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Intervista a Luca Amorello, avvocato italiano in Usa. Tra incertezze politiche e prospettive future

L’unico avvocato italiano a Washington. In poche parole ecco chi è Luca Amorello, 29 anni originario di Spilimbergo, un piccolo centro di 10.000 abitanti in provincia di Pordenone famoso per la sua scuola di mosaico. Oggi, dopo aver passato l’esame d’avvocato a NY, Luca lavora nell’ufficio di Washington dello studio legale Cleary Gottlieb Steen Hamilton LLP (uno dei più importanti del mondo). Dove si occupa di diritto, finanza, economia e politica.

Non vogliamo farvi spoiler sull’intervista al nostro Italian del mese, vi diamo solo qualche informazione di base. Dopo dopo essersi laureato a 23 anni in giurisprudenza e dopo un breve periodo alla Luiss a Roma, Luca è entrato in un programma di PhD alla House of Finance di Francoforte in Diritto ed Economia della Finanza. Nel 2013 è risultato vincitore della Borsa di Studio Menichella assegnata dalla Banca d’Italia per il progetto di studio in materia di regolamentazione bancaria e politica macroprudenziale.

Ha lavorato prima con la Banca d’Italia e poi, durante il terzo anno di dottorato, alla Banca Centrale Europea come giurista nel Segretariato del Comitato Europeo per il Rischio Sistemico. A quel punto – dopo aver consegnato la tesi di dottorato – è arrivata l’esperienza in America dove Luca ha studiato regolamentazione finanziaria alla Harvard Law School.

Direi che ora possiamo cominciare. Buona lettura!

Luca, raccontaci qualcosa di te e della tua vita americana: come sei arrivato a lavorare nell’ufficio di Washington per lo studio Cleary Gottlieb Steen & Hamilton? Di cosa ti occupi di preciso, quali sono le tue responsabilità?

La scelta di lavorare a Washington è stata in realtà puramente casuale. A differenza di molti altri ragazzi della mia età, l’Italia mi ha offerto numerose opportunità lavorative (anche ben remunerate). Ma avendo ricevuto controfferte economiche più vantaggiose in UK e altri paesi, tornare in Italia risultava difficile. Poi un bel giorno lo studio legale per cui oggi lavoro – uno dei più importanti del mondo – mi offrì la possibilità di formarmi in uno dei suoi uffici americani, occasione piuttosto rara per un italiano. Accettai immediatamente – non avrei potuto trovare di meglio.

Qui lavoro principalmente con istituzioni finanziarie per quanto riguarda i loro requisiti di capitale e di liquidità. Inoltre mi occupo di resilienza e risoluzione banche globali a rilevanza sistemica. Predisponiamo piani di risoluzione e di risanamento che permettano a queste banche di gestire al meglio eventuali periodi di stress finanziario senza generare rischi sistemici per il sistema finanziario globale. È una materia affascinante e molto complessa – dove si incrociano diritto, finanza, economia e politica. A volte non esistono precedenti, per cui parte del nostro lavoro è pura innovazione strategica e regolamentare.     

Essere un giovane italiano (l’unico avvocato a Washington, se non erro) in un ambiente così settoriale e competitivo, come viene visto? Oltre alle difficoltà, ci sono dei pregiudizi che hai dovuto affrontare?

Ho la fortuna di lavorare e vivere in un ambiente tra i più internazionali e diversificati al mondo. Nel mio studio si parlano 65 lingue diverse e gli avvocati vengono da oltre 50 paesi – insomma si respira la bellezza della diversità e la forza dell’internazionalità. I pregiudizi li lasciamo a coloro che non vedono e non apprezzano il valore di questo straordinario patrimonio. Le differenze sono celebrate e tutte le persone, incluso io, sono trattate in maniera uguale.

Per quanto riguarda più in generale Washington e gli Stati Uniti non posso generalizzare. Gli Stati Uniti sono un paese che vive la propria complessità – politica, sociale, economica –  in modi diversi a seconda dell’area geografica e del sistema culturale di riferimento. Avendo vissuto a Boston e Washington – città liberali proiettate verso il mondo – posso soltanto dire, per mia esperienza personale, che non ho mai subito pregiudizi e le difficoltà incontrate sono state soltanto burocratiche, mai relazionali o umane.

L’America rimane ancora oggi uno dei grandi sogni degli italiani: più o meno tutti, almeno una volta nella vita, sognano di abbandonare la vecchia vita per farne una nuova nella grande mela. Anche te avevi questa spinta personale, oppure quella di partire è stata più una scelta “obbligata”? E più in generale, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

Io sono partito per gli Stati Uniti perché avevo e ho l’ambizione di diventare – nel mio piccolo – un esperto del mio settore. Un giorno a Francoforte, parlando con un professore di Harvard, capii che per poterlo fare avrei avuto la necessità di ‘vedere’ cosa accadeva dall’altra parte dell’Atlantico, e Harvard rappresentava (e rappresenta ancora oggi) il migliore punto di osservazione, sia per la qualità del capitale umano presente che per il bacino di conoscenza che poteva offrirmi. Diciamo che non cercai “un luogo” ovvero gli Stati Uniti, piuttosto cercai le persone giuste che potessero insegnarmi qualcosa su quello che volevo fare. E le trovai a Cambridge, Massachusetts.

Io non sono dovuto scappare dall’Italia – l’Italia mi ha offerto numerose volte la possibilità di tornare anche a condizioni privilegiate. E credo che i cosiddetti ‘talenti’ non debbano necessariamente scappare dall’Italia – ci sono centinaia di talenti in Italia che hanno trovato la propria dimensione lavorativa e umana pur nelle difficoltà che caratterizzano il paese e conosco talenti con sfavillanti carriere all’estero che sono tornati in Italia per cercare di cambiarla o renderla migliore.

Quello che invece bisognerebbe fare, a mio giudizio, è cambiare mentalità. La società contemporanea – società globalizzata che rende qualunque confine geografico, economico e sociale irrilevante – sta cambiando velocemente e sta diventando sempre più complessa. Quello che i cosiddetti talenti dovrebbero fare è cercare un modo per cavalcare questi mutamenti e questa complessità, trovando spazi nuovi ovunque essi si presentino. Parole come competizione, sacrificio, specializzazione, flessibilità, internazionalità dovrebbero entrare nel linguaggio comune. Bisognerebbe capire che una laurea da sola non serve a granché e che “scappare dall’Italia” è a volte l’unico modo per acquisire quelle conoscenze necessarie per poter tornare e costruirsi lì una vita. Il punto è che l’Italia non offre sufficienti incentivi per tornare. E questo è dovuto alla mancanza di valide prospettive di futuro che rendono qualunque scelta incerta e, dunque, rischiosa.  

Com’è realmente vivere negli USA? Rispetto all’Italia, dov’è che possiamo guardare per imparare in positivo? Ma soprattutto: secondo te l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere giovani come te a mollare tutto?

Gli Stati Uniti non sono l’Eden. Come in Italia ci sono cose buone e cose meno buone. Però la peculiarità americana si trova nella mentalità proattiva e nello spirito imprenditoriale dei suoi abitanti. L’idea – ancora parecchio diffusa in Italia – che debba essere lo Stato, le istituzioni, la politica o qualche altro salvatore della patria a cambiare la realtà personale dei cittadini non esiste. Qui è chiaro che ognuno è padrone del proprio destino e che l’inventiva, la bravura e lo spirito di iniziativa individuale alla fine paga. Questa proattività all’Italia manca. Inoltre, in USA si respira ad ogni angolo la volontà di innovare, di migliorare, di cambiare e di rendere più semplice la vita delle persone. Io prendo UBER ogni mattina per andare a lavorare e sono due anni che non uso contanti.

L’Italia – ovvero le sue istituzioni, i sindacati, gli ordini professionali, il mondo della scuola e della ricerca, gli imprenditori, e via dicendo – dovrebbero abbandonare quella mentalità conservatrice che sta bloccando il paese da vent’anni ed adeguarsi al futuro. Il mondo è cambiato, la società è cambiata. Gli Italiani se ne devono fare una ragione.

Non si può parlare di America – un po’ come per altri paesi, come il Giappone – senza passare almeno brevemente sulla tecnologia. Credi che l’Italia sia rimasta indietro su questo? Secondo te ci sono dei gap generazionali (e anche tecnologici, perché no) che andrebbero affrontati?

Credo che l’Italia sia stata deindustrializzata negli ultimi 20-30 anni e in un paese deindustrializzato fare innovazione è molto difficile. Inoltre le resistenze corporative di vari settori rendono il tutto ancora più complesso. Il problema è ancora una volta culturale, come ho detto prima. Chi si assume la responsabilità di andare a spiegare ad un tassista romano che la sua autovettura è una carrozza di fine ‘800 e che oggi esisterebbero sistemi più economici ed efficienti per spostarsi nella capitale? Compito della politica dovrebbe essere proprio favorire questa transizione, non fermarla.    

Passando agli studi: la tua senz’altro è stata una formazione cross-continentale, da Trieste a Roma per arrivare a Francoforte e poi a Harvard. Partendo proprio dalla tua esperienza, potresti aiutarci a fare una sorta di sistemi educativi a confronto? Punti di forza e punti negativi, ovviamente.

In Germania ho passato tre anni faticosi – dato l’ammontare di cose che ho dovuto studiare, dalla microeconomia alla politica monetaria passando per la regolamentazione finanziaria – ma estremamente formativi. Il sistema educativo tedesco è tremendamente rigoroso e molto internazionalizzato. Nel mio dottorato ho avuto professori provenienti non soltanto dalla Germania ma anche, ad esempio, dagli Stati Uniti. Mi hanno dato davvero una prospettiva globale sulle materie che studiavo. Inoltre la compenetrazione col diritto di altre scienze sociali è notevole e particolarmente affascinante. La Germania offre un sistema universitario a costo praticamente nullo per gli studenti e mette chiunque nelle condizioni di poter studiare. Ricordo che con la mia carta universitaria a Francoforte non pagavo i trasporti pubblici per tutto l’anno. In termini finanziari potrei dire che gli studenti sono considerati investimenti ad alto rendimento per lo Stato, rendimenti non comparabili con alcun altra attività.

Harvard è il sogno di ogni nerd. Più che un’università si tratta di una fabbrica della conoscenza. Seguire tutte le attività che propone l’università è impossibile e il livello di contaminazione tra le materie universitarie è elevatissimo. Harvard insegna innanzitutto un metodo per risolvere fattispecie e problematiche complesse offrendoti tutti gli strumenti attualmente a disposizione. Quello che l’università ti richiede invece è una forte dedizione e la volontà di lasciare il segno una volta terminati gli studi. L’ambizione di Harvard è quella di formare una classe dirigente globale capace di trasformare la realtà che ci circonda. E sono convinto che spesso ci riescano davvero.     

Per quanto riguarda il sistema universitario italiano, devo dire che – come strutturato attualmente – lo trovo poco utile. Ad esempio, le facoltà di giurisprudenza sono dominate dal nozionismo e dal ‘pandettismo’. Prendi un codice, lo impari a memoria e passi l’esame. Prendi una norma, spieghi la natura giuridica e passi l’esame. Alla fine dei 5 anni accademici sei in grado di scrivere un parere? La risposta è quasi sempre negativa.

Salvo rare eccezioni, il sistema universitario in Italia andrebbe rifondato. Da zero. L’università ha la funzione di formare studenti per il mondo del lavoro del futuro. Questo significa che l’università dovrebbe innanzitutto educare al ragionamento critico e alla capacità di risoluzione di problemi complessi dati gli strumenti a disposizione. Inoltre – potendo fare una comparazione – direi che bisognerebbe permettere ai privati di investire nell’università. L’idea ancora presente nell’università pubblica per la quale “la ricerca è e deve essere libera” è solo una storiella da fine anni ‘70 che sta bloccando, tra le altre cose, lo sviluppo economico del paese. Facciamo un esempio: nel consiglio di amministrazione di una facoltà di ingegneria sarebbe meglio avere Elon Musk o un professore universitario sicuramente libero ma che non ha mai fatto impresa? Io opto per Elon Musk.    

Nel tuo curriculum leggo che parli italiano, inglese e francese. Inoltre vedo che hai studiato cinese per due anni. Quanto è importante oggi conoscere le lingue? Per i giovani, soprattutto: quali credi che siano le altre competenze necessarie per fare carriera, per realizzarsi?

Dei miei studi di cinese ricordo solo come ordinare al ristorante. Tralasciando questo, in una società globalizzata diventa fondamentale la capacità di comunicare con altre culture e altri contesti. Maggiori sono le capacità comunicative, più facile diventa relazionarsi con controparti provenienti da altri paesi e da altri contesti. Per questo dovremmo conoscere l’inglese meglio dell’italiano – essendo ormai lingua universale – e avere la capacità e la curiosità di imparare tutte quelle lingue che potrebbero tornare utili. Non esiste un numero minimo o un numero massimo – tutto dipende dal bacino di persone con cui volersi relazionare. Voglio lavorare in Asia? Impara il cinese. Voglio lavorare in Sud America? Impara lo spagnolo o il portoghese. Africa? Impara il francese.

Aggiungo però che le competenze linguistiche non sono sufficienti. Bisogna anche imparare quei linguaggi che trascendono le parole. Parlare ad un cliente tedesco in tedesco non è di per sé utile se non si conoscono le sue preferenze, quale sia il suo background culturale, quale il suo sistema di valori. Facciamo un esempio: un cliente americano, ad una conversazione con uno straniero di dizione inglese perfetta, preferirà parlare con uno meno bravo dal punto di vista linguistico ma esperto di football americano.

In cosa è diverso fare la carriera da avvocato in America piuttosto che in Italia? Un po’ di tempo fa ero capitata su un articolo che stimava che il numero degli avvocati a Roma fosse uguale a quelli presenti in tutta la Francia. Ecco, rispetto al sovrannumero di richieste e ad una crisi lavorativa che non sembra mai finire, che consiglio ti sentiresti di dare ai tanti giovani che, come te, ambiscono a fare questa professione?

Non sono avvocato in Italia quindi non posso parlare a nome di una categoria che non conosco. Posso dire però che fare l’avvocato in America significa innanzitutto servire in maniera molto umile una comunità di riferimento. I grandi avvocati americani – quelli che si vedono nei film – sono persone semplici, simpatiche e alla mano che capiscono la responsabilità sociale ed economica della propria posizione per l’intero sistema statunitense. Inoltre, negli Stati Uniti gli avvocati junior vengono trattati allo stesso modo dei senior e vi è l’idea – molto chiara – che si deve lavorare tutti insieme per il bene dell’insegna che si rappresenta. Ecco perché c’è un notevole rispetto interpersonale e spirito collaborativo e una propensione alla formazione dei giovani che sono considerati risorse imprescindibili per il futuro dello studio di riferimento.       

Oltre al diritto bancario sappiamo che ti occupi anche di debito sovrano e di politica monetaria. Rispettando sempre i limiti di quello che puoi dire per la privacy del tuo lavoro, potresti farci un commento veloce sulla situazione economica in Italia?

È una domanda complessa e non ci sono risposte univoche. La parola chiave per comprendere lo stato di salute dell’economia italiana, a mio giudizio, dipende dalla parola “sostenibilità’’. Il punto fondamentale credo sia quello di determinare se la posizione finanziaria del sistema Italia sia sostenibile senza interventi esterni.

La mia – personale – opinione è che l’attuale stock di debito pubblico – destinato a crescere ulteriormente nei prossimi anni, anche alla luce delle attuali proposte politiche di tutto l’arco parlamentare – prosciughi qualunque prospettiva di risanamento delle finanze pubbliche, rendendo la situazione del paese critica. Al momento i bassi tassi di interesse dovuti ad una politica monetaria espansiva della BCE permettono all’Italia di ripagare le proprie passività ad un costo più basso rispetto a condizioni di mercato normali. Tuttavia, si tratta di una situazione temporanea che cesserà nel momento in cui la BCE deciderà di normalizzare la propria politica monetaria, comportando costi aggiuntivi per il Paese. Inoltre, lo spread sul debito pubblico potrebbe aumentare alla luce del rischio politico che l’Italia porta con sé. Quest’anno si profila una situazione di incertezza politica che potrebbe avere ripercussioni sulle finanze pubbliche, rendendo ancora più fragili le prospettive di sostenibilità macroeconomica. A questa situazione, già critica di per sé, bisogna poi aggiungere la fragilità del sistema bancario italiano e l’attuale indebitamento privato che continua ad aumentare e ad indebolire i risparmi dei soggetti privati. Il sistema giudiziario, la complessità normativa in materia economica, il regime fiscale, la scarsa propensione alla concorrenza di mercato, la fragilità istituzionale, l’elevato corporativismo e la burocrazia asfissiante poi non rendono l’Italia molto attraente.   

In un tale contesto ci si aspetterebbe da parte degli organi interessati una maggiore attenzione a tale problematiche e una assunzione di responsabilità davanti ai cittadini, con proposte di riforma radicali ed incisive. Al momento non vedo niente di tutto questo – soltanto promesse che potrebbero peggiorare ulteriormente il quadro appena descritto. All’Italia invece servirebbe invece un bagno di umiltà.

In breve, non sono ottimista.

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Cosa si può fare in concreto per aiutare l’Italia anche lavorando da fuori, come stai facendo te, sfruttando le competenze e il talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute?

Questo semestre dovrei pubblicare il mio primo libro in materia di regolamentazione finanziaria. A questo si aggiungono alcuni progetti universitari che vorrei portare avanti, mentre nel secondo semestre di quest’anno dovrei trasferirmi negli uffici di Londra del mio studio, così da poter seguire non soltanto le questioni regolamentari americane ma anche quelle inglesi ed europee (rese particolarmente interessanti dalla Brexit). Da Londra spero di contribuire in qualche modo al mantenimento della resilienza del sistema bancario europeo.  

Nel mio piccolo, cercherò di dare una mano in questa direzione, con la consapevolezza che l’Europa nel suo insieme è la mia nazione, non soltanto l’Italia. Credo che ognuno possa contribuire nei limiti del proprio lavoro e con le proprie competenze al mantenimento di un orizzonte comune europeo. Svolgere il proprio lavoro con passione, competenza e integrità credo sia oggi il modo migliore per porsi al servizio di questa comunità.   

 

Intervista a Elettra Antognetti, Media Manager presso lo Scottish Government

Partire dall’Italia – e più precisamente da una piccola cittadina del Levante ligure a due passi dalle Cinque Terre – passando da Berlino e Bruxelles per arrivare quindi a Edimburgo. Nulla di tutto questo era nei piani di Elettra Antognetti, eppure, a 29 anni appena compiuti, la nostra Italian del mese è oggi Media Manager presso lo Scottish Government.

Nella storia di Elettra – poeticamente parlando – c’è un filo rosso che unisce tutte le sue esperienze: è quello del cercare di migliorarsi continuamente, uscire dalla ‘comfort zone’ e affrontare nuove sfide mantenendo sempre lo stesso impegno e curiosità – che si tratti di imparare una nuova lingua, imbracciare una videocamera o allenarsi per una maratona. O, perché no, un lavoro nel team di comunicazione del governo scozzese. Per questo la sua è una di quelle storie positive che merita di essere raccontata.

Ecco cosa ci ha raccontato in un sabato pomeriggio di fine novembre, in collegamento Skype da Edimburgo.


Ciao Elettra! Sappiamo che sei media manager al governo scozzese, un lavoro molto ambito in Italia e non solo. Puoi raccontarci di cosa ti occupi più nello specifico?

Il mio lavoro parte dalle mansioni classiche dell’ufficio stampa, come ad esempio produrre comunicati e news che riguardano le politiche del governo. Ma non solo: a livello quotidiano, fa parte del mio ruolo consigliare i ministri circa le strategie comunicative da adottare e interagire con i media nazionali e internazionali per far si che venga dato il giusto spazio alle policies implementate a livello governativo. Più nello specifico, faccio parte del team che si occupa di consigliare il Primo Ministro Nicola Sturgeon e altri ministri in relazione alle politiche internazionali e Brexit, un tema veramente molto interessante. Ho anche il piacere di accompagnare i vari ministri nelle loro uscite ufficiali, dando supporto e interagendo con i media e il pubblico: un lavoro molto interessante che mi permette anche – perché no – di girare la Scozia e scoprire nuovi posti e realtà.

Il team di comunicazione è formato da circa ottanta persone e io sono l’unica italiana anzi, l’unica straniera della squadra e una delle pochissime nel mio lavoro, anche se è comunque presente una minima componente non anglosassone. Nonostante questo, penso sia lodevole lo sforzo di apertura – seppur ancora minima – verso gli stranieri da parte di un’istituzione come il governo scozzese: la mia esperienza è sicuramente un buon segno. Al contrario, non so quanti stranieri siano attualmente impiegati dal governo italiano, soprattutto quando si tratta di comunicazione e ufficio stampa…

In generale, il Regno Unito – e la Scozia non fa eccezione – è un paese molto aperto e accogliente, c’è molta educazione nel rispetto delle diversità. Ma a livello quotidiano essere l’unica “diversa” è un po’ complicato, ci sono tante barriere, da quella linguistica a quella culturale. Ma a parte questo, devo dire che sono contenta: è un ambiente molto stimolante.

 

Facciamo un passo indietro. Raccontaci la tua storia da “Italian”, da quando hai deciso per la prima volta di lasciare l’Italia. Credi sia una sorta di vocazione personale quella che porta sempre più persone a girare il mondo, oppure è più una questione di necessità e opportunità?

La prima volta che ho deciso di lasciare l’Italia avevo 20 anni, più o meno. Sono partita per l’Erasmus in direzione Germania per studiare e poi, una volta lì, ho anche iniziato a lavorare. È stata la mia primissima esperienza ma era “a tempo determinato”, perché sapevo sarei dovuta rientrare in Italia e continuare a studiare per la laurea magistrale. Con la laurea in mano, in Italia, mi sono subito data da fare per trovare lavoro ma senza troppi riscontri.

Per rispondere alla tua domanda, penso che quella che porti sempre più giovani a girare il mondo sia una vocazione personale. Di sicuro oggi viaggiamo molto di più rispetto ai nostri genitori, è più facile spostarsi ed è tutto molto più collegato. Ma vicino alla vocazione c’è sempre una sfumatura di necessità. Io mi sono sempre sentita una expat piuttosto che una migrante – spinta a viaggiare dalla voglia di conoscere, di imparare e fare esperienze formative che mi avrebbero aperto un futuro in qualche modo migliore. Tuttavia, il voto della Brexit mi ha costretto a rivedere un po’ la mia posizione: da un giorno all’altro, è  stato come prendere consapevolezza del fatto che i britannici percepiscono gli ‘stranieri’ – che siano giovani ‘skilled professionals’ o ‘unskilled migrants’ che vivono di benefit statali – più come migranti/immigrati che non come persone che viaggiano per conoscere nuove culture e accumulare competenze. È stato un po’ deludente, ma sicuramente mi ha fatto mettere molte cose in prospettiva. Per il momento, è ancora una situazione di grande incertezza ma c’ è  la speranza che le cose vadano migliorando con il tempo.


Prima di arrivare in Scozia, hai lavorato anche a Bruxelles alla Commissione Europea. Qui di cosa ti occupavi?

Dopo la Germania, quando è arrivata l’opportunità di lavorare in Belgio per la Commissione Europea, non ho esitato: da neolaureata ho mandato una di quelle application standard e mi hanno presa. Ero nella task-force che si occupava di gestire la partecipazione dell’Unione Europea a Expo Milano 2015. Avevamo anche un nostro padiglione: ecco, io mi occupavo di comunicazione all’interno del team, assieme a una squadra di colleghi. Ma era un lavoro a tempo, creato apposta per Expo. Una volta finito, mi sono di nuovo messa in moto per cercare lavoro. La scelta della Scozia non è stata del tutto casuale: ho scelto questo paese sia per una questione di opportunita che per ragioni personali, visto che il mio compagno sta facendo un dottorato qui.


Una volta arrivata in Scozia, cos’è successo poi? Credi che all’estero ci siano più possibilità di mettersi in gioco, magari sfruttando anche quella meritocrazia che l’Italia sembra non avere?

Era la fine del 2015-inizio 2016 quando sono arrivata a Edimburgo. Dopo l’esperienza in Germania e Belgio, pensavo di avere ormai una certa praticità nell’inserirmi in un contesto nuovo, invece ho trovato qualche difficoltà e ho riscontrato che il Regno Unito è veramente un caso a se stante, diverso da ogni altro paese in cui avevo vissuto prima. Parlo non solo dei diversi riferimenti culturali e abitudini con cui si viene inevitabilmente a contatto quando si emigra, ma anche di cose pratiche come mandare un curriculum o fare un colloquio di lavoro. All’inizio ho trovato lavoro in un settore diverso da quello della comunicazione, ma poi inaspettatamente una delle agenzie di recruitment locali mi ha contattato per quello che è poi diventato il mio attuale lavoro. Anche se all’epoca non avevo grandi aspettative di riuscire a lavorare per un’istituzione di peso come il governo scozzese, eccomi qui.

Tra le cose migliori della Scozia, devo ammettere che soprattutto in ambito lavorativo ho trovato molta meritocrazia e dinamica: se l’Italia è ancora un mondo piuttosto chiuso, in Scozia è stato più facile sia avere l’opportunità di mettermi in gioco che  affrontare nuove sfide. In generale – e non parlo solo per il mio caso specifico – ho notato che qui è possibile trovare un impiego anche in settori che non corrispondono perfettamente al tuo background accademico e personale. È tutta questione di buttarsi, studiare, formarsi e aver voglia di fare.


Secondo te, quali sono i punti su cui l’Italia dovrebbe mettersi in paro rispetto agli altri paesi in cui hai vissuto?

Non ho risposte, tantomeno ricette. Ma partiamo da un presupposto: fuori dall’Italia, la meritocrazia c’è in misura maggiore che nel nostro paese. Non voglio dire che tutti i problemi italiani si colleghino a questo, c’è anche dell’altro –  dalle troppo incerte politiche attive per i giovani a un mondo universitario scarsamente collegato a quello lavorativo.

Posso parlare della mia esperienza: quando ancora stavo studiando in Italia, ero già attiva nella ricerca di collaborazioni giornalistiche, opportunità, stage. Nonostante le varie collaborazioni e contatti nel settore, quando è arrivato il momento di cercare un lavoro vero e proprio è stato difficile – e ricordo ancora di aver passato mesi e mesi senza riscontri. Sicuramente alcuni settori (come le industrie creative e la comunicazione) sono più problematici di altri, ma la difficoltà è generalizzata: i miei coetanei in Italia si adattano lavori che non sono quelli per i quali hanno studiato, alcuni hanno contratti pessimi, altri ancora nemmeno hanno la possibilità di lavorare.

Credo che ci siano vari problemi a monte à dalla lentezza burocratica nel cambiare le cose alla classe politica poco efficiente. Tuttavia, questa non è una giustificazione valida, dal momento che tanti altri paesi con classi politiche poco efficienti offrono maggiori opportunità lavorative dell’Italia. Non so cosa sia necessario fare, ma sicuramente bisogna fare qualcosa al più presto.


Il mondo lavorativo britannico ha i suoi vantaggi, ma forse per noi italiani può essere difficile da comprendere. Almeno all’inizio, credo. Tu hai avuto difficoltà a livello pratico?

Certo, le difficoltà ci sono state eccome. Per capire, ti basta pensare che qui in UK ci sono trainer e recruiter che ti insegnano come affrontare i colloqui di lavoro. C’è tutto un protocollo da seguire, e ci sono situazioni in sede di colloquio che in Italia siamo meno abituati ad affrontare – dalle ‘competency based interviews’ in cui viene richiesto di prospettare soluzioni ideali a situazioni ipotetiche, alla tecnica STAR per rispondere ai quesiti.  Viene richiesto ai candidati di essere brillanti e propositivi e di essere impeccabilmente preparati sulla storia dell’azienda. È tutto molto pratico, preciso – magari meno ‘creativo’ dell’approccio italiano, ma forse più equo? Ad ogni modo, per i britannici sembra funzionare.

Tra le altre differenze che ho riscontrato, anche quella per cui quando invii un cv qui nel Regno Unito ricevi sempre una risposta, che sia buona o meno, un feedback che ti aiuta a migliorare. In Italia invece puoi mandare anche centinaia di candidature e non sapere neppure se sono arrivate.


Passando dal lavoro alla formazione: avendo studiato sia in Italia, sia in UK che a Berlino, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi tre paesi?

Sia in ambito lavorativo che accademico, trovo che – almeno in base alla mia esperienza – la Germania e il Belgio siano una via di mezzo tra Italia e Gran Bretagna. Mentre il Regno Unito è molto improntato alla praticità, l’Italia ha indubbiamente un approccio più “libero”, meno strutturato rispetto a quello UK. Il Belgio e la Germania, invece, per quanto ho potuto vedere si piazzano a meta strada tra rigidità/organizzazione e creatività. In particolare, durante la mia esperienza lavorativa in Belgio sono rimasta affascinata dal modo unico e speciale con cui Bruxelles, capitale europea e sede delle maggiori istituzioni UE, riesca a riunire i più diversi approcci culturali all’interno della stessa città. Estremamente multiculturale, la città attira professionisti qualificati da tutta Europa e da tutto il mondo e questo, a mio avviso, è davvero stimolante. Spesso capita anche di parlare 3 o 4 lingue diverse in una sola giornata – o addirittura durante la stessa conversazione.

Anche nel mondo universitario è la stessa cosa: possiamo mettere l’Italia e la Gran Bretagna ai due estremi, e nel mezzo il Belgio e la Germania. Nessun sistema è meglio dell’altro ma varia secondo le diverse esigenze degli studenti. In Italia si studia molto, si imparano molte nozioni e si acquisisce un bagaglio culturale davvero notevole. In UK c’è molta praticità, si fanno workshop e gruppi di lavoro e questo aiuta nelle relazioni e nel lavoro di squadra.


Succede così anche nell’ambito del giornalismo e della comunicazione, che sono i tuoi ambiti lavorativi?

Sì. Dallo scorso gennaio, ad esempio, sto facendo un master in giornalismo con la Edinburgh Napier University; avendo già preso una laurea magistrale proprio in giornalismo ed editoria in Italia, ho notato che c’è molta differenza. Se in Italia ho studiato molto sui testi, qui in Scozia sto imparando ad usare programmi come Avid e Premiere Pro per girare i miei primi videoclip, o sono stata incitata ad aprire un mio blog e portfolio online. Senza contare che qui l’ambiente accademico aiuta gli studenti a sviluppare contatti utili nel loro settore in vista di un futuro inserimento nel mondo lavorativo.

E poi, c’è da dire che per fare il giornalista in UK non serve essere iscritti a un albo professionale e l’accesso alla professione è più libero nei confronti di chi scrive notizie – conta come e cosa scrivi, non il tuo titolo di studi. Ad ogni modo, le sfide ci sono eccome per chi – come me – vuole perseguire questo tipo di carriera in un paese in cui sei costretto a usare la tua seconda lingua invece della tua lingua madre. Si deve in qualche modo reimparare a scrivere da capo – non solo acquisire nuove strutture e forme comunicative, ma una nuova forma mentis e modo di vedere il mondo.


Parlando di Brexit, cosa sta succedendo ora? Sei preoccupata?

Sinceramente, credo di essere in una situazione relativamente fortunata perché, pur non essendo qui da moltissimo, sono arrivata prima del voto della Brexit. Ovviamente spero di poter continuare a lavorare qui, ma al momento l’incertezza è tanta e non si sa cosa succedera da qui al 2019. Per adesso, la mia intenzione è quella di continuare a lavorare per un po’ di tempo in Scozia ma non so se mi piacerebbe trasferirmi in pianta stabile, restare ‘per sempre’. Devo ancora decidere cosa voglio fare da grande.


Quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in mente di tornare presto in Italia oppure ormai la tua vita è altrove?

In Scozia sto benissimo, ma vorrei continuare a spostarmi e a fare esperienze lavorative anche fuori dall’Europa prima di tornare a casa. In futuro, spero di poter tornare in Italia: se devo essere sincera, non me ne sarei mai voluta andare. Nonostante cio, sono contenta di essere partita: viaggiare mi ha permesso di formarmi come persona, migliorarmi, avviare la mia carriera. Soprattutto, mi ha permesso di rivedere le mie priorita e abbandonare tanti piccoli ‘pregiudizi’. Adesso mi manca la mia famiglia, gli affetti, i miei luoghi del cuore, gli amici: per questo, l’idea è quella, un giorno, di tornare. Anche se ancora non so quando.

 

Intervista a Andrea Garnero, economista all’OCSE e tra i consiglieri del governo francese. Tra resposabilità, economia, giovani e una punta di sano ottimismo.

Trentun’anni passati tra Cuneo, Bologna, Parigi, Bruxelles e Roma. Dopo aver lavorato in Commissione europea e a Palazzo Chigi, dal 2014 Andrea Garnero è economista al dipartimento per l’occupazione e gli affari sociali dell’OCSE a Parigi. Dallo scorso agosto è stato anche nominato dal Governo francese nella commissione di esperti che consiglia il governo sull’aumento del salario minimo francese. Ruoli non privi di responsabilità.

Con lui abbiamo parlato a tutto tondo dei problemi italiani: non soltanto quelli dei giovani, ma anche quelli economici. Situazioni che procedono a braccetto, perché “la conseguenza diretta di un paese che non cresce – ci ha spiegato Andrea – sono sicuramente minori opportunità di lavoro e di minore qualità”.

Buona lettura con l’intervista al nostro Italian del mese.

 

Ciao Andrea! Non vorremmo iniziare con i numeri, ma con un economista direi che è quasi impossibile. Scherzi a parte, credo siano pochi i ragazzi che a 31 anni possano vantare una posizione lavorativa come la tua, niente di meno che al dipartimento Lavoro e affari sociali dell’Ocse. Quali credi siano le chiavi di questo successo?

Esageruma nen, diremmo in Piemonte. Per altro in Austria un mio coetaneo ha appena vinto le elezioni quindi a 31 anni ci sono persone che sono andate ben più lontano. Le chiavi del successo, se di successo vogliamo parlare (ma sono diversi gli italiani all’OCSE o in altre organizzazioni internazionali), sono innanzitutto la fortuna di nascere in una famiglia che mi ha educato alla curiosità e al pensiero libero e che ha sempre messo l’investimento in capitale umano al primo posto. Poi ovviamente gli studi, il lavoro, la disponibilità a spostarsi.

 

Parlando del tuo lavoro: potresti spiegarci meglio di cosa ti occupi e quali sono le tue responsabilità? E poi, andando a ritroso e soddisfando una curiosità personale: come sei arrivato a questa posizione? Raccontaci qualcosa di te.

Sono economista al dipartimento per l’occupazione e gli affari sociali dell’OCSE. Mi occupo in particolare di salari minimi e contrattazione collettiva. Studio come queste istituzioni del mercato del lavoro funzionano nei vari paesi OCSE, cerco di capire qual è il loro impatto sull’occupazione, i salari, la disuguaglianza o la produttività e a seconda dei risultati elaboro delle raccomandazioni ai paesi su potenziali riforme da considerare. È un’area di lavoro molto stimolante che mi mette a contatto con i governi nazionali, ma anche sindacati e associazioni di imprenditori. Molti paesi negli scorsi anni hanno fatto riforme del sistema di contrattazione collettiva, la Grecia, il Portogallo, la Spagna e ultima pochi mesi fa la Francia. Ma è anche un tema molto complicato e delicato perché profondamente radicato nelle culture sindacali e di relazioni industriali nazionali che spesso contano di più delle regole formali. Inoltre da agosto scorso sono stato nominato dal Governo francese nella commissione di esperti che consiglia il governo sull’aumento del salario minimo francese. Consigliare un governo su una scelta che avrà un impatto diretto al 1° gennaio di ogni anno su milioni di famiglie non mi fa per forza dormire completamente tranquillo. Eppure o il nostro lavoro di analisi serve a informare le politiche e il dibattito pubblico con i rischi che ne conseguono oppure non serviamo a nulla.

 

Essere un giovane italiano, in un ambiente del genere dove immagino la competizione sarà alle stelle, come viene visto? Quali sono le difficoltà e i pregiudizi che hai dovuto superare?

Devo dire che lavorare all’OCSE ha vari vantaggi tra cui un ambiente lavorativo molto stimolante e non troppo competitivo. O al massimo competitivo in maniera sana, avendo tanti colleghi bravi e motivati. Sono diversi gli italiani all’Ocse, come ovunque al mondo, anche in posizioni di grandi responsabilità. Non mi sembra di aver riscontrato particolari difficoltà o pregiudizi rispetto alla mia nazionalità. Dopotutto siamo tutti immigrati all’OCSE.

 

Secondo te l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere giovani come te a mollare tutto? Oppure quella di partire è più una spinta personale?

Per alcuni della nostra generazione il concetto di estero non è per forza legato alle frontiere nazionali. Io ho sempre avuto un interesse per le questioni europee e internazionali, spostarmi in Francia o in Belgio non mi è sembrato un passaggio epocale, anzi era una conseguenza naturale dei miei interessi e studi. Ho messo un po’ di cose in valigia, preso un treno e sono partito. All’inizio non è stato tutto facile a Parigi, ma non perché ero all’estero, ma perché da Cuneo e Bologna ero finito in una metropoli con i suoi ritmi e le sue distanze geografiche. In generale, non credo si debba mitizzare l’estero. Semplicemente se si considera uno spazio più ampio naturalmente le opportunità sono più numerose. Se uno cerca lavoro solo nel proprio quartiere avrà sicuramente meno opportunità che se allarga lo sguardo alla città, la regione, il paese intero o il mondo. Però non possiamo nascondere che non sempre e non a tutti il nostro paese offra le opportunità che vorremmo. Non stupisce visto che sono quasi vent’anni che non cresciamo e la produttività stagna. La conseguenza diretta di un paese che non cresce sono minori opportunità di lavoro e di minore qualità.

 

Sempre sul tema formazione e meritocrazia: potresti aiutarci a fare un confronto tra l’Italia e la Francia, dove te hai studiato a Parigi alla facoltà di economia? Punti di forza e punti negativi, ovviamente.

A Parigi ho prima fatto l’erasmus all’università (una delle cosiddette “fac“, facultés in Francia), e poi la specialistica in due scuole di “eccellenza” (cosiddette Grandes Écoles), l’Ecole Normale Superieure e la Paris School of Economics in cui gli studenti sono selezionati, le classi piccole, i professori tra i principali riferimenti nei propri settori. Per chi riesce ad entrare in quelle scuole (per i francesi dopo due o tre anni di preparazione sfiancante) tutte le porte si aprono. Chi va alle fac invece si trova spesso in condizioni peggiori che in diverse università italiane tra aule strapiene, organizzazione rivedibile e ambiente di studio non per forza stimolante. Un investimento (pubblico) vero nell’eccellenza è la differenza principale con l’Italia. Però università generali di buona qualità, non per forza per formare ricercatori di frontiera, sono anche molto importanti e su questo anche la Francia può e deve ancora fare meglio.

 

Partendo dalle tue esperienza economica e tenendo fisso lo sguardo al futuro dell’Italia: quali credi che siano i maggiori problemi da risolvere in ambito lavorativo?

Vaste programme. Ci vorrebbe un libro almeno, non un’intervista, per rispondere in maniera seria. Per rimanere nel mio ambito di studio e di lavoro penso che una discussione sul funzionamento delle relazioni industriali e negoziazione collettiva non sia più rinviabile. E poi investimenti. Sono state tra le voci di bilancio più martoriate in questi anni di crisi. Dove troviamo i soldi? Con uno slogan, perdonatemi la semplificazione, direi meno bonus e più investimenti. Industria 4.0 ha invertito il trend e i risultati si stanno vedendo. Però serve tornare a investire anche in capitale umano. Da lì, e solo da li, poi discenderanno lavori ben pagati, ad alto valore aggiunto.

 

Ma cosa significa Industria 4.0 nello specifico? Credi basterà a far crescere la produttività?

Industria 4.0 rappresenta un tardivo ma importantissimo cambio di rotta nei metodi e nei contenuti della nostra politica industriale. Nel metodo perché dà incentivi per gli investimenti in tecnologia in maniera automatica e non ad hoc, tagliando costi di transazione e nepotismi vari. Nei contenuti perché non sceglie i settori ma le tecnologie e ha fatto ripartire gli investimenti in capitale fisico (macchinari di vario genere per intenderci). Tuttavia Industria 4.0 ha un secondo pilastro fondamentale che finora non è partito, che è quello dell’investimento in formazione. Se compriamo macchinari ma non li sappiamo utilizzare o progettare non andremo molto lontano. Tuttavia la scelta dei competence center legati a Industria 4.0 continua a tardare e le risorse per la formazione nella legge di Stabilità non fanno bene sperare.

 

E per i giovani, invece, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via? Ultimamente mi è capitato di parlare con una mia coetanea di ritorno da un’esperienza lavorativa in Olanda. Mi ha detto: “Io vorrei lavorare lavorare in Italia, ma qui nessuno mi paga. Finita l’università, la formazione sul campo non è retribuita. Come si aspettano che noi giovani, senza stipendio e con la sola laurea in mano, riusciamo ad inserirci nel mondo lavorativo?”. Ecco, vorrei rigirare a te la questione.

Capisco la frustrazione della tua amica. Sulla situazione generale dei giovani italiani vorrei però dire due cose: la prima è che la formazione sul campo andrebbe fatto prima della fine della laurea. L’alternanza scuola-lavoro che tante polemiche genera è un ottimo passo in avanti. Perfettibile ma irrinunciabile. Gli stage vituperati andrebbero fatti di più e durante il percorso di studi. Siamo il paese Ocse in cui meno si lavora durante gli studi. E così poi in qualche modo è ovvio che la prima esperienza lavorativa post laurea sia uno stage mal (o non) pagato. Non è colpa dei singoli, ma se vogliamo cambiare il sistema attuale cominciamo a non boicottare l’alternanza scuola lavoro anche se ci sono ancora cose da migliorare. La seconda è che il problema italiano non è tanto che i nostri giovani vogliano andare via. Questo avviene anche altrove. Il problema è che non riusciamo ad attirarne altri, o almeno non a sufficienza. La ricchezza di un paese si fonda anche sulla diversità della propria forza lavoro. Se tutti i nostri giovani stessero qui non saremmo per forza più ricchi. Però dobbiamo attirare giovani formati da altri paesi europei e non europei. Per riuscirci serve un mix di politiche migratorie intelligenti e investimenti.

 

Nel tuo curriculum leggo che hai lavorato come assistente per gli affari economici alla presidenza del Consiglio dei ministri. Insieme ai soliti “come” e “cosa” che nascono spontanei, che consiglio ti sentiresti di dare ai tanti giovani che, come te, ambiscono a fare questa professione?

Innanzitutto che non è una professione! E che in generale che la politica non deve essere vista come una carriera. Ma solo come occasione di servizio temporaneo al paese. Ho avuto la fortuna per una serie di casualità legate alle mie esperienze a Parigi e Bruxelles e al mio impegno politico durante il liceo e i primi anni dell’università di essere chiamato a fare una mano al Presidente del Consiglio Enrico Letta. Seguivo il G20 e gli affari economici in generale. È stata un’esperienza incredibile, dal punto di vista umano e professionale. Ma che mi ha anche confermato quanto sia importante farsi una professionalità autonoma per non dipendere dagli umori della politica.

 

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Cosa si può fare in concreto per aiutare l’Italia nella sua crescita, anche lavorando da fuori, come stai facendo tu, sfruttando le competenze e il talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute?

Innanzitutto facendo il proprio dovere in Italia e all’estero. E poi portando a casa idee, esperienze, buone pratiche. Essendo in ritardo abbiamo la “fortuna” di migliorare semplicemente copiando gli altri. Anche dall’estero rimaniamo in contatto con gli amici e i colleghi che sono rimasti in Italia, facciamo rete, scambiamo idee, proposte.