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Intervista a Filippo Maria Sposini, dottorando all’University of Toronto in Storia e Filosofia della Scienza 

Da Marsciano – un piccolo paese nella provincia di Perugia – a Padova e quindi ancora più su, fino a Toronto. Per l’intervista di questo mese The Italians vola fino al Canada per incontrare Filippo Maria Sposini, 28 anni originario di Assisi (Umbria), attualmente al secondo anno del dottorato in Storia e Filosofia della Scienza alla University of Toronto.

Il clima così diverso dall’Italia ma anche i sistemi educativi a confronto, la vita da college, l’esperienza precedente a Boston e il futuro insieme alla sua compagna: queste sono solo alcune delle cose che ci ha raccontato Filippo. Ma il tema principale rimane ovviamente l’emigrazione dei giovani, “un problema finanziario, sociale, demografico per il paese e per quelli di noi che sono all’estero”, spiega Filippo. “Penso che sia un problema critico e più attuale che mai”.

 

Partiamo dall’inizio Filippo: raccontaci la tua storia da italians. Avresti mai immaginato di essere dove sei ora?

Devo dire che fin dalle scuole superiori avevo scelto l’indirizzo linguistico studiando inglese, francese e spagnolo. Con l’università poi è maturata la scelta di iscrivermi in Psicologia con l’idea di poter fare lo psicologo in azienda, gestire le risorse umane, occuparmi delle relazioni sociali: così sono andato a Padova perché c’è una delle più importanti università in materia. Sono sempre stato supportato da borse di studio annuali, non ho mai pagato le tasse universitarie: già solo per questo per l’Italia sono stato una perdita, dal momento che non ho avuto l’opportunità di re-investire in patria le conoscenze e le competenze raggiunte.
Ho fatto la triennale, un periodo di studi a Boston, la magistrale e quindi ho provato a fare il dottorato in Filosofia delle Scienze in Italia. È stata un’esperienza che non è andata a buon fine, i professori stessi mi dicevano che era meglio non provare neppure per via di alcune logiche “oblique” di assegnamento delle borse di studio. In pratica, i professori avevano già scelto i vincitori, si dovevano spartire i loro studenti. Ci rimasi molto male perché avevo fatto davvero tutto bene. Come alternativa trovai un buon posto di lavoro in Randstad, la società più importante per la consulenza nelle risorse umane al mondo.

E poi cos’è successo? Di cosa ti occupavi in Randstad?

Facevo parte di un master program, un programma di formazione per persone che avrebbero poi dovuto selezionare figure “professional“, ossia dirigenti con una retribuzione annua lorda di almeno 35mila euro. Lavoravo a Padova ma ogni 2-3 settimane avevo un corso di formazione a Milano.
Mi piaceva ma anche questa volta fui sfortunato, perché in effetti nell’ufficio c’era un clima molto strano, molto teso, era davvero una situazione critica. E da qui la motivazione di cercare altre esperienze, magari di riprovare un dottorato ma questa volta all’estero.
Staccavo alle 18.00 da lavoro e subito dopo andavo in biblioteca per fare le application per le università estere: riuscii a candidarmi in sei posti, ma fu pesante perché dovevo presentare due progetti di ricerca, contattare professori, scrivere lettere di referenza, fare test di lingua inglese… Alla fine mi accettarono in tre università e scelsi quella di Toronto. Sono molto contento perché è stata anche una rivalsa personale dopo la primissima esperienza non andata bene.

Nelle università canadesi ti sei trovato subito a tuo agio?

In realtà la questione andò in un modo che, dal punto di vista strutturale, nelle università italiane non potrà mai succedere. Come dicevo, ero stato accettato in tre diverse università canadesi e avevo da dare una preferenza. Durante un colloquio Skype con l’università di Toronto (la mia prima scelta) spiegai tutta la situazione: erano in ballo altre possibilità, avevo vinto altre borse di studio, e per invogliarmi ad andare da loro, l’allora direttore del programma mi propose un incremento di 10mila dollari della borsa di studio per il prossimo anno. Fu una cosa molta bella. Che in Italia non succederà mai, perché in Italia l’università non può modificare l’importo della borsa di studio essendo questa statale, cosa che in Canada (nonostante l’università sia pubblica) non succede. Da quel momento in poi io e la mia fidanzata – convivevamo già insieme a Padova – ci siamo uniti civilmente, ho fatto il visto che permette un permesso di soggiorno aperto per il partner e abbiamo deciso di partire: era agosto 2017.

Immagino che fare il ricercatore in Canada sia diverso rispetto che in Italia. Potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi due paesi?

Fare il ricercatore in Canada è sicuramente diverso rispetto che in Italia. In realtà in tutti e due i paesi il sistema di formazione, sia primario che secondario, è pubblico. Con la sola differenza che le università e le province canadesi hanno un’autonomia decisionale maggiore sui criteri di accesso, sui curriculum, sulle ammissioni e sui fondi. L’università qui è organizzata nel modello college: c’è una grande università da cui si ramificano i diversi college.
Fondamentale, la differenza più grande rispetto all’Italia è che le università nel nord-America sono delle potenze economiche spaventose: gli edifici sono di loro proprietà, hanno una rete di ex studenti che finanziano le loro iniziative, hanno strategie intelligenti per attrarre studenti, sono istituti formativi a 360 gradi. Per non parlare delle strutture, non ci sono proprio paragoni purtroppo: l’università di Toronto ha tre palestre, due piscine. Qui il dottorato dura 5 anni mentre in Europa 3, e durando di più c’è un contratto più lungo ovviamente. Si fanno anche molte esperienze di insegnamento: ad esempio c’è il ruolo del teaching assistant (TA), ruolo di supporto al professore, dove per ogni lezione ci sono dei tutorials guidati dallo studente che è anche responsabile della valutazione di tutti i compiti. E si viene pagati per farlo.

Parlaci della ricerca che stai portando avanti in Canada…

All’università di Toronto mi occupo di Storia della psichiatria e della psicologia. Sono particolarmente interessato alla storia della normalità, ossia ai vari criteri che sono stati utilizzati nel corso della storia dalle discipline scientifiche per definire e dichiarare ciò che può definirsi normale da ciò che è anormale o comunque patologico.
Una declinazione che sto utilizzando in questo momento è quella di studiare la certificazione della follia tra la metà dell’800 fino al 1970, soprattutto in paesi che parlano inglese (come l’Ontario, Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, ecc). Si trattava di una procedura medico-legale in cui uno o più dottori erano coinvolti nel dichiarare sul posto i fatti della follia, scrivendoli in questo certificato medico che dava valore per l’ammissione in un manicomio. Migliaia e migliaia di persone sono state internate per vari motivi in questo modo.

Qualcosa anche su Boston, brevemente: com’è stato il tuo semestre di studi lì?

Come accennavo prima, durante gli anni universitari in Italia ho avuto l’opportunità di fare uno scambio con la Boston University, perché Padova e Boston sono città gemellate. Si trattava di un programma selettivo, con tanto di lettere di referenza da preparare, un test di lingua inglese abbastanza alto da superare e via dicendo. Non avrei mai pensato di riuscire a far parte di questo progetto, già solo per i numeri: ogni anno ne prendono 6 su 60mila. E invece fui il primo psicologo di Padova ad entrare nel programma. Fu una svolta perché da lì in poi, anche nei colloqui di lavoro successivi, mi hanno sempre detto che questa esperienza fa la differenza rispetto agli altri candidati.

Com’è realmente vivere a Toronto? Essere italiani viene visto come un valore aggiunto, ti senti ben accolto?

Io e la mia compagna siamo entrambi molto molto contenti, ci diciamo spesso che siamo fortunati: il Canada si trova in una posizione geopolitica agevolata, con una qualità della vita molto alta. Toronto è una città dinamica e giovane, multiculturale e aperta, frizzante e con tanti programmi nuovi. C’è una grandissima cultura dell’accoglienza e della differenza. Lo slogan nazionale è “la diversità è la nostra forza”. Inoltre sta vivendo una fase economica diversa rispetto all’Europa e soprattutto all’Italia: la mia ragazza ha trovato lavoro una settimana dopo essere arrivata qui. Certo, hanno anche loro i loro problemi, dovuti al fatto che la città è estremamente grande e fa veramente molto freddo, ma basta vestirsi adeguatamente.

Dal tuo profilo LinkedIn emerge anche un altro tratto della tua personalità: quello legato al mondo sociale. Di cosa ti occupavi per AltreStrade? Dal Canada, cosa pensi della situazione italiana dei centri di accoglienza per richiedenti asilo?

Per AltreStrade mi occupavo dell’accoglienza e del supporto ai richiedenti asilo e ai rifugiati politici assegnati alla regione Veneto. Facevo tutta la procedura burocratica di riconoscimento, da quando arrivano ai centri di accoglienza all’accompagnamento ai centri di polizia scientifica di Venezia per l’identificazione e l’esame medico. Mi occupavo di fare la traduzione dal francese e dall’inglese con medici e con i richiedenti asilo, con l’obiettivo di costruire autonomia in queste persone cosicché potessero iniziare a tutti gli effetti a far parte della comunità e del territorio circostante.
Non è mai facile per un territorio integrare queste realtà, ci sono stati episodi abbastanza spiacevoli e noi come psicologi eravamo lì per mitigare e creare delle vie alternative. Ho letto da poco che il Canada è al mondo il paese che accoglie più rifugiati politici al mondo, ma nella pratica non so come avvenga. In Italia mancano fondi, ci sono vuoti burocratici e c’è un problema fondamentale per quando si fa domanda per il riconoscimento della domanda di asilo. È un procedimento lungo e logorante per chi si trova nei centri d’accoglienza, perché stanno lì anche anni senza far nulla, senza aver neppure la possibilità di lavorare. E poi c’è un altro rischio: può succedere che, nell’attesa della risposta o quando la domanda viene negata, le persone scappino dai centri senza farsi più vedere. Si creano delle identità-non identità, persone totalmente oscure al sistema amministrativo burocratico europeo.

Cosa ne pensi di chi vi chiama “cervelli in fuga”? A te piace questa definizione?

Devo dire che non sono molto per le neuroscienze e per questa neuro-mania che fa girare tutto intorno al cervello. È pregnante come termine, sicuramente.
La mia è stata una scelta libera ma dettata dalle circostanze, diciamo. Non avremmo mai avuto le possibilità che abbiamo qui, sia economiche che professionali e personali, restando in Italia. È la triste realtà. Non è possibile che una persona in Italia nonostante tutto quello che fa, nonostante si laurei con il massimo dei voti ed in tempo, si impegni 10-12 ore di lavoro al giorno con straordinari e tutto il resto, poi non abbia una ricompensa adeguata. Non c’è l’altro lato della medaglia, è questo il vero problema.

Perché – a tuo parere – oggi sempre più giovani preferiscono partire dall’Italia e portare altrove le proprie competenze?

Penso che le persone vadano via per vari motivi: c’è il problema della meritocrazia, dei contratti di lavoro poco vantaggiosi o umani e dei salari sostanzialmente più bassi della media europea e non paragonabili a quelli che esistono nel nord-America. Quando stavo a Marsciano avevo una comitiva di una quindicina di persone molte affiatate, oggi sul territorio ne sono rimaste 5: chi è andato in Irlanda, Canada, Germania. Chi è rimasto in Italia si è comunque spostato a Milano. Gruppi come noi ce ne sono ovunque. C’è la possibilità di fare esperienza in un altro posto: giusto. Di guadagnare di più: giusto. Di accrescere le proprie competenze e conoscenze: giusto. Ma la maggior parte delle volte non sono scelte che vengono fatte a cuor leggero, soprattutto non succede quasi mai che sia l’estero che cerchi proprio te. Siamo noi piuttosto che cerchiamo all’estero e che veniamo accettati, non è il contrario: già questo dovrebbe far riflettere molto.

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Per i prossimi 4 anni sicuramente saremo qua. Una volta finito il dottorato, il Canada poi ti da la possibilità di rimanere per un altro paio di anni per fare domanda per la cittadinanza: penso che sarà questo il nostro futuro. Tornare in Italia è veramente un grandissimo costo, fa piacere tornare a casa e riabbracciare famigliari e amici, però è complicato perché ci si ritrova immersi in un tessuto diverso, nebuloso sotto tanti aspetti. Un progetto però c’è: abbiamo in mente di fare con questo gruppo di amici un progetto pilota per non abbandonare il nostro territorio d’origine, una sorta di società di consulenza che ci vedrebbe tutti soci per valorizzare start up e micro-imprenditoria del territorio, portando una visione internazionale a disposizione degli imprenditori della zona che stanno a contatto con la realtà delle cose ma molte situazioni anche burocratiche non sanno come gestirle. Ne sapremo riparlare più avanti!

 

 

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Intervista a Sofia Scattini, il ritorno in patria e l’esperienza da insegnante di italiano in Cina

L’intervista di questo mese, l’Italian di questo mese, è particolare. Quando qualche mese fa ho conosciuto per la prima volta Sofia Scattini si trovava in Cina; adesso invece, da poco più di qualche settimana, è tornata in Italia. Aveva un lavoro prima e ne ha trovato uno analogo qui in patria, sempre come insegnante di italiano a studenti cinesi. Alla fine quindi, qualcuno riesce a tornare. E lo fa più che degnamente, a condizioni professionali favorevoli.

Sofia, perugina di 27 anni, soltanto nei primi sei anni di vita si è spostata tra Arezzo, Montevarchi e Triste, seguendo il padre e la sua carriera da calciatore che ha interrotto – “con grande amore”, sottolinea lei – per consentirle di iniziare un percorso scolastico senza continue interruzioni. Ha poi vissuto a Siena dove ha conseguito la specialistica in Scienze Linguistiche e Comunicazione Interculturale all’Università per Stranieri di Siena e poi è arrivata l’esperienza in Cina – più precisamente: a Qingdao, Chongqing e Nantong.

Tra le sue passioni ci sono i viaggi, le lingue e, ovviamente, la Cina. E, da perugina doc, la pallavolo e la squadra della sua città, la Sir Volley, che è riuscita a tifare nonostante il fuso orario.

Ciao Sofia! Raccontaci di te e della tua storia: come e quando sei arrivata in Cina, a Nantong? Era un tuo obiettivo, qualcosa che avevi già in mente di fare, oppure hai seguito il corso degli eventi?

La domanda più frequente che mi è stata chiesta negli ultimi anni è proprio: “Come sei arrivata in Cina? Perché proprio la Cina?”. Non ti nascondo che in momenti di sconforto, che inevitabilmente possono colpire in una realtà così diversa dalla propria, mi sono fatta la stessa domanda. Ma posso dirti anche di avere una risposta. Dopo il liceo ero molto confusa, sapevo che quella delle lingue era l’unica strada percorribile per me e anche l’unica che amassi veramente. Allo stesso tempo però sentivo l’esigenza di qualcosa di nuovo. Ho deciso allora di optare per una nuova lingua. La mia università (l’Università degli Studi di Perugia) oltre alle canoniche lingue europee offriva anche corsi di russo, cinese e giapponese. Decisi che avrei provato i corsi di tutte e tre le lingue e che avrei poi preso una decisione. Andai alla mia prima lezione di cinese, la ricordo ancora benissimo, e fu amore a prima vista. Era esattamente quello che stavo cercando.

Dopo tre anni di cinese non ero ancora stata in Cina, ero entusiasta della lingua ma di fatto non avevo contatti diretti e genuini con la cultura, la gente… con la Cina, insomma. Per decidere se continuare con il cinese, investendo tempo e risorse, dovevo capire se io e la Cina saremmo potuto andare veramente d’accordo. Stavo per laurearmi e uscì il primo bando dell’Università degli Studi di Perugia per una borsa di studio con un’università cinese. Decisi di posporre la laurea di una sessione e partire. È stata la mia prima Cina. Me ne sono subito innamorata. Ma a posteriori posso dirti di non averla capita durante quei primi sei mesi, anche se credevo di sì. Il mio livello di cinese era troppo basso per dialogare con i cinesi (il modo migliore a mio avviso per comprendere questo eterogeneo e complesso paese) e i miei 22 anni e la mia non sufficiente preparazione culturale sulla Cina mi hanno permesso di guardare solo dall’esterno la realtà cinese. Sono rimasta una mera spettatrice, o una pangguanzhe 旁观者 , come si dice in cinese.

A Chongqing, con un cinese che stava (lentamente e faticosamente) migliorando ho iniziato ad essere maggiormente attiva nelle dinamiche della cultura cinese. Amici cinesi, locali cinesi, ho persino vissuto con una famiglia cinese, divenuta ufficialmente parte del mio cuore e della mia vita ancora oggi. A Chongqing ho scelto la Cina, e l’ho scelta sopra di tutto: sopra la mia famiglia, l’amore e gli amici di una vita. A Nantong ho scoperto, e scopro ogni giorno, ancora una nuova Cina e mi sento maggiormente consapevole delle mille sfaccettature che contraddistinguono questo paese. Non posso dire di non sentirmi più una spettatrice o di sentirmi completamente integrata all’interno delle dinamiche cinesi, ma sono forse divenuta una spettatrice più consapevole e attenta. Amo le possibilità che questo Paese mi offre, le mille sfide che ogni giorno mi obbliga ad affrontare, il calore della gente (che spesso però per un europeo può essere un’arma a doppio taglio), il fatto che sebbene abbia iniziato in Cina una nuova vita in più di un’occasione lontano da ogni affetto, non mi sia mai sentita sola. Vai in un parco per leggere un libro, in un ristorante per un pasto veloce da sola e qualcuno arriva, qualcuno a farti una domanda su chi sei, da dove vieni e quale sia la tua storia. Non trovo lo stesso calore, la stessa curiosità in Italia. Paradossalmente mi sono sentita più sola in Italia a volte. Detto ciò, vivere in Cina comporta numerose difficoltà e ostacoli per chiunque non sia cinese. È necessario a questa nuova realtà, altrimenti la Cina ti sovrasta.

Parlando del tuo lavoro: di cosa ti occupi? E soprattutto: come hai trovato questa opportunità? Credi che in Italia avresti potuto trovare un’occupazione simile, ci hai provato, oppure lavorare all’estero era quello che volevi?

Sono un’insegnante di italiano a studenti cinesi. Sono approdata a Nantong grazie ad un bando per ex laureati Unistrasi. Esistono moltissime possibilità di lavoro in Cina come insegnante, soprattutto se si conosce un po’ di cinese. Ovviamente il mercato dell’italiano non offre le stesse possibilità e trattamenti del mercato della lingua inglese, ma ad ogni modo si tratta di un settore in grande crescita. Individuare in Italia possibilità lavorative coerenti con il mio percorso di studi e con ciò che amo fare non è altrettanto facile. Con altrettanta sincerità devo però dire di non aver cercato lavoro in Italia alla fine del mio percorso di laurea. Volevo un’esperienza lavorativa in Cina con tutta me stessa e mi sono concentrata solo su questo. So però, attraverso le esperienze di molti colleghi, che tornare in Italia in qualità di insegnante (professione con un peso sociale considerevolmente diverso in Italia e i Cina) è estremamente difficile. Non sono in molti a farcela.

“Lavoro” e “Cina” sono due parole che mi fanno venire in mente ritmi sfiancanti e produttività massima. È veramente così oppure ci sono dei miti da sfatare?

È in parte vero, ma al contempo è necessario specificare se si sta parlando di cinesi o waiguoren (stranieri). La Cina non riposa mai. Negozi aperti 24 su 24, operai impegnati in riparazioni o lavori per strada a qualsiasi ora del giorno e della notte. Ricordo ancora quando a Chongqing sono uscita di casa alle 4 di notte per andare all’aeroporto, la scena che mi si è prospettata davanti agli occhi è stata la stessa di ogni mattina quando alle otto uscivo per andare al lavoro. Strada gremita di persone, supermercati aperti, lavori in corso, il caos, il rumore. In Cina non esiste il concetto di fine settimana, credo di non sapere nemmeno come si dica giorno festivo in cinese. Ognuno ha il proprio turno di riposo in un giorno diverso della settimana, può essere il lunedì, il giovedì, molto raramente il sabato e la domenica. Ad ogni modo la situazione presenta delle differenze per noi stranieri: beneficiamo di turni di lavoro molto più ragionevoli e giorni di riposo. Devo però dire che ancora non sono riuscita ad abituarmi all’assenza del concetto di “vita privata al di fuori del lavoro”. È frequente essere contattati dai nostri superiori a qualsiasi ora del giorno e della notte, è necessario essere sempre reperibili, non esiste l’idea che al di fuori del proprio orario lavorativo ognuno di noi sia assolutamente libero di dedicarsi alla propria vita privata. Si richiede una costante disponibilità: durante le vacanze, le pause, la sera. Ma con impegno si riesce a mediare tra due culture sostanzialmente diverse e trovare un punto di incontro.

In cosa è diverso il mondo professionale cinese rispetto a quello italiano? Penso alla flessibilità, alla meritocrazia, alla responsabilità, o anche alla possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età… sono problemi solo italiani?

Il modo del lavoro è una realtà estremamente competitiva. Una delle tante realtà per cui si addice perfettamente una delle frasi preferita dai cinesi 中国人太多了ovvero “i cinesi sono troppi”. La competizione è sempre dietro l’angolo. Al contempo è un mondo in cui le eccellenze, i talenti riescono ad emergere… sempre! C’è un opportunità per tutti. I giovani cinesi sono vittime di una fortissima pressione che contraddistingue tutto il loro percorso di studi a partire dal primo anno di scuola elementare fino al temutissimo gaokao, l’esame della maturità cinese. Riuscire ad essere ammessi alle migliori scuole del paese e successivamente ai migliori atenei cinesi diviene la missione principale della maggior parte delle famiglie cinesi. Una volta centrato tale obiettivo però il percorso universitario e l’individuazione di ottime opportunità lavorative diviene estremamente semplice (esattamente il contrario di quello che avviene in Italia). Fondamentale in ambito lavorativo è anche quello di stabilire una buona rete di conoscenze e relazioni, le cosiddette guanxi che non assumono una connotazione negativa come si potrebbe pensare in Italia. Avere buone conoscenze con chi conta nel settore è un motivo di vanto, quasi un’arte. Si viene incentivati a partecipare a cene ed eventi per estendere la propria rete di guanxi.
Sulla base della mia personale esperienza posso inoltre dire che essere giovane o essere una donna non rappresenta un ostacolo nel mondo del lavoro cinese. Per concludere oserei dire che le possibilità sono direttamente proporzionali alla pressione e alla competizione.

Com’è vivere in Cina, quali sono le difficoltà che affronti ogni giorno in questa nuova vita così lontana da casa? Essere italiani viene visto come un valore aggiunto, ti senti ben accolta, oppure ci sono dei pregiudizi che hai dovuto superare?

Vivere in Cina non è semplice, ma altrettanto stimolante. Credo si riesca a vivere a lungo a Cina solo se si accetta di premere il pulsante reset e abbandonarsi ad una nuova realtà. Attraversare la strada, camminare, relazionarsi al prossimo, va tutto rivisto. Credo che questo aspetto non possa essere descritto ma è necessario farne esperienza diretta. Ad agosto finalmente parte della famiglia è venuta a trovarmi ed è stata per me un’esperienza meravigliosa ma al contempo che mi ha portato a riflettere. È stato sopra ogni cosa un’emozione indimenticabile perché per la prima volta ho percepito una congiunzione tra la mia vita italiana e cinese, fino a quel momento ben distinte l’una dall’altra. La parte cinese e italiana che coesistono in me e a cui ero solita dare spazio in base al luogo in cui mi trovavo non dovevano più essere messe in stand-by: si apriva finalmente un canale tra queste due identità che, per dirlo alla cinese, riuscivano a trovare un equilibrio. Al contempo però vedere mia sorella e mio cugino non riuscire a muoversi in quello che loro chiamavano un altro universo, ma che invece per me rappresentava la mia vita quotidiana, mi turbava. Avevo dimenticato cosa significasse sentirsi dei completi alieni in quella terra che ormai era ed è diventata in parte anche casa mia e in qualche modo mi disturbava che potesse essere definita una realtà parallela, un universo a parte.

La sconfitta più grande per me è stato quello di essere rimasta un’outsider in Cina, o perlomeno di non essere riuscita nell’obiettivo di confondermi tra la gente, di essere considerata appieno una di loro. Il mio sogno era quello di preservare la mia identità italiana ma divenire progressivamente parte della cultura e comunità cinese. Un sogno, almeno per me, fallito. La continua attenzione che ottengono passeggiando per strada, salendo in un autobus, mentre leggo un libro in un parco, i frequenti laowai (straniero, wai indica proprio chi viene da fuori) sussurrati per strada mi ricordano che nonostante i vestiti in stile cinese, le mie lezioni di tè e calligrafia, rimarrò sempre qualcuno che viene da fuori. Questo è stato ed è un qualcosa molto difficile da accettare per me ed il motivo per il quale a volte mi chiedo se potrei mai riuscire a stabilirmi in modo definitivo in Cina. La risposta che per ora mi do è no, ma allo stesso tempo, ogni volta che mi allontano dalla Cina per più di qualche mese mi ritrovo a cercare opportunità lavorative per tornare il prima possibile. Una vera storia d’amore fatta di alti e bassi, momenti in cui ci si perde per poi ritrovarsi. Sono lontana dalla Cina da soli pochi giorni e già sogno il momento in cui ci rimetterò piede.

Esiste una comunità di italiani a Nantong? E inoltre: ti sei mai pentita della tua scelta?

A Nantong non esiste una comunità di italiani. Quando sono arrivata sono stata accolta da altre due italiane, Giorgia e Rosa, che sono diventate il mio punto di riferimento. Esiste una grandissima comunità sudafricana, per la maggior parte insegnanti di lingua inglese. A Nantong ho approfondito la conoscenza della Cina ma ho anche scoperto la cultura di alcuni paesi africani, in particolar modo il Sudafrica, Namibia e Zimbabwe.

Lasciare l’Italia non è stata una decisione premeditata e ponderata. È semplicemente accaduto, da adolescente non ho mai pensato di fermarmi a lungo all’estero. Le mie prime esperienze fuori dall’Italia sono avvenute durante il liceo, brevi scambi linguistici. Stessa cosa è avvenuta per la Cina. Sono partita per due borse di studio, la prima a Qingdao e la seconda a Chongqing, per soli sei mesi. Con l’eccezione che la seconda volta, dopo un percorso linguistico di sei mesi in un’università cinese, sono atterrata all’aeroporto di Roma, dove mi aspettava la mia famiglia, con poco più di uno zaino. Ricordo la sguardo di mia mamma, l’unica ad aver capito in quel momento che il resto delle mie cose non sarebbero state spedite per nave, come avevo timidamente sostenuto, ma me le sarei tornate a prendere da sola, a distanza di poco più di un mese, iniziando in Cina il mio primo vero e strutturato percorso lavorativo. È proprio a Chongqing che ho capito che la Cina era quello che desideravo, non potevo semplicemente starle lontano. Il prezzo da pagare è stato alto, ma è comunque una decisione che non ho mai rimpianto. Tutto ciò per dire che non c’è stato un giorno in cui ho capito che me ne sarei andata dal mio paese, ma è stato una serie di eventi ed incontri ad avermi portata dove mi trovo ora.

Passando agli studi: la tua formazione universitaria è avvenuta a cavallo tra Italia e Cina. Immagino che anche le abitudini di studio siano diverse: potresti aiutarci a fare un confronto tra questi due sistemi educativi?

Ho fatto esperienza della macroscopica differenza tra sistema d’istruzione italiana e cinese sia da studente che da insegnante. Me ne sono appassionata a tal punto da approfondire questo tema anche nella mia tesi di laurea magistrale. In Cina le lingue si apprendono seguendo un metodo grammaticale-traduttivo, la grammatica assume un ruolo di assoluta priorità lasciando minore spazio all’uso della lingua target, che spesso rimane qualcosa di distante dallo studente. Ho appreso il cinese spendendo giornate a scrivere caratteri, a memorizzare liste di parole ad esaminare strutture grammaticali. È però solo quando sono arrivata in Cina, parlando per strada, nei mercati per contrattare i prezzi (un must in Cina ed anche un’arte) e quando ho stretto rapporti più autentici con amici cinesi che ho iniziato veramente ad apprendere il cinese. A tutto ciò ovviamente si accompagnavano dei necessari corsi di cinesi con dei docenti che guidavano il mio percorso di formazione. Da insegnate di lingua italiana a studenti sinofoni posso dirti che l’italiano in Cina si insegna insegnando in cinese (che è la lingua veicolare in classe). Sono stata più volte ripresa perché insegno troppa poca grammatica e perché nelle mie classi si parla troppo. L’istruzione cinese al contempo si caratterizza per il rigore, l’attenzione al dettaglio che spesso manca nei nostri percorsi scolastici o di formazione. La scuola dell’obbligo cinese è una realtà difficilissima da comprendere se non se ne fa esperienza diretta. La pressione raggiunge livelli inimmaginabili. I bambini e ragazzi studiano dalla mattina alla sera, l’ossessione del punteggio del gaokao (la maturità cinese) scandisce il percorso di formazione ed, ahimè, l’infanzia della maggior parte dei giovani studenti cinesi. Tutto è finalizzato, pensato, progettato sulla base di questo temutissimo esame che determina l’accesso all’università e di conseguenza il futuro lavorativo. Negli anni di medie e superiori non esistono vacanze estive, weekend. Quando non si è a scuola si è impegnati in corsi privati di inglese, matematica, arte e così via.

Se potessi, cosa cambieresti in Italia e in noi giovani italiani? Parlo di mentalità ma anche di competenze, mi viene da pensare che nel mercato globale ci sia bisogno di giovani che sappiano le lingue e siano tecnologici: secondo te noi italiani possiamo essere competitivi in questo?

Sinceramente sono tornata per rispondere a questa domanda, perciò almeno per ora non ho una risposta precisa da darti. Le mie principali esperienze lavorative sono state all’estero. Sono tornata per comprendere se io sia in grado di inserirmi all’interno delle dinamiche della realtà lavorativa italiana. Si parla spesso delle numerose mancanze di noi giovani italiani, che indubbiamente esistono e non le metto in dubbio. Al contempo credo però che ci siamo ritrovati in una realtà economica e lavorativa complessa e in molti di noi hanno cercato di reinventarsi, di individuare nuovi settori, nuove abilità. Siamo alla continua ricerca di stimoli, opportunità per formarci, per migliorare è per trovare un modo per farcela. Ho conosciuto tanti giovani italiani in Cina perfettamente fluenti in 3 o 4 lingue e dei veri talenti nei loro settori.

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Visto il tuo recentissimo ritorno in Italia, hai intenzione di fermarti e stabilirti qui a lungo termine e sfruttare le tue competenze acquisite all’etsero, o credi il richiamo della Cina possa tornare a farsi sentire presto?

Sono tornata in Italia da pochi giorni per una sfida con me stessa e per provare a comprendere se lavorare in Italia possa rappresentare un’opzione che mi entusiasma e stimola. Insegnerò lingua cinese in un liceo, una realtà indubbiamente diversa da quella a cui sono abituata. Questo è da sempre stato uno dei miei obiettivi, ho accettato perciò questa offerta con grande entusiasmo ma anche tanta preoccupazione e timore. Timore di non centrare l’obiettivo, di non riuscire a proporre ai mie nuovi studenti la Cina come vorrei. L’obiettivo che mi propongo è di spingerli a sviluppare un proprio personale punto di vista su una realtà culturale e sociale estremamente eterogenea quanto affascinante e di riuscire ad avvicinarli il più possibile a questa lingua, che non venga percepita come una realtà linguistica distante anni luce ma come una possibilità, una possibilità di scoprire una cultura e una lingua che a me hanno arricchito e cambiato la vita.