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Welcome on board! Michelle Crisantemi – blogger #theitalians

Londra in questo momento è in fervore. La pausa pranzo è finita, la gente esce dai locali abbottonandosi il giacchino. Qualcuno sfrutta gli ultimi secondi di relax al parco. Ti passano accanto milioni di vite sconosciute, nella fretta non c’è neppure il tempo di guardarsi in faccia; eppure qui, il senso di comunità è fortissimo.

A raccontarci la vita quotidiana di una società multiculturale come Londra è Michelle Crisantemi, la new entry del team internazionale di The Italians. Classe 1989 di origini umbre, la storia di Michelle inizia con un semestre di studi a Barcellona, quando decide di lasciare definitivamente l’Italia. L’approdo a Londra, dove consegue un master in giornalismo presso l’università di Kingston e il diploma in giornalismo riconosciuto dal Consiglio nazionale per la formazione giornalisti (NCTJ), è solo il punto di partenza.

Il vocazione di Michelle è la scrittura: dopo alcuni stage in giornali italiani e inglesi come il The Times e l’Independent, al momento è ricercatrice presso una compagnia che si occupa di marketing e business intelligence nel settore europeo delle telecomunicazioni. Per The Italians inizia il suo blog Catene umane: uno spazio attuale dove parlare di comunità, solidarietà, società che cambiano e sentimenti in contrasto.

Michelle, welcome on board!

Mr. Nico, il prof di inglese in Ghana

Ci ho provato eh, lo ammetto. Mi avete scoperto, sono colpevole. Pensavo di cavarmela con un solo articolo pieno zeppo di riflessioni e senso critico, ma ovviamente immagino vogliate sapere di più di quello che ho fatto in questo mese in Ghana. Proverò a raccontare ciò che ho vissuto dipingendo un quadro, il più oggettivo possibile, della mia esperienza perché, sì, è giusto analizzare ciò che mi è accaduto usando la mia sensibilità, ma è altrettanto importante far in modo che i miei lettori possano contestualizzare propriamente quello di cui sto parlando. E quindi in un bar dell’aeroporto di Stansted mi appresto a fare un tuffo nei ricordi ancora freschi di un viaggio che ha segnato uno spartiacque nella mia vita. Posso dire con facilità che ci sarà una netta separazione tra ciò che è venuto “prima” e “dopo” la mia permanenza ad Accra. Perciò, allacciate le cinture e prendetevi un po’ di tempo perché vi sto per portare con me in un viaggio attraverso la capitale del Ghana e, fidatevi, il traffico qui è incredibile.

Professore d’inglese. Ecco cosa sono stato per un mese presso la University Staff Village Junior High School di Accra. Più precisamente Mr. Nico, il professore d’inglese, visto che volevo evitare problemi di pronuncia (neanche i miei amici inglesi sanno pronunciare correttamente “Nicola” dopo un anno che mi conoscono…). La possibilità di partire mi è stata data dalla mia università, l’University of Warwick, che ormai da circa dieci anni manda degli studenti in Ghana, Tanzania o Sud Africa per cercare di avere un impatto positivo sul sistema educativo locale. Così, a Gennaio, dopo aver fatto domanda e passato vari processi di selezione, mi hanno preso per far parte del progetto; la notizia è stata accolta con estrema felicità da parte mia e con estremo terrore da parte di mia nonna (credo non mi abbia ancora perdonato per averla abbandonata nella nostra casa al mare per tutto luglio. Sorry grandma). Dopo essermi finanziato il viaggio raccogliendo £1000 in sei mesi, l’1 luglio sono partito con altri cinque ragazzi e ragazze per il Ghana, dopo un training specifico per insegnanti.

Accra è una grande metropoli che rispecchia la situazione socio-economica del paese. E’ infatti una delle città più occidentalizzate del continente e, in relazione ad altre capitali africane, si trova in buone condizioni economiche. Tuttavia, basta camminare per le strade, anche le più centrali, per vedere come ancora oggi, alcune persone vivano in condizioni igienico-sanitarie problematiche, con gravi problemi economici. Questo significa che è facilissimo vedere delle ville, contornate da un muro col filo spinato, appartenenti a cittadini benestanti, che confinano con baracche di mattoni di terra e lamiere dove vivono intere famiglie. Per farvi un esempio, come accennavo nello scorso articolo, i miei studenti provenivano per l’85% da famiglie che vivono in condizioni di povertà. Per questo motivo, non era raro che i professori dovessero dare loro qualche cedi (la moneta ghanese) pur di non farli digiunare per un intero giorno. Un altro serio problema di questa città è il traffico, che non è un normale “traffico” come quello cui siamo abituati, ma è chiassoso, senza regole e paurosamente malsano. La precedenza te la devi prendere, puoi superare chiunque tu voglia, dovunque tu voglia e soprattutto, dubito altamente ci siano controlli sull’inquinamento causato dai veicoli che girano per la città. Morale: ogni tanto, tra una nube nera di polveri sottili e l’altra, se sei fortunato, arrivi a destinazione in orario.

Ma lasciamo da parte i problemi e parliamo di ciò che veramente interessa agli italiani: il cibo. Ho trovato due cose in comune tra gli italiani e i ghanesi: entrambi siamo estremamente rumorosi quando parliamo anche delle cose più stupide (sarà uno stereotipo legato a noi abitanti del Bel Paese, ma è uno di quegli stereotipi che la mia esperienza ha appurato), ed entrambi diamo molta importanza al cibo e all’atto di prepararlo. Perciò mi sono sentito a casa quando i professori, dopo aver cucinato per me, m’invitavano caldamente a finire tutto ciò che avevo nel piatto ed io da bravo ragazzo che deve ancora crescere, mi mangiavo tutto. “Ma cosa mangiavi quindi?”. Fagioli, platano, riso, pollo, pesce, banane e manzo: questi sono stati i principali ingredienti che a rotazione hanno composto i miei piatti. Tenete però a mente una cosa, il 98% delle volte erano fritti. Sì, avete capito bene e credo che anche il mio fegato l’abbia capito dopo un mese: non c’è stato un pasto che non abbia avuto qualcosa di fritto. Per carità, è stata un’esperienza fantastica provare quasi tutti i piatti tipici cucinati dagli abitanti del luogo, però credo che per la prossima settimana andrò avanti ad insalata e pomodori freschi. Senz’olio, prego.

Una caratteristica degli abitanti del Ghana che ho amato fino alla fine, è la loro ospitalità, che ad oggi può sembrare una parola vuota, senza più alcun significato e stereotipata ma in realtà vuol dire ancora molto. Significa semplicemente cercare di far sentire a proprio agio un ospite, e questo si declina in mille modi. Ad esempio, Victor-Lee, professore di inglese presso la Junior High dove insegnavo, mi ha portato nel suo orto dietro la scuola e mi ha mostrato con orgoglio i frutti del suo lavoro, tagliandosi la via tra le piante con un machete, per poi darmi da mangiare del granturco appena tagliato e bollito; Nimatu, professoressa di Ga (la lingua ufficiale della regione di Accra) ha risposto sempre con gentilezza a tutte le domande che le ponevo (erano decisamente molte) sulle religioni e le tradizioni locali; Elizabeth, prof di inglese, mi ha portato dal miglior sarto della zona per farmi fare un vestito su misura. E questi sono solo alcuni dei molti esempi che potrei nominarvi, perché l’intero mese ne è costellato.

Arriviamo al motivo principale per cui ho preferito partire per l’Africa piuttosto che rosolare al sole di luglio, in spiaggia, con “La settimana enigmistica” e nonna che mi sfama a dovere perché a detta sua sono “sciupato”: per quattro settimane sono stato un insegnante, e ammetto che non sia stato facile. Doversi ripetere più volte per farsi capire, tenere più di una volta la stessa lezione per diverse classi, finire la voce alla fine di ogni giornata e mantenere tranquilli cinquanta monelli, nel modo più creativo possibile, non è un lavoro facile. Un pensiero va a tutti i miei professori e a tutte le volte in cui, sfiniti, di fronte ad una classe che non li stava a sentire, hanno sbroccato con un “Io non ce la faccio più”. Posso finalmente dire che vi capisco e che siete i miei eroi. Anche se non sono mai arrivato a tale punto di saturazione, lo scorso mese è stato comunque una sfida. Quattro classi da circa cinquanta studenti ciascuna, con età che varia dai dodici ai diciotto anni che fremono di gioia ogni volta che entri nella loro classe, sono, viste da lontano, un bello scoglio, ma ora posso dire che ne avrei volute altre quattro in modo da conoscere addirittura altri studenti, altre storie, altri sorrisi. Non ne hai mai abbastanza dell’energia positiva che ti trasmettono.

La regola è solo una: più ti metti in gioco e più ti spingi fuori dalla tua comfort-zone, più ricevi in cambio da loro. E così, dopo le lezioni, mi fermavo a chiacchierare, ad imparare i loro balli tradizionali, a suonare i tamburi celebrativi e a cantare, e credo sia superfluo dire che il gioco è valso la candela. Non scorderò mai le gare di ballo che abbiamo organizzato con gli studenti del secondo anno, alle quali, ovviamente, ho preso parte anche io, provocando lo stupore dell’intera classe che non si aspettava che Mr. Nico fosse capace di muoversi a ritmo di musica. Musica che facevano i ragazzi semplicemente sbattendo a ritmo sui banchi e, fidatevi, non ho mai visto delle persone esprimere così tanta energia nella danza. Il ballo ha delle radici profondissime nella loro cultura e nella vita di tutti i giorni e credo che questo sia assolutamente affascinante.

Per quanto riguarda il puro apprendimento, mi occupavo di insegnare grammatica inglese e letteratura, cercando di rendere perfino i “verbi transitivi e intransitivi” interessanti agli occhi dei miei ragazzi. Ho capito che il segreto per portare a termine una lezione con successo è prepararsi a dovere in precedenza, per fronteggiare i tipici imprevisti che possono aver luogo in una classe, come gli studenti che arrivano in ritardo o fanno confusione. Inoltre, avere un gioco veloce da fare che coinvolga l’intera classe è sempre utile e mi ha salvato più volte. Tra una lezione e l’altra, dopo aver insegnato e imparato da loro allo stesso tempo, dopo 28 giorni me ne sono andato sperando di aver lasciato un segno nei miei studenti, anche piccolo, ma positivo.

E così, immerso in nuovi profumi, nuove abitudini e nuovi colori, per tutto luglio, mi sono lasciato cullare dalla calda e umida aria di Accra. Mi ha trattato come una madre e mi ha fatto addormentare tra le sue braccia, come in uno di quei sogni talmente belli che appena ti svegli, ne senti la mancanza. Forse perché ti hanno mostrato cose che desideri ma che puoi avere solo in sogno, e fa male doverle lasciare andare. Ed ora, a forza, mi devo svegliare, che lo voglia o no. Però in giro per la strada, non mi vedrete triste o pieno di rimpianti ma avrò il sorriso sulle labbra, perché questo non è stato un sogno, ma una dell’esperienza più intense della mia vita, e nessuna sveglia, col suo squillare, potrà farla scomparire.

Intervista a Serena Azzi – Senior Associate presso Avisa Partners, EU Affairs Consultancy a Bruxelles

Serena Azzi, 30 anni, nata a Brescia, oggi vive e lavora a Bruxelles, dopo aver vissuto anche a Milano, Torino e Quito (Ecuador). Oggi Serena è Senior Associate presso una società di consulenza specializzata in affari europei, ma in precedenza ha lavorato – prima a Milano e poi a Bruxelles – nel dipartimento affari europei di una grande azienda italiana. Durante gli studi ha svolto alcuni stage all’estero presso diverse istituzioni internazionali: il Parlamento Europeo, l’Ambasciata italiana a Quito, un’agenzia di microcredito in America Latina. Mica male eh? Al termine degli studi ha poi passato un po’ di tempo anche a Torino, dove ha svolto un’altra importante esperienza presso un’agenzia delle Nazioni Unite, l’ITC-ILO. E perdonateci se vi raccontiamo tutto questo sotto forma di una scorrevole e forse poco emotiva biografia, ma il bello deve arrivare, perchè Serena ci ha regalato un’intervista di quelle che ci lasciano lì, a riflettere, a farci altre domande, che poi è quello che ci piace.

Senza ulteriori indugi, allora, eccovi qui di seguito l’intervista a Serena, che definire “expat” a Bruxelles ci sembra riduttivo.
Ciao Serena! Innanzitutto grazie per la disponibilità che ci hai concesso, ma cominciamo subito! Partiamo dalla tua esperienza da “Italians”: sappiamo che sei nata e cresciuta a Brescia e che ora vivi a Bruxelles. Come sei approdata nella capitale europea, era forse un tuo progetto da sempre?

Direi di sì. La diversità – intesa come varietà di valori, colori, religioni, etnie e culture – mi ha affascinata sin da piccola. Alla fine degli anni ‘80, quando ancora di immigrati in Italia se ne vedevano ben pochi, sorte ha voluto che una famiglia di rifugiati somali si stabilisse a pochi metri da casa mia. Credo che il fatto di avere trascorso la maggior parte della mia infanzia con dei bambini di etnia e religione diversa, e di avere assistito – mio malgrado – a svariati episodi di razzismo nei loro confronti, mi abbia portata a riflettere su questioni che, a quel tempo, erano forse più grandi di me, insegnandomi il gusto per tutto quello che è “altro” ed a considerare la diversità come ricchezza.

Se ho decido di trasferirmi nella capitale belga è perché è a Bruxelles che hanno sede le istituzioni europee e difficilmente, altrove, potrei occuparmi di relazioni pubbliche ed istituzionali con l’UE – professione che ho desiderato intraprendere dal primo anno di Università.

 Sulla base anche della tua esperienza, quali credi siano le reali opportunità che aspettano i giovani italiani all’estero e che in Italia stessa – forse – non avrebbero avuto? Cosa ne pensi? È davvero tutta colpa del sistema Italia?

Che in Italia ci siano molti problemi – dalla mancanza di lavoro e meritocrazia alla presenza di un sistema gerontocratico che attanaglia aziende, fondazioni ed università – è fuor dubbio. Ciò detto, penso che le opportunità – in Italia come all’estero – non “aspettino” nessuno e che spetti al singolo darsi da fare per mettersi nella condizione di cogliere tali occasioni. Tutti coloro che vivono all’estero hanno amici e conoscenti che, dopo un periodo trascorso lontano dal Bel Paese, decidono di rientrare in Italia perché insoddisfatti di quanto sono riusciti ad ottenere all’estero in termini professionali. Essere ragazzi o giovani adulti nell’Italia di oggi non è facile, ma non bisogna credere che, professionalmente parlando, l’estero sia l’Eldorado. Le regole del gioco per trovare un lavoro soddisfacente sono universali e, in Italia come altrove, restano le stesse: disciplina, sacrificio, motivazione, ambizione. E – forse l’elemento più importante che spesso manca ai più o meno giovani -: avere un progetto chiaro, e realistico, in testa. Flessibile, adattabile, modificabile… ma pur sempre un piano d’azione, ancor meglio se corredato da piano b.

Bene, giovani e lavoro, ma anche l’educazione ricopre un ruolo importantissimo nel nostro dibattito. Personalmente, quanto è stato importante il tuo percorso universitario per il lavoro che oggi porti avanti? Che differenze ci sono, secondo te che hai studiato anche a Bruxelles, tra l’Italia e il Belgio?

I miei studi in Scienze Politiche e relazioni internazionali mi hanno insegnato a ragionare in maniera multidisciplinare, una qualità molto importante per il lavoro che svolgo. Condivido la critica che spesso si rivolge all’Università italiana circa la sua incapacità nel preparare gli studenti al mondo del lavoro. In linea generale, l’Università italiana fornisce una buona preparazione – migliore forse di quella di tante altre Università – ma troppo teorica. Ciò è frutto, a mio avviso, della mentalità conservatrice di un sistema poco progressista ed eccessivamente legato alle proprie tradizioni ed agli onori del passato. Un approccio senza dubbio utile e necessario quando si tratta di preservare il nostro patrimonio culturale, storico ed artistico ma insufficiente per rendere l’Italia e le sue Università competitive a livello internazionale. In Belgio, per esempio, le ore di lezione ex cathedra sono affiancate (e spesso superate) da progetti, simulazioni ed attività pratiche da svolgersi in gruppo. Tutti esercizi che stimolano la creatività, lo spirito di iniziativa, lo sviluppo delle idee, la capacità di lavorare in gruppo e di essere alle volte un buon leader, un buon coordinatore, un buon supporto. Le stesse lezioni ex cathedra sono ben lontane dal monologo del professore seduto in cattedra, ed appaiono più come un dialogo insegnante – studenti, in cui tutti sono incoraggiati ad intervenire ed esprimere giudizi, idee, critiche. L’Università “normalizza” il fatto di parlare in pubblico – altra competenza fondamentale nel mondo del lavoro, e non solo. Inoltre, gli studenti delle superiori sono incoraggiati, ancora minorenni, a svolgere attività di volontariato, servizio sociale e mentoring, così come gli studenti universitari sono incentivati a svolgere stage e tirocini durante gli studi piuttosto che al termine degli stessi. Ciò rende più semplice e veloce l’inserimento nel mondo del lavoro una volta concluso il percorso universitario.

Torniamo ora al tuo lavoro: di cosa ti occupi nello specifico? Sappiamo che attualmente sei senior associate presso una consultancy a Bruxelles e fai anche parte di un interessantissimo progetto sulla questione Google e concorrenza, raccontaci di più!

Da un anno e mezzo sono Senior Associate presso una società di consulenza in affari europei basata a Bruxelles. Mi occupo soprattutto della legislazione europea nel settore digitale – copyright, piattaforme digitali, protezione dei dati, e-privacy. L’anno scorso, ho contribuito alla creazione ed al lancio di una piattaforma nota come GRIP – Google Redress & Integrity Platform. Si tratta di un progetto finalizzato a fornire assistenza alle vittime di abuso di posizione dominante da parte di Google. Il lancio della piattaforma, di cui sono Manager, ha suscitato l’interesse della stampa internazionale – dal New York Times al Wall Street Journal e, a livello nazionale, ANSA e La Repubblica.
Oltre all’attività lavorativa, gestisco, insieme ad una giovane donna inglese ed una spagnola, un progetto di volontariato a favore di donne vittime di abusi e/o in condizioni di difficoltà economiche.

Rimanendo sempre in tema “Italia”, credi il sistema meritocratico in Italia funzioni? Affrontiamo un’ipotesi difficile: credi che, volendo ritornare in patria, riusciresti a trovare una posizione lavorativa analoga?

Purtroppo non sono in grado di rispondere a questa domanda. Ciò che posso dire è che l’azienda italiana per la quale lavoravo a Bruxelles mi propose di rientrare in Italia, offrendomi un contratto a tempo indeterminato ed affidandomi responsabilità non indifferenti.
Pertanto, non mi sento di poter dire che le opportunità in Italia non esistono e che la disoccupazione sia da imputare unicamente al “sistema Italia”. Credo, al contrario, che da parte di molti giovani e meno giovani ci sia una diffusa fuga dalle responsabilità, che si traduce in una tendenza a procrastinare le scelte di vita per insicurezza e mancanza di progettualità. Pensiamo a tutti quei giovani adulti che, sebbene percepiscano un regolare stipendio, continuano a vivere con i propri genitori. Vorrei far notare che ben prima della crisi, oltre il 70% degli italiani tra i 19 ed i 39 anni viveva con i genitori e che, secondo gli ultimi dati dell’OECD, l’Italia è il primo Paese (su 35) per numero di giovani che vivono con mamma e papà (l’81% dei giovani tra i 19 ed i 29 anni). Tra i 35 Paesi spiccano la Grecia, la Turchia e diversi Stati dell’America Latina: Paesi in cui le condizioni economiche non sono certo migliori di quelle dell’Italia. Ciò che voglio dire è che la mancata – o meglio “ritardata” – conquista dell’indipendenza da parte di giovani e meno giovani in Italia dipende solo in piccola parte dal contesto politico ed economico. È una questione culturale, una tendenza a privilegiare la comodità, a rimanere nella propria “comfort zone”, in un contesto nel quale gli interessi sono limitati all’immediato e le scelte fondamentali sono rinviate nella convinzione che tutte le possibilità rimangano intatte, che ogni scelta sia reversibile. Che in Italia vi siano molti problemi e che il mondo del lavoro nel nostro Paese sia poco accogliente, nessuno lo nega. D’altro canto, c’è una diffusa tendenza a pensare che con un minimo di impegno tutto ci sia dovuto. Studiare all’Università, avere un buon livello di inglese, concludere gli studi nei tempi previsti, svolgere delle esperienze formative durante gli studi – che si tratti di lavori part-time, Erasmus, stage, attività di volontariato, partecipazione politica, o impegno in progetti culturali o sociali -: iniziative lodevoli, ma che rientrano nel normale svolgimento del proprio dovere e che non solamente non ci rendono eccezionali, ma nemmeno più bravi degli altri, soprattutto in un mondo competitivo come quello di oggi. Non dimentichiamo che, salvo qualche rara eccezione, per ottenere dei risultati bisogna faticare, e faticare significa privarsi di tempo libero, impegnarsi di più della media, diversificarsi dagli altri. È un argomento impopolare, lo so, ma il lavoro è innanzitutto sacrificio -se porta soddisfazione, autorealizzazione, crescita… tanto meglio, ma è e resta sacrificio. Soprattutto durante i primi anni.
Ritengo infine che se molti giovani faticano ad uscire da questo “limbo” tra giovinezza ed età adulta, ciò dipenda anche dal sistema gerontocratico che caratterizza la vita sociale, politica, professionale. Nel sistema gerontocratico, il giovane, sebbene talentuoso, non solamente è scarsamente responsabilizzato e valorizzato, ma è spesso trattato con fare paternalistico – nelle migliori delle ipotesi – o da “bamboccione” – nelle peggiori – da colleghi e superiori più anziani. Questo atteggiamento penalizza i più giovani, mortificandone entusiasmo e potenzialità.

Ci racconti che l’azienda per la quale lavoravi ti ha proposto di rientrare in Italia, offrendoti ottime condizioni contrattuali ed un lavoro interessante. Come mai non hai accettato?

Per alcuni anni ho lavorato – dapprima a Milano e successivamente a Bruxelles – nel dipartimento affari europei di una grande azienda italiana. Un’ottima esperienza, che mi ha insegnato molto e che mi ha permesso di affacciarmi al mondo del lobbying e delle relazioni con l’UE. Sebbene lusingata, nonché grata al mio datore di lavoro, ho deciso di rinunciare alla promozione ed al rimpatrio in Italia per rimanere a Bruxelles e continuare la mia carriera professionale nel settore che più mi interessa – quello delle relazioni con le istituzioni europee. Quando ho comunicato la mia intenzione di rifiutare l’offerta, tanti mi hanno considerata imprudente ed alcuni non si capacitavano di come potessi rifiutare un contratto a tempo indeterminato, in Italia, presso un’azienda di successo. Ho deciso di rischiare, di scegliere la strada meno semplice, di uscire dalla mia “comfort zone”. Penso di essere stata coraggiosa. Oggi lavoro in un ambiente molto dinamico ed internazionale, con una cultura del lavoro più “nordica”, un datore di lavoro che incoraggia l’iniziativa personale, non perde occasione per gratificare me ed i miei colleghi e non esita a coinvolgerci nella presa di decisioni chiave. Un ambiente di lavoro poco gerarchico, dove tutti i membri del team sono coinvolti e trattati alla pari – indipendentemente dall’età anagrafica -, gli orari sono flessibili e massima è l’autonomia nella gestione del lavoro.

Dal tuo profilo professionale emerge anche un altro tratto della tua personalità e preparazione: quello legato all’ambito del multilinguismo. Leggiamo che parli italiano, inglese, francese, spagnolo ed un po’ di olandese. Giusto a sfatare il mito dell’italiano in difficoltà anche con il classico “the pen is on the table”, insomma. Ma toglici una curiosità, si tratta di pura passione per le lingue, o di una mossa strategica per la tua crescita professionale?

Le lingue straniere mi sono sempre piaciute, pertanto le ho studiate con passione, ma è chiaro che le mie ambizioni professionali hanno rappresentato uno stimolo importante. Nella “Eurobubble” l’ottima padronanza delle lingue (inglese, certo, ma anche francese, tedesco…) è un requisito essenziale ed è raro imbattersi in persone che parlino meno di due lingue. Non dimentichiamo poi che il Belgio ha ben tre lingue ufficiali.

Perché – a tuo parere – oggi sempre più giovani preferiscono partire dall’Italia e portare altrove le proprie competenze? È un problema della mancata meritocrazia o credi che non sempre sia una vera e propria “fuga” dall’Italia, quanto più una scelta?

Non credo sia solo una questione legata alla mancanza di lavoro e meritocrazia. Come un’altra vostra intervistata, Giulia Dessì, ha affermato, credo che a tanti, l’Italia, o, per meglio dire, la mentalità dell’italiano medio, “vada stretta”. Ho già fatto riferimento al fatto che i giovani, lungi dall’essere considerati avanguardie del nuovo e componenti da valorizzare, sono spesso lasciati in disparte ad attendere il proprio turno, poco coinvolti nella presa di decisioni e scarsamente responsabilizzati. Una situazione che causa frustrazione, aggravata dal fatto che in Italia il concetto di gioventù si è esteso a dismisura, al punto da considerare “ragazza/o” (quindi persona non matura) una/un donna/uomo di 35 anni.
I giovani non sono i soli ad essere penalizzati. Penso alle donne, agli omosessuali, a coloro che si sentono italiani (e magari lo sono a tutti gli effetti) ma hanno origini straniere. Mi rendo conto che si tratti di un tema poco popolare, che forse gli uomini italiani, bianchi ed eterosessuali, faticheranno a condividere, ma – a prescindere dall’età anagrafica – l’Italia non è un Paese per tutti. Sebbene ami l’Italia, come giovane donna mi sento più libera, rispettata ed a mio agio in Belgio che nel mio Paese.

A contrario, supponendo che questa fuga sia davvero dovuta a delle mancanze del nostro Paese, personalmente hai mai pensato a possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via? Hai anche un solo consiglio che daresti a decision makers, ai datori di lavoro ed alle famiglie?

Ai decision maker italiani suggerirei di riformare il sistema educativo e dotare l’Italia di un’Università in grado di fornire ai giovani le competenze necessarie per affrontare il mondo del lavoro. Mi piacerebbe inoltre che le aziende, pubbliche e private, responsabilizzassero maggiormente i giovani ed incoraggiassero un maggiore ricambio ai vertici, premiando il più dotato – non il più anziano. Ai genitori italiani suggerirei di evitare comportamenti iperprotettivi e troppa ingerenza nelle scelte dei figli. Penso che tanti genitori, dettati da nobili intenzioni, spianino eccessivamente la strada ai propri figli, sostituendosi a loro. Atteggiamenti che rischiano di trasformare i giovani in adulti fragili, poco maturi dal punto di vista emotivo ed incapaci di prendere decisioni.

 E per finire, una domanda di rito. Torneresti mai in Italia, adesso?

Al momento sono felice di vivere in Belgio e non prevedo di rientrare in Italia nei prossimi anni. Nonostante Bruxelles abbia vissuto un anno non facile e sia stata spesso criticata dalla stampa internazionale – in seguito all’attentato terroristico e, più recentemente, al rifiuto della regione vallona di firmare l’accordo commerciale con il Canada – devo molto a questa città, che mi ha permesso di realizzarmi, non solo professionalmente, e di trovare affetti importanti.

Ma all’estero un Italian invecchia o matura?

Il quarto di secolo! Cinquepercinqueventicinque! Il mio numero preferito dopo il 21, e anche a voi affetti da sinestesia, non sembra un numero colorato di giallo? Manca poco meno di una settimana e ufficialmente sarò lì, a dover ricordare un nuovo numero alla domanda ‘How old are you?’.

Ma ma ma… un attimo di prospettiva, per una piccola Italian trapiantata Oltremanica. C’è una differenza tra avere 25 anni in Italia e averne 25 all’estero, e sta molto in cosa è più o meno normale per il tuo coetaneo, in cosa ci si aspetta dal suo percorso studi e carriera – e quindi, di conseguenza, di cosa ci si aspetta dal tuo. Chiariamoci, se il tema vi fa roteare gli occhi causando cecità e dunque impedendovi di proseguire la lettura, potete congedarvi già qui e augurarmi un buon compleanno. Se vi causa nausea e ansia e tristezza fino a dovermi abbandonare qui, sappiate che lo capisco.

Nella classifica di cose ‘lamentarsi come mestiere’ ci sono sicuramente i compleanni, intesi come somma delle candeline sulla glassa. Improvvisamente non è più una scusa per mangiare una torta e compilare una lista regali, ma diventa una specie di ricorrenza auto-celebrativa/auto-commiserativa  in cui si paragona la propria immaginaria lista dei ‘DA FARE/FATTO’ con quella di chi ci circonda o di chi ci precede negli anni.

I 25enni inglesi – siamo onesti, parlo di quelli di più o meno simile pari estrazione sociale (mamma mia che brutto termine, giuro che lo intendo all’inglese, non gridate ‘classista!’, ‘borghese!’), più o meno simile grado di istruzione etc etc – sono spesso più vecchi di me. Motivi?

Non è un mistero che gli anni di studio in UK sono minori rispetto all’Italia. Paragoniamo (again, escludo chi si ferma alla scuola dell’obbligo):

  • 4 anni di superiori (vs. i 5 di liceo o simili)
  • 3 anni di ‘Triennale’ (99% dei Bachelor’s, che si finiscono in tre anni tre per motivi che includono: quasi impossibilità di rifiutare voti degli esami, si prende quel che si prende, nessuna tesi protratta a discussioni fuoricorso etc etc)

Tirando le somme, lo studente UK si laurea nell’estate/autunno dei suoi 20-21 anni, a volte con in mano già un contratto ottenuto in primavera durante la caccia di job fair  in job fair, o domande a graduate scheme (ambitissimi contratti tendenzialmente a tempo indeterminato riservati a laureandi e neolaureati) in settori sia pubblici sia privati. La Magistrale, il Master’s Degree che occupa uno, in rari casi, due anni, non è necessaria per trovare lavoro, e spesso viene posticipata come specializzazione dopo qualche anno di carriera, per approfondire una tematica specifica.

Quindi, a 25 anni, nella più rosea delle ipotesi, i miei coetanei hanno due, tre, quattro anni di esperienza nel mondo del lavoro. Non è questa la sede per filosofeggiare di cosa sia meglio, dei ‘eh ma loro sono più generalisti dei nostri laureatiiiih!!11!!’. Vi racconto soltanto di come i miei coetanei, quelli più fortunati, parlano di chiedere mutui e comprare la prima casa; di come alcuni si sentono pronti per un anno sabbatico con i soldi risparmiati in questi anni per viaggiare o andare a fare volontariato su altri continenti; di come si paragonino, nelle pause caffè in ufficio, i migliori fondi investimenti/fondi pensione, e ‘scusa hai sentito che Daniel si sposa tra 5 mesi???’. I 25 anni sono il loro momento di riflessione, misurarsi il polso e dire, ok, tutto sotto controllo – la crisi del quarto di secolo (che cercata su Google in Italiano elenca risultati che includono, ansia da prestazione, senso di soffocamento, smarrimento, sfiducia e altre allegrie).

Esempio di meme/post Anglofono che intasa feed su Instagram/Facebook/Pinterest/Limortacci:
onaging

Anche se magari si lamentano di questa ‘fretta’ intrinseca, sono coetanei che corrono, e sono sicura che ogni Italians in UK ne conosce una manciata o due. E sa anche che sono parametri di misura generalmente molto diversi dal coetaneo in Italia. Con chi possiamo identificarci? Quanto è giusto usare coetanei stranieri nel nostro nuovo Paese di ‘adozione’ come metro di paragone? E quanto è giusto invece guardare all’Italia? Ognuno fabbro della propria fortuna, certo, ma vivendo non in uno ma ben in due tessuti sociali diversi, a volte la prospettiva del proprio percorso e delle proprie conquiste si perde un attimo. Risparmiatemi i mini-violini della tristezza e apriamo un discorso sulla competitività demografica (e anagrafica), visto che la materia è ormai sulla bocca di tutti (menzione speciale per la freschissima campagna a favore delle nascite che ha raggiunto nella sua idiozia anche questi lidi, e vi giuro che questa bozza era nata prima!).

Per ogni richiamo ad affrettarsi a essere creativi tra le lenzuola e non aspettare la cicogna, a prendere quella dannata laurea senza troppo tempo fuoricorso che mamma e papà non possono sostenerti per sempre, vorrei si parlasse di cambiamenti strutturali all’istruzione a ogni grado e all’inserimento e gestione dei giovani nel mondo del lavoro. Cosa ci impedisce di discutere in modo costruttivo di idee e proposte come: accorciare le secondarie di primo e/o secondo grado; rendere competitive le lauree non-scientifiche (quelle che fanno tanto ridere i progressisti tutti ingegneriamedicinafisicaescienze) con moduli di business/IT; abolire il concetto di tesi riscritta fino allo sfinimento del relatore o del candidato; creare schemi di assunzione o inserimento a quote per tutti i gruppi disciplinari. Rimane fanta-economia (‘con i soldi di chiii?’), rimane fanta-politica (‘ma chi le voterebbe ste coseeee?’): rimane il Paese che sorride ai miei 25 anni, sospira romanticamente alla mia impazienza di carriera (ma si irrita del mio disinteresse al ‘Prestigio della Maternità’, e si chiede perché’ io non senta “[… ] un senso di incompiuto”, e mi avverte che seguendo “[…] la strada della “mammamogliemanager” la conseguenza sarà – comunque – un senso di perdita o di inadeguatezza.”).

Allora non mi rimane che scegliere di celebrare i miei 25 anni con meno crisi possibili – cercando di allontanare dalla testa e dai progetti a medio termine sia la fretta di Londra sia le misure italiane – e scegliere di invecchiare e maturare poco per volta, scegliendo i paragoni come vitamine a piccolissime dosi, a giorni alterni e mai più di una volta al giorno.

Il Ramadan a Dakar

E la prima volta che mi capita di assistere e di vivere il Ramadan. É una sensazione molto strana, c’é più silenzio e più tranquillità nelle strade. Sicuramente più preghiera.

Questo mese é molto importante per i musulmani perché si tratta del mese in cui il libro sacro islamico, il Corano, fu rivelato al profeta Maometto. Come risultato, é il mese in cui si recita il Corano con più zelo e spiritualità, e con uno spirito nuovo. Ai musulmani viene richiesto di recitare il Corano in forma completa perlomeno una volta durante il mese. Di 600 pagine, questa impresa catartica può essere adempiuta attraverso la recitazione di 4 pagine prima delle quotidiane 5 preghiere durante l’intero mese.

Il calendario islamico é lunare per cui quest’anno le autorità ufficiali islamiche hanno decretato l’avvistamento della luna crescente lunedi 6 giugno, che segna l’inizio del nono mese del calendario islamico lunare. Dura 29 o 30 giorni – la data ufficiale sarà rivelata attraverso un altro avvistamento lunare nell’ultima settimana del mese e sarà festeggiata con la festività chiamata Eid Al Fitr – i musulmani devono astenersi dal cibo e liquidi (tra cui anche i chewing gum, fumare sigarette e simili) dall’alba al tramonto.

Qui a Dakar il Ramadan é iniziato martedi 7 giugno e un comunicato di uno dei giornali locali, Le Soleil, invita i credenti ad iniziare ufficialmente questo mese di sacrificio, perdono, uno dei quattro pilastri dell’Islam (il primo giorno tutti si scambiano le parole di perdono in wolof- la lingua locale: Balma Akh, perdonami, e la risposta Balnala, io ti perdono, seguito da Yalla Nagnou yalla boulé bale, io ti ho perdonato, e che Dio ci perdoni tutti) sono di grande conforto e di incoraggiamento a tutti per iniziare un buon mese.

A questo proposito, il Servizio Nazionale di Educazione e di Informazione alla Sanità in Senegal (SNEIPS), servizio collegato al Ministero della Sanità e dell’Azione sociale fornisce le 10 regole d’oro da rispettare durante il mese benedetto. Tra le regole vi sono quelle di rispettare la regolarità dei tre pasti (prima dell’alba – pasto chiamato Suhoor -, alla rottura del digiuno – pasto chiamato Iftar – si puo’ iniziare nuovamente a mangiare al tramonto – e, infine, tre ore dopo la rottura del digiuno). Mangiare molti cereali, frutta e zuccheri lenti prima dell’alba, idratarsi bene di acqua dopo la rottura del digiuno, evitando di abusare di bevande gassate, evitare i pasti troppo copiosi, troppo grassi, troppo salati alla rottura del digiuno, ma anche i dolci e alimenti troppo zuccherati. LO SNEIPS consiglia quindi di privilegiare frutta appena rotto il digiuno, ma anche muoversi dopo il pasto della sera, ridurre gli sforzi fisici intensi e rispettare i momenti di riposo. Grande lavoro per lo stomaco e per il corpo ad abituarsi ad una nuova metodologia di assunzione, tempi e digestione di alimenti. E soprattutto, il servizio nazionale senegalese invita la comunità islamica a recarsi dal medico per un check-up completo sul proprio stato di salute prima dell’inizio del Ramadan.

Per noi Italians il mese si prospetta molto spirituale, particolare, in concomitanza con il sole e la luna come elementi di riferimento per lo scorrere delle giornate lavorative, dove l’orologio non conta (penso di aver smesso di portarlo quando mi si é rotto negli Stati Uniti 6 anni fa), il ritmo di lavoro rallenta ma si intensificano le relazioni sociali e i luoghi di ritrovo post tramonto sono sempre più gremiti di giovani internazionali che seguono le partite della Coppa Europa (anche i Senegalesi hanno una passione per l’Italia), si ritrovano per guardare film insieme e dove si parla di più, non avendo a disposizione televisioni ma riunendosi con gli altri in luoghi pubblici.

La convivialità serale é più spiccata perché qui a Dakar molte persone mangiano in strada e ti invitano a sedere alla loro tavola a cielo aperto. C’é più stanchezza perché il caldo aumenta e non si può  né mangiare né bere durante la giornata. Dal lato positivo però, questo, a mio avviso, é un grande segno e atto di forza e coraggio dei nostri amici e vicini musulmani, che, con pazienza e misericordia, vivono questo mese come una palestra di vita, in cui si sviluppa un senso di autocontrollo in aree che includono la dieta, il riposo e l’uso del tempo, e in cui si impara ad evitare l’uso di male parole, le arrabbiature, la perdita di temparamento e comportamenti cattivi e dannosi agli altri. Il punto qui é di mostrare sottomissione a Dio e tenere la mente focalizzata sul piano spirituale.

E nel frattempo ascoltiamo la musica insieme e guardiamo dei film per aiutare i nostri amici a non sentire i morsi della fame fino al tramonto, tifiamo l’Italia, la Germania, la Francia, la Spagna, il Portogallo, e celebriamo insieme il loro coraggio. Per un Dio buono che ci aiuta sempre, ma sempre e solo dopo che anche noi ci aiutamo da soli. Proprio come la nostra bella espressione italiana, che mia madre e mia nonna mi hanno sempre insegnato e ripetuto “Aiutati che il cielo ti aiuta”, e che qui in wolof, suona più o meno cosi, Yalla Yalla, bay sa tool, che significa letteralmente “Invoca Dio ma coltiva il tuo campo”.

Aiutiamoci ragazzi, e poi tutto avverrà. Sia che siate credenti o no. E il lavoro di squadra ci forgia e ci permette di essere persone più vere, più unite e ci permette di sentirci di più su questa grande piroga della vita. Con un grande sorriso, sempre.

“Il cambiamento è il risultato finale del vero apprendimento.” (Leo Buscaglia)

“Il cambiamento è il risultato finale del vero apprendimento.”
(Leo Buscaglia)

Palazzo Nuovo si erge in tutta la sua discutibile bellezza a pochi passi dalla Mole Antonelliana, ed è dove per quasi tutta la mia adolescenza pensavo di finire per completare la mia carriera scolastica: sede delle facoltà umanistiche dell’Università del loro trasferimento nel nuovo campus ipertecnologico sulla Dora, era anche sede dei corsi di Giurisprudenza.

Dopo discussioni varie sui costi, la distanza e le possibilità di lavoro, anziché farmi dieci minuti di camminata per andare all’università, ho deciso di andarmene ad esattamente 1221.49 km di distanza dal palazzone grigio farcito di amianto che ancora adesso il comune sta facendo bonificare.

Destino ha voluto che anche la mia nuova università avesse sede in un blocco di cemento costruito negli anni ’70, oltretutto in una delle zone di traffico più caotico di Londra: Elephant&Castle è soprattutto rinomata per il pittorescamente decrepito centro commerciale – reso ancor più caratteristico da vari accoltellamenti al suo interno e da un fantastico ristorante cinese al piano terra – e per i vari incidenti d’auto che sono avvenuti presso l’enorme rotonda che domina il suo epicentro.

Il London College of Communication (LCC) si trova a sud-ovest della rotonda, ed è facilmente individuabile grazie alla torre di quattordici piani che ne ospita le aule. Un edificio sproporzionato rispetto ai numeri degli studenti: parte della più grande University of the Arts, LCC conta 6.500 dei 17.775 iscritti in corsi triennali o master.

Sproporzionato soprattutto per il corso di Giornalismo anno 2012-2013, il mio primo anno.

Dopo una settimana di presentazione dell’università – inclusi tour dell’edificio di cui, dopo tre anni, penso di non averne esplorato neanche 1/3 – mi sono ritrovata seduta in un’aula magna da 150 posti con altre 90 persone. 90 persone che mano a mano son diminuite a 65 quando ci siamo laureati.

Non avevo mai seguito una lezione universitaria in Italia, ma avevo ascoltato con terrore – non amo particolarmente le folle, soprattutto di gente della mia età – i racconti di mia sorella, veterana all’università di Torino, sulle condizioni degli studenti costretti a presentarsi con largo anticipo alle lezioni, o a doversi addirittura portarsi le sedie da casa.

Ecco, sedermi in quell’aula magna il primo giorno di corsi è stato come sedersi in treno senza nessuno che ti si metta accanto: pura gioia!

Gioia alla quale si è poi aggiunta la sorpresa di essere ulteriormente suddivisi in mini gruppi per i settimanali seminari di discussione sulla storia del giornalismo internazionale. Nel mio caso, il rapporto studente-insegnante era dieci a uno, il che permetteva di essere molto ben seguiti da un unico professore per tutto l’anno scolastico: questa particolare attenzione aiuta specialmente gli studenti internazionali che, come me all’inizio, si aspettano un trattamento del tutto diverso.

Il primo anno il professore di riferimento era molto attaccato al suo studiolo e ci sfidava, di settimana in settimana, a sfruttare le abilità acquisite da grandi partite a Tetris durante le ore buche del liceo per trovare alle sedie posizioni che garantissero il libero passaggio e la comodità di almeno cinque di noi.

L’anno successivo i gruppi vennero cambiati, così come i supervisori, per garantire una varietà nella discussione degli argomenti: dopo sette mesi passati sempre con le stesse persone avevamo iniziato a capire come pensavamo mentre invece, da bravi giornalisti, dovevamo già abituarci ad avere a che fare con persone diverse, con concetti ed ideologie sempre in movimento. Un inaspettato esercizio che però si è rivelato presto utile quando ho iniziato a lavorare.

Sei mesi dopo l’inizio della mia avventura in Inghilterra sono ritornata a casa per le vacanze di Pasqua ed ho avuto la possibilità di seguire una lezione a Torino. Nonostante ci sia nata e cresciuta, ho sempre avuto un problema nel calcolare le tempistiche per arrivare da qualche parte, quindi sono arrivata a Palazzo Nuovo mezz’ora prima dell’inizio della lezione – ancor prima di mia sorella che doveva effettivamente seguirla.

A differenza dei corsi in Inghilterra, il professore domina la scena sul suo piedistallo di legno all’inizio dell’aula. Le lezioni sono meno interattive, vuoi per l’elevato numero di partecipanti, vuoi per l’intrinseco terrore degli insegnanti che rimane tangibile dal primo anno.

Si sentiva però l’interesse dei presenti, la voglia di imparare enfatizzata dal crepitio delle penne su quaderni ed il tic-tac sui tasti dei computer. Anche quelli costretti a sedersi sulle scale seguivano affascinati la lezione sull’influenza del ‘Teatro delle Crudeltà” di Antonin Artaud sul lavoro scenico del Living Theatre, Peter Brook e le forme del teatro povero.’

Non esattamente il mio tipo di lezione, ma è stata comunque in grado di farmi capire che non importa dove si studia, basta che si studi quello che piace.

LA PEGGIO GIOVENTÙ

Premessa: ormai il termine giovane in Italia è inflazionato è accostato ad ambigue realtà, con criteri abbastanza peculiari e del tutto soggettivi. Spesso incongrui.

Da queste parti c’è per chi è giovane Renzi: un bel giovanotto di 41 anni, così smart, così vispo, insomma alla fine dei conti, così DC. C’è per chi è giovane una riforma, magari proposta per la prima volta negli anni ’60 dello scorso secolo, durante il baby-boom. C’è per chi è giovane l’Unione Europea, che chiede, chiede, chiede… senza fermarsi mai, come un teenager viziato che non vuole sentire ragioni. C’è chi dice che ormai con la crisi, il tasso di disoccupazione, il tradimento del patto generazionale, chi ha 30anni più essere considerato giovane in Europa. Ma poi c’è chi a 42 anni viene catapultato su una poltrona da ‘grande’, come Michel Martone; e dice a tutti i disoccupati plurilaureati che non riescono ad accedere ad un mondo del lavoro: settario, clientelare e nepotista, e non si pagano nemmeno permettersi un affitto, che sono dei ‘bamboccioni’… che fa, mischia le carte? Così svela a tutti che non è grande abbastanza per parlare in pubblico: ancora un troppo immaturo:  “domani si presenti accompagnato dai genitori”, si diceva un tempo. E uno a chi deve dare retta? Giovane o non giovane in un paese dove si passa da chi reputa giovane una start-up che rivoluziona il modo di vivere del pianeta, a chi reputa giovane qualsiasi cosa non sia datata come Giorgio Napolitano (90 anni). È giovane un miracolo italiano come quello di Cucinelli (53 anni)? Oppure un’influencer come Chiara Ferragni, che è una degli under 30 più influenti del mondo? Uno, l’altro, tutti e due? Chi è giovane?

Quando mi si viene a dire che certi personaggi, tipo la Ministra Boschi o la Ministra Madia, entrambe 35enni sono promesse giovani per svecchiare la politica… Be’ mi viene da rimpiangere la lucidità e la leggiadria delle idee della senatrice partigiana Lidia Menapace, ultra 90enne recentemente chiamata a dibattere sulle ultime affermazioni, puerili quanto incongrue, delle nostre baby-ministre: così smart, così blonde... insomma così bauscia da Italia conformista degli anni ’50. Proprio non saprei. La politica porta in grembo cambiamento e prospettive. Allora con un po’ delusione in corpo per questa stagnazione nel sistema; per questo stagno dove si pescano trote tutte uguali – se si possiede un po’ di pelo sullo stomaco s’intenda – può pensare di rivolgersi a quella simpatica gioventù scapiata dell’M5S, tutti pepe e cambiamento: un giovane Di Battista (37 anni), una giovane Raggi (38 anni) – eh… – ma poi la Raggi in calo di consensi come candidata sindaco di Roma mi fa la mossa della dichiarazione pubblica su Uber: per guadagnarsi il voto dalle lobbies dei tassisti. Brava, come mai un vecchio e classicissimo approccio al voto in mano ad una promessa così giovane? Ed ecco che in bocca ad un candidato giovane fuori, ma forse non giovane dentro, viene fuori l’idea che A.T.A.C. possa essere una cosa giovane, fighetta: così smart, così fast… così nostalgici che almeno quando c’era il Duce le corriere arrivavano in orario.

Giovane è diventato un brand. Un promessa, ma nessuno vuole capire che ormai nel nostro mondo essere giovani è uno ‘state of mind’, non una generazione. La rottamazione che ci millantano, di giovanile ha solo l’età anagrafica; ma sotto la foto nella carta d’identità, tra i biondi riccioli botticelliani e le folte pettinature corvine si nascondono vecchi parrucconi bianchi: come Dorian Gray nascondeva in soffitta il ritratto della sua verrà età. E questo non vale solo per i politici, che si sa, è facile sparargli contro, come sulla croce rossa o come sui fagiani: che se li rincorri con la doppietta non volano ma corricchiano. Questo vale anche per noi neolaureati assetati di potere e carriera, professionisti senza scrupoli sempre pronti allo scambio, al passaggio di consegne ignobili, al favoritismo, all’insider trading, all’impiccio, all’imbroglio, al mantenimento dello status quo. Ve lo dico io che sono un’ aspirante giornalista disoccupato e squattrinato, e ne sento tante.

Non lo so, sarà che io ho 28 anni, e mi avvicino inesorabilmente agli enta… sarà che mi sento già così vecchio; ma non nel fisico, che nell’accumularsi dei bagordi di una vita vissuta, tra sigarette e whisky, in una nuotata annaspa sì, ma non molla. Sarà che mi sento vecchio nel morale, nella visione del mondo e nell’affrontare il futuro. Nella rassegnazione.. Sarà che mi sono scoperto istituzionalizzato. Mi hanno istituzionalizzato. Hanno vinto, i parrucconi. E allora escono fuori elucubrazioni simili, conati di vomito davanti al telegiornale e sogni golpisti. Sono tanto stanco, e a volte vorrei fuggire via. Ma poi penso alla voglia che avevo di spaccare il mondo a 16 anni, quando ero giovane – per come lo intendo io – e quel ragazzino, be’, ancora non lo voglio tradire. Non proprio io.

 

 

 

OnVautMieuxQueCa (MeritiamoDiPiù)

Il primo post è una presentazione, e una confessione. Non sono mai stato per il racconto di sé, né in terza né in prima persona, ho sempre preferito che a dire di più fosse la modulazione dei registri linguistici, la capacità di variare i comportamenti in contesti differenti, una narrazione, una descrizione, la sequenza delle parole. Tutt’al più ho fatto ricorso al politicizzato “noi”. Questo fa di me un anti-blogger? Il mio atteggiamento, devo ammetterlo, sarebbe davvero curioso e mi esporrebbe giustamente a una forte contraddizione. L’idea invece è quella di aprirsi alla molteplice varietà degli avvenimenti e degli interlocutori che attraverso questo spazio spero d’incontrare valorizzando le esperienze, i sentimenti, le ragioni di chi se ne sta lontano dalla sua terra. Per orientarmi tenterò di seguire solo una semplice regola che forse potrebbe incontrare il favore di qualcuno e ridurre l’iniziale imbarazzo: non contrapporre le parole ai fatti.

Segue post vero e proprio.

Settimane fala Francia è stata attraversata da una breve ondata di manifestazioni sfociate in scioperi (e il contrario). La scintilla che ha mobilitato gran parte della sinistra e dei sindacati è stata la proposta del ministro del lavoro Myriam El Khomri di modificare alcuni importanti punti che regolano il diritto del lavoro francese. Non vale la pena soffermarsi sull’analisi minuziosa delle modifiche che vanno, tutte o quasi, verso una riduzione di determinati diritti per garantire una maggiore flessibilità e produttività del lavoro, ma può essere utile soffermarsi sulla modalità che hanno opposto studenti e sindacati al governo e ad una riforma sostenuta dalla Confidustria francese (MEDEF) e da uno dei suoi più importanti referenti, il ministro dell’economia Emmanuel Macron.
In un paese dai riti fortemente codificati nel quale la classe dirigente è storicamente selezionata sulla base di una preparazione tecnico burocratica alla carriera politica acquisita perlopiù in scuole d’élite, a ribaltare il tavolo è bastata una petizione on line partita da una militante femminista in rotta con il partito socialista. Più di 850 mila firme in meno di una settimana hanno fatto in modo che i sindacati seguissero la mobilitazione e il governo fosse costretto, dopo le tante dimostrazioni organizzate in tutta la Francia, a riesaminare il provvedimento.
Dalle rivoluzioni tradite del mondo arabo fino alla vecchia Europa, da Teheran 2009 alla Parigi del post 13 novembre, la “disintermediazione” dei conflitti come quella dei rapporti sociali si conferma ormai una realtà capace di trainare la mobilitazione e di modificare il corso degli eventi.

Intervista alle ragazze di Studio Pivot

La storia di questo mese ci riporta finalmente in Italia. Conosciamo Beatrice Roccetti Campagnoli e Vittoria de Petra, co-direttrici di Studio Pivot fondato nel 2013 insieme a Elisa Gavotti Basilj e Carolina Zavanella. Studio Pivot nasce con lo scopo di promuovere e sostenere l’arte e la cultura emergenti in Italia. Da quel momento fino ad oggi si può dire che ci sia riuscito: con 16 progetti ed esposizioni, 4 fiere internazionali, la collaborazione con più di 30 artisti giovani e ancora tanti lavori in cantiere.

Da sempre Studio Pivot si pone infatti come obiettivo la diffusione dell’arte emergente utilizzando spazi non convenzionali, delle non-gallerie o semplicemente luoghi nati con un obiettivo diverso da quello espositivo. La finalità ultima è quella di rivoluzionare il mondo dell’arte rendendolo accessibile anche a chi non fa parte del circuito culturale/artistico ed ovviare quindi a quella tendenziale esclusività che il panorama artistico si è costruito in questi anni.

Conosciamo allora queste ragazze che hanno deciso di sviluppare in Italia il loro progetto.

 

Studio Pivot lavora in tutto il mondo, dall’Europa alla Cina, ma le sue basi e le sue radici sono in Italia, perché questa scelta?

La culla di Studio Pivot è Roma, dove abbiamo articolato le idee e i progetti iniziali. Tuttavia i primi passi li abbiamo mossi all’estero, in occasione della prima edizione della START Art Fair alla Saatchi Gallery di Londra. La fiera, una delle prime ad approfondire a livello internazionale il discorso sulle novità emergenti, ha selezionato la nostra proposta artistica. La nostra prima partecipazione internazionale è stata sostenuta da Fondazione Roma, BNL Gruppo BNP Paribas e Gala Energia. L’organizzazione, gli sponsor e gli artisti hanno creduto in noi. Questa fiducia ci ha consentito di prendere parte ad un’esperienza fondamentale che ci ha insegnato moltissimo: confrontarsi con una struttura e un’organizzazione di alto livello e qualità riconosciuta a livello internazionale. Poi sono venute le esperienze della Contemporary Istanbul, dell’Asia Contemporary Art Show (collaterale di Art Basel Hong Kong) e della seconda partecipazione a START.

 

Avete lavorato a Londra, Istanbul e ad Hong Kong, cosa vi portate dietro da quelle esperienze?

Di certo la preparazione a sfide importanti. Iniziare a lavorare con enti internazionali, viaggiare, predisporre esposizioni non “giocando in casa”, confrontarsi con lingue, culture e mercati diversi (come quello cinese n.d.r.), ci ha allenate ad un tipo di lavoro necessariamente puntuale. Queste esperienze sono state accompagnate dall’entusiasmo dell’esordiente ma anche dalla consapevolezza di percorrere una strada che non si affronta senza avere piedi ben saldi a terra, la mente predisposta a un’evoluzione di contenuti, iniziative e qualità. Londra, Istanbul e Hong Kong sono state delle mete sempre più lontane da Roma ma che, invece di allontanarci, ci hanno avvicinate al nostro Paese, che ha accolto sempre partenze e ritorni con molta curiosità.

 

Quali sono le maggiori differenze che avete notato tra l’estero e l’Italia sul profilo professionale?

Minore difficoltà nel relazionarsi a strutture istituzionali, una predisposizione positiva ed entusiasta nei confronti dei giovani che iniziano a lavorare nel settore, una definizione e un godimento più ampi dell’arte, maggiore unità e propensione a un ricambio generazionale e, infine, meno formalità e più sostanza.

 

La galleria è un format superato? Oppure si tratta di semplici modelli diversi? Quale e dove sarà il futuro dell’arte?

La galleria è un modello strutturale che funzionerà per sempre e soprattutto ci auguriamo sia così. Tuttavia abbiamo deciso di uscire da uno schema consolidato, affascinate dalle opportunità stesse offerte dalla città e dai suoi abitanti. Una varietà irresistibile. In questo modo possiamo coinvolgere artisti più giovani e non, misurandoci tutti con spazi stimolanti e committenze private, sollecitando sempre il pubblico ad apprezzare qualcosa di diverso in ambiti nuovi. Non possiamo essere noi a immaginare dove e quale sarà il futuro dell’arte, perché ci siamo appena affacciate in questo meraviglioso settore. Al momento stiamo osservando l’orizzonte per studiare la nostra direzione, con la speranza che la meta sia la stessa!

 

Dove vi vedete tra dieci anni? e soprattutto, ci sarà ancora l’Italia nel vostro futuro?

Non sappiamo dove saremo ma la certezza è che il nostro impegno sarà rivolto alla diffusione dell’arte e della cultura. Al momento siamo qui, in una Roma “marziana” che sembrava assopita, intorpidita e culturalmente statica. Di recente ha ripreso a fiorire di contenuti artistici a tutto tondo tra arte, street art, musica, letteratura, cinema e startup. Siamo contente e ce lo diciamo spesso, soprattutto perché, evidentemente, non siamo le uniche giovani ad essere convinte dell’importanza di cogliere le opportunità dove gli altri non le vedono, trasformando il rischio in qualcosa di nuovo. È bello che molti coetanei si stiano muovendo come noi, sfidando la crisi per rigenerare il Paese. Infine speriamo di continuare a crescere insieme agli artisti con i quali stiamo iniziando a collaborare ma senza abbandonare la ricerca e la scoperta dei più giovani, garantendo spazio al talento e rafforzando un network propositivo e forte di giovani gallerie e professionisti del settore. Suona come un’utopia, una realtà lontana ma che faremo di tutto per realizzarla.

 

Beh che dire, nel nostro bel Paese si parla sempre più spesso di quanto are e cultura debbano riappropriarsi di quel ruolo protagonista che dovrebbe spettargli, sempre più di frequente assistiamo a dibattiti – anche politici – dedicati all’economia della cultura, a quanto l’arte potrebbe far bene non solo all’anima ma anche alle tasche e allo sviluppo di giovani talenti e imprenditori italiani. Simao quindi lieti di aver incontrato quattro ragazze che nell’arte hanno creduto e investito fino ad aver fatto dell’arte un vero e proprio lavoro apprezzato anche all’estero. Un ritorno in patria dopo le prime esperienze “fuori casa” e tanta, tanta voglia di fare e speranza per una Roma assopita che sembra avere una voglia matta di svegliarsi. E se a risvegliare Roma e il Paese possono essere i giovani talenti, l’arte e la cultura, noi di The Italians non possiamo che dircene fieri!

E voi, avete anche voi cantiere un progetto artistico e culturale che vorreste sviluppare? Raccontateci la vostra esperienza e… non perdete d’occhio il nostro policy lab, il team Economia della Cultura sta per partire!

Intervista a Isabella Abate, Disbursement Professional a Bratislava

Oggi The Italians atterra nella fredda ma accogliente Slovacchia e più precisamente a Bratislava! L’Italians del mese è Isabella, origini campane, 26 anni e un passato accademico e lavorativo diviso tra Roma, New York City, Nizza, Berlino, fino ad arrivare a dov’è oggi.
A Bratislava Isabella lavora in IBM come Disbursement professional, ma non esclude cambiamenti e nuove avventure per il futuro… Ma cosa pensa delle sue esperienze passate, del suo Paese e delle opportunità che il suo continuo viaggiare le hanno offerto lo scopriamo adesso, con la nostra consueta intervista mensile.
… buona lettura!

 

Ciao Isabella, sappiamo che ormai da un paio d’anni vivi a Bratislava, dopo un’esperienza Berlinese presso l’istituto di cultura diplomatica, e che in Slovacchia lavori come Disbursement Professional all’IBM. Raccontaci come mai sei lì, com’è iniziata la tua storia.

Avevo appena finito il master in studi diplomatici alla SIOI e stavo inviando application in giro per il mondo. Mi é sempre piaciuto viaggiare e dopo le due esperienze di soggiorno all’estero a NY e Nizza, avevo voglia di iniziare una nuova avventura! Ho cosi concluso il mio tirocinio a Roma presso l’archivio Disarmo e sono stata assunta dall’Istituto di diplomazia culturale a Berlino. Dopo quasi un anno, stavo gia pensando di cambiare paese e vivere in un posto nuovo. Ho colto cosi l’occasione di tasferirmi a Bratislava dopo aver superato le selezionibdi ingresso in IBM. Ho scelto il lavoro prima di scegliere la citta!

 

Quali sono le opportunità che a Bratislava hai trovato e che in Italia invece non c’erano?

Bratislava é una città giovane, che deve ancora imparare ad essere una capitale! Ci sono molte multinazionali che hanno aperto i loro uffici qui non da molto tempo. La città é in crescita, ma si respira ancora, sotto molto aspetti, l’aria del post-comunismo.

Sicuramente il mercato del lavoro é molto dinamico e aperto ai giovani. Si cerca e si trova lavoro in poco tempo. Le vacancies sono molte, soprattutto per le entry level position in aziende prestigiose come IBM. Credo che questa sia la maggiore differenza con l’Italia e la ricchezza più grande per gli stranieri a Bratislava: la possibilità di non doversi accontentare del primo lavoro che capita

Intendi fermarti a Bratislava (SK) o il desiderio di tornare nel tuo Paese è ancora forte? 

Non ho mai avuto un forte legame con il mio paese di origine e la curiosità e i nuovi stimoli che provengono dall’estero, mi spingono a vivere in contesti sempre nuovi. É un po come se non smettessi mai di mettermi alla prova e la ragione per la quale non ho mai cercato lavoro in Italia.

 

A tuo parere la mancata corrispondenza tra capacità acquisite durante il percorso di studi e il mondo del lavoro sia uno dei fattori fondamentali della fuga dei talenti italiani? O quali sono secondo te le motivazioni di questo fenomeno?

Non credo questo sia il fattore determinante, piuttosto la poca propensione a riconoscere il merito ed il valore aggiunto di molti.

 

Paragonando l’Italia ai Paesi nei quali hai vissuto possiamo quindi dire che credi che in Italia la meritocrazia sia qualcosa di dimenticato? 

Mi rifaccio alla mia risposta precedente! All’estero c’é più competitività: le persone sono più semplici e disposte a mettersi in discussione. Si parte dal concerto del nulla ti é dovuto e tutto é da dimostrare.

 

Se fossi restata in Italia, credi che il tuo attuale stile di vita e la tua posizione lavorativa sarebbero arrivate lo stesso?

Nel mio caso concerto, no. IBM Italia non ha praticamente vacancies per gli entry level nel settore di supporto ai business partners. Probabilmente, avrei avuto più chances di lavorare nel privato in aziende più piccole, con contratti di apprendistato.

 

Quali sono le differenze che hai potuto constatare nel mondo del lavoro in Italia e in Slovacchia?

Come ho già accennato, la principiale differenza è la dinamicità del mercato del lavoro in Slovacchia, caratterizzato da continue job openings (anche se con salari bassi) in diversi settori. Certamente, poi, essendo per la maggior parte entry level positions, le qualifiche richieste sono minori ed è più facile essere assunti, soprattutto per i giovani,

 

Cosa pensi che manchi all’Italia per riportare le proprie eccellenze a servizio del Paese e cosa dovrebbe fare, secondo te, per incentivare questo ritorno (o far sì che non si scappi più)? E cosa pensi, personalmente, di questa continua fuoriuscita di talenti?

Credo che in ogni stato ci siano problemi riguardanti il mercato del lavoro, sebbene le realtà siano diverse. Credo che un 50% dei giovani italiani che cercano lavoro all’estero lo faccia indipendentemente dalla situazione lavorativa in Italia e piuttosto per scelta. Certo, come ben sappiamo la disoccupazione giovanile è a livelli ben elevati (più del 42% secondo dati OCSE) e questo spinge una fetta importante della popolazione ad “emigrare”. Probabilmente, per incentivare il ritorno dei giovani lavoratori dall’estero bisognerebbe pensare ad investire sulle loro capacita’, ma questa é un’altra storia…

 

Skill e mondo del lavoro, capacità individuali ed opportunità. Concetti a noi cari e sempre al centro del nostro ragionamento e dei nostri progetti. Qualcosa che in Italia pare – purtroppo – lontano dalla realtà e che vorremmo riportare al centro del dibattito nel nostro Paese.
Nel caso di Isabella l’estero è stato una scelta, non un obbligo o l’ultima spiaggia, ma come lei stessa ci racconta, in Italia probabilmente sarebbe ancora alle prese con contratti di apprendistato e probabilmente, come lei stessa suggerisce, bisognerebbe ripartire proprio sulle capacità di ognuno ed investire affinché esse possano crescere e venire sfruttate, nel senso più nobile del termine, al servizio del Paese!

Ringraziamo Isabella per aver condiviso con noi la sua storia e i suoi pensieri, ora però aspettiamo di sentire cosa ne pensate voi! A presto!