Articoli

Intervista al fondatore di Elliot for Water, Andrea Demichelis, l’Italian che trasforma le ricerche online in gocce d’acqua

Imprenditore digitale ecologico. Andrea Demichelis, classe 1993 originario di Laigueglia (Liguria), è uno di quei giovani che ha deciso di fare del proprio lavoro un progetto di ricerca innovativo, unico nel suo genere. Qualcuno li chiama “lavoratori 2.0”; per noi, è l’Italian del mese.
La storia di Andrea inizia a 19 anni quando, finita la scuola superiore e fatte le valige, decide di andare a studiare a Parigi alla Eslsca Business School. Durante l’ultimo anno di università l’illuminazione e quindi, dopo una parentesi di un anno e mezzo in Piemonte dedicata allo studio dello sviluppo del motore di ricerca, la nascita di Elliot For Water, un “Google” ecologico che crea acqua ogni volta che si cerca su internet. Con sede a Londra.

Il suo progetto? Portare acqua potabile a 1 milione di persone entro il 2025.

 

Ciao Andrea! Partiamo subito dal tuo motore di ricerca che dona acqua potabile: com’è nata l’idea di questo progetto? In pratica, di cosa si tratta?

Elliot For Water è l’innovativo motore di ricerca che trasforma la ricerca sul web in un aiuto globale umanitario, usando il 60% del profitto per realizzare progetti legati all’acqua potabile nei paesi in via di sviluppo. Si può dire che ogni click sia una goccia d’acqua. Per realizzare i progetti sul campo ci appoggiamo a ONG locali come Well Found, un’associazione non profit di Londra con esperienza decennale, che opera nel territorio della Guinea-Bissau e del Burkina Faso. In poche parole Elliot For Water è come Google, la differenza è che ogni volta che cerchi qualcosa stai donando acqua potabile, senza però spendere un solo euro. L’idea è nata dal fatto che sentivo di dover fare qualcosa che avrebbe potuto aiutare molte persone, avere un impatto positivo nel mondo, e non solo qualcosa che mi avrebbe reso ricco.

 

Quali sono gli obiettivi e quanto, per adesso, è stato raggiunto? Lavorare sul digitale – come stai facendo te – e sfruttare le infinite potenze della rete: credi sia questo il futuro che attende i giovani?

Il mio obiettivo è quello di portare acqua ad 1 milione di persone entro il 2025. In questo momento stiamo lavorando sul primo progetto di acqua potabile, che ha luogo in Guinea-Bissau, e sarà un grande passo riuscire a realizzarlo.

Io penso che si stia andando verso quella direzione, si. Con questo, però, non voglio dire che tutti devono lasciare lavoro e studi per buttarsi a fare gli imprenditori online, ma solo che ci sarà bisogno di avere una conoscenza di tutto quello che sta succedendo in rete, e delle nuove tecnologie, perché sicuramente questo permetterà di avere enormi vantaggi competitivi, in ogni settore lavorativo.

 

Ma quanto è competitiva l’Italia, rispetto agli altri paesi, sul digitale e sulle nuove tecnologie? Si potrebbe fare di più? E cosa, semmai.

Dal punto di vista digitale ho l’impressione che l’Italia si trovi spesso a rincorrere, che aspetti che la tecnologia o l’innovazione di turno diventi “di moda” in altri paesi, per poi seguirne il trend. Basta vedere le criptovalute, quante persone in Italia le conoscono, al di fuori di chi lavora nel settore? Credo che per fare di più basti poco: aprire le nostre vedute e accettare il cambiamento accompagnandolo e crescendo insieme.

Quello che mi sembra di vedere, e parlo esclusivamente per il mio settore di lavoro, è che il nostro sia un paese abbastanza vecchio, e pesante, in cui difficilmente si fanno passi in avanti verso l’innovazione, e se si fanno sono molto lenti e tra mille difficoltà. Prendiamo solo il caso delle start-up: sia a Londra che a Parigi, per esempio, si trovano letteralmente accelleratori e Hub ogni 50 metri, tra un po’ ci saranno più programmi di aiuto per giovani imprenditori che idee da sviluppare. In Italia, invece, i programmi di questo tipo sono molto meno sviluppati e conosciuti, e quindi è normale che chi si voglia affacciare a questo settore sia più portato a trasferirsi all’estero.

 

Come “Italian” oggi con Elliot for Water sei a Londra, ma sappiamo che prima lavoravi dall’Italia. Come mai questo cambiamento? Quali sono le opportunità che all’estero ti hanno aiutato ad emergere (e che non hai trovato in Italia)?

In realtà in Italia ho fatto solo il periodo di sviluppo perché ero li quando ho avuto l’idea, ed è li che ho incontrato il ragazzo che ha sviluppato il motore di ricerca. Prima di iniziare a lavorare su Elliot vivevo a Parigi, quindi ero già fuori dall’Italia, e dal mio punto di vista la scelta di dove far nascere il mio progetto sarebbe ricaduta semplicemente sul paese che avrebbe potuto darmi più vantaggi, e questo è stato Londra. Ho provato ad aprire la società in Italia, onestamente, ma i costi, sia iniziali che di gestione, erano insostenibili per un ragazzo appena uscito dall’università. Un altro fattore che ha giocato a favore del Regno Unito è stato il fatto che da noi non esistono città con un ambiente così internazionale e così aperto alle start-up come Londra.

 

Quali sono le maggiori differenze che hai potuto notare tra il nostro mondo del lavoro e quello in altri Paesi? Punti di forza e aspetti negativi, ovviamente!

Londra è decisamente più aperta al mondo delle Start-Up, la burocrazia è più snella e i vari procedimenti molto più veloci. Io personalmente non penso si possano mettere a confronto, sono due animali completamente diversi, o almeno per quello che riguarda il mio settore. Se un ragazzo fosse interessato a lavorare nella moda, per esempio, sicuramente la situazione sarebbe molto diversa.

 

Credi che la mancata corrispondenza tra capacità acquisite durante il percorso di studi e il mondo del lavoro sia uno dei fattori fondamentali della cosiddetta “fuga di cervelli”?

Probabilmente si, ma immagino sia così in tutti i paesi, e sinceramente non lo vedo come un problema. Io penso che ogni persona si trasferisca nel paese che può dargli più possibilità in base a cosa vuole fare nella vita. Io che sono un imprenditore che lavora nel digitale mi sono spostato a Londra, ma un americano che vuole concentrarsi nel settore dei vini, per esempio, avrebbe molte più possibilità in Italia che nel Minnesota, e penso sia giusto che abbia il diritto di farlo.

 

Parliamo ora della tua formazione: avendo studiato sia in Italia che in Francia, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi due paesi? Ma soprattutto, se potessi, cosa cambieresti in Italia?

In Italia ho studiato fino al liceo, appena finita la quinta mi sono trasferito a Parigi e mi sono iscritto in una Business School, quindi non ho i mezzi per confrontare i due sistemi educativi. Però posso dire una cosa, nel sistema in cui ho studiato ogni studente sceglie il proprio Major, del quale è obbligato a seguire tutti i corsi, mentre tutto il resto delle classi è scelto dal ragazzo in base a cosa vuole fare nel futuro, e questo lo trovo molto più intelligente e utile che livellarci tutti ugualmente. Io e te, per esempio, possiamo entrambi studiare Finanza, però se io voglio concentrarmi sulle energie rinnovabili mentre tu su Macroeconomia, mi sembra giusto che entrambi possiamo avere la possibilità di focalizzarci di più su materie che servono al nostro percorso personale.

 

Perché secondo te oggi sempre più giovani decidono di partire? Quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

Su questo argomento c’è da fare una distinzione. A mio parere ci sono due tipi di persone che lasciano il proprio paese: i cittadini del mondo, come me, e chi lo fa per necessità.

Ora, nel mio caso io sono Italiano di nascita, amo il mio paese più di chiunque altro, e guai a chi me lo tocca, però non sento la necessità di avere confini. A me piace viaggiare, stare in ambienti internazionali, vivere in un paese dove non si parla la mia lingua, e conoscere altre culture.

Per questi motivi io non sto scappando, sto solo vivendo la mia vita come se il mondo fosse la mia nazione. Nel secondo caso, invece, bisognerebbe vedere settore per settore, capire perché chi davvero vuole rimanere in Italia sia costretto ad andarsene, e cercare di migliorare la situazione in modo che questo non accada più.

 

Che consiglio daresti a tutti quei giovani che hanno un’idea e non sanno come metterla in pratica? Credi sia davvero necessario fare bagagli e andare altrove?

Molto dipende dal settore in cui si vuole lavorare, però non penso sia necessario partire, abbiamo molte Start-Up anche in Italia. L’unico consiglio che mi sento di dare è semplicemente di fare quello che ci si sente, senza doversi ritenere in debito con nessuno. Se si ha voglia di partire, che si parta, se si ha voglia di restare, che si resti. A mio parere il problema sussiste solo nel momento in cui chi vuole rimanere non ha la possibilità di farlo.

 

Cosa potrebbe fare l’Italia per attrarre di più i giovani (sia italiani che di altri paesi), sia in ambito lavorativo, universitario e umanitario? Quali sono i gap da colmare assolutamente?

Immagino questa sia la domanda da un milione di euro! Onestamente non ho una risposta, ma penso che aprirsi all’innovazione, lavorare sulla burocrazia, anche con l’aiuto del digitale, e prendere spunto da tutti quei settori in cui siamo i migliori al mondo, sia un buon punto di partenza.

 

Per seguire Andrea e il suo progetto dell’acqua a portata di click, potete seguirlo su  www.elliotsway.com o su twitter @Andrea_e4w.

Intervista a Stefania Betti – Italians “di ritorno”. Bruxelles – Italia sola andata.

Per l’intervista del mese abbiamo deciso di raccontarvi la storia di Stefania Betti, Italians di 28 anni originaria di Rieti da poco rientrata in Italia dopo ben sei anni di lavoro a Bruxelles. La sua è una di quelle esperienze capace di infondere autostima e positività: finita la triennale a Perugia, nel 2011 Stefania è approdata per la prima volta a Bruxelles e da qui non si è più fermata. Dopo aver vissuto ad Urbino, ad Angers in Francia, in provincia di Macerata, a Milano e di nuovo a Bruxelles, adesso ha iniziato una nuova avventura: tornare in patria. Attualmente si trova ad Ancona dove lavora come Business Developer per GGF Group, “una realtà marchigiana stimolante e in crescita – racconta Stefania – con un team di persone dai profili diversi da cui ho molto da imparare”.

 

Ciao Stefania! Per te dire che sei un’Italian non basta, è poco. Sappiamo infatti che da circa due mesi sei tornata in Italia dopo un totale di 6 anni di lavoro a Bruxelles. Puoi raccontarci cosa ti ha spinto a prendere questa decisione?

Devo ammettere che non ho mai immaginato di passare la mia vita all’estero, e che ho sempre vissuto le mie esperienze fuori come dei passi per crescere e riportare qualcosa “a casa”. Bruxelles mi ha dato tanto (e mi piace pensare che anche io abbia dato qualcosa a lei), ma dopo tanti anni iniziavo a sentire la mancanza di quelle piccole abitudini, della concezione della vita e del calore che in Belgio non ho mai totalmente trovato.

Quando si inizia a vivere all’estero si è presi da un’euforia che ci fa vedere tutto sotto la magica luce della novità, ma quando poi si arriva alla inevitabile routine, quando le persone con cui hai legato vanno via, quando inizi a sentire un piccolo fastidio che ti spinge a cambiare qualcosa, allora ti tornano in mente le cose belle dell’Italia che hai lasciato, e si fa avanti l’idea di provare a tornare e fare di tutto per essere parte di quel cambiamento che tutti ci auspichiamo per l’Italia. Avrei cambiato lavoro comunque, e quindi a dicembre ho deciso di provare a mandare qualche CV anche in Italia.

 

Attualmente sei Business Developer per un’azienda che si occupa di Customer Experience e Business Analysis ad Ancona: in cosa consiste il tuo compito? Quali sono le difficoltà inevitabili che il rientro in patria ti porta ad affrontare? È per te una vittoria?

È indubbiamente una vittoria.

Le difficoltà sono tante, a livello personale e a livello pratico.

Partiamo dal lavoro, dove invece che di difficoltà parlerei di sfide: è un contesto nuovo, devo ancora imparare le dinamiche interne e come usare al meglio le mie capacità per dar valore al mio ruolo e contribuire al successo dell’azienda. Il mio compito oscilla tra una figura di marketing e una figura commerciale: questo implica che devo rimettermi a studiare il mercato italiano e i suoi andamenti, le aziende competitors e come la mia azienda si è inserita nel contesto attuale, dove vuole andare, come vuole crescere, chi approcciare e come. Ovviamente tutto questo rappresenta uno stimolo molto importante e una spinta a livello personale.

A livello personale è difficile re-inserirsi in dinamiche sociali che dopo tanti anni all’estero si sono un po’ perse: ci si abitua a tutto, ma il passaggio da un’abitudine all’altra non è mai immediato. A livello pratico mi sto scontrando con la burocrazia: non che in Belgio fosse meglio, assolutamente. Ma a volte qui in Italia si sfiora l’impraticabilità totale. La cosa che mi manca, invece, è il respiro internazionale, parlare una lingua diversa dall’italiano e conoscere persone da tutto il mondo, ma probabilmente questo è legato alla dimensione della città dove mi trovo adesso.

 

Molti dei giovani italiani che partono per l’Europa o ancora più lontano dicono di farlo perché qui in Italia, la loro casa, non c’è lavoro o è difficile trovarlo. Tu ci sei riuscita, invece: che consiglio daresti a quanti come te sono partiti e a quelli che invece vorrebbero farlo? Credi sia necessario, per trovare lavoro in Italia, fare dell’esperienze fuori?

Parlando con i miei coetanei vedo che c’è molta rigidità rispetto ai ruoli che sono disposti ad accettare e alle città dove sono disposti a spostarsi.

Non dico che sia facile, io stessa ho mandato oltre 50 CV per ottenere 3 colloqui. Il mio consiglio è di iniziare dal basso con l’idea di arrivare in alto, essere disponibili a spostarsi e a fare dei sacrifici all’inizio. Una cosa molto sottovalutata da chi dice di non trovare lavoro è imparare a fare marketing di sé, lavorando sulla redazione del proprio curriculum e delle lettere di presentazione. Insomma, occorre avere una mente aperta e accettare il cambiamento.

Inoltre le esperienze lavorative che si fanno durante gli studi sono a mio avviso fondamentali: non tanto per metterle sul CV (non è sempre necessario) ma per capire cosa ci piace e cosa non ci piace, come confrontarsi con i diversi ruoli aziendali, come comportarsi con le persone, e soprattutto in cosa si è bravi e in cosa no.

L’esperienza all’estero aiuta molto a trovare lavoro in Italia perché ci permette di candidarsi per posizioni che vanno oltre lo stage e che richiedono esperienza comprovata: ma è necessario sapere che tornare può significare ripartire da ruoli diversi e da stipendi più bassi.

 

Ma facciamo un passo indietro: la tua esperienza all’estero comincia durante gli studi con un master universitario a Angers in Strategie di Internazionalizzazione. Ma spiegaci meglio: come sei arrivata in Francia? Hai trovato differenze tra il sistema educativo italiano e quello francese?

È corretto, ma prima di Angers c’è stata Bruxelles, in entrambi i casi per questioni di Erasmus. Ho scelto di fare l’Erasmus studio durante la specialistica perché mentre da noi al secondo anno si hanno meno esami e si ha tempo per scrivere la tesi, spesso le specialistiche all’estero durano solo un anno: questo mi avrebbe permesso di fare contemporaneamente la specialistica italiana a quella straniera, spesso chiamata Master, mentre mi orientavo per la stesura della tesi. E così è stato.

Onestamente ho trovato molte difficoltà ad adattarmi al sistema francese, a partire dal fatto che gli esami sono principalmente scritti e che il materiale didattico è molto ridotto e spesso è costituito solamente dagli appunti presi a lezione, cosa che a mio parere riduce sia le competenze che la capacità analitica e critica dello studente. Inoltre, in Francia non è necessario passare tutti gli esami per essere ammessi all’anno successivo, ma basta avere la media della sufficienza a fine anno. Insomma, ritengo che il nostro sistema universitario sia più valido per quella che è stata la mia esperienza ad Angers e qualche anno prima a Brighton, dove però sono stata solo un mese.

 

Dagli studi al lavoro, dalla Francia a Bruxelles: com’è lavorare come responsabile promozione e internazionalizzazione presso la camera di commercio belgo-italiana? Di cosa ti occupavi e come sei riuscita, se possiamo chiederlo, ad ottenere questo incarico ambito da molti?

È un lavoro bellissimo, non ci sono dubbi.

Immersa in un contesto internazionale, si viaggia molto, si creano delle bellissime relazioni professionali, dà molta soddisfazione. Spesso si ignora che le Camere di Commercio Italiane all’Estero siano degli enti privati di diritto del Paese dove sono costituite, perciò delle vere e proprie aziende nelle quali si entra non tramite concorso pubblico ma per capacità ed esperienza.

Non sei la prima persona che mi chiede “Come sei riuscita ad entrare in Camera?”, e questo implica che ancora c’è l’idea, magari inconscia, che alcuni lavori siano inaccessibili a persone “normali”.

Per molto tempo ho risposto a questa domanda dicendo: “sono capitata al momento giusto”, ma non credo più che sia vero.

Credo di aver lavorato sodo, e se pure era il momento giusto, so di essermelo meritato. Ho iniziato con uno stage, sono poi diventata responsabile per le Fiere e gli Eventi, e quando mi sono stati affidati altri compiti oltre alle fiere (B2B, incoming, outgoing, docenze, progetti, social media) ho cambiato titolo.

La stessa cosa posso dire adesso: ho trovato un lavoro che mi piace in Italia in un’azienda valida perché ho risposto ad un annuncio nel momento in cui l’azienda stava cercando, ma evidentemente avevo anche le competenze che l’azienda stava cercando. Ora sta a me giocarmele tutte per rimanerci.

  

Inoltre, parlando di politiche europee ed euro-progettazione, tema che credo ti sia caro e familiare visto il tuo ultimo lavoro: cosa ne pensi e a che punto è, secondo te, l’Europa e più nello specifico l’Italia?

Credo ci sia tanta disinformazione in Italia rispetto all’Unione Europea, e poca formazione rispetto all’Europrogettazione e i Fondi Europei.

La Camera di Commercio Belgo-Italiana si è sempre molto impegnata ad invertire il trend, ma l’azione andrebbe fatta capillarmente da più enti, e soprattutto in Italia bisognerebbe essere disposti ad accogliere suggerimenti.

Personalmente ritengo che l’Europrogettazione sia un tema che in futuro farà parlare ancor più di sé, in termini di opportunità create e posti di lavoro generati. L’Italia, soprattutto il sud, è indietro rispetto al resto d’Europa per progetti presentati e vinti, e credo sia dovuto a due problemi principali.

Per prima cosa, un campanilismo che purtroppo esiste in Italia, e che preferisce il “portare acqua al proprio mulino” al bene comune, e in seconda battuta una sorta di presunzione di saper scrivere progetti europei benissimo da soli anche al primo approccio, e riluttanza ad investire nella consulenza di un europrogettista qualificato.

 

Bruxelles è terra di expat, avrai conosciuto tantissimi giovani italiani e tantissime storie differenti sul perché abbiano lasciato l’Italia. Molto spesso si parla del problema della mancata meritocrazia nel Belpaese: pensi che sia solo questo il motivo che spinge sempre più Italians a portare altrove le proprie competenze? O c’è anche altro da considerare?

Credo sia solo uno dei motivi, in realtà.

Parlando con altri expats a Bruxelles e altrove, mi sono resa conto che si va all’estero anche per accrescere le proprie competenze, per mettersi alla prova, per crescere, per confrontarsi per realtà diverse o semplicemente per fare un’esperienza. A volte si parte per l’estero senza neanche aver provato prima a trovare lavoro in Italia, cosa che suggerisce una scelta deliberata di andare a vivere all’estero a prescindere dalle opportunità o dalle aspettative.

Ovviamente il problema della meritocrazia è molto sentito, ma posso assicurarti che non è un problema solamente italiano. Da noi probabilmente è accentuato anche dalla difficoltà in generale di trovare lavoro, ma è un tema delicato da trattare. Sentiamo spesso storie di persone validissime scartate a favore di un forse meno valido parente o amico, ma questo porta a fare di tutta l’erba un fascio, quando invece anche in Italia esistono aziende dove la meritocrazia è altamente riconosciuta e valorizzata.

 

Il nostro motto è “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”: cosa si potrebbe fare, a tuo parere, per velocizzare questo processo? Partendo dalla tua esperienza personale: quali sono i presupposti base che l’Italia dovrebbe garantire ai propri giovani e come potrebbe farlo? E, domanda ancora più difficile, perché non lo sta già facendo?

Una volta persa la fiducia, è molto difficile riconquistarla.

In Italia iniziare a lavorare può essere difficile, e questo scoraggia la maggior parte delle persone che ci prova: stage mal pagati, contratti senza garanzie, poco ricambio generazionale e poche prospettive concrete, salvo ovviamente eccezioni da lodare e prendere ad esempio.

Chi rientra parte da una posizione leggermente avvantaggiata, sa già cosa vuole e se la gioca con competenze e spirito di adattamento.

Onestamente ho notato un cambiamento rispetto alla mia generazione: i ragazzi ora possono usufruire di molti programmi di alternanza scuola lavoro, possibilità di stage già da molto giovani, borse di studio per accedere a master con tirocinio garantito e altro ancora. Ovviamente non basta avere l’opportunità, ma bisogna guadagnarsi il posto alla fine dell’opportunità, e questo spesso è sottovalutato.

Non tutti i settori funzionano allo stesso modo, e le politiche dovrebbero essere adeguate: c’è differenza tra scuola, start-up, imprese commerciali e ad esempio il settore della ricerca o quello medico, per non parlare del giornalismo. Le dinamiche andrebbero analizzate e sarebbe opportuno cercare di capire di cosa ha bisogno ogni settore per poter crescere e quindi generare posti di lavoro reali. Non so perché l’Italia non stia già facendo tutto questo o perché sia ancora così complicato trovare lavoro per la mia generazione e soprattutto per la generazione prima della mia, e non ho le competenze necessarie per fare un’analisi economico-politica. Quello che nel mio piccolo vedo è che alcune politiche occupazionali cozzano con altre, orientarsi tra le forme contrattuali è impossibile, e mancano garanzie sia per il datore di lavoro che per l’aspirante lavoratore.

 

Sempre più giovani che tornano in patria e, sfruttando le proprie competenze e i talenti accresciuti dalle molteplici realtà di vita conosciute, un’Italia che migliora e cresce. Credi che sia un futuro auspicabile e realizzabile? Se dovessi fare una classifica dei problemi da risolvere, cosa metteresti sul podio?

Sì, credo che sia un futuro auspicabile e possibile, ma lo vedo ancora abbastanza lontano. Spesso quando racconto di essere tornata in Italia per una scelta consapevole mi sento rispondere che sono fuori di testa, che ho sbagliato, che me ne pentirò e che stavo sicuramente meglio dove stavo, o peggio ancora che sono tornata per amore o perché qui avevo lavoro garantito (entrambe cose non vere, tra l’altro)

Chi mi dice tutto questo, però, spesso non è mai uscito neanche dalla sua città natale e non conosce le difficoltà che si hanno a costruire una vita in una città diversa, figuriamoci all’estero. Il vero problema sta nella mentalità di tutti noi, nei nostri preconcetti e nella sfiducia diffusa che genera malcontento anche solo per sentito dire. Questa credo che sia la difficoltà maggiore: ridare fiducia alle persone.

 

Per concludere, parlando di progetti futuri: adesso che sei in Italia, hai intenzione di restarci a lungo, di piantare di nuovo le tue radici qui? Oppure ti attende presto una nuova avventura?

Mi fai una domanda davvero difficile.

Una vita come la mia ti porta ad abbandonare il superfluo e il materiale a cercare la stabilità nei rapporti umani e in te stessa piuttosto che nelle cose o nei luoghi. Devo dire che l’idea di rientrate è stata accompagnata da una certa voglia di fermarmi da qualche parte, e che il lavoro che ho adesso mi piace molto, come anche il contesto socio-culturale in cui mi trovo. Ma in tutta sincerità non so dirti se qui è il posto dove starò per sempre, o se starò per sempre in un posto. “Se non ci piace dove siamo, possiamo spostarci. Non siamo alberi.” Citazione di Snoopy, niente di meno.

 

Una riflessione che vorresti condividere con chi si trova nella tua stessa posizione o con chi vorrebbe tornare in Italia?

Il messaggio che vorrei trasparisse è che dovremmo essere come fiumi e non come le montagne. Si dovrebbe scorrere e prendere quello che la vita ci dà con serenità. Tra i miei coetanei vedo tanta sfiducia ma anche poca voglia di fare, tanta rigidità e poco entusiasmo. Ci si concentra tanto sulle difficoltà dell’Italia e non sulle opportunità, o ci si arrende con facilità e a volte si tradiscono i principi che uno ha dentro da sempre per un’apparenza di stabilità o per una realtà confortante, a discapito di una felicità che poi si cerca per tutta la vita senza successo. Non voglio essere naif e dire che in realtà è tutto semplice e tutto è possibile, ma vorrei che chi legge la mia storia pensasse: cavolo ma allora qualcuno ce la fa a tornare, anche per un po’ e non ma chi te lo ha fatto fare di tornare in Italia, stavi tanto bene fuori.  

 

Intervista a Mary Franzese, confondatrice e CMO di Neuron Guard

Forse Mary la conoscete già, o forse avrete sentito parlare di Neuron Guard, ma per tutti quelli che vivono in un universo differente dal nostro, o che non sono avvezzi ai social network, ci penseremo noi. Partiamo subito col raccontarvi che grazie a Mary, dopo ben sei anni, l’Italia – o meglio, una giovane italiana – è tornata di nuovo a comparire tra le dodici finaliste del Premio Europeo dedicato a donne e innovazione, l’EU Prize for Women Innovators (ed. 2017). Direi niente male, ma partiamo da principio.

Mary è una brillante trentunenne italiana, nasce a San Giuseppe Vesuviano (NA) e vive, fino al diciottesimo anno di età, ad Ottaviano (NA). Oggi vive a Modena per Neuron Guard, ma non si è fatta scappare qualche altra tappa in giro per il mondo tra Buenos Aires (Argentina), Shanghai (Cina) e Turku (Finlandia), per motivi di studio e perché no, un po’ di sana curiosità e spirito avventuriero, perché di certo non possiamo dire che le manchi il coraggio. Lo stesso che, insieme alla passione, l’hanno portata a dove è oggi: co-fondatrice e CMO di Neuron Guard, start-up innovativa impegnata nello sviluppo di un dispositivo medico salva-vita che mira a rivoluzionare il trattamento dei danni cerebrali. il loro motto? “Time is brain.. Freeze it!”

Curiosi di scoprirne di più? E allora, cominciamo!

 

 

Ciao Mary! Per prima cosa vorrei ringraziarti per il tempo che ci hai dedicato, sappiamo che non é facile ritagliarsi del tempo, soprattutto in questo periodo cosi frenetico – ed eccitante – della tua vita, quindi grazie!

Cominciamo subito col dire che scoprire il tuo progetto tra i 12 candidati al EU Prize for women innovators, ci ha subito fatti innamorare! Erano ben sei anni che nessun talento italiano veniva candidato a questo premio, ma raccontaci di più…

Tutto è iniziato grazie a dei tweet e ad alcune email di amici che mi invitavano a candidarmi per il Premio EU Prize for Women Innovators perché quest’anno, per la prima volta, la Commissione Europea deciso di premiare anche le giovani donne, con età massima di 30 anni, che hanno co-fondato startup. Non ho resistito un attimo e mi sono detta “facciamo conoscere il talento femminile italiano e Neuron Guard anche in Europa”. E così è stato. Avevo tanta voglia di mostrare il lavoro portato avanti in questi miei primi quattro anni con Neuron Guard, un progetto imprenditoriale di cui mi sono appassionata sin dalla prima volta in cui Enrico mi ha presentato la sua idea, decidendo coraggiosamente di condividerla con me per aiutarlo trasformarla in realtà. Una startup che ha la missione di salvare vite umane, e l’ambizione di trasformare radicalmente il modo in cui si interviene per il trattamento di patologie quali ictus, arresto cardiaco e trauma cranico. Sono orgogliosa di essere italiana, e sono molto fiera di rappresentare le giovani innovatrici della nostra terra in Europa.

Opportunità come questa non solo permettono di mettere in luce il talento femminile, spesso purtroppo sottovalutato o poco enfatizzato nel mondo del lavoro, ma danno anche l’opportunità di riscoprire i veri talenti, giovani e meno giovani, che possono fungere da forza motrice nella società. Credi che in Italia si debba fare di più per mettere in risalto ed offrire migliori opportunità a questo tipo di talenti?

Credo che in Italia ci si debba lamentare di meno e gioire di più dei successi altrui. Mi è capitato di recente di leggere forti critiche sulla mia persona e su altre ragazze che come me erano state scelte come miglior imprenditrici under 30 solo perché, a detta di questo vocio, ex studentesse di Università private. Mi chiedo: ma la gente, prima di giudicare, sa per caso i sacrifici che ci sono dietro queste scelte? Non si deve essere necessariamente “figli di” per ottenere dei riconoscimenti. Prima di digitare qualche parolina di troppo, inviterei le persone a cercare opportunità di confronto e di crescita. L’Italia è lenta, e noi italiani siamo troppo burocrati, non ammettiamo scelte “errate” e siamo sempre sul chi va là per addossare le colpe a qualcuno. Perché non ci diamo una mossa, ci rimbocchiamo le maniche, e iniziamo a LAVORARE facendoci in quattro per il nostro futuro? Pensando a noi, penseremo alla nostra comunità e al benessere del nostro Paese.

Sappiamo che non molto tempo fa sei stata a Bruxelles, terra di expat, per un congresso #unconventional proprio per parlare del tuo progetto. Cos’hai notato di diverso dagli ambienti italiani, se di differenze ce ne sono?

La forte dinamicità ed il continuo confronto. Quando partecipo agli eventi all’estero ci sono sempre tante domande a ravvivare le sessioni di Q&A. In Italia, invece, tante volte si partecipa agli eventi tanto per postare una foto sui social e dire “c’ero anche io”. Dobbiamo imparare a fare networking, a sfruttare queste occasioni per dire la nostra e per entrare in contatto con le persone che seguiamo come modelli di ispirazione. Poi, ti dirò: anche una chiacchierata con il vicino e la vicina possono trasformarsi in opportunità di business. Homo faber fortunae suae dicevano gli antichi romani, ed io oggi dico “datevi da fare” che dalle occasioni sprecate non è mai emerso nulla.

Noi parliamo spesso di questione intergenerazionale, di un problema che frena i talenti e drena risorse. Tu cosa ne pensi? Cosa faresti per migliorare le cose, se pensi vadano migliorate?

Credo nella necessità di dare spazio ai giovani meritevoli e talentuosi, così come penso sia necessario un supporto di modelli di riferimento senior con esperienza. I due mondi devono lavorare insieme, comunicare e scambiarsi costantemente informazioni, perché ciascuno di loro ha tanto da insegnare all’altro.

Come forse saprai, il nostro motto è “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”, ma sappiamo che – invece – la perdita di talenti (e non solo dal punto di vista economico, seppur importante) è inestimabile. Tu cosa faresti, beninteso se potessi, per invertire la tendenza?

Snellirei il sistema scolastico con meno anni di scuola superiore, potenzierei lo studio delle materie STEM, punterei più sulla pratica che sulla mera teoria, sfrutterei al massimo le potenzialità del digitale per dare ai bambini la libertà di creare/codificare e agli adulti quella di lavorare da qualunque postazione. Da ultimo, intensificherei il legame scuole-aziende da consentire un più facile accesso al mondo del lavoro.

La meritocrazia c’entra qualcosa in tutto questo? Pensi che in Italia ci si sia davvero scordati di cosa sia il merito, o la trovi una retorica stantia e poco funzionale a migliorare le cose?

La meritocrazia c’entra ma non del tutto. Lo scorso Febbraio è stato presentato dall’OCSE il rapporto “Economic Survey of Italy 2017”, ed il suo segretario generale, Angel Gurria, ha palesato forti preoccupazioni circa l’aumento della povertà tra i giovani e l’incremento del tasso di disoccupazione. Dobbiamo fare in modo che il nostro Paese si risollevi da questa crisi e cresca affinché ci sia voglia di viverlo. Il Governo deve favorire la crescita della produttività e degli investimenti, perché se il nostro sistema economico funziona, in pochi si chiederanno della questione meritocratica. Saremo tutti impegnati a lavorare per noi, e per il nostro Paese.

Restando in tema giovani talenti, spulciando il tuo profilo online ci siamo accorte che fai parte anche tu, come la nostra fondatrice, del team di adviser dell’Innovation Hub dello IULM, a Milano. Come sei approdata a questa nuova esperienza? Come intendi aiutare i “giovani innovatori” in quanto adviser?

Io vivo per i giovani ed amo stare tra i giovani. Sono felice di trascorrere del tempo con loro, di lasciarli liberi di comunicarmi le loro idee, di osservarli mentre sognano ad occhi aperti. Condividere esperienze quali anche lo Startup Weekend a Caserta mi ha dato la possibilità di mettermi in gioco e di capire che non voglio che loro commettano i miei stessi errori. Non voglio che siano imprudenti, superficiali o frettolosi nel voler raggiungere “tutto e subito” senza i mezzi adeguati. Le situazioni devono essere analizzate, studiate e poi affrontate. La passione, la tenacia ed il coraggio a loro non mancano.

E adesso vado forse un po’ fuori tema, ma non posso astenermi. Donne e imprenditorialità innovativa in Italia, oggi. Per alcuni é una mission impossible, tu che – diciamolo – ce l’hai fatta e coon ottimi risultati, cosa ne pensi?

Io ce la sto mettendo tutta per farcela. Nulla è impossibile se si crede davvero in quello che si fa. Bisogna crederci e mettere insieme quello che aiuta nel raggiungimento degli obiettivi. Bisogna essere tenaci, coraggiose e pazienti, perché come spesso accade, le cose più belle arrivano solo con il tempo e dopo aver fatto tanti sacrifici.

Che consigli ti sentiresti di dare a dei giovani professionisti che desiderano avviare la propria azienda o carriera professionale in Italia?

Quello di cui sopra, oltre a studiate, studiate, studiate! Vale tanto per le donne quanto per gli uomini. Per me non vi è differenza alcuna. Siate curiosi, leggete, documentatevi. Noi donne fatichiamo di più, ma se ci uniamo agli uomini e chiediamo anche aiuto a loro nel favorire questo nostro percorso di crescita, sono certa che sarà possibile avviare qualunque tipo di carriera.

Concludiamo invece con una domanda di rito. Che consigli daresti invece, ai policy makers italiani al fine di combattere quella questione intergenerazionale che così fortemente drena talenti e frena risorse, con un impatto a dir poco negativo sul sistema italiano e, forse ancor più drammaticamente, pesa sui giovani professionisti del nostro Paese?

Fate spazio ai giovani talentuosi e volenterosi di mettere il proprio sapere al servizio del nostro Paese!

In bocca al lupo, Mary! E grazie infinite.

Alle volte ritornano

“Le radici sono importanti, nella vita di un uomo, ma noi uomini abbiamo le gambe, non le radici, e le gambe sono fatte per andare altrove.” (Pino Cacucci)

Parigi è sempre bella, anche se devo ammettere di esserci sempre stata d’inverno. Non ho mai visto gli alberi sugli Champs-Élysées verdi, né mi sono mai potuta godere il sole sulla Senna: no, anziché l’approccio romantico alla capitale francese – quello che si vede nei film – io me la sono sempre goduta imbardata da capo a piedi per evitare la laringite.

Che poi a Parigi fa anche più freddo che ad Edimburgo.

Come potete vedere dal mio ultimo post, lo scorso dicembre ho passato una settimana a Strasburgo durante la sessione parlamentare mensile.

Dopo essere finalmente riuscita a trovare una sistemazione che non richiedesse la vendita né del mio primogenito né di un rene, e dopo aver avuto una lunga conversazione telefonica con la povera Sabine dell’agenzia viaggi – in un francese che ha probabilmente fatto rigirare Rousseau nella tomba – sono finalmente partita alla volta di Francia.

Per poter arrivare nella sede francese del Parlamento Europeo sono dovuta passare per Parigi, dove ho imparato che avere amici in Erasmus fa sempre comodo anche se vivono in minuscoli appartamenti raggiungibili solo con un ascensore pericolosamente stretto.

Lunedì mattina, nascosta dietro due sciarpe, mi sono avviata verso Gare de l’Est per prendere il TGV direzione Strasburgo.

Arrivata in stazione dopo due ore e mezza è iniziata la corsa ad ostacoli: la capitale della regione Grand Est – precedentemente conosciuta con il più rinomato nome di Alsazia-Lorena – ospita uno dei più grandi mercatini natalizi d’Europa. Durante il mese di dicembre le strade della città si illuminano di banchetti ricchi di cibarie tipiche ed idee regalo per i meno creativi.

Per far si che i turisti possano godersi pienamente l’atmosfera natalizia, tutte le vie centrali vengono chiuse al traffico e i bus vengono deviati, inclusa la navetta che porta al Parlamento. Ovviamente, forse in omaggio ad uno degli stati fondatori dell’Unione, l’ufficio centrale ha comunicato il cambiamento di percorso una settimana dopo la sessione mensile, quando ormai ero già ritornata in Scozia.

Trovato un tram che portasse al palazzo Louise Weiss, sede ufficiale del Parlamento Europeo, sono finalmente riuscita ad arrivare a destinazione e mi sono potuta godere per qualche minuto la visione di decine e decine di persone inghiottite in questo gigantesco cilindro di metallo e vetro come fossero formiche richiamate dalla loro regina. Il dolore alla spalla causata dallo zaino che mi portavo appresso da circa otto ore mi ha poi ricordato che dovevo ancora ottenere il badge identificativo per poi andare alla mia scrivania.

Badge in mano – oltretutto venuto talmente male che anche io stentavo a riconoscermi – è iniziata la seconda sfida: trovare il palazzo con l’ufficio dedicato agli impiegati dei vari uffici informazione sparsi sul territorio europeo. Credo di aver attraversato tre ponti, sei fiumi, due pareti infuocate e cinque piscine riempite di piraña prima di riuscire a trovare anche solo un cartello con un accenno di indicazione… diciamo che una cartina sarebbe stata utile, ecco.

Dopo gli ostacoli al viaggio iniziale – accompagnati nei giorni successi da picchi acuti di labirintite – mi sono potuta godere a pieno l’esperienza al Parlamento.

Quasi tutti i dibattiti sono aperti al pubblico, anche perché ci sono molte scolaresche che vengono appositamente portate a Strasburgo per vedere come funziona realmente il parlamento, ed è sempre interessante vedere dal vivo i politici che così spesso sembrano distantissimi dalle persone comuni. Si possono osservare gestualità e comportamenti che spesso si perdono al di fuori dei live-streaming, regalando quindi l’opportunità di capire anche minimamente meglio queste persone.

Durante l’ultima sessione dell’anno ho anche avuto occasione di partecipare alla premiazione del premio Sakharov, che annualmente riconosce individui o gruppi che hanno contribuito alla cause dei diritti umani. A Edimburgo avevo partecipato ad una serie di dibattiti organizzati da studenti universitari per discutere chi, secondo loro, fosse più meritevole di ricevere questo riconoscimento, ed è stata una vera e propria emozione essere presente alla premiazione del 2016.

Nadia Murad e Lamiya Aji Bashar sono due giovani donne (21 e 19 anni rispettivamente) irachene della comunità Yazidi rapite, e sottoposte ad abusi e violenze da parte dell’ISIL. Riuscite a scappare dalla loro prigionia ed a raggiungere l’Europa, sono diventate il volto e la voce della loro comunità, condividendo la loro esperienza con il mondo per cercare di accrescere la consapevolezza delle sofferenze patite dalla loro gente.

Vederle parlare davanti alle telecamere ed agli europarlamentari – molti dei quali si sono spesso espressi negativamente contro i rifugiati scampati agli orrori della guerra e dall’ISIL – è stato un vero e proprio onore che ricorderò sempre. Queste due donne sono sopravvissute ad orrori inimmaginabili e che hanno coraggiosamente deciso di parlarne apertamente per evitare che ciò possa continuare a succedere, fregandosene altamente dei critici per continuare a concentrarsi sul loro attivismo ed il loro messaggio.

— — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — —

Il tempo fuori dall’emiciclo parlamentare l’ho quasi interamente passato insieme ai due stagisti di Londra ed alla nostra addetta stampa, che ci ha mostrato i servizi messi a disposizione dei giornalisti dal Parlamento Europeo: oltre all’equipaggiamento tecnico, i reporter possono usufruire di un servizio di ricerca che permette loro di mettersi in contatto con l’europarlamentare più adatto per ogni tipo di articolo/intervista, due studi video e quattro studi radiofonici. Ci ha anche poi rivelato che ogni mese viene tutto spostato da Bruxelles appositamente per la sessione mensile, in modo tale che tutti i video seguano le linee guida filmiche decise dal dipartimento generale di comunicazione.

Dopo quattro giorni passati tra conferenze stampa, ore in biblioteca a completare ricerche, un quasi frontale con Federica Mogherini ed alcuni istanti di rabbia isterica – cortesemente offerti da Nigel Farage – sono dovuta risalire sulla navetta alla volta della stazione per poter tornare nel minuscolo appartamento a Belleville per un’ultima notte in Francia.

Italians a lavoro: si torna in Italia puntando su giovani expats. Novità in arrivo il 30 gennaio

Un Italians a lavoro sul campo, in Italia, per altri Italians. È questa la storia di Pietro Novelli, manager del mercato italiano di Oliver James Associates (società di executive search) che investirà su Milano proprio con un team di Italian Expats! In altre parole, un gruppo di ricercatori di talenti arriverà nella capitale del nord Italia alla ricerca di figure professionali innovative, come quella del Chief Data Officer. La loro arma? Dati, numeri, grafici e tabelle.
Perché – parafrasando un ben noto telefilm – Digital is the new sexy.

La storia – Dopo un anno turbolento, in cui vari eventi hanno sconvolto il panorama socio-politico ed economico europeo (vedi Brexit e la recente elezione presidenziale americana), si torna dunque a puntare sui giovani per contrastare il fenomeno dei cervelli in fuga. E proprio su questo punta la Oliver James Associates – società inglese leader nel recruitment internazionale – che nel 2017 continuerà la sua crescita consolidando la presenza nel Vecchio Continente, aprendo un ufficio a Milano,  che si occuperà principalmente di tecnologia e mondo digitale. Rimarranno attive anche le diverse aree già consolidate, come quella dell’attuariato, risk, audit & compliance e change management.

Un Italians doc – Pietro Novelli è un vero Italians DOC: partito dall’Italia, ha studiato all’università di Manchester, è stato assunto nel graduate scheme della Royal Bank of Scotland nella sezione investment banking dove ha anche coadiuvato l’avviamento dell’ufficio del Nord-Ovest della camera di commercio italiana per il Regno Unito. Nella Oliver James Associates è arrivato nel 2014, specializzandosi in change management per poi avviare, ex novo, lo sviluppo del mercato italiano. Una scelta rivelatasi più che azzeccata, e che ha fruttato solo nel 2016 oltre un milione e mezzo di sterline. Un endorsement coi fiocchi è arrivato anche da Tim Dale, Group Director per l’Europa di Oliver James Associates: “Ho completa fiducia in Pietro e nelle sue capacità manageriali di guidare
questo team, che prevediamo possa raggiungere i 30 elementi entro il terzo anno”, ha anticipato Tim Dale. La soluzione vincente? “Un gruppo di giovani italiani che è davvero felice di ritornare in patria, e questo è qualcosa che vogliamo valorizzare, man mano che la nostra presenza si andrà consolidando nell’Europa del dopo-Brexit”.

Cosa ci dobbiamo aspettare? Tra qualche giorno, il 30 gennaio per l’esattezza, entreranno nell’innovativo spazio di lavoro “Copernico” ben otto recruiters, tutti rigorosamente under-30 che si occuperanno di dati, tecnologia e digitale. Tra questi, il capitano della squadra sarà proprio Pietro Novelli. Un’occasione per tornare nel proprio paese, per tutti quei ragazzi che lontano dall’Italia ora sono “estremamente motivati per l’opportunità offerta dalla città di Milano, dinamico centro tecnologico, innovativo ed economico”, ha spiegato Novelli. Una nuova sede, una nuova avventura che richiederà molto impegno: “Abbiamo riscontrato diverse difficoltà burocratiche e finanziare – ha commentato il manager di Oliver James Associates – che stiamo affrontando con determinazione perseguendo l’obiettivo di conquistare una significativa fetta di mercato nel prossimo triennio”. Parlando di piani futuri, “l’obiettivo è quello di espanderci su diversi settori sfruttando l’expertise acquisita e i nostri incomparabili metodi di ricerca e selezione”, ha concluso Novelli. Piani che hanno già aiutato campagne finanziarie internazionali e locali ad assumere i migliori profili presenti sul mercato, sia italiano che estero.

Che dire? Non ci resta che fare un enorme in bocca al lupo a Pietro e a tutto il team!

The Italians meets Kosmonauts – Intervista a Marco e Andrea Nasuto, autori del docufilm Kosmonauts – What does it mean to be Italian?

Forse Andrea e Marco li conoscete già, dei due fratelli Nasuto e del loro primo documentario – Made of Limestone – ne hanno parlato Quartz, l’Università di Cambridge, CUNY University, Wired, il Corriere della Sera, il Sole24Ore, La Repubblica, The Huffington Post, Il Post, Linkiesta, e il Fatto Quotidiano.

Bella lista, eh?

Il loro primo documentario ha ricevuto pure l’endorsement di Roberto Saviano, che non ha esitato a definirli “due talenti geniali della documentaristica”, e  a questo giro non non possiamo che essere d’accordo!

Ma chi sono Marco e Andrea Nasuto? Il primo è un ingegnere aerospaziale con master in Aerospace alla University of Manchester, con una tesi sui voli suborbitali realizzata con un vero e proprio astronauta, mentre il secondo ha una laurea in Finance alla Bocconi, ha studiato alla University of Toronto, Waterloo, e infine Data Science a General Assembly (New York). Insomma, due Italians coi fiocchi.

Non poteva non essere amore a prima vista!

Ma cosa succede quando i fratelli Nasuto – un bagaglio enorme di esperienza e una domanda in valigia su cosa significhi essere italiani oggi – incontrano quelli di The Italians? Beh lo scoprirete presto… Con questa intervista inauguriamo la partnership per la realizzazione del documentario “Kosmonauts – what does it mean to be italian? A data-driven docufilm about identity: to build a life in this world without fearing it”, convinti che sarà un bellissimo viaggio… possibilmente fino allo spazio, destinazione Italia.

E per intraprendere al meglio questo viaggio, abbiamo deciso di far conoscere anche a voi Andrea e Marco come si deve, con un’intervista-chiacchierata grazie alla quale possiamo davvero presentarvi questi due prodigi della documentaristica fai-da-te-e-fallo-per-bene.

 Dopo la solita operazione d’indagine (non chiamatelo stalking!) per conoscere meglio i nostri partner e amici, e dopo le presentazioni “ufficiali”, abbiamo subito capito che per questi due la vita dell’expat non era solo un modo di dire, o un tormentone legato alla “fuga dei cervelli” che tanto piace alla stampa nostrana. Tutt’altro: sappiamo infatti che di esperienze all’estero i due ne hanno fatte parecchie e con grande successo. Non abbiamo potuto non chiedergli da dove e quando è nata l’idea di intraprendere questo viaggio lontano dall’Italia, ma sempre alla scoperta del loro (e del nostro) Paese.

Insomma, ci siamo chiesti e gli abbiamo chiesto: com’è nata l’idea dei cosmonauti?

Marco: Crediamo che il seme all’origine di Kosmonauts sia il confronto con la diversità. Le cucine, gli incontri, le incomprensioni, gli amori, le difficoltà linguistiche, diverse architetture, diversi modi di stare al mondo. Costruire una nuova casa altrove necessita apertura, compromessi, perdite ed acquisizioni. Più in generale, mettersi in discussione. La gioia nel sentirsi più aperti, in pieno divenire, porta anche un senso di smarrimento. I rientri in Italia per le vacanze segnavano un distacco silenzioso. Nessuno mi aveva avvertito del cosiddetto “reverse cultural shock”. L’appartenere a casa ma anche il non appartenervi più. Chi sono?

Ricordo di aver cambiato molto la mia alimentazione. Ero a Manchester e non mangiavo pasta da mesi. Non mi mancava. Da grandissimo amatore della pasta, la cosa era uno shock. Mi sono chiesto “ma non è che non sono più italiano?”. Questo aneddoto insignificante è stato, per me, la punta dell’iceberg, il formale incipit del viaggio. Esplorare l’identità italiana era un’idea animata da un voler trovare qualcosa di solido, inconsciamente trovare una definizione alla quale ancorarmi.

Due fratelli, mille interessi diversi ma un unico destino comune: film-makers e data-scientists. Storytelling e data analysis, ma come fate a coniugare le due cose? Scienza missilistica, architettura, design dell’interazione, econometria, urbanistica, astronauti… manca altro all’appello?

(Risate) No, per ora no. Come disse Carla Harris (Morgan Stanley) in un’intervista su Bloomberg “I Millenials avranno 4-5 carriere durante la loro vita”. Noi ci stiamo preparando in anticipo…

Storytelling e data analysis…Direi non solo data analysis ma data science. Ci sono diversi aspetti, diverse sfide che abbiamo dovuto affrontare per fare Kosmonauts:

  1. L’argomento: l’identità. E’ un macro tema enorme che non potrà mai avere una definizione strettamente scientifica, assoluta, inequivocabile. Questa la primissima sfida. Come muoversi tra le linee di una rappresentazione del mondo soggettiva e la volontà di lasciare più spazio possibile alla visione delle cose di chi guarda il film? Ancora, come legare diversi argomenti, descriverli in maniera analitica avendo sempre in mente quell’impossibilità di arrivare ad “una verità”? Ecco la seconda parte del problema.
  2. Costruire un impianto analitico, un framework. Per tutti i sotto argomenti abbiamo iniziato a leggere un quantitativo enorme di letture, per acquisire il cosiddetto domain knowledge. Nel frattempo analizzavamo dati. Dal report del ministero degli interni sulla criminalità in Italia, ad un lavoro ad hoc, da zero, utilizzando strumenti dell’intelligenza artificiale per analizzare la povertà e gentrificazione a New York, in particolare lì dove è nato il più grande fenomeno culturale giovanile degli ultimi 30 anni: l’hip hop e la street art.
  3. Armonizzare l’impianto con le storie reali e con la nostra storia: il lato emotivo del documentario.

In generale, sentiamo che i margini sono ancora ampi, non si smette mai di imparare.

Bene, la domanda sul rapporto tra data e storytelling ce la siamo giocata, ma siamo sempre più curiosi e allora scopriamo qualcosa in più sul docufilm Kosmonauts. Entriamo nella questione “identità”: chi sono i cosmonauti che voi descrivete? Che messaggio volete lanciare a questa nuova generazione di viaggiatori? Verrebbe da chiedersi… possiamo tutti noi essere cosmonauti (felici), oggi?

Il cosmonauta è l’esploratore per eccellenza, lo spazio, la barriera da superare. Questo il primo motivo dietro il titolo, il potere simbolico del cosmonauta. L’altro motivo è che lo spazio è un luogo pericoloso, che richiama l’infinito, la diversità, le distanze. Ci vuole moltissimo coraggio per esplorare, per essere cosmonauti. Kosmonauts è un viaggio interiore, perché “cosa vuol dire essere italiani?” è chiedersi “chi sono?”. Ed i viaggi interiori, quelli nel profondo, sono i più ardui e spaventosi da fare. Di nuovo, il potere simbolico del cosmonauta.

Come ogni viaggio richiede, serve una bussola. “Bisogna perdersi per poi ritrovarsi”, ma all’atto pratico serve una bussola. Come ti costruisci una bussola? Da una parte c’è un lato analitico, di comprendere e misurare determinati eventi, la portata di alcune dinamiche, assimilare dei macro concetti logici. Dall’altra parte, c’è la bussola emotiva. Costruire una nuova casa cosa richiede? Sapere che è l’era della fluidità (dal lavoro alla mobilità) cosa richiede? Noi crediamo che si possa fare un training per diventare cosmonauti della vita. Non fornendo risposte ma ragionare assieme sulle domande, su un taglio ampio, inclusivo nel vedere le cose.

“Basta un pomodoro per descrivere il tutto”.

Parliamo della vostra sfida: l’Italia non è (ovviamente) solo il pomodoro, simbolo per eccellenza del ‘Made in Italy’. Eppure in pochi si chiedono veramente cosa ci sia dietro quel popolo che mangia (solo) pizza, pasta, lasagna e spaghetti… Dal Gargano al mondo, da Made of Limestones a Kosmonauts, quali passi avanti avete fatto? Siete riusciti a capire cosa significhi davvero essere Italians nel mondo, oggi?

Sentivo moltissimi italiani dire “che schifo la pizza inglese!”, “eh ma questa è la vera pasta italiana!” e così via. Ci sono milioni di esempi possibili che seguono questo schema. Moltissimi italiani fuori (e non solo) si nutrono di queste “àncore identitarie”. Dopo Kosmonauts dico che tutte queste espressioni non hanno alcun senso. Cioè, la pizza “inglese” può farti schifo, va benissimo. Ma non c’è nulla che può essere messo in una scatola. C’è un discorso sulla cornice temporale con la quale inquadri le cose, che è fondamentale. Questo protezionismo mentale è lontanissimo dal perché abbiamo la pizza oggi, dal perché vero e profondo della bellezza italiana. Credo essa risieda proprio nella diversità. Geneticamente lo siamo. Siamo il popolo più variegato d’Europa. Linguisticamente, è impressionante il numero di “lingue locali” (i dialetti). Per non parlare della cucina, dei paesaggi, della teatralità di vita che riempie l’Italia.

Tutte queste cose nascono dal fatto che siamo estremamente diversi, variegati.

Immagina la cucina, ad esempio la pizza margherita. Visualizzatela quando era una novità. Il pomodoro, importato dal Perù, era considerato velenoso, di scarso valore, cibo per i più poveri. La pizza stessa è di probabile derivazione di questi pani di forma piatta provenienti dal bacino del mediterraneo. In termini estremamente rozzi, oggi diremmo gergalmente “una roba araba”. E’ un piatto meticcio, frutto di sperimentazioni, di persone che hanno rotto le regole, innovato. Questo schema dell’iterare, dello sperimentare contiene sempre apertura. Invece sento spesso, in tanti amici italiani, in tanti ambienti politici, l’abuso della parola tradizione. “Non tradire la tradizione”, “proteggere la tradizione”, “riportare in vita la tradizione”. Peccato che la parola tradizione viene dal latino tradere che significa “consegnare” e “trasmettere”, ma che è anche all’origine del verbo italiano “tradire”. Citando l’antropologo napoletano Marino Niola “La cucina è tradizione nel senso che è motore di ricerca e di contaminazione.”.

Una piccola curiosità: che effetto fa essere citati, tra gli altri, da Saviano in un editoriale di Repubblica che parlava della vostra terra e del vostro primo documentario? Vi aspettavate tutta questa visibilità?

L’intervista che rilasciò su Repubblica, parlando anche di Kosmonauts, ci fece l’effetto che può fare a chiunque capisca il peso di chi è Saviano. Ero in treno per Milano quando lessi all’improvviso il messaggio di Andrea con il link all’articolo. E’ emozionante.

E per concludere, quando gli abbiamo chiesto quali siano, a parer loro, i problemi maggiore da risolvere per i giovani italiani per fare in modo che non sentano più la necessità di andare altrove per realizzarsi, i due fratelli ci hanno risposto: Il problema non è non sentire più la necessità di andare altrove per realizzarsi. Questa libertà vorrei potesse esistere sempre, paradossalmente anche in scala maggiore. La chiave è quella parola, “libertà”. Siamo liberi di scegliere dove realizzarci? Questa emigrazione è una non-libertà.”

E cosa possiamo aggiungere? Hanno già detto tutto loro, a noi non resta che aspettare l’uscita di Kosmonauts, da guardare nelle nostre case chissà dove in giro per il mondo, in compagnia di un bicchiere di vino e dei popcorn.

Nel frattempo, e a supporto del lavoro coraggioso di questi due ragazzi, voi potete supportare la loro campagna su Kickstarter qui: https://www.kickstarter.com/projects/133817763/kosmonauts-what-does-it-mean-to-be-italian e seguirli su Facebook qui: https://www.facebook.com/kosmonautsmovie/


Welcome on board! Aurora Bosotti – blogger #theitalians

Stesso posto, nuova blogger: il team internazionale di The Italians continua a crescere, e oggi vogliamo presentarvi la new entry “londinese” Aurora Bosotti che si occuperà di università italiana vs università inglese e, più in generale, delle sue esperienze formative (e di vita) all’estero.

Torinese DOC, la storia di Aurora inizia ormai quattro anni fa quando – nel 2012 – decise di trasferire armi e bagagli per studiare giornalismo presso il London College of Communication di Londra. Da lì, l’amore per la Gran Bretagna e per uno dei mestieri più appassionanti del mondo, hanno convinto Aurora a rimanere in UK per approfondire i propri studi e conoscenze, frequentando un master in politiche internazionali e diritti umani presso la City University.

Oggi giornalista freelance, Aurora ha collaborato con alcune riviste d’oltremanica, pubblicando diversi articoli a dedicati al cinema e ha fatto parte del team londinese di ITV News durante le elezioni britanniche del maggio 2015.  Avida lettrice appassionata di fumetti e grande bevitrice di thè, ama parlare di storia politica, ma soprattutto ama viaggiare – anche senza une meta prestabilita – alla ricerca di nuove storie con cui riempire il suo inseparabile taccuino.
Aurora, welcome on board!

OnVautMieuxQueCa (MeritiamoDiPiù)

Il primo post è una presentazione, e una confessione. Non sono mai stato per il racconto di sé, né in terza né in prima persona, ho sempre preferito che a dire di più fosse la modulazione dei registri linguistici, la capacità di variare i comportamenti in contesti differenti, una narrazione, una descrizione, la sequenza delle parole. Tutt’al più ho fatto ricorso al politicizzato “noi”. Questo fa di me un anti-blogger? Il mio atteggiamento, devo ammetterlo, sarebbe davvero curioso e mi esporrebbe giustamente a una forte contraddizione. L’idea invece è quella di aprirsi alla molteplice varietà degli avvenimenti e degli interlocutori che attraverso questo spazio spero d’incontrare valorizzando le esperienze, i sentimenti, le ragioni di chi se ne sta lontano dalla sua terra. Per orientarmi tenterò di seguire solo una semplice regola che forse potrebbe incontrare il favore di qualcuno e ridurre l’iniziale imbarazzo: non contrapporre le parole ai fatti.

Segue post vero e proprio.

Settimane fala Francia è stata attraversata da una breve ondata di manifestazioni sfociate in scioperi (e il contrario). La scintilla che ha mobilitato gran parte della sinistra e dei sindacati è stata la proposta del ministro del lavoro Myriam El Khomri di modificare alcuni importanti punti che regolano il diritto del lavoro francese. Non vale la pena soffermarsi sull’analisi minuziosa delle modifiche che vanno, tutte o quasi, verso una riduzione di determinati diritti per garantire una maggiore flessibilità e produttività del lavoro, ma può essere utile soffermarsi sulla modalità che hanno opposto studenti e sindacati al governo e ad una riforma sostenuta dalla Confidustria francese (MEDEF) e da uno dei suoi più importanti referenti, il ministro dell’economia Emmanuel Macron.
In un paese dai riti fortemente codificati nel quale la classe dirigente è storicamente selezionata sulla base di una preparazione tecnico burocratica alla carriera politica acquisita perlopiù in scuole d’élite, a ribaltare il tavolo è bastata una petizione on line partita da una militante femminista in rotta con il partito socialista. Più di 850 mila firme in meno di una settimana hanno fatto in modo che i sindacati seguissero la mobilitazione e il governo fosse costretto, dopo le tante dimostrazioni organizzate in tutta la Francia, a riesaminare il provvedimento.
Dalle rivoluzioni tradite del mondo arabo fino alla vecchia Europa, da Teheran 2009 alla Parigi del post 13 novembre, la “disintermediazione” dei conflitti come quella dei rapporti sociali si conferma ormai una realtà capace di trainare la mobilitazione e di modificare il corso degli eventi.

Natale con i tuoi… Pasqua con i tuoi

Mi stavo domandando con quale maschera, da quale paese straniero iniziare, ma dopo le vacanze di Pasqua ho trovato qualcosa che preme ancora di più. I rientri sono importanti tanto quanto le partenze. La prima faccia da Italian di cui voglio parlare è quella di quando il biglietto andata e ritorno ci porta a casa, dalla famiglia e dagli amici rimasti nella città o paese di origine. Non si può scampare, spesso e volentieri nemmeno quando ci si trova letteralmente dall’altra parte del globo. Ho sentito raccontare di trasferte natalizie dalla Cina, dall’Australia, solo perché il panettone a casa è stato tagliato nelle solite parti uguali, con una fetta apposta per te. Non si può dire di no insomma.

Quando si torna a casa ci si pone sempre di fronte al dilemma di come raccontarsi con chi non condivide la quotidianità un poco diversa del vivere all’estero. Ci sono gelosie, rancori, i non detti e una montagna di eventi e avvenimenti delle vite altrui persi e sentiti come racconti di terza mano. Ci si deve preparare a vedere tutti un poco più stanchi e un poco più vecchi, a sentirsi irriconoscibili a propria volta. Ma sono giorni di festa, a sentirsi quasi, a poco a poco, degli zii e zie d’America rimpatriati per le vacanze, in versione ‘Millennial’.

Quello di cui è difficile capacitarsi è spesso l’astio e il risentimento a cui assistiamo da Italians che tornano a casa per un breve periodo, o quando ci ritroviamo davanti articoli triti che elencano statistiche sul fenomeno dell’emigrazione – puntando il dito e lamentando lo stato delle cose. Una cosa che si ripete con la stessa cadenza dei servizi sulla prova costume e sugli esami di maturità. Magari non dovremmo basarci su questi exploit giornalistici e sui commenti altrui, specialmente se emergono dagli angoli più scontrosi dei social media. Sarebbe come leggere la sezione commenti di YouTube o credere a ogni singola recensione su Tripadvisor: nocivo e sconfortante. Fioriscono  articoli, generalmente molto condivisi, su testate conosciute, che raccontano i perché dell’emigrazione Italiana, e insieme a essi il fiume di commenti e di giudizi di chi non si trova d’accordo, di chi non comprende e soprattutto giudica senza filtri. Choosy e bamboccioni? E lenti a studiare e laurearsi, lenti a trovare lavoro, ma comunque sempre pronti a partire. Innegabile come tutto questo sia parte di una cultura generale che sembra inasprire le critiche e cercare scontri generazionali a ogni occasione. Ma noi Italians abbiamo la faccia di chi sta facendo un percorso difficile da identificare, nonostante i numeri delle partenze siano in crescita, e comunque veniamo tacciati di aver abbandonato a nave che affonda.

Dobbiamo essere la generazione dei sensi di colpa? Del volere biciclette e pedalarle? Nel momento in cui torniamo a casa per le agognate vacanze e incontri di famiglia e amici, non possiamo che sentirci al centro di una tensione difficile: l’orgoglio della famiglia, il paragone con il coetaneo, le censure che ci autoimponiamo per non apparire – minimizzando successi e fatiche per la paura di sembrare troppo finti e troppo diversi. Ci si rende piccoli piccoli tra un uovo pasquale e uno spumante stappato per non urtare le sensibilità, arrivando alla profezia così auto-compiuta di sembrare altezzosi e distanti. Ci ricordiamo di santificare le feste, amando il Paese che per come è e come potrebbe essere. Siamo timidi in patria, e armati fino ai denti nella competizione all’estero. Non guardate a queste facce spesso stressate come a smorfie che deridono chi non è con noi. Siamo pronti a costruire ponti e creare network, proprio come facciamo qui a The Italians, con blog come il mio e soprattutto con le proposte sfornate dal nostro Policy Lab, per abbandonare quella mentalità  ‘noi vs loro vs voi’ e impegnarci a cambiare le cose. A casa, in Italia, la nostra maschera la vorremmo davvero gettare: per ora ci accontenteremo di sembrare stereotipicamente affamati di cucina nostrana, mantenendo la stoica, cauta espressione, soddisfatta-ma-non-troppo, di chi vive le cose un po’ di qua e un po’ di là.

Il giornalaio Ibrahim

Parto da questa foto.

Ibrahim il giornalaioVicino a casa qui a Dakar ogni giorno passo davanti al chiosco di Ibrahim, che vende quotidiani senegalesi, magazine settimanali senegalesi di economia e politica, riviste per donne mensili e magazine internazionali quali Forbes, Time, Courrier International.
Mi piace la diversità delle notizie e il gusto di sfogliare tanti giornali pensando alle redazioni gremite di tante penne e teste che hanno contribuito alla realizzazione dei testi.
Mi piace pormi domande, porre domande e de-costruire gli stereotipi socio-culturali e personali tra gli esseri umani. Apprezzo e stimo i giornalisti che si buttano sul campo e vanno a cercare le notizie, per rappresentare la realtà secondo il loro punto di vista e secondo le loro idee e ricerche. Tanti angoli differenti, tanti punti di vista, tante opinioni e idee, costruiscono una società pluralista, più democratica, più aperta e più desiderosa di conoscere e scambiare ulteriori idee per migliorare lo statu quo. Non credo a chi dice di appartenere ad un partito, di essere legato fortemente ad un’idea e di non poterla mai cambiare. Tutto cambia, tutti cambiamo e come insegnava il filosofo Eraclito “tutto scorre”. Per questa ragione, è necessario riflettere, ascoltare, cercare di capire, non imporre la propria idea come la migliore e l’unica sulla piazza e ricercare la calma e la tranquillità per poter comprendere l’altro.

Questa empatia umana è molto visibile e palpabile nelle persone qui in Senegal.
C’è poco e le infrastrutture non sono veloci e attrezzate. C’è l’essenziale: il supermercato, la farmacia, la boutique della tua amica che vende i tessuti che servono per creare i vestiti colorati delle donne, c’è il mercato della frutta, una panetteria nei dintorni se si è fortunati e si vive nel centro della città, una chiesa sempre in centro città e tante moschee che ti ricordano di essere in una società musulmana aperta ai cattolici, dove si celebrano Pasqua, Ramadan e riti animisti. Un paese apparentemente pacifico che include gli altri e accoglie tutti i colori e tutte le religioni.

In questo essenziale, e come cantava il nostro Marco Mengoni, si ritrova la pace dei sensi e il cuore parla di più. A te stesso e agli altri. Le persone vanno ad un ritmo più lento, per concludere operazioni bancarie bisogna prendere mezza giornata di ferie lavorative, per raggiungere un posto che si trova a 5 km da te esistono gli autobus, gremiti di persone e i taxi in cui si negozia il prezzo con il taxi man. Si arriva al luogo d’incontro che si è stabilito con gli amici in più o meno quarantacinque minuti – un’ora.

In questi momenti si inizia a parlare, si stabiliscono più relazioni umane, si vive di più, più intensamente e con più pazienza. Si ascoltano e si capiscono le sofferenze degli altri, i turbamenti, le gioie e i dolori. Si applaude ad una conquista e si spera in un futuro migliore dove tutti possano finire la scuola e trovare un lavoro che rispecchi le proprie passioni.
Si interagisce e si creano vincoli di amicizia. E non ci sente soli. Tutto viene relativizzato quindi. Non si è più considerati come il bianco che arriva e vuole cambiare le cose, iniettare soldi nel sistema economico e poi andare via senza creare nulla di solido, durevole nel tempo e che possa permettere alle persone in loco di svilupparsi e creare loro stessi il proprio futuro. Si è considerati come un essere umano, bianco e nero che tu sia, discutendo di politica e società senegalese e integrandosi piano piano alla società. Integrandosi il rischio è perdersi e non avere punti di riferimento, e ritrovarsi un’altra volta catapultati in un’altra società che pensa e agisce in maniera diversa da come tu ti eri abituato, avevi imparato, avevi capito, avevi digerito-interiorizzato, e avevi accettato. E una società in cui ti sentivi a tuo agio e ti sentivi bene e accettato.

Per questo, come diceva sempre mio cugino Antonio di Portici, non ti dimenticare mai da dove vieni. Cosi sai sempre dove vai, e puoi tornare se vuoi. Io amo l’Italia e vorrei vedere i miei bambini in un luogo sicuro, dove possano crescere e gioire come ho gioito io con mio fratello, con i miei vicini di casa giocando in cortile e raccogliendo fragole, guardando i cartoni animati, mangiando i chupa chups e la scodellina del gelato e giocando a nascondino. Andando al parco giochi sentendosi sicuri e andando a scuola felici di apprendere. Con la gioia e la speranza di un futuro. Con tanti sogni e desideri nello zaino e con la certezza che, un giorno, cantante o nuotatrice che tu sia, tu potrai essere davvero felice, accanto a chi ami e chi ti ama, e non preoccupandosi di essere sempre perfetto, ma con la volontà di apprendere, di sorridere e di parlare con gli altri.

Con poca tecnologia, il tanto tempo a disposizione è il bene più prezioso che abbiamo, insieme – a mio avviso – agli abbracci di coloro che si ama. Ho scelto questa vita perché volevo vedere, scoprire, volevo raggiungere posti impensabili e conoscere tante persone parlando di tanti argomenti e scambiare punti di vista, rivedere concetti, ballare, ascoltare diverse voci, tanta nuova musica, e rientrare per poter raccontare, per poter aprire i cuori e far capire che siamo tutti su questa grande barca e su questa terra insieme, e che non c’è bisogno di avere paura di sperimentare, che niente è definitivo e tutto è una meravigliosa sorpresa. Ora mi piacerebbe portare i miei genitori e far loro scoprire fisicamente cosa succede nella mia vita, cosa facciamo e dove andiamo. E portare con me le persone avventurose che amo per scoprire insieme la vita e farla scoprire ai giovani e a chi crede nel cambiamento e nel sacrificio, con tanta pazienza, umiltà e tanto sport per sentirsi bene e sempre in forma e energia.

Andiamo! Saluti a tutti dal Senegal.

Life is a paradise for those who love many things with a passion” – Leo Buscaglia