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Poesia in viaggio: consigli di lettura da e per Italians

Dopo esser passata per i tornelli della stazione metro vicino casa, butto sempre un occhio sulla rastrelliera accanto alle macchinette per ricaricare la Oyster Card. Lì sono allineate ben bene le mappe della metro e volantini vari per offerte e programmi per pendolari e turisti. Nell’ondata di messaggi solidali del post-Brexit che nella capitale inglese, sotto invito del sindaco Sadiq Khan, son fioriti sotto il titolo di #LondonisOpen, un volantino un po’ più corposo è spuntato nell’espositore.

Si trattava di uno dei librettini di Poems on the Underground, un’iniziativa che vede la collaborazione del Transport for London, l’Arts Council England ed il British Council. L’edizione del 2016 si apriva con il sonetto ‘Composed upon Westminster Bridge, September 3, 1802’, un’ode romantica di William Wordsworth, inspirata dalla vista dal ponte di fronte al Parlamento e dedicata all’industriale Londra del diciannovesimo secolo. La collezione includeva composizioni di autori più o meno famosi, celebrando la diversità della nazione, nel suo passato, presente, e futuro di paese che accoglie.

Una più recente edizione, quella distribuita nel 2017, presentava rime di poeti Indiani dell’epoca contemporanea. Gli autori offrivano svariati spunti di riflessione, sulla natura, sulla diaspora del popolo Indiano, sulle tradizioni familiari.

Per l’attento viaggiatore, le poesie, di qualunque di queste pubblicazioni, posson esser lette al di sopra dei sedili nei vagoni della metro. Lanciata per la prima nel 1986, l’iniziativa Poems on the Underground nacque dall’idea di tre scrittori: Judith Chernaik, Gerard Benson, e Cicely Herbert. Oltre che esporre le proprie opere ad un pubblico decisamente più ampio e vario che quello delle biblioteche, il progetto ha lo scopo di portare una spolverata di arte e qualche linea di inspirazione nelle frenetiche vite dei passeggeri.

Non sono pochi gli italiani, inglesi e stranieri vari che, dopo alcuni anni nella movimentata e attraente città, hanno deciso poi di trasferirsi se non nelle aree più in periferia, addirittura in una delle cittadine poco fuori dalla M25 – l’autostrada che circonda Greater London. Le loro esperienze raccontano di vite piuttosto stressate e troppo di corsa. Al di là del luccichio delle strade, delle infinite possibilità culturali e di divertimento, della super flessibile e multitasking vita possibile, Londra è frenetica. Recentemente, stanno spuntando fuori alcuni sondaggi e studi che rivelano alti livelli di solitudine e stress dei cittadini. Per non parlare del tasso di inquinamento, non solo per quel che riguarda l’aria che respiriamo, ma anche per la vera e propria spazzatura, la cultura dell’usa e getta, che “tanto non c’è tempo”, “sbrigati, lascia lì”, e via dicendo, il quale deprime abbastanza se si pensa alle tante proteste e buoni propositi per salvare il pianeta.

Non c’è molto da meravigliarsi che il trasporto sia uno degli argomenti favoriti di chiacchiere e polemiche. Gli scioperi dei lavoratori per quello cittadino sono veramente pochi, ma le linee metropolitane di tanto in tanto rischiano rallentamenti, più o meno leggeri, per via di guasti tecnici o lavori in corso ,ora a quella stazione ora ad un’altra. Chiusure improvvise e inaspettati lunghi tempi di attesa sulla banchina. Ci sono persino due fasce di prezzo differenti, l’off-peak (più economica) e la standard, per scoraggiare turisti e occasionali viaggiatori dal prendere il treno all’ora di punta e sperare così di render i vagoni meno gremiti – pieni zeppi, se rende meglio l’idea – di quanto già non lo siano la mattina alle otto o il pomeriggio alle cinque e mezza.

C’è chi, dopo un po’ di necessaria esperienza lavorativa e sociale nel cuore della city, accetta di non poter più sostenere certi ritmi e che un cambio di stile di vita, mantenendo una distanza decente con la capitale, sia dovuto. È chi, come un vero innamorato/a, non riesce a metter il piede troppo fuori da Londra, e cerca di adattarsi come meglio può agli orari fuori orario, ai prezzi senza calmiere, alle pozzanghere sempre presenti sui marciapiedi, nei parchi, davanti alla porta di casa.

Nelle gallerie della ramificata rete metropolitana continua a non esserci campo né un alternativo accesso ad Internet (se non in alcune stazioni con wi-fi). Qualcuno indossa le cuffie e continua imperterrito a far scorrere il dito sullo schermo del cellulare fisso all’ultima pagina web aperta. Qualcuno sfoglia il Metro mentre il vicino allunga il collo per farsi un’idea dei titoli della giornata. Qualcuno sonnecchia, qualcuno ha aperto un libro. Al di là dell’assordante rumore dell’accelerazione e freno del treno, nella moltitudine e varietà dei tanti passeggeri accomunati da quella corsa, tra gli accattivanti e petulanti cartelloni della pubblicità, un piccolo squarcio si apre al leggere dei versi di poesia, ora di Sujata Bhatt, ora di Robert Burns, Louis MacNeice risiede in questo vagone, Emily Dickinson in quell’altro.

Si tratta di poche parole, di qualche verso, ma per molti pendolari sul punto di cedere a nostalgici ricordi di casa, alla deprimente pila di lavoro in attesa in ufficio, o all’emozionante ma anche affollata settimana che si ha davanti, posson rivelarsi come provvidenziale boccata d’aria fresca.

E visto che la letteratura è quel portale per comprendere l’altro, vorrei tanto che simili progetti di poesia in viaggio diano anche quel guizzo di inspirazione ad abbracciare una cultura più europea, per gli inglesi, e più accogliente, per gli Italiani.

Non è grossa, non è pesante

la valigia dell’emigrante…

C’è un po’ di terra del mio villaggio,

per non restar solo in viaggio…

un vestito, un pane, un frutto

e questo è tutto.

Ma il cuore no, non l’ho portato:

nella valigia non c’è entrato.

Troppa pena aveva a partire,

oltre il mare non vuole venire.

Lui resta, fedele come un cane.

nella terra che non mi dà pane:

un piccolo campo, proprio lassù…

Ma il treno corre: non si vede più.

Il treno degli emigranti, Gianni Rodari

50 sfumature di caffè

Espresso, double espresso, Espresso Macchiato, Espresso Con Panna, cappuccino, Americano, Iced coffee, latte, Flat white, cortado, caramelatte, Latte Milano, caramelatte with semi skimmed milk, cappuccino with soya milk, mocha, white chocolate moka.

E la lista continua, soprattutto perché non siamo ancora passati ai tè. Gli accoglienti coffee shops inglesi, profumati di chicchi macinati e panne dolci, sono in realtà dei locali piuttosto trafficati. Non perdendo la freneticità di molti altri luoghi londinesi, i clienti entrano, ordinano una delle tante varianti nel menù – possibilmente con un’opzione personalizzata, che va dalla cream on top, al caramello doppio, al cioccolato in polvere – e portano via in uno dei bicchieroni di carta con tanto di coperchietto di plastica e stecchetto di legno a mo’ di cucchiaino.

Se invece è stato scelto il drink in, la bevanda viene servita in una bella tazza di ceramica, con piattino ed eventualmente vassoio, al modico prezzo di dieci pences in più sul saldo finale. Non è anomalo pagare con la carta di credito – soprattutto se contactless. E non è infrequente fermarsi a ricaricare il cellulare, finire un lavoro sul computer, o sostare oltre un’ora ad uno dei tavoli con presa o sui sofà del locale, ben a distanza dal bancone del servizio.

Earl Grey, Breakfast Tea, Green Tea, Assam Tea, Chai Tea Latte, Iced Tea, Herbal Tea, Camomile, Jasmine Tea.

Il tipico tè inglese viene servito in una teiera, lasciata al cliente così da potersi servire da solo, arricchendo la bevanda a piacere con zucchero e/o latte. Il tradizionale English Tea include una torretta a più vassoi con mini tramezzini, pasticcini vari, e gli immancabili scornes, accompagnati da crema e marmellata. Si tratta di una vera e propria merenda, delizia dei turisti ed evento speciale della famiglia.

Per quanto diffuso sia il tè in Inghilterra, la tipica bevanda sta lasciando sempre più spazio al caffè; si badi, però, in tutte le sue varietà e capricci. Paese che vai, caffè che trovi. Ed essendo una capitale multietnica e multinazionale, Londra ha accolto e fatto proprie (tutte) le varie modalità di preparazione e di consumo di questa bevanda.

Una macchinetta moka classica sembra essere uno strumento abbastanza costoso e poco comune nelle case inglesi. Più economico e veloce è il caffè solubile. Soprattutto in ufficio, la bevanda così lunga sembra durare per tutta la mattinata o pomeriggio, sempre fumante nelle capienti mugs, mantenendo un livello di caffeina sostenibile e necessario per portare avanti il lavoro. Un po’ come il caffè americano, ma meno acquoso.

Il caffè in filtro sembra stia lentamente scomparendo per la scadenza del risultato, anche se sia ancora l’ultima spiaggia in caso non ci siano alternative o per ritiri sperduti con pochi supermercati nelle vicinanze.

La French Press, o caffettiera a stantuffo, è molto di moda. Per la complessità richiesta nel miscelare la giusta dose di macinato e acqua – quest’ultima al punto giusto di calore, bollente ma non bollita – rimane una tecnica piuttosto fine, ma comunque più portatile rispetto alla moka Italiana, richiedente la fiamma viva di un fornello. L’unico inghippo risulta ancora una volta il macinato fresco: la Lavazza diventa oro – nel vero senso della parola – sugli scaffali dei supermercati inglesi. Ma buone alternative, a portate di tutte le tasche, sembrano essere anche il marchio Starbucks e Fair Trade.

La questione è molto semplice: non si può entrare in un coffee shop, ordinare solo “un caffè, grazie”, e aspettarsi la piccola tazzina da bere in un sorso o da finire scambiando quattro chiacchiere al volo con un amico in piedi vicino al bancone. Allo stesso modo, andando a trovare qualcuno a casa, l’offerta varia con tè, succo di frutta, e in ultimo caffè, il quale non è detto vengo preparato con una moka, avendo a disposizione così tante varianti.

La dinamica cambia, il consumo che se ne fa è diverso, il momento di condivisione che la pausa caffè rappresenta in Italia non è lo stesso. A detta della mia coinquilina, bisogna essere italiani per saper fare un espresso decente, non sciacquato, pur avendo la stessa macchinetta e lo stesso macinato. Ho provato a spiegarle la tecnica della montagnetta e del livello dell’acqua, ma qualcosa va sempre storto.

La tradizione nel nostro paese ha prodotto l’eccellenza ed il primato in un buon espresso. E non è un caso che la maggior parte di quelli che ordinano il ristretto e mini “single espresso” nei coffee shops inglesi siano sempre italiani.

Nel Chai Latte ho compreso l’aroma del tè indiano. Nel solubile, vedo la comodità di un caffè preparato al volo. Nella French Press ho trovato l’alternativa di compromesso, tra un caffè lungo ma con il macinato. Nella Mocha, capisco la voglia di mescolare gusti e ingredienti diversi, tra il dolce, il latte e la caffeina. Con i divani e le prese di corrente dei locali ho intuito il significato del binomio caffè/attività – che sia lavoro, studio, o programmazione – piuttosto che bevanda da pausa o digestivo post pranzo.

Qualunque sia la sfumatura scelta, c’è un caffè per tutti. In una società che sembra aperta e che accoglie e promuove il nuovo, la varietà nelle miscele e le molteplici modalità di preparazione rispecchiano una certa fluidità e, perché no, un certo individualismo e personalità nelle scelte e nei gusti.

Non privatemi mai, però, della mia Bialetti, please.

Differenze di volume

È un fatto curioso che la tradizione riporti il 23 aprile sia come data di nascita che di morte di William Shakespeare. Di sicuro, si sa solo che il famoso poeta sia stato battezzato il 26 aprile 1564. Miti e incerti scribi hanno fatto il resto perché i giorni coincidessero.

Sta di fatto che il Regno Unito è in festa ad aprile. Celebrazioni particolari si hanno in Stratford-Upon-Avon, città natia del Bardo, ma anche a Londra. Il Globe Theatre, meta sempre affollata di turisti e fan del teatro, organizza ogni anno un programma speciale per far memoria del drammaturgo.

Il primo aprile che ho trascorso nella capitale inglese, il teatro circolare aprì le porte gratuitamente a tutti coloro interessati a visitare il museo al suo interno e magari intrattenersi a sentire estemporanei monologhi dal palco. Caramelle con su scritto “Hamlet” (che allora si avviava per un tour globale della durata di due anni) e attività per bambini nello spazio teatrale al coperto erano alcune delle chicche della giornata. Il tutto, però, voleva fare da aperitivo ad una festa ancora più grande, l’anno seguente, quando sarebbero stati ben 400 anni dalla morte del poeta.

Mi fermo un paragrafo per dare qualche informazione in più di localizzazione. Il Globe Theatre si trova al Southbank, una zona centrale bagnata dal Tamigi – un po’ come a dire il Trastevere inglese. A costeggiare il fiume c’è un lungo camminamento collegato all’altra sponda da alcuni dei più famosi – e belli, soprattutto con le luci notturne – ponti di Londra, tra cui il Tower Bridge, il London Bridge, il Millennium Bridge, e via dicendo. Lungo questo percorso, il Globe è in buona compagnia: sul camminamento del Southbank si aprono anche le porte del National Theatre, del Southbank Centre, per non dimenticare i tornelli del London Eye.

Nel 2016, per celebrare il quattro-centenario del Bardo, sono stati installati 37 schermi lungo il Southbank. Il progetto, chiamato “The Complete Walkprevedeva la proiezione gratuita, per tutto l’ultimo weekend di aprile, di 37 video – della durata di 5-10 minuti – con scene tratte dalle commedie e tragedie di Shakespeare, girati sui luoghi reali di ambientazione delle pièces. Questo include, certo, Romeo e Giulietta a Verona, La Bisbetica Domata a Padova, e Coriolano ad Ostia Antica.

L’anno seguente, la British Library mise in piazza, a Trafalgar Square, dei QR codes che indirizzavano al download delle scannerizzazioni del primo folio di alcuni dei manoscritti di Shakespeare. Avere il pdf ad alta risoluzione del primo folio dell’Othello sul cellulare, lo confesso, fa una certa impressione. Per non parlare dello spettacolo Shakespeare Son et Lumière: una colorata animazione, di circa undici minuti, attraversava quasi tutte le opere teatrali di Shakespeare, proiettata sulla facciata della Guildhall Art Gallery e accompagnata da narrazione drammatica dei più famosi versi.

Insomma, non c’è modo di scappare al fascino del grande poeta qui.

Mentre ero in piedi di fronte alla gigantesca candela digitale proiettata sulla facciata del diciannovesimo secolo della Guildhall, accompagnata dall’altisonante “Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”, ripensavo al mio volumone di letteratura italiana.

Adoro le opere teatrali di Shakespeare, e ancor più adoro i vari riadattamenti e modernizzazioni delle sue tragedie. Ma proprio non riescono a prendere il posto di quel più antico “Amor, ch’a nullo amato amar perdona”.

Attraversando la penisola, in qualsiasi secolo della storia italiana, si scopre una ricchezza inestimabile di versi e di personaggi da poterci coprire non uno, ma mille di palazzi con proiezioni digitali. Agli occhi spalancati di familiari ed amiche italiane che ascoltavano i miei racconti inglesi dei vari progetti culturali ai quali avevo assistito, presentavo anche la mia frustrazione e il desiderio di costruire scenari simili per un patrimonio ben più ampio e profondo di quello del Bardo.

La letteratura inglese ha sicuramente molto da raccontare al di là di Shakespeare, ma è curioso vedere come da quest’unico poeta – che sia realmente esistito o meno, a seconda della tradizione che si vuol seguire – ne è stato sviluppato quasi un mito, incantando le nuove generazioni e turisti da tutto il mondo.

Scherzando con alcuni colleghi qui, ricordo loro, di tanto in tanto, delle ambientazioni tutte italiane di alcune tra le più famose opere presentate dalla Royal Shakespeare Company. Ma sembra poco importi loro della Roma repubblicana o delle follie di Caligola, perché il Cesaricidio è uno degli avvenimenti più importanti e drammatici, in fondo, giusto? Altrimenti se ne sarebbero scritte tragedie anche al loro riguardo, come è stato fatto per la storia d’amore di Antonio e Cleopatra.

Come fare a dire che, si, in realtà ci sono volumi, versi, libretti, per tutte le fasi della nostra storia, per l’amore corrisposto o no, per la divisione dell’essere umano in centomila, per le storie d’onore e di sangue della mafia, che rivelano ben altro che il fascino di Al Pacino e Marlon Brando.

C’è il problema del dialetto, è vero, per molte opere. Ma l’inglese di Shakespeare, preso puro, non è molto più comprensibile dei primi sonetti Danteschi. Il medium – il termine stesso ci riporta alla tradizione latina – attraverso cui aprire i libri e raggiungere il lettore, è la chiave. La letteratura è attraente, la cultura affascina. Eppure, anche una rosa senza acqua e senza esser esposta alla luce del sole muore ed il seme rimane chiuso in sé.

L’invito e la speranza è che scaffali e vetrine siano sempre più aperti, in un dialogo con le nuove tecnologie e con la creatività delle nuove generazioni, per far sentire le opere più vicine ad un pubblico, vecchio e nuovo, che cerca, indaga, è curioso. C’è fame di cultura e di poesia, troviamo il modo di impiattarle.

Welcome on board! Cristiana Ferrauti – blogger #theitalians

Multimediale è la parola chiave per le nuove frontiere del giornalismo. Insieme a Multitasking e multiskilled, sono le tre parole per la sopravvivenza e la buona riuscita nella frenetica metropoli Londinese. La bussola di tutto, però, rimane un’insaziabile curiosità per le storie e la poesia della conoscenza.

Cristiana Farrauti ama specificare di essere romana, oltre che Italiana, perché nella Capitale ha imparato ad apprezzare ed amare la cultura in tutte le sue sfumature, dalle lingue antiche ai manoscritti, dagli affreschi alle maestose statue di marmo.

Classe ‘92, si laurea in Scienze Umanistiche alla Lumsa. Dopo un paio di mesi è all’aeroporto di Fiumicino con un biglietto di sola andata per Londra, pronta (o quasi) per un anno all’estero in vista del conseguimento di un Master in Giornalismo Multimediale alla University of Westminster. Il risultato è stato non solo una rubrica arricchita di amici dall’Asia, Europa dell’Est, o Irlanda, ma anche un portfolio colorato di collaborazioni varie con magazines e charities, che si tratti di recensioni, interviste, o lavori con i social media. Nonostante i prezzi esagerati di pasta e parmigiano, i caffè espresso un po’ sciacquati e la pioggia ininterrotta, la città diventa sempre più familiare e, al di là della stereotipica freddezza inglese, accogliente.

Proprio per rompere con gli stereotipi, Cristiana ci parlerà di qualcosa al di là del cliché finanziario della capitale. In punta di penna – perché la penna ferisce più della tastiera – vuole aprire lo sguardo sulla Londra che trabocca di spettacoli, di letteratura, e di multinazionalità.