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Welcome on board! Cristiana Ferrauti – blogger #theitalians

Multimediale è la parola chiave per le nuove frontiere del giornalismo. Insieme a Multitasking e multiskilled, sono le tre parole per la sopravvivenza e la buona riuscita nella frenetica metropoli Londinese. La bussola di tutto, però, rimane un’insaziabile curiosità per le storie e la poesia della conoscenza.

Cristiana Farrauti ama specificare di essere romana, oltre che Italiana, perché nella Capitale ha imparato ad apprezzare ed amare la cultura in tutte le sue sfumature, dalle lingue antiche ai manoscritti, dagli affreschi alle maestose statue di marmo.

Classe ‘92, si laurea in Scienze Umanistiche alla Lumsa. Dopo un paio di mesi è all’aeroporto di Fiumicino con un biglietto di sola andata per Londra, pronta (o quasi) per un anno all’estero in vista del conseguimento di un Master in Giornalismo Multimediale alla University of Westminster. Il risultato è stato non solo una rubrica arricchita di amici dall’Asia, Europa dell’Est, o Irlanda, ma anche un portfolio colorato di collaborazioni varie con magazines e charities, che si tratti di recensioni, interviste, o lavori con i social media. Nonostante i prezzi esagerati di pasta e parmigiano, i caffè espresso un po’ sciacquati e la pioggia ininterrotta, la città diventa sempre più familiare e, al di là della stereotipica freddezza inglese, accogliente.

Proprio per rompere con gli stereotipi, Cristiana ci parlerà di qualcosa al di là del cliché finanziario della capitale. In punta di penna – perché la penna ferisce più della tastiera – vuole aprire lo sguardo sulla Londra che trabocca di spettacoli, di letteratura, e di multinazionalità.

Fratellastri d’Italia

Da qualche anno non si fa che parlare di questi italiani all’estero: c’è chi parla di fuga di cervelli, chi dice che l’Italia sta meglio di loro; c’è chi racconta che vivere all’estero è bellissimo e chi dice che non ne vale la pena. Intelligenti, volenterosi, bamboccioni, coraggiosi, traditori della patria: quante etichette ci hanno forzato addosso il giornalista o il politico di turno. A me però le etichette non piacciono, quindi scrivo questo post nella speranza di darvi un’opinione sull’argomento che sia la più onesta possibile.

Allora chi sono questi italiani all’estero? Sono davvero il meglio o il peggio dell’Italia?

Per esperienza personale, posso dirvi che sono entrambi. Ci sono neolaureati in ricerca di un lavoro dove possono applicare le loro conoscenze e appagare le loro ambizioni e ci sono poi coloro che vengono pensando di trovare quel sogno americano in Europa che molti giornali sono così intenti a propagandare. Anche io, come molti, prima di trasferirmi in questa grande isola, la vedevo esattamente così. Me la immaginavo pulita e ordinata, con persone rispettose delle regole e con i servizi pubblici funzionanti alla perfezione.

La realtà che ho trovato, al mio arrivo, è stata un po’ diversa. La Londra di cui ho sentito così tanto parlare è come un sogno che sta svanendo, un ricordo che ha lasciato il posto a una città sovrappopolata e carissima, dove gli autoctoni vengono spinti in periferia all’aumentare dei prezzi delle proprietà, mentre noi immigrati lavoriamo spesso più di 45 ore a settimana per poterci permettere appartamenti condivisi con sconosciuti e infestati da topi. Un incubo più che un sogno, direte voi. Allora perché sempre più giovani abbandonano l’Italia per trasferirsi nel Regno Unito?

Vivendo in questo paese ho imparato, tra le tante cose, che la realtà è sempre più complicata di quello che ci vogliono far credere. La verità è che se vai all’estero solo per una questione lavorativa, spesso non ne vale la pena, come raccontano tanti expat rientrati in patria. Si, perchè la qualità della vita che l’Italia può offrirti (la dieta mediterranea e il clima mite), la trovi raramente altrove. Perchè pochi lavori valgono il freddo, il cibo scadente, le distanze e la solitudine che viviamo.

Personalmente, ci sono tantissimi motivi dietro la mia scelta di lasciare l’Italia. La paura del diverso, le discriminazioni, l’apatia sociale e l’eccessiva importanza che si da all’apparenza. Insomma, tutti quegli argomenti di cui ho gia parlato (o di cui parlerò presto) e che mi impediscono di immaginare di vivere nella mia terra natia.

Spesso non si capisce che l’esodo dei giovani italiani ha più a che fare con i demeriti dell’Italia piuttosto che i meriti dei paesi stranieri. Il nostro sistema scolastico, per quanto valido sotto molti aspetti, non ci prepara affatto al mondo del lavoro. La realtà che un giovane laureato si trova davanti è fatta di tirocini non pagati, contratti “part-time” che ti richiedono più di 40 ore alla settimana, stipendi da fame che devi accettare, visto che “stai imparando”. E se rifiuti, allora ti chiamano bamboccione, sfaticato e perfino presuntuoso.

Si dice che ammettere l’esistenza di un problema è il primo passo verso la risoluzione del problema stesso. Eppure della “fuga dei cervelli” se ne parla da diversi anni, ma senza fare nulla. Quando ancora non era presidente, Emmanuel Macron fece un appello a tutti gli emigrati francesi chiedendogli di tornare in patria, suggerendo loro quanto la Francia avesse bisogno di superare quella mentalità della “paura del fallimento” che blocca la crescita del paese.

E noi expat italiani? Beh, noi abbiamo avuto un ministro del lavoro, Giuliano Poletti, che ha detto che “alcuni italiani è meglio non averli tra i piedi”. Quindi non solo siamo stati spinti a lasciare il nostro paese perché non ci viene data la possibiltá di vivere in modo dignitoso in Italia, ma ci dobbiamo anche sentire insultati per questo. “Andate a Londra con le vostre belle lauree e poi finite a lavare i piatti o a lavorare nei bar e nei ristoranti”. Ho letto piú volte sui social media commenti simili. Questo è uno dei problemi di noi italiani: ci atteggiamo spesso a esperti di cose di cui non abbiamo nessuna conoscenza.

Lavorando come barista per cinque anni sono stata in grado di pagarmi l’università, almeno due viaggi in Italia e altre due vacanze all’estero ogni anno. In poco più di cinque anni di residenza qui, ho cambiato diversi lavori e non sono mai stata disoccupata per più di un mese. Quanti ventenni italiani possono dire lo stesso?

Il lavoro nella ristorazione è uno dei più facili per trovare a Londra, grazie ai migliaia di bar e ristoranti sparsi nella capitale. È per molti un punto di partenza, un modo per pagare le spese e nel frattempo ricostruirsi una vita. Molti expat riescono a fare altro nel corso degli anni e quelli che decidono di rimanere in questo settore hanno possibilitá di far carriera e guadagnare un bel salario, se vogliono.

L’esodo degli italiani, che non si limita soltanto ai giovani, è stato ignorato per molto tempo e poi, improvvisamente, è diventato uno degli argomenti piú discussi. Il problema è che, anche in questo caso, non si tratta di un dialogo. Ci sono tantissimi expats che hanno raccontato la loro storia, in centinaia di blog come questo, oppure intervistati da quotidiani regionali e nazionali. Quando l’ultima battuta è stata scritta, cosa ne rimane?

Soltanto un’altra storia di successo o fallimento, un’altra voce a questo infinita discussione se vale la pena o no vivere all’estero. E allora mi chiedo: perché invece di focalizzarci sul perché gli altri paesi attirano cosí tanti giovani, non iniziamo a interrogarci sui motivi per cui l’Italia non riesce a tenersi i suoi figli? Quante idee, quanti consigli, potremmo dare noi che conosciamo altri paesi, altri sistemi politici ed altre realtà. Eppure, quanti politici ci hanno mai chiesto cosa potremmo fare per cambiare il paese? Quanti politici ci hanno chiesto perché non torniamo? Cosa è stato fatto per spingerci a rientrare oppure per far si che altri giovani non seguano il nostro esempio?

Nella mia comicità spesso penso che ai nostri politici stia bene cosí. In fondo siamo dei numeri in meno sulla disoccupazione giovanile, delle pensioni in meno che lo Stato dovrà erogare e poco importa se altri paesi sfrutteranno al meglio l’istruzione che lo stato italiano ci ha pagato. Le nuove generazioni partono, lasciando indietro quelle vecchie (più facilmente manipolabili attraverso i social media e notizie false) e coloro che si “accontentano” di vivere in questa situazione.

Se qualcuno dice “io non ci sto” allora deve per forza essere migliore o peggiore dell’altro. Quante volte mi sono sentita dire “ma tu sei più coraggiosa di me”, oppure “io sono così legata alla mia famiglia, non potrei mai fare quello che hai fatto tu”, come se chi decide di partire debba essere per forza più indipendente o meno legato alla famiglia.

Italiani contro italiani. Sono passati più di 150 anni dall’unità italiana eppure degli italiani, a mio avviso, ancora non c’è traccia. Forse il motivo è che ci vediamo diversi, e lo siamo: ogni regione nel nostro paese ha le sue tradizioni, la sua lingua, una sua realtà che è totalmente diversa da quella delle regioni confinanti.

Ed esattamente come accade con le culture e tradizioni straniere, anche questa diversità ci disturba e ci divide.

La magia del Natale a Londra

«Gesù è nato ad aprile, non a dicembre!», urla un ragazzo a Trafalgar square tra l’indifferenza dei passanti. Le strade di Londra sono cosí, piene di persone con religioni e convinzioni diverse. Ognuno che sponsorizza la sua causa, il suo dio, la sua ragione per essere su quel marciapiede.

Il Natale, come tutto a Londra, è multiculturale. Le canzoni festive parlano di Santa Claus, di pupazzi di neve e di notti invernali passate davanti a un camino. In una città come questa, si potrebbe pensare che il Natale perda la sua importanza. Tutto il contrario: nessuno è immune alla frenesia natalizia. 

Perché anche se non tutti credono al Natale nel senso cristiano del termine, lo spirito dello stare insieme e del donare in modo disinteressato è vivo più che mai. Quest’anno ho decorato l’ufficio insieme a colleghi di religioni diverse e non credo ci possa essere un modo migliore per tenere vivo lo spirito di pace e speranza che questa festa dovrebbe rappresentare.

Tra le tantissime iniziative che caratterizzano questo periodo, tre in particolare mi sono sempre piaciute:

  1. Christmas Jumper Day

I maglioni di natale sono molto popolari nel Regno Unito. Ci sono i classici, con Santa Claus, Rudolf o pupazzi di neve, oppure quelli più particolari, che si illuminano o cantano canzoni festive. A volte invece hanno scritte sarcastiche o giochi di parole. Quest’anno ne ho visto uno ispirato alla celebre canzone di Mariah Carey che recitava “all I want for Christmas is EU”.

Ogni anno però, il 15 Dicembre, Londra indossa i suoi Christmas Jumpers per raccogliere fondi da destinare ai bambini bisognosi.

Questa tradizione, sponsorizzata da Save The Children, compie quest’anno 5 anni. L’organizzazione invita tutti a indossare i propri maglioni natalizi il 15 Dicembre e a donare almeno £1 per la loro causa. Ci si può registrare anche per gestire una raccolta fondi, coinvolgendo amici o colleghi di lavoro.

  1. Secret Santa

Una tradizione diffusa molto in ambito lavorativo. Consiste nel pescare a caso il nome di un proprio collega e comprare un regalo che si pensa gli possa piacere. L’identità del “benefattore” rimane sconosciuta.

Ci sono intere sezioni di negozi dedicate ai Secret Santa: dai giochi da tavola portatili a tazze strane. Ovviamente aiuta conoscere la persona alla quale devi comprare il regalo, ma questa è anche una possibilità per stringere legami con persone con le quali si parla poco in ufficio. Solitamente si stabiliscono dei budget limitati, dalle 5 alle 10 sterline.

  1. Christmas Party

Una vera propria arma a doppio taglio, nonché l’incubo di qualsiasi medico e paramedico. In teoria, il Christmas Party è un’occasione per festeggiare non solo il Natale, ma anche la fine di un duro anno di lavoro.

L’organizzazione di queste feste varia a seconda della compagnia in cui si lavora: alcune organizzano cene o pranzi pagati per i propri dipendenti, che si svolgono almeno in parte all’interno degli orari di lavoro, altre invece organizzano dei drinks pagati o serate nei locali.

Tante sono le cose che possono andare storte durante questo tipo di feste, a tal punto che ogni anno, dalla prima settimana del mese in poi, molti giornali, riviste e blog scrivono le regole di comportamento da seguire per non fare figuracce o di come si può rimediare se non ci si è comportati come dovuto. D’altronde stiamo parlando di persone che devi vedere ogni giorno, tutto l’anno, e di feste alla quali partecipano spesso e volentieri direttori o proprietari della compagnia.

Il problema principale di queste feste (e anche uno dei problemi maggiori di questo Paese) è l’alcol. Ci sarà sempre  (ebbene si, SEMPRE) qualche impiegato che beve eccessivamente e finisce a imbarazzarsi davanti ai colleghi. La paura di essere fotografati o ripresi in uno di questi momenti spinge molti a vivere queste feste con ansia e preoccupazione.

“Per favore, fai attenzione quando bevi”, invitano dei cartelli in metro. Si perché finita la festa, spesso queste persone tornano a casa da sole e finiscono per cadere dalle scale mobili della metro (o peggio nel binario del treno), scivolare dalle scale e procurarsi ferite più e meno serie.

Immagini di ragazze o giovani sdraiati privi di senso su marciapiedi o panchine vengono pubblicate per sensibilizzare le persone a bere di meno. In una cittá come Londra, queste sciocchezze aggiungono una pressione significativa a un sistema di emergenza che combatte da anni tagli ai propri fondi a fronte di una popolazione che sfiora i 9 milioni.

Quando si tratta di persone sole e prive di sensi, i medici infatti si trovano costretti a intervenire, non sapendo nulla delle condizioni del paziente. Spesso, per assistere persone che hanno semplicemente bisogno di dormirci su, sono costretti a farne aspettare altri in condizioni piú gravi.

Una tradizione nata con delle buoni intenzioni, che purtroppo non viene vissuta da tutti nel modo corretto. Del resto anche il Natale, come tutto a Londra, non è privo di contraddizioni.

Le settimane precedenti al 25 sono tra le piú frenetiche dell’anno e in quei giorni sembra che tutti i difetti della cittá si accentuano: le persone sono piú stressate, dovendo aggiungere ai loro impegni quotidiani lo shopping natalizio e diventano cosí ancora piú scortesi del solito. Ai milioni di persone che vivono nella capitale si aggiungono migliaia di turisti, che vogliono vedere in prima persona la magia del Natale a Londra.

I negozi sono sempre pieni, con gli acquisti che vengono favoriti dai saldi invernali che hanno inizio il giorno dopo la festa del ringraziamento americano.

Le strade del centro, illuminate a festa dalla prima settimana del mese, si trasformano in un incubo per i residenti. Oxford Street, seppure bellissima in questo periodo, diventa un posto da evitare a quasi tutte le ore del giorno, a meno che non si abbia tempo di andarci alle 10 del mattino.

Ma poi, il 25 Dicembre, tutto rallenta. Non ci sono bus, né treni e quasi tutti i negozi sono chiusi (ad eccezione dei ristoranti, dei bar in zone turistiche e dei piccoli alimentari di zona gestiti prevalentemente da asiatici), per poi tornare alla normalitá dal pomeriggio del 26.

Londra il 25 Dicembre sembra il ricordo di un tempo passato. Un tempo prima che la cittá si riempisse di piú persone delle quali puó ospitare, prima che tutto diventasse cosí caro, frenetico e distante. Prima che la paura di una nostra foto sui social media ci impedisse di goderci le feste.

Tutto si ferma, in quel giorno. E quella per me, é la vera magia del Natale.

 

Il paradosso dell’expat

Cosa si prova a tornare in Italia? È una domanda che mi hanno fatto tante volte negli ultimi 5 anni; trovo sempre molto difficile rispondere. Rientrando in Italia non più di due o tre volte all’anno, ovviamente il pensiero di riabbracciare i miei cari mi rende molto felice. Eppure, ogni volta, ho bisogno di un po’ di temo per riabituarmi. Alla lingua, alle persone, al modo in cui la vita funziona in una piccola cittadina di provincia qual è Terni.

Appena trasferita in questa grande isola, una delle prime cose ad aver attirato la mia attenzione fu la differenza culturale con gli autoctoni:  persone che chiedono “come stai” anche al commesso al bar, che domandano sempre “permesso” quando devono scendere dal treno, senza farti uscire a forza di spintoni, come succede spesso sui mezzo pubblici in Italia.

“Non puoi rispondere semplicemente Ok o Yes quando qualcuno ti chiede di fare qualcosa. È da maleducati”, mi spiegò una signora americana. “Certamente” e “non c’è nessun problema” sono espressioni che devi aggiungere quando concordi nello svolgere un compito che ti è stato richiesto. Dietro questa apparente educazione, si nasconde però un’amara verità: i britannici sono pessimi nelle relazioni sociali. Sono educati perché devono esserlo, ti chiedono come stai, permesso e scusa perché sarebbe poco britannico non farlo. Non si tratta di te, ma di loro.

Se poi vogliamo discutere del famoso “umorismo britannico”, ci sarebbe da scrivere un libro a riguardo. Un mio collega di lavoro, Matt, una volta mi spiegò che “l’umorismo inglese è fatto di frasi maleducate e scortesi che vengono percepite in modo scherzoso perché non potrebbero mai essere dette seriamente”. Nonostante questa spiegazione, mi ci sono volute anni per “capire” le loro battute.

Come potevo io, allora, da italiana, ambientarmi a contesto del genere? In un posto dove si dicono cose che non si pensano e non si dice quello che in realtà ti passa per la testa? Come avrei mai potuto mescolarmi con persone che bevono alcolici dalle 11 di mattina e spendono la maggior parte del loro tempo libero chiusi in un pub? In breve: persone così negate alle relazioni sociali?

Il contatto con una cultura a te straniera ti spinge a rivalutare la tua identità culturale. E io, a Londra, mi sentivo più italiana che mai. Poi, circa sei mesi dopo il mio trasferimento nel regno Unito, qualcosa di strano accadde.  Rientrata in Italia, andai a prendere un caffe al bar dell’aeroporto di Ciampino. “Cosa vuoi, un macchiato come al solito?”, mi chiese mio padre. Please, risposi io automaticamente.

Più i mesi passavano, e più spesso mi capitava di avere questi lapsus, o di inserire volontariamente termini inglesi anche nelle mie discussioni in italiano. L’inglese, si sa, è una lingua sintetica, e ci sono singoli termini che racchiudono il significato di più parole o concetti in italiano. Nelle mie brevi vacanze in Italia mi sono sorpresa spesso a desiderare un interlocutore anglosassone con cui praticare quella lingua che, da straniera che era, stava man mano diventando mia.

Velocemente sviluppai anche io i sintomi di quelli che qui vengono chiamati Very British Problems: l’utilizzare il telefono come strumento per evitare le persone, l’evitare in tutti i modi i vicini di casa, la noncuranza verso la pioggia, il fastidio per anche la più piccola attesa. Rimaneva però la mia solarità e socievolezza, la passione con cui solo noi popoli del Mediterraneo viviamo e guardiamo alla vita.

Iniziai a riflettere sulla mia condizione, che ho soprannominato il paradosso dell’expat: inglese in patria e italiana in Inghilterra, destinata a sentirmi straniera nella casa dove sono nata e in quella che ho scelto. Mi ero volontariamente privata delle mie radici e non riuscivo a trovarne di nuove.

Con il tempo mi resi conto di aver sempre avuto la risposta a questo mio dilemma. “Se vuoi imparare l’inglese non andare a Londra. A Londra c’è tutto, tranne gli inglesi”, mi dissero in tanti prima di partire. Un’affermazione in parte vera: di inglesi a Londra ce ne sono, ma si mescolano tra i milioni di cittadini provenienti da ogni angolo del pianeta. L’inglese che si sente parlare a Londra non è un inglese pulito. Eppure, io trovo che quella diversità di suoni, accenti e colori abbia una bellezza unica.

Londra è per me la città delle possibilità: non c’è limite a quello che vi ci puoi trovare, se sai cercare bene. Essere londinesi vuol dire avere ogni giorno la possibilità di parlare lingue diverse, anche all’interno della stessa conversazione, di conoscere persone con storie simili alla tua, oppure completamente diverse. Ogni persona, ogni accento, ogni storia è un tassello di quella nuova identità che soltanto l’esperienza da expat puó regalarti.

Ci sono giorni che questa vita, fatta di distanze con le persone che amo e molte telefonate Skype mi pesa, perché se a parlare un’altra lingua puoi abituarti, quel “ci vediamo la prossima volta che torno” che noi expats diciamo così tante volte, ti lascia sempre l’amaro in bocca.

Ci sono giorni che mi sento stanca di questa vita così  frenetica che lascia molto poco tempo a se stessi; questa vita fatta di tanti momenti importanti che sei costretto a perdere, di persone che ti chiedono “ma quando torni?” non capendo che se potessi passare ogni fine settimana con i tuoi cari, lo faresti volentieri.

Ci sono giorni che mi sento delusa, perché se è vero che a Londra le soddisfazioni arrivano sempre, è anche vero che devi guadagnartele a un prezzo altissimo. Giorni in cui non si vede mai la luce del sole, così bui da farti capire perché l’alcolismo sia un problema così diffuso in questo paese, giorni in cui la pioggia ti sorprende per strada e tu sei rigorosamente senza ombrello.

In giorni come questi mi sento come se la città mi prendesse a calci e l’italiana che è in me vorrebbe soltanto chiudere gli occhi e teletrasportarsi in Italia. Eppure ho scelto di rimanere, ogni giorno, da ormai 5 anni. Perché?

Perché quella londinese è per me un’identità a cui so di non poter rinunciare, una fatta di tanti passi e tante esperienze di vita che si sono sommate e mi hanno portato ad essere questa nuova persona che, da brava inglese, non si abbatte mai, che come molti spagnoli vive e lascia vive e, da italiana doc alla birra delle 11 preferirà sempre un buon caffè. Non rinuncerei mai a nessuna di queste versioni di me, perché  l’Italia ti regala il sole, la socievolezza, la gioia di vivere, ma Londra… Londra ti insegna a fregartene della pioggia.

Londra non ha paura

Londra, un lunedì mattina come altri. Salgo sul treno della Victoria line, che come al solito é stracolmo. Non ci sono posti a sedere e la carrozza si riempie immediatamente, nonostante il treno passi ogni 30 secondi. Ci sono quasi nove milioni di persone nella capitale e buona parte di esse si sta recando a lavoro. Non é facile rendersi conto di quello che succede accanto a te in un contesto del genere. Tutto quello che riesco a vedere sono le giacche e i volti assonnati di chi, come me, si sveglia alle sei del mattino per andare a lavoro. Non c’è da sorprendersi, quindi, che nessuno si sia accorto di quella busta lasciata quasi per caso da un uomo sceso dal vagone della District Line.

Era lo scorso 15 settembre e la busta conteneva un ordigno fatto in casa che per fortuna é soltanto parzialmente esploso, ferendo in modo lieve una trentina di persone. Una “palla di fuoco”, come hanno raccontato i testimoni, che ha avvolto la carrozza e ha scatenato il panico tra i passeggeri sul treno e quelli che aspettavano di salirci alla stazione di Parsons Green. Una bomba che era stata riempita di viti e altri oggetti appuntiti, per infliggere ferite gravi a chiunque si trovasse nelle vicinanze e non. Esattamente come successe a Manchester lo scorso 22 Maggio, quando Salman Ramadan Abedi, un ventiduenne di orgini libanesi nato e cresciuto a Manchester, si fece saltare in aria uccidendo ventidue persone e ferendone 250.

Il terrorista di Parsons Green invece, ha fatto un errore che si é rivelato fatale per la riuscita del suo piano: ha scelto di vivere e perciò é sceso dal treno poco prima che l’ordigno esplodesse, affidando la riuscita dell’attacco al timer che aveva collegato alla bomba. Uno sbaglio che ha risparmiato decine di vite.

Quello di Parson Green é stato il quarto attentato terroristico avvenuto a Londra negli ultimi sei mesi. Un bilancio pesante, soprattutto se si considera che pochi giorni fa la polizia inglese ha rivelato di aver sventato altri sei attacchi nello stesso periodo. Molti mi chiedono come possa vivere in una città diventata così pericolosa. Nessun posto é al sicuro a Londra, fatto dimostrato da questo attentato (avvenuto nella zona due a sud-ovest della City) e quello accaduto a Finsbury Park, zona 2 a nord della City, dove io risiedo. L’allerta terrorismo, stabilita dal Centro di Analisi del Terrorismo (organo composto da membri di 16 dipartimenti governativi e di altre agenzie di intelligence) é ferma a severe (severa) dal 24 Ottobre 2012, un mese dopo del mio trasferimento in questa città.

La Londra che conosco, quindi, é sempre stata una città dove un attacco terroristico é molto probabile. Per quasi 4 anni, eppure, tutto sembrava abbastanza normale. Fino allo scorso 22 maggio, quando quel furgone lanciato contro i pedoni sul ponte di Westminster mi ha fatto davvero capire cosa vuol dire vivere qui.

Gli attentati di Westminster, London Bridge e Borough Market hanno mostrato quanto spirito di sacrificio c’é nel cuore di questa società multiculturale. In queste occasioni, molte vite sono state salvate grazie al pronto intervento di persone coinvolte negli attentati, che si sono precipitate ad aiutare i feriti. Nel caso di Borough Market, i media hanno raccontato storie di passanti feriti perché tentavano di proteggere degli sconosciuti.
Ignacio Echeverria, trentanovenne spagnolo che lavorava come banchiere a Londra, morí durante questo attacco, tentando di difendere una donna ferita dagli assalitori, armato solo del suo skateboard.

Negli attimi successivi ad ogni attentato i cittadini hanno usato i social media per offrire riparo, cibo e conforto a chiunque ne avesse bisogno, mentre albergatori e tassisti hanno offerto i propri servizi gratuitamente. Nel caso di Paterson Green, gli abitanti del posto hanno aperto le loro case anche a giornalisti, poliziotti e al personale medico, mentre un ristoratore italiano distribuiva cibo ai soccorritori. Dopo l’attacco avvenuto fuori dalla moschea di Finsbury Park, per mano di un cittadino britannico che voleva uccidere musulmani, i residenti si sono radunati davanti alla moschea per depositare fuori dai cancelli fiori e messaggi di solidarietà. “Non siete soli” e “vi amiamo”, recitavano molti.

Solidarietá, amore ed empatia verso sconosciuti: dei sentimenti che mai mi sarei sognata di trovare in una cittá dove per la maggior parte del tempo ti senti invisibile. Sí, perché la vita a Londra é fatta di viaggi estenuanti in treno e orari di lavoro pesanti, che spesso ti portano a chiuderti nella tua quotidianità e lasciano poco spazio alle interazioni sociali.

Eppure, dopo ogni attentato, la comunità si é stretta insieme a piangere le vittime per poi tornare di nuovo alla normalità. Una normalità fatta di treni da prendere, festival e concerti da attendere e pub da affollare ogni sera della settimana. Perché nessuno ha il diritto di impedirti di berti la tua birra alla fine di una lunga settimana di lavoro.

Resilience é un termine usato spesso dai cittadini britannici per descrivere se stessi. La parola si riferisce alla capacità di un sistema, o in questo caso di una comunità, di tornare al proprio stato ottimale dopo un evento che ha disturbato l’equilibrio. Un senso di comunità e di appartenenza che ti da il coraggio di continuare a vivere la tua vita, ancora più intensamente, sia per rispetto alle vittime che come beffa a chi vorrebbe vederci chiusi in casa, a chi vorrebbe vederci spaventati.

La sera dello scorso 16 settembre, l’allerta terrorismo era stata alzata al livello massimo, critical. Quando questo succede, vuol dire che un attacco terroristico potrebbe essere imminente, i poliziotti sono affiancati dai militari nel controllo del territorio e punti strategici della città adottano misure di sicurezza più severe.

Quella sera sono uscita con delle amiche e abbiamo deciso di andare a Borough Market. Mentre camminavo dentro e fuori i locali, per trovarne qualcuno non troppo affollato, riconoscevo i tavoli e i banconi visti in scene registrate da persone coinvolte nell’attentato avvenuto lo scorso 3 giugno e postate sui social media. Quella sera, mentre la polizia evacuava diverse stazioni della metro per verificare pacchi sospetti (nessuno risultato poi pericoloso), io sedevo a un tavolo di un pub a bere una birra. Si perché anche io, da brava londinese, mantengo la calma e vado avanti.

Ode ad Edimburgo

“Una casa non è una questione di mattoni, ma di amore. Anche uno scantinato può essere meraviglioso.” (Christian Bobin)

 

É passato piú di un mese dalla fine della mia esperienza a Edimburgo, e sento sia arrivato il momento di dedicare un po’ di inchiostro (si, lo so che è un computer, ma si fa per dire) ad una città meravigliosa che mi ha regalato tante emozioni e nuove esperienze, ed a delle persone che continuano ad accogliere migliaia di sconosciuti come se fossero membri di un unico grande clan.

Per tutto il periodo del mio stage mi sono annotata le piccole peculiarità che mi colpivano di più su un paese che non avevo avuto l’occasione di esplorare più di tanto, e sulla cui storia i nostri libri di testo si concentrano poco, preferendogli la più rinomata storia e cultura Britannica. I miei appunti passano da grandi differenze – partendo da quelle climatiche fino ad arrivare a quelle umane – a delle piccolezze che ho avuto l’occasione di scoprire quasi per caso, come delle foglie spostate dal vento e posatesi davanti a me in attesa di una nuova folata.

Prima di tutto la gente è più disponibile: sono atterrata a fine settembre, giusto all’inizio della stagione piovosa – perché in Regno Unito la pioggia smette, non si aggira come una cappa minacciosa come raccontano le leggende metropolitane – con due valigie enormi, uno zaino da campeggio ed un altra borsa solo per i documenti. Ovviamente l’appartamento affittato qualche giorno prima (di corsa, perché chi fa le cose per tempo è fondamentalmente una persona strana) era in una di quelle belle case tipicamente georgiane di mattoni, quelle che sfruttano tutta la superficie del palazzo ed includono degli appartamentini deliziosamente bui nel piano interrato raggiungibili solo con delle piccole scalette di pietra. Levigata dalla pioggia e scivolose.

Ora, io sono una di quelle persone che già ha problemi a camminare normalmente – non ho mai sviluppato una buona percezione dello spazio, il che risulta spesso in ematomi, lividazzi e tagli che compaiono a sorpresa sul mio corpo – e i miei genitori mi hanno gentilmente dotata di due caviglie prone al piegamento: cercare di portare giù tutta quella roba da sola avrebbe solo dimostrato a Theresa May che anche io sono una di quelle immigrate che viene solo per sfruttare il sistema sanitario nazionale anche se involontariamente.

Chi abita a Londra sa bene che in una situazione del genere la soluzione è solo una, ovvero bisogna iniziare a pregare tutte le divinità disponibili nei vari deck religiosi del mondo e rimboccarsi le maniche. A Londra la gente non ha tempo di fermarsi, perché il tempo è denaro e perché i bus vuoti nella rush hour passano una volta ogni morte di Papa. A Londra vige la legge che ognuno fa per se. Vi dicessero mai il contrario le opzioni sono due 1) Vi stanno mentendo; 2) Hanno trovato l’unica zona dove questa regola non vale – se così fosse, fatevi dare precise indicazioni che così mi trasferisco subito.

Ricapitolando. Ero da sola, con 48 chili di valigie da portare giù per almeno 10 gradini, la pioggia che mi scrosciava addosso senza alleviare la calura che mi portavo addosso grazie al maglioncino di lana (“Ascolta mamma, che in Scozia fa freddo: copriti che sennò ti viene la febbre”) ed in una strada laterale senza l’ombra di un umano attorno. Potevo piangere, oppure risolvere la situazione con un approccio da cartone animato, poggiando la valigia sul fronte e lasciandola elegantemente scivolare per le scale. La riduzione la fatica valeva la cattiva impressione che avrei fatto con i vicini.

Ma poi, in distanza, con il suo cappellino alla Bob Marley, una giacca gialla che neanche io, che adoro il giallo, avrei mai osato comprare ed un paio di orrende scarpe a punta marroni, compare lui. Lui che pare uscito da una Brixton anni ‘70 attraversa la strada e mi domanda, con un accento fortemente Scozzese – del tipo: Braveheart mettiti in coda come alle Poste che senza bollettino un accento così non te lo danno – se ho bisogno di aiuto.

Avrei voluto abbracciarlo tanto ero sorpresa dalla sua offerta. La settimana prima ero a Londra con la mia migliore amica, mani piene di borse della spesa (e shopping, ma questa è un’altra storia) ed una caviglia dolorante e non un cane che avesse almeno avuto la cortesia di scostarsi per farci scendere dal bus. Lui aveva attraversato la strada. Il mio stupore nel raccontarlo dovrebbe farvi capire quanto ormai sono poco abituata a questi improvvisi atti di cortesia.

Le cose sono andate solo migliorando nelle settimane seguenti.

Appena arrivata in Inghilterra nel 2012, la cosa che mi aveva colpita di più erano le code spontanee create dai passeggeri in attesa dei bus pubblici. A Torino una cosa del genere sarebbe stata impensabile. Il mio liceo si trovava nel centro città, vicino ad un altro liceo ed una scuola media: immancabilmente, anno dopo anno, gli orari di uscita si allineavano perfettamente, risultando in una perenne lotta all’ultimo sangue per riuscire ad infilarsi in un minuscolo anfratto dell’automezzo per arrivare ad un’ora decente per pranzo. Il fatto che io stessi a meno di quindici minuti a piedi dalla scuola è un piccolo dettaglio.

Avanti veloce di quattro anni e mi ritrovo in Scozia, che nonostante sia sempre parte del Regno Unito – per adesso? Per ancora qualche anno? Chissà – è completamente diversa sia a livello climatico che a livello umano.

Le code per i bus sono intelligenti, anche più che a Londra: la mattina si guardano gli orari dei bus appesi alla pensilina, si calcola quale dei veicoli arriverà prima e ci si regola di conseguenza. Gli astanti in attesa del primo si mettono sotto la tettoia della fermata, mentre gli altri aspettano in coda contro il muro, inserendosi sotto la tettoia solo quando il primo gruppo ha passato l’attento esame del conducente. E così man mano che arrivano i bus, senza scambiare mai una parola, seguendo un piano ben chiaro quasi geneticamente parte della persona.

Altro tratto tipicamente scozzese è la costante voglia di aprirsi agli sconosciuti. Mentre a Londra i primi mesi possono essere molto difficili per i nuovi arrivati, a meno che non si conosca già qualcuno o si entri da subito in contatto con la propria comunità di appartenenza, in Scozia mi sono sentita subito a casa. In primo luogo perché mi è stato dato il tempo di abituarmi alla nuova situazione professionale in cui mi trovavo, e anche grazie all’aiuto dei miei colleghi che da subito si sono offerti di farmi esplorare la città insieme a loro. Mi hanno da subito fatto sentire una di loro, ed ancora adesso condividiamo sui social media un rapporto di amicizia molto forte.

Per quanto io sia solitamente introversa, mi faceva piacere conversare con i commessi e le commesse dei negozi del centro, o scambiare qualche chiacchiera con i cassieri del mio supermercato locale. A Londra c’è sempre un sacco di gente da servire, e mi rendo conto che il medesimo approccio non sia possibile in una così grande città, però ho molto apprezzato il poter scambiare due parole con la gente nei negozi senza dovermi preoccupare della ressa di gente in coda dietro di me.

Come ha detto mia sorella quando è venuta a trovarmi la prima volta a Edimburgo, la Scozia è molto più europea rispetto al resto del paese – anche se la sua metrica di paragone si basa fondamentalmente sull’aggiunta del cucchiaino insieme al suo caffè invece degli stecchini inutili di Starbucks per girare lo zucchero.

La sensazione che mi ha dato era molto simile a quella che provo normalmente quando torno a Torino. Un’ondata di acqua fresca, che rinvigorisce e rafforza, accompagnata da una rilassante sensazione di calma che purtroppo a Londra bisogna imparare a ritagliarsi nella routine più frenetica della capitale.

Una sensazione di casa.

 

 

 

 

SE ‘STAY HUNGRY’ E TU LO SAI…

Questo è un post molto sofferto – dove vi racconto del lato più banale se volete dell’Italian emigrato. Il lato quasi di hangover, quello dove le cose non luccicano in toni marmo bianco-oro rosa, del ‘welcome to my beautiful life’, ma dove nemmeno sono disperate. Sono e basta. La vita normale tipo, quella che magari non rafforza la convinzione che la vita all’estero sia un susseguirsi di party con la Regina d’Inghilterra e start-up rivoluzionarie. Noi Italians non siamo sempre in corsa disperata per il prossimo grosso passo/progetto – proprio no, e lo scopro a spese mie. Bravo Steve (Jobs), grazie millissime, ci dai queste idee (‘Stay hungry, stay foolish!’) e poi te ne vai e io non posso prenderti a schiaffi.

La fame che ho nella testa non è molto sana: è fatta di processi e attese come antipasti, ma cerca e sogna risultati come se fossero la sola portata principale. Ed è forse, in tutta onestà, un lato che devo affrontare con una buona dose di senso critico. Si finisce per vivere all’estero come un avamposto di se’ stessi, con un bagaglio di amicizie e famiglia sempre più leggero come presenza fisica, che rimane sparso a incastro su altre latitudini e zone orarie. Ci vuole, e lo ammetto con orgoglio, una buona dose di testardaggine e determinazione per non restare troppo fermi in un posto.

Perché quando ci si ferma, si pensa. Nel mio caso, si pensa troppo. “E ora che sono qui dove volevo essere?” Non che abbia vissuto, fino ad ora, lo studio in Asia, in America, il lavorare in Europa (continente e non, per stabilirsi poi nell’isola del ‘non’) col fiato sospeso di chi deve ingozzarsi senza un domani, senza valutare e riflettere. Per carità, spesso negli ultimi anni è stato il contrario: un susseguirsi di riflessioni, riflessioni ponderate ma lampo perché spesso dettate da scadenze, opportunità che se non afferri al volo che fai, aspetti?

Io sarei capace di smettere di preoccuparmi soltanto se mi dessero una botta forte in testa. Chill. Ma che chill. Nella mia fretta di fare e ansia di arrivare, quei continui scatti da centometrista disperato, non mi sono quasi mai chiesta cosa sarebbe significato stabilizzarsi a un passo più mantenuto, da corsa lunga.

Diventa la vita di tutti i giorni, dettata da ritmi che non conoscevi ancora quando tutto era un susseguirsi di appelli e aerei da incastrare, bandi e graduatorie, piani studio e stage extracurriculari, serate di aperitivi e (finte) clausure in biblioteca. Anche se sei all’estero, diventi quell’imperturbabile individuo che sono stati, a loro tempo, i tuoi genitori, quando non ci si spiegava bene la loro assenza per sette, otto, nove ore al giorno dal lunedì al venerdì.

Ora che la carriera si avvia, il passo è cambiato, con orari da ufficio, carichi di lavoro in salita e impegni extra fissi e sobri di ogni settimana (la palestra, la birra con gli amici, i mestieri della domenica, le uscite per ‘fare due passi e sgranchirsi’). Nella mia isola di ogni giorno, mi sono ritrovata a non poter più organizzare ogni mossa da un mese per l’altro, a non dover fare magie per incastrare le mie famose ‘cose a caso’, ad avere sempre meno imprevisti, meno ignoto con cui misurarmi e meno domande di breve termine.

Io, ovviamente, dovendo problematizzare ogni cosa, vedo questa nuova fase con occhio sospetto. Fatico a cambiare quella parte frenetica che mi ha portato a Londra. E quindi, e quindi… Annaspo in cerca di sbocchi, oltre a tutta la dedizione che posso mettere nel mio lavoro: il volontariato, il book club, riprendere in mano lo studio di altre lingue, e se il dio Amazon mi sorride e non perde il mio pacco, pure il punto e croce. Il tutto per dire che ho scoperto una nuova virtù, che poco mi appartiene: la pazienza. Ma non la pazienza mordi-e-fuggi, dove poco manca a quello per cui si pazienta e in fondo si vede l’obiettivo, con quella mi sono sempre misurata. Piuttosto, la pazienza che non ha un vero volto, che si traduce nella laboriosità di ogni giorno, concedendo che questa a volte possa essere ripetitiva, nel trovare ispirazione, idee, capitale di tempo ed energie da spendere in progetti propri di ambizione e arricchimento.

La decisione di vivere all’estero si sta sedimentando con implicazioni che non erano visibili finora – in fondo è tutta questione di imparare e scoprirsi, o sbaglio? De-romanticizzando finalmente il mio status di Italian, in cui sono sicuramente molto meno glamour della studente-stagista cosmopolita di fino a un anno fa, mi rendo conto che sono qui per costruire, non per sbocconcellare. Sto navigando contro il mio cortocircuito dell’ ‘hungry and foolish ad oltranza’, e riscoprendo una Italian che quasi non conoscevo, ma con cui spero potrò convivere a lungo, sia in tempo di valigie sia in tempo di pace.

Ars Libri la gioia delle letture non-fiction

“Una stanza senza libri è come un corpo senz’anima”
(Marco Tullio Cicerone)

Io amo leggere. Da quando mia madre mi ha messo in mano uno di quei libricini per imparare a leggere all’età di cinque anni credo di non aver mai passato neanche un giorno senza leggere qualcosa.

Libri, giornali, blogs, ricette: qualunque cosa sia scritta bene – o male, perché in qualche modo si deve imparare a distinguere – io la leggo.

Prima di iniziare l’università ho attraversato, come molte altre teenagers come me, le più svariate fasi di amore per determinati generi letterari. Sono stata catapultata dall’ossessione per Harry Potter – non prendiamoci in giro: la fase Maghetto Inglese con gli Occhiali non passerà. Ma tipo mai. Ma neanche sotto maledizione crucio – a quella per Twilight. Sí, anche quella, perché abbiamo tutti avuto quattordici anni e anziché farmi le canne leggevo di gente che sbrilluccicava al sole.

Flash forward al primo anno della mia vita da universitaria e mi trovo ad affrontare categorizzazioni letterarie di cui non avevo mai sentito parlare: fiction e non-fiction.

Il termine non-fiction indica quei libri atti all’informare e sono basati su fatti, non immaginazione. Considerando la mia precedente esperienza, limitata alla lettura di Norberto Bobbio e Hannah Arendt durante le ore di filosofia, mi aspettavo tre anni di noia mortale.

Ho scoperto invece un grande amore.

Il primo anno di Giornalismo ho seguito cinque corsi, uno dei quali intitolato “Contextual Journalism”: ogni settimana dovevo presentarmi ad una lezione di un’ora in cui i professori ci spiegavano, passo per passo, la storia e l’evoluzione del giornalismo britannico ed internazionale.

Dopo la lezione era obbligatorio partecipare ad un “seminar”, ovvero un’altra ora di discussione monitorata da un professore in cui otto aspiranti giornalisti ascoltavano i risultati di ricerche approfondite fatte da altri due studenti sulla lezione della settimana precedente.

La cosa che più mi divertiva di queste lezioni – passato il primo periodo di panico vista la mia ignoranza sul normale svolgimento di simili sessioni – era la libertà che avevamo per approfondire l’argomento: c’erano delle liste di libri suggeriti, ma erano solo quelli. Suggeriti.

Potevo passare ore in biblioteca, scavando nei meandri più bui del web per scoprire delle particolarità sui grandi uomini e le grandi donne che hanno influenzato il giornalismo moderno. Fatti che nei libri prettamente scolastici vengono spesso omessi perché non pertinenti, o semplicemente inutili.

Per esempio: la prima giornalista Americana certificata, Ann Royall, ottenne un’intervista esclusiva con il Presidente John Quincy Adams perché era a conoscenza della sua passione per le nuotate mattutine nel fiume Potomac. La Royall si presentò un giorno sulla riva del fiume, prese gli abiti del presidente, e ci si sedette sopra finché non le concesse un’intervista.

Saperlo servirà mai a concludere una trattativa di pace? A sistemare l’economia? Probabilmente no, ma rimane una grande lezione di perseveranza e testardaggine da cui si può imparare a non mollare.

La maggior parte dei libri usati per le mie ricerche erano appunto lavori di non-fiction: fatti reali, tangibili, di cui si possono capire le ragioni e le conseguenze. E da buona giornalista – o forse da incurabile curiosa – io voglio sapere tutto, su tutto quello che mi circonda e su tutti quelli che fanno la storia.

Le facoltà britanniche, soprattutto quelle classificate come “humanities” – vedi: Arte, Antropologia, Giornalismo, Politica, etc. – si basano fondamentalmente sullo studio individuale e sulla ricerca autonoma. L’idea di base è questa: anziché costringere lo studente a seguire 32 milioni di ore in aula a seguire corsi o leggere pile di dispense per gli esami, in Inghilterra è lo studente a decidere come e cosa approfondire di una lezione.

Ovviamente, durante i corsi tradizionali, i professori toccano i punti piú importanti di un argomento e.g. Karl Marx e la dittatura del proletariato, ma ogni partecipante al seminar della settimana seguente porterà elementi diversi, arrichendo la conversazione e lasciando agli altri partecipanti nuovi punti di vista.

Questa libertà di scelta nell’istruzione, anziché essere caotica come ci si aspetterebbe, dà origine a dibattiti che possono cambiare la percezione di molti, o perlomeno spronare un individuo a pensare in modo alternativo al proprio. Cosí facendo si facilita la comprensione del prossimo e si inizia a capire, piano piano, i meccanismi che si nascondono dietro tutti i sistemi – politici, economici, sociali, etc. – che ci circondano.

Ed è per questo motivo che, nonostante io continui a riempire le mie povere librerie con libri di tutti i generi, i miei preferiti siano diventati quelli di non-fiction. Per continuare il dibattito che ho iniziato quando sono entrata all’università, e per completare la mia istruzione sugli altri e sul mondo.

Termino questo post con un ulteriore fatto storico interessante in cui sono inciampata preparando una lezione sull’evoluzione del ruolo dei corrispondenti di guerra.

Il conflitto piú lungo che sia mai esistito è durato ben 335 anni, ed è stato “combattuto” tra l’Olanda e le Isole Scilli senza neanche mai sparare un colpo: viene definita guerra nonostante la mancanza di battaglie, e la pace tra il paese europeo e l’arcipelago della Cornovaglia è stata dichiarata solo nel 1986.

La bellezza della differenza

“Il buon insegnante rende il cattivo studente buono ed il buon studente superiore.” (Marva Collins)

Ora, checché ne dicano i miei amici, andare via dall’Italia non è stato drammatico.

Certo, bisogna fare a meno di quei comfort a cui si è abituati fin dalla nascita – il pranzo e la cena pronti quando si rientra, le uscite serali con gli amici di una vita, il semplice contatto fisico con le persone a cui si vuole bene – ma lasciare tutto per ricominciare altrove è una sfida.

Una sfida contro le avversità, contro il resto del mondo, ma anche una sfida con sé stessi che si vuole vincere a tutti i costi.

L’università inglese, come menzionato nel mio post precedente, è molto diversa da quella italiana, non solo per una questione linguistica, ma anche di persone: mentre in Italia è raro trovare persone della mia generazione che non abbiano affrontato perlomeno un anno di studi universitari, in Inghilterra risulta invece molto facile.

Principalmente ritengo sia soprattutto una questione economica che spinge un gran numero di giovani diciassettenni britannici – che terminano il loro percorso scolastico un anno prima rispetto a noi dopo aver sostenuto i così detti A Levels – a non proseguire la loro carriera scolastica con corsi universitari.

L’esagerata tassa annuale da £9,000 è un limite che in molti stentano a superare nonostante l’esistenza di prestiti appositi creati da molte banche, e di innumerevoli borse di studio messe a disposizione dalle università stesse. In alcuni casi, molto semplicemente, non ne vale la pena.

Fino all’anno scolastico 2011/2012, le tasse universitarie inglesi – che sono fisse per tutti gli studenti ed il cui ammontare varia solo tra studenti Home/EU ed Internazionali – erano più “abbordabili”: solo £3,000 sia per corsi triennali che per i master. In seguito alle riforme promosse dal governo di coalizione Cameron-Clegg, le cifre sono aumentate a quelle di oggi (£15,000 per studenti provenienti al di fuori della EU) e sembrerebbe siano destinate soltanto a crescere nei prossimi anni.

Questi sostanziali cambiamenti potrebbero dunque portare ad una diminuzione di studenti universitari in favore di una crescita di iscritti presso istituti professionali.

Mentre in Italia molti corsi specialistici vengono denigrati per la loro apparente inferiorità rispetto agli insegnamenti dei licei e delle università, l’Inghilterra ha dimostrato una certa maturità offrendo ai propri giovani college ed istituti in cui gli studenti si possono specializzare in svariate professioni pronte ad arricchire il panorama lavorativo del paese.

Quando ho iniziato a fare amicizia con i miei compagni di corso quattro anni fa, sono rimasta piacevolmente stupita nello scoprire che gli studenti universitari inglesi in realtà non manifestano quella puzza sotto al naso che viene attribuita all’intera nazione nei film o nella letteratura, soprattutto quando si parla di loro coetanei che hanno deciso di affrontare percorsi lavorativi alternativi.

Prima delle francamente disgustose rimostranze xenofobe scaturite dai risultati della Brexit ho avuto l’occasione, e l’onore, di vedere giovani dalle più svariate origini sociali uniti dall’amore per la cultura e per l’apprendimento riunirsi per condividere le proprie esperienze in Inghilterra e all’estero. Sono stata testimone di amicizie che crescono e migliorano grazie alle diversità tra ragazzi, siano esse di nazionalità o lavorative.

Una cosa che noto con piacere è che adesso anche l’Italia si sta aprendo agli studenti stranieri che scelgono di far diventare il mio paese la loro scuola, e che gli studenti italiani – come i britannici fanno da molti anni – hanno colto l’occasione per arricchire non solo i loro giri di amicizie, ma anche l’apprezzamento per il diverso e le loro conoscenze in generale.

Mi piacerebbe poter vedere in futuro un ulteriore incremento di giovani studenti e lavoratori stranieri in Italia perché una delle cose che ho sempre amato di questo paese è la capacità di implementare insegnamenti che vengono da lontano per garantire la fiorente crescita del paese.

L’Inghilterra – oggi come in passato; per il futuro toccherà sperare in un change of heart del Primo Ministro Theresa May nei confronti degli stranieri – ha fatto dell’università una fiorente industria che annualmente produce e sprona migliaia di studenti a migliorare non solo loro stessi ma anche quella che è per molti la loro nazione di origine o di adozione. Spero in un’Italia che a sua volta sia in grado di ispirare i suoi giovani ad impiegare le loro capacità – qualunque esse siano – per renderla ancora più bella ed accogliente.

Perché nonostante io abbia scelto di andare via dall’Italia a 18 anni, per me rimane casa mia e un giorno ci tornerò. Ma prima ho ancora tante sfide davanti a me.

Chi ha paura della Brexit?

The Brexit lies” titola la copia del New Statement che mi trovo nella cassetta della posta all’ora di colazione. Una caricatura di Boris Johnson con un lungo naso da Pinocchio a illustrare la copertina, all’indomani della notizia che l’ex sindaco di Londra non correrà per la carica di Primo Ministro.

In quella che è probabilmente la settimana più turbolenta nella storia britannica degli ultimi decenni, l’incertezza regna sovrana e nessuno ha un piano per il post-Brexit. Nello sgomento (o nell’euforia, a seconda dei casi) generale, quelli che fino al giorno del voto erano sbandierati come dati inattaccabili hanno cominciato a sgretolarsi, a partire da Nigel Farage che ha subito ritrattato quanto dichiarato sui fondi da destinare all’NHS, mentre David Cameron lasciava la poltrona di primo ministro e la borsa crollava. Tra una notizia e una smentita, nessuno sembra volersi  prendere la responsabilità di gestire la patata bollente che è l’uscita dall’Unione Europea. “I don’t think we need to rush this process […] I think quite rightly the PM has paused on that which allows the dust to settle, allows people to go away on holiday, have some informal discussions about it, and then think about it come September/October time” ha detto Matthew Elliot, uno dei fautori della campagna Leave. Lasciamo che la gente vada in vacanza, poi ne riparliamo. La sensazione è che anche chi ha fortemente voluto l’uscita dall’Unione si stia chiedendo: “E ora?”.

Accanto alla preoccupazione generale per i risvolti economici della Brexit, quello che spaventa di più sono i suoi rivolti sociali. Il post-voto ha visto un’impennata negli hate crime, episodi di razzismo verso stranieri o verso cittadini britannici di colore. Dai graffiti sull’ingresso del centro culturale polacco, ai saluti nazisti, agli insulti sui mezzi pubblici al grido di Britain First, gli istinti più beceri della “pancia” della nazione si sono sentiti legittimati a uscire allo scoperto. I risultati di Scozia e Irlanda del Nord, inoltre, hanno acutizzato le separazioni interne di una nazione che di united in questo momento rischia di avere ben poco.

Se me l’aspettavo? Molto sinceramente no. A Lambeth, il distretto dove vivo, il 78.6 degli elettori ha votato Remain. A Westminster, dove lavoro, la percentuale è stata del 69%. Dai discorsi captati intorno a me non sembravano esserci dubbi su quello che sarebbe stato il risultato. Ma Londra, come il referendum ci ha ricordato in modo piuttosto brusco, ha poco a che fare con il resto del Regno Unito; è una bolla a sé stante, con dinamiche proprie. Le facce sorridenti di giovedì 23, gli adesivi “IN” portati con fierezza su tanti zaini e magliette, hanno lasciato il posto alla delusione generale, a un silenzio innaturale. Ricordo di aver guardato tranquilla gli exit poll poco prima di andare a letto: Leave indietro di 4 punti. Il mattino dopo un insolito numero di notifiche Whatsapp mi ha sbattuto in faccia la realtà dei fatti: “E adesso cosa succederà?”, “Io non ci credo…sono scioccata”. Nell’altra stanza, la mia coinquilina parlava al telefono in francese con un’amica, il tono triste e preoccupato di chi ha ricevuto una cattiva notizia. Il 24 giugno ci siamo svegliati in un posto molto diverso da quello che conoscevamo, o che almeno credevamo di conoscere. Davanti a noi molti punti di domanda, tra chi parla già di visti per i cittadini europei che vorranno lavorare in UK e chi invece ipotizza un secondo referendum. L’unica certezza è che ciò che succederà nei prossimi mesi sarà un banco di prova non solo per il Regno Unito, ma anche per tutto il resto dell’Unione Europea.