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Intervista ad Angelica Paolieri, italians a Madrid: «La fuga di cervelli? Vogliamo solo essere riconosciuti come professionisti»

Per l’Italia, la Spagna è quasi una sorella. O una cugina di primo grado, insomma, una di quelle persone con cui cresci per tutta una vita prima di diventarci inesorabilmente amiche. Il clima così simile e accogliente, una lingua che sembra risuonare conosciuta nelle orecchie, i sorrisi aperti e, soprattutto, la vicinanza culturale e fisica verso casa.

Quando dici Erasmus mediamente sei italiani su dieci pensano alla Spagna, e così è stato anche per Angelica Paolieri, 32 anni nata e cresciuta a Città di Castello (in Umbria). Ma nonostante questo, per lei arrivare a Madrid è stata prima di tutto una scelta e una necessità: «Avevo già maturato l’idea di allontanarmi dall’Italia e, poiché avevo già studiato e vissuto in Spagna, ero decisa a tornare qui. All’inizio avevo escluso come possibili mete sia Madrid che Barcellona, non mi attraeva il pensiero di vivere in città molto grandi. Ma nella vita mai dire mai e così, seguendo il corso degli eventi, due anni fa sono finita proprio a Madrid. A parte qualche piccolo aggiustamento di abitudini, come calcolare 30 minuti di tragitto per arrivare puntuale a qualsiasi appuntamento, la vita a Madrid non è molto differente dalla mia cara provincia umbra.».

Lontano dai cliché e dalle consuetudini imposte, la quotidianità in Spagna è stata una vera sorpresa per Angelica. Soprattutto per la burocrazia, invece uno dei tasti dolenti italiani: «Non riuscivo a crederci all’inizio, ma qui è veramente tutto molto più semplice e agevole rispetto che in Italia – racconta – esistono applicazioni per qualsiasi cosa, sia per prendere appuntamenti dal proprio medico di famiglia che per fare ogni tipo di documento. In questo modo eviti che ci siano ritardi o code, almeno nella maggior parte delle volte».

Anche a livello lavorativo la capitale della Spagna è stata una scoperta: «Qui è tutto molto più rapido e snello e, per chi ha voglia di coglierle, ci sono molte opportunità per fare carriera. Quando sono arrivata ho subito trovato lavoro e, anche se non era quello per cui avevo studiato, ho accettato per imparare e conoscere le persone, la cultura, la città. Certo – prosegue Angelica – non in tutta la penisola le condizioni lavorative sono le stesse, ma a Madrid c’è molto ricambio di gente e lavoro». 

Ma facciamo un passo indietro. Per l’intervista di aprile niente domande scritte: con la nostra italian del mese Angelica abbiamo parlato di giovani, opportunità lavorative, formazione e – ovviamente – della cosiddetta fuga di cervelliUna sorta di flusso di coscienza alla James Joyce, per intenderci, condita di suggerimenti e anche un po’ di nostalgia. La sua è una storia di coraggio, una di quelle dove anche solo per muovere un passo e iniziare a camminare verso i propri obiettivi bisogna crederci con tutte le proprie forze.

Attualmente, Angelica lavora nel campo della moda e del design a Madrid, dove si occupa di consulenza di immagine in una gioielleria nel distretto commerciale di lusso, scrive contenuti per marchi e riviste del settore, collabora con un profumiere artigianale e con un’agenzia di comunicazione e disegno. «Ho molti progetti in cantiere, anche se riguardano tutti Madrid per il momento – aggiunge, una nota di rammarico nella voce – a livello formativo ho iniziato un corso organizzato da una famosa rivista di moda per specializzarmi nel personal branding, mentre a livello lavorativo assessoro imprese che vogliono entrare nel mercato spagnolo».

La sua vita in Italia, prima, era molto diversa: dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza, Angelica ha lavorato in uno studio legale come praticante e poi come avvocato. Ma la passione per la moda le è stata sempre accanto in questo percorso, tanto da farle scrivere una tesi di laurea magistrale incentrata sul contratto di franchising comparato tra Italia, Francia e Spagna.

Per reinventare se stessa e realizzarsi completamente, Angelica ha dovuto cambiare paese: «Sono partita con la voglia di uscire dalla mia zona di comfort e di seguire la mia vocazione personale – spiega la nostra italian del mese – ero abituata ad una professione fatta seduta sulla sedia e china alla scrivania, ma adesso sto imparando a gestire una nuova vita composta da più attività, più moderna, una vita concreta e possibile perché qui la flessibilità oraria e soprattutto quella mentale è considerata fondamentale». 

Il filo rosso di tutte le sue esperienze fuori dall’Italia è sempre stata la Spagna, quasi un porto sicuro dove tornare, riempire di nuove conoscenze il proprio bagaglio e quindi ripartire nuovamente. La prima esperienza lontana da casa è stata a 14 anni in Olanda con uno scambio culturale, poi l’Erasmus a Siviglia, poi Strasburgo per l’Erasmus Placement e quindi di nuovo la Spagna con un master all’università di Salamanca in Diritto spagnolo per giuristi stranieri.

«A livello di competenze noi italiani non abbiamo nulla da invidiare agli altri – commenta ancora – quello che manca al sistema universitario italiano è la pratica, una proiezione verso il futuro fuori dalle aule. Studiamo molta teoria e quando ci laureiamo alla  fine siamo pieni di nozioni, anche se poi magari troviamo difficoltà a fare una fattura o scrivere una lettera».

La soluzione ideale? Una mediazione tra diversi sistemi di formazione, anche se per essere competitivi nel mercato globale non è ancora sufficiente: «Dobbiamo puntare di più sulla conoscenza delle lingue straniere e sulle competenze tecnologiche – suggerisce Angelica – e forse dovrebbe essere obbligatorio fin dal percorso scolastico inserire almeno un’esperienza all’estero. Perché è veramente importante entrare in contatto con una lingua straniera fin da giovani, non come materia da studiare, ma come strumento di comunicazione e di confronto».

Un dialogo a più voci e a più lingue consentirebbe forse all’Italia e ai suoi giovani di sentirsi parte di un mondo che gira intorno a loro e che cambia ad ogni battito di ciglia, e la possibilità di esprimersi frenerebbe forse l’allontanamento (volontario e non) di così tante persone. «La fuga dei giovani italiani dipende dalla nostra voglia di essere riconosciuti come professionisti – conclude Angelica Paolieri – il mercato del lavoro e le istituzioni italiane tendono a vederci come una risorsa da cui attingere e non su cui investire. Passiamo anni a collezionare titoli, passando per lunghi tirocini per arrivare poi, se tutto va bene, alla firma di un contratto di lavoro imbarazzante. Eppure abbiamo ancora voglia di provarci, molto da offrire e voglia di rimanere».
Alle giuste condizioni.

Fratellastri d’Italia

Da qualche anno non si fa che parlare di questi italiani all’estero: c’è chi parla di fuga di cervelli, chi dice che l’Italia sta meglio di loro; c’è chi racconta che vivere all’estero è bellissimo e chi dice che non ne vale la pena. Intelligenti, volenterosi, bamboccioni, coraggiosi, traditori della patria: quante etichette ci hanno forzato addosso il giornalista o il politico di turno. A me però le etichette non piacciono, quindi scrivo questo post nella speranza di darvi un’opinione sull’argomento che sia la più onesta possibile.

Allora chi sono questi italiani all’estero? Sono davvero il meglio o il peggio dell’Italia?

Per esperienza personale, posso dirvi che sono entrambi. Ci sono neolaureati in ricerca di un lavoro dove possono applicare le loro conoscenze e appagare le loro ambizioni e ci sono poi coloro che vengono pensando di trovare quel sogno americano in Europa che molti giornali sono così intenti a propagandare. Anche io, come molti, prima di trasferirmi in questa grande isola, la vedevo esattamente così. Me la immaginavo pulita e ordinata, con persone rispettose delle regole e con i servizi pubblici funzionanti alla perfezione.

La realtà che ho trovato, al mio arrivo, è stata un po’ diversa. La Londra di cui ho sentito così tanto parlare è come un sogno che sta svanendo, un ricordo che ha lasciato il posto a una città sovrappopolata e carissima, dove gli autoctoni vengono spinti in periferia all’aumentare dei prezzi delle proprietà, mentre noi immigrati lavoriamo spesso più di 45 ore a settimana per poterci permettere appartamenti condivisi con sconosciuti e infestati da topi. Un incubo più che un sogno, direte voi. Allora perché sempre più giovani abbandonano l’Italia per trasferirsi nel Regno Unito?

Vivendo in questo paese ho imparato, tra le tante cose, che la realtà è sempre più complicata di quello che ci vogliono far credere. La verità è che se vai all’estero solo per una questione lavorativa, spesso non ne vale la pena, come raccontano tanti expat rientrati in patria. Si, perchè la qualità della vita che l’Italia può offrirti (la dieta mediterranea e il clima mite), la trovi raramente altrove. Perchè pochi lavori valgono il freddo, il cibo scadente, le distanze e la solitudine che viviamo.

Personalmente, ci sono tantissimi motivi dietro la mia scelta di lasciare l’Italia. La paura del diverso, le discriminazioni, l’apatia sociale e l’eccessiva importanza che si da all’apparenza. Insomma, tutti quegli argomenti di cui ho gia parlato (o di cui parlerò presto) e che mi impediscono di immaginare di vivere nella mia terra natia.

Spesso non si capisce che l’esodo dei giovani italiani ha più a che fare con i demeriti dell’Italia piuttosto che i meriti dei paesi stranieri. Il nostro sistema scolastico, per quanto valido sotto molti aspetti, non ci prepara affatto al mondo del lavoro. La realtà che un giovane laureato si trova davanti è fatta di tirocini non pagati, contratti “part-time” che ti richiedono più di 40 ore alla settimana, stipendi da fame che devi accettare, visto che “stai imparando”. E se rifiuti, allora ti chiamano bamboccione, sfaticato e perfino presuntuoso.

Si dice che ammettere l’esistenza di un problema è il primo passo verso la risoluzione del problema stesso. Eppure della “fuga dei cervelli” se ne parla da diversi anni, ma senza fare nulla. Quando ancora non era presidente, Emmanuel Macron fece un appello a tutti gli emigrati francesi chiedendogli di tornare in patria, suggerendo loro quanto la Francia avesse bisogno di superare quella mentalità della “paura del fallimento” che blocca la crescita del paese.

E noi expat italiani? Beh, noi abbiamo avuto un ministro del lavoro, Giuliano Poletti, che ha detto che “alcuni italiani è meglio non averli tra i piedi”. Quindi non solo siamo stati spinti a lasciare il nostro paese perché non ci viene data la possibiltá di vivere in modo dignitoso in Italia, ma ci dobbiamo anche sentire insultati per questo. “Andate a Londra con le vostre belle lauree e poi finite a lavare i piatti o a lavorare nei bar e nei ristoranti”. Ho letto piú volte sui social media commenti simili. Questo è uno dei problemi di noi italiani: ci atteggiamo spesso a esperti di cose di cui non abbiamo nessuna conoscenza.

Lavorando come barista per cinque anni sono stata in grado di pagarmi l’università, almeno due viaggi in Italia e altre due vacanze all’estero ogni anno. In poco più di cinque anni di residenza qui, ho cambiato diversi lavori e non sono mai stata disoccupata per più di un mese. Quanti ventenni italiani possono dire lo stesso?

Il lavoro nella ristorazione è uno dei più facili per trovare a Londra, grazie ai migliaia di bar e ristoranti sparsi nella capitale. È per molti un punto di partenza, un modo per pagare le spese e nel frattempo ricostruirsi una vita. Molti expat riescono a fare altro nel corso degli anni e quelli che decidono di rimanere in questo settore hanno possibilitá di far carriera e guadagnare un bel salario, se vogliono.

L’esodo degli italiani, che non si limita soltanto ai giovani, è stato ignorato per molto tempo e poi, improvvisamente, è diventato uno degli argomenti piú discussi. Il problema è che, anche in questo caso, non si tratta di un dialogo. Ci sono tantissimi expats che hanno raccontato la loro storia, in centinaia di blog come questo, oppure intervistati da quotidiani regionali e nazionali. Quando l’ultima battuta è stata scritta, cosa ne rimane?

Soltanto un’altra storia di successo o fallimento, un’altra voce a questo infinita discussione se vale la pena o no vivere all’estero. E allora mi chiedo: perché invece di focalizzarci sul perché gli altri paesi attirano cosí tanti giovani, non iniziamo a interrogarci sui motivi per cui l’Italia non riesce a tenersi i suoi figli? Quante idee, quanti consigli, potremmo dare noi che conosciamo altri paesi, altri sistemi politici ed altre realtà. Eppure, quanti politici ci hanno mai chiesto cosa potremmo fare per cambiare il paese? Quanti politici ci hanno chiesto perché non torniamo? Cosa è stato fatto per spingerci a rientrare oppure per far si che altri giovani non seguano il nostro esempio?

Nella mia comicità spesso penso che ai nostri politici stia bene cosí. In fondo siamo dei numeri in meno sulla disoccupazione giovanile, delle pensioni in meno che lo Stato dovrà erogare e poco importa se altri paesi sfrutteranno al meglio l’istruzione che lo stato italiano ci ha pagato. Le nuove generazioni partono, lasciando indietro quelle vecchie (più facilmente manipolabili attraverso i social media e notizie false) e coloro che si “accontentano” di vivere in questa situazione.

Se qualcuno dice “io non ci sto” allora deve per forza essere migliore o peggiore dell’altro. Quante volte mi sono sentita dire “ma tu sei più coraggiosa di me”, oppure “io sono così legata alla mia famiglia, non potrei mai fare quello che hai fatto tu”, come se chi decide di partire debba essere per forza più indipendente o meno legato alla famiglia.

Italiani contro italiani. Sono passati più di 150 anni dall’unità italiana eppure degli italiani, a mio avviso, ancora non c’è traccia. Forse il motivo è che ci vediamo diversi, e lo siamo: ogni regione nel nostro paese ha le sue tradizioni, la sua lingua, una sua realtà che è totalmente diversa da quella delle regioni confinanti.

Ed esattamente come accade con le culture e tradizioni straniere, anche questa diversità ci disturba e ci divide.

Intervista ai fondatori di CONSELF srl

Oggi vi raccontiamo la storia di quattro ragazzi italiani che – udite! udite! – decidono di aprire la propria attività proprio nel nostro bel Paese, dopo diverse esperinze all’estero. “Cervelli di ritorno”, direbbero alcuni.
Tra studi ed esperienze in Italia, tra la provincia di Varese e Cagliari, tra il Canada e Glasgow, eccovi l’esperienza di Ruggero Poletto, Alessandro Palmas, Alberto Palazzin e Andrea dal Monte.

I nostri Italians, appena 30enni, si raccontano così…

 

Ciao Ruggero, sappiamo che con alcuni tuoi amici, oggi soci, hai fondato CONSELF, e sappiamo anche che il frutto del vostro lavoro ha potuto prendere vita grazie anche a ciò che avete appreso in Italia prima e all’estero poi: raccontaci pure la tua esperienza.

[​Ruggero​] Ciao a tutti. Come potete vedere, la mia vita è stata abbastanza frenetica fino ad oggi. Quello che, probabilmente, si nota subito è l’esperienza di 3 anni che ho fatto in Inghilterra. Dopo la laurea infatti, spinto dalla voglia di conoscere e di vedere il mondo, mi sono spostato a Manchester a svolgere un dottorato di ricerca, PhD in inglese. Quella è stata la svolta della mia vita: ho conosciuto moltissime persone da ogni parte del mondo, ho ampliato i miei orizzonti e soprattutto ho visto una logica di vita differente. Poi, dopo 3 anni fuori casa, ho deciso che, come dice Renzo Piano in una famosa intervista di Fabio Fazio, fosse giunto il momento di riportare in Italia quanto appreso, e così ho trovato lavoro presso un’azienda informatica di Cagliari prima, ed un’azienda di ventilazione di Brescia poi. In entrambi i lavori mi sono scontrato con quello che può chiamarsi il difetto “italia” più grosso e che riassumo nella frase: “​sono 40 anni che faccio così e va bene, perchè cambiare …​”.Ed eccomi quindi a fondare un’azienda come socio di 3 colleghi dove sperimentare ed evolvere sono le basi e l’essenza dell’attività.

[​Alessandro​] Cosa vuoi fare nella vita professionale? Che piano hai per raggiungere i tuoi obbiettivi? Queste sono due domande che tutti gli studenti frequentanti gli ultimi anni di università dovrebbero cominciare a porsi. Meglio presto, piuttosto che iniziare a ragionarci quando inizi a fare i primi colloqui, le prime proposte di lavoro. Senza una risposta a quelle due domande, anche valutare una proposta di lavoro non è semplice: è una occasione che ti porta più vicino ai tuoi obbiettivi? Come fai a saperlo senza averli definiti? Avrei voluto pormi prima queste domande, che si sono concretizzate piano piano, tra la fine del corso di laurea a Torino e il master a Glasgow. Essere sottoposto a tanto stress e stimoli ti obbliga a guardarti dal di fuori e a trovare la tua bussola personale. In questi contesti, dove trovi gente da Cina, USA, India, Australia, capisci che se vuoi ottenere quello che desideri devi lottare nel senso migliore del termine. E così anche se mi sarei potuto “accontentare” di un contratto a tempo indeterminato in una realtà delle più sicure in ITALIA, multinazionale che offriva diverse possibilità di carriera, ho scelto, a passi di importanza crescente, una strada diversa. La strada dell’avventura nel mondo professionale.

Cos’è che all’estero hai trovato e che in Italia invece non c’era, a livello formativo e professionale?

[​Ruggero​] L’esperienza all’estero è stata importantissima dal mio punto di vista. Vivere e non fare una semplice vacanza all’estero fa veramente vedere delle differenze tra il mio paese, l’Italia, e quello che ti ospita, l’Inghilterra nel mio caso. Non sono qui a decantare un paese o l’altro, ma una differenza degna di nota bisogna citarla. Avete presente il proverbio “​sbagliando si impara​”? In Inghilterra questo proverbio trova piena applicazione: mentre in Italia noto spesso che le persone, le aziende e i governi ripetano continuamente gli stessi errori e non vi sia mai un momento in cui ci si ferma e ci si chieda “​ma come posso migliorarmi rispetto a quanto fatto ieri​”, in Inghilterra questo proverbio è applicato nella sua forma più pura e positiva, attraverso un cambiamento continuo e progressivo delle persone e dei sistemi.

[​Alessandro​] Si sente dire spesso, ma a livello di conoscenze in Italia non abbiamo nulla da invidiare all’estero. E tantomeno dal punto di vista della scintilla, dell’intuizione scientifico/culturale. Ma sono convinto di una cosa: io vedo l’Italia spaccata in due, vedo da un lato l’Italia ingiusta, quella dei falsi invalidi, l’Italia degli appalti truccati e dei concorsi con raccomandati. Dall’altro vedo un’Italia brillante, con persone che hanno molta più voglia di impegnarsi di quanto non ne abbiano negli altri paesi. Gli italiani brillanti, sono quelli che lavorano con maggior impegno anche in contesti internazionali, sono quelli che sanno trascinare, sanno far sognare, sanno illuminare. Credo che il problema italiano sia che per logiche speculative purtroppo la prima italia, quella negativa, non permetta a quella positiva di spiccare il volo. Cosa servirebbe? Meritocrazia spietata. Quando dico spietata intendo che in tutto, dal lavoro alla vita quotidiana, debba essere premiato l’impegno come unico driver di progresso personale nella società.

Quand’è che avete deciso di tornare e riportare le skills apprese nel tuo/vostro Paese natio?

[​Ruggero​] E’ difficile dare una data esatta. Ma direi che due avvenimenti sono stati importanti: un’intervista di ​Renzo Piano ​che ho citato poco fa, ma anche la presa coscienza che lì in Inghilterra stavo ricreando la mia Italia attraverso una rete di amici con una situazione simile alla mia. E come si avvicina la fine del percorso di studi e si fanno scelte lavorative, quindi in qualche modo rivoluzionarie per le proprie vite, ho deciso che la mia volontà fosse di tornare in Italia e non di creare l’Italia da qualche altra parte.

[​Alessandro​] Nel mio caso tornare è qualcosa dovuto principalmente a fattori esterni al campo professionale. In Italia abbiamo delle “condizioni al contorno” perfette: dal clima alla cultura, tantissimi elementi costituirebbero l’ambiente perfetto per sviluppare la propria attività o portare avanti la propria carriera. E anche il modo di lavorare degli italiani brillanti di cui alla precedente domanda è un elemento di forza.

La mancata corrispondenza tra capacità acquisite durante il percorso di studi e il mondo del lavoro credi sia uno dei fattori fondamentali della fuga dei talenti italiani? O quali sono secondo te le motivazioni di quella che possiamo chiamare una vera e propria migrazione di massa?

[​Aberto​] Generalizzare credo sia riduttivo, sono molteplici i fattori che causano questa migrazione di massa. L’innovazione e la conoscenza stanno vivendo una globalità senza precedenti. Mi piace pensare che i talenti italiani non siano in fuga, siano invece alla ricerca di nuove esperienze, opportunità e idee. In questa visione, ogni paese deve essere sia un produttore che un consumatore di “cervelli”. L’Italia è un ottimo esportatore di talenti, ma non è abbastanza attraente nell’importarli.

Credi che in Italia la meritocrazia sia un concetto ormai perduto? Quando eri/eravate all’estero quali sono le differenze che hai/avete notato in maniera più marcata?

[​Andrea​] In Italia purtroppo vedo in generale poca meritocrazia e molte persone fare strada grazie alle loro conoscenze ed ai loro contatti. E molte altre persone mantenere il proprio posto, di rilievo o no, anche se non hanno piu le motivazioni, anche se ci sono un sacco di giovani magari con poca esperienza ma pieni di entusiasmo e di voglia di mettersi in gioco. Questo avviene sia perchè magari una certa posizione è vista quasi come un diritto acquisito sia perche semplicemente c’è una certa immoblità al cambiamento e alla valorizzazione delle persone. Però la meritocrazia non è un concetto perduto, se una persona è scaltra prima o poi fa strada, anche cambiando lavoro/azienda se non si sente valorizzata.
Personalmente in ambito professionale ho conosciuto anche persone che puntano a valorizzare chi lo merita e le loro ditte saranno quelle che sicuramente usciranno a testa alta dal crisi. Anche in ambiente accademico è difficile non notare questa differenza quando si vede un sistema universitario immobile in Italia con sempre le stesse persone che insegnano da anni senza portare più un contributo alla ricerca mentre all’estero i giovani ricercatori italiani emigrati fanno carriera e ottengono riconoscimenti. Però anche qui in alcuni casi vedo dei cambiamenti, molti giovani professori che ho conosciuto sono molto preparati e competente e questo mi fa ben sperare per il futuro.

Se fossi restato in Italia senza mai spostarti, credi che il tuo attuale stile di vita sarebbe arrivato lo stesso?

[​Ruggero​] Sicuramente un’esperienza all’estero è fondamentale al mondo d’oggi. Ovviamente la risposta è no: non sarei lo stesso Ruggero, avrei oltre che meno conoscenze di aerodinamica, anche un modo di vedere il mondo assolutamente differente.

Cosa pensi che manchi all’Italia per riportare le proprie eccellenze a servizio del Paese ecosa dovrebbe fare, secondo te, per incentivare questo ritorno (o far sì che non si scappi più)? Come mai sei tornato?

[​Alessandro​] Mi viene difficile pensare i mezzi per attuare il cambiamento, ma credo che la base debba essere questa: scelgo di stare in un posto quando sento che c’è un filo diretto tra il mio impegno e quello che raccolgo. E’ avere la certezza che, se mi impegno al massimo, avrò dei risultati in linea con quanto fatto. Sapere questo ti porta ad esporti maggiormente, a scommettere, perchè sai che, in un gioco pulito, vince chi è più bravo. E’ un termine che ripeto, meritocrazia.
Meritocrazia nei concorsi, meritocrazia nei finanziamenti, meritocrazia nei riconoscimenti.

Quanto pensi sia grave il fenomeno della fuga dei talenti italiani? Cosa pensi, personalmente, di questa continua fuoriuscita di talenti?

[​Alberto​] I cervelli e i talenti devono potersi muoversi senza restrizioni e confini, non mi spaventa il fatto che gli italiani possano andare all’estero. Ogni paese esercita una forza d’attrazione sui “cervelli” ed è connessa a conoscenza, innovazione e capacità di offrire opportunità per realizzare le proprie idee. Il problema dell’Italia sta nell’essere un paese poco attraente; produce ed esporta ottimi talenti ma poi non riesce ad essere altrettanto efficace nell’attirare e importatore persone sia italiane che estere.

Siete contento/i della vostra attività, qui in Italia? Credi/credete che se foste rimasti all’estero le cose sarebbero andate diversamente? Come?

[​Andrea​] Sono molto contento dell’attività qui in italia. Ho l’impressione che la stessa attività all’estero avrebbe avuto una spinta molto piu forte, magari avrebbe attirato maggiore interesse, investimenti di maggiore entità ecc. Però forse non l’avrei vissuta con lo stesso entusiasmo, farcela in Italia lo vedo come un plusvalore ed un soddisfazione personale.
Potremmo riassumere tutto con poche parole: partire, imparare e – con una buona dose di coraggio – tornare! E tornare per costruire, migliorare, creare.

Ringraziamo i ragazzi di Conself per aver condiviso con noi la loro storia e ci auguriamo che i loro sogni e progetti crescano e possano dare fiducia e un po’ del loro coraggio a tanti altri giovani talenti italiani.
In bocca al lupo ragazzi e… a presto!