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Il coraggio di noi expat

Si dice che il battito d’ali di una farfalla possa provocare un uragano dall’altra parte del mondo. Cosí, anche nella vita, ci sono scelte che inizialmente sembrano irrilevanti che poi portano a risultati inaspettati.

Per me questo “effetto farfalla” è avvenuto lo scorso ottobre. Da qualche mese lavoravo come ricercatrice presso una compagnia nel settore delle telecomunicazioni. Un lavoro che odiavo, perché privo di stimoli e in un ufficio talmente lontano che impiegavo quasi due ore di treno per arrivarci, nonostante fosse a Londra.

Ho trovato questo lavoro due mesi dopo la mia laurea. Vi avevo riposto tante aspettative: la speranza di affermarmi in un settore prevalentemente maschile, la possibilitá di fare esperienza e carriera all’interno della compagnia. La delusione che ne è seguita è stata molto forte. Da anni volevo uscire fuori dal settore della ristorazione e ora che finalmente ci ero riuscita detestavo il mio lavoro ancora piú del precedente.

Dopo nemmeno un mese di lavoro ho cominciato a mandare curriculum e nei mesi successivi ho svolto diversi colloqui per diventare junior reporter. Nonostante gli editor si dichiarassero impressionati dal mio CV, ho notato che erano alquanto restii a darmi una possibilitá.

Stanca, stressata e delusa ho continuato ad andare a lavoro, nonostante mi sentissi ogni giorno piú frustrata. Fino a quando, un giorno, mi sono resa conto di quanto fosse stupido quello che stavo facendo. “Se volevo accontentarmi, sarei rimasta in Italia”, mi sono detta.

Mi ricordai che quando ancora non avevo preso la laurea triennale ero venuta a conoscenza della possibilitá di fare un tirocinio al Parlamento europeo, ma non mi ritenevo in grado per via della mia conoscenza dell’inglese (molto buona per la media italiana, ma non abbastanza da poter svolgere un lavoro).

Dopo piú di cinque anni in UK, mi sentivo ormai pronta. Inoltre, ho sempre avuto uno spiccato interesse per le politiche internazionali e questo lavoro avrebbe quindi riunito le mie due piú grandi passioni.

Ho mandato la mia domanda di tirocinio senza grandi speranze. “Ogni anni 25.000 persone fanno domanda e circa 600 vengono selezionate”, avvertiva il sito.

Nei mesi successivi ho continuato con la mia vita da pendolare, fino a quando ho preso la decisione di licenziarmi e di prendermi qualche mese di pausa per risollevarmi sia a livello fisico che morale.

Non avrei mai pensato di fare una scelta del genere, io che ho sempre bisogno di un “piano B”, un paracadute che mi dia sicurezza. Eppure, ancora una volta, ho scelto di essere io il mio piano B, ho deciso che il mio paracadute sarebbe stata quella mia determinazione che mi ha spinto a lasciare l’Italia a 22 anni, totalmente sola, per trasferirmi in un posto dove non ero mai stata.

Credo che il coraggio sia ció che contraddistingue e accomuna noi expat. É sorprendente cosa puoi fare quando non hai paura di uscire dalla tua comfort zone, allontanarti dai tuoi affetti e dalle tue radici.

Ho salutato l’anno nuovo con una ritrovata serenitá e un buon presentimento per il 2018. Soltanto qualche giorno dopo mi arrivó una bellissima notizia: la mia domanda di tirocinio al Parlamento europeo era stata accettata ed avevo un mese di tempo per trasferirmi a Bruxelles.

Ho salutato Londra con un misto di felicitá e malinconia. “Sono solo 5 mesi”, mi dicevano gli amici, ma io so bene che quando imbocchi una nuova strada non è scontato che tornerai indietro. Del resto, se chiedete a un qualsiasi italiano residente a Londra, c’è un’ottima probabilitá che vi dica che la sua intenzione iniziale era rimanere nella capitale inglese soltanto qualche mese.

Anche io ero partita con l’idea di stare soltanto due anni fuori e tornare appena finito il master. Eppure, dopo quasi sei anni, ero ancora lì. Londra era la mia casa ormai, il mio compagno e i miei amici quella famiglia che cosí difficilmente mi ero riuscita a ricostruire. Ancora una volta, stavo per privarmi di tutte quelle persone e luoghi che mi rendevano quello che ero.

Non ho preso questo trasferimento a cuor leggero, nonostante fossi emozionatissima all’idea di cominciare questa nuova avventura. Guardando la stazione di Saint Pancras dal finestrino dell’eurostar, ho deciso che quella partenza sarebbe stata un addio. Non un addio alla cittá, ma un addio a quello che era stata la mia vita lí. A tutti i viaggi estenuanti in treno, ai lavori orribili che mi sono ritrovata a fare, ai sacrifici fatti per pagarmi l’universitá. Un addio a tutti i colloqui di lavoro andati male, a tutti i sabati sera che ho passato a lavorare,  a tutte le volte che ho ricevuto un “no”, invece di un “si”.

Arrivata a Bruxelles, lo shock è stato grande. Le stazioni ti trasmettono un profondo senso di insicurezza, i negozi chiudono alle 6 di pomeriggio e rimangono chiusi la domenica e nonostante sia una cittá multiculturale molte persone non parlano inglese.

Dopo aver impiegato anni per parlare inglese fluentemente, mi ritrovavo di nuovo in una cittá dove non riuscivo a comunicare. La mia prima reazione é stata di rifiuto e paura per i mesi successivi.

A distanza di due settimane, non mi sono ancora fatta un’idea decisa su questa cittá. Non so se finito il tirocinio rimarró quá oppure torneró a Londra, eppure per la prima volta da 6 anni, mi sento quasi a casa.

Nei miei colleghi tirocinanti ho trovato persone come me: ragazzi che hanno vissuto in diversi paesi europei, fluenti in almeno due lingue parlate nell’Unione e interessati a quello che succede nel mondo. Persone che spesso nei loro paesi di provenienza hanno ricevuto delusioni e porte sbattute in faccia. Giovani che credono in questo progetto di unione che viene spesso maltrattato dai singoli stati membri, ma che lo guardano comunque con un occhio critico.

Mi sono sempre sentita straniera, anche in Italia. Sono sempre stata interessata ad altre culture, altre lingue e all’idea di vivere all’estero. Mi sono sempre sentita diversa dalla tipica ragazza ternana e in tutti i miei viaggi ho cercato un posto che non mi facesse sentire cosí.

A Bruxelles, invece, non sono piú una ragazza senza radici che alla domanda “di dove sei?” non riesce a rispondere semplicemente, tanto l’hanno cambiata gli anni passati all’estero. A Bruxelles sono finalmente libera di essere quello che sono sempre stata: una cittadina europea.

 

Intervista a Luca Amorello, avvocato italiano in Usa. Tra incertezze politiche e prospettive future

L’unico avvocato italiano a Washington. In poche parole ecco chi è Luca Amorello, 29 anni originario di Spilimbergo, un piccolo centro di 10.000 abitanti in provincia di Pordenone famoso per la sua scuola di mosaico. Oggi, dopo aver passato l’esame d’avvocato a NY, Luca lavora nell’ufficio di Washington dello studio legale Cleary Gottlieb Steen Hamilton LLP (uno dei più importanti del mondo). Dove si occupa di diritto, finanza, economia e politica.

Non vogliamo farvi spoiler sull’intervista al nostro Italian del mese, vi diamo solo qualche informazione di base. Dopo dopo essersi laureato a 23 anni in giurisprudenza e dopo un breve periodo alla Luiss a Roma, Luca è entrato in un programma di PhD alla House of Finance di Francoforte in Diritto ed Economia della Finanza. Nel 2013 è risultato vincitore della Borsa di Studio Menichella assegnata dalla Banca d’Italia per il progetto di studio in materia di regolamentazione bancaria e politica macroprudenziale.

Ha lavorato prima con la Banca d’Italia e poi, durante il terzo anno di dottorato, alla Banca Centrale Europea come giurista nel Segretariato del Comitato Europeo per il Rischio Sistemico. A quel punto – dopo aver consegnato la tesi di dottorato – è arrivata l’esperienza in America dove Luca ha studiato regolamentazione finanziaria alla Harvard Law School.

Direi che ora possiamo cominciare. Buona lettura!

Luca, raccontaci qualcosa di te e della tua vita americana: come sei arrivato a lavorare nell’ufficio di Washington per lo studio Cleary Gottlieb Steen & Hamilton? Di cosa ti occupi di preciso, quali sono le tue responsabilità?

La scelta di lavorare a Washington è stata in realtà puramente casuale. A differenza di molti altri ragazzi della mia età, l’Italia mi ha offerto numerose opportunità lavorative (anche ben remunerate). Ma avendo ricevuto controfferte economiche più vantaggiose in UK e altri paesi, tornare in Italia risultava difficile. Poi un bel giorno lo studio legale per cui oggi lavoro – uno dei più importanti del mondo – mi offrì la possibilità di formarmi in uno dei suoi uffici americani, occasione piuttosto rara per un italiano. Accettai immediatamente – non avrei potuto trovare di meglio.

Qui lavoro principalmente con istituzioni finanziarie per quanto riguarda i loro requisiti di capitale e di liquidità. Inoltre mi occupo di resilienza e risoluzione banche globali a rilevanza sistemica. Predisponiamo piani di risoluzione e di risanamento che permettano a queste banche di gestire al meglio eventuali periodi di stress finanziario senza generare rischi sistemici per il sistema finanziario globale. È una materia affascinante e molto complessa – dove si incrociano diritto, finanza, economia e politica. A volte non esistono precedenti, per cui parte del nostro lavoro è pura innovazione strategica e regolamentare.     

Essere un giovane italiano (l’unico avvocato a Washington, se non erro) in un ambiente così settoriale e competitivo, come viene visto? Oltre alle difficoltà, ci sono dei pregiudizi che hai dovuto affrontare?

Ho la fortuna di lavorare e vivere in un ambiente tra i più internazionali e diversificati al mondo. Nel mio studio si parlano 65 lingue diverse e gli avvocati vengono da oltre 50 paesi – insomma si respira la bellezza della diversità e la forza dell’internazionalità. I pregiudizi li lasciamo a coloro che non vedono e non apprezzano il valore di questo straordinario patrimonio. Le differenze sono celebrate e tutte le persone, incluso io, sono trattate in maniera uguale.

Per quanto riguarda più in generale Washington e gli Stati Uniti non posso generalizzare. Gli Stati Uniti sono un paese che vive la propria complessità – politica, sociale, economica –  in modi diversi a seconda dell’area geografica e del sistema culturale di riferimento. Avendo vissuto a Boston e Washington – città liberali proiettate verso il mondo – posso soltanto dire, per mia esperienza personale, che non ho mai subito pregiudizi e le difficoltà incontrate sono state soltanto burocratiche, mai relazionali o umane.

L’America rimane ancora oggi uno dei grandi sogni degli italiani: più o meno tutti, almeno una volta nella vita, sognano di abbandonare la vecchia vita per farne una nuova nella grande mela. Anche te avevi questa spinta personale, oppure quella di partire è stata più una scelta “obbligata”? E più in generale, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

Io sono partito per gli Stati Uniti perché avevo e ho l’ambizione di diventare – nel mio piccolo – un esperto del mio settore. Un giorno a Francoforte, parlando con un professore di Harvard, capii che per poterlo fare avrei avuto la necessità di ‘vedere’ cosa accadeva dall’altra parte dell’Atlantico, e Harvard rappresentava (e rappresenta ancora oggi) il migliore punto di osservazione, sia per la qualità del capitale umano presente che per il bacino di conoscenza che poteva offrirmi. Diciamo che non cercai “un luogo” ovvero gli Stati Uniti, piuttosto cercai le persone giuste che potessero insegnarmi qualcosa su quello che volevo fare. E le trovai a Cambridge, Massachusetts.

Io non sono dovuto scappare dall’Italia – l’Italia mi ha offerto numerose volte la possibilità di tornare anche a condizioni privilegiate. E credo che i cosiddetti ‘talenti’ non debbano necessariamente scappare dall’Italia – ci sono centinaia di talenti in Italia che hanno trovato la propria dimensione lavorativa e umana pur nelle difficoltà che caratterizzano il paese e conosco talenti con sfavillanti carriere all’estero che sono tornati in Italia per cercare di cambiarla o renderla migliore.

Quello che invece bisognerebbe fare, a mio giudizio, è cambiare mentalità. La società contemporanea – società globalizzata che rende qualunque confine geografico, economico e sociale irrilevante – sta cambiando velocemente e sta diventando sempre più complessa. Quello che i cosiddetti talenti dovrebbero fare è cercare un modo per cavalcare questi mutamenti e questa complessità, trovando spazi nuovi ovunque essi si presentino. Parole come competizione, sacrificio, specializzazione, flessibilità, internazionalità dovrebbero entrare nel linguaggio comune. Bisognerebbe capire che una laurea da sola non serve a granché e che “scappare dall’Italia” è a volte l’unico modo per acquisire quelle conoscenze necessarie per poter tornare e costruirsi lì una vita. Il punto è che l’Italia non offre sufficienti incentivi per tornare. E questo è dovuto alla mancanza di valide prospettive di futuro che rendono qualunque scelta incerta e, dunque, rischiosa.  

Com’è realmente vivere negli USA? Rispetto all’Italia, dov’è che possiamo guardare per imparare in positivo? Ma soprattutto: secondo te l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere giovani come te a mollare tutto?

Gli Stati Uniti non sono l’Eden. Come in Italia ci sono cose buone e cose meno buone. Però la peculiarità americana si trova nella mentalità proattiva e nello spirito imprenditoriale dei suoi abitanti. L’idea – ancora parecchio diffusa in Italia – che debba essere lo Stato, le istituzioni, la politica o qualche altro salvatore della patria a cambiare la realtà personale dei cittadini non esiste. Qui è chiaro che ognuno è padrone del proprio destino e che l’inventiva, la bravura e lo spirito di iniziativa individuale alla fine paga. Questa proattività all’Italia manca. Inoltre, in USA si respira ad ogni angolo la volontà di innovare, di migliorare, di cambiare e di rendere più semplice la vita delle persone. Io prendo UBER ogni mattina per andare a lavorare e sono due anni che non uso contanti.

L’Italia – ovvero le sue istituzioni, i sindacati, gli ordini professionali, il mondo della scuola e della ricerca, gli imprenditori, e via dicendo – dovrebbero abbandonare quella mentalità conservatrice che sta bloccando il paese da vent’anni ed adeguarsi al futuro. Il mondo è cambiato, la società è cambiata. Gli Italiani se ne devono fare una ragione.

Non si può parlare di America – un po’ come per altri paesi, come il Giappone – senza passare almeno brevemente sulla tecnologia. Credi che l’Italia sia rimasta indietro su questo? Secondo te ci sono dei gap generazionali (e anche tecnologici, perché no) che andrebbero affrontati?

Credo che l’Italia sia stata deindustrializzata negli ultimi 20-30 anni e in un paese deindustrializzato fare innovazione è molto difficile. Inoltre le resistenze corporative di vari settori rendono il tutto ancora più complesso. Il problema è ancora una volta culturale, come ho detto prima. Chi si assume la responsabilità di andare a spiegare ad un tassista romano che la sua autovettura è una carrozza di fine ‘800 e che oggi esisterebbero sistemi più economici ed efficienti per spostarsi nella capitale? Compito della politica dovrebbe essere proprio favorire questa transizione, non fermarla.    

Passando agli studi: la tua senz’altro è stata una formazione cross-continentale, da Trieste a Roma per arrivare a Francoforte e poi a Harvard. Partendo proprio dalla tua esperienza, potresti aiutarci a fare una sorta di sistemi educativi a confronto? Punti di forza e punti negativi, ovviamente.

In Germania ho passato tre anni faticosi – dato l’ammontare di cose che ho dovuto studiare, dalla microeconomia alla politica monetaria passando per la regolamentazione finanziaria – ma estremamente formativi. Il sistema educativo tedesco è tremendamente rigoroso e molto internazionalizzato. Nel mio dottorato ho avuto professori provenienti non soltanto dalla Germania ma anche, ad esempio, dagli Stati Uniti. Mi hanno dato davvero una prospettiva globale sulle materie che studiavo. Inoltre la compenetrazione col diritto di altre scienze sociali è notevole e particolarmente affascinante. La Germania offre un sistema universitario a costo praticamente nullo per gli studenti e mette chiunque nelle condizioni di poter studiare. Ricordo che con la mia carta universitaria a Francoforte non pagavo i trasporti pubblici per tutto l’anno. In termini finanziari potrei dire che gli studenti sono considerati investimenti ad alto rendimento per lo Stato, rendimenti non comparabili con alcun altra attività.

Harvard è il sogno di ogni nerd. Più che un’università si tratta di una fabbrica della conoscenza. Seguire tutte le attività che propone l’università è impossibile e il livello di contaminazione tra le materie universitarie è elevatissimo. Harvard insegna innanzitutto un metodo per risolvere fattispecie e problematiche complesse offrendoti tutti gli strumenti attualmente a disposizione. Quello che l’università ti richiede invece è una forte dedizione e la volontà di lasciare il segno una volta terminati gli studi. L’ambizione di Harvard è quella di formare una classe dirigente globale capace di trasformare la realtà che ci circonda. E sono convinto che spesso ci riescano davvero.     

Per quanto riguarda il sistema universitario italiano, devo dire che – come strutturato attualmente – lo trovo poco utile. Ad esempio, le facoltà di giurisprudenza sono dominate dal nozionismo e dal ‘pandettismo’. Prendi un codice, lo impari a memoria e passi l’esame. Prendi una norma, spieghi la natura giuridica e passi l’esame. Alla fine dei 5 anni accademici sei in grado di scrivere un parere? La risposta è quasi sempre negativa.

Salvo rare eccezioni, il sistema universitario in Italia andrebbe rifondato. Da zero. L’università ha la funzione di formare studenti per il mondo del lavoro del futuro. Questo significa che l’università dovrebbe innanzitutto educare al ragionamento critico e alla capacità di risoluzione di problemi complessi dati gli strumenti a disposizione. Inoltre – potendo fare una comparazione – direi che bisognerebbe permettere ai privati di investire nell’università. L’idea ancora presente nell’università pubblica per la quale “la ricerca è e deve essere libera” è solo una storiella da fine anni ‘70 che sta bloccando, tra le altre cose, lo sviluppo economico del paese. Facciamo un esempio: nel consiglio di amministrazione di una facoltà di ingegneria sarebbe meglio avere Elon Musk o un professore universitario sicuramente libero ma che non ha mai fatto impresa? Io opto per Elon Musk.    

Nel tuo curriculum leggo che parli italiano, inglese e francese. Inoltre vedo che hai studiato cinese per due anni. Quanto è importante oggi conoscere le lingue? Per i giovani, soprattutto: quali credi che siano le altre competenze necessarie per fare carriera, per realizzarsi?

Dei miei studi di cinese ricordo solo come ordinare al ristorante. Tralasciando questo, in una società globalizzata diventa fondamentale la capacità di comunicare con altre culture e altri contesti. Maggiori sono le capacità comunicative, più facile diventa relazionarsi con controparti provenienti da altri paesi e da altri contesti. Per questo dovremmo conoscere l’inglese meglio dell’italiano – essendo ormai lingua universale – e avere la capacità e la curiosità di imparare tutte quelle lingue che potrebbero tornare utili. Non esiste un numero minimo o un numero massimo – tutto dipende dal bacino di persone con cui volersi relazionare. Voglio lavorare in Asia? Impara il cinese. Voglio lavorare in Sud America? Impara lo spagnolo o il portoghese. Africa? Impara il francese.

Aggiungo però che le competenze linguistiche non sono sufficienti. Bisogna anche imparare quei linguaggi che trascendono le parole. Parlare ad un cliente tedesco in tedesco non è di per sé utile se non si conoscono le sue preferenze, quale sia il suo background culturale, quale il suo sistema di valori. Facciamo un esempio: un cliente americano, ad una conversazione con uno straniero di dizione inglese perfetta, preferirà parlare con uno meno bravo dal punto di vista linguistico ma esperto di football americano.

In cosa è diverso fare la carriera da avvocato in America piuttosto che in Italia? Un po’ di tempo fa ero capitata su un articolo che stimava che il numero degli avvocati a Roma fosse uguale a quelli presenti in tutta la Francia. Ecco, rispetto al sovrannumero di richieste e ad una crisi lavorativa che non sembra mai finire, che consiglio ti sentiresti di dare ai tanti giovani che, come te, ambiscono a fare questa professione?

Non sono avvocato in Italia quindi non posso parlare a nome di una categoria che non conosco. Posso dire però che fare l’avvocato in America significa innanzitutto servire in maniera molto umile una comunità di riferimento. I grandi avvocati americani – quelli che si vedono nei film – sono persone semplici, simpatiche e alla mano che capiscono la responsabilità sociale ed economica della propria posizione per l’intero sistema statunitense. Inoltre, negli Stati Uniti gli avvocati junior vengono trattati allo stesso modo dei senior e vi è l’idea – molto chiara – che si deve lavorare tutti insieme per il bene dell’insegna che si rappresenta. Ecco perché c’è un notevole rispetto interpersonale e spirito collaborativo e una propensione alla formazione dei giovani che sono considerati risorse imprescindibili per il futuro dello studio di riferimento.       

Oltre al diritto bancario sappiamo che ti occupi anche di debito sovrano e di politica monetaria. Rispettando sempre i limiti di quello che puoi dire per la privacy del tuo lavoro, potresti farci un commento veloce sulla situazione economica in Italia?

È una domanda complessa e non ci sono risposte univoche. La parola chiave per comprendere lo stato di salute dell’economia italiana, a mio giudizio, dipende dalla parola “sostenibilità’’. Il punto fondamentale credo sia quello di determinare se la posizione finanziaria del sistema Italia sia sostenibile senza interventi esterni.

La mia – personale – opinione è che l’attuale stock di debito pubblico – destinato a crescere ulteriormente nei prossimi anni, anche alla luce delle attuali proposte politiche di tutto l’arco parlamentare – prosciughi qualunque prospettiva di risanamento delle finanze pubbliche, rendendo la situazione del paese critica. Al momento i bassi tassi di interesse dovuti ad una politica monetaria espansiva della BCE permettono all’Italia di ripagare le proprie passività ad un costo più basso rispetto a condizioni di mercato normali. Tuttavia, si tratta di una situazione temporanea che cesserà nel momento in cui la BCE deciderà di normalizzare la propria politica monetaria, comportando costi aggiuntivi per il Paese. Inoltre, lo spread sul debito pubblico potrebbe aumentare alla luce del rischio politico che l’Italia porta con sé. Quest’anno si profila una situazione di incertezza politica che potrebbe avere ripercussioni sulle finanze pubbliche, rendendo ancora più fragili le prospettive di sostenibilità macroeconomica. A questa situazione, già critica di per sé, bisogna poi aggiungere la fragilità del sistema bancario italiano e l’attuale indebitamento privato che continua ad aumentare e ad indebolire i risparmi dei soggetti privati. Il sistema giudiziario, la complessità normativa in materia economica, il regime fiscale, la scarsa propensione alla concorrenza di mercato, la fragilità istituzionale, l’elevato corporativismo e la burocrazia asfissiante poi non rendono l’Italia molto attraente.   

In un tale contesto ci si aspetterebbe da parte degli organi interessati una maggiore attenzione a tale problematiche e una assunzione di responsabilità davanti ai cittadini, con proposte di riforma radicali ed incisive. Al momento non vedo niente di tutto questo – soltanto promesse che potrebbero peggiorare ulteriormente il quadro appena descritto. All’Italia invece servirebbe invece un bagno di umiltà.

In breve, non sono ottimista.

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Cosa si può fare in concreto per aiutare l’Italia anche lavorando da fuori, come stai facendo te, sfruttando le competenze e il talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute?

Questo semestre dovrei pubblicare il mio primo libro in materia di regolamentazione finanziaria. A questo si aggiungono alcuni progetti universitari che vorrei portare avanti, mentre nel secondo semestre di quest’anno dovrei trasferirmi negli uffici di Londra del mio studio, così da poter seguire non soltanto le questioni regolamentari americane ma anche quelle inglesi ed europee (rese particolarmente interessanti dalla Brexit). Da Londra spero di contribuire in qualche modo al mantenimento della resilienza del sistema bancario europeo.  

Nel mio piccolo, cercherò di dare una mano in questa direzione, con la consapevolezza che l’Europa nel suo insieme è la mia nazione, non soltanto l’Italia. Credo che ognuno possa contribuire nei limiti del proprio lavoro e con le proprie competenze al mantenimento di un orizzonte comune europeo. Svolgere il proprio lavoro con passione, competenza e integrità credo sia oggi il modo migliore per porsi al servizio di questa comunità.   

 

Welcome on board! Sofia Paniccia – blogger #theitalians

Nel team di The Italians, Sofia Paniccia è la più giovane dei blogger. Diciassettenne originaria della provincia marchigiana, la sua avventura inizia il 23 agosto scorso quando ha deciso di avventurarsi nel “Nice Minnesota”, e più precisamente a Rosemount.

Quello di Sofia sarà una sorta di manuale di sopravvivenza, il diario di viaggio di una – giovanissima – marchigiana in Minnesota, un viaggio a metà tra racconti personali e analisi delle differenze che un italiano affronta negli Stati Uniti, tra nuovi riferimenti culturali e anche nuovi sistemi educativi.

Con un piede nella neve del Minnesota e la mente al caldo tepore della sua cittadina della costa marchigiana, il 15 febbraio Sofia é divetata maggiorenne e può dire di aver raggiunto la maggior età in America, mito di ogni studente italiano e di ogni cinefilo cresciuto a pane e high school movie.

Intanto, passo dopo passo, condividerà con noi tutte le fasi del suo anno all’estero, dall’adattamento ai cambiamenti, ai piccoli schock culturali alle scoperte più piacevoli, e senza scordare mai la (tanto cara e necessaria) crescita personale.

Un manuale, o forse più un diario, chissà, noi speriamo possa essere non solo una testimonianza ma pure una bella ispirazione.

Sofia, welcome on board!

Intervista a Marco Ricorda, Head of Social Media per l’ALDE al Parlamento Europeo. Per Marco la speranza per l’Italia è rappresentata da tre parole: «collaborazione, senso di unità, valori comuni».

Per l’intervista di questo mese abbiamo deciso di lasciare da parte le domande scritte.

Niente email, niente categorie predefinite, ma solo un ampio spazio per riflettere e per dibattere su ciò che è diventata e sta diventando l’Italia. Questa volta non potevamo prescindere dalla politica, sia perché ormai manca un mese e qualche manciata di giorni alle elezioni del 4 marzo, sia perché il nostro Italians è un professionista della comunicazione con quasi 10 anni di esperienza nel settore, fortemente incentrato – tra le altre cose – sulla politica globale.

Marco Ricorda, 32 anni originario di Salsomaggiore (Parma), è il capo dei social media per il gruppo ALDE al Parlamento europeo, alleanza che riunisce i partiti liberal democratici in Europa. Il suo nome è stato inserito tra i primi 40 influencer UE nel 2017 ed è un mentore di Politico EU Studies Fair. Inoltre, Marco è anche social media manager di Guy Verhofstadt, primo ministro belga per 9 anni e dal 2009 alla guida dell’ALDE.

Sono quasi le otto di sera di un venerdì qualsiasi, sia a Bruxelles che in Italia, quando finalmente riesco a sentire la voce di Marco. Una chiamata whatsapp che abbiamo rimandato per giorni, complici la stanchezza e i normali (ma tanti) impegni quotidiani. «Ho una vita molto frenetica, gestisco tutti i contenuti che vengono veicolati dai media – racconta Marco Ricorda – qui si lavora tutti i giorni ma in maniera più intelligente rispetto all’Italia: se c’è tanto lavoro si rimane fino a tardi, altrimenti si va a casa».

Il curriculum di Marco è pieno di voci: social media manager al Joint Research Center della Commissione Europea; digital strategist per l’Unione Europea a Expo Milano 2015; social media analyst per la Commissione Europea e press officer / community manager per Bruegel, il think tank di Bruxelles per politica economica internazionale. Non abbiamo ancora finito: è stato anche analista insight per Lo Spazio della Politica, un think tank italiano che lavora nel campo degli affari internazionali.

Come ha fatto, vi chiederete voi. Me lo sono chiesta anche io, naturalmente. Marco mi ha risposto che lavorare per l’Unione Europea è sempre stato parte di un progetto ben preciso, e che ha fatto «tutto quello che era necessario» per realizzare questo sogno. «Già quando avevo 15-16 anni sapevo di voler lavorare per questa organizzazione che gestisce i conflitti tra stati. Mio nonno ha fatto 7 anni di guerra in Albania: più sentivo le sue storie, più sentivo la vocazione europea».

Dopo essersi laureato a Forlì in Scienze internazionali e diplomatiche, con un anno di Erasmus ad Anversa, Marco si è trasferito a Maastricht per completare gli studi: «Era il 2010, un periodo difficilissimo, c’era la crisi e nessuno assumeva. Ho pensato fosse il momento giusto per spostarmi ancora, per andare a Bruxelles. Da Maastricht ho trovato un’opportunità a Bruegel: ho capito subito l’importanza dei social media, la loro grande forza di comunicazione». Due anni e mezzo dopo, Marco è entrato in commissione, dove è rimasto per circa 5 anni: «Adesso sto lavorando per il vero partito europeo».

Una posizione privilegiata per seguire la campagna elettorale italiana. Anche se da lontano, Marco non ha dubbi: «La dicotomia destra-sinistra ormai è finita, serve una forza rivoluzionaria che spacchi questo sistema fatto di burocrazia soffocante, di perdita di coscienza civile, di raccomandazioni. Ci sono troppi partiti, troppe voci che non danno alcuna speranza all’Italia di rendersi attiva». E prosegue ancora: «Di tutti questi partiti italiani non ce n’è uno che vende un programma di positività. Tutti dicono non votate l’altro, nessuno dice votateci per questo».

Positività è una delle parole chiave di Marco, una di quella che ripete spesso. Un’altra è giovani, e qui il discorso non ammette pietismi: «I giovani sono spaccati dal debito, dall’immobilismo politico che non fa altro che peggiorare. Il loro potere d’acquisto è pari a zero».

Eppure, qualcosa su cui possiamo lavorare c’è: «Dobbiamo renderci conto che è tutto sulle nostre spalle, senza accampare scuse varie. Niente più piagnistei: non dobbiamo aspettarci che lo stato ci serva tutto sul piatto d’argento, dobbiamo essere una società che non si arrende. Ora siamo molto spenti».

In ambito lavorativo, la speranza per l’Italia è rappresentata da tre parole: «Collaborazione, senso di unità, valori comuni». Marco li elenca senza pensarci due volte.

Ci sono poi dei settori che vanno implementati: «C’è da lavorare sulla digitalizzazione, altrimenti non possiamo avere flessibilità mentale. Esiste ancora questa pressione psicologica nel pensare che se uno non ha una certa età non può rivestire una determinata posizione. In Italia se sei un formatore cerchi di non formare il tuo assistente perché così il tuo ruolo rimane forte. Nelle società liberali è il contrario: vogliono che il team impari in fretta e che si cresca, cosicché anche il capo possa investire più su sé stesso e sulla propria formazione».

Un altro fil rouge tra giovani e lavoro è adattamento: «Basta dire mi sono laureato in questo e devo fare questo, bisogna saper inventare sé stessi e il proprio lavoro. La stabilità lavorativa è difficile da promettere, perché la società è cambiata, nel 2018 questo concetto non credo esista più. Ma è conseguenza necessaria dell’acceleramento tecnologico e della globalizzazione. Dobbiamo collaborare al fine di capire un mondo che cambia, dobbiamo essere pronti ad adeguarci, non piangere il passato».

Per Marco è come se esistesse una sorta di teoria per il successo, declinata tutta al “giovanile” (un modo di essere, più che un tempo verbale): «Niente scuse, analizzare i problemi e affrontarli senza paura dei fallimenti, che poi sono sempre necessari. Questa è una cosa che mi ha insegnato lo sport». Oltre che un comunicatore, la seconda vita di Marco Ricorda è tra la palestra e la cucina: è infatti un atleta competitivo e un appassionato di allenamento con i pesi e bodybuilding.

Mondi che non sono poi così lontani come sembrano: «Il bodybuilding mi ha insegnato tutto sulla comunicazione – spiega – competi per l’attenzione, vuoi che più persone possibili mettano quel pollice in su proprio sul tuo post, e quindi fai di tutto affinché accada. Diventa quasi un gioco e, quando arrivi a quel livello, non riesci più ad uscirne».

«Mi sento emiliano, italiano ed europeo allo stesso momento. E questo non crea alcun conflitto nella mia anima». Siamo quasi alla fine della nostra chiacchierata, tornare all’Unione Europea è come chiudere un cerchio. «Nel momento stesso in cui ci mettiamo alla ricerca di una nostra identità, è come se bloccassimo la società cosmopolita. Ribelliamoci a chi cerca di imporci questi pensieri». Ma c’è ancora qualche altro spunto di riflessione da battere a macchina, tasto dopo tasto: «L’UE deve smetterla di concentrarsi su un’unione economica e politica, deve diventare sempre più un’unione di valori e sentimenti condivisi. E attualmente non lo è».

E l’Italia? «Dobbiamo fare la nostra parte – conclude Marco – l’Italia deve cercare i propri valori, progressisti invece di conservatori, altrimenti ci riduciamo a piangere un passato insostenibile. Mettiamoci a tavolino, analizziamo le circostanze del presente e costruiamo un futuro migliore per questa società, non per i singoli individui».