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E tu, che studente-robot sei?

Lo dico senza troppi giri di parole: le high school americane sono una gran figata. Perché sono mille anni luce avanti a quelle italiane, sia da un punto di vista organizzativo che tecnologico (soprattutto!). Ma anche perché non ci sono libri di testo o lavagne con il gesso: ogni classe ha lavagne interattive, computer e proiettori, è tutto automatizzato. Ed ogni studente possiede un proprio Ipad su cui poter far compiti e studiare.

Il sistema è veloce ed efficiente, i voti vengono registrati in tempo reale, non c’è spazio per ritardi o disorganizzazioni: la scuola superiore americana promuove l’eccellenza e la perfezione. Sì, esatto, perfezione. Cosa che ovviamente nessun essere umano è in grado di raggiungere, ed è proprio così che mi sento ogni volta che sono a scuola, a correr dietro a qualcosa che perennemente mi sfugge.

Anche lo sport e la musica giocano un ruolo di grande importanza: nella mia scuola ci sono impianti e attrezzature di ultima generazione, strutture all’aperto e al chiuso, insegnanti super preparati e tanti eventi sportivi di ogni genere. Ma ci sono anche concerti, bande musicali di tutti i tipi e per tutti i gusti.

C’è un però. Tutte queste cose, che in quanto “arte” dovrebbero essere libere, subiscono l’influenza del “sistema”. Ovviamente la scala sociale scolastica è un tremendo cliché che possiamo trovare in qualsiasi film americano: lo sportivo e la cheerleader sono i fighi della scuola, mentre gli intelligenti e gli artisti sono alla base della piramide sociale, tipo mangime per pesci. La cosa che mi colpisce di più è come effettivamente le personalità degli studenti rifletta la loro etichetta sociale, lo sportivo estroverso e l’artista silenzioso sono ormai la mia realtà da mesi.

I ragazzi per quanto ben educati non hanno alcun tipo di capacità comunicativa, di spazio personale e tanto meno di personalità; la loro vita è principalmente riempita di cose quantitative, di moltitudine. La sensazione che provo è quella che siano tutti roboticamente programmati ad interpretare un ruolo: c’è una parte da recitare, un copione da rispettare. Sono davvero finita in un brutto remake di High School Musical senza Zac Efron?

Questa è la più grande differenza che ho subito sentito rispetto alla mia realtà italiana, dove invece riesco a dar sfogo alla mia personalità e ad esprimere il mio essere, per quanto comunque anch’esso sia in qualche modo omologato ai nostri cari standard sociali. La presenza di milioni di regole e orari strettissimi da rispettare non aiuta di certo i teenager americani, che sono troppo sommersi anche solo per pensare spontaneamente e ad aprire gli occhi verso il mondo che li circonda.

Uno studente in USA funziona solo quando è parte di un gruppo sociale, ossia di una cerchia di persone totalmente uguale tra loro, sia per interessi che per carattere. Ma così, che fine fa quella famosa individualità che noi italiani apprezziamo tanto e disprezziamo contemporaneamente quando ci porta ad essere troppo egoisti?

Qui non c’è, è come se venisse del tutto risucchiata da un’istituzione schiacciante e opprimente che, a secondo la mia piccola esperienza, priva gli alunni di qualsiasi tipo di iniziativa personale e li catapulta a seguire qualcosa di già scritto e prefabbricato da altri. Risultato finale? Una grande sensazione di stress e sovraccarico emotivo che porta a reprimere se stessi e che, a lungo andare, non potrà che avere risultati devastanti.

Qui in America il mantra che sentiamo ripetere un po’ ovunque è l’imperativo “work grind”, che in italiano si traduce con il concetto del “lavorare sodo”, del vivere per lavorare senza pause. In quanto italiana, so che la nostra mentalità potrebbe addirittura essere considerata agli estremi opposti, motivo per cui mi sono trovata piuttosto spaesata in questa nuova dimensione. Niente pausa caffè, niente sigaretta a ricreazione, niente chiacchierate tra una lezione e l’altra; pian piano, ho anche io dovuto lasciar andare la mia amata leggerezza – o meglio, metterla momentaneamente da parte.

Ogni tanto però la mia anima italiana riemerge e, incapace di nasconderla, creo un mio piccolo spazio all’interno di questa routine militare, per gustarmi i sapori e gli odori della grandezza americana.

Welcome on board! Sofia Paniccia – blogger #theitalians

Nel team di The Italians, Sofia Paniccia è la più giovane dei blogger. Diciassettenne originaria della provincia marchigiana, la sua avventura inizia il 23 agosto scorso quando ha deciso di avventurarsi nel “Nice Minnesota”, e più precisamente a Rosemount.

Quello di Sofia sarà una sorta di manuale di sopravvivenza, il diario di viaggio di una – giovanissima – marchigiana in Minnesota, un viaggio a metà tra racconti personali e analisi delle differenze che un italiano affronta negli Stati Uniti, tra nuovi riferimenti culturali e anche nuovi sistemi educativi.

Con un piede nella neve del Minnesota e la mente al caldo tepore della sua cittadina della costa marchigiana, il 15 febbraio Sofia é divetata maggiorenne e può dire di aver raggiunto la maggior età in America, mito di ogni studente italiano e di ogni cinefilo cresciuto a pane e high school movie.

Intanto, passo dopo passo, condividerà con noi tutte le fasi del suo anno all’estero, dall’adattamento ai cambiamenti, ai piccoli schock culturali alle scoperte più piacevoli, e senza scordare mai la (tanto cara e necessaria) crescita personale.

Un manuale, o forse più un diario, chissà, noi speriamo possa essere non solo una testimonianza ma pure una bella ispirazione.

Sofia, welcome on board!

Intervista a Leonardo Quattrucci – il più giovane Policy Adviser dell’European Political Strategy Centre, in-house think tank della Commissione Europea

Quella di Leonardo Quattrucci non è la classica storia di un giovane italiano in fuga dall’Italia.

Si, ok, effettivamente la sua avventura parte proprio così, ma oggi – a soli 25 anni – è riuscito ad arrivare da Spoleto, un piccolo centro dell’Umbria, a Bruxelles, dove è attualmente consigliere politico del Direttore generale dello European Political Strategy Centre, think tank della Commissione europea che riporta al Presidente, ed è anche un Junior Fellow all’Aspen Institute Italia e un Global Shaper del World Economic Forum.

Leonardo è un’Italian sicuramente unico nel suo genere, tanto da esser stato nominato da Forbes Magazine nella classifica inaugurale dei 30 Under 30 europei in politica, e ricevere nel 2016 il Premio Italia Giovane nella categoria “Istituzioni”. Noi di The Italians non abbiamo resistito e l’abbiamo intervistato. E questo mese la nostra rubrica è dedicata proprio a Leonardo e al suo motto: “migliorarmi per migliorare”.

 

Ciao Leonardo! Iniziamo l’intervista parlando di premi e riconoscimenti: sei stato nominato da Forbes Magazine tra i trenta under30 “top young leaders” della politica europea e sei stato uno dei dieci italiani under35 dell’edizione 2016 del Premio Italia Giovane. Te lo saresti mai immaginato? Quali credi che siano le chiavi di questo successo?

I riconoscimenti che menzioni sono stati una sorpresa. Chiaramente, mi onorano e mi gratificano. Ma soprattutto mi responsabilizzano e spronano. Li interpreto come un segnale che il duro lavoro paga e soprattutto come un punto di partenza piuttosto che di arrivo. Infatti, ad essere onesto, trovo il concetto di successo un po’ obsoleto. Io preferisco concentrarmi sull’apprendimento: cosa posso imparare, con chi, dove, al servizio di cosa posso mettere le mie conoscenze e competenze? La mia disciplina e la mia motivazione sono “migliorarmi per migliorare”.

 

Sappiamo che sei arrivato nel 2014 a Bruxelles come tirocinante, ma spiegaci meglio: perché hai deciso di lasciare l’Italia? L’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani italiani a mollare tutto oppure quella di partire è più una spinta personale?

Ho lasciato l’Italia nel 2013 perché in un mondo globalizzato, per eccellere, vuoi imparare dai migliori e con i migliori. Nel mio caso specifico, questo significava studiare ad Oxford, nella scuola di governo che all’epoca era stata appena fondata. Volevo imparare a servire con il massimo dell’integrità e della competenza, secondo standard internazionali. Lì ero parte di un gruppo di 60 persone da 40 Paesi diversi, che venivano da cammini differenti – da ex ministri a gente come me. Esporsi a questa diversità ti arricchisce e completa – intellettualmente, personalmente e professionalmente.

Dopo Oxford e una parentesi londinese sono arrivato a Bruxelles, e ci sono rimasto perché ho ricevuto l’onore e il privilegio di mettermi al servizio dell’Unione europea – e quindi dell’Italia. Voglio chiarire una cosa: in un mondo globalizzato, siamo individualmente più forti quando ci uniamo collettivamente. Per cui non bisogna fraintendere: il meglio dell’italianità si può esprimere in Europa. I valori di apertura, solidarietà, protezione – e non protezionismo – sono il meglio di quanto possa offrire l’Italia in Europa e viceversa. Trovo che i dualismi facciano notizia, ma siano generalmente poco veritieri.

Poi se mi chiedi: c’è un problema di gerontocrazia in Italia? Mi sembra di sì, purtroppo. Ma discutere di “esterofilia” o di “fuga dei cervelli” non ha portato soluzioni, per lo meno da quando io ho cognizione di causa. La questione è: come facciamo ad equipaggiare ogni italiano con competenze ed opportunità e sostenere il merito? Come facciamo a costruire un sistema in cui i compiti e le responsabilità sono assegnati in base a competenze e integrità? Io senza borse di studio alla John Cabot non sarei andato, e il modo di finanziare i miei studi ad Oxford me lo sono dovuto inventare.

 

Andiamo più sul personale… Sei il più giovane consulente politico dell’European Political Strategy Centre, che supporta direttamente il Presidente della Commissione Europea, ma cosa significa di preciso? Di cosa ti occupi e quali sono le tue responsabilità? Oneri e onori, insomma!

Significa avere il privilegio di essere parte di una squadra interdisciplinare di eccellenze che ha il mandato – e la responsabilità – di innovare, anticipare e sostanziare proposte di policy. Io ho l’onore di assistere direttamente la Direttrice generale, il che mi ha dato mondo di spaziare tra tematiche di ogni tipo, come ad esempio dall’allora proposta (e oggi realtà) di un’Unione per la sicurezza all’economia digitale. L’onere è assicurarsi che ogni prodotto sia del massimo rigore, della massima qualità, puntualità e rilevanza strategica, dalle Note Strategiche – le nostre analisi di dominio pubblico – a eventi di alto livello.

 

Essere un giovane italiano, in un ambiente del genere, come viene visto? Quali sono le difficoltà e i pregiudizi che hai dovuto superare?

Guarda, io ho la fortuna – o il difetto – di non dare molta importanza alla nazionalità o all’età, ma di guardare a chi mi sta di fronte in quanto persona e professionista, quindi all’etica e alla professionalità. Non sono mai stato discriminato in quanto italiano – questo, nella mia esperienza, è più un nostro complesso che una realtà. D’altra parte, è vero che a volte la gioventù viene guardata con il sospetto di inesperienza, ma la risposta che ho trovato più efficace è sempre stata la performance, non le parole. E devo essere grato ai miei capi che mi hanno dato la possibilità di mettermi alla prova e ai miei colleghi per saper apprezzare i fatti.

 

Raccontaci da insider degli Stati generali degli italiani nelle istituzioni Ue: cosa sono? Come nasce questa idea e dove vuole arrivare?

Gli Stati Generali degli italiani nelle Istituzioni europee sono un esperimento eccezionale: nessun Paese, prima del 23 giugno scorso, aveva costruito una simile infrastruttura per la rappresentazione, l’ascolto e la mobilitazione dei propri connazionali a Bruxelles. L’idea nasce dalla Rappresentanza d’Italia presso l’Ue e dal Ministero degli Affari Esteri che, insieme, hanno dato inizio questo laboratorio di italianità nell’Unione europea. Ovviamente, il vero evento comincia ora: l’occasione di riunirsi deve corrispondere a azioni per rappresentarsi. Gli italiani sono un decimo dei funzionari nelle Istituzioni – tantissimi! Saremo un coro unisono e una collezione di solisti? Questo dipende dall’impegno e dalle richieste di ognuno di noi.

 

Partendo dalle tue esperienze politiche, ma con lo sguardo rivolto al futuro dell’Italia: quali credi siano i problemi maggiori da risolvere per i giovani, per fare in modo che non sentano la necessità di andare altrove per realizzarsi?

Per rispondere vorrei chiarire che io sono un funzionario pubblico: di esperienze politiche da cui partire al momento non ne ho e, quindi, non mi avvalgo di tali facoltà. Detto ciò, penso che prevenire gli italiani dall’andare altrove per realizzarsi sia un ragionamento sbagliato. Sarebbe come provare a vincere una gara facendo inciampare gli atleti concorrenti, invece di allenarsi ad essere più veloci. In più, oggi la competizione è globale. Se un italiano vuole confrontarsi con un cinese, un giapponese, un indiano, una americano, ben venga – bisogna competere a rialzo.

La vera domanda, per me, è: come rendiamo l’Italia una destinazione attraente per vivere, lavorare e investire? E non solo per gli italiani, ma a livello internazionale. Il punto di partenza, per me, è l’investimento in capitale umano e un nuovo patto tra generazioni: l’Italia ha il record di giovani disoccupati e non impiegati in istruzione o formazione (Neet), e questo è un rischio per la sostenibilità sia del futuro della prossima generazione sia della prosperità di quella presente. Per cui, investire nell’istruzione digitale e della prima infanzia, digitalizzare l’industria, semplificare le procedure per creare un’impresa, promuovere le eccellenze accademiche con borse di studio… I Paesi che oggi prosperano e innovano sembrano aver seguito questi passi.

 

Che consigli daresti ai tanti giovani che ti guardano come un esempio, e che vorrebbero riuscire – magari anche in altri ambiti, perché no – in quello che stai facendo tu?

Di dare consigli non mi sento all’altezza! Quello che ha funzionato per me, fino ad oggi, è – come dicevo prima – chiedersi “Che cosa posso imparare? E perché?” piuttosto che “Chi voglio diventare?” Le competenze valgono più delle carriere. E poi circondarsi di persone migliori di se, che siano anche oneste e pronte a dirci cosa possiamo fare meglio e dove abbiamo sbagliato. Di critiche costruttive non si può mai essere sazi, specialmente in un mondo passiamo troppo tempo sui social a congratularci a vicenda con persone che la pensano allo stesso modo.

 

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Cosa si può fare in concreto per aiutare l’Italia nella sua crescita, anche lavorando da fuori, come stai facendo te, sfruttando le competenze e il talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute?

Nel mio piccolo, cerco di impegnarmi nel “dare al domani” e nel costruire “imprenditorialità civica”. In pratica, questo significa concentrarsi nel sostenere i più giovani – parliamo dai 18-20enni in giù – sia nell’acquisizione di competenze che nell’individuazione delle loro possibili scelte. Con la Fondazione Homo Ex Machina, di cui ho il privilegio si sedere nel talent board, stiamo provando a creare quest’infrastruttura intergenerazionale, dove dei dirigenti offrono il loro tempo e le loro esperienze ai più giovani e in cambio ricevono idee, prospettive nuove. Troppo spesso sottovalutiamo quanto si possa imparare da una persona di 10 anni. Mi chiedo se dovremmo istituire un giorno della settimana in cui condividiamo un gesto di imprenditorialità civica o di solidarietà tra generazioni. Che dice?

 

 

Noi di The Italians non possiamo che essere d’accordo con Leonardo. Inseriti nel contesto sempre più veloce e dinamico di un mondo globalizzato in continuo cambiamento, i ragazzi devono saper diventare imprenditori di se stessi e “migliorarsi per migliorare”. Se ampliare il proprio bagaglio di esperienze e confrontarsi con le altre culture è giusto, lo è anche lavorare per il proprio Paese e far sì che diventi sempre più meta attrattiva all’estero ma soprattutto per i propri giovani.
Ormai è diventato un mantra: non bastano discorsi teorici, occorrono delle proposte concrete. E nell’attesa di festeggiare – speriamo presto! – il primo giorno di imprenditorialità intergenerazionale, non ci resta che incrociare le dita e sperare che la storia di Leonardo possa essere utile a tanti altri giovani italiani sparsi nel mondo.

Ogni partenza é un arrivo

Bisogna subito mettere in chiaro una cosa: la parola “partenza” non avrebbe senso se non ci fosse un luogo dal quale partire. E’ il fatto che si stia per abbandonare un posto che consideri così importante, a rendere la partenza difficile. Se non vi avessi vissuto intensamente, se non vi avessi creato dei legami e se non avessi avuto nulla da perdere, la separazione non sarebbe stata dolorosa.

Ma è questo, ripeto, che rende ogni partenza difficile.  

E allora fa male pensare a quello che lasci dietro e a tutte quelle cose che non potrai fare e che per tutta la tua vita sono state la “normalità”. Sai cosa perdi, e non sai cosa ti aspetta dall’altra parte.

Così è cominciata la mia avventura in Inghilterra quando a fine settembre 2016 sono partito per Coventry per frequentare l’University of Warwick. Sono arrivato qualche giorno prima che iniziasse l’anno accademico ed ho perciò speso delle notti in un hotel, per poi trasferirmi nel campus universitario. Ecco, quei giorni sono stati il mio limbo. No, non sto parlando di alcuna danza sudamericana; mi riferisco al vivere un periodo in cui tutto sembra cristallizzato, fermo, ma allo stesso tempo carico di novità che ancora non puoi conoscere. E’ come se il passato ti trattenga, mentre in lontananza vedi la luce di quello che verrà. E sei fermo lì nel mezzo, immobile. Sapevo cosa avevo perso, ma non cosa mi aspettava dall’altra parte.

Se vi state chiedendo come abbia superato questo stallo frustrante, rispondo che ho semplicemente aspettato. Aspettato, e sofferto un po’. Credo che la gente non si aspetti di leggere queste cose nel blog di un ventenne, ed è proprio questo il problema: ad oggi, “l’attesa” e “la sofferenza” sono due taboo. Si cerca di evitare di soffrire e di aspettare, a tutti i costi, come se l’unico scopo nella vita sia avere tutto e subito, sempre col sorriso in faccia. Nella vita reale, però, non è così; per fortuna aggiungerei, visto che il mio limbo di attesa ha reso ancora più luminoso quello che avrei trovato dopo. Il vuoto che si è creato, ha lasciato ancora più spazio a tutto ciò che sarebbe accaduto di lì a poco. Ma abbiamo paura del vuoto, forse perché è l’unico momento in cui siamo veramente da soli con noi stessi, e allora ci riempiamo di cose senza significato, peggiorando ulteriormente la situazione.

A Warwick, sicuramente, di significato ne ho trovato, e anche molto. Ce n’era un po’ in chi ho conosciuto i primi giorni e non ho più rivisto, in chi mi ha deluso e in chi mi ha voluto bene, in chi mi ha guardato con curiosità e in chi ha suscitato la mia di curiosità, in chi mi ha fatto star male e in chi ho fatto soffrire, in chi ha creduto in me, in chi se n’è andato e in chi prima o poi tornerà. E la lista continua, ed è lunghissima. Sarebbe fantastico elencare quello che mi ha reso ciò che sono diventato, ma anche se provassi a nominare dalla prima all’ultima tutte queste esperienze, ne mancherebbe sempre qualcuna visto che magari alcune me le scorderei, altre mi farebbe troppo male nominarle o semplicemente, ad altre ancora non darei l’importanza che si meriterebbero.

E dopo un anno, mentre lascio l’università, mi rendo conto che quello che ho vi costruito ha reso difficile, per la seconda volta, la partenza. Va bene così, mi dico, perché significa che qui a Warwick ho creato una nuova “normalità”. Significa che vi ho vissuto intensamente e vi ho creato dei legami. Significa che non ho alcun rimpianto. Il segreto è rendere ogni partenza, un arrivo.

 

 

 

 

Welcome on board! Nicola Blasetti – blogger #theitalians

Classe 1997 – avete sentito bene, millenovecentonovantasette – e un milione di interessi. Chi ha detto che i millennials sono pigri non é mai stato tanto in errore come in questo caso. Perché oggi vi presentiamo Nicola Blasetti, nuovo giovanissimo membro del team editoriale firmato The Italians!

Ma chi é Nicola?

Nasce a Macerata nel 1997 e passa la propria infanzia riempiendo di domande il padre  – biologo – e giocando con gli animali nella fattoria del nonno, imparando così ad amare la natura in tutta la sua fragilità e bellezza. Frequenta il Liceo Scientifico G. Galilei di Macerata, dove nel 2016 si diploma con il massimo dei voti. Nell’ottobre 2016 parte per Coventry, Inghilterra, dove frequenta la University of Warwick, iniziando una doppia laurea in Politics and International Studies & Global Sustainable Development. La sua passione per la politica e lo sviluppo sostenibile lo hanno portato lontano dalla propria patria, ma il suo cuore rimane là dov’è cresciuto e dove spera di avere un impatto positivo, un giorno non troppo lontano.

Membro attivo nella comunità universitaria, tra societies e organizzazione di eventi legati alla sostenibilità, non si pone mai nessun limite: canta in una band, suona la chitarra e dà lezioni di cucina -esatto, avete sentito bene, ancora, lezioni-di-cucina.

Seppur sia ancora uno studente, è pronto a imparare il più possibile e ad esplorare i vari settori della sostenibilità.

Ed é proprio di questo tema (e non solo…) che Nicola ci parlerà nella sua sezione nel blog di The Italians, “Chiedimi se sono sostenibile“, presto in uscita con i primi post da Coventry.

E cos’altro aggiungere se non… Nicola, Welcome on board!