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Intervista al fondatore di Elliot for Water, Andrea Demichelis, l’Italian che trasforma le ricerche online in gocce d’acqua

Imprenditore digitale ecologico. Andrea Demichelis, classe 1993 originario di Laigueglia (Liguria), è uno di quei giovani che ha deciso di fare del proprio lavoro un progetto di ricerca innovativo, unico nel suo genere. Qualcuno li chiama “lavoratori 2.0”; per noi, è l’Italian del mese.
La storia di Andrea inizia a 19 anni quando, finita la scuola superiore e fatte le valige, decide di andare a studiare a Parigi alla Eslsca Business School. Durante l’ultimo anno di università l’illuminazione e quindi, dopo una parentesi di un anno e mezzo in Piemonte dedicata allo studio dello sviluppo del motore di ricerca, la nascita di Elliot For Water, un “Google” ecologico che crea acqua ogni volta che si cerca su internet. Con sede a Londra.

Il suo progetto? Portare acqua potabile a 1 milione di persone entro il 2025.

 

Ciao Andrea! Partiamo subito dal tuo motore di ricerca che dona acqua potabile: com’è nata l’idea di questo progetto? In pratica, di cosa si tratta?

Elliot For Water è l’innovativo motore di ricerca che trasforma la ricerca sul web in un aiuto globale umanitario, usando il 60% del profitto per realizzare progetti legati all’acqua potabile nei paesi in via di sviluppo. Si può dire che ogni click sia una goccia d’acqua. Per realizzare i progetti sul campo ci appoggiamo a ONG locali come Well Found, un’associazione non profit di Londra con esperienza decennale, che opera nel territorio della Guinea-Bissau e del Burkina Faso. In poche parole Elliot For Water è come Google, la differenza è che ogni volta che cerchi qualcosa stai donando acqua potabile, senza però spendere un solo euro. L’idea è nata dal fatto che sentivo di dover fare qualcosa che avrebbe potuto aiutare molte persone, avere un impatto positivo nel mondo, e non solo qualcosa che mi avrebbe reso ricco.

 

Quali sono gli obiettivi e quanto, per adesso, è stato raggiunto? Lavorare sul digitale – come stai facendo te – e sfruttare le infinite potenze della rete: credi sia questo il futuro che attende i giovani?

Il mio obiettivo è quello di portare acqua ad 1 milione di persone entro il 2025. In questo momento stiamo lavorando sul primo progetto di acqua potabile, che ha luogo in Guinea-Bissau, e sarà un grande passo riuscire a realizzarlo.

Io penso che si stia andando verso quella direzione, si. Con questo, però, non voglio dire che tutti devono lasciare lavoro e studi per buttarsi a fare gli imprenditori online, ma solo che ci sarà bisogno di avere una conoscenza di tutto quello che sta succedendo in rete, e delle nuove tecnologie, perché sicuramente questo permetterà di avere enormi vantaggi competitivi, in ogni settore lavorativo.

 

Ma quanto è competitiva l’Italia, rispetto agli altri paesi, sul digitale e sulle nuove tecnologie? Si potrebbe fare di più? E cosa, semmai.

Dal punto di vista digitale ho l’impressione che l’Italia si trovi spesso a rincorrere, che aspetti che la tecnologia o l’innovazione di turno diventi “di moda” in altri paesi, per poi seguirne il trend. Basta vedere le criptovalute, quante persone in Italia le conoscono, al di fuori di chi lavora nel settore? Credo che per fare di più basti poco: aprire le nostre vedute e accettare il cambiamento accompagnandolo e crescendo insieme.

Quello che mi sembra di vedere, e parlo esclusivamente per il mio settore di lavoro, è che il nostro sia un paese abbastanza vecchio, e pesante, in cui difficilmente si fanno passi in avanti verso l’innovazione, e se si fanno sono molto lenti e tra mille difficoltà. Prendiamo solo il caso delle start-up: sia a Londra che a Parigi, per esempio, si trovano letteralmente accelleratori e Hub ogni 50 metri, tra un po’ ci saranno più programmi di aiuto per giovani imprenditori che idee da sviluppare. In Italia, invece, i programmi di questo tipo sono molto meno sviluppati e conosciuti, e quindi è normale che chi si voglia affacciare a questo settore sia più portato a trasferirsi all’estero.

 

Come “Italian” oggi con Elliot for Water sei a Londra, ma sappiamo che prima lavoravi dall’Italia. Come mai questo cambiamento? Quali sono le opportunità che all’estero ti hanno aiutato ad emergere (e che non hai trovato in Italia)?

In realtà in Italia ho fatto solo il periodo di sviluppo perché ero li quando ho avuto l’idea, ed è li che ho incontrato il ragazzo che ha sviluppato il motore di ricerca. Prima di iniziare a lavorare su Elliot vivevo a Parigi, quindi ero già fuori dall’Italia, e dal mio punto di vista la scelta di dove far nascere il mio progetto sarebbe ricaduta semplicemente sul paese che avrebbe potuto darmi più vantaggi, e questo è stato Londra. Ho provato ad aprire la società in Italia, onestamente, ma i costi, sia iniziali che di gestione, erano insostenibili per un ragazzo appena uscito dall’università. Un altro fattore che ha giocato a favore del Regno Unito è stato il fatto che da noi non esistono città con un ambiente così internazionale e così aperto alle start-up come Londra.

 

Quali sono le maggiori differenze che hai potuto notare tra il nostro mondo del lavoro e quello in altri Paesi? Punti di forza e aspetti negativi, ovviamente!

Londra è decisamente più aperta al mondo delle Start-Up, la burocrazia è più snella e i vari procedimenti molto più veloci. Io personalmente non penso si possano mettere a confronto, sono due animali completamente diversi, o almeno per quello che riguarda il mio settore. Se un ragazzo fosse interessato a lavorare nella moda, per esempio, sicuramente la situazione sarebbe molto diversa.

 

Credi che la mancata corrispondenza tra capacità acquisite durante il percorso di studi e il mondo del lavoro sia uno dei fattori fondamentali della cosiddetta “fuga di cervelli”?

Probabilmente si, ma immagino sia così in tutti i paesi, e sinceramente non lo vedo come un problema. Io penso che ogni persona si trasferisca nel paese che può dargli più possibilità in base a cosa vuole fare nella vita. Io che sono un imprenditore che lavora nel digitale mi sono spostato a Londra, ma un americano che vuole concentrarsi nel settore dei vini, per esempio, avrebbe molte più possibilità in Italia che nel Minnesota, e penso sia giusto che abbia il diritto di farlo.

 

Parliamo ora della tua formazione: avendo studiato sia in Italia che in Francia, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi due paesi? Ma soprattutto, se potessi, cosa cambieresti in Italia?

In Italia ho studiato fino al liceo, appena finita la quinta mi sono trasferito a Parigi e mi sono iscritto in una Business School, quindi non ho i mezzi per confrontare i due sistemi educativi. Però posso dire una cosa, nel sistema in cui ho studiato ogni studente sceglie il proprio Major, del quale è obbligato a seguire tutti i corsi, mentre tutto il resto delle classi è scelto dal ragazzo in base a cosa vuole fare nel futuro, e questo lo trovo molto più intelligente e utile che livellarci tutti ugualmente. Io e te, per esempio, possiamo entrambi studiare Finanza, però se io voglio concentrarmi sulle energie rinnovabili mentre tu su Macroeconomia, mi sembra giusto che entrambi possiamo avere la possibilità di focalizzarci di più su materie che servono al nostro percorso personale.

 

Perché secondo te oggi sempre più giovani decidono di partire? Quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

Su questo argomento c’è da fare una distinzione. A mio parere ci sono due tipi di persone che lasciano il proprio paese: i cittadini del mondo, come me, e chi lo fa per necessità.

Ora, nel mio caso io sono Italiano di nascita, amo il mio paese più di chiunque altro, e guai a chi me lo tocca, però non sento la necessità di avere confini. A me piace viaggiare, stare in ambienti internazionali, vivere in un paese dove non si parla la mia lingua, e conoscere altre culture.

Per questi motivi io non sto scappando, sto solo vivendo la mia vita come se il mondo fosse la mia nazione. Nel secondo caso, invece, bisognerebbe vedere settore per settore, capire perché chi davvero vuole rimanere in Italia sia costretto ad andarsene, e cercare di migliorare la situazione in modo che questo non accada più.

 

Che consiglio daresti a tutti quei giovani che hanno un’idea e non sanno come metterla in pratica? Credi sia davvero necessario fare bagagli e andare altrove?

Molto dipende dal settore in cui si vuole lavorare, però non penso sia necessario partire, abbiamo molte Start-Up anche in Italia. L’unico consiglio che mi sento di dare è semplicemente di fare quello che ci si sente, senza doversi ritenere in debito con nessuno. Se si ha voglia di partire, che si parta, se si ha voglia di restare, che si resti. A mio parere il problema sussiste solo nel momento in cui chi vuole rimanere non ha la possibilità di farlo.

 

Cosa potrebbe fare l’Italia per attrarre di più i giovani (sia italiani che di altri paesi), sia in ambito lavorativo, universitario e umanitario? Quali sono i gap da colmare assolutamente?

Immagino questa sia la domanda da un milione di euro! Onestamente non ho una risposta, ma penso che aprirsi all’innovazione, lavorare sulla burocrazia, anche con l’aiuto del digitale, e prendere spunto da tutti quei settori in cui siamo i migliori al mondo, sia un buon punto di partenza.

 

Per seguire Andrea e il suo progetto dell’acqua a portata di click, potete seguirlo su  www.elliotsway.com o su twitter @Andrea_e4w.

Intervista a Leonardo Quattrucci – il più giovane Policy Adviser dell’European Political Strategy Centre, in-house think tank della Commissione Europea

Quella di Leonardo Quattrucci non è la classica storia di un giovane italiano in fuga dall’Italia.

Si, ok, effettivamente la sua avventura parte proprio così, ma oggi – a soli 25 anni – è riuscito ad arrivare da Spoleto, un piccolo centro dell’Umbria, a Bruxelles, dove è attualmente consigliere politico del Direttore generale dello European Political Strategy Centre, think tank della Commissione europea che riporta al Presidente, ed è anche un Junior Fellow all’Aspen Institute Italia e un Global Shaper del World Economic Forum.

Leonardo è un’Italian sicuramente unico nel suo genere, tanto da esser stato nominato da Forbes Magazine nella classifica inaugurale dei 30 Under 30 europei in politica, e ricevere nel 2016 il Premio Italia Giovane nella categoria “Istituzioni”. Noi di The Italians non abbiamo resistito e l’abbiamo intervistato. E questo mese la nostra rubrica è dedicata proprio a Leonardo e al suo motto: “migliorarmi per migliorare”.

 

Ciao Leonardo! Iniziamo l’intervista parlando di premi e riconoscimenti: sei stato nominato da Forbes Magazine tra i trenta under30 “top young leaders” della politica europea e sei stato uno dei dieci italiani under35 dell’edizione 2016 del Premio Italia Giovane. Te lo saresti mai immaginato? Quali credi che siano le chiavi di questo successo?

I riconoscimenti che menzioni sono stati una sorpresa. Chiaramente, mi onorano e mi gratificano. Ma soprattutto mi responsabilizzano e spronano. Li interpreto come un segnale che il duro lavoro paga e soprattutto come un punto di partenza piuttosto che di arrivo. Infatti, ad essere onesto, trovo il concetto di successo un po’ obsoleto. Io preferisco concentrarmi sull’apprendimento: cosa posso imparare, con chi, dove, al servizio di cosa posso mettere le mie conoscenze e competenze? La mia disciplina e la mia motivazione sono “migliorarmi per migliorare”.

 

Sappiamo che sei arrivato nel 2014 a Bruxelles come tirocinante, ma spiegaci meglio: perché hai deciso di lasciare l’Italia? L’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani italiani a mollare tutto oppure quella di partire è più una spinta personale?

Ho lasciato l’Italia nel 2013 perché in un mondo globalizzato, per eccellere, vuoi imparare dai migliori e con i migliori. Nel mio caso specifico, questo significava studiare ad Oxford, nella scuola di governo che all’epoca era stata appena fondata. Volevo imparare a servire con il massimo dell’integrità e della competenza, secondo standard internazionali. Lì ero parte di un gruppo di 60 persone da 40 Paesi diversi, che venivano da cammini differenti – da ex ministri a gente come me. Esporsi a questa diversità ti arricchisce e completa – intellettualmente, personalmente e professionalmente.

Dopo Oxford e una parentesi londinese sono arrivato a Bruxelles, e ci sono rimasto perché ho ricevuto l’onore e il privilegio di mettermi al servizio dell’Unione europea – e quindi dell’Italia. Voglio chiarire una cosa: in un mondo globalizzato, siamo individualmente più forti quando ci uniamo collettivamente. Per cui non bisogna fraintendere: il meglio dell’italianità si può esprimere in Europa. I valori di apertura, solidarietà, protezione – e non protezionismo – sono il meglio di quanto possa offrire l’Italia in Europa e viceversa. Trovo che i dualismi facciano notizia, ma siano generalmente poco veritieri.

Poi se mi chiedi: c’è un problema di gerontocrazia in Italia? Mi sembra di sì, purtroppo. Ma discutere di “esterofilia” o di “fuga dei cervelli” non ha portato soluzioni, per lo meno da quando io ho cognizione di causa. La questione è: come facciamo ad equipaggiare ogni italiano con competenze ed opportunità e sostenere il merito? Come facciamo a costruire un sistema in cui i compiti e le responsabilità sono assegnati in base a competenze e integrità? Io senza borse di studio alla John Cabot non sarei andato, e il modo di finanziare i miei studi ad Oxford me lo sono dovuto inventare.

 

Andiamo più sul personale… Sei il più giovane consulente politico dell’European Political Strategy Centre, che supporta direttamente il Presidente della Commissione Europea, ma cosa significa di preciso? Di cosa ti occupi e quali sono le tue responsabilità? Oneri e onori, insomma!

Significa avere il privilegio di essere parte di una squadra interdisciplinare di eccellenze che ha il mandato – e la responsabilità – di innovare, anticipare e sostanziare proposte di policy. Io ho l’onore di assistere direttamente la Direttrice generale, il che mi ha dato mondo di spaziare tra tematiche di ogni tipo, come ad esempio dall’allora proposta (e oggi realtà) di un’Unione per la sicurezza all’economia digitale. L’onere è assicurarsi che ogni prodotto sia del massimo rigore, della massima qualità, puntualità e rilevanza strategica, dalle Note Strategiche – le nostre analisi di dominio pubblico – a eventi di alto livello.

 

Essere un giovane italiano, in un ambiente del genere, come viene visto? Quali sono le difficoltà e i pregiudizi che hai dovuto superare?

Guarda, io ho la fortuna – o il difetto – di non dare molta importanza alla nazionalità o all’età, ma di guardare a chi mi sta di fronte in quanto persona e professionista, quindi all’etica e alla professionalità. Non sono mai stato discriminato in quanto italiano – questo, nella mia esperienza, è più un nostro complesso che una realtà. D’altra parte, è vero che a volte la gioventù viene guardata con il sospetto di inesperienza, ma la risposta che ho trovato più efficace è sempre stata la performance, non le parole. E devo essere grato ai miei capi che mi hanno dato la possibilità di mettermi alla prova e ai miei colleghi per saper apprezzare i fatti.

 

Raccontaci da insider degli Stati generali degli italiani nelle istituzioni Ue: cosa sono? Come nasce questa idea e dove vuole arrivare?

Gli Stati Generali degli italiani nelle Istituzioni europee sono un esperimento eccezionale: nessun Paese, prima del 23 giugno scorso, aveva costruito una simile infrastruttura per la rappresentazione, l’ascolto e la mobilitazione dei propri connazionali a Bruxelles. L’idea nasce dalla Rappresentanza d’Italia presso l’Ue e dal Ministero degli Affari Esteri che, insieme, hanno dato inizio questo laboratorio di italianità nell’Unione europea. Ovviamente, il vero evento comincia ora: l’occasione di riunirsi deve corrispondere a azioni per rappresentarsi. Gli italiani sono un decimo dei funzionari nelle Istituzioni – tantissimi! Saremo un coro unisono e una collezione di solisti? Questo dipende dall’impegno e dalle richieste di ognuno di noi.

 

Partendo dalle tue esperienze politiche, ma con lo sguardo rivolto al futuro dell’Italia: quali credi siano i problemi maggiori da risolvere per i giovani, per fare in modo che non sentano la necessità di andare altrove per realizzarsi?

Per rispondere vorrei chiarire che io sono un funzionario pubblico: di esperienze politiche da cui partire al momento non ne ho e, quindi, non mi avvalgo di tali facoltà. Detto ciò, penso che prevenire gli italiani dall’andare altrove per realizzarsi sia un ragionamento sbagliato. Sarebbe come provare a vincere una gara facendo inciampare gli atleti concorrenti, invece di allenarsi ad essere più veloci. In più, oggi la competizione è globale. Se un italiano vuole confrontarsi con un cinese, un giapponese, un indiano, una americano, ben venga – bisogna competere a rialzo.

La vera domanda, per me, è: come rendiamo l’Italia una destinazione attraente per vivere, lavorare e investire? E non solo per gli italiani, ma a livello internazionale. Il punto di partenza, per me, è l’investimento in capitale umano e un nuovo patto tra generazioni: l’Italia ha il record di giovani disoccupati e non impiegati in istruzione o formazione (Neet), e questo è un rischio per la sostenibilità sia del futuro della prossima generazione sia della prosperità di quella presente. Per cui, investire nell’istruzione digitale e della prima infanzia, digitalizzare l’industria, semplificare le procedure per creare un’impresa, promuovere le eccellenze accademiche con borse di studio… I Paesi che oggi prosperano e innovano sembrano aver seguito questi passi.

 

Che consigli daresti ai tanti giovani che ti guardano come un esempio, e che vorrebbero riuscire – magari anche in altri ambiti, perché no – in quello che stai facendo tu?

Di dare consigli non mi sento all’altezza! Quello che ha funzionato per me, fino ad oggi, è – come dicevo prima – chiedersi “Che cosa posso imparare? E perché?” piuttosto che “Chi voglio diventare?” Le competenze valgono più delle carriere. E poi circondarsi di persone migliori di se, che siano anche oneste e pronte a dirci cosa possiamo fare meglio e dove abbiamo sbagliato. Di critiche costruttive non si può mai essere sazi, specialmente in un mondo passiamo troppo tempo sui social a congratularci a vicenda con persone che la pensano allo stesso modo.

 

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Cosa si può fare in concreto per aiutare l’Italia nella sua crescita, anche lavorando da fuori, come stai facendo te, sfruttando le competenze e il talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute?

Nel mio piccolo, cerco di impegnarmi nel “dare al domani” e nel costruire “imprenditorialità civica”. In pratica, questo significa concentrarsi nel sostenere i più giovani – parliamo dai 18-20enni in giù – sia nell’acquisizione di competenze che nell’individuazione delle loro possibili scelte. Con la Fondazione Homo Ex Machina, di cui ho il privilegio si sedere nel talent board, stiamo provando a creare quest’infrastruttura intergenerazionale, dove dei dirigenti offrono il loro tempo e le loro esperienze ai più giovani e in cambio ricevono idee, prospettive nuove. Troppo spesso sottovalutiamo quanto si possa imparare da una persona di 10 anni. Mi chiedo se dovremmo istituire un giorno della settimana in cui condividiamo un gesto di imprenditorialità civica o di solidarietà tra generazioni. Che dice?

 

 

Noi di The Italians non possiamo che essere d’accordo con Leonardo. Inseriti nel contesto sempre più veloce e dinamico di un mondo globalizzato in continuo cambiamento, i ragazzi devono saper diventare imprenditori di se stessi e “migliorarsi per migliorare”. Se ampliare il proprio bagaglio di esperienze e confrontarsi con le altre culture è giusto, lo è anche lavorare per il proprio Paese e far sì che diventi sempre più meta attrattiva all’estero ma soprattutto per i propri giovani.
Ormai è diventato un mantra: non bastano discorsi teorici, occorrono delle proposte concrete. E nell’attesa di festeggiare – speriamo presto! – il primo giorno di imprenditorialità intergenerazionale, non ci resta che incrociare le dita e sperare che la storia di Leonardo possa essere utile a tanti altri giovani italiani sparsi nel mondo.

Intervista al team di Buildo – startup 100% internazionale, 100% italiana!

Nuovo mese, nuova intervista: questa volta, di stampo corale. Gli italians che vi presentiamo oggi sono un gruppo di 16 giovani expats che da Chicago sono tornati in Italia portandosi dietro la loro creazione: Buildo, un hub per programmatori e startuppers di livello. La loro è la storia di chi, tornando in patria, ha avuto successo. Ce la racconta Luca Cioria, 27enne di Monza con alle spalle percorsi di studio e lavoro negli Usa (a Philadelphia e Chicago) e a Parigi dove ha lavorato per Google. Adesso ha fatto campo base a Milano, dove nella software house Buildo si occupa un po’ di tutto, dagli aspetti più ingegneristici al project management fino alle vendite.

 

Ciao Luca! La vostra è una di quelle storie che infondono ottimismo: siete 16 expats che hanno avuto la possibilità di tornare a lavorare in Italia. Nello specifico: da Chicago te e il tuo team avete deciso di tornare a Milano per portare avanti la vostra start-up Buildo. Potresti raccontarci qualcosa in più sul vostro progetto e sulla scelta di tornare nel nostro paese?

Infondere ottimismo è l’obiettivo principale della nostra campagna, siamo contenti di avervi trasmesso questo sentimento. Relativamente a Buildo, siamo una società di software engineers, che per intenderci vuol dire che siamo degli smanettoni dei linguaggi di programmazione.

Nonostante si parli degli Stati Uniti come a un qualcosa di simile a un paradiso terrestre, non è esattamente così. La loro cultura lavorativa, che estremizza il sacrificio per i soldi e che pregiudica le relazioni sociali, è un punto debole di cui spesso non si parla.

Dell’Italia ci mancava la brillantezza delle persone, oltre che il cibo e le buone abitudini. Inoltre il nostro Paese, certamente con le sue difficoltà, ha ancora rispetto del lavoro e permette di vivere in un ambiente complessivamente più sano.

 

Facciamo un passo indietro: come sei arrivato a Chicago? Quali scelte ti hanno portato a lasciare l’Italia?

La decisione di andare a studiare e lavorare negli USA l’ho presa da bambino, seguendo l’esempio di parenti che si erano trasferiti negli Stati Uniti. La cosa, come puoi immaginare, mi aveva sempre affascinato. Crescendo, ho capito che l’istruzione e il lavoro (in particolare nel mondo tech) potevano essere migliori laggiù. Di conseguenza, quando è arrivata l’opportunità di partire, l’ho presa al volo: la University of Illinois, dove ero studente, aveva ottimi ranking e buone connessioni lavorative. Ho fatto “armi” e bagagli e, preso il vaporetto, sono partito.

 

Da expat, sappiamo che tornare in Italia è una scelta difficile. Quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere fuori dall’Italia e quali le difficoltà maggiori da superare per arrivare a competere con gli altri paesi?

Vivere negli USA mi ha permesso di conoscere un nuovo metodo di apprendimento, molto più pratico rispetto al nostro, e mi ha dato la possibilità di confrontarmi con il livello medio americano. Da qui è nata la convinzione che in Italia, grazie ad università come il Politecnico di Milano e la Bocconi, il livello medio di scolarizzazione sia in realtà superiore.

Di un’altra caratura è stata invece la mia esperienza a Parigi per Google: una città stupenda e un’azienda quasi da sogno, che mi hanno insegnato tantissimo in molti ambiti che oggi applichiamo a Buildo.

Cambiando argomento, non sono così d’accordo sul fatto che sia difficile tornare in Italia. All’inizio era una scommessa, ma vi assicuro che – quando si riesce a creare il proprio spazio – la qualità della vita è ottima, a mio avviso superiore a quella degli USA. Inoltre, anche se in Italia si guadagna oggettivamente meno, il costo della vita è spesso proporzionato allo stipendio. Ciò che andava meglio negli Stati Uniti erano le opportunità di network, molto articolate, soprattutto se paragonate a quello che abbiamo qui a Milano.

Per concludere, relativamente alle difficoltà nel competere con altri paesi, sviluppare la notorietà del brand è un punto chiave per noi in questo momento, soprattutto volendoci confrontare con una concorrenza globale. Non è infatti facilissimo esporsi ai mercati esteri, visto che l’Italia non è competitiva nei prezzi rispetto a nazioni come India o Polonia e non è ancora percepita come leader di qualità in questo mercato, nonostante l’offerta ne avrebbe le caratteristiche.

 

La vostra è una società molto “particolare”: avete un team composto quasi esclusivamente da ex expat ed il vostro punto di forza si basa sul poter assicurare un lavoro sicuro agli expat “di rientro”. Potresti spiegarci meglio l’idea che sta alla base di questa vostra politica?

L’idea si basa sulla triste realtà che molti giovani sono costretti a cercare lavoro all’estero, non trovando in Italia le giuste condizioni per rimanere. Visto che la consideriamo oggettivamente una cosa triste, ci battiamo ogni giorno per cercare collaboratori anche al di fuori dei confini Italiani. Ovviamente gli stipendi all’estero sono più alti, alla luce però di un costo della vita maggiore. Cerchiamo di offrire ai nostri collaboratori tutto il necessario per rendere la nostra offerta interessante: ad esempio, organizziamo degli offsite con cadenza semestrale (di recente abbiamo trasferito l’azienda per una settimana a Tel Aviv e successivamente a Tenerife); mangiamo quotidianamente assieme, grazie all’impegno del nostro happiness manager, che ha l’unico scopo di rendere felice la convivenza fra employees; puntiamo molto sulla soddisfazione lavorativa, e quindi investiamo il 20% del nostro tempo in attività di ricerca per stimolare la crescita e mantenere vivo l’interesse verso il nostro lavoro.

Come avrai intuito, cerchiamo di creare un’esperienza complessiva che punti alla felicità di chiunque lavori in Buildo.

 

Qual è il valore aggiunto di avere nelle proprie fila italiani che hanno avuto esperienze all’estero? Da dove vengono, e cosa cercavano, i vostri expat? Ma soprattutto: cosa hanno trovato migliore in Italia rispetto ad altre parti del mondo?

Francesco Negri, nostro senior software engineer, viveva a Londra. Molti altri vivevano a Chicago. Cristian Veronesi, nostro business developer, viveva a Bruxelles, Eric Camellini in California e Francesco Giordano a Tenerife.

L’aver approcciato una cultura diversa è molto utile. Per darti un esempio, il modus operandi e le competenze acquisite all’estero stanno creando un caleidoscopio di opinioni molto efficace a Buildo, evitandoci la mono-opinione. Inoltre, visto che buildo cerca clienti anche all’estero, è fondamentale conoscere i propri interlocutori!

Tornando in Italia abbiamo ritrovato le abitudini Italiane che, almeno a me, mancavano tantissimo. La maggior parte di noi non ha un motivo preciso per cui è tornata, ma un generico senso di star meglio qui, con le nostre abitudini, gli amici, la famiglia.

 

Uno dei temi a noi cari è quello della mancata meritocrazia che porta sempre più persone a lasciare l’Italia per portare altrove le proprie competenze. Vivendo all’estero avrai avuto modo di toccare con mano la questione: cosa ne pensi? È un problema che può essere risolto? (Se si, come?)

Ogni paese (purtroppo) è non meritocratico a suo modo. Ci sono paesi che magari non lo danno a vedere: prendi per esempio gli Stati Uniti, con le sue politiche discriminatorie nei confronti della classe sociale più povera. Certo, ci sono le borse di studio per i migliori, ma sono pochissime e sono praticamente inesistenti al liceo, fondamentale per essere poi ammessi in università prestigiose. Di conseguenza, è molto difficile scalare fra classi sociali.

L’Italia ha sicuramente dei difetti da questo punto di vista, ma non credo sia così diversa dalla media. Noi nel nostro piccolo tentiamo di assumere i migliori. Oltre a questo, abbiamo una struttura organizzativa che premia la competenza e non l’anzianità. Sarebbe bello se più aziende ragionassero in questo modo.

 

Cos’è che, secondo te, attrae maggiormente i giovani all’estero?

Ovviamente, la facilità nel trovare lavoro. Se si paragona l’Italia al resto del mondo è scontato che sia più probabile trovare lavoro fuori dai confini d’Italia. Fosse altro che per una questione di grandezza geografica e di numero di aziende presenti in Italia e di numero di aziende presenti nel resto del mondo. Il nord Italia, dove abbiamo sede, vive una ripresa solida. Proprio per questo, speriamo che in futuro molti meno giovani si trasferiscano all’estero per necessità e, proporzionalmente, vada crescendo la fetta di chi lo fa per scelta.

 

E cosa potrebbe fare l’Italia per rendersi più attrattiva agli occhi dei suoi stessi ragazzi? Parliamo in ambito lavorativo, universitario, umanitario… quali sono i gap da colmare assolutamente?

L’Italia potrebbe rendere più facile la vita agli imprenditori, che poi daranno lavoro ai ragazzi. Ma credo non sia sufficiente abbassare le tasse, ormai molti giovani si trasferiscono all’estero pur avendo opportunità lavorative in Italia. Credo che si debbano creare incentivi per le aziende che investono sulla formazione dei dipendenti. In questo modo le opportunità lavorative in Italia diventerebbero più stimolanti, il livello di competenza medio salirebbe e si innescherebbe un circolo virtuoso.

 

Per tutti i giovani che vorrebbero tornare in Italia ma che hanno paura di non trovare lavoro (o le giuste condizioni di lavoro), che consigli puoi dare?

Di essere determinati e di non lasciare le cose a metà dell’opera, ricominciando a lamentarsi subito dopo essere tornati. È importante tenere in mente l’obiettivo finale e saper affrontare le difficoltà. Poi, per chi non è soddisfatto di quello che trova oggi in Italia, c’è sempre una soluzione intermedia: molte aziende offrono infatti la possibilità di lavorare da remoto.

 

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? buildo potrà innescare una sorta di circolo virtuoso tra società/aziende/start up che cerca di riportare gli expats in Italia e di valorizzarli?

Continuare a crescere in termini di dipendenti e fatturato è sicuramente uno degli obiettivi per Buildo da qui ai prossimi anni. Il secondo traguardo che abbiamo in mente è quello di spingere al massimo la nostra vision lavorativa, che pone al centro l’individuo. Il risultato di tutto ciò potrebbe essere proprio il circolo virtuoso di cui tu hai fatto menzione, anche se siamo ancora agli inizi di questo percorso.

 

E cosa aggiungere se non che la storia di Buildo ci insegna che tornare, costruire un progetto vincente e farlo crescere, non sono cose impossibili? Tanto impegno, caparbietà e forse pure un po’ di testa dura e notte insonni – e magari anche un pizzico di fortuna, che non guasta mai – sono gli ingredienti vincenti della storia di successo di questi ragazzi. “Non lasciare le cose a metà”, insomma.

Dal canto nostro, noi c’auguriamo di conoscere sempre più storie “di ritorno” e di ragazzi felici!

Intervista a Camilla Capasso, giornalista freelance e Publications Officer per Forest Peoples Programme

L’inizio di settembre è un momento quasi magico, in cui vengono lasciati indietro tutti i ricordi estivi e si impiegano tempo e mente per nuove promesse e nuovi progetti. Settembre è quel momento in cui decidiamo che, finalmente, “da adesso in poi si ricomincia con una nuova marcia!”.
Ma in questi giorni di transito, non preoccupatevi, una costante c’è: The Italians continua con le interviste mensili e oggi vogliamo farvi conoscere l’Italians del mese, la 24enne Camilla Capasso.

Camilla, nata e cresciuta in un piccolo paesino della Brianza, inizia il suo viaggio a 19 anni: dopo aver conseguito la maturità, una laurea in giornalismo alla University of Westminster di Londra e un master in antropologia alla London School of Economics, a febbraio di quest’anno è approdata ad Oxford dove lavora per l’ong “Forest Peoples Programme” come responsabile delle pubblicazioni.

Scopriamo insieme la storia di Camilla, una ragazza che per volontariato ha girato Londra, Edimburgo, Marburg, Francia e Venezia. Ma anche, e soprattutto, una ragazza che ama la scherma, le montagne e che compra (decisamente!) troppi cappelli.

Ciao Camilla! Raccontaci la tua esperienza da Italians: da dove comincia tutto? Quali sono le scelte che ti hanno portata dalla Brianza fino ad Oxford?

Sono nata e cresciuta in un paesino della Brianza, un posto bellissimo a ridosso delle pre-alpi che però, come molti piccoli paesi, fa fatica a stare al passo con i tempi. Durante l’ultimo anno di liceo ho fatto domanda alla University of Westminster di Londra per studiare Giornalismo; è stata una scelta difficile ma in qualche modo naturale. La mia famiglia, da sempre, mi ha insegnato ad essere curiosa ed indipendente, ad aprirmi al mondo e a fare il maggior numero di domande possibile. La mia decisione di partire è stata dettata da una naturale inclinazione più che da un piano ben preciso, ma non per questo ero meno terrorizzata!
Non ci è voluto molto, però, per far si che la curiosità vincesse sulla paura e ora, guardandomi indietro, so che quest’esperienza mi ha cambiato la vita. Dopo la laurea ho fatto domanda per un master in Antropologia alla London School of Economics e a febbraio di quest’anno, finiti gli studi, mi sono trasferita a Oxford per lavorare in una ONG. I miei interessi sono cambiati molto negli anni, ma il mio progetto a lungo termine continua ad essere quello di interrogarmi il più possibile per cercare di capire – anche solo un po’ – come funziona il mondo e come si può migliorarlo.

Parliamo ora dei tuoi studi: qual è il fil rouge che lega il giornalismo all’antropologia sociale, che sono state – e sono tutt’ora – le tue materie di studio e lavoro? Avendo studiato sia in Italia che in UK, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi due paesi? Ma soprattutto, se potessi, cosa cambieresti in Italia?

Il giornalismo di oggi, salvo eccezioni, manca di analisi. Siamo bombardati da notizie flash che non vengono inserite in un contesto, a cui non viene davvero dato un significato. L’antropologia è una forma mentis, abbatte tutti i preconcetti e scava per cercare le ragioni alla base del comportamento umano tenendo in considerazione l’ambiente culturale e sociale nel quale si sviluppa. Il giornalista di oggi, a mio parere, non dovrebbe solo descrivere gli eventi meccanicamente, ma anche provare a capirli ed analizzarli da punti di vista diversi, anche se lontani dal suo.
Il sistema scolastico italiano è migliore di quanto pensiamo e abbiamo un bagaglio culturale di gran lunga superiore – e molto più ampio – di quello dei loro coetanei inglesi. Quello che manca è la possibilità di mettere in pratica le conoscenze acquisite. Le università in Inghilterra spingono molto gli studenti verso progetti pratici, li aiutano a capire come sviluppare i propri interessi e come riconoscere ed affrontare i propri punti deboli per trasformarli in punti di forza. Alle università italiane non manca solo un collegamento col mondo del lavoro, ma anche un interesse genuino per gli studenti e per il potenziale infinito che essi rappresentano.

Sappiamo inoltre del tuo grande sogno dell’America Latina, per la quale sei anche corrispondente in diversi giornali. Da dove nasce questa passione? Sei mai stata in quei posti? Qual è il contributo che pensi di poter apportare?

Ho cominciato ad interessarmi all’America Latina durante il secondo anno di un’università, principalmente perché trovavo che i media non ne parlassero abbastanza. E’ un continente che è stato colonizzato per secoli a causa delle sue risorse naturali e che continua tutt’oggi a soffrire le conseguenze del consumismo occidentale. Il minimo che possiamo fare è parlarne, dare una voce alle popolazioni indigene le cui terre vengono strappate per far posto a coltivazioni intensive, ai sindacalisti che vengono uccisi perché osano chiedere una paga giusta e condizioni di lavoro umane, ai giornalisti che ‘spariscono’ perché provano a denunciare, agli attivisti ambientali che vengono uccisi perché vogliono proteggere il proprio territorio. Il mio lavoro mi porterà a conoscere più da vicino alcune di queste situazioni e spero di riuscire, nel mio piccolo, a far parlare di più di questa regione del mondo.

Passando dagli studi al lavoro: cosa ti spinge a lavorare per una ONG come “Forest Peoples Programme”? Qual è la vostra missione, e più in particolare il tuo ruolo? E quali sono le difficoltà, sia fisiche che etiche, che ogni giorno siete costretti ad affrontare?

Forest Peoples Programme si occupa di dare supporto a popolazioni che vivono e traggono sostentamento dalle foreste e le cui terre vengono disboscate per far posto ad attività estrattive, mono-culture intensive e produzione di legname. Il nostro compito non è quello di intervenire in prima persona, ma di costruire uno spazio politico dove queste popolazioni possano chiedere il rispetto dei propri diritti, controllo sulle proprie terre e libertà di scegliere del proprio futuro.
L’organizzazione produce report, saggi accademici, articoli e libri sull’argomento. Io mi occupo del processo editoriale che ne sta dietro, della pubblicazione e diffusione. Una delle cose più difficili da fare è proprio quella di resistere alla tentazione di prendere la parola al posto dei diretti interessati e ricordarsi che esistiamo come organizzazione solo per dare appoggio e supporto e non per imporre le nostre idee. L’autodeterminazione delle popolazioni con le quali lavoriamo è fondamentale.

Dal tuo profilo LinkedIn emerge anche un altro tratto della tua personalità: quello legato all’ambito del volontariato. Sei stata volontaria a Londra, Edimburgo, Marburg, Francia e Venezia: che cosa facevi e quali sono le differenze che hai potuto notare in questi diversi posti?

Le attività di volontariato sono state il mio primo, vero contatto con l’estero. Mi hanno dato la possibilità di incontrare gente meravigliosa che veniva da paesi diversi, che avesse voglia di fare e che fosse abbastanza idealista da pensare di poter cambiare il mondo. Per la maggior parte ci occupavamo di conservazione ambientale, ma penso che la vera bellezza di fare volontariato stia nel comprendere che lavorare insieme a dispetto della provenienza, della religione e della lingua non sia solo possibile, ma anche estremamente divertente e gratificante!

Perché – a tuo parere – oggi sempre più giovani preferiscono partire dall’Italia e portare altrove le proprie competenze? È un problema della mancata meritocrazia o c’è anche altro che bolle in pentola? Partendo dalla tua esperienza, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

Non sarò di certo la prima a dirlo, ma l’Italia è un Paese appesantito da decenni di mala politica, burocrazia ed illegalità dettata da interessi personali. E’ sfiancante, per chi ha idee e progetti, cercare di metterli in atto perché ci si scontra sempre con una mentalità restia al cambiamento. La mancanza di meritocrazia è solo uno dei sintomi. Sono problemi che purtroppo richiedono molto tempo per essere sistemati e che, a mio parere, si nutrono di due componenti: la convinzione che il cambiamento distrugga le tradizioni e la mancanza di un impegno collettivo dettato dall’egoismo di chi pensa solo a se stesso e ai propri interessi e non al bene del Paese. In quest’ultimo caso è molto semplice pensare alla classe politica, dimenticandoci il famoso tormentone popolare del “tanto fanno tutti così”.

Una domanda più personale – lasciare l’Italia, partire e andare lontano, conoscere popolazioni, culture estranee: te ne sei mai pentita? Cosa ti spinge ogni giorno ad affrontare le tue paure e ad alzare sempre di più l’asticella?

Non mi pento mai di essere partita, ma penso spesso a come sarebbe andata se fossi rimasta in Italia. La risposta è che non lo so. Quello che so è che in Inghilterra, sia durante l’università che nel mondo del lavoro, ho sempre avuto la libertà di proporre le mie idee e l’appoggio per trasformarle in progetti reali. La creatività viene premiata se si ha il coraggio di mettersi in gioco. Inoltre, la mia paura più grande è sempre stata quella di annoiarmi. Viaggiare, vedere posti diversi e mettersi in gioco sono dettati da una curiosità che ho sempre avuto e che spero non mi abbandonerà mai. Il lavoro per me non è un fine, ma un mezzo per tenere la mente aperta e attiva, per continuare ad interrogarsi e per non dare mai niente per scontato.

Da italiana residente in Gran Bretagna, uno dei temi più discussi è stato sicuramente il Brexit. Potresti farci qualche considerazione personale? Cosa ne pensi, e soprattutto cosa cambia per voi Italians?

Il Brexit è stato un pugno nello stomaco. Per i primi giorni dopo il voto mi sembrava di aver vissuto per 5 anni in un Paese di cui non avevo capito niente. A mentre fredda ho realizzato che la Gran Bretagna ha dei problemi di classe che non sono mai stati affrontati, che il voto poco centrava con me e con l’Europa ed era più il sintomo di una classe popolare scontenta che ha pagato un prezzo altissimo negli ultimi anni a causa di tagli economici folli e che ha pensato di trovare risposte in una campagna elettorale basata sull’identificazione dell’immigrato (europeo o extraeuropeo) come capro espiatorio. L’atmosfera è confusa e lo sarà finché non saranno terminate le trattative con l’Unione Europea. Per me questo significa non sapere cosa succederà nei prossimi anni, significa fare dei piani a breve termine e chiedermi davvero se e per quanto tempo voglio ancora rimanere qui.

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

L’Italia mi manca infinitamente. Mi mancano tutte quelle qualità che ci rendono unici, come l’innata capacità di cavarcela sempre, la passione che mettiamo nei gesti più quotidiani e la grande generosità ed empatia che sappiamo mostrare. Tornare in Italia e poter contribuire a renderla più aperta, vivace e al passo coi tempi è un progetto a cui sto lavorando e che spero un giorno, magari non troppo lontano, di poter realizzare.

Ars Libri la gioia delle letture non-fiction

“Una stanza senza libri è come un corpo senz’anima”
(Marco Tullio Cicerone)

Io amo leggere. Da quando mia madre mi ha messo in mano uno di quei libricini per imparare a leggere all’età di cinque anni credo di non aver mai passato neanche un giorno senza leggere qualcosa.

Libri, giornali, blogs, ricette: qualunque cosa sia scritta bene – o male, perché in qualche modo si deve imparare a distinguere – io la leggo.

Prima di iniziare l’università ho attraversato, come molte altre teenagers come me, le più svariate fasi di amore per determinati generi letterari. Sono stata catapultata dall’ossessione per Harry Potter – non prendiamoci in giro: la fase Maghetto Inglese con gli Occhiali non passerà. Ma tipo mai. Ma neanche sotto maledizione crucio – a quella per Twilight. Sí, anche quella, perché abbiamo tutti avuto quattordici anni e anziché farmi le canne leggevo di gente che sbrilluccicava al sole.

Flash forward al primo anno della mia vita da universitaria e mi trovo ad affrontare categorizzazioni letterarie di cui non avevo mai sentito parlare: fiction e non-fiction.

Il termine non-fiction indica quei libri atti all’informare e sono basati su fatti, non immaginazione. Considerando la mia precedente esperienza, limitata alla lettura di Norberto Bobbio e Hannah Arendt durante le ore di filosofia, mi aspettavo tre anni di noia mortale.

Ho scoperto invece un grande amore.

Il primo anno di Giornalismo ho seguito cinque corsi, uno dei quali intitolato “Contextual Journalism”: ogni settimana dovevo presentarmi ad una lezione di un’ora in cui i professori ci spiegavano, passo per passo, la storia e l’evoluzione del giornalismo britannico ed internazionale.

Dopo la lezione era obbligatorio partecipare ad un “seminar”, ovvero un’altra ora di discussione monitorata da un professore in cui otto aspiranti giornalisti ascoltavano i risultati di ricerche approfondite fatte da altri due studenti sulla lezione della settimana precedente.

La cosa che più mi divertiva di queste lezioni – passato il primo periodo di panico vista la mia ignoranza sul normale svolgimento di simili sessioni – era la libertà che avevamo per approfondire l’argomento: c’erano delle liste di libri suggeriti, ma erano solo quelli. Suggeriti.

Potevo passare ore in biblioteca, scavando nei meandri più bui del web per scoprire delle particolarità sui grandi uomini e le grandi donne che hanno influenzato il giornalismo moderno. Fatti che nei libri prettamente scolastici vengono spesso omessi perché non pertinenti, o semplicemente inutili.

Per esempio: la prima giornalista Americana certificata, Ann Royall, ottenne un’intervista esclusiva con il Presidente John Quincy Adams perché era a conoscenza della sua passione per le nuotate mattutine nel fiume Potomac. La Royall si presentò un giorno sulla riva del fiume, prese gli abiti del presidente, e ci si sedette sopra finché non le concesse un’intervista.

Saperlo servirà mai a concludere una trattativa di pace? A sistemare l’economia? Probabilmente no, ma rimane una grande lezione di perseveranza e testardaggine da cui si può imparare a non mollare.

La maggior parte dei libri usati per le mie ricerche erano appunto lavori di non-fiction: fatti reali, tangibili, di cui si possono capire le ragioni e le conseguenze. E da buona giornalista – o forse da incurabile curiosa – io voglio sapere tutto, su tutto quello che mi circonda e su tutti quelli che fanno la storia.

Le facoltà britanniche, soprattutto quelle classificate come “humanities” – vedi: Arte, Antropologia, Giornalismo, Politica, etc. – si basano fondamentalmente sullo studio individuale e sulla ricerca autonoma. L’idea di base è questa: anziché costringere lo studente a seguire 32 milioni di ore in aula a seguire corsi o leggere pile di dispense per gli esami, in Inghilterra è lo studente a decidere come e cosa approfondire di una lezione.

Ovviamente, durante i corsi tradizionali, i professori toccano i punti piú importanti di un argomento e.g. Karl Marx e la dittatura del proletariato, ma ogni partecipante al seminar della settimana seguente porterà elementi diversi, arrichendo la conversazione e lasciando agli altri partecipanti nuovi punti di vista.

Questa libertà di scelta nell’istruzione, anziché essere caotica come ci si aspetterebbe, dà origine a dibattiti che possono cambiare la percezione di molti, o perlomeno spronare un individuo a pensare in modo alternativo al proprio. Cosí facendo si facilita la comprensione del prossimo e si inizia a capire, piano piano, i meccanismi che si nascondono dietro tutti i sistemi – politici, economici, sociali, etc. – che ci circondano.

Ed è per questo motivo che, nonostante io continui a riempire le mie povere librerie con libri di tutti i generi, i miei preferiti siano diventati quelli di non-fiction. Per continuare il dibattito che ho iniziato quando sono entrata all’università, e per completare la mia istruzione sugli altri e sul mondo.

Termino questo post con un ulteriore fatto storico interessante in cui sono inciampata preparando una lezione sull’evoluzione del ruolo dei corrispondenti di guerra.

Il conflitto piú lungo che sia mai esistito è durato ben 335 anni, ed è stato “combattuto” tra l’Olanda e le Isole Scilli senza neanche mai sparare un colpo: viene definita guerra nonostante la mancanza di battaglie, e la pace tra il paese europeo e l’arcipelago della Cornovaglia è stata dichiarata solo nel 1986.

Intervista a Anna Chiara Ferigo, project coordinator per l’associazione RAJ-Tunisi

Anna Chiara Ferigo, 26 anni e una vita vissuta tra Venezia, Parigi, Padova, Bruxelles, Korba  Médenine e Tunisi, dove Anna Chiara risiede anche oggi.

Attualmente volontaria e “project coordinator” presso l’associazione RAJ-Tunisi (reseau alternatif des jeunes) dopo uno SVE (servizio volontario europeo, 6 mesi a Medenine), Anna Chiara in Italia ha studiato Scienze politiche, relazioni internazionali e diritti umani presso l’Università di Padova, per proseguire poi i suoi studi a Parigi prima e a  Bruxelles poi, dove ha seguito e concluso con successo un master in scienze politiche, senza fermarsi mai tra un lavoretto di baby sitting e uno stage presso la CNAPD sotto il responsabile di ricerca ed advocacy.

Quando le chiediamo se ha voglia di rientrare in patria Anna Chiara ci confida che dopo un (bel) po’ di tempo fuori casa, la voglia di rientrare c’è, ma i dubbi sono ancora tanti… E allora…

Cominciamo!

Ciao Anna Chiara! Sappiamo, come detto sopra, che da anni oramai viaggi  per l’Europa (e non solo) in cerca di nuove esperienze, e che dopo un master all’ULB di Bruxelles, sei da poco meno di un anno in Tunisia. Raccontaci meglio la tua esperienza da “Italians”.

Ciao The Italians! Innanzitutto grazie per avermi dato la possibilità di raccontarvi un po’ di me, spero che in qualche modo le mie parole possano esservi utili nella continuazione del fantastico lavoro di sensibilizzazione sull’emigrazione qualificata italiana che state facendo.

Come avete detto, nel corso degli ultimi anni sono stata un po’ qua e la per l’Europa e non.

Da quando ho memoria, ho sempre desiderato partire:  Venezia, nonostante la sua magnificenza storica e culturale mi è sempre stata un po’ stretta, ma di per sé il vero motivo era che ho sempre amato viaggiare e andare alla scoperta di nuove culture e persone.

Finito il liceo, dopo qualche mese di incertezze e crisi mistiche sono partita per Parigi, dove ho seguito per 6 mesi un corso di civilizzazione e lingua francese. La mia prima vera esperienza all’estero senza mamma e papà a fianco. Il rientro a Venezia fu a dir poco traumatico e dopo qualche contrattazione con i miei riuscii a trasferirmi a Padova per seguire la triennale. Anni universitari indimenticabili, ma il pallino di partire era sempre nella mia mente. Feci diversi viaggi, Europa, USA… ma il mio vero desiderio, visto anche il mio percorso di studi (diritti umani e relazioni internazionali), era quello di recarmi in un paese in via di sviluppo. Fu così che appena preso il diploma di triennale partii per la mia prima volta in Tunisia. Dire che ne rimasi affascinata è poco, visto che ora mi trovo ancora qua. Amore a prima vista! Dopo un breve periodo di volontariato nella Youth House of Korba, nel nord est del paese, le valigie erano già pronte per una nuova avventura: Bruxelles. Qui ho svolto il mio master in Scienze politiche percorso Politiche internazionali. Ho continuato ad interessarmi sempre di più sulla Tunisia, così da dedicarle la mia tesi finale :Transition démocratique en Tunisie. Etude de cas: les élections législatives tunisiennes de 2014”.
Dopo uno stage di 3 mesi in un ONG a Bruxelles, il caso ha voluto che ripartissi per la Tunisia, grazie al programma europeo SVE, servizio volontario europeo. Questa volta però, non più nel relativo “confort” del nord del paese, ma in una cittadina più desertica del sud, Medenine.  Da inizio luglio invece ho cominciato a collaborare con un’associazione di Tunisi e sono incaricata del management dei progetti.                                                                                                   

Viaggi, viaggi, viaggi… Potresti raccontarci quali sono le opportunità che hai potuto cogliere nei Paesi nei quali hai potuto studiare e lavorare? Sono certa che avrai molte cose da dirci sulla tua esperienza tunisina…

Beh, le opportunità, uniche, che ho potuto cogliere sono state diverse, tra le quali sicuramente la possibilità di imparare nuove lingue e di praticarle al massimo (parlo correntemente inglese e francese e ora inizio a dilettarmi anche con il tunisino); poi c’è naturalmente stata la possibilità di confrontarmi con culture diverse, il fatto di essere stata spesso sottoposta a sfide interculturali e d’integrazione, il tutto mi ha ancora di più sensibilizzato di fronte alle problematiche mondiali attuali di migrazione.

 

Bruxelles, terra di expat e di burocrati e poi via, nella Tunisia più vera che ci sia. Due esperienze totalmente differenti tra loro, come hai vissuto questo grande passo? 

Più facile a dirsi che a farsi, visto che tra Bruxelles e Medenine non ci sono solo migliaia di kilometri di distanza, ma anche la mancanza di birra e cioccolato! A parte gli scherzi, il mio trasferimento in Tunisia non è poi stato così drammatico, visto che avevo già molte conoscenze sul paese. Poi certo, una volta sul posto se ne scoprono molte altre, ma nel complesso posso solo dire che è stata une buona decisione quella di partire, ma che ogni tanto penso alle gauffres, qui introvabili.

 

Ma ora torniamo al nostro bel paese… Cosa ne pensi della mancanza tutta italiana di quel fondamentale collegamento che dovrebbe esistere tra skills acquisite durante il percorso di studi e il mercato del lavoro? Nei posti in cui hai vissuto credi la situazione sia la stessa o quali sono le maggiori differenze che hai riscontrato?

Quello che posso dire a riguardo, parlando del mio percorso di studi, che, diciamola tutta, non è così considerato in Italia, rispetto ad esempio al Belgio e alla Francia, e che le skills che ho acquisito durante gli studi non mi hanno aperto nessuna possibilità  lavorativa concreta (in Italia, ndr).

Mia madre mi dice sempre: “quando la smetterai di lavorare gratis?”. Ebbene si, se vuoi, come me, lavorare (con un contratto e un salario non poi tanto elevato) nel mondo delle organizzazioni no profit, a livello umanitario e di sensibilizzazione e a contatto con la gente, servono, anni di esperienza, che nessun neolaureato ha. Nel nostro paese, sfortunatamente, quando si parla di ONG, si pensa unicamente al volontariato e non c’è una reale concezione di tutto il lavoro che invece c’è dietro.

A Bruxelles, capitale europea, la visione è sicuramente diversa, c’è una maggior presa di coscienza a riguardo, il mercato del lavoro è più vario ma lo sfruttamento di volontari o come vengono chiamati “stagisti non pagati” è comunque presente, come in tanti altri campi professionali.

In Tunisia? Beh non so quante ONG ci siano, migliaia. La cosa positiva è che dopo la “Rivoluzione” del 2011, i giovani hanno preso in mano le redini della vita associativa e così al giorno d’oggi, la maggior parte delle organizzazione si trovano ad avere delle équipe formate da persone che hanno meno di 30 anni,  giovani davvero motivati  che per pochi dinari o niente si impegnano al 100% , cosa a dir poco impensabile da noi, soprattutto perché la motivazione e la voglia di avviare un cambiamento del paese stanno ormai svanendo negli obiettivi dei giovani. E così si parte.

Parliamo adesso di meritocrazia e giovani talenti. Credi che in Italia la meritocrazia, soprattutto per i giovani, esista ancora? Ma soprattutto, come funziona per i giovani tunisini? In Italia ed in Europa abbiamo forse una visione stereotipata della Tunisia, ma raccontaci cosa hai vissuto in prima persona.

Non credo proprio che la meritocrazia esista in Italia, e il fatto che ci siano migliaia di giovani laureati disoccupati e che molti decidano di partire all’estero ne è l’esempio, oltre al fatto che la maggior parte delle persone che ricoprono posti chiavi e non lasciano dubitare delle loro capacità. Le raccomandazioni sono alla base della nostra società e pure qui in Tunisia, sfortunatamente, non funziona meglio. Spesso qui per trovare un lavoro correlato alle tue capacità devi pagare fior di quattrini.

Da noi in Italia manca il rispetto delle regole ed essere onesti non premia.

Difronte a tutto ciò, i giovani sanno che hanno già perso in partenza, sono già delusi e vedono uno spiraglio di luce solo al di fuori dell’Italia.

Dopo questi tuoi soggiorni europei e tunisini, quali sono quindi le differenze che hai potuto constatare nel mondo del lavoro in Italia e nei posti in cui hai vissuto? E in base a queste, quali sono i consigli, che sicuramente avrai, che daresti ai policy maker italiani affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare lontano?

Non posso parlare di vero lavoro visto che per ora non sono mai stata assunta con contratto, e ho sempre fatto stage non pagati. Ciò nonostante di differenze ne ho potute constatare. Facendo l’esempio del mio periodo a Bruxelles, ho potuto notare come lì il processo selettivo è più trasparente e meritocratico rispetto all’Italia. Da noi il nepotismo è a dir poco evidente.

Quali consigli darei? Non ne avrei per i policy maker, ma li avrei per la popolazione italiana. Sarebbe ora di cominciare una rivoluzione non violenta con la quale dovremo smettere di fare quello che ci impongono dall’alto, rifiutare di continuare a seguire le regole che fanno comodo solo ad una ristretta cerchia di persone. Arrivati a questo punto, c’è bisogno di un cambiamento radicale.

 

The Italians parla spesso di “questione intergenerazionale” che frena o blocca i talenti italiani, tu cosa ne pensi? 

Penso che in altri paesi i giovani abbiano lo stesso diritto di cittadinanza delle generazioni che li ha preceduti. Puoi ottenere posizioni con elevate responsabilità anche in età giovane. Da noi il ricambio intergenerazionale non esiste e ciò, come ben si può notare, ha comportato ad un regresso della società.

Il nostro motto è “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”, ma sappiamo che – invece – la perdita di talenti (e non solo dal punto di vista economico, seppur importante) è inestimabile. Tu cosa faresti, se potessi, per invertire la tendenza?

Bisognerebbe ridefinire un po’ tutto. Dalle scuole che dovrebbero incoraggiare a dare il meglio e che siano a vantaggio degli studenti, e premiare i talenti, alla creazione di vere leggi che puniscano chi fa il furbo, ma qui si dovrebbe fare una bella pulizia all’interno del nostro caro paese. Quindi si dovrebbe cominciare dalle istituzioni e dagli stessi italiani che devono mettersi in testa che così non si può più andare avanti e che il rispetto delle regole è fondamentale per tutti.

 

Per concludere non vogliamo annoiarti e chiederti se l’esperienza all’estero ti ha arricchito sul piano personale e professionale, sappiamo che sicuramente così è stato, ma ti chiediamo: torneresti in Italia?

Si e no. C’è sempre qualcosa che mi frena un po’. Mi sono appena candidata per fare il Servizio civile in un’associazione a Padova, quindi diciamo che un po’ di voglia di casa c’è. Ma, ora come ora non riesco realmente a vedere delle vere prospettive di vita nel mio caro paese. Con ciò non voglio dire che è tutto marcio, ma ci sono molti cambiamenti che devono essere fatti, spero comunque di riuscire a stabilizzarmi in Italia in futuro

Grazie Anna Chiara e… in bocca al lupo per tutto!