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Ragazze di oggi, Leader di domani

Nel mondo, ogni anno, 12 milioni di ragazze under 18 vengono “sposate” da padri, fratelli e famiglie, senza il loro consenso. Ad oggi, 130 milioni di bambine non hanno ancora accesso alla scuola e 15 milioni di ragazze adolescenti dai 15 ai 19 anni hanno subito sesso forzato, sono state violentate.

Non va scordato che il lavoro delle Organizzazioni Internazionali é anche questo: sensibilizzare e appoggiare le ragazze  ad inseguire i loro sogni, elevare la loro autostima e celebrare i loro talenti. 

A livello personale e quindi non strettamente lavorativo, particolare interesse e voglia di studio approfondito ha sempre suscitato in me il tema del ruolo della donna e della sua indipendenza economica o, come più comunemente chiamato, seppur con delle nuances differenti, il tema del Women Economic Empowerment. Per esempio, l’accesso delle ragazze al mondo del lavoro é un traguardo non indifferente nei paesi in via di sviluppo e, come dimostrano diversi studi, il poter lavorare con passione su quello per cui ci si alza al mattino ogni giorno é un privilegio non solo per le donne nei paesi in via di sviluppo, ma anche nei paesi industrializzati. Non dovrebbe essere cosi.

Recenti statistiche parlano di un 40% di donne nella forza lavoro a livello globale, e, secondo Catalyst, leader nelle statistiche relative al rema delle donne nel mondo del lavoro, la grande disparità si nota soprattutto quando si analizza il tema delle donne e (alte) cariche esecutive e/o manageriali quali quelle, per esempio, di chief executive officers, o presidenti, e direttori. Infatti, solo il 5.4 % di queste posizioni nel settore privato é occupato da donne, se prendiamo in considerazione  la lista delle maggiori 500 aziende quotate sul mercato azionario. Nel settore pubblico invece, a livello globale, solo il 24% delle donne siede su un seggio in parlamento. Più in generale, le donne sono pagate ben il 23 % in meno rispetto agli uomini, a livello mondiale. Il divario di genere (gender gap) é enorme!

“Why don’t women make it to the top positions?” , perchè le donne non riescono a raggiungere posizioni di leadership ad alto livello?, ci chiede Sheryl Sandberg, Chief Operating Officer di Facebook, nel suo TED Talk “Why we have too few women leaders”. Le 3 risposte di Sheryl per ovviare al problema risiedereberro nelle seguenti formule: sit at the table, make your partner a real partner, and don’t leave before you leave. Analizziamole più da vicino e teniamole bene a moente come fossero i consigli di un’amica, di una sorella maggiore.

Sit at the table, Sheryl ci esorta a sedere al tavolo decisionale di lavoro, non solo figurativamente. Stai seduta, e siediti davanti, con tutti gli altri manager. Non esistono scuse e non é necessario giustificare nulla.

Make your partner a real partner, qui parliamo invece di un tema un po’ più personale: la coppia. In una relazione sentimentale, infatti, le due parti devono ripartirsi equamente il lavoro domestico (non pagato) e il lavoro dell’educazione dei figli, senza dare per scontato sia ruolo esclusivo della donna. L’essere donna, infatti, non dovrebbe automaticamente implicare il dover farsi carico del triplo del lavoro rispetto al partner – lavoro professionale, lavoro domestico e crescita dei figli. I figli sono il prodotto di una coppia, non di un’unica sola persona.

Don’t leave before you leave, in breve: non pensare a quello che potrebbe essere. Vivi ogni giorno e non pianificare cose che non esistono. Prendi nuovi incarichi di lavoro, non privarti di opportunità perché hai paura di non farcela. Se devi “fare spazio” a qualcos’altro, non pensare e non permettere che questo “qualcos’altro” assorba tutta la tua energia, precludendoti altre opportunità.

L’esortazione di fondo quindi, mi è parsa la seguente ed è un consiglio che voglio condividere con voi, affinchè possiamo tutte farne tesoro: non sottovalutare le tue abilità, negozia sempre per il lavoro (imparando a fare anche quella cosa che per molte di noi è la più difficile: dire di no – un piccolo consiglio a tema lo trovate qui), e non attribuire i tuoi successi a forze esterne o a colpi di fortuna vari ed eventuali (gli uomini, per contro, – ci spiega Sheryl – non si fanno remore: il mio successo é dato da me stesso!).

In definitiva, per un mondo più bilanciato, in cui il campo sia livellato in modo egalitario, dobbiamo noi per prime rafforzare la nostra autostima e spronare i nostri manager, uomini e non, a seguire questi 7 consigli: dai credito alle donne, valuta la performance in modo equo, offri mentorship e consigli, dai voce alle donne e non interromperle mentre condividono le loro idee durante le riunioni – senza pregiudizi.

Potrebbe non sembrare facile, ma insieme possiamo farcela.

In questa giornata delle Nazioni Unite, 24 Ottobre 2019, il mio auspicio é, per tutte le ragazze quello di seguire il cuore, utilizzando sempre la propria testa, senza abbattersi nel perseguimento dei proprio sogni.

Ma ho un auspicio, e forse un consiglio, per tutti i ragazzi: siate più empatici nei confronti delle ragazze (e dei ragazzi come voi) e ascoltate di più!
Twitter: @GaiaParadiso

Trasformare lo stress in una risata liberatoria

Oggi mi sono trovata a parlare con un collega sul significato di stress secondo le diverse culture, prospettive di vita, tempo e avvenire. Per esempio, al mio amico piacerebbe avere 7 figli (ne ha già quattro), é molto competente in quello che fa e prende il suo tempo per poter sviluppare buoni progetti statistici. Il suo motto sul lavoro é “se non é finito oggi, si finisce domani, nessuno morirà per questo”.

Il mio approccio alla vita, invece, é leggermente diverso. Il mio motto potrebbe tradursi con il classico “non rimandare a domani quello che potresti fare oggi”, o anche con il ben noto Carpe Diem – Seize the Day (sempre con giudizio e responsabilità, s’intende).

Per quanto voglia bene al mio collega, non riesco ad immaginare una vita più tranquilla di questa: programmare il domani e anche il dopodomani, pianificare e pensare alle prossime vacanze, sognare e lavorare al futuro, gli amici… Ecco, tutto questo, per me, é davvero emozionante. Non posso non pensare a cosa succede nel mondo, a conoscere quello che é attorno a noi ma anche lontano, discuterne, analizzare trend e notizie dal mondo, pensare (e lavorare a) quello che attivamente possiamo fare per renderlo un posto migliore. E, se devo proprio andare un po’ più in là, la ricetta per poter contribuire, nel nostro piccolo, a un mondo migliore é: é inquinare di meno il pianeta ed essere più gentili.

Lo stress, abbiamo concluso io e il mio collega, significa, o meglio: si trasforma, alla fine dei conti, nello scaricare dell’energia negativa verso gli altri, nell’impossibilità di poterla contenere dentro di sé. Per essere meno stressati, quindi, é necessario parlare e comunicare, ma non bisogna scordarci che sono anche molto importanti l’attitudine e l’approccio che poniamo verso gli altri, e che dovrebbero sempre essere sempre di rispetto e sensibilità.

A tal proposito, mi piace pensare a Stephen Colbert o a Elles De Generes che, con i loro show – il Late Show per il primo, il The Ellen Show nel secondo caso, nel caso remoto non ne abbiate mai sentito parlare – ci aprono gli occhi verso un mondo in cui ci svelano che per vivere meglio e più tranquilli, bisogna ridere. E ce lo insegnano col loro lavoro, attraverso satira dell’attualità e divertenti interviste a ospiti (attori, politici, cantanti, businessmen…). 

Quando ridiamo, secondo Stephen Colbert – come lui stesso ha dichiarato in un ‘intervista a The New York Times (mentre questa é la sua pagina sul giornale americano) – non abbiamo paura. E quando non abbiamo paura possiamo pensare meglio e riflettere a questi pasticci globali. L’umorismo e la satira, insomma, allevierebbero la tensione e l’ansia che il mondo e le sue notizie d’attualità possono procurarci ormai molto più che raramente. La risata dura lo spazio di un istante, ma – Stephen sottolinea – se ridiamo oggi, dormiamo meglio e le chances di essere di migliore umore domani aumentano. Provare per credere.

Un altro strumento che personalmente trovo straordinario per combattere la paura e riflettere meglio é ascoltare la radio e, in forma più generale, le persone parlare. Le persone che parlano, soprattutto se con tono pacato e accogliente, hanno lo straordinario potere di coinvolgere le persone e farle sentire meno sole. In un mondo estremamente tecnologico come il nostro, dove le “macchine”, l’intelligenza artificiale e i robot molto presumibilmente sorpasseranno gli esseri umani nel dare risposte esaustive e velocemente, una voce accogliente, una persona che trasmetta calma, sicurezza e tranquillità verso l’interlocutore, faranno sempre la differenza. E come esseri umani, immagino, noi sceglieremo sempre la voce accogliente rispetto alla voce metallica di un robot neutro ed impersonale.

E come non pensare alla magica trasmissione di sentimenti ed emozioni che avviene anche e soprattutto tramite le voci di artisti musicali? E non è certo un caso che la scienza ci esorti da sempre ad ascoltare molta musica – classica e non – per calmare gli animi, la pancia e la testa. 

E quindi, oggi, per chi avesse bisogno di quella voce accogliente in grado di tenderci la mano e regalarci un attimo di calma… Vi consiglio qualche artista che possa compiere la missione: Mario Biondi, Sergio Cammariere e Ludovico Einaudi, o ancora, gli Hooverphonic, Parov Stelar e Hayden James.

La musica sicuramente è la ricetta per pace interiore e felicità!

E prima di chiudere, e ricollegandoci al post, un altro piccolo personale consiglio per ridere di gusto (e perché no, capire il mondo), ecco per voi un episodio di the Late Show, qui con una bellissima intervista a Michelle Obama e il racconto della sua autobiografia, o ancora, un episodio di The Ellen Show, con l’intervista a Will Smith per l’uscita del film Alladin, in cui Will interpreta il ruolo del genio della lampada.

 

Ready-to-go Leaders

Un recente studio condotto e pubblicato dalla Harvard Business Review espone il concetto di Nimble Leadership, la leadership agile e leggera, e spiega, attraverso l’esempio di due business case studies, come mettere in pratica questa abile arte di saper gestire un’azienda, le persone al suo interno, ed essere sempre capaci e pronti ad innovare curiosamente, lasciando andar via lo stesso stress dettato del dover essere “il leader”.

Per me leadership significa sapere essere (stare) davanti, dal verbo inglese to lead, come il capitano di una nave. L’immaginaazione mi porta a pensare al leader come colei/colui che é davanti e sa governare, parlare, dare direzioni e gestire una nave, la ship (nave), appunto. 

Questo non significa che il leader non prenda mai spunti, o appunti, o che non cambi mai la direzione di una nave, o che non sappia ascoltare consigli. Anzi, il leader per me é colei/colui che, nonostante la sua posizione, ascolta sempre, e, proprio perché é davanti, deve farsi portavoce di coloro che ha – metaforicamente – dietro. 

Il  leader é una bussola di riferimento per molti, e il leader stesso si considera un punto di riferimento, un faro. Il leader apprende dal suo team per fare in modo che la squadra cresca insieme, unita, senza troppe chiacchiere inutili e senza lamentele (e che le lamentele costruttive ben vengano, con l’obiettivo di poter risolvere i problemi!). 

Nella mia posizione attuale, sono un leader per il mio team, e prendo spunti/appunti per migliorare, e, a mia volta, osservo i miei capi, che mi insegnano il tempo, la pazienza e soprattutto la calma, parlandomi delle loro famiglie e dell’importanza di amare il prossimo e servire gli altri, per una grande causa comune, id est per noi, quella di alleviare la sofferenza fisica delle persone che non hanno cibo e mezzi di sussistenza di base per esercitare attività economiche redditizie. 

Lo studio di Harvard Business Review, spunto di ispirazione per me, parte dalla constatazione secondo la quale “Ognuno é leader, e questa capacità di leadership si trova in chiunque é in grado di saperla esercitare, qualunque sia il suo titolo di lavoro”. Inoltre, studi dimostrano che procedure e comportamenti comunemente associati con organizzazioni agili sono: team multidisciplinari, uno spirito di sperimentazione e self-management (che richiede una giusta dose di libertà individuale e self-control).

Secondo lo studio, sistono tre differenti tipi di Leader: gli entrepreneurial leaders, sono coloro che creano valore per i clienti con nuovi prodotti e servizi; gl!i enabling leaders, coloro che si assicurano che gli imprenditori abbiano le risorse e le informazioni di cui hanno bisogno; e, ultimi ma non da ultimi, gli architecting leaders, coloro che tengono d’occhio tutta la tavola di gioco, monitorando la cultura, la strategia di alto livello e la struttura.

Interessante conoscere le caratteristiche di questi imprenditori: questi leader credono in sé stessi, hanno una conoscenza di sé stessi (self-confidence) e amano sperimentare, vogliono agire e provare, senza avere paura di sbagliare. Hanno un mindset strategico, capiscono gli obiettivi dell’organizzazione, dell’unità di business, e conoscono bene il loro team, ad un livello molto profondo; quando agiscono, lo fanno per far avanzare gli obiettivi dell’organizzazione

Molti dei progetti di un’organizzazione diventano realtà perché un gruppo si interessa ad una stessa opportunità. Per questi leader, é importante investire il proprio tempo nel raggiungimento di multipli obiettivi. Massimi risultati in minor tempo, come nel gioco da tavolo Scrabble, formare 3 parole da un unico set di lettere.

Un altro aspetto altrettanto intrigante é quello di sapere attrarre gli altri verso gli obiettivi comuni dell’organizzazione: per poter attrarre “followers” ad interessarsi al nuovo prodotto sul mercato, o il proprio team nel “buy into the idea” – nel comprare l’idea di un nuovo prodotto innovativo, quello di cui il leader ha bisogno é la sua capacità di persuasione, la sua self-confidence e molto spesso, un buon record di prodotti innovativi creati da lei/lui nel passato.

Il “lascia il controllo, e tu sarai in controllo” scaturisce dalla squadra di lavoro multiculturale e multidisciplinare, ciascuno con la propria cultura e la propria expertise nel campo di lavoro. Il poter mettere n discussione le decisioni del leader, e di portare le proprie argomentazioni e le proprie idee per trasformare un concetto, un progetto, un prodotto, deve essere un concetto sempre benvenuto per la creazione di strategie innovative: i leader devono essere aperti con la loro mente per poter cambiare il loro modo di pensare, il mindset, e rivalutare e ri-aggiustare il loro piano strategico durante il percorso di creazione, tenendo in considerazione le idee e i commenti del loro team. “Ognuno é leader”, é un concetto corretto se in un team c’è – e si crede ne – l’umiltà, il rispetto e il sapere quando si é in una posizione in grado di poter muovere le persone e far avanzare gli obiettivi dell’organizzazione. 

La capacità dei (buoni) leader di saper connettere persone e progetti é un altro punto chiave della discussione. Rispetto agli altri membri del team, i leader hanno una conoscenza maggiore di quello che succede all’interno e all’esterno dell’organizzazione, per cui riescono a ad avere una visione a 360 gradi, vedendo e cogliendo opportunità per creare valore e mettendo insieme persone accomunate dalle stesse passioni e interessi, per poter sviluppare un prodotto a livelli regionali e globali, rompendo le barriere geografiche. 

Ma oltre a questa capacità di connessione, i leader hanno anche la capacità di comunicare efficientemente: comunicare, come menzionato sopra, anche attraverso zone geografiche diverse, tra team diversi, con persone diverse e sapendo come far passare il loro messaggio con efficacia a diverse entità o gruppi, e facendo quindi interagire gruppi di persone appassionate e specializzate nello stesso campo (e questo é possibile grazie alla tecnologia e all’accesso a internet, ma il fattore umano-caratteriale non è certo da sottovalutare).

Comunicare, per un leader significa quindi sapere cosa ciascuna parte dell’ organizzazione sta facendo, saper allineare gli obiettivi di ognuna di queste parti, siano esse locali, regionali o anche globali, e tenere d’occhio i valori culturali e la visione dell’organizzazione, alla luce del nuovo contesto di business in cui si lavora.

In conclusione, la ricerca sopra menzionata, sottolinea che la somma dei talenti può certamente produrre risultati migliori, rispetto a ciò che i talenti singolarmente possono creare (“A whole greater than the sum of its parts)”: questo significa che, data l’autonomia di lavoro a persone di talento, queste persone appassionate saranno sempre pronte a partecipare a nuovi progetti di lavoro, e a farlo insieme. Queste persone sapranno creare giusti network di leader e di “collisioni creative”, in cui la collaborazione e la sinergia rappresentano le chiavi per il raggiungimento di obiettivi comuni. 

In questo contesto, le persone si sentono libere di esprimersi e di sviluppare idee e progetti, e comunicarli per poterli mettere in pratica. 

Il ruolo del leader non è però un ruolo semplice, lo sappiamo. Essere leader, accettare questo ruolo, deve essere perciò un’idea abbracciata dalle persone (stesse, che saranno quindi poi in grado di esercitare tale ruolo con rispetto e tatto, con flessibilità e adattabilità, e con chiarezza di idee e capacità di essere aperti di mente per poter ascoltare tutti i commenti, i consigli e stare “davanti”, come dicevamo prima, ma senza smettere mai di prendere appunti. Il risultato? I due business case studies presi in considerazione per lo studio parlano di “Gioia di vivere generalizzata e energia positiva nell’azienda e tra le persone”. Non male eh?

Questo studio, interessante lettura che ho voluto condividere anche con voi, mi ha ulteriormente spinta a una maggiore riflessione, o meglio, un’auto-riflessione personale. E allora, dopo lavoro, mi siedo un attimo e mi domando: davvero ogni azione da noi compiuta ha un significato ben preciso? Davvero le nostre, le mie, le vostre, azioni sono dettate dal desiderio di condurre una nave e incoraggiare il team a liberare il proprio potenziale, a pieno e senza egoismi? Davvero il nostro obiettivo è quello di  contribuire ad una causa piena di significato per milioni di persone in questo paese? La risposta a tutte queste domande é si, e bisogna lavorare sodo affinché la risposta rimanga sempre questa.

In conclusione, questa ricerca di Harvard Business Review credo possa ispirare molti ad essere leader. Nel caso contrario, nulla ci impedisce di cambiare la direzione che la nostra barca sta prendendo, o  sperimentare nuove emozioni e sapere che un senso a questa vita lo possiamo trovare. La ricetta per me? Farmi tante domande, confrontarmi sempre con la realtà, senza scappare, e lo sappiamo, la realtà può essere molto diversa dai nostri sogni, ma, ultimo ma non da ultimo ingrediente della mia ricetta: all along the way, continuare a sorridere. 

 

Apriamo gli orizzonti a apprezziamo i momenti: l’Amore ai tempi di Delhi

Imparare ad apprezzare la vita. In tutti gli aspetti. Per quello che soffriamo e per quanto impariamo, Per il  Sorridere nelle giornate di sole, scrivere nelle giornate di pioggia. Interagire con tutte le tipologie di essere umano, da quelli più’ arroganti, a quelli più’ quieti, e sapere affrontare tutti Ii tipi di situazioni. Questo é quello che dobbiamo imparare dalla vita. Imparare a vedere la bellezza in ogni singolo momento.

Appena rientrata da un viaggio in India, ho riscoperto la gioia degli amici e l’importanza di rimanere legati a persone che ci hanno conosciuto nel passato e che, nonostante gli anni passino, ci considerano sempre come dolci, gentili e pronti ad aiutare.

Non sembra, ma il lavoro molto spesso attrae tutte le nostre energie e ci permette di respirare un pochino solamente uno o due giorni la settimana.

Stare con gli amici significa anche poter discutere e scambiare opinioni a proposito di temi che molte volte vogliamo capire ma che risultano difficoltose nella comprensione, in termini culturali.

A Delhi sono venuta a contatto con una cultura completamente differente dalla nostra, soprattutto per quanto riguarda le pratiche del matrimonio. I colori dell’India sono sgargianti, le danze non finiscono mai e le cerimonie per gli sposalizi durano normalmente una settimana (noi abbiamo celebrato il matrimonio di un nostro amico per tre giorni solamente).

Il matrimonio, nelle maggioranza dei casi, è combinato. i genitori del ragazzo o della ragazza cercano un partner per i propri figli, secondo la casta sociale, e i ragazzi iniziano quindi ad “incontrare” partner potenziali, con i quali sono chiamati a decidere, in tempi brevi ( in totale circa un anno dal primo incontro, se si decide di continuare gli incontri) se passare il resto della propria vita con la persona “prescelta”.

Un sistema alquanto severo, che non dà spazio al “romance”, ma piuttosto all’accettazione della persona nella famiglia dell’altra. Un “matrimonio sociale” più che d’amore, sposando la cultura e la famiglia dell’altro, con il quale poi si vive (da sposati, le coppie vivono con le famiglie, in grandi case su diversi piani).

Questa visione dell’amore è diversa dal nostro amore moderno. Noi prendiamo il tempo per conoscerci, ma facciamo anche molto in fretta a desistere e a cambiare, cercando un partner più consono alle nostre esigenze e desideri. Un amore “usa e getta”, potenziato dalla tecnologia che sembra avere la migliore risposta possibile se qualcosa non funziona. Non funziona? Non preoccuparti, troverai un’altra persona in un clic di computer.

In entrambi i casi, non dovrebbe essere così ( né matrimonio combinato da famiglie, né scelta di partner secondo le nostre necessità momentanee). Dovremmo trovare un amico/un’amica prima di tutto, che ci voglia bene per come siamo e per quello che facciamo, indipendentemente dal soddisfare i nostri desideri. Dovremmo arrivare ad essere in una relazione amorosa con un’altra persona quando la nostra felicità non dipende dall’altro, ma la completa, aumentandola.

Non essere emotivamente dipendenti da qualcuno, ma anzi, camminare fianco a fianco, e gioire insieme dei momenti insieme, apprezzandoli, e darsi una mano nei momenti di difficoltà.

Se si intende la vita come momenti passati insieme alle persone che ci sorridono e a cui noi diamo affetto, é possibile costruire un mondo felice e duraturo con un’altra persona, basandosi sul rispetto reciproco, la consapevolezza di essere individui autonomi, con propri impegni e passioni, che scelgono autonomamente di dedicare il proprio tempo vitale con una persona piacevole, che ci aiuti a comprendere il significato della vita, e che sia una luce che illumina ancora più fortemente la nostra luce di vita.

Pillole di felicità in viaggio in India. Prendiamo il tempo per decidere e per apprezzare la bellezza della vita.

Connettiamo il mondo partendo da…

Nella vita penso che un pizzico di riflessione personale sulle attività che si intraprendono, sulle persone che si conoscono e sui progressi professionali che si raggiungono sia sempre necessaria.

L’autovalutazione, come quando al liceo organizzavamo le giornate “autogestite”, gestite da noi – e quindi senza la supervisione dei professori, attingendo alla nostra creatività e alle nostre passioni, diventando noi stessi i professori di pittura, di viaggi, di scambi culturali, di sport, di lingua e psicologia, di politica e riflessioni economiche sul cambiamento del mondo attraverso i cellulari e internet – è estremamente importante e utile per capire dove siamo (nel presente) e dove vogliamo andare (nel futuro). Da dove veniamo, la maggior parte delle volte già lo conosciamo.

Nel mio lavoro, ora – tempo presente – amo quello che faccio. Mi occupo di gestione dei social media, coordinamento di stampa durante eventi culturali, riunioni regionali, training dei beneficiari e attività di sensibilizzazioni di giovani. Scrivo in continuazione, ma quello che mi appassiona di più è seguire LIVE, attraverso gli strumenti social media, gli eventi che organizziamo. Interagire con i partecipanti, ascoltarli, capire cosa li spinge ad avvicinarsi a noi, intervistarli e “catturare magici momenti di straordinaria quotidianità”. Una volta che passa un evento, ci si rende conto che l’organizzazione segue uno schema prestabilito, ma quello che cambia sono le persone che partecipano. Ogni volta ti rimane addosso la sorpresa sempre nuova del conoscere l’altro, del discutere su argomenti differenti (dalle convenzioni per la protezione del patrimonio mondiale culturale all’educazione per uno sviluppo sostenibile delle città e delle comunità) e di sviluppare le notizie nel momento presente, che scivolano con hashtags su Twitter, registrando magari i video sulle emozioni dei partecipanti. Molto spesso, impegnati a cambiare il presente del mondo intavolando discussioni sui temi del futuro.

Ascoltando gli altri, capendo l’altro veramente, si sviluppa empatia, si diventa più “morbidi”. E i social media possono servire anche a questo: ad amplificare e a espandere nel mondo quei messaggi di pace, di compassione e quelle voci di menti brillanti con idee straordinarie che possono essere d’ispirazione. Ma possono anche traghettare le voci di quei giovani alle prese con le sfide della vita, che devono essere ascoltati: noi serviamo anche per portare le loro voci in alto, ossia verso livelli politici e ministeriali dove i negoziatori e i governi devono essere pronti – con orecchie e cuore aperto – a studiare e valutare le richieste dei possibili giovani leader del domani.

Le piattaforme dei social media sono la rivoluzione del nostro presente. Bisogna usarle senza però abusarne, quasi “capendole”: per far questo si deve saper pubblicare contenuti utili, rilevanti e interessanti, e si deve anche interagire con il pubblico, rispondendo a domande e chiarimenti. E – perché no – anche sfidando gli ascoltatori o i lettori attraverso immagini, video e quiz per approfondire determinate conoscenze e risvegliare il proprio senso della curiosità. Così si possono davvero (s)muovere persone, sviluppare storie vere e rompere stereotipi, stravolgendo trends (#) negativi in attitudini e comportamenti positivi delle persone. Questo in tutto il mondo.

Se dovessi definire quello che faccio e perché lo faccio, è perché ogni giorno credo fermamente nel cambiamento di cui, ad oggi, ho fatto esperienza e ho testato sulla mia pelle. Questa è l’unica costante, l’unica certezza. Credo negli esseri umani, credo nei comportamenti giusti, nel rispetto, nel dialogo, nella solidarietà, nel buon cuore, senza abusi, nell’amore multiculturale, nell’ascolto senza giudizio, e cerco di portare il mio messaggio nel mondo attraverso un’organizzazione che ha combattuto le guerre e che vuole portare la pace nelle menti degli uomini e delle donne. Per un mondo dove le Nazioni possano essere uniti. Tutto comincia da noi, dagli esseri umani di questa terre che costituiscono queste Nazioni. I social media sono solo uno strumento di quello che sappiamo già ma che, purtroppo, abbiamo dimenticato.

Vediamo se la tecnologia può riportarci vicini, insieme, in un’immensa pangea di abbracci condivisi. Uniamo il mondo. Attraverso le nostre azioni quotidiane. E impariamo ad usare questi strumenti a nostra disposizione in maniera positiva, utile per connettere il mondo in ogni modo possibile.

Ps. Nell’immagine, vado in bicicletta durante l’assemblea generale delle Nazioni Unite programma per l’ambiente il 4 dicembre. Un’iniziativa per valorizzare l’aria pulita, con meno automobili e maggiore contatto con la natura. Questa immagine rispecchia anche il mio spirito, con una citazione di Albert Einstein, che recita più o meno cosi: la vita è come andare in bicicletta. Per mantenere l’equilibrio, bisogna continuare ad andare, senza fermarsi.

Cosa imparare dagli oceani

Ogni anno, l’8 giugno, i paesi di tutto il mondo celebrano “Giornata Mondiale degli Oceani” per sensibilizzare le popolazioni sui benefici che l’acqua può apportare all’umanità.

Secondo pubblicazioni dell’agenzia delle Nazioni Unite per l’Ambiente, gli Oceani sono la linfa vitale del nostro pianeta. Gli oceani sono una risorsa per la pesca, e quindi per la produzione di cibo, e l’acqua degli oceani mitiga anche il cambiamento climatico, mantenendo stabili le temperature. L’ossigeno che respiriamo ogni giorno è generato dagli oceani. Tuttavia, i nostri oceani si trovano in condizioni critiche e troveremo, se non agiamo ora, molta più plastica di quanti siano in pesci nella acqua.

Da New York a Nairobi, attività di sensibilizzazione e di apprendimento sull’importanza degli oceani si stanno ora svolgendo in tutto il mondo.

Qui a Nairobi, ad UNESCO, che si occupa di studio degli oceani, abbiamo organizzato una pulizia della spiaggia di Watamu, nel Sud del Kenya, per fare comprendere alla popolazione locale che l’acqua, gli oceani, e il riciclare la plastica (senza buttarla nel mare) può anche divenire un’attività economica e produttiva e può creare attività di lavoro alternativa, in un’economia mondiale che cambia ed è in constante movimento.

Giovani imprenditori all’opera allora, raccogliendo plastica e inventando un business entrepreneurship innovativo e creativo, dove la plastica diventa  oggetto d’arte e reddito.

Qualche dato in più ci dice che gli oceani coprono quasi tre quarti della superficie terreste e contengono circa il 97 per cento di acqua. Piu’ di 3,5 miliardi di persone dipendono dagli oceani per il loro reddito e la nutrizione, non da ultimo nei paesi in via di sviluppo. Gli oceani ospitano 200.000 specie identificate, anche se le cifre esatte sono arrivare fino a milioni.  Gli oceani sono importanti per il commercio e il turismo, e sono da sempre stati i migliori amici nella battaglia contro il cambiamento climatico, per assorbire l’anidride carbonica e il calore che gli umani rilasciano nell’atmosfera.

Purtroppo gli oceani nel mondo si trovano in una situazione crtiica, a causa della pesca eccessiva, dei rifiuti gettati nel mare e dagli acidi. Una pesca eccessiva significa che le specie piu’ resilienti prendono il sopravvento, cio’ che puo’ portare, ad esempio, a delle invasioni di meduse, e ancora di maggiori pressioni sugli stock ittici commestibili.

L’attiviita’ umana e’ responsabile per lo stato dell’arte, e quindi solo l’attivita’ umana puo’ risolvere questo problema.

Il divieto di sacchetti di plastica attuato dal Governo del Kenya ( ora andiamo al supermercato con le buste di tela) e’ un ottimo esempio di misure necessarie per proteggere il pianeta dai nostri rifiuti.

La plastica consumata in terra finisce eventualmente nell’oceano e a quel punto – sempre se non agiamo in fretta- ci sara’ piu’ plastica negli oceani che pesci. La plastica infatti, si trasforma, a poco a poco, in microparticelle, che vengono mangiate dai pesci e arrivano nei nostri piatti successivamente.

L’obiettivo di sviluppo sostenibile e’ proprio quello di proteggere l’ecosistema marino, ed e’ fortemente collegato alla riduzione della poverta’ (obiettivo  1, alla sicurezza alimentare, obiettivo 2, all’azione per il clima, obiettivo 13, produzione e consumo sostenibile, obiettivo 12, e un corretta, sicura e sostenibile fornitura di acqua 6).

Quello che sto apprendendo e mi appassiona è il coinvolgimento attivo della popolazione, di tutta la comunità, dei giovani, delle ONG, di tutta la società civile. In Africa si ha sempre voglia di ascoltare, di fermarsi un attimo per salutare, per imparare cose nuove, nuovi concetti, nuove metodologie di lavoro. Sempre. Questo engagement, questa voglia di stare sempre insieme, di vivere insieme, di condividere, l’ubuntu, l’ “essere tu perché tu sei parte di un noi”, di una comunità, mi coinvolge altrettanto e mi trasmette un’ energia di “ce la facciamo, insieme, ci riusciamo”. Una società pacifica, inclusiva e diretta, che dice le cose per come sono, che ti fa vedere la dura realtà, ma che ti accetta per come sei, e che trova sempre uno spazio per te, che tu sia musungu ( il termine per definire le persone di colore bianco qui in Kenya, senza accezione negativa, giusto per definire il colore) oppure no.

Per quanto riguarda invece a livello internazionale, tra governi e Nazioni Unite, un passo importante sono i partenariati pubblico-privato e il dialogo costante tra società civile, politici e accademici, per migliorare quello che non va, in termini di ambiente, cambiamento climatico, e protezione-conservazione degli oceani e delle risorse marine.

Un mare e un oceano pulito e’ il prerequisito per la sopravvivenza di tutti noi.

Vi lascio con un bellissimo libro che il nostro ufficio di UNESCO a Nairobi ha prodotto, e che illustra immagini disegnate da bambini dell’est e ovest dell’Africa, la percezione dei bambini del mare, l’ocean paradise, come alcuni lo chiamano, il paradiso oceano, e da cui ahimé anche io, non posso proprio fare a meno! Ecco il libro! http://unesdoc.unesco.org/images/0023/002338/233802e.pdf

Un abbraccio da Nairobi e alla prossima avventura!

 

Il giornalaio Ibrahim

Parto da questa foto.

Ibrahim il giornalaioVicino a casa qui a Dakar ogni giorno passo davanti al chiosco di Ibrahim, che vende quotidiani senegalesi, magazine settimanali senegalesi di economia e politica, riviste per donne mensili e magazine internazionali quali Forbes, Time, Courrier International.
Mi piace la diversità delle notizie e il gusto di sfogliare tanti giornali pensando alle redazioni gremite di tante penne e teste che hanno contribuito alla realizzazione dei testi.
Mi piace pormi domande, porre domande e de-costruire gli stereotipi socio-culturali e personali tra gli esseri umani. Apprezzo e stimo i giornalisti che si buttano sul campo e vanno a cercare le notizie, per rappresentare la realtà secondo il loro punto di vista e secondo le loro idee e ricerche. Tanti angoli differenti, tanti punti di vista, tante opinioni e idee, costruiscono una società pluralista, più democratica, più aperta e più desiderosa di conoscere e scambiare ulteriori idee per migliorare lo statu quo. Non credo a chi dice di appartenere ad un partito, di essere legato fortemente ad un’idea e di non poterla mai cambiare. Tutto cambia, tutti cambiamo e come insegnava il filosofo Eraclito “tutto scorre”. Per questa ragione, è necessario riflettere, ascoltare, cercare di capire, non imporre la propria idea come la migliore e l’unica sulla piazza e ricercare la calma e la tranquillità per poter comprendere l’altro.

Questa empatia umana è molto visibile e palpabile nelle persone qui in Senegal.
C’è poco e le infrastrutture non sono veloci e attrezzate. C’è l’essenziale: il supermercato, la farmacia, la boutique della tua amica che vende i tessuti che servono per creare i vestiti colorati delle donne, c’è il mercato della frutta, una panetteria nei dintorni se si è fortunati e si vive nel centro della città, una chiesa sempre in centro città e tante moschee che ti ricordano di essere in una società musulmana aperta ai cattolici, dove si celebrano Pasqua, Ramadan e riti animisti. Un paese apparentemente pacifico che include gli altri e accoglie tutti i colori e tutte le religioni.

In questo essenziale, e come cantava il nostro Marco Mengoni, si ritrova la pace dei sensi e il cuore parla di più. A te stesso e agli altri. Le persone vanno ad un ritmo più lento, per concludere operazioni bancarie bisogna prendere mezza giornata di ferie lavorative, per raggiungere un posto che si trova a 5 km da te esistono gli autobus, gremiti di persone e i taxi in cui si negozia il prezzo con il taxi man. Si arriva al luogo d’incontro che si è stabilito con gli amici in più o meno quarantacinque minuti – un’ora.

In questi momenti si inizia a parlare, si stabiliscono più relazioni umane, si vive di più, più intensamente e con più pazienza. Si ascoltano e si capiscono le sofferenze degli altri, i turbamenti, le gioie e i dolori. Si applaude ad una conquista e si spera in un futuro migliore dove tutti possano finire la scuola e trovare un lavoro che rispecchi le proprie passioni.
Si interagisce e si creano vincoli di amicizia. E non ci sente soli. Tutto viene relativizzato quindi. Non si è più considerati come il bianco che arriva e vuole cambiare le cose, iniettare soldi nel sistema economico e poi andare via senza creare nulla di solido, durevole nel tempo e che possa permettere alle persone in loco di svilupparsi e creare loro stessi il proprio futuro. Si è considerati come un essere umano, bianco e nero che tu sia, discutendo di politica e società senegalese e integrandosi piano piano alla società. Integrandosi il rischio è perdersi e non avere punti di riferimento, e ritrovarsi un’altra volta catapultati in un’altra società che pensa e agisce in maniera diversa da come tu ti eri abituato, avevi imparato, avevi capito, avevi digerito-interiorizzato, e avevi accettato. E una società in cui ti sentivi a tuo agio e ti sentivi bene e accettato.

Per questo, come diceva sempre mio cugino Antonio di Portici, non ti dimenticare mai da dove vieni. Cosi sai sempre dove vai, e puoi tornare se vuoi. Io amo l’Italia e vorrei vedere i miei bambini in un luogo sicuro, dove possano crescere e gioire come ho gioito io con mio fratello, con i miei vicini di casa giocando in cortile e raccogliendo fragole, guardando i cartoni animati, mangiando i chupa chups e la scodellina del gelato e giocando a nascondino. Andando al parco giochi sentendosi sicuri e andando a scuola felici di apprendere. Con la gioia e la speranza di un futuro. Con tanti sogni e desideri nello zaino e con la certezza che, un giorno, cantante o nuotatrice che tu sia, tu potrai essere davvero felice, accanto a chi ami e chi ti ama, e non preoccupandosi di essere sempre perfetto, ma con la volontà di apprendere, di sorridere e di parlare con gli altri.

Con poca tecnologia, il tanto tempo a disposizione è il bene più prezioso che abbiamo, insieme – a mio avviso – agli abbracci di coloro che si ama. Ho scelto questa vita perché volevo vedere, scoprire, volevo raggiungere posti impensabili e conoscere tante persone parlando di tanti argomenti e scambiare punti di vista, rivedere concetti, ballare, ascoltare diverse voci, tanta nuova musica, e rientrare per poter raccontare, per poter aprire i cuori e far capire che siamo tutti su questa grande barca e su questa terra insieme, e che non c’è bisogno di avere paura di sperimentare, che niente è definitivo e tutto è una meravigliosa sorpresa. Ora mi piacerebbe portare i miei genitori e far loro scoprire fisicamente cosa succede nella mia vita, cosa facciamo e dove andiamo. E portare con me le persone avventurose che amo per scoprire insieme la vita e farla scoprire ai giovani e a chi crede nel cambiamento e nel sacrificio, con tanta pazienza, umiltà e tanto sport per sentirsi bene e sempre in forma e energia.

Andiamo! Saluti a tutti dal Senegal.

Life is a paradise for those who love many things with a passion” – Leo Buscaglia

Welcome on board! Gaia Paradiso – blogger #theitalians

Ci pensavate assopiti e in vacanza dopo la pausa di fine marzo? Ebbene, abbiamo ricche news e stiamo lavorando su più fronti per voi e per il lavoro di The Italians, ma andiamo per ordine… Cominciamo la settimana presentandovi Gaia Paradiso, new entry del team internazionale dei nostri blogger ufficiali !
 
Classe 1987, Gaia ha studiato Relazioni Internazionali presso l’università degli studi di Firenze e si trova ora a Dakar, dove lavora per UNESCO per il quale si occupa di comunicazione e informazione.
I suoi racconti, tra le pagine virtuali del nostro blog, saranno una finestra aperta sull’Africa, vista e vissuta in tutti i suoi aspetti dagli occhi della nostra Italians: occhi che si erano già fermati in Spagna, Belgio, Francia, Brasile e Stati Uniti.
 
Conosciamo dunque Gaia, una ragazza con un’attitudine decisamente positiva e piena di passioni, dalla fotografia al nuoto fino anche al canto, passando per tutto ciò che è arte, musica, cinema e Tv. Una Italians curiosa e piena di domande, con un futuro da reporter.
 
Gaia, welcome on board!