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La parola, mezzo di comunicazione che ci unisce

Scrivo quando la mente è ancora fresca, scrivo per raccontare, scrivo per non dimenticare.

Sono appena rientrata da un fine settimana ai confini con la Tanzania, dove l’Amore trasborda e passa i confini inimmaginabili della vita, in dei luoghi remoti, dove elettricità e acqua non ci sono, e dove le persone vivono in comunità gli uni con gli altri, ogni giorno, sfidando la siccità che li colpisce dallo scorso anno, in luoghi della savana, in cui il pascolo delle mucche e la pioggia sono due elementi essenziali per la sopravvivenza del villaggio.

Il popolo Maasai, uno dei 43 gruppi etnici presenti in Kenya, è composto da uomini e donne alti e longilinei, vestiti con delle stoffe rosse per gli uomini e colorati per le donne, braccialetti e collane di perline colorati, grandi e lunghi lobi, risultato di tradizione di passaggio giovinezza- età adulta- incastonati di colorati orecchini. Con lance per proteggersi dagli animali, e con tanti bambini che ti gironzolano attorno.

Ho portato caramelle ai bambini, mi sono seduta nelle loro case-capanne, ho sentito il caldo nelle mie ossa, ho ascoltato racconti di pioggia, di lunghe camminate per arrivare alle scuola ( 10 km solo andata), di donne forti, con grandi bacinelle d’acqua, che vanno ai pozzi lontani 7 km per portare acqua alle proprie famiglie, per la propria igiene e per cucinare.

Una vita che ruota attorno al sole, all’allevamento e alla compravendita di mucche, simbolo di ricchezza delle famiglie, all’allevamento di polli e pecore, e alla ricerca continua di acqua per idratarsi e per prendersi cura della propria pulizia.

Sono mondi paralleli che incrociamo per aprirci gli occhi e vedere cose diverse.
Momenti di forte provocazione intellettuale, e di forte umiltà, molto volte non ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati a vivere in delle case, ad avere luce per studiare alla sera, elettricità, e acqua ogni giorno.

Prospettive e modi diversi di vivere, osservazione e dialogo, riflessioni su come possiamo aiutare e appoggiare queste comunità, ora che abbiamo visto. Vedere per vivere, vivere per vedere  e scoprire.

Scoprire non soltanto posti meravigliosi, e constatare che oltre a noi c’è l’Altro, e gli Altri, come forti comunità unite dalla parola come unico mezzo di comunicazione, ma scoprire anche dure realtà che pensavamo potessero esistere solo nell’immaginario collettivo dell’Africa.

Amo questo continente per la sua diversità, di persone, di culture, di lingue, di luoghi, di paesaggi. Vorrei viaggiare in continuazione, e poter parlare tutte le lingue del mondo per capire. Nonostante tutto, mi rendo conto che più viaggio e meno capisco. La mia testa non ragiona più come prima, e vengo toccata di più in fondo al cuore. Ascolto, non arrivo a comprendere fino in fondo, ma ho imparato a non giudicare mai, e invece si, a porre milioni domande. Domande che nella realtà non hanno risposta. O la risposta risiede nella cultura e nei valori di ciascun popolo, e la vera ragione del viaggiare sta nell’incontrare e abbracciare l’altro, una cultura diversa, imparare a vivere insieme, e sorridere ai misteri della vita.

Amo l’Africa perché le persone si danno da fare, e, per quanto la concezione del tempo sia molto diversa dalla nostra, questi giovani Africani credono nella tecnologia per connettersi, in un nuovo modo di apprendere, attraverso l’insegnamento a distanza e internet accessibile a tutti, si aiutano vicendevolmente e hanno una solidarietà immensa, credono e si fidano degli altri e credono ancora nella fiducia reciproca e in forti relazioni umane. Sono dei piccoli grandi imprenditori che tentano sempre, e non mollano mai. E se qualcosa non funziona, si rimboccano le maniche e provano qualcosa di diverso, senza darsi mai per vinti.

In Africa non si parla solo di povertà, di mancanza di elettricità e di siccità. Questi sono problemi reali che si devono affrontare, ma ci sono tanti altre storie africane che dovrebbero essere esaltate e raccontate. I ragazzi che credono nella tecnologia come unione e imprenditorialità, giovani donne che sfidano le loro tradizioni e dicono NO ai matrimoni delle bambine e lottano per continuare a studiare e costruirsi un futuro. L’Educazione prima di tutto. Una buona educazione che possa forgiare le menti e gli animi di bambini e bambine, e che possa preparare loro ad un futuro lavorativo degno dei loro studi, e che possa dar loro opportunità per contribuire alla società e formare famiglie felici, sane e pronte a studiare e risolvere i problemi locali, partendo da dove sono.

Questa Africa ti apre mondi paralleli, dove il potere della parola e della comunicazione tra le comunità può davvero cambiare il mondo. Restiamo sintonizzati.

L’ennesimo articolo del bianco occidentale che va in Africa

Sono ormai passate due settimane da quando, col mio gruppo formato da volontari dalla University of Warwick, sono atterrato ad Accra, capitale del Ghana, per insegnare inglese alla University Staff Village school. Vi assicuro tuttavia che sembrano passati almeno un paio di mesi. Ogni giorno è così denso di novità e ricco di eventi fuori da quella che consideravo la “mia normalità”, che le ore si dilatano e quindici giorni sembrano quindici mesi. E proprio l’aver vissuto intensamente questo tempo, mi ha permesso di fare esperienze impensabili e creare ricordi che porterò sempre con me. Ma riflettendo sul come raccontare la mia storia e sul come renderle giustizia nell’articolo di un blog, sono arrivato ad una conclusione: per una volta mi dovrei spostare dalla luce del riflettore, per quanto mi piaccia crogiolarmici dentro, per lasciare spazio ad una riflessione più complessa, ad un messaggio di cui io posso solo essere il tramite.

Quindi mi scuserete se non vi racconto di come abbia imparato a suonare i tamburi della scuola in cui insegno o di come i miei studenti mi abbiano mostrato delle mosse di ballo tradizionali o di come sia entrato in contatto col rap ghanese (dalle sonorità e dai ritmi interessanti), perché forse avrete già sentito tutte queste storie da chi ha fatto un’esperienza simile alla mia. Ma sentirlo da loro non vi ha lasciato nessun segno e non vi ha provocato nessuna reazione a parte ammirazione nei loro confronti che (poveretti!) hanno speso parte della loro estate a “salvare” i bimbi del “terzo mondo”.  Chiamatelo sfogo di un ventenne dedito alla critica, chiamatela protesta, ma per stavolta Nicola non parlerà di quello che sta vivendo in Ghana e lascerà spazio ad una questione un po’ più grande di lui.

“Ma Nicola!” potreste pensare, “Perché mai dovrebbe essere un problema il mettere per iscritto quello che stai facendo là in Ghana?”.

Cari i miei venticinque lettori, proprio qui risiede il problema, e quello di cui sto parlando, più che un problema, è un rischio: il rischio di scrivere l’ennesimo articolo del “bianco occidentale” che va in Africa e torna felice e contento nel suo paese d’origine, come se fosse stato solo un brutto sogno. Del “bianco” che pecca di hubris e si sente in dovere di “salvare” i “poveri bimbi africani” (come se tutta l’Africa fosse identica in ogni sua nazione…). Del “bianco occidentale” che perpetra la diffusione di un’immagine di un continente che ha “apparentemente” bisogno di un aiuto che cali dall’alto da chi il mondo “lo conosce”.

Il rischio è che tutta l’attenzione vada tutta sul “santo” Nicola che li è andati ad aiutare “a casa loro”. Che anima pia!

Perché è questo che colpisce la gente: quando il “bianco occidentale” scende dal suo Olimpo e concede parte del suo prezioso tempo per fare del bene. Che ragazzo d’oro!

E se invece il fuoco dell’attenzione cambiasse? Se io vi stessi semplicemente indicando la luna e voi vi foste fermati a guardare il mio dito? Io sono un mezzo; sono solo un tramite attraverso il quale si fa un po’ di luce su di una scomoda realtà, ovvero che forse dovremmo mettere in dubbio le nostre priorità se il più grande problema, al momento, è evitare gli spoiler della nuova stagione di Game of Thrones.

No, non mi credo né un messia né un profeta. No, non sono impazzito a causa del troppo sole. Però il tono paternalistico credo vada mantenuto in quanto mi reputo profondamente consapevole di quello di cui sto parlando; e se non parla chi le cose le sa, chi dovrebbe farlo?

Quello che vorrei invitarvi a fare è semplice: riflettere. Fermarvi e riflettere; perché come ho scritto nel mio ultimo articolo, ad oggi, tutto va così veloce che anche il solo fermarsi e pensare viene visto come uno spreco di tempo.

Vorrei soltanto dirvi, in modo che lo sentiate da una voce amica, che forse la vita che facciamo in Italia o in Inghilterra, dopotutto, non è poi così male; forse, e lo dico anche se so di scadere nello scontato, i veri problemi sono altri; forse in una società assuefatta dalla “presenza” ci siamo dimenticati di cosa sia la vera “assenza”, ed è questo ad averci fatto perdere di vista le cose veramente importanti.

Vi posso dire che qui l’ “assenza” io l’ho trovata realmente e l’ho toccata con mano. Potrei elencarvi scene di miseria, degrado e abbandono che mi hanno aperto gli occhi; potrei anche parlarvi di come i miei studenti siano per l’85% provenienti da famiglie sotto la soglia di povertà. Ma voi tutte queste cose le avete già sentite, alla tv, in quegli spot che provocano troppo dolore semplicemente se li guardi per qualche secondo, o in alcuni post di Facebook che facilmente facciamo scorrere via, fuori dalla nostra vista. E così, la società caratterizzata da “presenza” e “abbondanza” non viene mai a contatto con il suo opposto: la fredda e tagliente “assenza” o “mancanza”. Perciò, scordandoci cosa siano la fame, la povertà e la lotta per la vita, ci rotoliamo felicemente nella nostra realtà dove tutti i nostri bisogni vengono soddisfatti, ciechi a ciò che sta fuori dalle nostre stalle e sordi ai veri gridi d’aiuto, ci preoccupiamo solo di comprare il prossimo paio di Yeezy prima che finiscano.

Non posso incolpare nessuno perché, purtroppo, per noi questa è la “normalità” in cui siamo cresciuti e con la quale misuriamo il nostro standard di vita: ecco perché parlo di “assuefazione alla presenza”. Solo qualche evento traumatico può rompere lo stato di “beata ignoranza” e svegliarci dal sonno della ragione: io sono venuto in Ghana, e voi? Ho conosciuto la “mancanza” ed ho così capito l’importanza della “presenza” e la sua fragilità, e voi? Mi sono fermato, ho riflettuto su quello che mi sta succedendo e ho apprezzato la centralità del “non avere” per dare il giusto peso ai problemi della nostra vita, e voi? Ho imparato e messo in dubbio delle certezze, e voi?

Beh, voi avete letto quest’articolo, no?

Ora, per concludere e per farmi felice, prendetevi il vostro tempo e fate un semplice esercizio d’immaginazione: se doveste vivere con circa 10 euro o meno al giorno, cosa mangereste? E se un giorno vi sentiste male e fosse necessario andare con urgenza da uno specialista, con quali soldi paghereste? Se di punto in bianco perdeste la casa, dove andreste a dormire?

Sapere cosa sia l’assenza e avere consapevolezza di cosa significhi, permette di definire la presenza nella nostra vita, e darle perciò il giusto peso.

 

Quindi studi Sviluppo sostenibile? E cosa sarebbe di preciso?

Quando si ritorna a casa dopo un intero trimestre passato a studiare nella fredda Inghilterra, capita che si abbassi la guardia e ci si lasci coccolare dal caldo sole mediterraneo e dall’amore incondizionato (da manuale) dei nonni. Occhio però: saremo anche rilassati e in pace con noi stessi, ma da un momento all’altro questa tranquillità potrebbe essere interrotta da una semplice domanda. Vicini di casa, ex compagni di classe, professori e cugini di terzo grado; tutti vogliono sapere:

Che cosa studi all’università?

Ed è in quel momento che parte lo scioglilingua: “Politics and International Studies & Global Sustainable Development”. Ciò provoca al mio interlocutore, il 99% delle volte, un forte imbarazzo che provo a mitigare fornendogli la traduzione in italiano, che più o meno suona così: scienze politiche, relazioni internazionali e sviluppo sostenibile. Sentendo le prime due parti sembrano capire che faccio qualcosa legato alla politica (e mi compatiscono) mentre quando viene nominata l’ultima, la loro sete di informazioni si fa ancora più profonda e sganciano il tipico:

E cos’è lo ‘sviluppo sostenibile’?

Beh, caro il mio interlocutore, hai appena fatto la domanda da un milione di dollari alla quale anche i professoroni delle più rinomate università faticano a rispondere. Tuttavia, non posso lasciarti a bocca asciutta altrimenti penseresti che stia sprecando il mio prezioso tempo dietro materie la cui utilità è discutibile. E così, scendo dalla torre d’avorio, dove ogni tanto gli studenti universitari si arroccano quando sono lontani da casa da troppo tempo e tento di dare una definizione più diretta possibile: una di quelle che riesca a fermare il fiume in piena di domande che mi sta travolgendo.

Studiare sviluppo sostenibile significa studiare il modo in cui il mondo, e chi lo abita, possa svilupparsi tenendo conto dell’ambiente, delle problematiche sociali e di quelle economiche.”

Seppur non sia una terribile definizione da dare in trenta secondi a qualcuno che magari non riesce neanche a sentirti a causa del traffico e dei clacson intorno a voi, purtroppo però non rende onore a tutto il dibattito sull’argomento. Mi prendo perciò questo spazio per provare a spiegarvi cosa sia il fantomatico ‘sviluppo sostenibile’ di cui s’inizia a parlare parecchio ultimamente. Vi mostrerò le principali interpretazioni date negli ultimi decenni e le tendenze che hanno guidato il dibattito fino al giorno d’oggi. Con la speranza che, quando la prossima volta qualcuno mi chiederà di cosa tratti il mio corso di laurea potrò dire: ecco il link del mio blog ☺.

E’ nel 1980 che le parole “sviluppo” e “sostenibile” vengono usate per la prima volta una accanto all’altra, in una pubblicazione molto influente intitolata World Conservation Strategy: Living Resource Conservation for Sustainable Development  pubblicata dall’UNEP (United Nations Environment Programme) e dal WWF.

Bisogna aspettare il 1987 per avere la prima e più classica definizione di sviluppo sostenibile nel famoso report “Our Common Future”, conosciuto come Brundtland Commission, che recita: “Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.”

Questa visione ‘intergenerazionale’ (ovvero che tiene in considerazione sia il bene della generazione presente sia di quelle future) è stata incoronata nel 1992 al Rio Earth Summit come il concetto che avrebbe guidato i progetti riguardanti la sostenibilità e la protezione dell’ambiente negli anni a seguire.

Nel 1997 viene proposta una nuova visione dello sviluppo sostenibile che non è più intergenerazionale, bensì tripartita. Nel Programme for the Further Implementation of Agenda 21  si sottolinea l’importanza dell’interdipendenza e del reciproco rapporto di rafforzamento dello sviluppo economico, lo sviluppo sociale e la protezione ambientale. Queste tre componenti portano ad uno sviluppo sostenibile. Il suddetto principio è stato adottato nel 2012 al Rio 20 Summit  e poi nel 2015 ha guidato alla creazione dei Sustainable Development Goals: 17 obiettivi che secondo le Nazioni Unite vanno raggiunti entro il 2030, per garantire un futuro sostenibile al nostro pianeta.

Questa è la storia della definizione formale dello sviluppo sostenibile, inteso prima come un dovere verso le generazioni future e poi come un obiettivo tripartito caratterizzato da una multidisciplinarità strutturale. La mia definizione si conforma alla seconda delle interpretazioni e mi permette di cavarmela facilmente ai pranzi di famiglia.

Ma se poi vogliono sapere di più? Se non gli basta la pedante spiegazione del concetto e vogliono avere degli esempi pratici di cosa significhi fare sviluppo sostenibile?

Beh, risponderei che (per fortuna) ci sono un gran numero di esempi in cui i principi della sostenibilità sono stati applicati in giro per il mondo con successo. Risponderei che lo sviluppo sostenibile non passa solo attraverso le Nazioni Unite. Risponderei che chiunque può comportarsi in maniera consapevole e creare il cambiamento che vuole veder avvenire nella sua comunità e anche oltre di essa (che non significa solo chiudere il rubinetto quando ti lavi i denti). Risponderei che la sostenibilità va vissuta e le si dà forma con ogni scelta che facciamo.

Risponderei di leggere il mio blog: “Chiedimi se sono sostenibile”.

 

 

 

 

 

Ode ad Edimburgo

“Una casa non è una questione di mattoni, ma di amore. Anche uno scantinato può essere meraviglioso.” (Christian Bobin)

 

É passato piú di un mese dalla fine della mia esperienza a Edimburgo, e sento sia arrivato il momento di dedicare un po’ di inchiostro (si, lo so che è un computer, ma si fa per dire) ad una città meravigliosa che mi ha regalato tante emozioni e nuove esperienze, ed a delle persone che continuano ad accogliere migliaia di sconosciuti come se fossero membri di un unico grande clan.

Per tutto il periodo del mio stage mi sono annotata le piccole peculiarità che mi colpivano di più su un paese che non avevo avuto l’occasione di esplorare più di tanto, e sulla cui storia i nostri libri di testo si concentrano poco, preferendogli la più rinomata storia e cultura Britannica. I miei appunti passano da grandi differenze – partendo da quelle climatiche fino ad arrivare a quelle umane – a delle piccolezze che ho avuto l’occasione di scoprire quasi per caso, come delle foglie spostate dal vento e posatesi davanti a me in attesa di una nuova folata.

Prima di tutto la gente è più disponibile: sono atterrata a fine settembre, giusto all’inizio della stagione piovosa – perché in Regno Unito la pioggia smette, non si aggira come una cappa minacciosa come raccontano le leggende metropolitane – con due valigie enormi, uno zaino da campeggio ed un altra borsa solo per i documenti. Ovviamente l’appartamento affittato qualche giorno prima (di corsa, perché chi fa le cose per tempo è fondamentalmente una persona strana) era in una di quelle belle case tipicamente georgiane di mattoni, quelle che sfruttano tutta la superficie del palazzo ed includono degli appartamentini deliziosamente bui nel piano interrato raggiungibili solo con delle piccole scalette di pietra. Levigata dalla pioggia e scivolose.

Ora, io sono una di quelle persone che già ha problemi a camminare normalmente – non ho mai sviluppato una buona percezione dello spazio, il che risulta spesso in ematomi, lividazzi e tagli che compaiono a sorpresa sul mio corpo – e i miei genitori mi hanno gentilmente dotata di due caviglie prone al piegamento: cercare di portare giù tutta quella roba da sola avrebbe solo dimostrato a Theresa May che anche io sono una di quelle immigrate che viene solo per sfruttare il sistema sanitario nazionale anche se involontariamente.

Chi abita a Londra sa bene che in una situazione del genere la soluzione è solo una, ovvero bisogna iniziare a pregare tutte le divinità disponibili nei vari deck religiosi del mondo e rimboccarsi le maniche. A Londra la gente non ha tempo di fermarsi, perché il tempo è denaro e perché i bus vuoti nella rush hour passano una volta ogni morte di Papa. A Londra vige la legge che ognuno fa per se. Vi dicessero mai il contrario le opzioni sono due 1) Vi stanno mentendo; 2) Hanno trovato l’unica zona dove questa regola non vale – se così fosse, fatevi dare precise indicazioni che così mi trasferisco subito.

Ricapitolando. Ero da sola, con 48 chili di valigie da portare giù per almeno 10 gradini, la pioggia che mi scrosciava addosso senza alleviare la calura che mi portavo addosso grazie al maglioncino di lana (“Ascolta mamma, che in Scozia fa freddo: copriti che sennò ti viene la febbre”) ed in una strada laterale senza l’ombra di un umano attorno. Potevo piangere, oppure risolvere la situazione con un approccio da cartone animato, poggiando la valigia sul fronte e lasciandola elegantemente scivolare per le scale. La riduzione la fatica valeva la cattiva impressione che avrei fatto con i vicini.

Ma poi, in distanza, con il suo cappellino alla Bob Marley, una giacca gialla che neanche io, che adoro il giallo, avrei mai osato comprare ed un paio di orrende scarpe a punta marroni, compare lui. Lui che pare uscito da una Brixton anni ‘70 attraversa la strada e mi domanda, con un accento fortemente Scozzese – del tipo: Braveheart mettiti in coda come alle Poste che senza bollettino un accento così non te lo danno – se ho bisogno di aiuto.

Avrei voluto abbracciarlo tanto ero sorpresa dalla sua offerta. La settimana prima ero a Londra con la mia migliore amica, mani piene di borse della spesa (e shopping, ma questa è un’altra storia) ed una caviglia dolorante e non un cane che avesse almeno avuto la cortesia di scostarsi per farci scendere dal bus. Lui aveva attraversato la strada. Il mio stupore nel raccontarlo dovrebbe farvi capire quanto ormai sono poco abituata a questi improvvisi atti di cortesia.

Le cose sono andate solo migliorando nelle settimane seguenti.

Appena arrivata in Inghilterra nel 2012, la cosa che mi aveva colpita di più erano le code spontanee create dai passeggeri in attesa dei bus pubblici. A Torino una cosa del genere sarebbe stata impensabile. Il mio liceo si trovava nel centro città, vicino ad un altro liceo ed una scuola media: immancabilmente, anno dopo anno, gli orari di uscita si allineavano perfettamente, risultando in una perenne lotta all’ultimo sangue per riuscire ad infilarsi in un minuscolo anfratto dell’automezzo per arrivare ad un’ora decente per pranzo. Il fatto che io stessi a meno di quindici minuti a piedi dalla scuola è un piccolo dettaglio.

Avanti veloce di quattro anni e mi ritrovo in Scozia, che nonostante sia sempre parte del Regno Unito – per adesso? Per ancora qualche anno? Chissà – è completamente diversa sia a livello climatico che a livello umano.

Le code per i bus sono intelligenti, anche più che a Londra: la mattina si guardano gli orari dei bus appesi alla pensilina, si calcola quale dei veicoli arriverà prima e ci si regola di conseguenza. Gli astanti in attesa del primo si mettono sotto la tettoia della fermata, mentre gli altri aspettano in coda contro il muro, inserendosi sotto la tettoia solo quando il primo gruppo ha passato l’attento esame del conducente. E così man mano che arrivano i bus, senza scambiare mai una parola, seguendo un piano ben chiaro quasi geneticamente parte della persona.

Altro tratto tipicamente scozzese è la costante voglia di aprirsi agli sconosciuti. Mentre a Londra i primi mesi possono essere molto difficili per i nuovi arrivati, a meno che non si conosca già qualcuno o si entri da subito in contatto con la propria comunità di appartenenza, in Scozia mi sono sentita subito a casa. In primo luogo perché mi è stato dato il tempo di abituarmi alla nuova situazione professionale in cui mi trovavo, e anche grazie all’aiuto dei miei colleghi che da subito si sono offerti di farmi esplorare la città insieme a loro. Mi hanno da subito fatto sentire una di loro, ed ancora adesso condividiamo sui social media un rapporto di amicizia molto forte.

Per quanto io sia solitamente introversa, mi faceva piacere conversare con i commessi e le commesse dei negozi del centro, o scambiare qualche chiacchiera con i cassieri del mio supermercato locale. A Londra c’è sempre un sacco di gente da servire, e mi rendo conto che il medesimo approccio non sia possibile in una così grande città, però ho molto apprezzato il poter scambiare due parole con la gente nei negozi senza dovermi preoccupare della ressa di gente in coda dietro di me.

Come ha detto mia sorella quando è venuta a trovarmi la prima volta a Edimburgo, la Scozia è molto più europea rispetto al resto del paese – anche se la sua metrica di paragone si basa fondamentalmente sull’aggiunta del cucchiaino insieme al suo caffè invece degli stecchini inutili di Starbucks per girare lo zucchero.

La sensazione che mi ha dato era molto simile a quella che provo normalmente quando torno a Torino. Un’ondata di acqua fresca, che rinvigorisce e rafforza, accompagnata da una rilassante sensazione di calma che purtroppo a Londra bisogna imparare a ritagliarsi nella routine più frenetica della capitale.

Una sensazione di casa.

 

 

 

 

Intervista a Simone Venturi, ricercatore in ingegneria aerospaziale all’University of Illinois (USA)

Quando il telefono virtuale di Skype inizia a suonare, qui a Terni (in Umbria, IT) sono circa le sette di sabato pomeriggio. A rispondere dall’altra parte dell’Atlantico settentrionale, a Champaign (Illinois, USA), è Simone Venturi, 27enne ternano che da Milano è arrivato in Olanda per un progetto di exchange e quindi in America prima per la tesi e poi per un dottorato in ingegneria aerospaziale all’University of Illinois at Urbana-Champaigh, tra le prime cinque università degli States per questo specifico settore.

Da loro – mi racconta Simone – è quasi mezzogiorno: il suo gruppo di ricerca (con persone che vengono da tutto il mondo) oggi può lavorare da casa. Non è necessario essere tutti i giorni in laboratorio o seguire rigidi orari con tanto di firma delle presenze. D’altronde si tratta di una materia veramente specifica: l’aerotermodinamica, ossia lo studio della temperatura sullo scudo termico delle navicelle spaziali mentre rientrano o nell’atmosfera terrestre oppure entrano nelle atmosfere di altri pianeti (come ad esempio Marte).

Simone la fa sembrare la cosa più facile del mondo. Ma facciamo un passo indietro: la storia del nostro Italian del mese inizia durante gli studi universitari al Politecnico di Milano, più precisamente all’inizio del secondo anno di specialistica in ingegneria aerospaziale.

Cercavo un possibile argomento ed un buon relatore per iniziare la tesi – ricorda Simone – di professori bravi la facoltà ne è davvero piena, tutti costretti però a lavorare su progetti che siano praticamente autofinanziati. Tante pale eoliche, tanta ingegneria del vento: ho provato a farmi piacere entrambi con corsi ed esami, davvero. Lì di fondi statali ed europei ce ne sono fin troppi e andiamo benissimo. Ma niente che sognassi di fare quando alle superiori mi vedevo iscritto ad Aerospaziale”. Così Simone ha iniziato a mandare email in tutto il mondo, in Germania, Svizzera, Olanda, Svezia, Inghilterra, America: “Cercavo sui siti dei dipartimenti contatti di professori che lavorassero su tematiche interessanti e gli chiedevo di poter collaborare sul loro progetto. La fortuna ha voluto che dopo quasi tre settimane, circa 60 mail inviate e quasi rassegnato, parlando con un mio amico, venisse fuori il nome di questo giovane professore toscano che tempo prima aveva tenuto un incontro all’università di Perugia e che a 38 anni non solo è professore all’University of Illinois ma è anche ricercatore NASA ed ESA”.

Ma quanto è stato facile lasciare tutto e partire? “All’inizio ho preso questa decisione pensando di stare in America per 6 mesi e di tornare in Italia per trovare lavoro. Le cose sono andate per il meglio, sono venuti fuori ottimi risultati: il professore mi ha chiesto di tornare negli USA per altri tre mesi ed insieme abbiamo fatto domanda per un bando NASA proponendo un progetto che altro non era che il proseguo naturale di quanto fatto in quei mesi di studi per la tesi”. Da qui è arrivata l’avventura dei sogni: “Sono stato tre mesi in internship alla Nasa a Mountain View, California, per quello che loro chiamano Game Challenge, ossia per testare fattibilità e tempi del progetto che avevamo proposto insieme al professore”. La NASA, ci racconta il giovane, è un centro di ricerca impressionante, gigantesco, come te lo immagini nei film: “Lavorare li è il sogno della mia vita, hai intorno persone davvero in gamba e vivi a stretto contatto con tutto quello che hai studiato nei libri. Ti capita di trovare una navicella nei laboratori, i risultati dei diversi test disponibili, meeting aziendali sulle future missioni, vedi numeri sperimentali di progetti che verranno realizzati nei prossimi cinque anni”. E dopo l’esperienza dei suoi sogni, Simone ha deciso di rimanere in America all’università dell’Illinois per un dottorato di altri 4 anni.

Mettendo a confronto i due sistemi educativi, le differenze con l’Italia sono lampanti: “Il dottorato in Italia ancora non è visto come un ulteriore punto di forza alla laurea specialistica – spiega Simone  – spesso viene considerato un approfondimento inutile che sottrae tempo all’azienda. Probabilmente, se mai tornerò in Italia, non credo che grazie al dottorato americano ci saranno ricadute importanti sulla mia carriera”. Dalla sua esperienza, Simone ha potuto vedere come in Europa molte delle aziende richiedano proprio nel curriculum vitae il dottorato: “Anche in America è fondamentale, però c’è da dire che le cose che ho studiato in Italia non sono paragonabili a quello che faccio qua. Se è vero che negli USA c’è più ricerca, in Italia però c’è più insegnamento”.

In altre parole, quello che penalizza l’università italiana è la mancata connessione con i centri di ricerca e il mondo aziendale. Quello che andrebbe cambiato, secondo il giovane ricercatore, è proprio l’idea alla base del sistema universitario italiano a partire da bandi e assegnazione di cattedre: “Non so se è una questione di tempo o se si risolverà con un cambio intergenerazionale – commenta Simone – nell’università italiana c’è più politica rispetto all’America, ecco perché spesso si parla di favoreggiamenti. Ma il problema della mancata meritocrazia, almeno per la mia esperienza, non l’ho mai vissuto”.

Tornare in Italia non è così semplice come si crede: “Anche se nel campo ingegneristico il lavoro si trova, in America lo stesso ruolo è pagato 4 volte tanto. Forse anche questo è uno dei motivi principali che porta sempre più giovani a lasciare il proprio paese”. Ma non sono solo questi i problemi da risolvere: “Se vuoi fare ricerca in Italia non ci sono abbastanza posti. Nelle aziende c’è pochissimo lavoro. Mancano i finanziamenti veri e seri per centri di ricerca, mancano start up di alto livello tecnologico. Ma non è vero che è tutto immobile: al Politecnico mi sono accorto che si sta andando nella direzione giusta, stanno iniziando a stringere contatti con le industrie. Bisogna rafforzare e creare una rete dove l’università sia presente e abbia poli tecnologici importanti”.

Lontano da casa, Simone ha avuto anche l’occasione di accorgersi di quanto all’estero gli italiani siano ben stimati: “La nostra preparazione accademica, per me, è paragonabile soltanto a quella che hanno gli indiani e forse i francesi. Sappiamo tanto ma lo sappiamo applicare poco”.

L’ottimo si trova in una via di mezzo: “Forse è veramente un bene, dopo l’università italiana, imparare gli strumenti per mettere in pratica tutto quello che abbiamo imparato. Ed ecco perché serve un’esperienza all’estero – conclude Simone – per tornare, però, serve che l’Italia metta nelle giuste condizioni tutti noi giovani con questo bagaglio enorme di esperienza multiculturale che ci portiamo, con tanta fatica e sacrifici, sulle nostre spalle”.

 

La felicità dei bambini

Vivere in Africa è un’esperienza che ti cambia la vita. Essere a contatto con i kenioti, o con i senegalesi, o con i nigeriani, è un contatto umano che ti toglie il fiato. Pensiamo di essere diversi, Europei e Statunitensi, Brasiliani o Nigeriani, ma siamo fatti tutti della stessa pasta, dello stesso sangue del genero umano, e abbiamo tutti bisogno di protezione, accoglienza, affetto.

E con questo, dobbiamo essere in grado di sviluppare un’empatia e un’intelligenza emotiva cosi forte che ci possa permettere di affrontare qualunque situazione, faccia a faccia con la dura realtà e le condizioni di vita di bambini lasciati a loro stessi, con genitori deceduti per HIV, in un circolo interminabile di povertà.

La povertà è derivata dall’assenza di protezione sociale. A livelli politici e comunali, è necessaria la chiamata e l’azione dei governi di ciascuno stato per garantire il benestare della popolazione. A livello sociale, sono i leader e rappresentanti eletti in carico e responsabili per la presenza di infrastruttura sanitarie, di scuole e di mense per crescere una popolazione più forte e pronta a fronteggiare le nuove sfide globali. È importante conoscere la geografia, la storia, la matematica, l’economia, e le relazioni tra gli stati.

Una popolazione con accesso all’educazione è il futuro di una nazione. Le difficoltà emotive, strutturali di una famiglia e logistiche di un ambiente ( trasporti, supermercati, accesso agli ospedali) non devono e non possono impedire lo sviluppo e la fioritura di una popolazione. Lo stato deve intervenire, e le organizzazioni non governative possono fare molto, entrando direttamente a contatto con le persone. Gli organismi internazionali devono garantire e monitorare il lavoro tecnico e finanziario dei governi, affinché questi ultimi mettano in pratica le politiche necessarie a migliorare i servizi e il benestare della popolazione.

Leggendo il recente rapporto annuale della felicità 2017, non mi stupisco che non vi siano nelle posizioni top paesi africani. Il livello di felicità è basato su indicatori quali l’empatia, la compassione, la libertà, la generosità, l’onestà, la salute, l‘aspettativa di vita, il reddito, la good governance e l’avere qualcuno su cui contare in momenti di difficoltà. Qui c’è bisogno di good governance, di maggiore responsabilità e coscienza del futuro. Il Futuro è l’Africa. Ma l’Africa ha bisogno di una popolazione forte, sana, che sia in grado di studiare e che possa contribuire con l’intelligenza e la resilienza ad affrontare la vita vera, quella che richiede sforzi sovra umani per servire gli altri. Non a livello della sola comunità, ma aprendo gli occhi ad una solidarietà globale e all’accoglienza di popolazioni che sfuggono alla mancanza di speranza e alla perdita di vite.

Nello scenario dei nazionalismi, della Brexit e dei populismi europei, dobbiamo aprire gli occhi e guardare lontano, davanti a noi, molto più lontano, per poter alleggerire i pesi di milioni di persone che combattono, ogni giorno, a piedi nudi, attraversando chilometri di terra, per raggiungere i luoghi protetti e felici delle scuole, che hanno bisogno di essere migliorate, con migliori servizi igienici per i bambini, migliori mense e cibo genuino e gratuito per tutti, l’avvento e l’apprendimento di internet, degli smartphones e dei 4 G, di come gli strumenti della tecnologia e dell’informazione possano accelerare il progresso, lo sviluppo economico di un paese, di una regione intera, di un continente, da cui siamo tutti partiti, ma non ci ricordiamo più.

Resilienza e affrontare ogni giorno la vita, questa la sfida, e il guardare lontano, il sapere aspettare, agire al momento giusto e lanciarsi appassionatamente nel vortice della vita, che ci prende e ci aiuta, sempre. È necessario appoggiarsi gli uni con gli altri, chiedere, essere pazienti, dormire e mangiare per ricaricare le energie, ed essere pronti ad eventi e sorprese inaspettate. Con energia, determinazione, forza e coraggio, la felicità dei bambini è l’obiettivo più alto a cui dobbiamo ambire tutti. Dobbiamo essere felici, e dobbiamo trasmettere amore, speranza e aprire la mano all’immaginazione, per sognare mondi migliori, in cui il tenersi per mano da molti più frutti a lungo-termine, che il semplicemente correre verso un isolamento che ci porterà alla depressione sociale e economica, un tunnel buio da cui potrebbe essere molto difficoltoso uscire.

Per alleggerire gli animi, questa è la canzone a cui ho pensato scrivendo il pezzo,

Che Rumore fa la felicità: https://www.youtube.com/watch?v=Za0MWILUQcM

e qui alcune foto della visita del nostro ufficio nella slum di Kibera, in Kenya, la maggiore in Africa, per estensione e popolazione. I sorrisi ci sono ancora,la volontà di imparare c’è, serve solo energia e good governance. Siamo qui a lavorare per questo.

A presto,

Gaia

Il problema delle fonti ritardatarie

“La pazienza è amara, ma il suo frutto è dolce” Jean-Jacques Rousseau

Trovare fonti autorevoli è una cosa difficile. Trovare fonti autorevoli ti rispondano prima della scadenza è praticamente impossibile.

La prima settimana da reporter del giornale dell’università è stato un susseguirsi di telefonate snervanti e continui messaggi su ogni piattaforma social disponibile: avessi avuto Snapchat all’epoca non mi sarei fatta particolari problemi pur di ottenere una semplicissima citazione da usare in un articolo.

Settembre 2014. Londra soleggiata, il che è già di per sé è un miracolo, ed un caldo post-estivo amplificato dalla presenza di 20 baldi giovani in una stanza mal condizionata piena di computer e stampanti in funzione. L’anno del referendum della Scozia – e che se lo sarebbe immaginata di finirci meno di due anni dopo – dei mesi di grande tensione tra Israele e Palestina – che poi quelli ci sono anche se le news non ne parlano, ma nel 2014 hanno fatto davvero paura – e dell’epidemia di Ebola che continuava a mietere vittime sul continente Africano.

Soprattutto era l’ultimo anno di triennale, quello che valeva la candela: i primi due anni erano stati un allenamento, un continuo stato di tensione e nervi che avevano portato a questa minuscola redazione dove, per sei mesi, dovevi sbatterti per costruirti un curriculum decente per un buon inizio carriera.

C’erano come minimo altri quaranta aspiranti giornalisti suddivisi tra due stanze con cui dovevi competere per ottenere almeno un anelato spazietto nel giornale che dovete aiutare a lanciare – perché quello vecchio, che era andato bene per gli ultimi otto anni, improvvisamente non piaceva più ai tutor quindi bisogna inventarsene uno nuovo – o sul sito online. Non c’era tempo per gli errori: tutto doveva essere perfetto ed il ciclo di notizie costante.

Ovviamente io, con quel fare un po’ smargiasso da Sabauda, ero partita con l’idea di fare un bell’articolo su come l’epidemia di Ebola stesse toccando le centinaia di studenti che stavano ritornando a Londra dalle vacanze estive.

In linea generale pareva una bella idea: la notizia dopotutto era corrente, c’era voglia di sapere cosa stesse succedendo ma senza dover leggere per l’ennesima volta un articolo ricco di roba trita e ritrita su come la malattia potesse diffondersi e gli effetti che poteva avere sulla gente.

L’aeroporto di Gatwick, in seguito ad un incremento di casi, aveva aumentato i controlli dai paesi di colpiti; il governo aveva emesso linee guida su come comportarsi su suolo britannico; la gente su Twitter si lamentava dei ritardi e delle code.

C’erano  tutti gli ingredienti per una storia perfetta.

Ma poi eccole, che si avvicinano come i Cavalieri dell’Apocalisse affamati di sangue e frustrazione: le fonti che decidono di non risponderti. Perché fondamentalmente io mica li contattavo per lavorare. Non sapendo cosa fare chiamavo il ministero dei Trasporti e quattro aeroporti diversi per divertirmi, eccerto.

12 ore, otto messaggi Facebook, nove messaggi diretti su Twitter e millemila telefonate dopo, la notizia non era più importante. I professori avevano deciso che il cambiamento in fondo sarebbe stato più stilistico che editoriale, quindi ci saremmo dovuti concentrare sulle notizie locali.

Ora, non dico che tra gli articoli scritti nelle prime 48 ore di vita della nostra rivista ci fosse un futuro premio Pulitzer, però è stato estremamente fastidioso dover abbandonare un progetto perché qualcun altro aveva deciso di cambiare le regole. Adesso mi rendo conto che è stata una fortuita lezione di vita.

Quei sei mesi di apprendistato, segnati da giornate di nulla totale seguite da ore di pressione soffocante, hanno fortificato la mia pazienza fino ad arrivare ad un livello disumano e mi hanno insegnato che alle volte bisogna aspettare. Aspettare per la storia giusta, le parole più adatte* per meglio trasmettere quello che veramente si è capito e si vuole passare ad altri. Mi hanno insegnato che non sempre la prima idea è quella giusta e che l’ispirazione prima o poi arriva per tutti.

La mia prima vera storia non vedrà mai le carta stampata, ma me la ricorderò sempre come una pietra miliare della mia carriera. Ne sono seguite molte – sui più svariati temi, partendo dalle recensioni fino ad arrivare ad un accoltellamento – e spero ne seguiranno altre.

* Questo non è assolutamente un tentativo di rientrare nelle grazie delle due editors di The Italians che purtroppo sono costrette ad aspettare a loro volta che l’ispirazione colga i loro bloggers. Assolutamente no, vi pare?

The Italians meets Kosmonauts – Intervista a Marco e Andrea Nasuto, autori del docufilm Kosmonauts – What does it mean to be Italian?

Forse Andrea e Marco li conoscete già, dei due fratelli Nasuto e del loro primo documentario – Made of Limestone – ne hanno parlato Quartz, l’Università di Cambridge, CUNY University, Wired, il Corriere della Sera, il Sole24Ore, La Repubblica, The Huffington Post, Il Post, Linkiesta, e il Fatto Quotidiano.

Bella lista, eh?

Il loro primo documentario ha ricevuto pure l’endorsement di Roberto Saviano, che non ha esitato a definirli “due talenti geniali della documentaristica”, e  a questo giro non non possiamo che essere d’accordo!

Ma chi sono Marco e Andrea Nasuto? Il primo è un ingegnere aerospaziale con master in Aerospace alla University of Manchester, con una tesi sui voli suborbitali realizzata con un vero e proprio astronauta, mentre il secondo ha una laurea in Finance alla Bocconi, ha studiato alla University of Toronto, Waterloo, e infine Data Science a General Assembly (New York). Insomma, due Italians coi fiocchi.

Non poteva non essere amore a prima vista!

Ma cosa succede quando i fratelli Nasuto – un bagaglio enorme di esperienza e una domanda in valigia su cosa significhi essere italiani oggi – incontrano quelli di The Italians? Beh lo scoprirete presto… Con questa intervista inauguriamo la partnership per la realizzazione del documentario “Kosmonauts – what does it mean to be italian? A data-driven docufilm about identity: to build a life in this world without fearing it”, convinti che sarà un bellissimo viaggio… possibilmente fino allo spazio, destinazione Italia.

E per intraprendere al meglio questo viaggio, abbiamo deciso di far conoscere anche a voi Andrea e Marco come si deve, con un’intervista-chiacchierata grazie alla quale possiamo davvero presentarvi questi due prodigi della documentaristica fai-da-te-e-fallo-per-bene.

 Dopo la solita operazione d’indagine (non chiamatelo stalking!) per conoscere meglio i nostri partner e amici, e dopo le presentazioni “ufficiali”, abbiamo subito capito che per questi due la vita dell’expat non era solo un modo di dire, o un tormentone legato alla “fuga dei cervelli” che tanto piace alla stampa nostrana. Tutt’altro: sappiamo infatti che di esperienze all’estero i due ne hanno fatte parecchie e con grande successo. Non abbiamo potuto non chiedergli da dove e quando è nata l’idea di intraprendere questo viaggio lontano dall’Italia, ma sempre alla scoperta del loro (e del nostro) Paese.

Insomma, ci siamo chiesti e gli abbiamo chiesto: com’è nata l’idea dei cosmonauti?

Marco: Crediamo che il seme all’origine di Kosmonauts sia il confronto con la diversità. Le cucine, gli incontri, le incomprensioni, gli amori, le difficoltà linguistiche, diverse architetture, diversi modi di stare al mondo. Costruire una nuova casa altrove necessita apertura, compromessi, perdite ed acquisizioni. Più in generale, mettersi in discussione. La gioia nel sentirsi più aperti, in pieno divenire, porta anche un senso di smarrimento. I rientri in Italia per le vacanze segnavano un distacco silenzioso. Nessuno mi aveva avvertito del cosiddetto “reverse cultural shock”. L’appartenere a casa ma anche il non appartenervi più. Chi sono?

Ricordo di aver cambiato molto la mia alimentazione. Ero a Manchester e non mangiavo pasta da mesi. Non mi mancava. Da grandissimo amatore della pasta, la cosa era uno shock. Mi sono chiesto “ma non è che non sono più italiano?”. Questo aneddoto insignificante è stato, per me, la punta dell’iceberg, il formale incipit del viaggio. Esplorare l’identità italiana era un’idea animata da un voler trovare qualcosa di solido, inconsciamente trovare una definizione alla quale ancorarmi.

Due fratelli, mille interessi diversi ma un unico destino comune: film-makers e data-scientists. Storytelling e data analysis, ma come fate a coniugare le due cose? Scienza missilistica, architettura, design dell’interazione, econometria, urbanistica, astronauti… manca altro all’appello?

(Risate) No, per ora no. Come disse Carla Harris (Morgan Stanley) in un’intervista su Bloomberg “I Millenials avranno 4-5 carriere durante la loro vita”. Noi ci stiamo preparando in anticipo…

Storytelling e data analysis…Direi non solo data analysis ma data science. Ci sono diversi aspetti, diverse sfide che abbiamo dovuto affrontare per fare Kosmonauts:

  1. L’argomento: l’identità. E’ un macro tema enorme che non potrà mai avere una definizione strettamente scientifica, assoluta, inequivocabile. Questa la primissima sfida. Come muoversi tra le linee di una rappresentazione del mondo soggettiva e la volontà di lasciare più spazio possibile alla visione delle cose di chi guarda il film? Ancora, come legare diversi argomenti, descriverli in maniera analitica avendo sempre in mente quell’impossibilità di arrivare ad “una verità”? Ecco la seconda parte del problema.
  2. Costruire un impianto analitico, un framework. Per tutti i sotto argomenti abbiamo iniziato a leggere un quantitativo enorme di letture, per acquisire il cosiddetto domain knowledge. Nel frattempo analizzavamo dati. Dal report del ministero degli interni sulla criminalità in Italia, ad un lavoro ad hoc, da zero, utilizzando strumenti dell’intelligenza artificiale per analizzare la povertà e gentrificazione a New York, in particolare lì dove è nato il più grande fenomeno culturale giovanile degli ultimi 30 anni: l’hip hop e la street art.
  3. Armonizzare l’impianto con le storie reali e con la nostra storia: il lato emotivo del documentario.

In generale, sentiamo che i margini sono ancora ampi, non si smette mai di imparare.

Bene, la domanda sul rapporto tra data e storytelling ce la siamo giocata, ma siamo sempre più curiosi e allora scopriamo qualcosa in più sul docufilm Kosmonauts. Entriamo nella questione “identità”: chi sono i cosmonauti che voi descrivete? Che messaggio volete lanciare a questa nuova generazione di viaggiatori? Verrebbe da chiedersi… possiamo tutti noi essere cosmonauti (felici), oggi?

Il cosmonauta è l’esploratore per eccellenza, lo spazio, la barriera da superare. Questo il primo motivo dietro il titolo, il potere simbolico del cosmonauta. L’altro motivo è che lo spazio è un luogo pericoloso, che richiama l’infinito, la diversità, le distanze. Ci vuole moltissimo coraggio per esplorare, per essere cosmonauti. Kosmonauts è un viaggio interiore, perché “cosa vuol dire essere italiani?” è chiedersi “chi sono?”. Ed i viaggi interiori, quelli nel profondo, sono i più ardui e spaventosi da fare. Di nuovo, il potere simbolico del cosmonauta.

Come ogni viaggio richiede, serve una bussola. “Bisogna perdersi per poi ritrovarsi”, ma all’atto pratico serve una bussola. Come ti costruisci una bussola? Da una parte c’è un lato analitico, di comprendere e misurare determinati eventi, la portata di alcune dinamiche, assimilare dei macro concetti logici. Dall’altra parte, c’è la bussola emotiva. Costruire una nuova casa cosa richiede? Sapere che è l’era della fluidità (dal lavoro alla mobilità) cosa richiede? Noi crediamo che si possa fare un training per diventare cosmonauti della vita. Non fornendo risposte ma ragionare assieme sulle domande, su un taglio ampio, inclusivo nel vedere le cose.

“Basta un pomodoro per descrivere il tutto”.

Parliamo della vostra sfida: l’Italia non è (ovviamente) solo il pomodoro, simbolo per eccellenza del ‘Made in Italy’. Eppure in pochi si chiedono veramente cosa ci sia dietro quel popolo che mangia (solo) pizza, pasta, lasagna e spaghetti… Dal Gargano al mondo, da Made of Limestones a Kosmonauts, quali passi avanti avete fatto? Siete riusciti a capire cosa significhi davvero essere Italians nel mondo, oggi?

Sentivo moltissimi italiani dire “che schifo la pizza inglese!”, “eh ma questa è la vera pasta italiana!” e così via. Ci sono milioni di esempi possibili che seguono questo schema. Moltissimi italiani fuori (e non solo) si nutrono di queste “àncore identitarie”. Dopo Kosmonauts dico che tutte queste espressioni non hanno alcun senso. Cioè, la pizza “inglese” può farti schifo, va benissimo. Ma non c’è nulla che può essere messo in una scatola. C’è un discorso sulla cornice temporale con la quale inquadri le cose, che è fondamentale. Questo protezionismo mentale è lontanissimo dal perché abbiamo la pizza oggi, dal perché vero e profondo della bellezza italiana. Credo essa risieda proprio nella diversità. Geneticamente lo siamo. Siamo il popolo più variegato d’Europa. Linguisticamente, è impressionante il numero di “lingue locali” (i dialetti). Per non parlare della cucina, dei paesaggi, della teatralità di vita che riempie l’Italia.

Tutte queste cose nascono dal fatto che siamo estremamente diversi, variegati.

Immagina la cucina, ad esempio la pizza margherita. Visualizzatela quando era una novità. Il pomodoro, importato dal Perù, era considerato velenoso, di scarso valore, cibo per i più poveri. La pizza stessa è di probabile derivazione di questi pani di forma piatta provenienti dal bacino del mediterraneo. In termini estremamente rozzi, oggi diremmo gergalmente “una roba araba”. E’ un piatto meticcio, frutto di sperimentazioni, di persone che hanno rotto le regole, innovato. Questo schema dell’iterare, dello sperimentare contiene sempre apertura. Invece sento spesso, in tanti amici italiani, in tanti ambienti politici, l’abuso della parola tradizione. “Non tradire la tradizione”, “proteggere la tradizione”, “riportare in vita la tradizione”. Peccato che la parola tradizione viene dal latino tradere che significa “consegnare” e “trasmettere”, ma che è anche all’origine del verbo italiano “tradire”. Citando l’antropologo napoletano Marino Niola “La cucina è tradizione nel senso che è motore di ricerca e di contaminazione.”.

Una piccola curiosità: che effetto fa essere citati, tra gli altri, da Saviano in un editoriale di Repubblica che parlava della vostra terra e del vostro primo documentario? Vi aspettavate tutta questa visibilità?

L’intervista che rilasciò su Repubblica, parlando anche di Kosmonauts, ci fece l’effetto che può fare a chiunque capisca il peso di chi è Saviano. Ero in treno per Milano quando lessi all’improvviso il messaggio di Andrea con il link all’articolo. E’ emozionante.

E per concludere, quando gli abbiamo chiesto quali siano, a parer loro, i problemi maggiore da risolvere per i giovani italiani per fare in modo che non sentano più la necessità di andare altrove per realizzarsi, i due fratelli ci hanno risposto: Il problema non è non sentire più la necessità di andare altrove per realizzarsi. Questa libertà vorrei potesse esistere sempre, paradossalmente anche in scala maggiore. La chiave è quella parola, “libertà”. Siamo liberi di scegliere dove realizzarci? Questa emigrazione è una non-libertà.”

E cosa possiamo aggiungere? Hanno già detto tutto loro, a noi non resta che aspettare l’uscita di Kosmonauts, da guardare nelle nostre case chissà dove in giro per il mondo, in compagnia di un bicchiere di vino e dei popcorn.

Nel frattempo, e a supporto del lavoro coraggioso di questi due ragazzi, voi potete supportare la loro campagna su Kickstarter qui: https://www.kickstarter.com/projects/133817763/kosmonauts-what-does-it-mean-to-be-italian e seguirli su Facebook qui: https://www.facebook.com/kosmonautsmovie/


Intervista a Beatrice Guarrera, Italians a Gerusalemme

Beatrice Guarrera ha 24 anni (25 a dicembre), un grande sogno nel cassetto ed una valigia piena di ricordi, esperienze, affetti e storie di vita che si è portata dietro fino a Gerusalemme. Il suo viaggio inizia da Roma, la capitale del mondo che è stata la sua casa fino a qualche mese fa.  Oggi Beatrice è collaboratrice per il sito web della Custodia di Terra Santa, una provincia religiosa dell’ordine dei frati minori che custodisce, studia e rende accoglienti i luoghi dell’origine della fede cristiana. Una vera comunità, insomma, capace di aprirti gli occhi verso nuove prospettive di vita. Il suo è sicuramente un percorso particolare per un’aspirante giornalista, ma l’esperienza di Beatrice è unica proprio per questo. E allora, non ci resta che immergerci nella lettura e scoprirne la storia.

 

Ciao Beatrice, grazie per il tempo che ci stai dedicando! Sappiamo che stai affrontando la tua prima esperienza da “Italians” a Gerusalemme. Ma partiamo dall’inizio: qual è la tua storia? Avresti mai immaginato che un giorno saresti andata a lavorare proprio lì?

Non lo avrei mai potuto immaginare in tutta la mia vita: trasferirmi non era nei miei piani. Sono nata a Roma e ho sempre vissuto qui: ho studiato in due università diverse (ma sempre in città), ho fatto degli stage in due radio, ho fatto parte di redazioni di giornali online e anche di un ufficio stampa. Dopo la laurea ho capito che per lavorare avrei dovuto imparare l’inglese e che mi sarebbe dunque servita un’esperienza all’estero.

Il mio sogno è sempre stato quello di fare la giornalista e di vivere di scrittura, di scoprire nuove realtà, di riuscire a raccontare il mondo che mi sta intorno e di capire quello che succede dentro le persone. Un racconto a 360°, insomma. In Terra Santa faccio quello che mi piace, anche se le notizie non riguardano sempre quegli argomenti sui quali avevo sognato di lavorare. Mi piace molto il giornalismo d’inchiesta, e adesso posso farlo relazionandomi però ad altri temi – in questo caso religiosi.

Come sei arrivata fino a Israele? Hai trovato nuove (e più concrete) opportunità rispetto a quello che ti offriva l’Italia nel tuo ambito, quello del giornalismo?

È stata una sorpresa, non sono stata io a cercare questa esperienza ma è lei che ha trovato me! Dopo la laura mi sono messa alla ricerca di un lavoro e mi è capitata quest’occasione: un mia amica giornalista mi ha fatto sapere che alla Custodia di Terra Santa cercavano giornalisti italiani. Ho inviato la mia candidatura, ho fatto i colloqui via Skype e sono arrivata qui. Ho capito che sarebbe stata un’esperienza per cambiare mentalità, per crescere professionalmente e umanamente lasciando tutto dietro, la mia famiglia, la mia casa. Sono partita nel giro di pochissimo tempo, senza pensarci troppo, buttandomi. È stato uno shok, ma uno shok bellissimo perché è come quando arriva qualcosa di inaspettato che ti travolge in senso positivo, cambiandoti radicalmente.

Ora sto collaborando con la Custodia di Terra Santa, che è la denominazione della missione dei francescani che rappresentano la chiesa cattolica latina a Gerusalemme, e che gestiscono i luoghi santi che hanno a che fare con la vita di Gesù.

Raccontaci del tuo lavoro in Terra Santa: cosa vedi ogni giorno? Cosa sei chiamata a fare?

Ogni giorno racconto le attività in cui è coinvolto il Custode di Terra Santa, che è il capo dei francescani di Terra Santa: lui è spesso impegnato in messe solenni, feste particolari, commemorazioni, animazione dei luoghi santi. A volte c’è da andare a Betlemme alla Basilica della Natività oppure a Nazareth dove c’è quella dell’Annunciazione: bisogna raccontare queste attività per far capire quale sia il ruolo dei francescani in questi posti. Ma la loro presenza è anche altro: hanno dei conventi sparsi in tutto Israele e nel mondo. Svolgono attività di formazione, con scuole per bambini dove sono presenti sia musulmani che cristiani. Fanno attività di aiuto alla popolazione locale o più semplicemente si occupano di gestire le comunità di cristiani che si trovano in Terra Santa, un compito per nulla facile. Accanto a questo c’è anche l’aspetto culturale: c’è l’università dei francescani, lo Studium Biblicum Franciscanum, le biblioteche della Custodia di Terra Santa.

Io racconto tutto questo, insieme anche alle attività legate alle missioni e alle piccole comunità locali. Ci sono tante situazioni difficili che meritano di essere conosciute, come ad esempio quella di fra Ibrahim che vive in Sira, ad Aleppo. Gli ho fatto un’intervista in cui mi ha spiegato come riesce ancora a vedere Gesù fra le macerie, di come la sua fede non sia stata intaccata dalla guerra. Un altro esempio è quello di un santuario situato in un villaggio a maggioranza musulmano, dove fino a poco tempo fa c’era un solo frate, dato il rischio di essere presi a sassate per strada. Adesso la situazione sta cambiando piano piano e la presenza dei francescani serve proprio a questo: a dare speranza.

Da italiana che vive a Gerusalemme, credo sia inevitabile parlare del conflitto fra Israele e Palestina. Qual è la situazione reale? Hai mai paura di uscire, ci sono situazioni difficili?

Quello che posso vedere quotidianamente è che c’è una situazione di tensione: questo territorio non è in pace e lo si vede in tanti piccoli fatti, dai check point con militari armati alle persone che girano in strada armate. Può succedere di trovarti tra gruppi di ebrei che stanno cantando in ebraico davanti ad una moschea, oppure di capitare in altre situazioni di tensione in cui vedere un ebreo che cammina nel quartiere arabo può creare nervosismo. Sono pericoli di cui noi europei alcune volte non ci rendiamo nemmeno conto.  Io non ho mai avuto paura di andare in giro per la città, forse perché vivendo a Roma sono abituata a situazioni caotiche. Il vero problema a Gerusalemme è legato a chi sei tu – se palestinese o israeliano o musulmano, ebreo, cattolico – e in base a dove vai la situazione può diventare pericolosa. Ci sono quartieri dove non è facile o non è permesso entrare ai non residenti. Io stessa sono capitata in un quartiere dove alcuni bambini arabi mi hanno detto: “Dove vuoi andare? Qui non si passa”. Ma noi italiani, in generale, non siamo in pericolo. C’è un problema di barriere fisiche: c’è un muro che separa Israele e Palestina e ogni giorno ci sono uomini, donne e bambini che per andare al lavoro, a scuola o all’università, devono attraversarlo, farsi perquisire, passare i controlli. Quando si parla della soluzione di creare due stati, non si tiene conto poi del fatto che ci sono colonie ebree nei territori considerati sotto l’Autorità Palestinese. Eppure gli ebrei vivono lì magari da decenni: chi dei due popoli deve andar via?

C’è poi un problema poi di barriere mentali perché si è educati, in un certo senso, a odiarsi.

Però penso che il problema tra Israele e la Palestina sia fondamentalmente una questione d’identità, di appartenenza: a quale cultura si appartiene? A quale religione? A quale popolo? A quale stato? Ci sono arabi cristiani e arabi musulmani, ci sono arabi che si sentono israeliani e altri che sono palestinesi.

Ci sono cristiani israeliani che non si riconoscono sotto la bandiera con la stella di David, un richiamo alla storia ebraica. Anche tra gli ebrei la questione si pone, perché molti sono giunti da varie parti nel mondo: alcuni sono russi, altri ancora italiani. Alcune volte non è possibile mantenere le proprie diversità.

Un altro aspetto da tenere in considerazione è il luogo. Per capire come si vive diversamente c’è un detto che dice: “A Gerusalemme si prega, a Tel Aviv ci si diverte, ad Haifa si lavora”. La situazione non è solo relativa allo stile di vita, ma fa capire anche dove sono i posti di maggior criticità. A Gerusalemme capita di camminare in una via popolata di ebrei ortodossi e sentire il suono di una campana mischiato al canto di un muezzin. È questa convivenza così prossima che può creare tensione. Al nord o al sud dello stato di Israele, invece, è ancora diverso. Per non parlare poi dei territori della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Tra gli stessi palestinesi non ci si capisce, non ci si conosce, a volte. C’è chi non è mai stato a Gerusalemme perché i palestinesi di alcune zone non hanno il passaporto e non possono spostarsi. Di problemi ce ne sono parecchi e le soluzioni in questo momento sono poche.

Qual è il valore di questa città e cosa può insegnarti nella crescita personale di tutti i giorni? La tua vita in Italia ti sembra ora più lontana, ne hai nostalgia?

Questa città mi insegna ad allontanarmi da tutte quelle che erano state le mie idee precedenti, da tutto quello che avevo anche solo potuto pensare riguardo alla questione israelo-palestinese. È una città che mi sta insegnando a non categorizzare, a non partire con idee precise ma semplicemente a guardare la realtà e a stare dalla parte della verità. La mia vita a Roma mi sembra lontana, ma sono sempre collegata a quella che era la mia vita di prima attraverso il telefono (ovviamente) e i social network. Anche questo è utile per far capire agli altri quanto sia necessario aprire gli occhi e la mente. È inutile partire con idee pregresse, si impara vedendo quello che succede e si impara anche grazie a persone straordinarie che ti cambiano la vita.

Cambiando argomento: perché, a tuo parere, oggi sempre più giovani preferiscono portare fuori Italia le proprie competenze già durante le superiori e in maggior parte durante l’università?

Molti ragazzi preferiscono andare fuori Italia e viaggiare perché è il mondo ad essere cambiato. Ci sono possibilità che prima non c’erano, anche dal punto di vista economico. Spesso si dice che il mondo è diventato “più piccolo”, è diventato più normale spostarsi e per questo lo si fa. In Italia ci sono cose che mancano in questo momento, certo. Per esempio nel lavoro finché non hai 28 anni o più, nessuno ti prende sul serio. Pensano che possono sfruttarti e pagarti poco. Molti ragazzi vogliono semplicemente avere una posizione lavorativa, trovare il proprio posto nel mondo, ma è difficile farlo in Italia. E si comincia ad andare all’estero è proprio perché in molti altri posti c’è più attenzione verso noi giovani.

Quali credi che possano essere delle possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

La risposta è banale, ma non altrettanto banale da realizzare: dare loro un lavoro. Credo che tra tutti quelli che si spostano, molti avrebbero preferito rimanere in Italia, se avessero avuta scelta. L’obiettivo credo che debba essere sbloccare il mercato del lavoro e fare in  modo che ci sia un ricambio generazionale in tutti i settori.

Per un percorso più funzionale sarebbe utile intervenire anche sull’università, facendo in modo che quando si finiscono gli studi si abbia veramente in mano un titolo valido da spendere e non ci sia bisogno di fare master ulteriori o scuole di specializzazione. In questo momento, parlando di giornalismo, non c’è un’università che ti abiliti alla professione come pubblicista o professionista. Questo perché bisogna fare delle scuole specifiche, che però costano un occhio della testa e quindi rappresentano un modo per pagarsi una posizione nel mondo del lavoro. Non credo sia la cosa migliore da fare. Anche nel mondo dell’insegnamento c’è un problema analogo, dal momento che adesso non ci sono lauree abilitanti: se uno si laurea in lettere classiche non può fare l’insegnante, deve prima fare il TFA. Anche questo è sbagliato.

Ci sono diverse cose che andrebbero cambiate dal punto di vista universitario e dal punto di vista delle istituzioni per coinvolgere e valorizzare i giovani.

Una domanda più personale – lasciare l’Italia, partire e andare lontano, conoscere popolazioni, culture estranee: cosa ti spinge ogni giorno ad affrontare le tue paure e ad alzare sempre di più l’asticella? È una “vocazione” personale?

Lasciare l’Italia, per me, è stato andare verso un’occasione di vita che ripartisse da zero. Un’occasione capace di aiutarmi ad affrontare sfide inaspettate e solite paure. Adesso sono alla ricerca di una posizione lavorativa che mi permetta di fare quello che mi piace, e non per forza con uno stipendio altissimo. Qui riesco a scrivere e fare la giornalista, che è il mio sogno di sempre. Mi spinge la voglia di non perdermi niente, di prendere tutto quello che c’è, di assimilare il più possibile imparando nuove lingue e vivendo con persone molto diverse da me.

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Mi piacerebbe tornare in Italia, non per forza stare a Roma, ma tornare. Potrebbe anche non succedere, perché non so cosa succederà, ma ho imparato che tante cose belle arrivano in maniera totalmente inaspettata. Ho capito che programmare a lungo termine a volte significa quasi illudersi di poter sapere cosa succederà. Credo che, se trovassi lavoro in Italia, tornerei volentieri perché amo il mio paese e perché non ho necessità di rimanere all’estero. Non sono una di quelle persone che getta fango sull’Italia solo perché non ho trovato occasioni che mi permettono di restare a casa. Tutti quelli che hanno trovato un lavoro fuori e che parlano male del nostro paese dovrebbero invece tornare per aiutarci a trovare una soluzione dall’interno. Chi è che ha voglia di migliorare un paese che sta male? In pochi, forse nessuno. E invece bisognerebbe farlo, tutti, insieme.

La bellezza della differenza

“Il buon insegnante rende il cattivo studente buono ed il buon studente superiore.” (Marva Collins)

Ora, checché ne dicano i miei amici, andare via dall’Italia non è stato drammatico.

Certo, bisogna fare a meno di quei comfort a cui si è abituati fin dalla nascita – il pranzo e la cena pronti quando si rientra, le uscite serali con gli amici di una vita, il semplice contatto fisico con le persone a cui si vuole bene – ma lasciare tutto per ricominciare altrove è una sfida.

Una sfida contro le avversità, contro il resto del mondo, ma anche una sfida con sé stessi che si vuole vincere a tutti i costi.

L’università inglese, come menzionato nel mio post precedente, è molto diversa da quella italiana, non solo per una questione linguistica, ma anche di persone: mentre in Italia è raro trovare persone della mia generazione che non abbiano affrontato perlomeno un anno di studi universitari, in Inghilterra risulta invece molto facile.

Principalmente ritengo sia soprattutto una questione economica che spinge un gran numero di giovani diciassettenni britannici – che terminano il loro percorso scolastico un anno prima rispetto a noi dopo aver sostenuto i così detti A Levels – a non proseguire la loro carriera scolastica con corsi universitari.

L’esagerata tassa annuale da £9,000 è un limite che in molti stentano a superare nonostante l’esistenza di prestiti appositi creati da molte banche, e di innumerevoli borse di studio messe a disposizione dalle università stesse. In alcuni casi, molto semplicemente, non ne vale la pena.

Fino all’anno scolastico 2011/2012, le tasse universitarie inglesi – che sono fisse per tutti gli studenti ed il cui ammontare varia solo tra studenti Home/EU ed Internazionali – erano più “abbordabili”: solo £3,000 sia per corsi triennali che per i master. In seguito alle riforme promosse dal governo di coalizione Cameron-Clegg, le cifre sono aumentate a quelle di oggi (£15,000 per studenti provenienti al di fuori della EU) e sembrerebbe siano destinate soltanto a crescere nei prossimi anni.

Questi sostanziali cambiamenti potrebbero dunque portare ad una diminuzione di studenti universitari in favore di una crescita di iscritti presso istituti professionali.

Mentre in Italia molti corsi specialistici vengono denigrati per la loro apparente inferiorità rispetto agli insegnamenti dei licei e delle università, l’Inghilterra ha dimostrato una certa maturità offrendo ai propri giovani college ed istituti in cui gli studenti si possono specializzare in svariate professioni pronte ad arricchire il panorama lavorativo del paese.

Quando ho iniziato a fare amicizia con i miei compagni di corso quattro anni fa, sono rimasta piacevolmente stupita nello scoprire che gli studenti universitari inglesi in realtà non manifestano quella puzza sotto al naso che viene attribuita all’intera nazione nei film o nella letteratura, soprattutto quando si parla di loro coetanei che hanno deciso di affrontare percorsi lavorativi alternativi.

Prima delle francamente disgustose rimostranze xenofobe scaturite dai risultati della Brexit ho avuto l’occasione, e l’onore, di vedere giovani dalle più svariate origini sociali uniti dall’amore per la cultura e per l’apprendimento riunirsi per condividere le proprie esperienze in Inghilterra e all’estero. Sono stata testimone di amicizie che crescono e migliorano grazie alle diversità tra ragazzi, siano esse di nazionalità o lavorative.

Una cosa che noto con piacere è che adesso anche l’Italia si sta aprendo agli studenti stranieri che scelgono di far diventare il mio paese la loro scuola, e che gli studenti italiani – come i britannici fanno da molti anni – hanno colto l’occasione per arricchire non solo i loro giri di amicizie, ma anche l’apprezzamento per il diverso e le loro conoscenze in generale.

Mi piacerebbe poter vedere in futuro un ulteriore incremento di giovani studenti e lavoratori stranieri in Italia perché una delle cose che ho sempre amato di questo paese è la capacità di implementare insegnamenti che vengono da lontano per garantire la fiorente crescita del paese.

L’Inghilterra – oggi come in passato; per il futuro toccherà sperare in un change of heart del Primo Ministro Theresa May nei confronti degli stranieri – ha fatto dell’università una fiorente industria che annualmente produce e sprona migliaia di studenti a migliorare non solo loro stessi ma anche quella che è per molti la loro nazione di origine o di adozione. Spero in un’Italia che a sua volta sia in grado di ispirare i suoi giovani ad impiegare le loro capacità – qualunque esse siano – per renderla ancora più bella ed accogliente.

Perché nonostante io abbia scelto di andare via dall’Italia a 18 anni, per me rimane casa mia e un giorno ci tornerò. Ma prima ho ancora tante sfide davanti a me.