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Intervista a Luca Pilati, export manager in Germania: “Potrei tornare e lavorare in Italia, ma l’instabilità politico-economica non mi rassicura”

Hof, Germania, una piccola cittadina a nord della Baviera. Dopo aver viaggiato in lungo e largo per l’Europa, in Russia, ma anche in America Latina e in Canada, è qui che oggi vive il nostro Italians del mese Luca Pilati, 31 anni originario di Marsciano (Perugia).

Luca è ad oggi export manager (area europa) in Germania, e si occupa cioè di vendite seguendo sia il canale tradizionale fisico che l’e-commerce. Un lavoro che lo porta a viaggiare per circa il 30% del suo tempo, a stretto contatto con agenti, distributori e clienti diretti per stabilire prezzi, promozioni, sconti e lancio di nuovi prodotti.

“Il mondo è grande ed ho la costante voglia di vederlo tutto – ci anticipa Luca – in ogni luogo che visito, mi chiedo sempre come sarebbe vivere lì, la routine, le persone, la vita. Più che lasciare l’Italia mi piace vedere il rovescio della medaglia: concentrarmi cioè su quello che questo percorso mi porta a scoprire”.

Ciao Luca! Raccontaci la tua esperienza da Italian: sappiamo che attualmente vivi e lavori in Germania, ma come ci sei arrivato? Faceva tutto parte di un tuo progetto oppure hai seguito il corso degli eventi?
Diciamo che faceva parte del mio progetto e poi il corso degli eventi – che in fondo mi sono creato io – mi ha di certo aiutato. Ho sempre agito in visione di un possibile spostamento all’estero. Sin dal liceo mi sono sempre orientato verso un percorso che potesse aiutarmi in questo senso. E in primis, già dagli anni degli studi superiori, ho capito che lo studio dell’inglese sarebbe stato necessario e questa si è poi rivelata una scelta fondamentale considerando che oggi, per poter essere competitivi ed avere maggiore libertà di movimento, l’inglese rappresenta davvero il minimo indispensapide in termine di lingue straniere da conoscere. Ora con anche lo spagnolo, il tedesco ed un po’ di francese mi sento più tranquillo!
L’obiettivo di trasferirmi all’estero per lavorare me lo ero prefissato per completare le mie pregresse esperienze di periodi trascorsi fuori dall’Italia nei momenti di tempo libero o per studiare. Lavorativamente parlando, mi mancava quindi un’esperienza all’estero ed è cosi che ho colto l’opportunità di trasferirmi in Germania.

Qualcosa sul tuo lavoro: cos’è che fa di preciso un export manager, compiti e responsabilità? Credi che in Italia avresti potuto trovare un’occupazione simile, ci hai provato, oppure lavorare all’estero era quello che volevi?
Come export manager mi occupo di vendite e seguo sia il canale tradizionale (retailers) sia l’e-commerce. Mi relaziono con agenti e distributori esistenti o, dove necessario, cerco io stesso persone in loco per sviluppare i mercati di mio interesse, e mi relaziono anche direttamente con i clienti. Stabilisco promozioni, sconti, lancio di nuovi prodotti in base al mercato di riferimento. Viaggio circa il 30% del mio tempo, principalmente in Olanda, Belgio, Svizzera, Austria, Polonia, Repubblica Ceca, Norvegia, Francia e Germania. Per quanto riguarda l’e-commerce, invece, il discorso è leggermente diverso perché gestisco il flusso di informazioni che poi il cliente (ad esempio Amazon) utilizzerà per vendere il prodotto online (informazioni su prodotti, prezzi, immagini, stock prodotti, testi marketing). È un lavoro con meno interazione tra persone dal momento che la stragrande maggioranza del lavoro può essere svolto tramite “ticket” (sistema informatizzato).
Come dicevo prima, lavorare all’estero è sempre stato un mio chiodo fisso. In Italia, il mio ruolo viene molto apprezzato perché, specialmente in questo momento, le aziende italiane hanno bisogno di esportare i propri prodotti e non sempre sono preparate per poterlo fare. Non ho ancora preso in considerazione questa possibilità, perché pensare un futuro in Italia considerando l’outlook negativo dato dal crescente debito pubblico, la costante incertezza legata alla politica affiancato da una crescita debole o inesistente del Paese, non mi rassicura. Quindi ho optato per paesi con scenari più positivi e livelli salariali più alti.

Il lavoro in Germania è strutturato in maniera diversa rispetto che in Italia? Penso alla flessibilità, alla meritocrazia, alla responsabilità, o anche alla possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età…sono problemi solo italiani?
Si, qui la differenza è notevole. Dal punto di vista pratico e di organizzazione del proprio lavoro c’è molta più libertà. Gli orari di entrata ed uscita dall’ufficio sono flessibili e si lavora 38 ore settimanali e non 40. Inoltre le ore di straordinario, che capita sovente di fare, vengono accumulate e possono essere utilizzate successivamente come ore di permessi. Il lavoratore è molto più tutelato anche dal punto di vista della salute e del benessere in ufficio. Un esempio carino che voglio citare che non mi è mai capitato di vedere in Italia è la possibilità di richiedere una scrivania con pianale elettrico che si alza e si abbassa per poter permettere alle persone di lavorare in piedi. In pratica: stare seduti per molte ore in ufficio non è salutare, quindi è possibile richiedere una scrivania con pianale elettrico che si alza e si abbassa a tuo piacere per poter lavorare anche stando in piedi.
Si fa molta attenzione a rispettare la pausa pranzo e gli altri intervalli che ti permettono poi di lavorare in maniera più efficace il resto della giornata. Per quanto riguarda le responsabilità ho notato che qui il binomio giovane=inesperienza è quasi inesistente. Al contrario, si valorizza di più il concetto di giovane=risorsa. E questo è un fattore da non sottovalutare. I giovani hanno più spazio, più responsabilità e quindi la capacità di apprendimento e di sviluppo è maggiore. il lavoro è più appagante dal momento che hai maggiore libertà di prendere decisioni e le tue idee vengono prese in considerazione.

Quello della meritocrazia in Italia è un tema delicato dove sfortunatamente il più delle volte si è costretti a constatare che il merito passa in secondo piano, scavalcato da quel clientelismo ormai radicato sia nelle organizzazioni pubbliche che private. Credo sia difficile cambiare in un paese che ha questa impostazione. Riguardo la possibilità di emergere, secondo me, oltre al problema della mancanza di meritocrazia, in Italia c’è anche il problema della stagnazione del lavoro. Qui in Germania, ad esempio, come in molti altri Paesi c’è più offerta di lavoro, pertanto, trovo ci siano più possibilità di emergere in contesti dove si investe, dove si aprono aziende, dove si crea lavoro.
In Italia succede l’opposto: i posti di lavoro non ci sono, le aziende italiane non investono o addirittura delocalizzano ed infine, non abbiamo la capacità di attrarre capitale estero vista la burocrazia e soprattutto la perenne instabilità politico – economica. Alla fine i giovani vivono il risultato di questo insieme di fattori, oscillando tra il minimo sindacale e lo stage non retribuito che, come detto prima viene giustificato anche dalla mancanza di esperienza.

Ho notato anche che c’è ostilità da parte di chi, invece, dovrebbe trasmettere ed insegnare ai giovani come lavorare. L’egoismo secondo me è uno dei fattori più penalizzanti in Italia. Egoismo che porta a pensare sempre a se stessi e non alla comunità. Questo sfocia spesso anche in mancanza di senso civico e di interesse verso quello che succede anche al di fuori della vita personale. Non essendoci coesione sociale, gli individui cercano di “sopravvivere” come meglio possono salvaguardando i propri interessi, ignorando però la situazione complessiva della comunità e più in generale dell’Italia stessa.

Com’è vivere ad Hof? C’è una comunità di italiani lì? Ti senti ben accolto oppure ci sono pregiudizi che hai dovuto superare? Inoltre, quali sono le difficoltà che affronti ogni giorno in questa nuova vita?
Sono sempre stato affascinato più dal nord Europa che dal sud. Non a caso quando la stragrande degli studenti facevano l’erasmus in Spagna io sono andato in Polonia. Sono sempre stato attratto dal freddo e non dal caldo, dalle montagne e non dal mare, dagli sport invernali piuttosto che dal calcio. Diciamo che non sono proprio italianissimo sotto questo punto di vista! Approdare in Germania, quindi, sotto questo punto di vista ha avuto un impatto decisamente positivo. Mi sono quasi sentito a casa, circondato da paesaggi, clima e cultura che mi hanno sempre affascinato. La parte più difficile del trasferimento è stata la barriera linguistica. Vivere in una piccola cittadina, seppur universitaria, significa non poter parlare sempre in inglese, dato che in pochi lo sanno. Devo ringraziare i miei colleghi che si sono presi cura di me e mi hanno aiutato in tutto quello che concerne la vita quotidiana (affittare un appartamento, comprare mobili, pagare le bollette, trasferire la residenza, etc..) Però alla fine, dopo un anno qui in Germania, posso dire che effettivamente queste difficoltà iniziali si sono rivelate utili dal momento che l’apprendimento del tedesco è stato e tutt’ora è molto più rapido. Apprendere una nuova lingua e conoscere da vicino una cultura differente mi affascina ed è per questo che ho costruito una rete di amicizie principalmente con tedeschi e non con italiani. Anche qui, all’inizio non ti senti proprio a tuo agio circondato da persone che parlano una lingua praticamente indecifrabile e spesso anche in dialetto! Però con un po’ di coraggio, molta pazienza e svariate bottiglie di birra riesci man mano ad interagire sempre di più.
Secondo me è fondamentale come uno si pone. Se sei tu privo di pregiudizi, aperto e sorridente, non ci sono problemi di integrazione. Almeno questa è stata la mia esperienza fino ad oggi in tutti i luoghi in cui ho vissuto ed ho visitato sia in Italia che all’estero. Porto con me sempre bellissimi ricordi di persone con cui ho condiviso momenti della mia vita e che mi hanno sempre accolto con entusiasmo ed amicizia.

Questa non è la tua prima esperienza all’estero: c’è stato anche l’Erasmus in Polonia e poi la Spagna per tre mesi e anche la Svizzera, seppur solo un mese. Raccontaci qualcosa di queste esperienze – punti di forza e punti negativi, ovviamente!
Vedendo sempre il bicchiere pieno o, nei momenti peggiori, mezzo pieno, sinceramente non saprei di che punti negativi parlare. Un’esperienza all’estero che sia di lavoro, di studio o di svago, secondo me, è sempre costruttiva e soprattutto ti lascia il segno. L’erasmus è sicuramente un’esperienza indimenticabile soprattutto in un Paese come la Polonia, dinamico con molti giovani e centro di forti investimenti da parte di moltissime aziende. Dopo l’erasmus sono tornato spesso in Polonia sia a visitare gli amici che per lavoro ed ogni anno rimango piacevolmente colpito dalla dinamicità di quel Paese. Per quanto riguarda la Spagna e la Svizzera in entrambi i casi sono stato ospite di una famiglia. è stato davvero bello sentirsi parte di loro, vedere i loro usi e costumi, parlare la loro lingua e vivere il loro quotidiano.
È qui che mi viene in mente la parte negativa di questo stile di vita: lasciare la famiglia, gli amici, la quotidianità che ti ha accompagnato per anni nel posto in cui sei nato e cresciuto. Il prezzo da pagare per chi decide di spostarsi è effettivamente abbastanza alto, specialmente per chi vive in Italia, dove la cultura della famiglia è ancora molto forte. Lasci il luogo dove sei sicuro di trovare sempre il supporto degli amici, l’amore della famiglia, e soprattutto la quantità di cibo che ti prepara la nonna che ti vede sempre deperito. Vivendo lontano e soprattutto viaggiando spesso, mi ritrovo ad essere con me stesso, e devo dire che è  veramente piacevole. Schopenhauer dice: “Un uomo di grandi doti spirituali nella più completa solitudine si intrattiene in modo eccellente con i suoi pensieri e le sue fantasie…”. Essere il punto di riferimento di se stessi è impegnativo. Occorre avere un discreto carattere ed una sufficiente energia interiore per vivere momenti facili e difficili sempre rimanendo sereno e felice.

Tornando al tuo periodo di studi in Polonia e guardando all’Italia, potresti aiutarci a fare un confronto tra questi due sistemi educativi? In cosa possiamo prendere esempio per migliore, e viceversa?
In Italia sicuramente la preparazione è ottima. quello che ho notato però è che spesso si riduce a studiare interi libri e “recitarli” il giorno dell’esame. Parlare di Erasmus significa fare un passo indietro di circa 10 anni. Al tempo rimasi colpito dalla modalità in cui le lezioni venivano svolte, ricche di progetti, esercizi.
Il professore, sempre pronto ad aiutarti, era più al tuo stesso livello. In Italia, secondo me, c’è molto più divario tra studente e professore. In Polonia ad esempio ricordo di aver sostenuto un esame basato su una piattaforma virtuale in cui il team di cui facevo parte, formato da studenti di diversi paesi, doveva virtualmente gestire un’azienda che produceva laptop. Ogni membro del gruppo aveva un compito (Marketing, Finanza, Sales… etc..) e giornalmente dovevamo inserire nel portale virtuale le azioni che volevamo venissero fatte nei giorni successivi. In base al posizionamento dell’azienda dopo 6 mesi rispetto alle aziende degli altri team (formati da altri studenti), si riceveva il voto finale dell’esame. Ci siamo posizionati secondi perché abbiamo perso fatturato a seguito di un’apertura di un negozio in Brasile dove però ci siamo scordati di assumere il personale di vendita. Svolgere esami in questo modo ti permette di interagire con persone del tuo corso, scambiare idee, capire dal punto di vista pratico le azioni e soprattutto le conseguenze di quello che decidi di fare o nel mio caso..ti scordi di fare.
Chiaramente la teoria è fondamentale durante il percorso di apprendimento. Devo essere riconoscente del fatto che sia a Perugia che a Torino ho appreso moltissimo. Ma secondo me se venisse curato di più l’aspetto pratico si avrebbero sicuro risultati maggiori sulla preparazione finale dello studente a fine corso di laurea. Poi, una cosa tutta italiana credo sia la probabilità di essere bocciati in base ai capricci del professore o dell’assistente di turno. Andare a sostenere un’esame sapendo di avere la probabilità di essere bocciato o comunque di ricevere un voto non idoneo alla tua preparazione in base allo stato d’animo del professore non è rassicurante soprattutto considerando che tu sei lì per crearti un futuro ed un giorno in più passato in università è un costo per te o per la famiglia che ti mantiene e soprattutto è un giorno in più necessario per entrare nel mondo del lavoro – dove di per se è già difficile entrare.

Si parla spesso (e a volte a sproposito) della cosiddetta “fuga di cervelli”: te cosa ne pensi? Ti senti uno di loro? Secondo la tua esperienza, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?
Per quanto mi riguarda la decisione di andare a lavorare all’estero è stata semplicemente la naturale evoluzione del mio percorso sia di vita che lavorativo. Attualmente la mia fidanzata vive ad Istanbul, io abito in Germania e la mia famiglia in Italia. Questo non mi disturba affatto anzi mi motiva e mi rende felice. Vivere in equilibrio tra 3 nazioni mi piace e mi fa sentire cittadino del mondo. Tutte le volte in cui mi sono spostato non mi sono mai sentito straniero. Mi sono sempre sentito a casa. Le diversità le ho sempre vissute con entusiasmo e mai mi sono sentito isolato. Come già detto, ovviamente i rapporti che lasci con le persone che ti hanno sempre circondato difficilmente sono ricreabili, però questo fa parte del gioco. In Europa si sta lavorando da decenni, anche se con moltissima difficoltà, per creare un mercato unico, una moneta unica e soprattutto libero scambio di capitali, merci, servizi e soprattutto libera circolazione di persone. È su questo che mi piace soffermarmi, la libera circolazione di persone. Purtroppo probabilmente non c’è molta educazione da parte degli stati membri rivolta ai giovani sotto questo aspetto. Ma io la fuga di cervelli, in una visione di globale di interscambio tra paesi, non la vedo. È uno spostamento e dal mio punto di vista è positivo. La domanda che secondo me dovremmo farci è: quanti cervelli in fuga da altri paesi vengono nel nostro paese? Perché alla fine un po’ come la bilancia commerciale ci sono 2 fattori l’import e l’export. Non ho mai sentito parlare di un bilancio finale. Non ho mai avuto modo di leggere notizie relative alla capacità dell’Italia di attrarre giovani.
Non sempre la fuga di cervelli deve essere vista come scelta disperata che deriva da una situazione di disagio nel proprio paese. L’interscambio di persone è fisiologico in un mondo con sempre meno barriere. Nel caso dell’Italia secondo me occorre soffermarsi non solo sulla fuga di cervelli perché alla fine i “cervelli” non esistono solo in Italia. Quindi secondo me bisognerebbe discutere anche sul perché i “cervelli” più preparati e competitivi di altri paesi non scelgono l´Italia. L’Italia purtroppo viene vista come il “Bel Paese” dove poter andare a mangiar bene, a bere vino e stare al caldo. Questo sotto un certo punto di vista gioca a favore di noi italiani, dato che il turismo rappresenta uno spicchio molto importante dell’economia italiana. Sotto un altro punto di vista gioca nettamente a sfavore dato che il “Bel Paese” non viene considerato come meta interessante per investimenti o come luogo dove intraprendere una carriera lavorativa.

Se potessi, cosa cambieresti in Italia e in noi giovani italiani? Parlo di mentalità ma anche di competenze, mi viene da pensare che nel mercato globale ci sia bisogno di giovani che sappiano le lingue e siano tecnologici: secondo te noi italiani possiamo essere competitivi in questo?
Viaggiando mi sono reso conto che il livello di vita in Italia è mediamente alto e di questo me ne sono reso conto solamente dopo aver vissuto in Polonia ed aver visto paesi come la Romania Estonia, Lettonia, Lituania, Ucraina, Serbia, Argentina, Turchia dove in alcune zone vivono in condizioni veramente critiche o quantomeno basiche. Da lì ho iniziato ad aver bisogno di molto meno per essere felice. Ed ho iniziato a riflettere di più si dove indirizzare le risorse disponibili. Anche in Germania, dove gli stipendi medi sono nettamente più alti rispetto all’Italia si fa moltissima attenzione a quanto si spende e come si spende.
In Italia molte cose si danno per scontate. vestiti, cellulare, macchina, vacanze, cene, aperitivi, moto. Ma non e´ poi scontato che in Paesi anche a solo 2 ore di volo queste cose siano possibili. Considerando uno stile di vita del genere come la normalità, effettivamente poi lo stipendio non basta.
Inoltre personalmente non so neanche quanto valga la pena poi dover lavorare per cercare di mantenere uno stile di vita caratterizzato per lo più da beni futili, necessari solo per il “riconoscimento sociale” che viene messo troppo spesso al primo posto. Quindi a volte trovo eccessivo puntare il dito verso l’estero e dire che le cose in Italia non vanno bene e che altrove i giovani riescono a trovare felicità successo e lavoro. Non sono d’accordo nella visione di un estero come una sorta di paese dei balocchi. È sbagliato. Riconoscere ciò che si ha la fortuna di avere, secondo me è doveroso. Da lì dovremmo poi ripartire per capire come poter migliorare senza accanirsi troppo sul problema Italia. Solo che si parla sempre al condizionale o al futuro ma mai al presente. Ed ho la sensazione che questo sia possibile perché in un certo senso ancora in Italia c’è una situazione di agio tale per cui nessuno vuole veramente cambiare le cose o sente il bisogno di farlo. In fondo l’Italia è fatta di italiani quindi se le cose non vanno come vorremmo che andassero, allora un esame di coscienza andrebbe fatto.
Per quanto riguarda l’inglese la situazione sta migliorando, soprattutto tra i giovani dove con l’uso di piattaforme come Youtube o Netflix, la lingua inglese sta diventando più diffusa e soprattutto accettata.
Ovviamente siamo ancora in ritardo rispetto alla media Europea insieme a Francia e Spagna ma spero che vengano prese misure per sensibilizzare gli studenti sull’importanza della lingua inglese. L’Erasmus ad esempio rappresenta uno strumento ideale per poter permettere alle persone di studiare l’inglese e vivere periodi all’estero. In merito alla tecnologia, secondo me, in Italia pur essendo un Paese periferico la situazione è più che soddisfacente. Il costo della telefonia – internet compreso – è basso, i servizi ci sono, l’alta velocità è praticamente presente ovunque. In Germania un contratto per telefonia mobile con 6 giga per navigare lo paghi 40€. Con una compagnia lowcost, 10 GB li paghi 30€.
In Italia oggi “navighiamo” con la fibra ottica. I tedeschi che prendo come riferimento dato che sono una delle economie più forti al mondo, invece, utilizzano ancora cavi in rame. Durante lo scorso decennio, a differenza di altri Paesi, Italia compresa, la Germania non ha installato la fibra visti gli enormi costi che avrebbe dovuto sostenere data la vastità del territorio ed una popolazione equamente distribuita. Questo ha portato alla scelta di aggiornare la rete già esistente in rame invece che investire in cavi in fibra ottica. Il prezzo lo pagano oggi dal momento che le velocità ridotte stanno ostacolando la digitalizzazione delle aree industriali che impattano di conseguenza sulla fornitura di prodotti e servizi al consumatore finale. In Italia, come al solito, rispetto alla media europea non siamo messi bene. Però sono ottimista perché, come appena detto, almeno le infrastrutture ci sono.

Una domanda più personale – lasciare l’Italia, partire e andare lontano, conoscere popolazioni, culture estranee: cosa ti spinge ogni giorno ad affrontare le tue paure e ad alzare sempre di più l’asticella? Sei alla ricerca di una posizione lavorativa sempre più di rilievo oppure è una “vocazione” personale?
Entrambe le cose. Ho avuto la fortuna di intraprendere un percorso che mi motiva sia a livello personale che lavorativo. Ho deciso di viaggiare perché secondo me è il miglior modo per investire tempo e denaro, in più sono riuscito a trasformare questa mia “vocazione” in lavoro. Sono in costante competizione con me stesso. Una competizione sana che mi porta ad alzare costantemente l’asticella per evitare di rimanere impantanato in una zona di comfort che sinceramente mi spaventa. Si ha paura principalmente di ciò che non si conosce, io le mie paure le ho trasformate in curiosità. D’Annunzio scrive: “Non è mai tardi per tentar l’ignoto, non è mai tardi per andar più oltre”. Questa è la frase che mi motiva e che mi piace ricordare perché che cosa c’è di più bello che vivere con l’adrenalina e la volontà smodata di scrivere nuovi capitoli della propria vita per poi guardarsi indietro ed essere consapevoli ed appagati della strada percorsa, delle difficoltà superate e degli obiettivi raggiunti?

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?
Al momento non ho preso in considerazione di tornare in Italia. Vivere in Germania mi permette di apprendere una lingua abbastanza complicata ma molto utile a livello lavorativo pensando anche ad eventuali futuri spostamenti all’interno dell’area DACH. Quindi per ora mi interessa rimanere qui per continuare ad accumulare esperienza utile per avanzamenti di carriera futuri. Sicuramente sarebbe interessante poter contribuire alla crescita delle aziende italiane soprattutto all’estero e non nascondo che mi capita spesso di pensarci. Il potenziale delle aziende italiane è enorme e mi piacerebbe essere tra coloro i quali hanno contribuito al loro sviluppo. La realtà italiana è composta però per la stragrande maggioranza da aziende medio/piccole e non so quanto queste aziende siano preparate o quantomeno orientate al cambiamento. Da sempre il made in Italy, sinonimo di qualità e di unicità, è stato uno dei fattori chiave del nostro paese. Sfortunatamente però le piccole e medio imprese che caratterizzano la rete di aziende italiane non riescono ad essere competitive in un contesto globale. Il mercato mondiale è una risorsa preziosa che dovrebbe essere sfruttata in pieno dalle aziende del nostro territorio.
Per le aziende esportare significa avere la possibilità di crescere. Il problema è che le piccole aziende italiane, viste le dimensioni, non hanno gli strumenti per potersi ritagliare fette di mercato in altri paesi. Negli ultimi anni l’errore più grosso è stato quello della mancanza di investimenti sia da parte delle aziende sia da parte del governo. In particolare bassa spesa in ricerca e sviluppo e continui tagli all’istruzione…senza parlare dei gravi problemi legati alle infrastrutture, fattore chiave per la competitività delle aziende e la crescita economica di un Paese.

 

Trasformare lo stress in una risata liberatoria

Oggi mi sono trovata a parlare con un collega sul significato di stress secondo le diverse culture, prospettive di vita, tempo e avvenire. Per esempio, al mio amico piacerebbe avere 7 figli (ne ha già quattro), é molto competente in quello che fa e prende il suo tempo per poter sviluppare buoni progetti statistici. Il suo motto sul lavoro é “se non é finito oggi, si finisce domani, nessuno morirà per questo”.

Il mio approccio alla vita, invece, é leggermente diverso. Il mio motto potrebbe tradursi con il classico “non rimandare a domani quello che potresti fare oggi”, o anche con il ben noto Carpe Diem – Seize the Day (sempre con giudizio e responsabilità, s’intende).

Per quanto voglia bene al mio collega, non riesco ad immaginare una vita più tranquilla di questa: programmare il domani e anche il dopodomani, pianificare e pensare alle prossime vacanze, sognare e lavorare al futuro, gli amici… Ecco, tutto questo, per me, é davvero emozionante. Non posso non pensare a cosa succede nel mondo, a conoscere quello che é attorno a noi ma anche lontano, discuterne, analizzare trend e notizie dal mondo, pensare (e lavorare a) quello che attivamente possiamo fare per renderlo un posto migliore. E, se devo proprio andare un po’ più in là, la ricetta per poter contribuire, nel nostro piccolo, a un mondo migliore é: é inquinare di meno il pianeta ed essere più gentili.

Lo stress, abbiamo concluso io e il mio collega, significa, o meglio: si trasforma, alla fine dei conti, nello scaricare dell’energia negativa verso gli altri, nell’impossibilità di poterla contenere dentro di sé. Per essere meno stressati, quindi, é necessario parlare e comunicare, ma non bisogna scordarci che sono anche molto importanti l’attitudine e l’approccio che poniamo verso gli altri, e che dovrebbero sempre essere sempre di rispetto e sensibilità.

A tal proposito, mi piace pensare a Stephen Colbert o a Elles De Generes che, con i loro show – il Late Show per il primo, il The Ellen Show nel secondo caso, nel caso remoto non ne abbiate mai sentito parlare – ci aprono gli occhi verso un mondo in cui ci svelano che per vivere meglio e più tranquilli, bisogna ridere. E ce lo insegnano col loro lavoro, attraverso satira dell’attualità e divertenti interviste a ospiti (attori, politici, cantanti, businessmen…). 

Quando ridiamo, secondo Stephen Colbert – come lui stesso ha dichiarato in un ‘intervista a The New York Times (mentre questa é la sua pagina sul giornale americano) – non abbiamo paura. E quando non abbiamo paura possiamo pensare meglio e riflettere a questi pasticci globali. L’umorismo e la satira, insomma, allevierebbero la tensione e l’ansia che il mondo e le sue notizie d’attualità possono procurarci ormai molto più che raramente. La risata dura lo spazio di un istante, ma – Stephen sottolinea – se ridiamo oggi, dormiamo meglio e le chances di essere di migliore umore domani aumentano. Provare per credere.

Un altro strumento che personalmente trovo straordinario per combattere la paura e riflettere meglio é ascoltare la radio e, in forma più generale, le persone parlare. Le persone che parlano, soprattutto se con tono pacato e accogliente, hanno lo straordinario potere di coinvolgere le persone e farle sentire meno sole. In un mondo estremamente tecnologico come il nostro, dove le “macchine”, l’intelligenza artificiale e i robot molto presumibilmente sorpasseranno gli esseri umani nel dare risposte esaustive e velocemente, una voce accogliente, una persona che trasmetta calma, sicurezza e tranquillità verso l’interlocutore, faranno sempre la differenza. E come esseri umani, immagino, noi sceglieremo sempre la voce accogliente rispetto alla voce metallica di un robot neutro ed impersonale.

E come non pensare alla magica trasmissione di sentimenti ed emozioni che avviene anche e soprattutto tramite le voci di artisti musicali? E non è certo un caso che la scienza ci esorti da sempre ad ascoltare molta musica – classica e non – per calmare gli animi, la pancia e la testa. 

E quindi, oggi, per chi avesse bisogno di quella voce accogliente in grado di tenderci la mano e regalarci un attimo di calma… Vi consiglio qualche artista che possa compiere la missione: Mario Biondi, Sergio Cammariere e Ludovico Einaudi, o ancora, gli Hooverphonic, Parov Stelar e Hayden James.

La musica sicuramente è la ricetta per pace interiore e felicità!

E prima di chiudere, e ricollegandoci al post, un altro piccolo personale consiglio per ridere di gusto (e perché no, capire il mondo), ecco per voi un episodio di the Late Show, qui con una bellissima intervista a Michelle Obama e il racconto della sua autobiografia, o ancora, un episodio di The Ellen Show, con l’intervista a Will Smith per l’uscita del film Alladin, in cui Will interpreta il ruolo del genio della lampada.

 

Intervista a Filippo De Grazia, media officer del Patriarcato latino di Gerusalemme

Fine agosto, fine estate, il periodo che precede ogni nuova partenza. Proprio in questi giorni di calda attesa abbiamo conosciuto il nostro Italian del mese Filippo De Grazia, 29 anni cresciuto a Terni ma originario di Narni – un piccolo borgo umbro – attualmente in Medio Oriente da oltre un anno.

Dopo una laurea in Legge con tesi in diritto bancario, oggi Filippo vive e lavora tra Israele e la Palestina, dove collabora con il media office del Patriarcato latino di Gerusalemme. Le sue passioni? Il cinema europeo, le chiese barocche romane e la Juventus. “Lavorare a Gerusalemme, in Città Vecchia, è semplicemente la cosa migliore che mi sia mai capitata”, ci anticipa Filippo. Ma partiamo dall’inizio…

Ciao Filippo! Partiamo dalla tua storia: come e quando sei arrivato a Betlemme? E soprattutto, perché hai scelto di trasferirti proprio lì? Faceva tutto parte di un piano oppure quella di partire è stata più una necessità/vocazione?

Ciao a voi! Niente di pianificato, Betlemme è uscita un po’ per caso! Era l’autunno del 2017 e io ero tornato in Italia dopo circa cinque mesi in Etiopia. Cercavo disperatamente lavoro e nel frattempo studiavo per dei concorsi pubblici. Per mesi impiegavo le mie giornate a mandare candidature per lavorare nel settore privato. Un giorno di novembre la mia vecchia vicina di casa di Addis Abeba mi segnalò il bando residui del servizio civile. Io ero disposto a partecipare solo per destinazioni straniere ed ero orientato a scegliere l’Africa occidentale. Poi notai due progetti in Palestina, a Betlemme. Ho ricevuto un’educazione cattolica e l’attrazione verso la Terra Santa mi ha spinto a cambiare idea… Così mandai la raccomandata, feci il colloquio e dopo mesi di attesa, durante i quali tornai in Etiopia, mi contattarono per comunicarmi che ero stato selezionato.

Sappiamo che lavori al media office del Patriarcato di Gerusalemme, ma di cosa ti occupi precisamente? Hai trovato nuove (e più concrete) opportunità rispetto a quello che ti offriva l’Italia nel tuo ambito, quello della comunicazione?

Anche il lavoro al Patriarcato latino di Gerusalemme è stato un prodotto del caso, ma non posso negare il singolare fil rouge che a questo proposito unisce il mio passato al mio presente. Pensate che avendo studiato a “La Sapienza” di Roma, ero solito visitare la vicina chiesa paleocristiana di San Lorenzo al Verano. Ebbene, solo una volta essere stato assunto al Patriarcato scoprì che proprio quella chiesa di Roma fu la sede del Patriarcato latino di Gerusalemme per oltre 5 secoli!
Arrivai più di un anno fa a Betlemme come volontario in servizio civile, su progetto promosso dalla Confederazione Nazionale delle Misericordie d’Italia che hanno una sede qui a Betlemme. Dopo alcune settimane in cui svolgevo servizio in strutture per anziani e bambini disabili, il mio operatore locale di progetto mi informò che il Media Office del Patriarcato latino (da leggersi diocesi cattolica) stava cercando un madrelingua italiano che avesse un determinato background in comunicazione. Mi presentai al colloquio a Gerusalemme e mi sorprese l’età media del team composto da giovani della mia età. Dopo qualche giorno mi comunicarono di essere stato preso. Essendo il Patriarcato un partner della Misericordia (ente con cui ho svolto servizio civile), la mia attività lì non risultò incompatibile con il progetto. Dal primo giorno mi buttarono subito “in trincea”, il nostro lavoro consiste nel coprire gli eventi della diocesi in tutta la Terra Santa ma non si tratta solo di cerimonie e processioni religiose; al Patriarcato riceviamo spesso delegazioni diplomatiche, sovrani, presidenti e altri rappresentanti delle istituzioni. Su tutto questo redigiamo articoli che pubblichiamo nel nostro sito lpj.org, in più lavoriamo come ufficio stampa traducendo e pubblicando comunicati ufficiali (la lingua della Chiesa qui è l’arabo), documentiamo gli eventi fotograficamente, conduciamo interviste, gestiamo i canali social… insomma, tutto quello che fa una redazione, ma nella cornice speciale e suggestiva di Gerusalemme!

Com’è vivere a Betlemme e lavorare a Gerusalemme? In quanto giovane italiano ti senti ben accettato o ci sono pregiudizi che hai dovuto superare? Raccontaci qualcosa della tua nuova quotidianità, di questa vita lontano da casa.

Dico sempre che vivere a Betlemme sembra un po’ vivere in un paese del Sud Italia. La gente è calorosa, affettuosa, accogliente, ci sono mille colori (tra cui domina il bianco della pietra usata nell’edilizia) e l’atmosfera è unica nel suo folclore! Mi sono sentito da subito integrato in questo incredibile tessuto sociale così diverso eppure così simile al nostro Meridione. Inevitabilmente avevo qualche pregiudizio sul posto e sulla sua gente… ma è bastato veramente poco perché la genuinità degli autoctoni smentisse ogni preconcetto. Parlo solo degli arabi perché purtroppo, nonostante lavori a Gerusalemme da oltre un anno, non ho ancora avuto la fortuna di fare amicizia con gli israeliani. Gli unici con cui interagisco sono i giovani soldati dell’IDF (Israel Defence Force) al check point, con cui naturalmente non è possibile scambiare troppe battute. Lavorare a Gerusalemme, in Città Vecchia, è semplicemente la cosa migliore che mi sia mai capitata. Ogni giorno percorro la Hebron Road che collega Betlemme con Gerusalemme (meno di 10 km) e arrivando da Sud scorgo subito il Monte Sion dove domina imponente la Basilica della Dormitio. Scendo dal pullman accanto alle mura occidentali della città ed entro per la Porta di Giaffa. Da lì percorro a piedi la strada verso il vicino Patriarcato latino.

Da italiano che lavora a Gerusalemme, credo sia inevitabile parlare del conflitto fra Israele e Palestina. Qual è la situazione reale? Hai mai paura di uscire, ci sono situazioni difficili?

La situazione è drammatica e incresciosa. La questione irrisolta tra Israele e Palestina è come uno squarcio su una bellissima tela dove è disegnata la storia del mondo. Dalla guerra dei sei giorni del 1967 Israele occupa illegalmente i territori dei vinti promuovendo piani di espansione edilizia nelle regioni che la Bibbia chiama Giudea e Samaria, geograficamente corrispondenti alla attuale Cisgiordania. Questa forma di colonizzazione è contraria al diritto internazionale, nello specifico alla convenzione di Ginevra e a numerose risoluzioni ONU. A dispetto di questo incontrovertibile dato di fatto che delinea palesemente i ruoli dell’oppresso e dell’oppressore, la realtà è ben lungi da poter essere in maniere unanime definita nei termini suddetti. I sionisti infatti, e con loro una fetta importante della società israeliana, sono sinceramente convinti di essere nel giusto e ritengono che l’espansione in Cisgiordania sia legittimata dalla promessa fatta loro dal Dio della Torah. A rendere ancor più odiosa la situazione è la perpetua paralisi degli accordi di pace tra parti istituzionali e le schermaglie, spesso molto violente, tra palestinesi e israeliani. Non ho paura di uscire a Betlemme, neanche la notte. Mi sentivo più intimorito a Roma! Non percepisco pericoli neppure a Gerusalemme che è totalmente militarizzata. Ma al check point sì, si respira sempre un’aria pesante, come se qualcosa di brutto possa realizzarsi da un momento all’altro. Betlemme è perimetrata da un muro alto e terribile che per attraversarlo è necessario superare i controlli militari. Anche se il passaporto italiano aiuta a superare più agevolmente il confine rispetto ai palestinesi, oltrepassarlo resta comunque una seccatura. Immaginate di passare ogni mattina i controlli previsti dai protocolli aeroportuali, aggravati dalla squallida cornice del Muro, dalla calca delle persone che hanno fretta di superare la barriera per andare a lavorare, dai megafoni che sonoramente intimano in qualche lingua semitica cose che non riesci a capire (verosimilmente un richiamo all’ordine), dal controllo documenti fatto da soldati armati fino ai denti… insomma, di sicuro un’esperienza molto forte. Ricordo che Betlemme è un villaggio arabo circondato da colonie israeliane nei dintorni delle quali molto spesso avvengono attentati terroristici a cui seguono le rappresaglie dell’esercito. Questo spiega l’intensità dei controlli alla frontiera.

A Gerusalemme il lavoro è strutturato diversamente rispetto all’Italia? Penso ad orari di lavori flessibilità, alla meritocrazia, alla responsabilità, o anche alla possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età… sono problemi solo italiani?

Al Patriarcato latino l’organizzazione del lavoro è pressoché uguale ai modelli occidentali. Il rapporto tra i dipendenti dei diversi uffici è molto buono, sinergico per quanto possibile. Il CEO del Patriarcato promuove spesso molte iniziative per fidelizzare i dipendenti, organizzando cene a Natale e a Pasqua, concedendo benefit economici, programmando gite aziendali e ritiri spirituali (visto che si lavora per la diocesi). Onestamente non so se a Gerusalemme questo modello così virtuoso sia diffuso, rimane comunque una città dall’identità prismatica, complessa, multiculturale. Il nostro è un ambiente arabo e quello che posso testimoniare è che qui ho trovato flessibilità, meritocrazia e, soprattutto, una fiducia verso i più giovani che in Italia non ho mai avuto occasione di constatare. Qui anche il modello scolastico-universitario favorisce un miglior inserimento dei più giovani nel mercato del lavoro. Già a 21 o 22 anni finiscono l’università e tendenzialmente iniziano subito a lavorare ricoprendo compiti di responsabilità, senza passare dalla gavetta interminabile dei tirocini. Ovviamente non è per tutti così, gli arabi della Cisgiordania non hanno le stesse opportunità degli arabi di Israele, ma qui apriamo un capitolo diverso, troppo ampio.

A tuo parere l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani a fare bagagli e partire? Nel tuo caso: quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere fuori dall’Italia?

Credo che l’estero offra tendenzialmente condizioni migliori per chi intenda avere subito un trattamento economico adeguato alla propria formazione e alle proprie aspettative e che allo stesso tempo voglia bypassare una lunga gavetta poco gratificante per raggiungere dopo molto tempo uno standard di vita accettabile. L’Italia è un grande Paese. Più viaggio il mondo e più mi rendo conto di quanto sia speciale. Il fatto che un giovane faccia i bagagli e se ne vada, che abbandoni tutto per ricostruire altrove, che rinunci a parlare il proprio idioma, a mangiare il proprio cibo, a lasciare la propria gente, vuol dire che è stato costretto a farlo. Rispetto alla generazione dei nostri genitori, noi abbiamo dovuto aggiungere almeno cinque anni di formazione universitaria, più altri tre o quattro per inserirci nel mondo del lavoro, raggiungendo l’agognata stabilità lavorativa mediamente a 30 anni. Sociologicamente questo ha posticipato l’età media in cui si ottiene l’autonomia economica che permette di uscire di casa, di chiedere un mutuo, di mettere su famiglia. Non tutti sono disposti ad aspettare così tanto o di sopportare anni di precariato. Per questo molti di noi se ne vanno.
Personalmente è questo che mi ha portato all’estero. Fuori dall’Italia ho colto opportunità che in terra natia non ho mai trovato. La cosa che più mi ha sorpreso è la fiducia che gli altri ti offrono fin da subito, senza eccepirti il fatto che sei giovane o inesperto. In Italia essere giovani spesso è un limite. Lo dico senza voler generalizzare e anche in base a testimonianze di molti miei coetanei che, per il sol fatto di essere semplici neolaureati erano poco considerati e finivano così per sentirsi inadeguati.

Questa non è la tua prima esperienza all’estero: puoi raccontarci del tuo periodo in Africa orientale? Cosa facevi e, soprattutto, perché hai sentito la necessità di spingerti fin lì?

E’ vero, prima del Medio Oriente ho vissuto in Etiopia per un periodo complessivo di otto mesi. Tre anni fa stavo finendo l’università con il rimpianto di non aver mai fatto l’Erasmus. Così decisi di organizzare un lungo viaggio post lauream in una località che non fosse la solita Londra o Barcellona. Approfittando di un amico di famiglia che lavorava ad Addis Abeba sono partito una settimana dopo la discussione con un biglietto di sola andata. Lì ho iniziato a collaborare con una ONG locale che si occupa di alleviamento della povertà. Sono rimasto così legato a quell’esperienza che di recente sono tornato 40 giorni per realizzare con quella stessa organizzazione una clinica per cento ragazze di strada e i loro bambini. Oltre a questo ho avuto anche la grande opportunità di fare il lettore di italiano all’Università di Addis Abeba. Anche qui, fu subito molto facile ottenere il lavoro, ma cosa ancora più sorprendente fu la fiducia accordatami fin da subito, il confronto tra pari. Nessuno mi fece mai pesare l’inesperienza.

Potresti aiutarci a fare un confronto tra queste esperienze così lontane tra loro – almeno geograficamente – che hai avuto? Su cosa possiamo prendere esempio per migliorare?

Si tratta di due posti molto diversi, segnati specificamente da grandissimi problemi. L’Etiopia è un Paese del terzo mondo, dove vedi la miseria più sconvolgente. Trovi storpi, ciechi, colerosi ambulare solitari per le strade. Bambini sniffare la colla sotto grattacieli di vetrocemento. E’ il Paese delle contraddizioni. Ed è un Paese instabile. Durante la mia permanenza lì ho vissuto 5 mesi in proclamato stato d’emergenza e, recentemente, mi sono pure beccato un colpo di Stato, fortunatamente fallito. La Palestina non ha questo livello di miseria, qui nessuno muore di fame. Il problema urgente di questo popolo è la privazione del diritto all’autodeterminazione, l’impossibilità di esercitare sovranità sul proprio territorio, di stampare moneta, di concedere passaporti alla propria gente. In altre parole, di essere uno Stato in senso westfaliano. Credo che noi italiani dovremmo renderci conto della fortuna enorme di essere nati dove siamo nati, di godere di diritti e di condizioni di vita che non sono per nulla scontate. Il confronto tra noi e gli altri dovrebbe instillarci un più profondo senso di umanità, di fratellanza, di pietà.

Si parla spesso di cervelli in fuga, ti senti uno di loro? Secondo te perché oggi i giovani italiani preferiscono spendere le proprie competenze e professionalità altrove? Dov’è che l’Italia sta sbagliando, e cosa si potrebbe fare per invertire questo processo?

Io cervello in fuga assolutamente no! Ahahah! Esiste un livello di vere eccellenze, di persone indiscutibilmente brillanti che vanno all’estero perché il loro talento è molto meglio valorizzato rispetto all’Italia. E poi c’è l’esercito delle persone medie, come me, che deve combattere una guerra tra poveri per spartirsi le mediamente poche possibilità che ci sono. Per invertire la tendenza partirei dal valorizzare la scuola: elementari, medie, superiori, specialmente gli istituti tecnici e professionali. In Italia poi c’è troppa distanza tra università ed imprese, le prime sono troppo teoriche, le seconde invece sono troppo smaniose di assumere personale immediatamente produttivo, capace di capitalizzare subito l’investimento fatto. Penso che la politica debba intervenire su questa incomunicabilità.

Ti manca mai l’Italia? Pensi che ormai la tua vita sia a Gerusalemme oppure hai in programma di tornare a casa?
Finito il servizio civile decisi di fermarmi qui, almeno finché il rinnovo del visto israeliano mi permetterà la permanenza. Ma in cuor mio so che non sarà per sempre. L’Italia mi manca da morire, inutile negarlo. Mi manca soprattutto la bellezza delle nostre città e dei nostri paesaggi. Il senso della bellezza è veramente un connotato che ci portiamo dentro e che tutto il mondo ci riconosce. Presto o tardi tornerò, non appena le condizioni saranno favorevoli.

Ready-to-go Leaders

Un recente studio condotto e pubblicato dalla Harvard Business Review espone il concetto di Nimble Leadership, la leadership agile e leggera, e spiega, attraverso l’esempio di due business case studies, come mettere in pratica questa abile arte di saper gestire un’azienda, le persone al suo interno, ed essere sempre capaci e pronti ad innovare curiosamente, lasciando andar via lo stesso stress dettato del dover essere “il leader”.

Per me leadership significa sapere essere (stare) davanti, dal verbo inglese to lead, come il capitano di una nave. L’immaginaazione mi porta a pensare al leader come colei/colui che é davanti e sa governare, parlare, dare direzioni e gestire una nave, la ship (nave), appunto. 

Questo non significa che il leader non prenda mai spunti, o appunti, o che non cambi mai la direzione di una nave, o che non sappia ascoltare consigli. Anzi, il leader per me é colei/colui che, nonostante la sua posizione, ascolta sempre, e, proprio perché é davanti, deve farsi portavoce di coloro che ha – metaforicamente – dietro. 

Il  leader é una bussola di riferimento per molti, e il leader stesso si considera un punto di riferimento, un faro. Il leader apprende dal suo team per fare in modo che la squadra cresca insieme, unita, senza troppe chiacchiere inutili e senza lamentele (e che le lamentele costruttive ben vengano, con l’obiettivo di poter risolvere i problemi!). 

Nella mia posizione attuale, sono un leader per il mio team, e prendo spunti/appunti per migliorare, e, a mia volta, osservo i miei capi, che mi insegnano il tempo, la pazienza e soprattutto la calma, parlandomi delle loro famiglie e dell’importanza di amare il prossimo e servire gli altri, per una grande causa comune, id est per noi, quella di alleviare la sofferenza fisica delle persone che non hanno cibo e mezzi di sussistenza di base per esercitare attività economiche redditizie. 

Lo studio di Harvard Business Review, spunto di ispirazione per me, parte dalla constatazione secondo la quale “Ognuno é leader, e questa capacità di leadership si trova in chiunque é in grado di saperla esercitare, qualunque sia il suo titolo di lavoro”. Inoltre, studi dimostrano che procedure e comportamenti comunemente associati con organizzazioni agili sono: team multidisciplinari, uno spirito di sperimentazione e self-management (che richiede una giusta dose di libertà individuale e self-control).

Secondo lo studio, sistono tre differenti tipi di Leader: gli entrepreneurial leaders, sono coloro che creano valore per i clienti con nuovi prodotti e servizi; gl!i enabling leaders, coloro che si assicurano che gli imprenditori abbiano le risorse e le informazioni di cui hanno bisogno; e, ultimi ma non da ultimi, gli architecting leaders, coloro che tengono d’occhio tutta la tavola di gioco, monitorando la cultura, la strategia di alto livello e la struttura.

Interessante conoscere le caratteristiche di questi imprenditori: questi leader credono in sé stessi, hanno una conoscenza di sé stessi (self-confidence) e amano sperimentare, vogliono agire e provare, senza avere paura di sbagliare. Hanno un mindset strategico, capiscono gli obiettivi dell’organizzazione, dell’unità di business, e conoscono bene il loro team, ad un livello molto profondo; quando agiscono, lo fanno per far avanzare gli obiettivi dell’organizzazione

Molti dei progetti di un’organizzazione diventano realtà perché un gruppo si interessa ad una stessa opportunità. Per questi leader, é importante investire il proprio tempo nel raggiungimento di multipli obiettivi. Massimi risultati in minor tempo, come nel gioco da tavolo Scrabble, formare 3 parole da un unico set di lettere.

Un altro aspetto altrettanto intrigante é quello di sapere attrarre gli altri verso gli obiettivi comuni dell’organizzazione: per poter attrarre “followers” ad interessarsi al nuovo prodotto sul mercato, o il proprio team nel “buy into the idea” – nel comprare l’idea di un nuovo prodotto innovativo, quello di cui il leader ha bisogno é la sua capacità di persuasione, la sua self-confidence e molto spesso, un buon record di prodotti innovativi creati da lei/lui nel passato.

Il “lascia il controllo, e tu sarai in controllo” scaturisce dalla squadra di lavoro multiculturale e multidisciplinare, ciascuno con la propria cultura e la propria expertise nel campo di lavoro. Il poter mettere n discussione le decisioni del leader, e di portare le proprie argomentazioni e le proprie idee per trasformare un concetto, un progetto, un prodotto, deve essere un concetto sempre benvenuto per la creazione di strategie innovative: i leader devono essere aperti con la loro mente per poter cambiare il loro modo di pensare, il mindset, e rivalutare e ri-aggiustare il loro piano strategico durante il percorso di creazione, tenendo in considerazione le idee e i commenti del loro team. “Ognuno é leader”, é un concetto corretto se in un team c’è – e si crede ne – l’umiltà, il rispetto e il sapere quando si é in una posizione in grado di poter muovere le persone e far avanzare gli obiettivi dell’organizzazione. 

La capacità dei (buoni) leader di saper connettere persone e progetti é un altro punto chiave della discussione. Rispetto agli altri membri del team, i leader hanno una conoscenza maggiore di quello che succede all’interno e all’esterno dell’organizzazione, per cui riescono a ad avere una visione a 360 gradi, vedendo e cogliendo opportunità per creare valore e mettendo insieme persone accomunate dalle stesse passioni e interessi, per poter sviluppare un prodotto a livelli regionali e globali, rompendo le barriere geografiche. 

Ma oltre a questa capacità di connessione, i leader hanno anche la capacità di comunicare efficientemente: comunicare, come menzionato sopra, anche attraverso zone geografiche diverse, tra team diversi, con persone diverse e sapendo come far passare il loro messaggio con efficacia a diverse entità o gruppi, e facendo quindi interagire gruppi di persone appassionate e specializzate nello stesso campo (e questo é possibile grazie alla tecnologia e all’accesso a internet, ma il fattore umano-caratteriale non è certo da sottovalutare).

Comunicare, per un leader significa quindi sapere cosa ciascuna parte dell’ organizzazione sta facendo, saper allineare gli obiettivi di ognuna di queste parti, siano esse locali, regionali o anche globali, e tenere d’occhio i valori culturali e la visione dell’organizzazione, alla luce del nuovo contesto di business in cui si lavora.

In conclusione, la ricerca sopra menzionata, sottolinea che la somma dei talenti può certamente produrre risultati migliori, rispetto a ciò che i talenti singolarmente possono creare (“A whole greater than the sum of its parts)”: questo significa che, data l’autonomia di lavoro a persone di talento, queste persone appassionate saranno sempre pronte a partecipare a nuovi progetti di lavoro, e a farlo insieme. Queste persone sapranno creare giusti network di leader e di “collisioni creative”, in cui la collaborazione e la sinergia rappresentano le chiavi per il raggiungimento di obiettivi comuni. 

In questo contesto, le persone si sentono libere di esprimersi e di sviluppare idee e progetti, e comunicarli per poterli mettere in pratica. 

Il ruolo del leader non è però un ruolo semplice, lo sappiamo. Essere leader, accettare questo ruolo, deve essere perciò un’idea abbracciata dalle persone (stesse, che saranno quindi poi in grado di esercitare tale ruolo con rispetto e tatto, con flessibilità e adattabilità, e con chiarezza di idee e capacità di essere aperti di mente per poter ascoltare tutti i commenti, i consigli e stare “davanti”, come dicevamo prima, ma senza smettere mai di prendere appunti. Il risultato? I due business case studies presi in considerazione per lo studio parlano di “Gioia di vivere generalizzata e energia positiva nell’azienda e tra le persone”. Non male eh?

Questo studio, interessante lettura che ho voluto condividere anche con voi, mi ha ulteriormente spinta a una maggiore riflessione, o meglio, un’auto-riflessione personale. E allora, dopo lavoro, mi siedo un attimo e mi domando: davvero ogni azione da noi compiuta ha un significato ben preciso? Davvero le nostre, le mie, le vostre, azioni sono dettate dal desiderio di condurre una nave e incoraggiare il team a liberare il proprio potenziale, a pieno e senza egoismi? Davvero il nostro obiettivo è quello di  contribuire ad una causa piena di significato per milioni di persone in questo paese? La risposta a tutte queste domande é si, e bisogna lavorare sodo affinché la risposta rimanga sempre questa.

In conclusione, questa ricerca di Harvard Business Review credo possa ispirare molti ad essere leader. Nel caso contrario, nulla ci impedisce di cambiare la direzione che la nostra barca sta prendendo, o  sperimentare nuove emozioni e sapere che un senso a questa vita lo possiamo trovare. La ricetta per me? Farmi tante domande, confrontarmi sempre con la realtà, senza scappare, e lo sappiamo, la realtà può essere molto diversa dai nostri sogni, ma, ultimo ma non da ultimo ingrediente della mia ricetta: all along the way, continuare a sorridere. 

 

Intervista a Clarica Antonacci, insegnante di Inglese a Krasnodar (Russia)

Questo mese, prima della pausa estiva, abbiamo deciso di spostarci un po’ più in là e volare in un Paese forse non poi così lontano, ma che in pochi conoscono davvero, o “dall’interno”, oseremmo dire. Siamo infatti volati in Russia, e più precisamente in una delle sue città più a ovest, Krasnodar. Lì, virtualmente, s’intende, abbiamo avuto il piacere di conoscere Clarica, ventisettenne originariaa della provincia di Roma (Artena), e oggi insegnante di inglese in Russia. Di lei ci colpisce subito l’esuberanza, la voglia di fare e d’imparare sempre cose nuove, e un grande spirito di squadra che, ci dice, è la sua preziosa eredità dopo più di un decennio passato tra studi e pallannuoto. 

Curiosi? Beh, cominciamo!

 

Ciao Clarica! Sappiamo che sei un insegnante di lingua inglese in Russia, ma partiamo dall’inizio: come e quando sei arrivata a Krasnodar? Faceva tutto parte di un tuo piano ben progettato oppure quella di partire è stata più una necessità? O magari ci ha messo lo zampino il caso?

Dopo una laurea triennale in mediazione linguistica, non sapevo veramente cosa fare. Sapevo solo di avere tanta voglia di andar via dall’Italia non per una questione di repulsione verso il mio bel paese, ma più per uno spirito di avventura che non mi ha mai abbandonato fin da quando per la prima volta ho messo piede fuori dai confini italiani. La sensazione provata anni prima, durante il mio primo viaggio “away” mi ha fatto innamorare di quell’ansia che ti viene quando vai verso un qualcosa di ignoto. 

Ora mi trovo a Krasnodar, una città che si trova al sud-ovest della grande Russia, dove sono un’insegnante di inglese (principalmente inglese ma poi anche italiano e spagnolo) e vivo qui da già più o meno 2 anni.

A Krasnodar sono arrivata per così dire, per caso. Come ho già anticipato, dopo la laurea triennale ho deciso di viaggiare all’estero ma sono andata verso un porto sicuro, che era Buenos Aires, dove ho vissuto un anno della mia vita durante uno scambio culturale il quarto anno del liceo. Qualcuno potrebbe chiedersi come mai chiami Buenos Aires un “porto sicuro”?! Perchè lì i ho una famiglia nella quale ho vissuto per un anno, che mi ha adottata come figlia, che mi ha appoggiato nella ricerca dell’ipotetico lavoro che stavo cercando li. Purtroppo la fortuna non è stata dalla mia parte in quell’occasione oppure le tempistiche erano sbagliate, oppure più semplicemente la mia preparazione non era davvero all’altezza. Fatto sta che dopo un bel fiasco nella ricerca del lavoro, sono tornata a casa, come si è suol dire “con la coda tra le gambe” avendo però arricchito il mio bagaglio personale con una serie di NO che nella vita fanno sempre bene. Così, tornata in madre patria, ho cercato di dare un senso agli studi fatti e, avendo studiato la lingua russa all’università, mi sono prefissa di cercare una maniera costruttiva per mettere in atto quel poco di russo che avevo effettivamente imparato (il russo è una delle lingue più complicate al mondo, dopo 3 anni di studio sapevo solo dire pochissime cose in russo).  E così, sotto consiglio della mia mia migliore amica, sono andata a consultare il Centro Informazione Giovani presso l’ufficio di Roma che si trova a Testaccio, dove mi hanno informato sulla possibilità di effettuare un’esperienza SVE, il servizio di volontariato europeo e parte di Erasmus+ (EVS in inglese, European Volounteering Service).

Dopo poco, circa 4 mesi, ho fatto richiesta per partecipare a uno di questi programmi che si teneva a Krasnodar, per la durata di sei mesi. In tutta onestà, direi che questi sei mesi SVE non sono proprio stati un’esperienza produttiva: l’ONG ospitante, infatti, dovrebbe organizzare bene tutte le tue attività, ma la mia è stata gestita, come si suol dire, un po’ “alla bell’e meglio” e dopo sei mesi ancora non mi sentivo realizzata a pieno. Sicuramente le mie conoscenze della lingua russa sono notevolmente incrementate, ma ancora non erano soddisfacenti. Quindi, la suddetta ONG mi ha aiutato a cercare un lavoro qui, e ho trovato una scuola di lingue che fosse in grado di fornirmi di un visto lavorativo e, dopo una lunga attesa per la preparazione dei documenti sono ripartita di nuovo per la stessa città, pronta ad iniziare questa nuova esperienza.                                               

In tanti mi hanno chiesto perché proprio la Russia, perché non potessi fare questo lavoro in Italia. Beh la verità è che per poter insegnare in Italia si ha bisogno di una specializzazione che non ho mai preso, e inoltre, avevo ben in mente il mio obiettivo: imparare il russo. In più, non avevo ancora ben chiaro cosa volessi fare del mio futuro. Non ho voluto continuare con gli studi universitari perché non ho riscontrato in nessuna specialistica qualcosa che davvero mi interessasse, quindi mi sono detta, perché non partire?!

Parliamo allora del tuo lavoro: di cosa ti occupi precisamente, nell’area dell’insegnamento? In confronto all’Italia, a Krasnodar il lavoro è strutturato diversamente? Penso ad orari di lavori flessibilità, alla meritocrazia, alla responsabilità, o anche alla possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età… dicci di più.

Il lavoro qui è pesante, e all’inizio non mi aspettavo tutto ciò. Poco dopo aver iniziato, mi sono subito resa conto delle difficoltà che avrei potuto riscontrare, non potendo quasi mai usare l’aiuto della mia lingua, e usando due lingue che non sono le “mie”. Alla fine delle giornate sono sempre molto stanca, ma realizzata perché si, è molto bello vedere nei volti degli studenti il crescere delle loro conoscenze linguistiche e della loro autostima nel comunicare con me.

Qui gli stranieri sono considerati i migliori insegnanti che uno studente possa avere ed anche la scuola acquista molta più credibilità. Diciamo che sono considerata da tutti l’insegnante madrelingua di questa scuola, nonostante non lo sia. Con il tempo il mio orario di lavoro è andato aumentando sempre più fino ad avere giornate lavorative che vanno dalle 10 alle 12 ore lavorative. Lo so, è assurdo e disumano, ma cosa potevo fare?! Dire di no a nuovi studenti? Sono sempre stata una gran lavoratrice quindi sono sempre riuscita a portare a termine le mie giornate lavorative senza far notare agli studenti la mia stanchezza, emanando positività ed energia.

Nel tuo caso: quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere fuori dall’Italia? A tuo parere l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani a mollare tutto, oppure quella di partire è più una vocazione personale? 

Il lavoro d’insegnante è il primo vero lavoro che ho. Ho sempre lavoricchiato durante gli studi, ho fatto la cameriera qui e lì, ma la verità è che l’opportunità che ho trovato qui, in italia non avrei potuto averla. Non solo per il lavoro, che in ogni caso non avrei potuto fare in Italia per via della specializzazione che non ho, ma anche per un bagaglio linguistico e culturale che nessun altro posto avrebbe potuto darmi. Inoltre, qui “lo straniero” insegnante è molto apprezzato. Ho tanti studenti e sono tutti lieti di poter studiare con me, mi fanno regali nelle ricorrenze, sono molto, molto affettuosi.

Personalmente io sono sempre pronta e ben lieta di fare le valigie, lasciare tutto e partire, ma ciò non significa che tutto sia sempre rose e fiori all’estero. Spesso ti trovi ad affrontare diverse difficoltà che, stando soli, sembrano immense da affrontare e risolvere. Vivere da soli all’estero significa lasciare ogni sicurezza a casa propria, ed andare verso l’ignoto che potrebbe anche non essere così piacevole. Si deve essere pronti a smussare gli angoli del proprio carattere, il paese dove ti trovi non è il tuo, gli la cultura in cui ti trovi e con cui ti relazioni, non è uguale alla tua. E sei tu a doverti adattare, non loro. Quindi, prima di partire bisogna chiedersi se davvero si è disposti a scendere a compromessi anche con, a volte, sani principi personali.

E sempre parlando di lavoro, sappiamo che dopo un anno di studi in Argentina hai provato a cercare fortuna anche lì. Raccontaci meglio com’è andata. L’Italia, la Russia, l’Argentina… potresti aiutarci a fare un confronto tra queste esperienze così lontane tra loro – almeno geograficamente – che hai avuto?

L’argentina è stata la mia prima esperienza lunga fuori dall’Italia. Lì ho una famiglia che considero la mia e delle amiche con le quali sono in contatto costantemente. L’argentina nei miei ricordi ha due facce. Sicuramente il gran bel paese, simile culturalmente al nostro, che mi ha dato tantissimo a livello umano. Li sono stata un anno durante gli studi secondari e quella credo sia stato il viaggio che davvero mi ha sempre stimolato ad andare a cercar fortuna fuori dall’Italia. Quando ho finito l’università avevo fretta di partire e sono quindi tornata li, nella stessa famiglia, nella stessa città (Buenos Aires), e dopo sette anni che non vedevo tutti i miei cari, l’emozione provata è stata immensa. 

Le esperienze che ho avuto all’estero sono completamente diverse tra loro per diverse ragioni. Prima di tutto l’Argentina è molto simile alla cultura e alle abitudini italiane, tra l’altro sapevo che avrei avuto intorno visi amici che mi avrebbero aiutato (anche se invano) a cercare un lavoro. Purtroppo l’Argentina è molto simile all’Italia anche sotto il punto di vista lavorativo. Pensavo che una volta laureata sarebbe stato facile trovare un lavoro come insegnante all’estero ma tutti erano li a chiedere più esperienza sul campo, che non avrei mai potuto fare se non lavorando. 

La Russia, invece, è stata un’esperienza completamente differente. Lo straniero che vuole insegnare è visto come la miglior possibilità per imparare l’inglese. Il mio capo e le colleghe sono sempre la prime che mi chiedono consigli e la squadra che si è creata è del tutto armonica. Mi sono però trovata ad affrontare differenze culturali molto grandi. C’è una forte intolleranza verso l’omosessualità o verso la forza che la donna può avere, una forte ignoranza sull’educazione ambientale. Questi tre temi per me sono le basi della mia educazione personale. E proprio su questi tre temi ho basato la mia scelta di non rimanere in Russia tutta la vita, solo quanto basta per poter imparare la lingua e prendere il positivo da questa esperienza, senza curarmi dei pensieri (a volte a mio parere parecchio arretrati) della maggior parte dei russi.

Sulla base di quello che ci stai raccontando, qualcosa sulla tua vita in Russia: com’è realmente vivere a Krasnodar, quali sono le difficoltà che affronti ogni giorno in questa nuova vita così lontana da casa? Come expat italiana ti senti ben accolta, oppure ci sono dei pregiudizi che hai dovuto superare?

La vita in Russia ha i suoi pro e contro, ovviamente. Come gia detto, mi sono trovata a scontrarmi molto contro persone che non vogliono accettare diversi punti di vista, secondo molti l’omosessualità è un’epidemia che va stroncata semplicemente mettendola fuori legge. In linea di massima ho sempre cercato di mantenere un basso profilo sull’esprimere la mia opinione ma quando mi si chiede io non riesco a trattenermi, dico la mia e discuto con la gente. L’obbiettivo primario di molte ragazze è quello di cercare un buon marito che possa mantenerle e con il quale creare una famiglia. Molte persone mi chiedono come mai alla mia età non sono ancora sposata. Questa anche è una parte della mentalità russa conservatrice che non riesco a comprendere, e quindi spesso mi limito soltanto a non parlare del tema a meno che non venga interpellata specificatamente. Non posso però fare di tutta l’erba un fascio. Ho conosciuto anche persone aperte ad essere indipendenti, ben consapevoli che l’omosessualità non è una malattia e che la donna ha la stessa forza di ogni altro uomo in circolazione.

Essere stranieri qui stimola sempre tante domande, i Russi sono molto curiosi di sapere perché la Russia, perché proprio Krasnodar. Direi che non è un valore aggiunto essere italiana ma lo è essere europea. Non solo a livello lavorativo ma anche a livello umano. Tutti vedono l’Europa come il punto di maggiore crescita mondiale culturale, vorrebbero avere la possibilità di emigrare in Europa, molti pensano che ovunque sia meglio di qui.

In merito alla fuga dei cervelli, ti senti anche tu un cervello in fuga? Secondo te perché oggi i giovani italiani preferiscono spendere le proprie competenze e professionalità altrove? Dov’è che l’Italia sta sbagliando, e cosa si potrebbe fare per invertire questo processo?

o credo che molti italiani vadano a cercare fortuna all’estero perché spesso l’Italia non fornisce le giuste prospettive di futuro a giovani laureati ben qualificati che, se rimanessero in Italia verrebbero sottopagati e quindi sfruttati da un sistema che sotto certi aspetti è marcio alla radice. Purtroppo in Italia si sceglie troppo spesso di investire sulle cose sbagliate e questo porta molti giovani a decidere di prendere in considerazione opportunità all’estero alle quali è difficile dir di no, viste le prospettive di un futuro quasi sempre instabile in Italia. Tuttavia, io non mi classifico come un cervello in fuga: io ho sempre avuto ben chiaro di voler affrontare una forte esperienza all’estero per acquisire quei “più” che poi mi avrebbero aiutato nella ricerca di un roseo futuro in Italia. Sicuramente i primi da ringraziare sono i miei genitori che per primi hanno visto nelle mie esperinze all’estero una buona possibilità di ampliare i confini della mia mente e di imparare vivendo.

Hai già piani per il futuro e, magari, tornare un giorno in Italia?

Il mio piano fin dall’inizio era di imparare il russo qui e allo stesso tempo lavorare per poter pagarmi da sola la vita qui, ma poi tornare e cercare qualcosa che davvero mi stimoli. Mi piace insegnare, ma fin da quando ho iniziato sapevo di non volerlo fare per tutta la vita. È per questo che con piacere posso affermare di aver ricevuto un’ottima offerta di lavoro in Italia, in un campo del tutto nuovo e che mi ha fatto tornare la voglia di fare le valigie e andare ancora una volta verso l’ignoto. 

Per concludere: puoi anticiparci qualcosa sul tuo prossimo lavoro? 

Come dicevo, il lavoro che andrò a fare sarà del tutto nuovo, dovrò prima di tutto imparare a farlo e c’è sempre la possibilità che non mi stia addosso. È l’ennesima prova che voglio sottoporre a me stessa, per vedere chi veramente sono, quanto davvero io possa essere malleabile e quanto riesca ad adattarmi ad una nuova avventura che sicuramente sarà diversa e quindi difficile come tutte le altre che ho avuto. Per non portarmi sfortuna da sola non aggiungo altro… E grazie per l’opportunità che mi avete dato di raccontarmi!

Hit the Road Jack! Voir pour Croire. Share with the World. Vedere per credere. Condividere con il Mondo.

20 giorni nel Sud del Madagascar: parole che descrivono queste terre sono siccità, mancanza di acqua pluviale e potabile, di elettricità e di internet, strade dissestate, infrastrutture fatiscenti, scuole e centri di sanità piccoli e non completamente attrezzati: la vera povertà è il minimo comune denominatore.  Bisogna vedere per poter credere che tutto questo esiste. Voir pour Croire, è stato il nostro motto del viaggio in 4X4 con il lavoro. Vedere per capire. Per scrivere, per condividere e trasmettere al mondo. Per maggiore consapevolezza, umanità, conoscenza e, se possibile, qualche azione umanitaria per appoggiare queste popolazioni.

Scattare foto e scrivere, per far scoprire al mondo cosa succede nelle zone più remote e vulnerabili del mondo. Popolazioni che soffrono davvero, che noi dobbiamo conoscere, salutare, a cui dobbiamo parlare per capire. Per capire che il mondo non è tutto rosa e giusto come pensiamo che sia quando siamo a casa nostra. Capire che quando mettiamo il naso fuori di casa, è difficile. Ma è necessario vedere. Per comprendere che dobbiamo aiutarci, gli uni con gli altri. Per comprendere che siamo tutti uguali, senza differenze, con le stesse necessità basiche. Con gli stessi sogni e desideri. Con la stessa volontà di amore, di cura verso se stessi e verso gli altri.

Il nostro tragitto é partito dalla capitale del Madagascar, Antananarivo, chiamata anche Tana per abbreviare il nome lungo, verso la prima tappa di Manakara. Qui abbiamo potuto incontrare le associazioni di donne e di piccoli agricoltori che si occupano di trasformare la manioca in gari (per potersi nutrire e per rafforzare il corpo dei bambini); e di cucinare e conservare il pesce che i pescatori della zona scelgono di portare al villaggio per la cottura e la vendita sul mercato locale. Tutto semplice, ma tutto complesso allo stesso tempo, dipendendo tutto dalla natura, dal cambiamento climatico, dalle giornate con pesca o senza. L’obiettivo é quello di poter guadagnare qualcosa per mettere qualcosa sulle tavole delle loro case e nutrire le grandi famiglie, dove i tanti bambini sono l’orgoglio e – ahimè spesse volte – la forza lavoro nei campi in zone dove l’agricoltura è l’attività principale di sussistenza.

Alla volta poi dei bambini e delle mense scolastiche che servono a tenere i bambini a scuola – il rischio è quello che rimangano a casa, ad aiutare i genitori nei campi e che non ricevano l’educazione basica per dar loro maggiori opportunità future. Il nostro lavoro distribuisce riso, legumi secchi (arachidi, pistacchi, fagioli) e olio per colmare le necessità di base, e guida gli insegnanti, i genitori e gli amministratori delle scuole ad impartire un’educazione alimentare e nutrizionale basata sulla diversità degli alimenti per una crescita forte e corretta. Qui abbiamo parlato con le scuole di nutrizione, di ricette culinarie per permettere alle cuoche di diversificare gli alimenti sulla tavola della mensa scolastica, mescolando tra loro diversi alimenti. Abbiamo fotografato bambini con il loro piatto di riso quotidiano (che è un po’ com’è per noi la pasta), qualche foglia di insalata verde, e tanti fagioli.

Toliara, Sud del Madagascar.

Agricoltori che cercano di diversificare i loro raccolti e produzioni. Attendendo tutti la pioggia – il Sud del Madagascar soffre da cinque anni di siccità, con piogge annuali rare, ma con la costante necessità di acqua per irrigare le loro terre. Il nostro lavoro fornisce tecniche agricole e formazioni sulla cultura “contro-stagione”, permettendo quindi di diversificare le tavole, con le piantagioni di melanzane, carote, zucchine, pomodori… Aiutiamo nella costruzione di canali di irrigazione per la ritenzione di acqua e per il suo utilizzo, e ci impegniamo a coinvolgere la popolazione in lavori in corso per la riabilitazione di strade che possano poi aprire i canali di commercio tra un villaggio e l’altro, tra un mercato e l’altro per far girare l’economia e per  stimolare la vendita di prodotti e la crescita economica di ciascun villaggio, che diventa poi paese, che diventa poi provincia, regione e Stato.

Betioky e Fotadrevo, Sud del Madagascar.

“Mora mora” (nella lingua del Madagascar, il Malagasy), “doucement doucement” (in Francese),  o “piano, piano”, diremmo in Italiano. È un lavoro lungo e faticoso, pieno di ostacoli e problemi tecnici (la scarsa pioggia, internet spesso assente, così la luce, l’acqua…) ma è per questo che ci vuole qualcuno che vada ad approfondire queste tematiche, a documentarle per non dimenticare, per far suonare  un campanello di allarme fino al nostro occidente. Documentare per agire non solo a livello comunitario, ma anche a livello di strategie, a livello di politiche mondiali e internazionali.

 

Vediamo per capire. E per convincere i capi di stato che non dobbiamo solo pensare a noi. Che il cambiamento deve avvenire. Nelle nostre azioni verso il nostro paese e verso gli altri.

 

Le migrazioni sono positive, se riusciamo a gestirle. Per l’umanità e per la crescita economica. Per sapere che non esistiamo solo noi, che il mondo è grande. Che le opportunità esistono. Che dobbiamo aiutarci. Se uniti, vinciamo tutti. In un mondo in cui dobbiamo ascoltare prima di giudicare. In un mondo in cui ci sono diverse modalità di vivere, di fare le cose, di rispondere agli shocks, di agire, di aiutare, di comprendere. Che esistono diverse culture. E che la nostra non è quella “giusta”. Tutto dipende da dove siamo nati e dai valori che ci sono stati impartiti e dal tipo di formazione che abbiamo ricevuto. Che il mondo, come l’espressione italiana dice, “è bello perchè è vario”.

 

Dipende tutto da come noi vediamo il mondo, da cosa vogliamo fare, dentro a questo mondo. Quale é il nostro messaggio? Cosa vogliamo lasciare, qui sulla terra?

 

Un pezzo di mondo migliore. Trasmettendo l’informazione e sperare che tutti noi possiamo leggere e fare qualcosa. Nel nostro piccolo. Ma consapevoli che il piccolo diventa grande, che l’effetto farfalla esiste. Siamo noi i responsabili del cambiamento.

Passo passo, credere nella speranza del mondo, nelle buone azioni e intenzioni, parlare e farsi sentire. Coinvolgersi e comprendere, per poter comunicare.

 


Esplorando il Mondo e portando l’Esperienza agli Altri

 

Buona musica!
https://www.youtube.com/watch?v=Q8Tiz6INF7I
(Ray Charles, 1961)

 

Buona festa della Liberazione a tutti e buon mese di Maggio con the Italians, la nostra finestra sul mondo. 

 

 

 

 

 

 

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Orizzonti condivisi, menti in sincronia: Pangea pan-africana

Se potessi scegliere una nuova area di specializzazione di studio, probabilmente opterei per la storia del mondo (da quando, all’inizio della vita degli uomini, eravamo tutti uniti geograficamente e territorialmente nella Pangea). Come in una Pangea di territori, mi piacerebbe molto approfondire gli ideali di Pan Africanismo e e di antropologia africana, ossia, come i ricercatori, i filosofi africani vedevano e vedono il mondo,  quale era (ed é, se é cambiata) la concezione del mondo, delle relazioni umane e del senso della vita, dell’idea di lavoro, di società, di amore, di rispetto, di matrimonio. Un’infarinatura direi, perché il continente africano é molto grande, ed é complicato decifrare il comportamento di tutte le popolazioni, e poi, perché no, specializzarmi in un’area specifica dell’Africa e studiarla, dal punto di vista socio-culturale e filosofico. Id est: perché le persone fanno quello che fanno, cosa pensano delle persone bianche, quale e’ la loro concezione di vita e come vedono la storia.

Mi sono incuriosita all’argomento, interagendo sempre più con amici e colleghi provenienti dal Kenya, dalla Tanzania, dal Rwanda, dall’isola di Mauritius, dal Cameroon, dal Senegal e dalla Nigeria. Si dice, generalizzando, che si va in Africa dell’Est per scoprire i luoghi (ci sono molta natura e aninali) e si va in Africa dell’Ovest per scoprire e conoscere le persone (c’é molta arte e cultura). Sono luoghi e persone da scoprire. La nostra mente occidentale é incapace di grasp it (comprendere fino in fondo) i comportamenti di una comunità, soprattutto perché la storia africana é anche (e purtroppo) fatta di molto colonialismo, che studiamo sui banchi di scuola europei, ed é – sempre sfortunatamente – tutto quello – o pressoché tutto – quello che sappiamo dell’Africa.

Ma c’é davvero molto di più. E siccome la nostra mente é “tarata” su un sistema di vita e di valori occidentali, non riusciamo  fino in fondo e nonostante tutte le conversazioni con tutti gli amici e colleghi provenienti da questo mondo, a capire quale é davvero la realtà che li circonda. Per non dilungarmi troppo a parole, forse potrei meglio spiegarmi con degli esempi. Ve ne riporto tre.

Il primo riguarda il saluto e la maniera di poter intavolare conversazioni con tutti, in qualsiasi momento e su questioni semplici o complesse, senza mai lasciare che un’emozione fuoriesca dalla conversazione. Mi é capitato molte volte di trovarmi, su uber – il mezzo di trasporto piu’ utilizzato e il più sicuro in Kenya – alle sette del mattino, discutendo di politica, elezioni, dei due mondi (Europa e Africa), di matrimoni interculturali, di gelosie, rispetto, insegnamento a scuola, condizioni di traffico e sistemi di drenaggio della città. Tutto nel giro di 30 minuti di viaggio. (I record di conversazione penso avvengano qui).

Il secondo riguarda la grande differenziazione tra amore e matrimonio: ho capito che l’Amore é una concezione prettamente romantica e occidentale, mentre il matrimonio, nelle società africane, significa portare rispetto verso l’altra persona, introducendo lo sposo o la sposa agli altri membri della famiglia e alla comunità di appartenenenza, che significa: la società. L’amore puo’ anche avvenire fuori dal matrimonio, ma il divorzio non é ben visto. Il concetto più vicino di amore – per come lo conosciamo noi – che ho trovato qui é quello di amore verso Dio, verso la generosità e le azioni buone della comunità in favore dei più bisognosi.

Il terzo esempio (che poi é la chiave per poter vivere in Africa) é il noto motto  “If you want, go get it!”. Nessuno ti dirà mai cosa fare, dove andare, come fare. “Se vuoi qualcosa, vallo a prendere” spiega la filosofia africana, compresa da me, fino ad ora. Nessuno ti chiederà spiegazioni, perché il cuore non ascolta ragioni, per cui, se ti senti di fare qualcosa, fallo e basta, ma giustamente, considerando le conseguenze delle proprie azioni. Concetto che fino ad ora non mi é ben chiaro se venga inteso qui oppure no. Noi Europei forse siamo più timidi e non ci buttiamo, perché possiamo immaginare conseguenze, mentre qui questo non sempre avviene. Insomma, se te la senti, fallo, e poi, solo poi, vedrai cosa succede. Un po’ di sana incoscienza e spirito di avventura e scoperta.

Dal canto mio, sono profondamente affascinata dall’altro, come penso tutti gli Africani siano affascinati dagli altri. Questo credo sia lo “spirito umano” ed anche un segno di grande profondità degli esseri umani stessi.

Ovviamente questi miei tre punti sono estratti dalla mia vita, dalla mia personale esperienza africana, che puo’ scontrarsi con altri fatti reali avvenuti ad altri livelli o altri paesi africani, ma ora che mi trovo in Africa dell’Est, questo é quello che vivo, percepisco e comprendo. Credo sarebbe interessante se maggiori ricerche “scientifiche” venissero fate a tal proposito.

Per maggiore ricerche, penso dovrei recarmi presso CODESRIA, il consiglio per lo sviluppo della ricerca delle scienze sociali in Africa. Vi sono diverse pubblicazioni chiamate The African Anthropologist, e forse potrei iniziare una nuova carriera di ricercatrice africana, e iniziare a leggere qualche pubblicazione e libro, che spazi dalle idee cosmologiche, alle tradizioni culturali e al sistema di credo religiosi delle popolazioni africane, attingendo all’Instituto Internazionale Africano (qui alcuni classici consigliati dall’Instituto, e un libro pubblicato da Oxford Bibliographies sugli studi socio-cultural e antropologia dell’Africa)  per poter scoprire qualcosa di nuovo che non conosco e mi affascina, chissà.  Guidata dai sei migliori antropologi che parlano di Africa, qui, forse dovrei tornare ai banchi di scuola e iscrivermi ad una facoltà che offra studi africani come dottorato di ricerca o master (qui alcune idee di corsi, su studi Africani, da Stanford, programma PhD dalla Columbia University- dipartimento di antropologia, con idee più generali sulla antropologia socio-culturale, a Birmingham dipartimento di studi africani).

Leopold Sedar Senghor (1972) © Council of Europe Official visit of president of Senegal and poet Leopold Sedar Senghor, october 1972.

Una fonte di ispirazione sono di certo le poesie del diplomatico, poeta e politico Leopold Sedar Senghor, e primo presidente del Senegal (1960-1980). Vi lascio quindi con una sua poesia sulla bellezza della donna Africana, sperando possiate apprezzarla:

 

Femme nue, femme noire,

Vêtue de ta couleur qui est vie, de ta forme qui est beauté’

J’ai grandi à ton ombre

La douceur de tes mains bandait mes yeux

Et voilà qu’au cœur de l’été et de midi

Je te découvre, terre promise, du haut d’un haut col calcine

Et ta beauté me foudroie en plein cœur, comme l’éclair d’un angle.

 

Alla prossima avventura !