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Intervista a Beatrice Guarrera, Italians a Gerusalemme

Beatrice Guarrera ha 24 anni (25 a dicembre), un grande sogno nel cassetto ed una valigia piena di ricordi, esperienze, affetti e storie di vita che si è portata dietro fino a Gerusalemme. Il suo viaggio inizia da Roma, la capitale del mondo che è stata la sua casa fino a qualche mese fa.  Oggi Beatrice è collaboratrice per il sito web della Custodia di Terra Santa, una provincia religiosa dell’ordine dei frati minori che custodisce, studia e rende accoglienti i luoghi dell’origine della fede cristiana. Una vera comunità, insomma, capace di aprirti gli occhi verso nuove prospettive di vita. Il suo è sicuramente un percorso particolare per un’aspirante giornalista, ma l’esperienza di Beatrice è unica proprio per questo. E allora, non ci resta che immergerci nella lettura e scoprirne la storia.

 

Ciao Beatrice, grazie per il tempo che ci stai dedicando! Sappiamo che stai affrontando la tua prima esperienza da “Italians” a Gerusalemme. Ma partiamo dall’inizio: qual è la tua storia? Avresti mai immaginato che un giorno saresti andata a lavorare proprio lì?

Non lo avrei mai potuto immaginare in tutta la mia vita: trasferirmi non era nei miei piani. Sono nata a Roma e ho sempre vissuto qui: ho studiato in due università diverse (ma sempre in città), ho fatto degli stage in due radio, ho fatto parte di redazioni di giornali online e anche di un ufficio stampa. Dopo la laurea ho capito che per lavorare avrei dovuto imparare l’inglese e che mi sarebbe dunque servita un’esperienza all’estero.

Il mio sogno è sempre stato quello di fare la giornalista e di vivere di scrittura, di scoprire nuove realtà, di riuscire a raccontare il mondo che mi sta intorno e di capire quello che succede dentro le persone. Un racconto a 360°, insomma. In Terra Santa faccio quello che mi piace, anche se le notizie non riguardano sempre quegli argomenti sui quali avevo sognato di lavorare. Mi piace molto il giornalismo d’inchiesta, e adesso posso farlo relazionandomi però ad altri temi – in questo caso religiosi.

Come sei arrivata fino a Israele? Hai trovato nuove (e più concrete) opportunità rispetto a quello che ti offriva l’Italia nel tuo ambito, quello del giornalismo?

È stata una sorpresa, non sono stata io a cercare questa esperienza ma è lei che ha trovato me! Dopo la laura mi sono messa alla ricerca di un lavoro e mi è capitata quest’occasione: un mia amica giornalista mi ha fatto sapere che alla Custodia di Terra Santa cercavano giornalisti italiani. Ho inviato la mia candidatura, ho fatto i colloqui via Skype e sono arrivata qui. Ho capito che sarebbe stata un’esperienza per cambiare mentalità, per crescere professionalmente e umanamente lasciando tutto dietro, la mia famiglia, la mia casa. Sono partita nel giro di pochissimo tempo, senza pensarci troppo, buttandomi. È stato uno shok, ma uno shok bellissimo perché è come quando arriva qualcosa di inaspettato che ti travolge in senso positivo, cambiandoti radicalmente.

Ora sto collaborando con la Custodia di Terra Santa, che è la denominazione della missione dei francescani che rappresentano la chiesa cattolica latina a Gerusalemme, e che gestiscono i luoghi santi che hanno a che fare con la vita di Gesù.

Raccontaci del tuo lavoro in Terra Santa: cosa vedi ogni giorno? Cosa sei chiamata a fare?

Ogni giorno racconto le attività in cui è coinvolto il Custode di Terra Santa, che è il capo dei francescani di Terra Santa: lui è spesso impegnato in messe solenni, feste particolari, commemorazioni, animazione dei luoghi santi. A volte c’è da andare a Betlemme alla Basilica della Natività oppure a Nazareth dove c’è quella dell’Annunciazione: bisogna raccontare queste attività per far capire quale sia il ruolo dei francescani in questi posti. Ma la loro presenza è anche altro: hanno dei conventi sparsi in tutto Israele e nel mondo. Svolgono attività di formazione, con scuole per bambini dove sono presenti sia musulmani che cristiani. Fanno attività di aiuto alla popolazione locale o più semplicemente si occupano di gestire le comunità di cristiani che si trovano in Terra Santa, un compito per nulla facile. Accanto a questo c’è anche l’aspetto culturale: c’è l’università dei francescani, lo Studium Biblicum Franciscanum, le biblioteche della Custodia di Terra Santa.

Io racconto tutto questo, insieme anche alle attività legate alle missioni e alle piccole comunità locali. Ci sono tante situazioni difficili che meritano di essere conosciute, come ad esempio quella di fra Ibrahim che vive in Sira, ad Aleppo. Gli ho fatto un’intervista in cui mi ha spiegato come riesce ancora a vedere Gesù fra le macerie, di come la sua fede non sia stata intaccata dalla guerra. Un altro esempio è quello di un santuario situato in un villaggio a maggioranza musulmano, dove fino a poco tempo fa c’era un solo frate, dato il rischio di essere presi a sassate per strada. Adesso la situazione sta cambiando piano piano e la presenza dei francescani serve proprio a questo: a dare speranza.

Da italiana che vive a Gerusalemme, credo sia inevitabile parlare del conflitto fra Israele e Palestina. Qual è la situazione reale? Hai mai paura di uscire, ci sono situazioni difficili?

Quello che posso vedere quotidianamente è che c’è una situazione di tensione: questo territorio non è in pace e lo si vede in tanti piccoli fatti, dai check point con militari armati alle persone che girano in strada armate. Può succedere di trovarti tra gruppi di ebrei che stanno cantando in ebraico davanti ad una moschea, oppure di capitare in altre situazioni di tensione in cui vedere un ebreo che cammina nel quartiere arabo può creare nervosismo. Sono pericoli di cui noi europei alcune volte non ci rendiamo nemmeno conto.  Io non ho mai avuto paura di andare in giro per la città, forse perché vivendo a Roma sono abituata a situazioni caotiche. Il vero problema a Gerusalemme è legato a chi sei tu – se palestinese o israeliano o musulmano, ebreo, cattolico – e in base a dove vai la situazione può diventare pericolosa. Ci sono quartieri dove non è facile o non è permesso entrare ai non residenti. Io stessa sono capitata in un quartiere dove alcuni bambini arabi mi hanno detto: “Dove vuoi andare? Qui non si passa”. Ma noi italiani, in generale, non siamo in pericolo. C’è un problema di barriere fisiche: c’è un muro che separa Israele e Palestina e ogni giorno ci sono uomini, donne e bambini che per andare al lavoro, a scuola o all’università, devono attraversarlo, farsi perquisire, passare i controlli. Quando si parla della soluzione di creare due stati, non si tiene conto poi del fatto che ci sono colonie ebree nei territori considerati sotto l’Autorità Palestinese. Eppure gli ebrei vivono lì magari da decenni: chi dei due popoli deve andar via?

C’è poi un problema poi di barriere mentali perché si è educati, in un certo senso, a odiarsi.

Però penso che il problema tra Israele e la Palestina sia fondamentalmente una questione d’identità, di appartenenza: a quale cultura si appartiene? A quale religione? A quale popolo? A quale stato? Ci sono arabi cristiani e arabi musulmani, ci sono arabi che si sentono israeliani e altri che sono palestinesi.

Ci sono cristiani israeliani che non si riconoscono sotto la bandiera con la stella di David, un richiamo alla storia ebraica. Anche tra gli ebrei la questione si pone, perché molti sono giunti da varie parti nel mondo: alcuni sono russi, altri ancora italiani. Alcune volte non è possibile mantenere le proprie diversità.

Un altro aspetto da tenere in considerazione è il luogo. Per capire come si vive diversamente c’è un detto che dice: “A Gerusalemme si prega, a Tel Aviv ci si diverte, ad Haifa si lavora”. La situazione non è solo relativa allo stile di vita, ma fa capire anche dove sono i posti di maggior criticità. A Gerusalemme capita di camminare in una via popolata di ebrei ortodossi e sentire il suono di una campana mischiato al canto di un muezzin. È questa convivenza così prossima che può creare tensione. Al nord o al sud dello stato di Israele, invece, è ancora diverso. Per non parlare poi dei territori della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Tra gli stessi palestinesi non ci si capisce, non ci si conosce, a volte. C’è chi non è mai stato a Gerusalemme perché i palestinesi di alcune zone non hanno il passaporto e non possono spostarsi. Di problemi ce ne sono parecchi e le soluzioni in questo momento sono poche.

Qual è il valore di questa città e cosa può insegnarti nella crescita personale di tutti i giorni? La tua vita in Italia ti sembra ora più lontana, ne hai nostalgia?

Questa città mi insegna ad allontanarmi da tutte quelle che erano state le mie idee precedenti, da tutto quello che avevo anche solo potuto pensare riguardo alla questione israelo-palestinese. È una città che mi sta insegnando a non categorizzare, a non partire con idee precise ma semplicemente a guardare la realtà e a stare dalla parte della verità. La mia vita a Roma mi sembra lontana, ma sono sempre collegata a quella che era la mia vita di prima attraverso il telefono (ovviamente) e i social network. Anche questo è utile per far capire agli altri quanto sia necessario aprire gli occhi e la mente. È inutile partire con idee pregresse, si impara vedendo quello che succede e si impara anche grazie a persone straordinarie che ti cambiano la vita.

Cambiando argomento: perché, a tuo parere, oggi sempre più giovani preferiscono portare fuori Italia le proprie competenze già durante le superiori e in maggior parte durante l’università?

Molti ragazzi preferiscono andare fuori Italia e viaggiare perché è il mondo ad essere cambiato. Ci sono possibilità che prima non c’erano, anche dal punto di vista economico. Spesso si dice che il mondo è diventato “più piccolo”, è diventato più normale spostarsi e per questo lo si fa. In Italia ci sono cose che mancano in questo momento, certo. Per esempio nel lavoro finché non hai 28 anni o più, nessuno ti prende sul serio. Pensano che possono sfruttarti e pagarti poco. Molti ragazzi vogliono semplicemente avere una posizione lavorativa, trovare il proprio posto nel mondo, ma è difficile farlo in Italia. E si comincia ad andare all’estero è proprio perché in molti altri posti c’è più attenzione verso noi giovani.

Quali credi che possano essere delle possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

La risposta è banale, ma non altrettanto banale da realizzare: dare loro un lavoro. Credo che tra tutti quelli che si spostano, molti avrebbero preferito rimanere in Italia, se avessero avuta scelta. L’obiettivo credo che debba essere sbloccare il mercato del lavoro e fare in  modo che ci sia un ricambio generazionale in tutti i settori.

Per un percorso più funzionale sarebbe utile intervenire anche sull’università, facendo in modo che quando si finiscono gli studi si abbia veramente in mano un titolo valido da spendere e non ci sia bisogno di fare master ulteriori o scuole di specializzazione. In questo momento, parlando di giornalismo, non c’è un’università che ti abiliti alla professione come pubblicista o professionista. Questo perché bisogna fare delle scuole specifiche, che però costano un occhio della testa e quindi rappresentano un modo per pagarsi una posizione nel mondo del lavoro. Non credo sia la cosa migliore da fare. Anche nel mondo dell’insegnamento c’è un problema analogo, dal momento che adesso non ci sono lauree abilitanti: se uno si laurea in lettere classiche non può fare l’insegnante, deve prima fare il TFA. Anche questo è sbagliato.

Ci sono diverse cose che andrebbero cambiate dal punto di vista universitario e dal punto di vista delle istituzioni per coinvolgere e valorizzare i giovani.

Una domanda più personale – lasciare l’Italia, partire e andare lontano, conoscere popolazioni, culture estranee: cosa ti spinge ogni giorno ad affrontare le tue paure e ad alzare sempre di più l’asticella? È una “vocazione” personale?

Lasciare l’Italia, per me, è stato andare verso un’occasione di vita che ripartisse da zero. Un’occasione capace di aiutarmi ad affrontare sfide inaspettate e solite paure. Adesso sono alla ricerca di una posizione lavorativa che mi permetta di fare quello che mi piace, e non per forza con uno stipendio altissimo. Qui riesco a scrivere e fare la giornalista, che è il mio sogno di sempre. Mi spinge la voglia di non perdermi niente, di prendere tutto quello che c’è, di assimilare il più possibile imparando nuove lingue e vivendo con persone molto diverse da me.

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Mi piacerebbe tornare in Italia, non per forza stare a Roma, ma tornare. Potrebbe anche non succedere, perché non so cosa succederà, ma ho imparato che tante cose belle arrivano in maniera totalmente inaspettata. Ho capito che programmare a lungo termine a volte significa quasi illudersi di poter sapere cosa succederà. Credo che, se trovassi lavoro in Italia, tornerei volentieri perché amo il mio paese e perché non ho necessità di rimanere all’estero. Non sono una di quelle persone che getta fango sull’Italia solo perché non ho trovato occasioni che mi permettono di restare a casa. Tutti quelli che hanno trovato un lavoro fuori e che parlano male del nostro paese dovrebbero invece tornare per aiutarci a trovare una soluzione dall’interno. Chi è che ha voglia di migliorare un paese che sta male? In pochi, forse nessuno. E invece bisognerebbe farlo, tutti, insieme.

Intervista a Massimo Paradiso

Un altro mese è passato ed eccoci qui con la consueta rubrica dedicata alle eccellenze italiane nel mondo. Chiacchieriamo oggi con una persona della quale forse avete già sentito parlare, Massimo Paradiso.
Massimo, giornalista ventinovenne di origine piacentine, ha viaggiato il mondo in lungo e in largo: vissuto a Seattle, WA (USA); Almaty (Kazakhstan); Istanbul (Turchia); Teheran (Iran) , per approdare infine a  Londra (UK), suo attuale luogo di residenza. Segni particolari: una Vespa del 1963 e un gatto che si chiama Simba ma che chiama Ciro.
Quando gli abbiamo chiesto come mai avesse scelto di lasciare l’Italia ci ha spiegato: “Non credo che la scelta sia legata a ragioni lavorative, ma mi piacciono i nuovi inizi. E poi mi piace parlare con la gente, capire cosa pensa, vedere dove va e come si tiene impegnata. Sono una specie di stalker globale.” E allora conosciamolo meglio…

 

 Ciao Massimo! Sappiamo che da anni giri per l’Europa (e non solo) in cerca di nuove esperienze, e che (per) ora vivi in Gran Bretagna. Raccontaci meglio da dove inizia la tua storia e qual è la tua esperienza da “Italians”?

Quando avevo 16 anni i miei genitori mi spedirono in America a studiare. Pensavo volessero semplicemente sbarazzarsi di me e solo dopo ho capito che l’intento era quello di farmi conoscere nuove persone, imparare una lingua, farmi capire che se nasci in un posto non è che devi per forza crescere lì.

 

Quindi Londra arriva dopo anni trascorsi tra America, Kazakhstan e Iran e di certo non è stata la tua prima esperienza all’estero. Potresti raccontarci quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere in questi Paesi e che Italia – forse – non avresti avuto? Che cosa ne pensi?

Ogni Paese offre cose diverse. L’America è il posto di cui leggevo da ragazzino nei libri di Paul Auster o negli articoli di Gay Talese, dove tutto luccica ma le persone sono sole; il Kazakhstan è strano, forse piú dell’Iran, perché la gente è smaniosa di vivere all’occidentale anche dopo 20 anni dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. In tutti questi posti le opportunità reali sono quelle che ti crei ma forse all’estero è un po’ piú semplice perché sei uno straniero e la gente è naturalmente curiosa di conoscere qualcuno che viene da fuori.

 

Tantissimi giovani expat che approdano a Londra sono sicuri di trovare l’Eldorado. Anche tu la vedi cosi, oppure ci sono miti da sfatare? Com’è la tua vita da italiano in Inghilterra? 

L’Inghilterra è un posto feroce: le cose costano una follia, la competizione è altissima. Ma, non sarò né il primo né l’ultimo a dirlo, le idee e la creatività vengono premiate. Non è necessario avere parentele importanti o amici che ti spingono dall’alto, l’essenziale è avere buone idee e non aver paura di proporle. E, soprattutto, non aver paura di innovare o fare cose completamente nuove che non si sono mai fatte – c’é sempre qualcuno ben disposto ad aiutarti.

 

A parer tuo, perché oggi sempre più giovani preferiscono partire dall’Italia e portare altrove le proprie competenze? Potrebbe dipendere dalla mancata connessione tra i percorsi universitari e le reali posizioni lavorative, certo, ma forse gran parte del malcontento generale deriva anche dal (mancato) sistema della meritocrazia. Partendo dalla tua esperienza, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

Una volta ho incontrato un formaggiaro sardo qui a Londra e, tra una caciotta e un pecorino, abbiamo fatto due chiacchiere. Mi ha detto che se n’é andato dall’Italia perché era stanco di dover pensare come “un vecchio.” Tra i problemi che ha il nostro Paese (dalla mancata connessione tra il mondo universitario e il mondo lavorativo, la meritocrazia, uffici pubblici che usano ancora il fax) trovo che il filo conduttore sia proprio quello del pensiero: i ragazzi della mia età sono costretti a pensare come dei vecchi perché il loro capo ha un’età avanzata e le cose rimangono sempre ferme, si innova poco, si cerca di far piacere agli ottuagenari e ci si dimentica che oltreconfine il mondo va avanti ad una velocità spaventosa.

 

Cambiando continente, passiamo ora da Londra a Teheran. Qui sei stato corrispondente per il “The Business Year” della Repubblica islamica dell’Iran, Kazakistan e Turchia. Ma non solo: sei stato anche premiato dall’Amnesty International per il libro “Diventare sorelle a Teheran” incentrato sulla detenzione di 33 giovani donne in Iran. Di cosa sei stato testimone, di preciso? Cosa ti ha insegnato il popolo iraniano?

Una sera ero a cena a casa di alcuni amici. Durante il pasto mi hanno presentato questa ragazza che piú o meno avrà avuto la mia età, gentile nei modi, molto reverenziale. Mentre scambiavamo due chiacchiere, uno dei nostri amici comuni mi ha confidato che questa ragazza aveva passato mesi nel carcere di massima sicurezza di Evin, una specie di inferno in terra soprattutto durante il Governo di Mahmud Ahmadinejad. Avevo appena fatto in tempo ad estrarre penna e taccuino ma la ragazza mi ferma e mi da appuntamento per il giorno successivo a casa di un altro comune amico. Quando sono arrivato, ho trovato una trentina tra ragazze, donne e signore che mi hanno raccontato la loro storia. Ho riempito quattro taccuini e sarebbe stato ingeneroso scriverci solo un pezzo. Quindi grazie ad un’amica è venuto fuori un libro. In tutto questo gli iraniani mi hanno insegnato ad avere pazienza e a non abbattersi mai, perché quello che succede nelle nostre vite non avviene per caso e non è detto che venga per nuocerci.

 

Inoltre – sappiamo che in Italia hai scritto invece per “Il fatto quotidiano”: quali le maggiori differenze tra le diverse testate giornalistiche per cui hai lavorato, e più in generale tra il mondo lavorativo italiano e quello dei posti dove hai vissuto? Hai qualche rimpianto?

Sono troppo giovane per avere rimpianti. La differenza principale tra il giornalismo italiano e quello straniero sta nella meticolosità dello scrivere la notizia e la credibilità del giornalista. La notizia viene passata a setaccio con meticolosità talmudica e verificata piú volte prima di essere pubblicata e la funzione del giornalista è quella di porre domande franche all’intervistato. Qualche volta in Italia questo non succede.

 

Parliamo ora del gap generazionale che frena o blocca del tutto il proliferare dei talenti nostrani. Soprattutto in ogni aspetto del digitale – da quello che hai potuto vedere nel mondo – credi che l’Italia sia al passo con gli altri paesi o meno? In cosa si dovrebbe puntare il tutto per tutto?

L’Italia è avanti anni luce rispetto al resto del mondo per qualità innate del suo popolo: l’amore, l’empatia, l’intelligenza emotiva, il fatto che un piatto di pasta non si nega a nessuno. E’ carente invece quando si tratta di cose pratiche. L’altro giorno, quando sono usciti i Panama Files, i giornali di mezzo mondo hanno fatto delle infografiche spettacolari, roba da lasciare a bocca aperta.
L’Espresso, invece, ha utilizzato una mappa statica fatta con quello che credo sia PowerPoint. Ma anche noi abbiamo dei progetti eccezionali, come le infografiche de La Stampa che arrivano sempre come finaliste all’European Press Prize, l’equivalente europeo del premio Pulitzer. Si dovrebbe puntare su questi ragazzi con idee straordinarie e da togliere il fiato ma che spesso vedo qui a Londra a cercare finanziamenti perché in Italia le banche o gli investitori fanno melina.

 

Una domanda più personale – lasciare l’Italia, partire e andare lontano, conoscere popolazioni, culture estranee: cosa ti spinge ogni giorno ad affrontare le tue paure e ad alzare sempre di più l’asticella? Sei alla ricerca di una posizione lavorativa sempre più di rilievo oppure è una “vocazione” personale?

L’unica cosa di cui ho paura sono le api. Per il resto faccio questo mestiere perché la mia famiglia mi ha insegnato ad interessarmi alle cose, ad ascoltare le storie delle altre persone e ad essere curioso. Immagino che nel giornalismo ci sia sempre una componente di egocentrismo, ma la parte piú interessante è proprio quella di conoscere cose nuove, di non avere un giorno uguale a quello precedente, nel bene e nel male.

 

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

L’Italia è come la mamma: la ami come ami nessun altra ma il rapporto è sempre complicato. Io ci tornerei all’istante per le storie da raccontare e le persone da conoscere e spero davvero di poter contribuire, un giorno se sarà possibile, ad aiutarla a raddrizzare il tiro e realizzare quell’Italia che abbiamo tutti in mente: bella, ammiccante, all’avanguardia, il posto perfetto dove poter realizzare i propri sogni.

 

Grazie Massimo!