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Preservare la memoria attraverso la conoscenza della storia

Profumo di incenso e aroma di caffè al mio arrivo ad Addis Abeba, la capitale dell’Etiopia, considerata la culla dell’umanità e la capitale politica dell’Africa.

Culla dell’Umanità per la scoperta di Lucy, centinaia di fossili ossee che rappresentano il 40 per cento dello scheletro di una femmina della specie hominin Australopithecus afarensis, scoperta nel 1974 da Donald  Johanson, durante l’ascolto della canzone dei Beatles Lucy in the Sky with Diamonds (il nome Lucy proviene dalla canzone).

Capitale Politica dell’Africa per la sede dell’Unione Africana (African Union), un’unione continentale consistente di 55 paesi del continente Africano. L’Unione Africana fu stabilita il 26 maggio 2001 ad Addis Abeba, e lanciata il 9 luglio 2002 in Sud Africa, cambiando il nome, da Organizzazione dell’Unione dell’Africa, a Unione Africana. Qui tutte le più importanti decisioni dell’Unione Africana vengono prese dall’Assemblea dell’Unione Africana. In più, il segretariato dell’Unione Africana – la Commissione dell’Unione Africana, si trova ad Addis Abeba.

Addis Abeba significa, in lingua aramaica, parlata come lingua ufficiale in Etiopia, il Nuovo Fiore, e rappresenta le margherite gialle tipiche di ottobre, che fioriscono poco prima delle celebrazioni della Meskel. La Meskel è una delle molteplici festività religiose annuali nelle chiese ortodosse etiopi che ricorda la scoperta della vera croce (Meskel in amarico significa Croce) dall’imperatrice romana Elena nel IV secolo. La festa viene celebrata il 27 settembre, secondo il calendario giuliano (differente dal nostro calendario gregoriano – secondo il calendario giuliano, siamo nell’anno 2010, quindi 7 anni indietro rispetto al nostro calendario gregoriano).

Quello che stupisce nella grande città africana è l’intreccio armonioso tra la vita religiosa ortodossa molto pronunciata e che permea e scandisce la vita Etiope, con celebrazioni religiose e festività durante tutto l’anno e la conservazione dei rituali del caffè e dei pasti in condivisione attorno ad un tavolo, insieme con l’orgoglio moderno di un Paese Africano mai colonizzato, ma solamente occupato per due brevi periodi di tempo dagli Italiani, nel 1896, con la sconfitta ad Adwa, e durante l’epoca fascista di Mussolini (1935-1936), con proteste dell’imperatore Etiope e mobilizzazioni nazionali e internazionali con i Britannici, che appoggiarono l’Etiopia per la sua libertà.

Lingua che sembra nascondere i misteri dell’umanità e l’evoluzione nel tempo dell’uomo, l’aramaico è una lingua intrigante, parlata principalmente in Etiopia. La popolazione è considerata una delle più affascinanti del continente, con donne e uomini le cui caratteristiche fisionomiche spiccano in Africa. Uomini con barba e folti capelli, donne i cui occhi ed espressioni parlano e sembrano pieni di profondità.

Grazie a questo viaggio affermo una volta in più l’importanza della conoscenza della storia per preservare la memoria collettiva e patrimonio culturale come preziosa fonte di conoscenza in quanto la storia riflette la diversità culturale, sociale e linguistica delle nostre comunità. Grazie alla diversità, riusciamo a crescere e a comprendere il mondo che condividiamo. Conservare il patrimonio e garantire che rimanga accessibile al pubblico e alle generazioni future è un obiettivo vitale per tutte le istituzioni di memoria e per il pubblico in generale.

Per questo, quando passate per l’Etiopia, vi consiglio di visitare:

Il museo di Addis Abeba, con la storia della città

Il Museo Nazionale dell’Etiopia, dove potrete scoprire la storia e l’evoluzione dell’umanità attraverso reperti archeologici e Lucy!

L’Università di Addis Abeba, che ospita l’Istituto degli Studi Etiopi

Cattedrale della santa Trinità , per scoprire le pratiche e tradizioni della chiesa ortodossa.

Il centro Culturale Oromo, con una collezione di oggetti e dipinti etnografici etiopi, qui un video

 

 

Il problema delle fonti ritardatarie

“La pazienza è amara, ma il suo frutto è dolce” Jean-Jacques Rousseau

Trovare fonti autorevoli è una cosa difficile. Trovare fonti autorevoli ti rispondano prima della scadenza è praticamente impossibile.

La prima settimana da reporter del giornale dell’università è stato un susseguirsi di telefonate snervanti e continui messaggi su ogni piattaforma social disponibile: avessi avuto Snapchat all’epoca non mi sarei fatta particolari problemi pur di ottenere una semplicissima citazione da usare in un articolo.

Settembre 2014. Londra soleggiata, il che è già di per sé è un miracolo, ed un caldo post-estivo amplificato dalla presenza di 20 baldi giovani in una stanza mal condizionata piena di computer e stampanti in funzione. L’anno del referendum della Scozia – e che se lo sarebbe immaginata di finirci meno di due anni dopo – dei mesi di grande tensione tra Israele e Palestina – che poi quelli ci sono anche se le news non ne parlano, ma nel 2014 hanno fatto davvero paura – e dell’epidemia di Ebola che continuava a mietere vittime sul continente Africano.

Soprattutto era l’ultimo anno di triennale, quello che valeva la candela: i primi due anni erano stati un allenamento, un continuo stato di tensione e nervi che avevano portato a questa minuscola redazione dove, per sei mesi, dovevi sbatterti per costruirti un curriculum decente per un buon inizio carriera.

C’erano come minimo altri quaranta aspiranti giornalisti suddivisi tra due stanze con cui dovevi competere per ottenere almeno un anelato spazietto nel giornale che dovete aiutare a lanciare – perché quello vecchio, che era andato bene per gli ultimi otto anni, improvvisamente non piaceva più ai tutor quindi bisogna inventarsene uno nuovo – o sul sito online. Non c’era tempo per gli errori: tutto doveva essere perfetto ed il ciclo di notizie costante.

Ovviamente io, con quel fare un po’ smargiasso da Sabauda, ero partita con l’idea di fare un bell’articolo su come l’epidemia di Ebola stesse toccando le centinaia di studenti che stavano ritornando a Londra dalle vacanze estive.

In linea generale pareva una bella idea: la notizia dopotutto era corrente, c’era voglia di sapere cosa stesse succedendo ma senza dover leggere per l’ennesima volta un articolo ricco di roba trita e ritrita su come la malattia potesse diffondersi e gli effetti che poteva avere sulla gente.

L’aeroporto di Gatwick, in seguito ad un incremento di casi, aveva aumentato i controlli dai paesi di colpiti; il governo aveva emesso linee guida su come comportarsi su suolo britannico; la gente su Twitter si lamentava dei ritardi e delle code.

C’erano  tutti gli ingredienti per una storia perfetta.

Ma poi eccole, che si avvicinano come i Cavalieri dell’Apocalisse affamati di sangue e frustrazione: le fonti che decidono di non risponderti. Perché fondamentalmente io mica li contattavo per lavorare. Non sapendo cosa fare chiamavo il ministero dei Trasporti e quattro aeroporti diversi per divertirmi, eccerto.

12 ore, otto messaggi Facebook, nove messaggi diretti su Twitter e millemila telefonate dopo, la notizia non era più importante. I professori avevano deciso che il cambiamento in fondo sarebbe stato più stilistico che editoriale, quindi ci saremmo dovuti concentrare sulle notizie locali.

Ora, non dico che tra gli articoli scritti nelle prime 48 ore di vita della nostra rivista ci fosse un futuro premio Pulitzer, però è stato estremamente fastidioso dover abbandonare un progetto perché qualcun altro aveva deciso di cambiare le regole. Adesso mi rendo conto che è stata una fortuita lezione di vita.

Quei sei mesi di apprendistato, segnati da giornate di nulla totale seguite da ore di pressione soffocante, hanno fortificato la mia pazienza fino ad arrivare ad un livello disumano e mi hanno insegnato che alle volte bisogna aspettare. Aspettare per la storia giusta, le parole più adatte* per meglio trasmettere quello che veramente si è capito e si vuole passare ad altri. Mi hanno insegnato che non sempre la prima idea è quella giusta e che l’ispirazione prima o poi arriva per tutti.

La mia prima vera storia non vedrà mai le carta stampata, ma me la ricorderò sempre come una pietra miliare della mia carriera. Ne sono seguite molte – sui più svariati temi, partendo dalle recensioni fino ad arrivare ad un accoltellamento – e spero ne seguiranno altre.

* Questo non è assolutamente un tentativo di rientrare nelle grazie delle due editors di The Italians che purtroppo sono costrette ad aspettare a loro volta che l’ispirazione colga i loro bloggers. Assolutamente no, vi pare?

Ma all’estero un Italian invecchia o matura?

Il quarto di secolo! Cinquepercinqueventicinque! Il mio numero preferito dopo il 21, e anche a voi affetti da sinestesia, non sembra un numero colorato di giallo? Manca poco meno di una settimana e ufficialmente sarò lì, a dover ricordare un nuovo numero alla domanda ‘How old are you?’.

Ma ma ma… un attimo di prospettiva, per una piccola Italian trapiantata Oltremanica. C’è una differenza tra avere 25 anni in Italia e averne 25 all’estero, e sta molto in cosa è più o meno normale per il tuo coetaneo, in cosa ci si aspetta dal suo percorso studi e carriera – e quindi, di conseguenza, di cosa ci si aspetta dal tuo. Chiariamoci, se il tema vi fa roteare gli occhi causando cecità e dunque impedendovi di proseguire la lettura, potete congedarvi già qui e augurarmi un buon compleanno. Se vi causa nausea e ansia e tristezza fino a dovermi abbandonare qui, sappiate che lo capisco.

Nella classifica di cose ‘lamentarsi come mestiere’ ci sono sicuramente i compleanni, intesi come somma delle candeline sulla glassa. Improvvisamente non è più una scusa per mangiare una torta e compilare una lista regali, ma diventa una specie di ricorrenza auto-celebrativa/auto-commiserativa  in cui si paragona la propria immaginaria lista dei ‘DA FARE/FATTO’ con quella di chi ci circonda o di chi ci precede negli anni.

I 25enni inglesi – siamo onesti, parlo di quelli di più o meno simile pari estrazione sociale (mamma mia che brutto termine, giuro che lo intendo all’inglese, non gridate ‘classista!’, ‘borghese!’), più o meno simile grado di istruzione etc etc – sono spesso più vecchi di me. Motivi?

Non è un mistero che gli anni di studio in UK sono minori rispetto all’Italia. Paragoniamo (again, escludo chi si ferma alla scuola dell’obbligo):

  • 4 anni di superiori (vs. i 5 di liceo o simili)
  • 3 anni di ‘Triennale’ (99% dei Bachelor’s, che si finiscono in tre anni tre per motivi che includono: quasi impossibilità di rifiutare voti degli esami, si prende quel che si prende, nessuna tesi protratta a discussioni fuoricorso etc etc)

Tirando le somme, lo studente UK si laurea nell’estate/autunno dei suoi 20-21 anni, a volte con in mano già un contratto ottenuto in primavera durante la caccia di job fair  in job fair, o domande a graduate scheme (ambitissimi contratti tendenzialmente a tempo indeterminato riservati a laureandi e neolaureati) in settori sia pubblici sia privati. La Magistrale, il Master’s Degree che occupa uno, in rari casi, due anni, non è necessaria per trovare lavoro, e spesso viene posticipata come specializzazione dopo qualche anno di carriera, per approfondire una tematica specifica.

Quindi, a 25 anni, nella più rosea delle ipotesi, i miei coetanei hanno due, tre, quattro anni di esperienza nel mondo del lavoro. Non è questa la sede per filosofeggiare di cosa sia meglio, dei ‘eh ma loro sono più generalisti dei nostri laureatiiiih!!11!!’. Vi racconto soltanto di come i miei coetanei, quelli più fortunati, parlano di chiedere mutui e comprare la prima casa; di come alcuni si sentono pronti per un anno sabbatico con i soldi risparmiati in questi anni per viaggiare o andare a fare volontariato su altri continenti; di come si paragonino, nelle pause caffè in ufficio, i migliori fondi investimenti/fondi pensione, e ‘scusa hai sentito che Daniel si sposa tra 5 mesi???’. I 25 anni sono il loro momento di riflessione, misurarsi il polso e dire, ok, tutto sotto controllo – la crisi del quarto di secolo (che cercata su Google in Italiano elenca risultati che includono, ansia da prestazione, senso di soffocamento, smarrimento, sfiducia e altre allegrie).

Esempio di meme/post Anglofono che intasa feed su Instagram/Facebook/Pinterest/Limortacci:
onaging

Anche se magari si lamentano di questa ‘fretta’ intrinseca, sono coetanei che corrono, e sono sicura che ogni Italians in UK ne conosce una manciata o due. E sa anche che sono parametri di misura generalmente molto diversi dal coetaneo in Italia. Con chi possiamo identificarci? Quanto è giusto usare coetanei stranieri nel nostro nuovo Paese di ‘adozione’ come metro di paragone? E quanto è giusto invece guardare all’Italia? Ognuno fabbro della propria fortuna, certo, ma vivendo non in uno ma ben in due tessuti sociali diversi, a volte la prospettiva del proprio percorso e delle proprie conquiste si perde un attimo. Risparmiatemi i mini-violini della tristezza e apriamo un discorso sulla competitività demografica (e anagrafica), visto che la materia è ormai sulla bocca di tutti (menzione speciale per la freschissima campagna a favore delle nascite che ha raggiunto nella sua idiozia anche questi lidi, e vi giuro che questa bozza era nata prima!).

Per ogni richiamo ad affrettarsi a essere creativi tra le lenzuola e non aspettare la cicogna, a prendere quella dannata laurea senza troppo tempo fuoricorso che mamma e papà non possono sostenerti per sempre, vorrei si parlasse di cambiamenti strutturali all’istruzione a ogni grado e all’inserimento e gestione dei giovani nel mondo del lavoro. Cosa ci impedisce di discutere in modo costruttivo di idee e proposte come: accorciare le secondarie di primo e/o secondo grado; rendere competitive le lauree non-scientifiche (quelle che fanno tanto ridere i progressisti tutti ingegneriamedicinafisicaescienze) con moduli di business/IT; abolire il concetto di tesi riscritta fino allo sfinimento del relatore o del candidato; creare schemi di assunzione o inserimento a quote per tutti i gruppi disciplinari. Rimane fanta-economia (‘con i soldi di chiii?’), rimane fanta-politica (‘ma chi le voterebbe ste coseeee?’): rimane il Paese che sorride ai miei 25 anni, sospira romanticamente alla mia impazienza di carriera (ma si irrita del mio disinteresse al ‘Prestigio della Maternità’, e si chiede perché’ io non senta “[… ] un senso di incompiuto”, e mi avverte che seguendo “[…] la strada della “mammamogliemanager” la conseguenza sarà – comunque – un senso di perdita o di inadeguatezza.”).

Allora non mi rimane che scegliere di celebrare i miei 25 anni con meno crisi possibili – cercando di allontanare dalla testa e dai progetti a medio termine sia la fretta di Londra sia le misure italiane – e scegliere di invecchiare e maturare poco per volta, scegliendo i paragoni come vitamine a piccolissime dosi, a giorni alterni e mai più di una volta al giorno.

Intervista a Camilla Capasso, giornalista freelance e Publications Officer per Forest Peoples Programme

L’inizio di settembre è un momento quasi magico, in cui vengono lasciati indietro tutti i ricordi estivi e si impiegano tempo e mente per nuove promesse e nuovi progetti. Settembre è quel momento in cui decidiamo che, finalmente, “da adesso in poi si ricomincia con una nuova marcia!”.
Ma in questi giorni di transito, non preoccupatevi, una costante c’è: The Italians continua con le interviste mensili e oggi vogliamo farvi conoscere l’Italians del mese, la 24enne Camilla Capasso.

Camilla, nata e cresciuta in un piccolo paesino della Brianza, inizia il suo viaggio a 19 anni: dopo aver conseguito la maturità, una laurea in giornalismo alla University of Westminster di Londra e un master in antropologia alla London School of Economics, a febbraio di quest’anno è approdata ad Oxford dove lavora per l’ong “Forest Peoples Programme” come responsabile delle pubblicazioni.

Scopriamo insieme la storia di Camilla, una ragazza che per volontariato ha girato Londra, Edimburgo, Marburg, Francia e Venezia. Ma anche, e soprattutto, una ragazza che ama la scherma, le montagne e che compra (decisamente!) troppi cappelli.

Ciao Camilla! Raccontaci la tua esperienza da Italians: da dove comincia tutto? Quali sono le scelte che ti hanno portata dalla Brianza fino ad Oxford?

Sono nata e cresciuta in un paesino della Brianza, un posto bellissimo a ridosso delle pre-alpi che però, come molti piccoli paesi, fa fatica a stare al passo con i tempi. Durante l’ultimo anno di liceo ho fatto domanda alla University of Westminster di Londra per studiare Giornalismo; è stata una scelta difficile ma in qualche modo naturale. La mia famiglia, da sempre, mi ha insegnato ad essere curiosa ed indipendente, ad aprirmi al mondo e a fare il maggior numero di domande possibile. La mia decisione di partire è stata dettata da una naturale inclinazione più che da un piano ben preciso, ma non per questo ero meno terrorizzata!
Non ci è voluto molto, però, per far si che la curiosità vincesse sulla paura e ora, guardandomi indietro, so che quest’esperienza mi ha cambiato la vita. Dopo la laurea ho fatto domanda per un master in Antropologia alla London School of Economics e a febbraio di quest’anno, finiti gli studi, mi sono trasferita a Oxford per lavorare in una ONG. I miei interessi sono cambiati molto negli anni, ma il mio progetto a lungo termine continua ad essere quello di interrogarmi il più possibile per cercare di capire – anche solo un po’ – come funziona il mondo e come si può migliorarlo.

Parliamo ora dei tuoi studi: qual è il fil rouge che lega il giornalismo all’antropologia sociale, che sono state – e sono tutt’ora – le tue materie di studio e lavoro? Avendo studiato sia in Italia che in UK, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi due paesi? Ma soprattutto, se potessi, cosa cambieresti in Italia?

Il giornalismo di oggi, salvo eccezioni, manca di analisi. Siamo bombardati da notizie flash che non vengono inserite in un contesto, a cui non viene davvero dato un significato. L’antropologia è una forma mentis, abbatte tutti i preconcetti e scava per cercare le ragioni alla base del comportamento umano tenendo in considerazione l’ambiente culturale e sociale nel quale si sviluppa. Il giornalista di oggi, a mio parere, non dovrebbe solo descrivere gli eventi meccanicamente, ma anche provare a capirli ed analizzarli da punti di vista diversi, anche se lontani dal suo.
Il sistema scolastico italiano è migliore di quanto pensiamo e abbiamo un bagaglio culturale di gran lunga superiore – e molto più ampio – di quello dei loro coetanei inglesi. Quello che manca è la possibilità di mettere in pratica le conoscenze acquisite. Le università in Inghilterra spingono molto gli studenti verso progetti pratici, li aiutano a capire come sviluppare i propri interessi e come riconoscere ed affrontare i propri punti deboli per trasformarli in punti di forza. Alle università italiane non manca solo un collegamento col mondo del lavoro, ma anche un interesse genuino per gli studenti e per il potenziale infinito che essi rappresentano.

Sappiamo inoltre del tuo grande sogno dell’America Latina, per la quale sei anche corrispondente in diversi giornali. Da dove nasce questa passione? Sei mai stata in quei posti? Qual è il contributo che pensi di poter apportare?

Ho cominciato ad interessarmi all’America Latina durante il secondo anno di un’università, principalmente perché trovavo che i media non ne parlassero abbastanza. E’ un continente che è stato colonizzato per secoli a causa delle sue risorse naturali e che continua tutt’oggi a soffrire le conseguenze del consumismo occidentale. Il minimo che possiamo fare è parlarne, dare una voce alle popolazioni indigene le cui terre vengono strappate per far posto a coltivazioni intensive, ai sindacalisti che vengono uccisi perché osano chiedere una paga giusta e condizioni di lavoro umane, ai giornalisti che ‘spariscono’ perché provano a denunciare, agli attivisti ambientali che vengono uccisi perché vogliono proteggere il proprio territorio. Il mio lavoro mi porterà a conoscere più da vicino alcune di queste situazioni e spero di riuscire, nel mio piccolo, a far parlare di più di questa regione del mondo.

Passando dagli studi al lavoro: cosa ti spinge a lavorare per una ONG come “Forest Peoples Programme”? Qual è la vostra missione, e più in particolare il tuo ruolo? E quali sono le difficoltà, sia fisiche che etiche, che ogni giorno siete costretti ad affrontare?

Forest Peoples Programme si occupa di dare supporto a popolazioni che vivono e traggono sostentamento dalle foreste e le cui terre vengono disboscate per far posto ad attività estrattive, mono-culture intensive e produzione di legname. Il nostro compito non è quello di intervenire in prima persona, ma di costruire uno spazio politico dove queste popolazioni possano chiedere il rispetto dei propri diritti, controllo sulle proprie terre e libertà di scegliere del proprio futuro.
L’organizzazione produce report, saggi accademici, articoli e libri sull’argomento. Io mi occupo del processo editoriale che ne sta dietro, della pubblicazione e diffusione. Una delle cose più difficili da fare è proprio quella di resistere alla tentazione di prendere la parola al posto dei diretti interessati e ricordarsi che esistiamo come organizzazione solo per dare appoggio e supporto e non per imporre le nostre idee. L’autodeterminazione delle popolazioni con le quali lavoriamo è fondamentale.

Dal tuo profilo LinkedIn emerge anche un altro tratto della tua personalità: quello legato all’ambito del volontariato. Sei stata volontaria a Londra, Edimburgo, Marburg, Francia e Venezia: che cosa facevi e quali sono le differenze che hai potuto notare in questi diversi posti?

Le attività di volontariato sono state il mio primo, vero contatto con l’estero. Mi hanno dato la possibilità di incontrare gente meravigliosa che veniva da paesi diversi, che avesse voglia di fare e che fosse abbastanza idealista da pensare di poter cambiare il mondo. Per la maggior parte ci occupavamo di conservazione ambientale, ma penso che la vera bellezza di fare volontariato stia nel comprendere che lavorare insieme a dispetto della provenienza, della religione e della lingua non sia solo possibile, ma anche estremamente divertente e gratificante!

Perché – a tuo parere – oggi sempre più giovani preferiscono partire dall’Italia e portare altrove le proprie competenze? È un problema della mancata meritocrazia o c’è anche altro che bolle in pentola? Partendo dalla tua esperienza, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

Non sarò di certo la prima a dirlo, ma l’Italia è un Paese appesantito da decenni di mala politica, burocrazia ed illegalità dettata da interessi personali. E’ sfiancante, per chi ha idee e progetti, cercare di metterli in atto perché ci si scontra sempre con una mentalità restia al cambiamento. La mancanza di meritocrazia è solo uno dei sintomi. Sono problemi che purtroppo richiedono molto tempo per essere sistemati e che, a mio parere, si nutrono di due componenti: la convinzione che il cambiamento distrugga le tradizioni e la mancanza di un impegno collettivo dettato dall’egoismo di chi pensa solo a se stesso e ai propri interessi e non al bene del Paese. In quest’ultimo caso è molto semplice pensare alla classe politica, dimenticandoci il famoso tormentone popolare del “tanto fanno tutti così”.

Una domanda più personale – lasciare l’Italia, partire e andare lontano, conoscere popolazioni, culture estranee: te ne sei mai pentita? Cosa ti spinge ogni giorno ad affrontare le tue paure e ad alzare sempre di più l’asticella?

Non mi pento mai di essere partita, ma penso spesso a come sarebbe andata se fossi rimasta in Italia. La risposta è che non lo so. Quello che so è che in Inghilterra, sia durante l’università che nel mondo del lavoro, ho sempre avuto la libertà di proporre le mie idee e l’appoggio per trasformarle in progetti reali. La creatività viene premiata se si ha il coraggio di mettersi in gioco. Inoltre, la mia paura più grande è sempre stata quella di annoiarmi. Viaggiare, vedere posti diversi e mettersi in gioco sono dettati da una curiosità che ho sempre avuto e che spero non mi abbandonerà mai. Il lavoro per me non è un fine, ma un mezzo per tenere la mente aperta e attiva, per continuare ad interrogarsi e per non dare mai niente per scontato.

Da italiana residente in Gran Bretagna, uno dei temi più discussi è stato sicuramente il Brexit. Potresti farci qualche considerazione personale? Cosa ne pensi, e soprattutto cosa cambia per voi Italians?

Il Brexit è stato un pugno nello stomaco. Per i primi giorni dopo il voto mi sembrava di aver vissuto per 5 anni in un Paese di cui non avevo capito niente. A mentre fredda ho realizzato che la Gran Bretagna ha dei problemi di classe che non sono mai stati affrontati, che il voto poco centrava con me e con l’Europa ed era più il sintomo di una classe popolare scontenta che ha pagato un prezzo altissimo negli ultimi anni a causa di tagli economici folli e che ha pensato di trovare risposte in una campagna elettorale basata sull’identificazione dell’immigrato (europeo o extraeuropeo) come capro espiatorio. L’atmosfera è confusa e lo sarà finché non saranno terminate le trattative con l’Unione Europea. Per me questo significa non sapere cosa succederà nei prossimi anni, significa fare dei piani a breve termine e chiedermi davvero se e per quanto tempo voglio ancora rimanere qui.

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

L’Italia mi manca infinitamente. Mi mancano tutte quelle qualità che ci rendono unici, come l’innata capacità di cavarcela sempre, la passione che mettiamo nei gesti più quotidiani e la grande generosità ed empatia che sappiamo mostrare. Tornare in Italia e poter contribuire a renderla più aperta, vivace e al passo coi tempi è un progetto a cui sto lavorando e che spero un giorno, magari non troppo lontano, di poter realizzare.

Intervista a Giulia Dessì, ricercatrice e giornalista a Londra

Welcome back alla nostra rubrica dedicata alle eccellenze italiane nel mondo, questo mese versione al femminile: oggi conosciamo infatti Giulia Dessì, ricercatrice e giornalista ventinovenne di origine sarda con una forte passione per il giornalismo ma anche per le marionette e i burattini, che costruisce a mano per ideare spettacoli. La storia di Giulia inizia nella città natale di Oristano, ma da qui ha poi preso strade diverse: l’università di lettere moderne l’ha portata a Cagliari; l’erasmus a Bergen (Norvegia); il master di giornalismo internazionale a Cardiff (UK), dove ha anche lavorato ad un progetto di ricerca commissionato dalla BBC Trust; nel 2012 è approdata a Londra (UK) per uno stage per l’organizzazione internazionale Media Diversity Institute dove tutt’ora lavora come project manager e editorial and content officier del sito internet; infine, da quasi un anno vive a Brighton. Il suo ultimo progetto, che verrà pubblicato proprio questa settimana, è un rapporto per l’ENAR (European Network Against Racism) sulla dimensione di genere dell’islamofobia in Italia.

Ciao Giulia, iniziamo subito con le domande: da dove inizia la tua storia da Italians in giro per il mondo? Ma soprattutto, cosa ti ha spinto a lasciare l’Italia per vivere in Gran Bretagna?

Credo che sia iniziata in Norvegia, con l’Erasmus, spinta dalla voglia di conoscere un paese nuovo e mettermi alla prova, ed è poi continuata con gli studi in Galles, spinta da migliori prospettive lavorative dopo la laurea. Sono arrivata in Gran Bretagna nel 2011 per studiare giornalismo. Dopo avere finito la laurea triennale in Lettere Moderne a Cagliari, volevo avviarmi verso il giornalismo ma le collaborazioni saltuarie che stavo facendo sembravano non portare a niente di concreto, né erano stimolanti. La scelta era tra rimanere in Italia fino a settembre e tentare il test d’ingresso per le scuole di giornalismo (col rischio di non passare e ripiegare per una laurea specialistica in Sardegna che di specialistico aveva ben poco), o studiare un master in Gran Bretagna. Quando ho ricevuto la lettera di accettazione dalla Cardiff University non ho avuto esitazioni. Pensavo che, studiando in inglese, avrei avuto opportunità lavorative non solo in Italia, ma anche all’estero. In realtà, poi, vivere per un po’ di tempo all’estero era già nei miei piani a prescindere dagli studi e dal lavoro. Non sono partita con l’intenzione di vivere in Gran Bretagna a lungo se non per il master e di certo non avrei immaginato che dopo 5 anni sarei stata ancora qui.


Quando sei partita per il Regno Unito quali erano i tuoi obiettivi? Sappiamo che non è stata la tua prima esperienza all’estero, cos’è quindi che ti ha convinto a rimanere qui e a non tornare in Italia?

Nei cinque anni che sono in Gran Bretagna ho vissuto un anno e mezzo a Cardiff, due e mezzo a Londra e uno a Brighton, dove tuttora vivo. Mi sono laureata con l’obiettivo di lavorare come giornalista, ma ci sono riuscita solo in parte e ora non sono nemmeno più sicura di volerlo fare come lavoro a tempo pieno, se non a certe condizioni. Ci ho provato, ma sono sempre stata molto selettiva. Non volevo lavorare per una pubblicazione Business2Business, né per una rivista di moda o per un quotidiano locale, né ero disposta a lavorare in comunicazione. Volevo lavorare per una pubblicazione intelligente, in linea con i miei principi e con i miei interessi. A Londra la competizione è tanta. Trovi sempre chi ha un curriculum migliore del tuo, e nel settore del giornalismo, lo dicono anche i locals che è molto difficile entrare. Servono contatti, persistenza, e competenze ovviamente. Se mi guardo alle spalle, in tre anni sono cresciuta tanto professionalmente e personalmente. Ho iniziato come stagista non pagata e ora sono project manager. Come responsabile progetti, dall’anno scorso sono a capo di un progetto a contrasto dell’antisemitismo online in Europa. In cinque paesi europei e con altre cinque organizzazioni, monitoriamo i media e rispondiamo ai discorsi antisemiti con vignette satiriche, video, programmi radio e articoli, sfatando falsi miti ed educando al rispetto.


Raccontaci della tua vita inglese e del tuo lavoro: ne sei soddisfatta? Oppure anche in Gran Bretagna ci sarebbero cose da sistemare e migliorare?

Certamente ci sono cose da migliorare in Gran Bretagna. Dopo la laurea non pensavo di faticare così tanto per trovare un lavoro buono in linea con i miei studi e interessi. Quando mi sono trasferita a Londra, andavo tre giorni a settimana in ufficio per uno stage part time (non retribuito) e passavo gli altri giorni della settimana a cercare lavoro e mandare candidature. Non è stato semplice. A Londra senza un lavoro non si può vivere. Affitti e trasporti sono carissimi. Pensa che l’abbonamento mensile del treno da Brighton a Londra, un’ora di viaggio, costa oltre 500 euro. Una camera in affitto, in una casa condivisa, a Londra costa 900 euro al mese. La qualità della vita è in parte migliore e in parte peggiore. Dal mio punto di vista, a Londra si lavora troppo e si passa troppo tempo nei mezzi di trasporto. Le distanze sono troppo grandi e la vita può essere molto stressante. Per me questo rende difficile incontrare gli amici, coltivare i rapporti. Dopo una giornata passata in ufficio fino alle sei e mezza, non vai volentieri dall’altra parte di Londra per una birra, sapendo che poi devi riattraversare la città per tornare a casa. Tutti sono molto impegnati.
Certamente questo è lo stile di vita di Londra. A Brighton è già completamente diverso. Ancora di più in Devon e in Cornovaglia, dove vado spesso. Se non avessi l’opportunità di staccare andando al mare o in campagna, impazzirei. Anche se molti in Italia non ci credono, ci sono posti bellissimi in Gran Bretagna.

Vivendo all’estero sicuramente avrai incontrato e fatto amicizia con tantissimi altri giovani expat come te. Il motivo che vi spinge ognuno lontano dalla propria casa è uguale per tutti, oppure cambia di persona in persona? Pensate mai di tornare in Italia affrontando tutte le difficoltà del caso?

Gli italiani a Londra sono tanti, a Brighton pure. Il motivo che ci spinge credo che sia simile per tutti: la molla è trovare un lavoro che ti permetta di vivere bene e di crescere professionalmente. Le persone che sono qui scelgono di starci perché non sono disposte ad accettare un lungo periodo di disoccupazione, a vivere a casa dei genitori, a ripiegare per fare un lavoro sottopagato in cui non sei nemmeno apprezzato. Il resto, la consapevolezza che si vive meglio sotto tanti aspetti, non solo sotto quello lavorativo, arriva dopo, e finisce per essere altrettanto importante. Tra i miei amici, la maggior parte giornalisti, nessuno pensa di tornare in Italia. Come fai, senza iscrizione all’albo e con pochi contatti, a cercare di inserirti in un settore già saturo? E sei davvero disposto a tornare e accettare, ammesso che trovi lavoro, di essere sottopagato? Io, sinceramente, non saprei nemmeno da dove iniziare per cercare lavoro. Gli annunci che vedo sono per collaborazioni per giornali online in cui non mettono né il loro nome né il compenso. Nei siti, anche di ONG, nessuno pubblicizza opportunità di lavoro. Probabilmente tutto funziona tramite contatti.


In merito alla fuga dei cervelli, secondo te perché oggi i giovani italiani preferiscono spendere le proprie competenze e professionalità altrove? Dov’è che l’Italia sta sbagliando, e cosa si potrebbe fare affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di fuggire via?

Credo che gli italiani preferiscano spendere le proprie competenze e professionalità altrove perché ci sono maggiori opportunità e si è maggiormente valorizzati. Personalmente, però, non credo che siano qua solo ed esclusivamente per il lavoro. Non tutti almeno. Si vive meglio in una società in cui si hanno più diritti civili, in cui c’è meno maschilismo, meno razzismo, meno omofobia. In Italia questi sentimenti sono talvolta così radicati, che spesso nemmeno ci si accorge. La lingua italiana al momento non ha un vocabolario adatto per parlare di diversità e di discriminazione. Non voglio vivere in un paese in cui i lavoratori stranieri fanno quasi esclusivamente lavori poco qualificati, in cui la tv mostra showgirl senza competenze, in cui abortire è un percorso ad ostacoli e in cui non si rispettano le regole del vivere comune. Questa situazione sta lentamente cambiando e sicuramente non è un problema solo italiano, ma ha un impatto nella vita di tutti i giorni.


Come giornalista, possiamo leggere gli articoli di Giulia sia in italiano che in inglese nelle pagine del Corriere della Sera, dell’Huffington Post e su openDemocracy – tanto per citarne alcuni. In virtù della tua esperienza personale, quali pensi che siano le maggiori differenze che lo stesso mestiere presenta in paesi diversi? Hai qualche preferenza?

Parto dal presupposto che mi è sempre piaciuto scrivere. A prescindere dal genere. Ora mi sto cimentando in nuove forme di scrittura. Tantissime email di lavoro, per esempio! Scherzi a parte, da poco ho scritto la sceneggiatura di due brevissimi spettacoli di burattini che ho realizzato da sola. Scrivere in italiano e in inglese non è lo stesso. Anche se spesso ho la parola giusta in inglese e non riesco a trovare l’equivalente in italiano, quando scrivo in inglese non sono mai sicura al 100% che la frase sia corretta e che suoni bene. Questo è un limite, soprattutto se vuoi lavorare come giornalista, o editorial assistant. Sapere scrivere bene in lingua inglese è essenziale.


Andando sul personale – hai mai qualche rimpianto dell’aver lasciato l’Italia? Essere inseriti in un ambiente dinamico e internazionale, con possibilità di mettersi alla prova e di conoscere persone e culture diverse: tutto questo può bastare per farcela? Cos’è che ti manca di più?

Non ho rimpianti. Anche se è vero che in Italia avrei difficoltà a trovare lavoro, non credo di essere all’estero solo per necessità. Sono qua perché, per il momento, voglio essere qua. Conoscere persone di culture diverse, di pensiero diverso, ti fa crescere, ti fa avere una prospettiva diversa della vita. Dell’Italia mi mancano gli affetti: la mia famiglia e i miei amici più stretti, anche se molti di loro vivono in parti diverse d’Italia (e del mondo, in realtà) quindi, anche se fossi in Italia, mi mancherebbero comunque. Mi dispiace non poter stare vicino alle persone a cui voglio bene. Al di là della sfera affettiva, forse mi manca quella sensazione di non sentirmi straniera e di non essere vista come tale. Mi manca molto anche la frutta fresca. E l’accento sardo.


Concludendo: quali sono i tuoi prossimi progetti? Ritornare in Italia in un futuro prossimo sarà possibile, oppure ormai la tua vita è altrove?

Non so ancora dove sia la mia vita. Credo che sia sempre più qua, in Gran Bretagna, ma non riesco ad avere piani a lungo termine. Ho progetti per il futuro imminente, invece: staccare un po’ dalla routine di questo ultimo anno e andare in un altro paese per un breve periodo, conoscere nuovi posti, nuove persone. In Italia mi piacerebbe ritornare, per qualche mese, per rimettermi al passo con quello che è successo in questi anni e sentirmi a casa. Tornerei definitivamente, però, solo se avessi un progetto ben preciso in mente o un lavoro.

Grazie Giulia!

Natale con i tuoi… Pasqua con i tuoi

Mi stavo domandando con quale maschera, da quale paese straniero iniziare, ma dopo le vacanze di Pasqua ho trovato qualcosa che preme ancora di più. I rientri sono importanti tanto quanto le partenze. La prima faccia da Italian di cui voglio parlare è quella di quando il biglietto andata e ritorno ci porta a casa, dalla famiglia e dagli amici rimasti nella città o paese di origine. Non si può scampare, spesso e volentieri nemmeno quando ci si trova letteralmente dall’altra parte del globo. Ho sentito raccontare di trasferte natalizie dalla Cina, dall’Australia, solo perché il panettone a casa è stato tagliato nelle solite parti uguali, con una fetta apposta per te. Non si può dire di no insomma.

Quando si torna a casa ci si pone sempre di fronte al dilemma di come raccontarsi con chi non condivide la quotidianità un poco diversa del vivere all’estero. Ci sono gelosie, rancori, i non detti e una montagna di eventi e avvenimenti delle vite altrui persi e sentiti come racconti di terza mano. Ci si deve preparare a vedere tutti un poco più stanchi e un poco più vecchi, a sentirsi irriconoscibili a propria volta. Ma sono giorni di festa, a sentirsi quasi, a poco a poco, degli zii e zie d’America rimpatriati per le vacanze, in versione ‘Millennial’.

Quello di cui è difficile capacitarsi è spesso l’astio e il risentimento a cui assistiamo da Italians che tornano a casa per un breve periodo, o quando ci ritroviamo davanti articoli triti che elencano statistiche sul fenomeno dell’emigrazione – puntando il dito e lamentando lo stato delle cose. Una cosa che si ripete con la stessa cadenza dei servizi sulla prova costume e sugli esami di maturità. Magari non dovremmo basarci su questi exploit giornalistici e sui commenti altrui, specialmente se emergono dagli angoli più scontrosi dei social media. Sarebbe come leggere la sezione commenti di YouTube o credere a ogni singola recensione su Tripadvisor: nocivo e sconfortante. Fioriscono  articoli, generalmente molto condivisi, su testate conosciute, che raccontano i perché dell’emigrazione Italiana, e insieme a essi il fiume di commenti e di giudizi di chi non si trova d’accordo, di chi non comprende e soprattutto giudica senza filtri. Choosy e bamboccioni? E lenti a studiare e laurearsi, lenti a trovare lavoro, ma comunque sempre pronti a partire. Innegabile come tutto questo sia parte di una cultura generale che sembra inasprire le critiche e cercare scontri generazionali a ogni occasione. Ma noi Italians abbiamo la faccia di chi sta facendo un percorso difficile da identificare, nonostante i numeri delle partenze siano in crescita, e comunque veniamo tacciati di aver abbandonato a nave che affonda.

Dobbiamo essere la generazione dei sensi di colpa? Del volere biciclette e pedalarle? Nel momento in cui torniamo a casa per le agognate vacanze e incontri di famiglia e amici, non possiamo che sentirci al centro di una tensione difficile: l’orgoglio della famiglia, il paragone con il coetaneo, le censure che ci autoimponiamo per non apparire – minimizzando successi e fatiche per la paura di sembrare troppo finti e troppo diversi. Ci si rende piccoli piccoli tra un uovo pasquale e uno spumante stappato per non urtare le sensibilità, arrivando alla profezia così auto-compiuta di sembrare altezzosi e distanti. Ci ricordiamo di santificare le feste, amando il Paese che per come è e come potrebbe essere. Siamo timidi in patria, e armati fino ai denti nella competizione all’estero. Non guardate a queste facce spesso stressate come a smorfie che deridono chi non è con noi. Siamo pronti a costruire ponti e creare network, proprio come facciamo qui a The Italians, con blog come il mio e soprattutto con le proposte sfornate dal nostro Policy Lab, per abbandonare quella mentalità  ‘noi vs loro vs voi’ e impegnarci a cambiare le cose. A casa, in Italia, la nostra maschera la vorremmo davvero gettare: per ora ci accontenteremo di sembrare stereotipicamente affamati di cucina nostrana, mantenendo la stoica, cauta espressione, soddisfatta-ma-non-troppo, di chi vive le cose un po’ di qua e un po’ di là.

Il giornalaio Ibrahim

Parto da questa foto.

Ibrahim il giornalaioVicino a casa qui a Dakar ogni giorno passo davanti al chiosco di Ibrahim, che vende quotidiani senegalesi, magazine settimanali senegalesi di economia e politica, riviste per donne mensili e magazine internazionali quali Forbes, Time, Courrier International.
Mi piace la diversità delle notizie e il gusto di sfogliare tanti giornali pensando alle redazioni gremite di tante penne e teste che hanno contribuito alla realizzazione dei testi.
Mi piace pormi domande, porre domande e de-costruire gli stereotipi socio-culturali e personali tra gli esseri umani. Apprezzo e stimo i giornalisti che si buttano sul campo e vanno a cercare le notizie, per rappresentare la realtà secondo il loro punto di vista e secondo le loro idee e ricerche. Tanti angoli differenti, tanti punti di vista, tante opinioni e idee, costruiscono una società pluralista, più democratica, più aperta e più desiderosa di conoscere e scambiare ulteriori idee per migliorare lo statu quo. Non credo a chi dice di appartenere ad un partito, di essere legato fortemente ad un’idea e di non poterla mai cambiare. Tutto cambia, tutti cambiamo e come insegnava il filosofo Eraclito “tutto scorre”. Per questa ragione, è necessario riflettere, ascoltare, cercare di capire, non imporre la propria idea come la migliore e l’unica sulla piazza e ricercare la calma e la tranquillità per poter comprendere l’altro.

Questa empatia umana è molto visibile e palpabile nelle persone qui in Senegal.
C’è poco e le infrastrutture non sono veloci e attrezzate. C’è l’essenziale: il supermercato, la farmacia, la boutique della tua amica che vende i tessuti che servono per creare i vestiti colorati delle donne, c’è il mercato della frutta, una panetteria nei dintorni se si è fortunati e si vive nel centro della città, una chiesa sempre in centro città e tante moschee che ti ricordano di essere in una società musulmana aperta ai cattolici, dove si celebrano Pasqua, Ramadan e riti animisti. Un paese apparentemente pacifico che include gli altri e accoglie tutti i colori e tutte le religioni.

In questo essenziale, e come cantava il nostro Marco Mengoni, si ritrova la pace dei sensi e il cuore parla di più. A te stesso e agli altri. Le persone vanno ad un ritmo più lento, per concludere operazioni bancarie bisogna prendere mezza giornata di ferie lavorative, per raggiungere un posto che si trova a 5 km da te esistono gli autobus, gremiti di persone e i taxi in cui si negozia il prezzo con il taxi man. Si arriva al luogo d’incontro che si è stabilito con gli amici in più o meno quarantacinque minuti – un’ora.

In questi momenti si inizia a parlare, si stabiliscono più relazioni umane, si vive di più, più intensamente e con più pazienza. Si ascoltano e si capiscono le sofferenze degli altri, i turbamenti, le gioie e i dolori. Si applaude ad una conquista e si spera in un futuro migliore dove tutti possano finire la scuola e trovare un lavoro che rispecchi le proprie passioni.
Si interagisce e si creano vincoli di amicizia. E non ci sente soli. Tutto viene relativizzato quindi. Non si è più considerati come il bianco che arriva e vuole cambiare le cose, iniettare soldi nel sistema economico e poi andare via senza creare nulla di solido, durevole nel tempo e che possa permettere alle persone in loco di svilupparsi e creare loro stessi il proprio futuro. Si è considerati come un essere umano, bianco e nero che tu sia, discutendo di politica e società senegalese e integrandosi piano piano alla società. Integrandosi il rischio è perdersi e non avere punti di riferimento, e ritrovarsi un’altra volta catapultati in un’altra società che pensa e agisce in maniera diversa da come tu ti eri abituato, avevi imparato, avevi capito, avevi digerito-interiorizzato, e avevi accettato. E una società in cui ti sentivi a tuo agio e ti sentivi bene e accettato.

Per questo, come diceva sempre mio cugino Antonio di Portici, non ti dimenticare mai da dove vieni. Cosi sai sempre dove vai, e puoi tornare se vuoi. Io amo l’Italia e vorrei vedere i miei bambini in un luogo sicuro, dove possano crescere e gioire come ho gioito io con mio fratello, con i miei vicini di casa giocando in cortile e raccogliendo fragole, guardando i cartoni animati, mangiando i chupa chups e la scodellina del gelato e giocando a nascondino. Andando al parco giochi sentendosi sicuri e andando a scuola felici di apprendere. Con la gioia e la speranza di un futuro. Con tanti sogni e desideri nello zaino e con la certezza che, un giorno, cantante o nuotatrice che tu sia, tu potrai essere davvero felice, accanto a chi ami e chi ti ama, e non preoccupandosi di essere sempre perfetto, ma con la volontà di apprendere, di sorridere e di parlare con gli altri.

Con poca tecnologia, il tanto tempo a disposizione è il bene più prezioso che abbiamo, insieme – a mio avviso – agli abbracci di coloro che si ama. Ho scelto questa vita perché volevo vedere, scoprire, volevo raggiungere posti impensabili e conoscere tante persone parlando di tanti argomenti e scambiare punti di vista, rivedere concetti, ballare, ascoltare diverse voci, tanta nuova musica, e rientrare per poter raccontare, per poter aprire i cuori e far capire che siamo tutti su questa grande barca e su questa terra insieme, e che non c’è bisogno di avere paura di sperimentare, che niente è definitivo e tutto è una meravigliosa sorpresa. Ora mi piacerebbe portare i miei genitori e far loro scoprire fisicamente cosa succede nella mia vita, cosa facciamo e dove andiamo. E portare con me le persone avventurose che amo per scoprire insieme la vita e farla scoprire ai giovani e a chi crede nel cambiamento e nel sacrificio, con tanta pazienza, umiltà e tanto sport per sentirsi bene e sempre in forma e energia.

Andiamo! Saluti a tutti dal Senegal.

Life is a paradise for those who love many things with a passion” – Leo Buscaglia

Intervista a Marco Bonfante, Policy Advisor a Bruxelles

Stesso posto, storia nuova: l’intervista di questo mese ci riporta infatti in Belgio, per conoscere l’Italians Marco Bonfante, 32enne di origini torinesi e con alle spalle – siamo sicuri anche dinnanzi a lui – una vita piuttosto movimentata.

Dopo aver vissuto un anno a Copenaghen, tre anni ad Amburgo e uno a Mosca, oggi Marco risiede a Bruxelles dove lavora presso la sede europea di Unioncamere, nel cuore del quartiere europeo di Bruxelles come Policy Advisor anche se a lui piace meglio definirsi come esportatore, dj, e facinoroso. Chi lo conosce sa bene come tutte queste cose siano vere e ben incastrate tra loro. Anche per questo, in fondo, ci vuole talento.

Marco ci racconterà di come alcune esperienze di vita gli abbiamo mostrato (e forse anche insegnato) insegnato che spesso ci si può trovare nella difficile scelta di abbandonare tutto e trasferirsi all’estero. Ma forse adesso per Marco è arrivato il momento di assumersi il rischio e provare a rientrare in Italia a realizzare i suoi sogni e mettere in pratica tutte le sue poliedriche competenze, magari unite in un’originalità degna di noi italiani: una sfida degna di essere vinta.

Ciao Marco! Sappiamo che da anni giri per l’Europa (e non solo) in cerca di nuove esperienze, e che (per) ora vivi a Bruxelles. Raccontaci meglio la tua esperienza da “Italians”.

Ho preso il mio primo aereo a 18 anni dopo la maturità classica, direzione Londra e un lavoro da cameriere di 3 mesi: è stato un po’ il treno che ha fischiato pirandelliano. Iniziata la triennale in economia a Torino, ho infatti cercato di restare il meno possibile nella mia città natale, tra Erasmus a Copenaghen e tirocini tra Germania e Francia. Il tutto per curiosità, mai per necessità. La profonda ammirazione per la lingua e la società tedesca mi hanno poi portato a conseguire la specialistica ad Amburgo, durante la quale ho conosciuto Bruxelles per il mio primo tirocinio comunitario. Tornatoci per altri 12 mesi al termine degli studi, e curioso di altri orizzonti, ho poi deciso di proseguire verso 6 mesi a Mosca, poi diventati un anno, per imparare il russo e insegnare italiano e francese per sostentarmi. Rientrato bruscamente a Torino per la morte di mio padre, dopo mesi di tentennamenti ho ripreso il largo per lavorare alla rappresentanza della Camera di Commercio tedesca, per poi iniziare due anni dopo la mia attuale collaborazione presso l’ufficio di Bruxelles di Unioncamere.

Quindi Bruxelles arriva dopo anni trascorsi tra Londra, Amburgo e Mosca, e di certo non è stata la tua prima esperienza all’estero. Potresti raccontarci quali sono le opportunità che hai potuto cogliere in questi Paesi e che Italia – forse – non avresti avuto? Che cosa ne pensi?

Di base il problema italiano consiste nella cristallizzazione di una società poco mobile, e di conseguenza del suo mercato del lavoro: è un sistema talmente bloccato che purtroppo anche i singoli di buona volontà e motivati vengono spesso fagocitati da un leviatano burocratico, deontologico e professionale che lascia loro pochi margini di manovra. In altri Paesi ho riscontrato una maggiore fluidità e più possibilità di prendere l’iniziativa per far girare una buona idea imprenditoriale: non so se tutte le iniziative portate avanti a lato del mio percorso di policy advisor avrebbero potuto attecchire in Italia. Ed è proprio questa scommessa che ritengo lanciare ora sull’Italia, proprio perché voglio rimanere ottimista su quello che continuo a considerare, anche se non sempre a testa alta, il mio Paese.

Bruxelles, terra di expat e di burocrati. Anche tu la vedi cosi? Com’è la tua vita da italiano in Belgio?

Bruxelles è come una torta a più strati. Hai la dimensione locale, dei Belgi, i più difficili da intercettare: una comunità che spesso viene trascurata e bistrattata dagli stranieri, ma che io ho avuto la fortuna di conoscere tramite amicizie precedenti al mio arrivo. Hai la dimensione expat-eurocrati-colletti bianchi, a volte un po’ troppo chiusa nella sua dimensione e isolata dalla città e dalla vita reale, ma con cui condividi questo senso di appartenenza di fondo: si è tutti in un porto di mare, le barche arrivano e molte salperanno senza più tornare, le amicizie (anzi le “conoscenze”) si creano e cessano con estrema leggerezza e si vive un po’ alla giornata. Infine lo strato nazionale, dei miei amici italiani, quello che forse più si radica dopo anni passati qui, nella condivisione di codici culturali e linguistici che generano nostalgia e voglia di smettere di guardare all’Italia come ad una terra promessa ma perduta. Ecco, Bruxelles è la città in cui ho smesso di deprecare in assoluto la mia “italianità” ma dove ho assunto un approccio più critico ed equilibrato alla mia valutazione.

Cosa ne pensi della mancanza tutta italiana di quel fondamentale collegamento che dovrebbe esistere tra skills acquisite durante il percorso di studi e il mercato del lavoro? Credi sia davvero cosi? Se si, credi possa essere questo uno dei fondamentali fattori della frustrazione dei giovani italiani che preferiscono portare altrove il proprio talento?

Lavorando in Camera di Commercio so benissimo quanto l’alternanza scuola-lavoro sia essenziale: in Germania, ad esempio, i curriculum tecnici prevedono formazione teorica intercalata da periodi di immersione professionale in azienda per imparare un lavoro (non fare fotocopie e caffè). Da noi invece il dialogo tra mondo accademico e imprese rimane sporadico e poco strutturato, con il conseguente sfasamento di domanda e offerta lavorativa. La frustrazione di giovani laureati, soprattutto in materie tecnico-scientifiche, viene assorbita da mercati quali quello tedesco e svizzero, in costante penuria di figure professionali qualificate. Risultato: lo Stato italiano investe in formazione universitaria di giovani il cui talento sarà sfruttato da altri: un regalo di risorse impensabile per un Paese che risente già di una forte inflessione demografica nelle coorti più giovani e scarsi investimenti in ricerca e innovazione.

Parliamo adesso di meritocrazia e giovani talenti. Credi che in Italia la meritocrazia, soprattutto per i giovani, esista ancora? E a Bruxelles?

Se per Bruxelles intendiamo la capitale della UE, allora parliamo di istituzioni comunitarie, uffici di lobby, rappresentanze: ecco, in questo sottobosco i meriti e le doti delle persone sono a geometria decisamente variabile. Non mi sentirei di dire che tutti i talenti dell’Europa siano concentrati in questo perimetro di uffici. In questi anni ho conosciuto e continuo a incontrare persone brillanti e dotate di spirito critico e indipendente, ma anche personaggi per i quali è difficile pensare che il merito sia l’unica ragione che li ha portati a determinati traguardi. Forse in Italia il nepotismo delle raccomandazioni è più esplicito perché legato a vicende vergognose di posti affidati a nipoti, amanti e zii o tramite tangenti; tuttavia a Bruxelles molte offerte di lavoro non vengono neanche pubblicate, con i candidati reperiti tramite passaparola e conoscenze personali. A volte qui una squadra di calcetto, un’affiliazione partitica o un parente già insediato possono fare la differenza: c’è gente che costruisce la propria vita privata con le persone “giuste” nella mera ottica di un avanzamento di carriera. Per tacere poi di quelli che io definisco “opifici” a diplomi di studi europei che preparano soltanto a passare l’EPSO e infondono un credo europeo monolitico in una futura classe dirigente che dovrebbe invece esser dotata d’intelligenza vivace e spirito critico.

Sappiamo che hai lavorato per un certo periodo di tempo anche ad Amburgo: quali sono quindi le differenze che hai potuto constatare nel mondo del lavoro in Italia e nei posti in cui hai vissuto e lavorato? E in base a queste, quali sono i consigli (se ce ne sono!) che daresti ai policy maker italiani affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

Penso soprattutto alle forti carenze strutturali del nostro mercato del lavoro: ad esempio una maggiore flessibilità in entrata nel mercato del lavoro, legata tuttavia a schemi di sicurezza sociale che tutelino le persone che perdono il posto. Oppure ai meccanismi che tutelino maggiormente le donne e il loro eventuale desiderio di entrare in maternità, con possibilità anche per il padre di entrare in congedo parentale. Sicuramente molto rilevante sarebbe una maggiore valorizzazione salariale e anche sociale dei lavori non prettamente da colletto bianco: penso al sistema duale tedesco che prevede tra l’altro il numero chiuso nelle Università e una valida alternativa nelle scuole di formazione e immersione professionale (il nostro paese, come la Francia, sconta ancora la triste eredità del ‘68 in tale ambito). Da noi invece parliamo ancora di caporalati senza renderci conto degli effetti devastanti del dumping sociale provocato da un impiego massiccio del lavoro nero (per la maggior parte straniero) per le attività più manuali.

The Italians parla spesso di “questione intergenerazionale” che frena o blocca del tutto il proliferare dei talenti nostrani. Tu cosa ne pensi?

Parliamo di rapporti di forza ben definiti: se non erro si stima che nel 2050 un terzo della popolazione italiana avrà più di 60 anni. La posizione precaria di tanti dei nostri trentenni per la difficoltà a trovare lavoro, attivare un mutuo per una casa propria, pianificare nel medio termine il proprio futuro, è pertanto aggravata da una dipendenza finanziaria-parentale nei confronti di una generazione che ha potuto assicurarsi un una vecchiaia relativamente stabile se pensiamo alle condizioni in cui verserà la nostra. Ora, è inevitabile che questo cordone ombelicale mai reciso di travasi pensionistici, ammortizzatori familiari e welfare non istituzionale può ingenerare un circolo malato di recriminazioni, tensioni e malumori che non fanno che peggiorare la situazione.

Il nostro motto è “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”, ma sappiamo che – invece – la perdita di talenti (e non solo dal punto di vista economico, seppur importante) è inestimabile. Tu cosa faresti, se potessi, per invertire la tendenza?

Invece di ripromettere per l’ennesima volta l’abolizione dell’IMU (il mattone e l’indotto edilizio hanno già abbastanza rovinato il nostro Paese e ne dettano tuttora l’economia e la politica,) mi preoccuperei di detassare il lavoro, di deburocratizzare l’amministrazione pubblica per aprire un’impresa e gestirla (siamo 15° su 19 paesi dell’Euro per la ricerca della Banca Mondiale “Doing Business”) e di finanziare la ricerca e favorire l’innovazione. Purtroppo parliamo di misure molto puntuali che però potrebbero già aiutare a smorzare il declino in atto; vedo molto più difficile un vero e proprio cambio di mentalità da parte di legislatori ma anche semplici cittadini. Cadiamo nel cliché, ma l’italiano (mai veramente) creato dopo l’unità d’Italia ha sempre avuto scarso interesse per la cosa pubblica, complice anche il modello statalista e accentratore di Stato che emerse dopo il 1861 e non tenne conto delle peculiarità territoriali, economiche e culturali del nostro stivale.

Ora, chiudiamo in bellezza… Sappiamo che stai progettando il tuo definitivo rientro in Italia, un “cervello di ritorno” insomma. Non staremo qui a chiederti se l’esperienza all’estero ti ha arricchito sul piano personale e professionale, la risposta la conosciamo già, ma ti chiediamo il motivo di questa scelta.

Dopo lungo peregrinare per terre straniere ho monitorato con interesse il rilancio della mia città natale, Torino, in una chiave post-industriale di polo innovativo e meta turistica. Rimane ancora molto da fare per una città in cui il manifatturiero è morente, e che rischia di trasformarsi in un parco giochi in cui una piadineria bio viene considerata una start-up. Sicuramente però questi anni hanno cambiato anche il sottoscritto e leggo tali mutamenti tramite un filtro, che i miei coetanei rimasti a campo base sicuramente non hanno acquisito. Pertanto la vedo comunque come una città di grande potenziale per internazionalizzazione e valorizzazione dei territori e mi sento di credere nel mio progetto che mi permetterebbe di riavvicinarmi ai miei cari. Ma anche a quelle attività che sicuramente incominciano a mancarmi, come le remate sul Po, le Alpi a pochi chilometri, le gite in moto al mare, le osterie delle Langhe.
Sono frivolezze ma sicuramente a 32 anni cominciano a contare sul piatto della bilancia: la mia scommessa rimane quindi quella di far combaciare successo professionale e qualità della vita in un Paese, che per quanto esecrato e bistrattato, rimane unico per ricchezza paesaggistica, patrimonio culturale e ingegno umano.


Non ci resta che incrociare le dita per Marco, futuro Italians di ritorno,  e fare il tifo per la sua sfida più grande, ovvero quella di rientrare in Italia vittorioso… E magari un giorno ci racconterà la sua storia di successo tutta italiana.
A presto!

 

 

Ciò che c’è da sapere della vita all’estero.

Quello che non vi hanno detto della vita all’estero, sono tutte le cose che già conoscete. O perlomeno, così pensate. Sapete che sarà difficile esprimersi in una lingua differente, conoscerne gli intercalari, i modi di dire ma non sapete quanto sia davvero difficile finché non vi troverete intorno ad un tavolo a pensare a come costruire una frase, che una volta finita, andava bene per un discorso ormai superato. Non lo capirete finché non vi troverete a ridere per educazione o per non far capire agli altri, che voi di quelle battute, in realtà, non avete capito niente. Sarà ancora più difficile quando dovrete evitare di esprimere un pensiero, solo per la  difficoltà immensa di spiegarlo.

Sapete che dovrete sbattervi per trovare una casa decente e magari non troppo lontana dai posti fichi della città. Ma non sapete quante case dovrete girare, in quante dovrete adattarvi per uno o due mesi per poi lasciarle di nuovo. Non sapete quanto sarà difficile dormire sul divano di un vostro amico per settimane, cercando di non sentirvi un peso. Non sapete quanto tempo dovrete passare dentro la vostra stanza, piccola, arredata con mobili che non avreste mai scelto, prima di riuscire a riconoscerne i rumori, gli odori o prima di sapere che quella maniglia va girata con delicatezza, sennò ti resta in mano.

Sapete che sarà entusiasmante conoscere nuove persone, nuove culture, nuovi stili di vita. E lo sarà, fidatevi, lo sarà. Ma non sapete che più conoscerete persone nuove, più vi mancheranno quelle con cui siete cresciuti. Che più culture conoscerete, più apprezzerete la vostra. E più stili di vita conoscerete, più capirete che in fondo, il vostro, non volete cambiarlo perché vi piace davvero tanto.

Sapete che vi perderete alcuni eventi, alcuni aggiornamenti della vita dei vostri amici. Ma non sapete di quanto ti faccia sentire lontano la fredda risposta “tutto bene” alla domanda “come va?”, fatta al tuo migliore amico. Non sapete di quanto un gruppo su whatsapp non possa colmare quella distanza quotidiana.

Sapete che il cibo non avrà lo stesso sapore, illudendovi di riuscire a farne a meno, magari cucinando a casa. Che le partite della vostra squadra potrete seguirle in streaming e che se anche “ogni tanto salta”, in fondo va bene lo stesso. Sapete che salterete i compleanni, i pranzi al mare con i primi soli primaverili, le visite ai nonni, le serate con gli amici, le feste di laurea, il sole caldo di Maggio e gli incontri casuali con qualche vecchia conoscenza. Sapete sicuramente che di tutto ciò potete farne a meno. Non potrete.

Resterà da capire quanto il vostro obiettivo varrà le vostre sofferenze. Quanto realmente state cercando quell’esperienza, non solo lavorativa, che vi accresca personalmente e faccia in modo che il rischio valga la pena. Quel tassello che manca. Alla scoperta di quella consapevolezza che vi faccia accettare il tremore delle gambe, continuando a camminare diritti. Non sarà facile ed è un bene, perché le cose facili non insegnano. Sarà invece difficile, più di quanto avrete previsto. Ma ne varrà la pena. E questa in fondo è l’unica cosa da sapere.