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Ragazze di oggi, Leader di domani

Nel mondo, ogni anno, 12 milioni di ragazze under 18 vengono “sposate” da padri, fratelli e famiglie, senza il loro consenso. Ad oggi, 130 milioni di bambine non hanno ancora accesso alla scuola e 15 milioni di ragazze adolescenti dai 15 ai 19 anni hanno subito sesso forzato, sono state violentate.

Non va scordato che il lavoro delle Organizzazioni Internazionali é anche questo: sensibilizzare e appoggiare le ragazze  ad inseguire i loro sogni, elevare la loro autostima e celebrare i loro talenti. 

A livello personale e quindi non strettamente lavorativo, particolare interesse e voglia di studio approfondito ha sempre suscitato in me il tema del ruolo della donna e della sua indipendenza economica o, come più comunemente chiamato, seppur con delle nuances differenti, il tema del Women Economic Empowerment. Per esempio, l’accesso delle ragazze al mondo del lavoro é un traguardo non indifferente nei paesi in via di sviluppo e, come dimostrano diversi studi, il poter lavorare con passione su quello per cui ci si alza al mattino ogni giorno é un privilegio non solo per le donne nei paesi in via di sviluppo, ma anche nei paesi industrializzati. Non dovrebbe essere cosi.

Recenti statistiche parlano di un 40% di donne nella forza lavoro a livello globale, e, secondo Catalyst, leader nelle statistiche relative al rema delle donne nel mondo del lavoro, la grande disparità si nota soprattutto quando si analizza il tema delle donne e (alte) cariche esecutive e/o manageriali quali quelle, per esempio, di chief executive officers, o presidenti, e direttori. Infatti, solo il 5.4 % di queste posizioni nel settore privato é occupato da donne, se prendiamo in considerazione  la lista delle maggiori 500 aziende quotate sul mercato azionario. Nel settore pubblico invece, a livello globale, solo il 24% delle donne siede su un seggio in parlamento. Più in generale, le donne sono pagate ben il 23 % in meno rispetto agli uomini, a livello mondiale. Il divario di genere (gender gap) é enorme!

“Why don’t women make it to the top positions?” , perchè le donne non riescono a raggiungere posizioni di leadership ad alto livello?, ci chiede Sheryl Sandberg, Chief Operating Officer di Facebook, nel suo TED Talk “Why we have too few women leaders”. Le 3 risposte di Sheryl per ovviare al problema risiedereberro nelle seguenti formule: sit at the table, make your partner a real partner, and don’t leave before you leave. Analizziamole più da vicino e teniamole bene a moente come fossero i consigli di un’amica, di una sorella maggiore.

Sit at the table, Sheryl ci esorta a sedere al tavolo decisionale di lavoro, non solo figurativamente. Stai seduta, e siediti davanti, con tutti gli altri manager. Non esistono scuse e non é necessario giustificare nulla.

Make your partner a real partner, qui parliamo invece di un tema un po’ più personale: la coppia. In una relazione sentimentale, infatti, le due parti devono ripartirsi equamente il lavoro domestico (non pagato) e il lavoro dell’educazione dei figli, senza dare per scontato sia ruolo esclusivo della donna. L’essere donna, infatti, non dovrebbe automaticamente implicare il dover farsi carico del triplo del lavoro rispetto al partner – lavoro professionale, lavoro domestico e crescita dei figli. I figli sono il prodotto di una coppia, non di un’unica sola persona.

Don’t leave before you leave, in breve: non pensare a quello che potrebbe essere. Vivi ogni giorno e non pianificare cose che non esistono. Prendi nuovi incarichi di lavoro, non privarti di opportunità perché hai paura di non farcela. Se devi “fare spazio” a qualcos’altro, non pensare e non permettere che questo “qualcos’altro” assorba tutta la tua energia, precludendoti altre opportunità.

L’esortazione di fondo quindi, mi è parsa la seguente ed è un consiglio che voglio condividere con voi, affinchè possiamo tutte farne tesoro: non sottovalutare le tue abilità, negozia sempre per il lavoro (imparando a fare anche quella cosa che per molte di noi è la più difficile: dire di no – un piccolo consiglio a tema lo trovate qui), e non attribuire i tuoi successi a forze esterne o a colpi di fortuna vari ed eventuali (gli uomini, per contro, – ci spiega Sheryl – non si fanno remore: il mio successo é dato da me stesso!).

In definitiva, per un mondo più bilanciato, in cui il campo sia livellato in modo egalitario, dobbiamo noi per prime rafforzare la nostra autostima e spronare i nostri manager, uomini e non, a seguire questi 7 consigli: dai credito alle donne, valuta la performance in modo equo, offri mentorship e consigli, dai voce alle donne e non interromperle mentre condividono le loro idee durante le riunioni – senza pregiudizi.

Potrebbe non sembrare facile, ma insieme possiamo farcela.

In questa giornata delle Nazioni Unite, 24 Ottobre 2019, il mio auspicio é, per tutte le ragazze quello di seguire il cuore, utilizzando sempre la propria testa, senza abbattersi nel perseguimento dei proprio sogni.

Ma ho un auspicio, e forse un consiglio, per tutti i ragazzi: siate più empatici nei confronti delle ragazze (e dei ragazzi come voi) e ascoltate di più!
Twitter: @GaiaParadiso

Chi può salvarci? Le donne!

In situazioni odierne di sfide globali e inscurezze mondiali, dall’economia alle comunità, dalle tensioni politiche alle catastrofi naturali ed epidemie che contagiano popolazioni intere, trovo nelle donne uno spiraglio di luce, di speranza, di empatia e di spirito di fare gruppo per risolvere i problemi di questo pianeta.

Le donne, le ragazze, si incontrano normalmente per parlare di frivolezze, di uomini, di viaggi e di amore. Mi ritrovo anche io in questo circolo. Con la scusa del women empowerment, il trend di questo nostro secolo, del potere della donna, della sua indipendenza, lungimiranza, emancipazione, diritti sul suo corpo e sulla sua sessualità e femminilità, si creano constantemente gruppi di donne che si incontrano, pianificano uscite e cene, viaggi e vanno al cinema, a teatro, ai concerti, e ascoltano Girls just want to have fun, o, in alternativa Pretty Woman e la colonna sonora del TV show americano (e film) Sex and the City.

Si, perché l’animo donna vuole divertirsi, parlare, stare con le amiche, magari bere un mojito, e discutere seriamente di relazioni sentimentali. Ma anche discutere seriamente di problemi globali, di povertà, di politica, di altre donne che soffrono e di come possono essere aiutate, di ambiente e di come preservarlo. Condivisione di emozioni. E proprio grazie alla condivisione di sentimenti ed emozioni, le donne lo sanno, e fanno partire in turbo un motore che non si ferma più. Un motore in constante movimento, giorno e notte, che non si spegne più. Anime e teste che pensano, che discutono, che dibattono, che parlano ancora, che non si danno per vinte, che ci provano sempre.

Come in amore (chi lotta, vince sempre), anche in questi gruppi e circoli di donne si vede l’amore, la tenacia, e quasi ci accorgiamo di quel sangue che scorre intenso nelle vene di queste creature piene di vita e di energia e che, insieme, moltiplicano l’energia e la voglia di fare.

Donne in cerca di guai, che sfidano lo status quo, che ci provano perché ci credono. Perché esiste una luce in loro che non si spegne mai, e che pensa agli altri, all’avvenire del mondo. Non solo ai propri figli, ma ai figli che non avranno mai o i figli che avrebbero voluto. Donne che hanno scelto strade difficili perché credono nel mondo e nella causa umana. Donne che pensano che i problemi si possano SEMPRE risolvere perché tutto, alla fine, si risolve. Donne che viaggiano, che non hanno paura, mosse dall’amore, dalla causa in cui credono (dal giornalismo all’avventura, dalla lotta contro la guerra al riconoscimento dei loro diritti sessuali e riproduttivi per i quali si sentano libere di decidere sul loro corpo, come utilizzarlo e cosa farne).

Le donne é bene rispettarle e tenerle vicine: camminano insieme e possono camminare mano nella mano anche con gli uomini. Gli uomini (e pure certe stesse donne, certo) dovrebbero far tesoro dei loro insegnamenti ed imparare ad ascoltare come le donne ascoltano, ad amare come loro amano, con una forza interiore che rimane accesa fino alla fine, fino a quando esisteranno. E’ solo insieme che possiamo mobilizzare altre donne, altri uomini, ma anche mezzi materiali come fondi per lo sviluppo per finanziare progetti umanitari, organizzare raccolte fondi, mettersi insieme, lottare per il bene comune – di tutti, uomini e donne, insieme. Per un mondo più bello, più “rosa” e sicuramente più dolce, più semplice. E perché no? Forse concedendoci pure qualche frivolezza in più.

E qui le mie ispirazioni di donne a Madagascar https://gaiaparadiso.wordpress.com/2019/06/15/reconcile-with-the-world-around-you/ , o di come i giocattoli possono creare ispirazioni di donne pioniere nel mondo: https://flopmee.com/barbie-created-17-new-dolls-based-on-powerful-and-inspiring-women/

 

 

Intervista a Eleonora Ossola, direttrice commerciale a Timbuktu Labs, la start up delle Bambine Ribelli

Da quando è uscito non si è parlato d’altro. Anzi, da quando sono usciti: i due libri delle Bambine Ribelli (Good night stories for rebel girls 1 e 2) sono stati un vero e proprio caso editoriale, un successo del crouwfunding. Non siamo qui a dirvi i numeri, che tanto quelli li trovate poco più sotto.

Adesso vogliamo presentarvi la nostra Italian del mese: Eleonora Ossola, 33 anni, nata a Tradate (Varese) ma cresciuta tra la ridente Venegono Inferiore e NYC, Milano e Londra. Anche lei è parte della grande famiglia delle Bambine Ribelli. Dopo aver lavorato circa 10 anni nell’editoria e 8 in radio, infatti, attualmente si trova a Londra dove è Global Sales Director a Timbuktu Labs, la start up delle rebel girls.

Tra le sue passioni c’è anche la danza, il suo primo amore: dai 4 ai 19 anni ha studiato danza classica tra Varese e Milano, mentre a NYC ha studiato contemporanea alla Martha Graham School of Contemporary Dance. E poi la radio, ovviamente, la musica e le storie. Soprattutto quelle al femminile.

Ciao Eleonora! Iniziamo subito dal tuo lavoro come direttore commerciale di Timbuktu Labs, la start-up delle Bambine Ribelli. Di cosa ti occupi nello specifico e come sei arrivata a farlo?

Sono direttrice commerciale a Timbuktu Labs, sono capo del sales team e responsabile delle vendite dei nostri libri in lingua inglese. Praticamente il mio scopo è quello di assicurare che i nostri libri siano in tutte le librerie, di tutto il mondo!
Conoscevo il fenomeno Rebel Girls appena uscito perché non si parlava di altro nel mondo dell’editoria, ma sono entrata in contatto con il team di Timbuktu grazie ad una mia amica che ha ricevuto una newsletter dove si diceva che erano alla ricerca di un sales director. Ho quindi risposto all’email e atteso… dopo qualche settimana è arrivata la risposta, poi il colloquio via Skype e da lì è scoccata immediatamente la scintilla.

Ma soprattutto: che emozione è far parte di questo progetto così forte e inclusivo? So che sei tornata da poco da un viaggio per Shanghai per Rebel Girls e da uno per Francoforte. La tua vita con questo lavoro è cambiata così tanto oppure è sempre stata con la valigia in mano?

Timbuktu rappresenta esattamente dove voglio essere ora: un gruppo di talenti che lavorano per divulgare un messaggio ben preciso, ovvero che il genere non deve limitare le opportunità di una persona. A Timbuktu si respira un’aria molto stimolante: si lavora senza sosta e l’entusiasmo è sempre palpabile, ma chiaramente in un ambiente così dinamico e veloce non si scappa allo stress. Ma se si ama quello che si fa e se lo scopo è chiaro allora la stanchezza e la paura passano in secondo piano.
Stavo aspettando un’occasione così. Ero stanca di lavorare per grandi aziende dove difficilmente ti senti partecipe delle cose. Aspettavo di potermi sentire responsabile e di poter mettere a frutto le mie qualità per uno scopo che sentivo mio, e finalmente ho incontrato la famiglia delle Rebel Girls.
Da quando vivo a Londra ho sempre viaggiato molto, ma da quando lavoro per Timbuktu sono praticamente sempre in giro. Tra pochi giorni partirò per Los Angeles dove abbiamo la sede principale, e da lì poi andrò in Australia dove stiamo aprendo un centro logistico di spedizione dei nostri libri.
Quando comunichi con tutto il mondo è essenziale viaggiare per conoscere le persone con cui lavori ed entrare in contatto con le culture e dinamiche locali.
Però attenzione, viaggiare per lavoro non è come andare in vacanza. A volte non hai nemmeno il tempo di mettere il naso fuori ed esplorare le città dove ti trovi. Spesso sei solo e passi moltissimo tempo sospeso in aereo (sono in grado di passare 10 ore a guardare film senza chiudere occhio). Però è un ottimo modo per assaporare come si vive altrove.
Ho amici commerciali che per esempio non amano viaggiare così spesso. Non è per tutti.

Good Night Stories for Rebel Girls” è forse uno dei libri che ha avuto più successo economico in una campagna di Crowfounding lanciata su Kickstarter. Ad oggi, con il volume numero 2 nelle librerie di tutta Italia (e non solo!), a cosa pensi sia dovuto questo enorme interesse? È la riscossa del potere femminile?

Good Night Stories for Rebel Girls è il secondo libro più venduto nella storia del crowdfunding, battuto da Good Night Stories for Rebel Girls 2! Abbiamo appena lanciato il nuovo titolo I Am A Rebel Girls che ha raggiunto il target su Kickstarter in solo 8 ore!
Sono tanti i motivi per cui i nostri volumi hanno avuto così tanto successo (hanno venduto oltre 3 milioni di copie in meno di due anni e sono stati tradotti in oltre 47 lingue – sono numeri folli!). Senza dubbio le autrici Elena Favilli e Francesca Cavallo hanno saputo riconoscere e colmare un grande vuoto che mancava nell’offerta editoriale di sempre. La tempistica è stata perfetta, infatti il crowdfunding del volume 1 è uscito in America durante la campagna elettorale di Hillary Clinton alla presidenza e poco prima del movimento #metoo. La qualità dei libri è eccezionale: dal design alle illustrazioni, dal format al contenuto. Il lavoro di marketing e comunicazione è un altro punto di forza di Timbuktu che, oltre a produrre e distribuire i propri contenuti in maniera totalmente indipendente, è in contatto diretto con i priori lettori e followers. Oltre ai prodotti in se, anche l’approccio di lavoro e il business model di Timbuktu Labs sono completamente rivoluzionari e innovativi.

Qualche anticipazione su quello che verrà dopo: cosa dobbiamo aspettarci noi fan di Bambine Ribelli? Ci sono altri progetti o altri temi che state sviluppando? Magari anche in patria?
Ci sono moltissime idee chiaramente. Al momento posso dire che il 5 dicembre uscirà I Am A Rebel Girl: A journal to start revolutions. E’ rivolto a tutte le rebel girls nel mondo: è arrivato il momento di essere le bambine ribelli che avete sempre voluto, reclamare il vostro spazio nella società e dare voce alla rivoluzione che è in voi! Ovviamente uscirà anche in italiano.
A primavera dell’anno prossimo uscirà la seconda serie di podcast, dopo l’incredibile successo della prima.
E poi… e poi stay tuned e stay rebel!

Prima di Rebel Girls hai avuto diverse esperienze lavorative, come quella di Responsabile internazionale delle vendite della Scholastic, una casa editrice tra le più rinomate. Potresti raccontarcele brevemente? Inoltre: credi che in Italia non avresti potuto trovare le stesse opportunità professionali, ci hai provato, oppure faceva parte di un tuo progetto lavorare in un altro paese?
Ci ho provato eccome, in Italia. Nel mondo della radio mi è stato detto che, per quanto brava, non ero un nome conosciuto e quindi le possibilità si riducevano drasticamente.
Per quanto riguarda il publishing, ho lavorato per una casa editrice Milanese (Tsunami edizioni) la quale mi ha permesso di esplorare e fare i primi passi nel mondo dell’editoria. Sono tuttora molto grata a Eugenio, Max e Donatella per avermi preso con loro. Purtroppo però in Italia le possibilità sono limitate e si valorizza molto poco chi fa i libri.
Ho quindi deciso di dare una svolta alla mia vita e venire a Londra… come vedi l’ambizione (a volte estrema) non mi manca. Scholastic per me è stata un’esperienza fantastica perché mi hanno sempre dato la possibilità di proporre e seguire progetti nuovi, fidandosi del mio giudizio.
Ho anche avuto la fortuna di lavorare a fianco di colui che è poi diventato il mio primo mentore in campo professionale, Gordon Knowles (Managing Director a Scholastic). Gordon è stato il primo a insegnarmi le dinamiche dei mercati internazionali e a capire davvero il mio potenziale. Siamo rimasti molto amici.

Tornando sul personale: la tua vita lontano da casa è iniziata molto presto, quando avevi solo 19 anni. Cosa ti ha spinto a prendere questa decisione? Che sogni avevi e quanto, ad oggi, ti ritieni soddisfatta?

Ho deciso di lasciare l’Italia la prima volta a 19 anni per andare a studiare a NYC. La mia grande passione è sempre stata la danza e volevo assolutamente farne una professione, una volta finiti gli studi obbligatori. Purtroppo però per fare la ballerina professionista, oltre a tanta disciplina e passione, ci vogliono anche certe predisposizioni fisiche che non avevo e quindi… non sono scesa a compromessi e ho deciso di prendere altre strade. A malincuore ho finito il primo anno a NYC e sono tornata in Italia. Difficile, ma è stata la scelta migliore per me. Una volta a Milano mi sono iscritta all’Università e li ho vissuto qualche anno barcamenandomi tra studio e lavoro (ho co-condotto Passengers su LifeGate Radio e altri programmi satellite). Sono laureata in Lingue e Letterature Straniere (russo, francese, inglese e spagnolo).
Ho lavorato qualche anno a Milano in editoria ma la totale desolazione lavorativa che regna in Italia mi ha schiacciato. Sono molto critica nei confronti dell’Italia perché è un paese che non da’ possibilità. C’è come una coltre di apatia nel mondo lavorativo italiano che mi ha sempre molto depresso.
Quindi ho dato le dimissioni, ho fatto le valigie e a gennaio 2013 sono venuta a Londra a lavare pavimenti mentre facevo uno stage gratuito per una casa editrice (giusto per entrare nel mondo editoriale inglese). A settembre 2013 sono stata assunta a Scholastic per coprire a una maternità e dopo 2 anni ero Manager del dipartimento ELT. Sono rimasta a Scholastic circa 4 anni. In 4 anni a Londra ho fatto quello che in Italia neanche in 10.
Oggi sono felicissima perché sento che sto investendo le mie energie in qualcosa in cui credo molto, quindi ogni sforzo vale la pena e vedo il segno delle mie azioni.
Il futuro mi ha sempre preoccupato poco, qualsiasi cosa mi si prospetta davanti la saprò gestire. Sono molto pragmatica.

Due delle tue passioni, la danza e la radio: com’è differente anche solo l’approccio a queste due professioni in Italia rispetto che a Londra o in America? Parole come “meritocrazia” o “opportunità” non entrate a far parte della quotidianità?
La danza e la radio sono le mie più grandi passioni, premettiamo, ma non le uniche. Oltre ad adorare la musica (sono cresciuta a pane e musica classica ma sono sempre in costante ricerca di brani che non conosco), mi piace moltissimo relazionarmi con le persone e raccontare storie. Sono molto curiosa. Molto.
Infatti… Sin da bimba ho avuto mille hobby e tra le varie cose ho studiato ci sono il pattinaggio sul ghiaccio, recitazione, tip tap, baseball, chitarra classica e pianoforte. Al momento la mia grande valvola di sfogo è andare nuotare, soprattutto se in acque aperte. Qui a Londra vado nel Tamigi (dove balneabile) o alla piscina all’aperto di London Fields.
In generale in Italia si valorizza poco il talento e la passione, mentre si da troppo spazio a meccanismi malsani e molto conservatori. Posso dire  che a Londra c’è la possibilità di provare, sperimentare ed essere presi sul serio. C’è molto meno pregiudizio e più elasticità mentale. Ovviamente c’è anche molta più competizione e la gara può essere spietata, ma se la si guarda dal punto di vista positivo dello stimolo a fare meglio, Londra è una città viva e che brulica di idee e talenti.

Adesso la tua vita è stabile a Londra, forse una delle mete più amate degli expat italiani. Com’è realmente vivere lì? Ci sono miti da sfatare? Ti senti ben accetta oppure hai dovuto superare dei pregiudizi?
Come ho accennato sopra, Londra è una città stimolante. Dopo 5 anni io mi sento a casa.
Miti da sfatare: gli inglesi non sono freddi, sono solo più onesti (anche quando ti dicono di non avere voglia di interagire) e si mangia benissimo. Con il fatto che a Londra convivono moltissime culture diversi, trovi ottimo cibo da ogni dove. Il tempo ecco, quello è tragico come si racconta: diluvia ed esce il sole nella stessa ora, però si sopravvive.

E per quanto riguarda la Brexit: Che clima si respira in questo momento, e cosa cambia per voi italiani che studiate o lavorate lì? Vi sentite in qualche modo minacciati da questa nuova situazione, magari più “diversi” rispetto a prima?
Brexit = confusione. Direi che al momento non si capisce molto cosa accadrà. Sicuramente sarà molto più complesso per gli europei entrare in UK dopo Marzo 2019 però attendiamo di scoprire il risultato finale…Nel mentre la vita di tutti i giorni non è cambiata molto, no.

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?
In tutta sincerità no, non ho intenzione di tornare in Italia. Mai dire mai, ma al momento non lo vedo proprio possibile.
L’Italia è un paese stupendo se si pensa alla storia, alla cultura, al cibo, alla lingua… Ineguagliabile. Mi mancano i laghi delle mie zone, il profumo dei boschi, il pane fresco della panetteria in piazza, le campane della domenica, il bianchetto al circolino con amici e gli anziani del paese che ti conoscono per nome… Ma la situazione politica attuale mi spaventa tantissimo e non so se riuscirei a riadattarmi a quel clima di negatività e chiusura mentale. Ogni tanto scherzo con i miei genitori e gli dico “Ragazzi iniziate a imparare l’inglese perché io non torno, sarete voi a trasferirvi su da me!”.
Spesso sento dire che gli expat hanno girato le spalle al loro paese e che sarebbero dovuti rimanere a cambiare la situazione. Innanzitutto ci sono persone che hanno voglia di tornare a casa dopo un’esperienza all’estero e questo è un enorme dono che si fa al proprio paese perché si importa una ricambio di energie vitale. E poi io la vedo proprio al contrario: è a noi che il nostro paese ha girato le spalle quando non ha deciso di investire sui giovani, sulle idee, sui talenti, sull’educazione e sulle possibilità di carriera.
Costruirsi una vita all’estero non è sempre facile, anzi. Ma vale la pena provare.