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Intervista a Donato Zarrilli, ingegnere di ritorno in Italia: “La mia è stata una scelta di cuore, ma qui c’è ancora molta strada da fare”

Non solo partenze, valigie chiuse, voli da prendere e nuove città da esplorare. A noi di The Italians piace parlare anche di ritorni, di chi – felicemente e per scelta – ce la fa a tornare a casa, in Italia, con quel bagaglio di esperienze in più e con la prospettiva di tutta una serie di porte aperte davanti. È questa la storia che vogliamo raccontarvi questo mese: il nostro Italian di ritorno si chiama Donato Zarrilli, 31 anni, originario di Calitri in provincia di Avellino. Dopo la laurea in ingegneria a Siena e un progetto di ricerca in Inghilterra su reti elettriche e fonti rinnovabili, attualmente Donato risiede a Genova dove ha trovato il giusto equilibro tra lavoro e vita privata. E tra le escursioni in montagna, un giro in bici e qualche tomo di storia antica – alcune delle sue passioni – ha deciso di raccontarsi per noi.

Ciao Donato! La tua è una di quelle storie che ci piace raccontare: dopo 8 mesi all’estero sei tornato in Italia, rifiutando anche un’offerta di lavoro a Edimburgo. Puoi raccontarci cosa ti ha spinto a prendere questa decisione?
Una volta conclusa l’attività di ricerca a Manchester, sono rientrato in Italia per discutere la tesi di dottorato. In quel periodo ho ricevuto diverse offerte di lavoro da università e aziende estere. La più interessante fu sicuramente quella di una start-up di Edimburgo che progetta tecnologia avanzata per reti elettriche del futuro. Congiuntamene però ricevetti un’offerta altrettanto interessante da una prestigiosa casa automobilistica italiana. Ricordo di essere stato molto combattuto: da una parte c’era la possibilità di applicare in azienda gli studi intrapresi per anni in università, dall’altra quella di rientrare in Italia e far parte di una grande multinazionale. La mia è stata una scelta di cuore, perché entrambe avrebbero potuto darmi le stesso possibilità in termini di carriera. Alla fine, l’idea di poter contribuire allo sviluppo di un prodotto made in Italy di fama internazionale mi ha portato a scegliere Maserati.

Sappiamo che attualmente lavori in ABB a Genova, ma raccontaci qualcosa in più: in cosa consiste il tuo ruolo? Quali sono le difficoltà inevitabili che il rientro in patria ti porta ad affrontare? È per te una vittoria?
Da qualche mese lavoro a Genova dove mi occupo di progettazione di sistemi di gestione dell’energia per reti elettriche del futuro, le cosiddette “smart grids”. L’obiettivo è quello di massimizzare l’integrazione nella rete delle fonti rinnovabili per poter abbassare i livelli di emissioni di CO2. Fortunatamente non ho avute grosse difficoltà nel rientrare in patria. L’unico grande ostacolo è stato quello di riadattarmi alla macchinosa burocrazia italiana, alla poca efficienza della pubblica amministrazione e bassa qualità dei servizi erogati ai cittadini. Nonostante ciò, per me è stata e resta una grande vittoria quella di esser in patria in questo momento. Non ho mai pensato di potermi trovate male a lavoro o di pentirmi della scelta fatta di rientrare in Italia, cosa che posso confermare anche ora a distanza di anni. Ormai far parte di una multinazionale e lavorare in Italia o all’estero è quasi la stessa cosa. La mia paura più grande esulava dal lavoro in sé per sé, e riguardava tutto il resto. La domanda che invece mi ponevo era la seguente “l’Italia può darmi i servizi che ricevevo all’estero, e allo stesso prezzo? Può darmi la stessa stabilità economica?” A questo ancora non so dare risposta, sicuramente all’estero ho trovato un’organizzazione nelle istituzioni e nei servizi erogati nettamente superiore.

Facciamo un passo indietro, torniamo agli anni del tuo dottorato. Quella è stata la tua prima esperienza lontano da casa? Perché hai scelto di partire? Credi sia necessario, per trovare lavoro in Italia, fare prima dell’esperienze fuori?
Durante il dottorato ho fatto diversi viaggi di breve durata all’estero, sempre per collaborazioni su progetti europei e presentazioni a conferenze internazionale dei miei lavori di ricerca. Ricordo che subito dopo la laurea magistrale andai a San Diego in California per presentare la mia tesi magistrale alla conferenza SIAM (società di matematica applicata all’industria). Come queste tante altre esperienze simili. Credo sia fondamentale per tutti i ragazzi fare un’esperienza di studio e/o lavoro all’estero. Oltre al fatto che sia decisivo per la costruzione di un ottimo curriculum vitae, rappresenta un’esperienza di vita senza eguali. Imparare una nuova lingua, a vivere da soli, ad accettare la diversità, e condividere tempo e spazio con persone sconosciute sviluppa capacità interpersonali che altre esperienze non potranno e non riusciranno a darti.

A proposito del tuo PhD: di cosa ti sei occupato, qual era l’obiettivo della tua ricerca? Hai trovato differenze tra il sistema educativo italiano e quello inglese?
E’ stato proprio col dottorato che ho iniziato ad occuparmi di tematiche legate alle smart grids. In Italia la ricerca era focalizzata principalmente sul sistema elettrico, mentre in Inghilterra si iniziava già a ragionare in termini di sistemi multi-energy. Non si considerava soltanto l’elettricità ma anche altri vettori di energia quali il gas, e acqua calda e fredda per il condizionamento. Oltre ad una visione più futuristica e completa della tematica di ricerca, non ho trova altre differenze significative. Anzi ritengo che la formazione ricevuta in Italia sia altamente competitiva con quella di altri paesi europei e non.

Non appena concluso il tuo dottorato è iniziata per te l’esperienza in Maserati, per la quale hai lavorato due anni. Una doppia vittoria, insomma: sei tornato in Italia e sei riuscito a trovare subito un’occupazione. Di cosa ti occupavi e come sei riuscito, se posso chiedertelo, ad ottenere subito un incarico sicuramente ambito da molti?
Per me Maserati rappresentava il coronamento di un sogno che forse nutrono la maggior parte gli studenti di ingegneria. Per due anni ho vissuto l’intensità della vita di stabilimento, tra turni di lavoro e riunioni in direzione. Mi occupavo di supervisionare la produzione di un tratto di linea in cui venivano prodotti i modelli ghibli e quattroporte. Ero inoltre responsabile del pilastro “workplace organization” (organizzazione della postazione di lavoro) che rientra tra le dottrine WCM per il conseguimento del miglioramento continuo dei processi aziendali.
Secondo la mia esperienza, oltre ad avere un buon curriculum bisogna dimostrare passione per il lavoro che si vuole intraprendere ma soprattutto determinazione in fase di colloquio. Non bastano soltanto le competenze tecniche; bisogna lavorare anche sulle soft skills. Poi come abbiano fatto a selezionare proprio il mio curriculum su migliaia ricevuti non lo so, sicuramente la fortuna ha giocato anche a mio favore.

Dal tuo profilo LinkedIn emerge anche un altro lato della tua personalità: quello legato al volontariato. Che cosa fai e perché lo fai? In cosa questa esperienza ti rende migliore nella vita quotidiana?
Sono ormai diversi anni che svolgo attività di volontariato in ambito scientifico e non. Ad esempio, negli anni passati mi occupavo di revisionare articoli scientifici per diverse riviste internazionali. Ultimamente invece con alcuni colleghi stiamo cercando di mettere su una community no-profit di professionisti che possano mettere la propria esperienza a disposizione degli studenti che si stanno approcciando al mondo del lavoro. Lo faccio perché è sempre stato un supporto di cui avrei voluto beneficiarne in qualità di studente ma che non ho avuto. Oltre al fatto di rendermi più giovane, mi permette di conoscere nuove persone, di acquisire fiducia in me stesso, di imparare nuove abilità e di farmi sentire bene facendo del bene.

Si parla tanto di “fuga di cervelli” ma sempre troppo poco, o non come si dovrebbe, di “ritorno di cervelli”. Due domande. Molto spesso si parla del problema della mancata meritocrazia nel Belpaese: pensi che sia solo questo il motivo che spinge sempre più Italian a portare altrove le proprie competenze o c’è anche altro da considerare?
No assolutamente, c’è anche altro da considerare. Innanzitutto, in Italia le condizioni per poter vivere autonomamente all’età di 30 anni sono poche e geograficamente confinate al nord. Una persona come me, anche se è riuscita a rientrare in Italia, ha pochissime speranze di farsi una vita nel paese in cui è nato. In più all’estero danno da subito molte più responsabilità ai giovani facendoli sentire parte integrante del team di lavoro, offrono una crescita di carriera più veloce, oltre a degli stipendi nettamente superiori (al netto del costo della vita) e ridiscussi ogni anno (cosa importante e da non trascurare). Per ricapitolare, oltre alle poche opportunità di lavoro che offre il nostro paese, resta il problema della scarsa considerazione e della difficile possibilità di crescita.

La seconda domanda: il nostro motto è “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”. Secondo te, cosa si potrebbe fare per velocizzare questo processo? Partendo dalla tua esperienza, quali sono i presupposti base che l’Italia dovrebbe garantire ai propri giovani e come potrebbe farlo?
La risposta è piuttosto semplice: essere competitivi con gli altri paesi, quindi offrire le stesse opportunità. Fino ad una decina di anni fa, dopo il dottorato e qualche anno di post-dottorato la maggior parte dei ricercatori riusciva a diventare un accademico. Ora questo è diventato sempre più difficile per via dei pesanti tagli che ricerca e l’università italiana ha subito negli ultimi anni. Pochi sono quelli rimasti in Italia e che accettando contratti di lavoro rinnovabili e un lavoro precario. Molti si sono rivolti ad università e istituti di ricerca all’estero che ha permesso loro di una posizione lavorativa stabile, di crearsi un gruppo di ricerca proprio e di ricevere supporto finanziario dai propri istituti governativi.
Un ruolo fondamentale qui lo gioca la politica, che dovrebbe puntare di più sulla ricerca ed istruzione ed eliminare il divario esistente tra scuola e lavoro. Invece nelle aziende e negli uffici pubblici dovrebbero dare più spazio e responsabilità ai giovani, che hanno sicuramente più motivazione dei vecchi padri-padroni che non intendono mollare la presa. Per concludere, penso che il flusso migratorio non si possa fermare, soprattutto in una realtà dove l’internazionalizzazione rappresenta un valore aggiunto per studenti e lavoratori. Se da un lato è auspicabile incentivare il ritorno dei cervelli in Italia, dall’altro è ancora più importante attrarre cervelli stranieri nel nostro territorio, attraverso l’internazionalizzazione dei poli universitari e facilitando la loro integrazione nel mondo lavorativo italiano. Ma su questo tema sembra che le nostre università stiano lavorando piuttosto bene.

Che consiglio daresti ai tanti italiani che studiano o lavorano all’estero e che vorrebbero riuscire a tornare in Italia?
Trovare lavoro in Italia dopo un’esperienza significativa all’estero è molto facile ma potrebbe chiedere di scendere a compromessi, cosa che non tutti, e soprattutto i meno giovani, sono disposti a fare. Il mio consiglio resta comunque quello di mantenere un buon network di conoscenze in Italia (molti ritengono che il successo è proprio legato alle connessioni!) e di seguire costantemente le offerte di lavoro adatte al proprio profilo professionale. Scrivere un buon curriculum e creare un profilo Linkedin accattivante rappresentano gli elementi vincenti per essere invitati ad un colloquio e di ricevere un’offerta di lavoro. Tutte le ho offerte di lavoro che ho ricevuto, sono partite da Linkedin.

Per concludere, parlando di progetti futuri: adesso che sei in Italia, hai intenzione di restarci a lungo oppure ti attende presto una nuova avventura?
Al momento non ho particolari necessità di andare via o di cambiare lavoro. Sono da poco riuscito a ricoprire una posizione pertinente al mio percorso di studi e per giunta in Italia. Come tutti noi però abbiamo sogni nel cassetto e obiettivi ben definiti di cui focalizziamo la meta ma non conosciamo il percorso. Essendo una persona molto dinamica e flessibile, sono sicuro che non mi farò sfuggire opportunità che potranno migliorare sensibilmente la qualità della mia vita, che esse siano in Italia o all’estero.

Intervista a Marta Casciola, Sales Executive a Londra: “Le aziende italiane hanno paura di investire sulle persone, ecco il problema”

Per l’intervista di aprile abbiamo deciso di lasciare da parte le domande formali e di dare libero sfogo alla curiosità e alla penna. Non potevamo fare altrimenti, soprattutto una volta conosciuta la nostra esuberante Italians del mese: si chiama Marta Casciola, ha 32 anni ed attualmente si trova a Londra, dove lavora come Sales Executive in una azienda italiana nel mondo del lusso.

Ma non vogliamo spoilerarvi altro. Quindi silenziate i cellulari, prendetevi un momento libero ed immergetevi nei racconti di Marta. Vi sembrerà di viaggiare con lei attraverso la verde Umbria, l’operosa Inghilterra e anche verso la lontana Cina.

Eccoci qua, Marta. Raccontaci qualcosa di te e della tua storia

Cercherò di essere più breve possibile, dato che chi mi conosce afferma che sono prolissa e mi dilungo in argomenti che distolgono l’attenzione dal filo del discorso… l’ho fatto di nuovo…

Sono Marta Casciola, sono nata a Foligno, in Umbria, una delle poche regioni non bagnate dal mare. Lo sottolineo perché adoro il mare e soffro ogni giorno per non avere i soldi per comprarmi una bella villetta sulla spiaggia in Sicilia. Ho vissuto un pezzo di vita a Foligno ed un altro pezzo ad Assisi, città serafica, città di San Francesco, città di religione, spiritualità, arte e cultura, nonché città della Pace. Ci tengo ad aprire una parentesi, non siamo tutti “religiosi” in quella città. A volte me lo chiedono: io ad esempio, sono atea. Adoro quel paesino, perché non è proprio una città, è un via vai di persone che la visitano da tutto il mondo. E lei rimane “Oriente, se proprio dir vole” ( Dante- Paradiso Canto XI)

Non devo nemmeno descrivervi la sensazione di vivere in quello che inizialmente era un insediamento etrusco, poi una città romana, poi medievale, poi rinascimentale. Insomma, ha attraversato tutti i periodi storici italiani ed europei. La sensazione è di vivere in un film di Tornatore. Trovi meraviglie e pezzi di storia ovunque. I tramonti sono da brividi e super romantici. Ha un solo problemino. È in Italia. E non starei qui a scrivere se noi italiani non avessimo “problemini” a trovare un lavoro, ad essere promossi, trasferiti, ad evolverci, all’adattarci al cambiamento.

Perché diciamocelo, siamo come quel vecchio capo che è ancora attaccato ai report scritti a matita. Il sistema è lento, il metodo obsoleto e poco funzionale. Possibilità di errore molto elevata. Badate bene, io amo il mio paese e quando, soprattutto in Inghilterra fanno battute su stereotipi italiani, prima rido (perché un po’ è vero) e poi mi viene automatico rispondere a tono: “ Quando noi friggevamo, voi ancora pelavate le patate!!” … Che in inglese non fa nemmeno ridere.

Comunque, per non allontanarsi troppo dall’autobiografia, vivendo in questa conca di cultura e storia, sono stata da subito affascinata da altri mondi. Ho studiato Lingue ed Economia presso l’Università di Perugia e durante i miei studi ho sempre lavorato. Come fanno tutti, soprattutto in Italia, per guadagnarmi le vacanze estive o la cena fuori con le amiche ero costretta a lavorare. Ho avuto la fortuna di avere due genitori che hanno sempre appoggiato qualsiasi cosa facessi e soprattutto mi hanno sempre resa curiosa e indipendente, cosa non così ovvia oggigiorno. Grazie a loro ho avuto la fortuna di essere stata introdotta alla lettura, ai viaggi, al cosiddetto personal improvement. Così ho fatto quello che 15 anni fa non facevano tutti ma che, almeno da quello che sento dire, è abbastanza facile fare ora: l’Erasmus.

Hai fatto la tua prima esperienza fuori casa molto presto, quindi. E poi cos’è successo?

Visto che è da quando l’ho scoperta ad 11 anni che l’Inghilterra esercita una forte influenza, scelsi ovviamente una meta in terra anglosassone: Manchester. Certo i tetti rossi alla Oliver Twist non erano certo i templi romani, i castelli medievali e le case di pietra rosa immerse nel verde. Però l’accoglienza, la disponibilità a spiegarti ogni minimo dettaglio, l’ambiente stimolante in cui si studiava, le biblioteche aperte 24 ore su 24, gli insegnanti che, con metodi mai visti, all’università, facevano giochi interattivi, discussioni e dibattiti in classe, essays o temi a casa che valevano “punti” per l’esame finale, scritto. Insomma tutto era “diverso” ma estremamente stimolante. Ho rimpianto di non essermi iscritta a tutto il corso. Studiavo due lingue completamente diverse tra loro, come l’Inglese ed il Cinese con un anno di Francese. Ho fatto esami di Economia, Finanza, Letteratura e Cultura Inglese, Italiana e Cinese. Ho avuto la possibilità di provare il sistema universitario britannico e non me ne sarei mai andata.

Sono tornata in Italia perché dovevo laurearmi e finire l’università, con la promessa che sarei tornata perché quello che avevo visto, mi era rimasto impresso. Una volta laureata mi capitò l’occasione di frequentare un corso di lingua intensivo presso la Beijing University a Pechino, appunto. Se l’Inghilterra mi aveva segnato, la Cina mi sconvolse totalmente. Pensai che tutti i viaggi che avevo fatto e tutte le esperienze all’estero che avevo vissuto non erano nulla in confronto a tutte quelle delle persone che avevo conosciuto. La mia era quasi ridicola. Non mi importò. Tornai in Italia convinta che, ovunque fossi diretta, non mi sarei fermata passivamente ma avrei cercato a tutti i costi quello che volevo.

E sei riuscita a trovarlo?

Nel giro di pochissimo tempo un’azienda di alta moda e lusso umbra (Brunello Cucinelli) mi prese a lavorare con loro. Feci altri colloqui ma quel mondo era talmente interessante che decisi di rimanere. Sono rimasta per 5 anni in questo ambiente giovane e pieno di iniziative. Un mondo stimolante, che mi ha insegnato a collaborare con tanta gente e che mi ha aiutato a capire il vero e spietato mondo del lavoro. Sono riuscita a farmi strada partendo dal basso ed arrivando a fare ciò per cui avevo studiato. Io ed il mio team gestivamo una ventina di negozi monobrand dell’area cinese e di Hong Kong, alcuni italiani e Taiwan. In pratica eravamo il collegamento tra l’headquarter italiano ed il partner cinese. Ad ogni decisione dei manager, noi facevamo in modo che i negozi la eseguissero. I report passavano per noi, le analisi del mercato, le valutazioni del personale, il buying, le vendite, insomma il lavoro di squadra era fondamentale. In 5 anni ho imparato così tanto e ad ogni livello che a volte mi scordavo di essere in Italia.

Come promesso a me stessa però, una volta arrivati al vertice di una montagna e averne goduto il panorama, era giunto il momento di continuare a muoversi sulla strada di nuove avventure. Successe proprio così: mi dissero “Ti offriamo un contratto a tempo indeterminato”. Ed io risposi: “Ma io non sto lavorando per ottenere un lavoro a tempo indeterminato, anzi … diciamo che in questo momento posso paragonare questa azienda ad un bellissimo ragazzo, affascinante e irresistibile, ma di cui non sono più innamorata. E quando non c’è più sentimento o passione, che motivo c’è di continuare?”. Ringraziai per la splendida esperienza, e voltai pagina. Per un anno lavorai come organizzatrice di eventi ma sentivo che l’Europa mi avrebbe dato una possibilità in più rispetto a quella realtà piccola in cui vivevo. Scelsi Londra perché la conoscevo già molto bene, conoscevo la lingua e pensavo sarebbe stato veramente facile trovare un lavoro che potesse darmi la possibilità di crescere. Sono arrivata in Inghilterra ad ottobre 2018, non è molto quindi che vivo in terra anglosassone. Per ora mi limito a lavorare come Sales Executive in una azienda italiana nel mondo del lusso. Praticamente mi occupo della gestione dello showroom, dei contatti con i clienti a Londra e nel mondo, marketing e sales e progetti con designer e architetti.

Facciamo un passo indietro. Perché se in Italia avevi comunque un buon posto di lavoro hai scelto di partire verso l’Inghilterra?

Partiamo dal presupposto che per me ogni nazione, paese, città ha delle particolarità, delle tradizioni, dei luoghi, che per esplorare bisogna vivere. Quindi se avessi la possibilità (e forse un giorno lo farò!) vivrei almeno un anno in ogni paese del mondo. Ho scelto comunque l’Inghilterra come meta iniziale perché la trovo affascinante. La trovo molto lontana in tradizioni e cultura dalla nostra e quindi la sto studiando, cercando di prenderne i lati positivi e chiudendo un occhio su quelli negativi.

Trovo che vivere in un paese totalmente diverso da quello di nascita sia l’esperienza più stimolante che si possa fare nella vita. È importante per l’accettazione di essere umani “diversi” per cultura da noi, e per aprire la propria mente ad abitudini che non sono le nostre. Si impara ad essere disponibili e ad aiutare le persone in difficoltà. Si impara anche che “tutto il mondo è paese” e che molti problemi o sfaccettature che si pensa siano solo italiane, sono ovunque. Si capisce viaggiando e vivendo le tradizioni altrui che alla fine la nostra non è poi così male.

Perché ho lasciato, quindi? Perché non era il contratto a tempo indeterminato di Checco Zalone quello che volevo. Volevo nuovi stimoli, volevo crescere, volevo che l’azienda investisse su di me e chiesi un trasferimento in Cina o in Inghilterra. Non ci fu possibilità di movimento ed io, a malincuore ma sempre più convinta, decisi che la passione doveva essere indirizzata altrove. Probabilmente le aziende in Italia hanno paura. Hanno paura che se hai formato una persona per così tanti anni non potrai ritrovarne un’altra altrettanto brava. Hanno paura di investire sulle persone. Ed è lì, secondo me, su cui dovrebbero soffermarsi.

La differenza, a mio parere e per quanto mi riguarda, tra due paesi come l’Italia e l’Inghilterra si percepisce proprio su questo campo: le persone. A Londra non ha importanza se hai studiato lettere classiche e latino, una volta laureato, puoi fare tutto. Entrare nel giornalismo, fare carriera nel mondo dei media, entrare a lavorare in una azienda di investimenti. Non importa cosa hai studiato e quanto hai preso, importa quanto sei capace ad evolverti, se sei disposto ad adattarti, se sei malleabile ed hai la volontà di crescere ed imparare.

Non sono scappata dall’Italia, né tantomeno mi sento un “cervello in fuga”. Sono semplicemente una persona che è curiosa di esplorare e ricevere stimoli dal mondo. Il lavoro mi ha insegnato che non voglio vivere per lavorare. E non sono venuta in Inghilterra per fare carriera, ma per scoprire qual è la mia strada. Non necessariamente deve essere il lavoro l’obiettivo che ti spinge a migliorare. Per me lo sono molte cose, come il viaggio, la scrittura, le lingue, la conoscenza e la comprensione delle persone e poi anche il lavoro che ti appassiona…. insomma un cocktail di esperienze.

Londra ti sta dando quello che cercavi? Com’è realmente vivere lì?

Quello che mi affascina di più di una città come Londra è il movimento. Esci e tutto è in movimento. Tutto è a disposizione e tutto si muove in maniera veloce. Ed ugualmente succede con il lavoro. Gli svantaggi sono sicuramente relativi all’altissima competizione che si è costretti ad affrontare ed al fatto che ci si deve adattare in tempi brevissimi. Il vantaggio d’altro canto, è che se si è aperti al cambiamento, basta seguire la corrente. Secondo me non si può paragonare Londra ad una delle città italiane. Londra è un crogiolo di etnie, un amalgamato di religioni e mondi differenti, una mescolanza di opportunità e relazioni da instaurare, tanto che è diversa anche dal resto dell’Inghilterra. A Londra potresti uscire ed in un pomeriggio trovare lavoro, in sei mesi se ti impegni riesci facilmente ad occupare una posizione manageriale. In 2 anni potresti benissimo esserti formato abbastanza da trovare un altro lavoro totalmente diverso da quello che facevi prima. Personalmente sento che una città come Londra potrebbe aiutarmi a crescere non solo a livello professionale ma anche nell’approccio con gli altri e nel capire quali sono i miei obiettivi di vita.

Quando mi sono trasferita qui avevo – ed ancora ho – la fortuna di avere già amici che vivono a Londra, principalmente inglesi, che mi hanno sempre aiutato a comprendere meglio certe abitudini. Non posso dire che è facile. Diciamo che trovo l’Italia molto più aperta alle relazioni sociali. Anche l’area di Manchester e dintorni è molto diversa da Londra, molto più disponibili alla chiacchiera amichevole. Qui vige il “Non ho tempo”. Nessuno ha tempo. Lo svantaggio di vivere in una città veloce e aperta al cambiamento è che il tempo è fondamentale. Tutto quello che si può evitare per guadagnare tempo, lo si evita. Il caffè di corsa take away, il pranzo al volo, la birra senza cena, le app per uscire….. un po’ diverso dall’ora e mezza per pranzo, l’aperitivo con cena, le chiacchiere da bar. Ogni abitudine e cultura ha dei pro e dei contro, tutto sta a capire qual è più adatta a noi. Io cerco di scendere a compromessi, quindi vado sempre di fretta ma spesso mi ritaglio del tempo per due chiacchiere “da bar”.

Immagino che anche nelle chiacchiere da bar la parola Brexit si affacci spesso

Eh già! Ormai l’argomento Brexit è diventato uno dei più gettonati nelle conversazioni. “How are you?”, “I can’t believe it’s raining” (veramente non ci credi?) e “What do you think about Brexit?”. Ho una mia opinione, ma non essendo un politico non potrei dare una valutazione oggettiva. Che poi, chi potrebbe darla? Penso solo che i vantaggi sono minori degli svantaggi, sia che accada una “soft” che una “hard” Brexit. Seguo l’argomento come una vecchietta ossessionata da “Cento Vetrine”, però ho anche avuto conversazioni divergenti con Inglesi che prima erano sfavorevoli e poi invece, stufi, non vedono l’ora avvenga il divorzio. Mi sbaglierò ma non penso siano argomenti che un cittadino comune possa decidere così, se due piedi, senza avere gli strumenti per effettivamente valutare.

Per quanto riguarda l’effetto che la Brexit potrà avere sulla mia vita… i prossimi progetti non sono ancora chiari nella mia mente. Mi piacerebbe iscrivermi ad un Master per la gestione delle Risorse Umane qui a Londra, mi piacerebbe entrare nel mondo dell’HR per avere la possibilità di essere ancora più a contatto con le persone. Sto studiando lo Spagnolo in questo momento, da autodidatta. Sperando che un giorno una azienda spagnola mi chiami a lavorare a Madrid. L’Italia a volte mi manca, mi mancano i sapori, le tradizioni, gli amici, la famiglia…. ma non è ancora il momento di tornare a casa!

Estero better. Casa best.

Dalla finestra della mia camera, in una casa nel nord di Dublino, fisso con sguardo assente ma consapevole la gente passare, odo l’indistinguibile vociferare, vuoi per il sovrapporsi delle voci, vuoi per quell’accento tipico degli irlandesi nel parlare una lingua, resa così ancora più straniera. Lo strillo dei gabbiani mi avvicina al mare del mio Paese, mentre una macchina che va contromano mi riporta lontano migliaia di chilometri dal suo odore. Ah, testardi anglosassoni con le loro manie e la loro guida a destra.

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