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Intervista ad Angelica Paolieri, italians a Madrid: «La fuga di cervelli? Vogliamo solo essere riconosciuti come professionisti»

Per l’Italia, la Spagna è quasi una sorella. O una cugina di primo grado, insomma, una di quelle persone con cui cresci per tutta una vita prima di diventarci inesorabilmente amiche. Il clima così simile e accogliente, una lingua che sembra risuonare conosciuta nelle orecchie, i sorrisi aperti e, soprattutto, la vicinanza culturale e fisica verso casa.

Quando dici Erasmus mediamente sei italiani su dieci pensano alla Spagna, e così è stato anche per Angelica Paolieri, 32 anni nata e cresciuta a Città di Castello (in Umbria). Ma nonostante questo, per lei arrivare a Madrid è stata prima di tutto una scelta e una necessità: «Avevo già maturato l’idea di allontanarmi dall’Italia e, poiché avevo già studiato e vissuto in Spagna, ero decisa a tornare qui. All’inizio avevo escluso come possibili mete sia Madrid che Barcellona, non mi attraeva il pensiero di vivere in città molto grandi. Ma nella vita mai dire mai e così, seguendo il corso degli eventi, due anni fa sono finita proprio a Madrid. A parte qualche piccolo aggiustamento di abitudini, come calcolare 30 minuti di tragitto per arrivare puntuale a qualsiasi appuntamento, la vita a Madrid non è molto differente dalla mia cara provincia umbra.».

Lontano dai cliché e dalle consuetudini imposte, la quotidianità in Spagna è stata una vera sorpresa per Angelica. Soprattutto per la burocrazia, invece uno dei tasti dolenti italiani: «Non riuscivo a crederci all’inizio, ma qui è veramente tutto molto più semplice e agevole rispetto che in Italia – racconta – esistono applicazioni per qualsiasi cosa, sia per prendere appuntamenti dal proprio medico di famiglia che per fare ogni tipo di documento. In questo modo eviti che ci siano ritardi o code, almeno nella maggior parte delle volte».

Anche a livello lavorativo la capitale della Spagna è stata una scoperta: «Qui è tutto molto più rapido e snello e, per chi ha voglia di coglierle, ci sono molte opportunità per fare carriera. Quando sono arrivata ho subito trovato lavoro e, anche se non era quello per cui avevo studiato, ho accettato per imparare e conoscere le persone, la cultura, la città. Certo – prosegue Angelica – non in tutta la penisola le condizioni lavorative sono le stesse, ma a Madrid c’è molto ricambio di gente e lavoro». 

Ma facciamo un passo indietro. Per l’intervista di aprile niente domande scritte: con la nostra italian del mese Angelica abbiamo parlato di giovani, opportunità lavorative, formazione e – ovviamente – della cosiddetta fuga di cervelliUna sorta di flusso di coscienza alla James Joyce, per intenderci, condita di suggerimenti e anche un po’ di nostalgia. La sua è una storia di coraggio, una di quelle dove anche solo per muovere un passo e iniziare a camminare verso i propri obiettivi bisogna crederci con tutte le proprie forze.

Attualmente, Angelica lavora nel campo della moda e del design a Madrid, dove si occupa di consulenza di immagine in una gioielleria nel distretto commerciale di lusso, scrive contenuti per marchi e riviste del settore, collabora con un profumiere artigianale e con un’agenzia di comunicazione e disegno. «Ho molti progetti in cantiere, anche se riguardano tutti Madrid per il momento – aggiunge, una nota di rammarico nella voce – a livello formativo ho iniziato un corso organizzato da una famosa rivista di moda per specializzarmi nel personal branding, mentre a livello lavorativo assessoro imprese che vogliono entrare nel mercato spagnolo».

La sua vita in Italia, prima, era molto diversa: dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza, Angelica ha lavorato in uno studio legale come praticante e poi come avvocato. Ma la passione per la moda le è stata sempre accanto in questo percorso, tanto da farle scrivere una tesi di laurea magistrale incentrata sul contratto di franchising comparato tra Italia, Francia e Spagna.

Per reinventare se stessa e realizzarsi completamente, Angelica ha dovuto cambiare paese: «Sono partita con la voglia di uscire dalla mia zona di comfort e di seguire la mia vocazione personale – spiega la nostra italian del mese – ero abituata ad una professione fatta seduta sulla sedia e china alla scrivania, ma adesso sto imparando a gestire una nuova vita composta da più attività, più moderna, una vita concreta e possibile perché qui la flessibilità oraria e soprattutto quella mentale è considerata fondamentale». 

Il filo rosso di tutte le sue esperienze fuori dall’Italia è sempre stata la Spagna, quasi un porto sicuro dove tornare, riempire di nuove conoscenze il proprio bagaglio e quindi ripartire nuovamente. La prima esperienza lontana da casa è stata a 14 anni in Olanda con uno scambio culturale, poi l’Erasmus a Siviglia, poi Strasburgo per l’Erasmus Placement e quindi di nuovo la Spagna con un master all’università di Salamanca in Diritto spagnolo per giuristi stranieri.

«A livello di competenze noi italiani non abbiamo nulla da invidiare agli altri – commenta ancora – quello che manca al sistema universitario italiano è la pratica, una proiezione verso il futuro fuori dalle aule. Studiamo molta teoria e quando ci laureiamo alla  fine siamo pieni di nozioni, anche se poi magari troviamo difficoltà a fare una fattura o scrivere una lettera».

La soluzione ideale? Una mediazione tra diversi sistemi di formazione, anche se per essere competitivi nel mercato globale non è ancora sufficiente: «Dobbiamo puntare di più sulla conoscenza delle lingue straniere e sulle competenze tecnologiche – suggerisce Angelica – e forse dovrebbe essere obbligatorio fin dal percorso scolastico inserire almeno un’esperienza all’estero. Perché è veramente importante entrare in contatto con una lingua straniera fin da giovani, non come materia da studiare, ma come strumento di comunicazione e di confronto».

Un dialogo a più voci e a più lingue consentirebbe forse all’Italia e ai suoi giovani di sentirsi parte di un mondo che gira intorno a loro e che cambia ad ogni battito di ciglia, e la possibilità di esprimersi frenerebbe forse l’allontanamento (volontario e non) di così tante persone. «La fuga dei giovani italiani dipende dalla nostra voglia di essere riconosciuti come professionisti – conclude Angelica Paolieri – il mercato del lavoro e le istituzioni italiane tendono a vederci come una risorsa da cui attingere e non su cui investire. Passiamo anni a collezionare titoli, passando per lunghi tirocini per arrivare poi, se tutto va bene, alla firma di un contratto di lavoro imbarazzante. Eppure abbiamo ancora voglia di provarci, molto da offrire e voglia di rimanere».
Alle giuste condizioni.

LA PEGGIO GIOVENTÙ

Premessa: ormai il termine giovane in Italia è inflazionato è accostato ad ambigue realtà, con criteri abbastanza peculiari e del tutto soggettivi. Spesso incongrui.

Da queste parti c’è per chi è giovane Renzi: un bel giovanotto di 41 anni, così smart, così vispo, insomma alla fine dei conti, così DC. C’è per chi è giovane una riforma, magari proposta per la prima volta negli anni ’60 dello scorso secolo, durante il baby-boom. C’è per chi è giovane l’Unione Europea, che chiede, chiede, chiede… senza fermarsi mai, come un teenager viziato che non vuole sentire ragioni. C’è chi dice che ormai con la crisi, il tasso di disoccupazione, il tradimento del patto generazionale, chi ha 30anni più essere considerato giovane in Europa. Ma poi c’è chi a 42 anni viene catapultato su una poltrona da ‘grande’, come Michel Martone; e dice a tutti i disoccupati plurilaureati che non riescono ad accedere ad un mondo del lavoro: settario, clientelare e nepotista, e non si pagano nemmeno permettersi un affitto, che sono dei ‘bamboccioni’… che fa, mischia le carte? Così svela a tutti che non è grande abbastanza per parlare in pubblico: ancora un troppo immaturo:  “domani si presenti accompagnato dai genitori”, si diceva un tempo. E uno a chi deve dare retta? Giovane o non giovane in un paese dove si passa da chi reputa giovane una start-up che rivoluziona il modo di vivere del pianeta, a chi reputa giovane qualsiasi cosa non sia datata come Giorgio Napolitano (90 anni). È giovane un miracolo italiano come quello di Cucinelli (53 anni)? Oppure un’influencer come Chiara Ferragni, che è una degli under 30 più influenti del mondo? Uno, l’altro, tutti e due? Chi è giovane?

Quando mi si viene a dire che certi personaggi, tipo la Ministra Boschi o la Ministra Madia, entrambe 35enni sono promesse giovani per svecchiare la politica… Be’ mi viene da rimpiangere la lucidità e la leggiadria delle idee della senatrice partigiana Lidia Menapace, ultra 90enne recentemente chiamata a dibattere sulle ultime affermazioni, puerili quanto incongrue, delle nostre baby-ministre: così smart, così blonde... insomma così bauscia da Italia conformista degli anni ’50. Proprio non saprei. La politica porta in grembo cambiamento e prospettive. Allora con un po’ delusione in corpo per questa stagnazione nel sistema; per questo stagno dove si pescano trote tutte uguali – se si possiede un po’ di pelo sullo stomaco s’intenda – può pensare di rivolgersi a quella simpatica gioventù scapiata dell’M5S, tutti pepe e cambiamento: un giovane Di Battista (37 anni), una giovane Raggi (38 anni) – eh… – ma poi la Raggi in calo di consensi come candidata sindaco di Roma mi fa la mossa della dichiarazione pubblica su Uber: per guadagnarsi il voto dalle lobbies dei tassisti. Brava, come mai un vecchio e classicissimo approccio al voto in mano ad una promessa così giovane? Ed ecco che in bocca ad un candidato giovane fuori, ma forse non giovane dentro, viene fuori l’idea che A.T.A.C. possa essere una cosa giovane, fighetta: così smart, così fast… così nostalgici che almeno quando c’era il Duce le corriere arrivavano in orario.

Giovane è diventato un brand. Un promessa, ma nessuno vuole capire che ormai nel nostro mondo essere giovani è uno ‘state of mind’, non una generazione. La rottamazione che ci millantano, di giovanile ha solo l’età anagrafica; ma sotto la foto nella carta d’identità, tra i biondi riccioli botticelliani e le folte pettinature corvine si nascondono vecchi parrucconi bianchi: come Dorian Gray nascondeva in soffitta il ritratto della sua verrà età. E questo non vale solo per i politici, che si sa, è facile sparargli contro, come sulla croce rossa o come sui fagiani: che se li rincorri con la doppietta non volano ma corricchiano. Questo vale anche per noi neolaureati assetati di potere e carriera, professionisti senza scrupoli sempre pronti allo scambio, al passaggio di consegne ignobili, al favoritismo, all’insider trading, all’impiccio, all’imbroglio, al mantenimento dello status quo. Ve lo dico io che sono un’ aspirante giornalista disoccupato e squattrinato, e ne sento tante.

Non lo so, sarà che io ho 28 anni, e mi avvicino inesorabilmente agli enta… sarà che mi sento già così vecchio; ma non nel fisico, che nell’accumularsi dei bagordi di una vita vissuta, tra sigarette e whisky, in una nuotata annaspa sì, ma non molla. Sarà che mi sento vecchio nel morale, nella visione del mondo e nell’affrontare il futuro. Nella rassegnazione.. Sarà che mi sono scoperto istituzionalizzato. Mi hanno istituzionalizzato. Hanno vinto, i parrucconi. E allora escono fuori elucubrazioni simili, conati di vomito davanti al telegiornale e sogni golpisti. Sono tanto stanco, e a volte vorrei fuggire via. Ma poi penso alla voglia che avevo di spaccare il mondo a 16 anni, quando ero giovane – per come lo intendo io – e quel ragazzino, be’, ancora non lo voglio tradire. Non proprio io.

 

 

 

Tornando s’impara.

Una delle cose belle di vivere all’estero è avere la possibilità di fare il turista a Roma, per cui l’unico rimpianto per esserci nato è il non poterlo mai essere realmente. Lo scorso weekend, con la scusa del compleanno di uno dei miei più cari amici, ho potuto assaporare quel gusto di eterno, quella bellezza libera dalla condanna di occhi abituati, quell’eccitazione sorpresa di chi scarta un regalo non immaginandolo così bello.

Durante quest’esperienza all’estero non sono tornato spesso a Roma, se non nelle situazioni “dovute”, come Natale e Pasqua. Vuoi perché non avrebbe senso farsi ogni weekend a casa, vuoi perché ogni volta ripartire è una sofferenza, che ho cercato di limitare il più possibile.

Quando decidi di vivere all’estero, porti avanti un percorso che se interrotto continuamente, perde parte della spinta di cui si nutre. Anche perché ogni volta che si torna, automaticamente si tirano le somme dei risultati ottenuti, di quelli mancati e di quelli che dovranno venire. Ti accorgi se hai raggiunto determinati obiettivi, oppure se sei ancora lontano dal farlo. Ecco, forse tornare a casa rappresenta l’unità di misura con cui valuti quanti cambiamenti ci sono stati, per te, i tuoi amici, la tua città. E l’unico modo per vederli è distaccarsi dal contesto ed ammirare tutto da una prospettiva neutrale, perché l’abitudine copre gli occhi e rende le differenze sfocate, impossibili da percepire.

No, Roma non è migliorata così tanto da poter dire di avercela fatta. Ciò che è migliorato, però, siamo noi. La generazione italiana, quella nata nel benessere di un paese ubriaco ed ingordo e precipitata nel malessere di un paese rimasto vittima dei propri vizi e del proprio egoismo. La generazione che per limiti d’età prima e per limiti di possibilità poi, ha dovuto subire passivamente cambiamenti tragicamente rapidi, per i quali non era preparata e di cui non era neanche responsabile. Non è facile salvarsi da un mare in tempesta, se chi ti ci ha spinto dentro non ha avuto neanche l’accortezza di insegnarti a nuotare. Eppure, piano piano, stiamo raggiungendo tutti la riva.

C’è chi ha continuato a studiare ed ora tiene lezioni all’università, la stessa che i dinosauri desiderosi di mantenerne la poltrona, ritenevano impenetrabile, inaccessibile. C’è chi ha aperto una propria attività, incurante dell’indolente burocrazia italiana e consapevole di non voler lasciare alle complicazioni, paventate da coloro i quali non vogliono novità sul mercato che sovente manipolano, l’energia e la vitalità della propria età, quella più bella. C’è chi lavora in quelle aziende giganti in Italia o all’estero, che fanno del proprio fatturato una giustificazione all’arroganza con cui trattano quei ragazzi colti, svegli e preparati, che umili e testardi non mollano un centimetro, seppur soffrendo ogni colpo ricevuto, consci di essere il futuro. C’è chi lotta per una politica migliore, nonostante i “sono tutti uguali” e i “le cose non cambieranno mai”. Chi, guadagnando quello che in una società libera dallo sfrenato consumismo basterebbe, lavora nel sociale solo per aiutare realmente gli altri, consapevole di quanto sia stato difficile crescere in una società plasmata sull’egoismo sociale. C’è anche chi, stanco di chiedere chi erano i Beatles e compagnia bella, rinnova la musica, la fotografia, la scrittura e l’arte, magari colorando un intero quartiere periferico con murales che portano la pittura a un livello successivo, tanto più alto quanto più vicino alle persone. C’è pure chi partorisce, chi fa nascere nuova vita, ridendo in faccia alle paure di questa società che mai potranno qualcosa contro la forza più grande del mondo.

C’è un nuovo vento, un vento di consapevolezza. Quella consapevolezza che cresce forte e prorompente dentro l’anima di chi non si è fatto abbattere dai colpi meschini e vili ricevuti, mostrandone ora con orgoglio e sorriso beffardo i lividi. La consapevolezza di una generazione nata a cavallo tra la fine di un mondo materiale, avido, corrotto e l’inizio di un altro, che si spera essere più alto, più vero, più umano. Una generazione disorientata e lasciata in balia degli eventi, come dovesse essere solamente qualcosa di passaggio e che invece, spensierata ed incosciente come i giorni migliori, giorno dopo giorno sta cambiando quel mondo, che l’egoismo e la pigrizia delle generazioni passate, preferiva dare per spacciato.

 

 

Qui o si rifà l’Italia, o l’Italia muore.

Chiunque venga a contatto con me appena il tempo necessario a vedermi finire un bitter nazionale, un futurista Campari, è pronto ad affermare che non sono un’uomo di questi tempi, che appartengo al passato. Più verosimilmente, nel caso rispondo che forse l’ho saputo render mio, il passato. Quando ero piccolo pregavo mio nonno di portarmi a Porta Portese la domenica, quando facevano ancora il vero mercato. Mi piaceva l’atmosfera e dovevamo cercare dei soldatini che avessero la sua stessa età. Uguali a quelli con cui giocava lui. Erano di stagno, piatti, con uno spessore appena accennato e la divisa grigioverde degli italiani di Caporetto. Costavano poco e lo facevano sorridere. Sorridevo con lui, anche se non erano così belli, un po’ sgarrupati, privati della vernice di tante battaglie scampate su un gradino. Vecchi di sessantanni. Quando fischiettava il “Piave Mormorò”, gli chiedevo di insegnarmene le strofe, e un po’ me le cantava. Poi mi diceva di starmene buono. E’ morto giovane mio nonno. Durante l’ultima guerra era piccolo e quindi fu balilla, mi raccontava delle marce, delle sfilate e di un piccolo Fez nero, non lo adorava, ma adorava marciare. Rimase orfano di padre e mantenne chi doveva. Ha fondato la sua vita sul lavoro, come l’Italia; non per passione, per necessità. Continua a leggere