioni a dir poco negative ed umilianti.

La popolazione cinese in Kenya attualmente conta circa 40.000 persone; molto spesso vivono in grandi edifici con poca interazione con la popolazione locale. Lavorano e non conoscono le dinamiche del territorio. Le condizioni lavorative per entrambe le parti non sono le migliori. La vita sociale é minima per i cinesi, i kenioti vengono sottopagati e trattati al limite della dignità umana. Dobbiamo riflettere su questi punti e sull’influenza di questa Grande Cina, potenza in via di espansione, che gioca alla strategia del controllo dei mari e della win-win cooperation, cooperazione che dovrebbe appunto vedere entrambi vincitori, Cina e Africa, puntando sugli istituti di cultura e sugli scambi tra università e soft diplomacy.

Dalla parte africana, invece, ho avuto modo di confrontarmi con specialisti del commercio internazionale, con storici ed educatori di scienze umane e sociali, accomunati tutti dall’apprezzamento per la lungimiranza cinese. In breve, l’idea comune è questa: è il turno dell’Africa di saper negoziare per l’industrializzazione dei propri paesi. Come scrive anche il Foreign Policy, l’aiuto cinese e gli investimenti sono positivi per l’Africa. Questo perché l’assistenza cinese consiste, per la maggior parte, in crediti all’esportazione e in prestiti per le infrastrutture (molto spesso con poco o zero interesse). E le sue caratteristiche sono: flessibilità, velocità e zero condizioni.

Secondo gli studiosi africani, sono ora i governi africani a dover fare girare la ruota dell’economia e ad utilizzare questi investimenti nei loro paesi per industrializzarli. I Paesi africani devono, quindi, divenire i “proprietari” di questi investimenti, migliorando le competenze, le abilità dei lavoratori ed imparando le tecniche dai cinesi che, in termini di tecnologia ed innovazione, sono molto avanzati.

Not merely receivers, but proactive transformers of the opportunites“. Ossia “non meramente riceventi, ma proattivi trasformatori delle opportunità“. Questo è il pensiero comune con cui mi sono confrontata nell’ultimo periodo di acceso dibattito Cina-Africa.

Viviamo per vedere. Ma si sa, la Cina lavora sul lungo periodo. Impariamo e osserviamo.

 

La Cina e il Senegal: ambiente e infrastrutture

Dakar è una città molto piacevole: sole, oceano, isole da scoprire, molto pesce fresco e calamari, riso e patatine fritte.

Negli spostamenti preferisco usare i mezzi pubblici . Non tutte le zone della città sono perfettamente vivibili. Sono da migliorare ancora diversi servizi pubblici, il sistema fognario è in via di completamento e si vedono ancora pochi operatori ecologici e rari cassonetti per l’immondizia.

Le infrastrutture, molto spesso, sono in fase di avanzata costruzione: i progetti per la loro conclusione e inaugurazione (uffici, case o edifici adibiti a nuovi quartieri residenziali potenziali) sembrano non avere però tempi rapidi.

Poubelle_Blogpost2Ma esiste In questo quadro una volontà da parte dei giovani senegalesi di migliorare le condizioni della loro città , anche loro immaginano una città più bella, più respirabile, più pulita. Si sono organizzati partendo dalle piccole cose. Iniziative come i cestini dell’immondizia appesi al muro (vedi foto); si cercano di organizzare giornate di volontariato di giovani che raccolgono il “dechet” – la spazzatura.

In campo infrastrutturale la presenza della Cina si vede e si percepisce. La China Road and Bridge Corporation, una della quattro grandi aziende statali cinesi – finanziata dal governo della repubblica popolare dal 1958 e dal 1979 azienda formalmente istituita – é la prima ad essere entrata nel mercato internazionale in progetti di appalti e di amministrazione di progetti per la costruzione di strade, ponti, porti, ferrovie, aeroporti, gallerie e progetti di tutela acque, opere comunali. Questa azienda è presente anche in Senegal. In totale l’azienda madre cinese possiede 50 filiali e uffici in oltre 50 paesi e regioni in Asia, Africa, Europa e America.

Secondo i dati di UNCTbuildingAD e IMF, rispettivamente l’agenzia delle Nazioni Unite specializzata in commercio e sviluppo e il fondo monetario internazionale, la Cina é il maggiore trader commerciale a livello globale con l’Africa, sorpassando la leadership degli Stati Uniti nel 2009. Cifre di 156,4 miliardi di dollari di commercio di beni con l’Africa (dati 2013) e 2,5 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri verso l’Africa (dati 2012). Secondo i dati del ministero del commercio cinese, il commercio sino-africano ha raggiunto i 126,9 miliardi di dollari nel 2010, e il volume del commercio tra Cina e Africa è cresciuto del 30 % durante i primi tre trimestri del 2010, segnalando – secondo il China Daily, – un nuovo record. I 5 partner commerciali maggiori della Cina sono l’Angola, il Sud Africa, il Sudan, la Nigeria e l’Egitto – secondo il Forum on China and Africa cooperation.

Nel corso degli ultimi decenni, la rapida crescita economica della Cina – ad un tasso di crescita annuale del 10 % per gli ultimi tre decenni fino al 2010- (ma oggi in lieve decrescita con problemi di maturazione del mercato) e la classe media in espansione ha alimentato un bisogno senza precedenti di risorse. La potenza economica si è concentrata quindi sull’Africa come cantiere per fornire risorse energetiche a lungo termine, necessarie per sostenere la sua rapida industrializzazione, bloccando le fonti di petrolio e altre materie prime in tutto il mondo.

La strategia cinese adottata in Africa è di win-win. Costruzione di ponti, strade e ferrovie in cambio delle materie prime africane, e creazione di lavoro per la popolazione locale. Nell’ultimo investimento cinese verso il Senegal, per un ammontare di 420 miliardi di dollari destinati alla costruzione di infrastrutture su un periodo di 4 anni, ha creato fra i 7000 e gli 8000 posti di lavoro temporanei e tra i 700 e gli 800 di permanenti. Critiche però sulle pratiche commerciali, e sull’incapacità di promuovere good governance e rispetto dei diritti umani si sono già fatte sentire dalla società civile senegalese.

Le speranze di un corretto comportamento economico della presenza cinese in Africa potrebbe far dimenticare quell’intervento che corretto non è stato da parte delle potenze occidentali nella corsa alle immense ricchezze africane dei due secoli trascorsi. La speranza dei giovani senegalesi , oggi, è non vedere confermati quei timori di associare ancora una volta nella loro storia le potenze occidentali alla Cina.

La nuova generazione dirigente non vuol più essere segnata da amarezza e delusione.