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Intervista a Federico Montecchiani, chef ad Abu Dhabi: “Non ho lasciato l’Italia, è lei che ha abbandonato me”

Da Todi fino alla Germania e poi di nuovo in aereo direzione Malta, Australia, Milano, Irlanda e infine Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti. L’unico comun denominatore: quel sogno di diventare uno chef e quella vita che, alla fine, il nostro italians del mese Federico Montecchiani ha trovato. Anche se lontano da casa: «Non sono io che ho lasciato l’Italia – precisa Federico, 32 anni – ma è lei che ha abbandonato me».

Facciamo un passo indietro. Per questa volta lasciamo da parte le domande e decidiamo di concentrarci sul racconto. Da due anni ormai Federico risiede ad Abu Dhabi insieme alla sua famiglia: «Sono arrivato in questa parte del mondo dopo 5 anni di Irlanda, la compagnia per cui lavoravo anni prima cercava uno chef italiano ad Abu Dhabi e sono stato contattato – ci spiega – insieme a mia moglie avevamo il desiderio di spostarci ancora una volta, e questa volta l’abbiamo fatto non più in due ma con il nostro piccolo Nathan Paolo, nato in Irlanda». Lo chef Federico lo fa ormai da 13 anni: «Il mio lavoro richiede molta dedizione e spesso sacrificio, ma poi le soddisfazioni arrivano. Come si dice qua, hard work pay back, non importa il posto dove sei ma la determinazione, la passione, l’ingegno».

Il vero lavoro da chef è molto lontano dai talent show culinari che si vedono in tv: «La compagnia dove lavoro è internazionale, il che è una fortuna, perché significa che tende molto a trattare i dipendenti in maniera professionale e quanto più etica possibile». Per Federico la cosa importante non è tanto il lato economico, comunque con stipendi tra i più vantaggiosi in tutta Europa, ma «la meritocrazia e la possibilità di emergere che invece in Italia non sono facili da trovare». Si tratta di filosofia di vita, ci dice lui: «Per farcela in Italia devi essere disposto a sacrificare la tua vita personale in nome del lavoro – ammette con una nota di rammarico – invece in questo paese funziona tutto senza stress, la burocrazia è quasi inesistente, le tasse non ci sono, è tutto quello che vorremmo trovare in Italia ma che invece, visto da fuori, sembra ancora un’utopia».

Eppure, di contraddizioni ne è piena anche Abu Dhabi. «C’è molta differenza tra la ricchezza e la povertà vera, spesso ti capita di sentirti circondato da questo senso diffuso di servilismo e di riverenza che è fastidioso per noi occidentali – racconta Federico – ma la città è sicura. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, la religione non è un limite e la coesistenza multiculturale sembra essere un marchio di fabbrica degli Emirati Arabi Uniti». Una vita lontana da quella italiana, insomma: «Essere italiani in questo paese significa essere valorizzati, stimolati e rispettati. Senza pregiudizi, almeno secondo la mia esperienza».

Federico ci racconta che anche sua moglie è un’expat come lui: «Sta finendo l’università, studia da casa e poi torna in Italia per fare gli esami. Ci siamo conosciuti in Australia, poi siamo tornati entrambi in Italia, a Milano, ma quando abbiamo deciso di sposarci lo abbiamo fatto lontano da casa. Perché l’Italia non era il posto giusto per creare una famiglia, come non lo è nemmeno oggi». Sembra una presa di posizione molto forte, dico io. Lo è, mi risponde Federico: «Il mio lavoro in Italia non ci avrebbe permesso di goderci la nostra giovinezza e neppure la nostra famiglia, per questioni puramente economiche. A livello sindacale poi non c’è appoggio o protezione, come succede del resto in moltissimi altri settori. Cercavamo un posto che ci avrebbe permesso di costruire la nostra famiglia fondandola sull’indipendenza economica e sulla crescita personale a livello umano. Per un po’ lo è stata l’Irlanda, adesso è Abu Dhabi».

Su cosa dovrebbe fare l’Italia per diventare quel posto, Federico non ha dubbi: «Noi italiani siamo portatori di eccellenze ovunque, è un vanto ma anche un male. Perché non siamo in grado di attrarne delle altre, di far crescere in Italia le eccellenze che vorrebbero rimanere in patria, di far vivere i nostri giovani a casa e di far formare nuove famiglie». E quindi? «E quindi occorre rimboccarsi le maniche tutti, dal semplice cittadino come esempio virtuoso a chi invece può davvero proporre e provare a cambiare le cose, partendo da una burocrazia più snella, da tasse minori e più eque, dalla lotta alla corruzione che non premia la meritocrazia. Resettiamo l’Italia e liberiamoci dall’odio e dall’invidia», chiede Federico.

Individuati i problemi e focalizzate le soluzioni, anche in una vita pienamente soddisfacente come quella di Federico, quello che rimane alla base è un po’ di sana e normale nostalgia. «L’Italia mi manca tantissimo. Mi manca la mia casa in Umbria, mi manca vedere la neve d’inverno. So che il giorno che tornerò in Italia le cose saranno migliorate». E fino a quel momento? «Il mio progetto di vita è aprire un ristorante tutto mio e diventare ogni giorno di più uno chef che riesce ad emozionare. Lungo la strada per esserlo, ho in progetto di andare in Nepal, fare un tracking al santuario dell’Annapurna e imparare lo spagnolo. E di sostenere mia moglie fino al termine degli studi, perché le nostre scelte si basano anche sui suoi progetti».

Intervista doppia a Lorenzo Bartolozzi e Adriana Barrancotto, ingegneri felici in Irlanda, terra di boom economico

Questo mese noi di The Italians abbiamo deciso di raddoppiare: gli Italians di settembre sono due, e doppia è la loro intervista. 

Da una parte c’è Adriana Barrancotto, 27 anni, nata in provincia di Palermo e cresciuta a Polizzi Generosa, un piccolo paesino nell’entroterra siciliano, per poi approdare al Politecnico di Torino dove ha studiato Ingegneria energetica e nucleare. Dall’altra parte c’è Lorenzo Bartolozzi, 28 anni, nato a Marsciano in provincia di Perugia, e approdato anche lui a Torino per frequentare la stessa specialistica di Adriana.

Oggi Adriana e Lorenzo vivono insieme in Irlanda: due anni fa sono stati selezionati insieme per un progetto organizzato dal Politecnico e dalla regione Piemonte, che prevedeva un tirocinio post laurea in un’azienda a Cork che si occupa di progettare impianti a Biogas utilizzando l’energia derivante dai rifiuti. Tra una lezione di yoga (Adriana) e una di Muay Thai (Lorenzo) siamo riusciti ad intervistarli. Ci hanno raccontato del loro nuovo lavoro da ingegneri ma anche delle loro passioni, come il climbing e il trekking. Iniziamo dunque, partendo dalle donne!

Ciao Adriana! Sappiamo che siete in Irlanda, a Cork per la precisione. Ma dicci qualcosa in più: da dove partono le vostre strade e quand’è che si sono incrociate per la prima volta?
Io e Lorenzo abbiamo frequentato la stessa specialistica a Torino ma il destino ha voluto che ci incontrassimo in Irlanda. Abbiamo lavorato nella stessa azienda per il primo anno e mezzo anche se l’ultimo anno Lorenzo ha vissuto per la maggior parte del tempo a Derby, in Inghilterra, dove si occupava del collaudo di un impianto a Biogas mentre io, in un ufficio vicino Cork, ero coinvolta nella progettazione di un nuovo impianto. Tornava solo il venerdì sera e il lunedì mattino ripartiva di nuovo. Non è stato un anno facile ed è li che ho scoperto lo yoga.

Lorenzo, questa per voi è la prima esperienza all’estero? Inoltre: di cosa vi occupate adesso? Sappiamo che recentemente avete cambio lavoro, raccontateci
Io ho vissuto in Brasile per un anno mentre per Adriana questa è la prima lunga esperienza all’estero. Entrambi abbiamo cambiato lavoro sei mesi fa. Lavoriamo come Ingegneri di Processo/Progetto (Process /Project Engineer) in ambito farmaceutico ma per due aziende di consulenza diverse. Ci occupiamo di sviluppare progetti che contribuiscono alla normale produzione di vari farmaci. Si tratta di pianificare progetti, elaborare le specifiche per tutte le attrezzature, valutare la fattibilità di nuovi sistemi da connettere all’esistente impianto produttivo. Durante la settimana partecipiamo a meeting interni o con il cliente, collaboriamo con gli altri dipartimenti (elettrica, meccanica) per far fronte a problemi e fornire le soluzioni più adeguate anche dal punto di vista economico, ambientale.

Si tratta di un lavoro che in Italia non avreste potuto svolgere? A vostro parere l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani a mollare tutto, oppure quella di partire è più una vocazione personale?
L’industria farmaceutica si sta rapidamente sviluppando in Irlanda e ci sono spesso posizioni aperte per ingegneri. Svolgiamo il lavoro che farebbero due ingegneri chimici ma la grande richiesta e il nostro background ci hanno permesso di iniziare una carriera in questo settore. La scelta di partire per l’estero può avere svariate ragioni. Sicuramente ci deve essere una sorta di “vocazione personale”, data da curiosità, ambizione, voglia di cambiamento o di rimettersi in gioco. Per noi italiani si aggiunge anche la difficoltà di trovare lavoro e di accettare posizioni a condizioni che spesso sono più sfavorevoli rispetto ad altri Paesi esteri.

Nel vostro caso: quali sono le reali opportunità che avete potuto cogliere fuori dall’Italia? C’è qualche mito da sfatare?
L’Irlanda ci ha permesso di iniziare a lavorare subito dopo la laurea, di trovarci in aziende che ci hanno dato tante responsabilità fin dall’inizio anche se con chiare lacune di esperienza. Stiamo utilizzando tutti gli strumenti e le conoscenze acquisite al Politecnico e il tutto a delle condizioni che ripagano e premiano gli anni di studio e il lavoro svolto quotidianamente. L’Irlanda ci permette di essere soddisfatti lavorativamente, di prendere un aereo se lo stress del lavoro incombe, di apprezzare una giornata di sole sapendo che la pioggia tornerà a cadere presto che come metafora di vita ci spinge ad essere grati per ciò che abbiamo – anche se la malinconia per la lontananza da casa e la bellezza dell’Italia torneranno a farsi vivi.

Com’è trovare lavoro in Irlanda? Funziona bene il loro sistema di posizionamento, ci sono tante possibilità per inserirsi meritocramente? Rispetto all’Italia, in cosa è diverso?
L’Irlanda sta vivendo un boom economico e offre varie opportunità lavorative in diversi ambiti. La grande richiesta lascia poco spazio a raccomandazioni e il tempo dà modo ad ognuno di crescere, mostrare le proprie capacità ed essere ricompensato. Pensiamo che il maggiore gap con l’Italia sia dovuto alla diversa crescita economica che poi crea tutte le altre divergenze, come la mancanza di meritocrazia o le scarse condizioni lavorative che spesso offre il nostro Paese.

Come si lavora a Cork? Mi riferisco agli orari di lavoro, alla flessibilità, ai rapporti personali con i colleghi e alle opportunità di carriera. Ci sono delle cose che vi hanno stupiti, sia in positivo che in negativo?
Siamo molto soddisfatti del nostro lavoro e della crescita che stiamo avendo. Gli orari sono flessibili, basta fare le 40 ore settimanali, il che significa per esempio iniziare alle otto e finire alle cinque e mezza. Il venerdì si cerca sempre di finire per l’ora di pranzo per iniziare a programmare il weekend. C’è molto lavoro da affrontare durante la giornata ma ciò non toglie tempo a delle pause con i colleghi per fare due chiacchiere e sorseggiare tè con latte come si beve da queste parti. La loro disponibilità e gentilezza aiutano a superare eventuali difficoltà legate alla lingua o all’aspetto tecnico.
L’esperienza ci darebbe la possibilità di fare salti di carriera e rivestire ruoli più importanti come Senior Process Engineer o Project Manager.

Qualcosa sulla vostra vita in Irlanda: c’è una comunità di italiani lì? Vi sentite ben accettati, integrati anche negli spazi lavorativi, o ci sono pregiudizi che avete dovuto superare?
Gli Irlandesi e i paesaggi naturali sono la tra le cose più belle da menzionare. L’isola verde è piena di parchi naturali, foreste e percorsi di vari livelli. La Wild Atlantic Way è per esempio un lungo cammino sulla costa ovest, con viste mozzafiato sull’oceano e luoghi selvaggi in cui immergersi.
Tra gli aspetti negativi troviamo la crisi abitativa che l’Irlanda sta vivendo che solleva grosse difficoltà a trovare un alloggio e porta i prezzi ad aumentare continuamente. I servizi di trasporto non sono efficienti se non a volte del tutto assenti. Il costo della vita è più alto, dai trasporti agli alloggi, dalla sanità all’intrattenimento, ma comunque rapportati ai salari.
Il clima, si sa, non è dei migliori: la temperatura si mantiene intorni ai 10-15 gradi tutto l’anno e potrebbe piovere e spuntare il sole tutti i giorni. Cork, come Dublino, sono diventate ormai multiculturali. Ci sono molti italiani, spagnoli, brasiliani ben accolti dalla popolazione che, curiosa e solare, accoglie tutti a braccia aperte e pinte di birra tra le mani.

Lasciamo da parte il lavoro e concentriamoci sulla formazione. Lorenzo, te che hai vissuto e studiato lontano da casa, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici italiani e quelli brasiliani?
Ho vissuto un anno a Sao Paulo, in Brasile, grazie ad un erasmus extra UE. I primi sei mesi ho svolto lezioni curriculari presso la Escola Politecnica da USP, Universidade de Sao Paulo, e gli ultimi cinque ho anche svolto la tesi di laurea in un centro di ricerca chiamato IPEN. La sostanziale differenza tra i due sistemi educativi è che la Escola Politecnica da USP ha un approccio più pratico rispetto a quello italiano. Ad esempio, mi è stata data l’opportunità di partecipare ad un progetto il cui fine era la realizzazione di un prodotto da poter presentare ad un’azienda, dandoci la possibilità di confrontarci con il panorama industriale. Inoltre, gli esami erano diluiti durante l’arco dell’anno, metodo che permette allo studente di seguire e avere costanza evitando le “indigestioni degli ultimi giorni.”

Spesso voi expat venite definiti come “cervelli in fuga”. Adriana, ti senti una di loro? Secondo te perché oggi i giovani italiani preferiscono spendere le proprie competenze e professionalità altrove? Dov’è che l’Italia sta sbagliando, e cosa si potrebbe fare per invertire questo processo?
Il fenomeno della fuga dei cervelli, anche detto “brain drain” prevede l’abbandono di un Paese in favore di un altro da parte di persone qualificate che aspirano a trovare condizioni lavorative che gratificano il percorso di studi fatto. In base a questa definizione ci sentiamo parte di tale gruppo. I giovani di oggi sono in cerca di nuove esperienze all’estero, vogliono viaggiare, partire per l’erasmus. Sono tutte esperienze che permettono di conoscere nuove culture, migliorare la lingua, crescere al di fuori del proprio nucleo familiare e affrontare situazioni al di là della propria comfort zone. La globalizzazione e il multiculturalismo arricchiscono un individuo ed avere la pretesa che ognuno rimanga nel luogo o Paese in cui è nato ha lo stesso effetto di mettere una benda agli occhi e non far conoscere il proprio potenziale. Il problema è che in Italia lasciare e partire per un nuovo Paese spesso non è una scelta, ma l’unica alternativa possibile per costruirsi un futuro solido. Chiunque dovrebbe avere la possibilità di partire e tornare nel caso in cui lo voglia. Lo stallo economico del nostro Bel Paese lascia poca speranza ad un ritorno a chi, come noi, va via, e parte non più per un’avventura ma per maturare l’idea che casa è solo un nome che diamo al luogo in cui viviamo serenamente, seppur lontano dalla famiglia e da altri affetti.
Sempre legato alla gelata della nostra economia c’è poi l’incapacità da parte dell’Italia di attirare giovani stranieri e di creare il processo inverso. In tal caso, non esisterebbe una perdita di capitale umano qualificato, e la cosiddetta “fuga dei cervelli” potrebbe chiamarsi ricircolo o scambio dei cervelli.

Per concludere: quali sono i vostri prossimi progetti? Avete in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le vostre competenze e il vostro talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita? Oppure la vostra vita è ormai in Irlanda?
Vediamo l’Irlanda come il posto migliore in cui vivere al momento data la potenziale crescita professionale che ci riserva. Non sappiamo se staremo qui a vita ma non diamo nemmeno per scontato di tornare in Italia. Abbiamo un piano A che prevede di stare ancora per qualche tempo a Cork e magari spostarci in qualche altro luogo, prima di tornare definitivamente in Italia. Il piano B, quello più realistico, lascia spazio ad imprevisti e cambi di programma. Di certo ci auguriamo di continuare a progettare insieme e di sentirci a casa ovunque andremo.

 

Intervista a Bernardo Dolce, dottorando ad Amburgo: “In Italia siamo indietro nella ricerca, bisogna investire di più”

Siamo ad Amburgo, nel nord della Germania. È qui che ha fatto campo base il nostro Italians del mese Bernardo Dolce, 30 anni originario di Ivrea (Torino) ma vissuto per tanti anni tra Fabriano nelle Marche e poi Perugia.

Bernardo, dopo una laurea magistrale in Biologia, ha vinto una borsa di dottorato Marie Curie e sta portando avanti alla Universitätsklinikum Hamburg-Eppendorf la sua ricerca sulla formazione di una particolare malattia denominata “Fibrillazione Atriale” per trovare nuovi target biologici e poterla dunque curare.

Quando non è impegnato tra proteine e molecole, Bernardo ama leggere, suonare la batteria e la chitarra. E passare le serate con gli amici, italiani o che vengano da altri paesi del mondo.

Ciao Bernardo! Raccontaci qualcosa di te: sappiamo che sei ad Amburgo, ma come e quando ci sei arrivato? Quali scelte di vita ti hanno portato a lasciare l’Italia?

Questa domanda apre un file molto grande. Ad un certo punto, durante la mia tesi di laurea magistrale, mi sono reso conto che fare ricerca mi piaceva e che stavo imparando molto. Ho presto realizzato che le opportunità di fare un dottorato a Perugia, o più in generale in Italia, erano poche e a volte non retribuite… Dovevo decidere se iniziare ad aprire le porte all’estero o no. Non ero mai stato fuori dal Paese per studi o lavoro e il mio inglese era molto molto basic. È chiaro quindi che ti tremavano un po’ le gambe all’idea. Insomma qui si gioca il primo punto: se hai un’idea sul tuo futuro e quello che vuoi fare, ma ad un certo punto vacilla, hai bisogno di qualcuno, anche solo una persona, che creda in te più di quanto tu creda in te stesso. A sostenermi io ho avuto la mia ragazza, la mia famiglia e amici… e così mi sono messo sotto. Periodo Ottobre – Dicembre 2015 “lavoravo”in lab, studiavo per l’esame di stato per entrare nell’albo dei biologici, andavo a lezione di inglese e preparavo le candidature da inviare per vincere dottorati all’estero.

Come sono arrivato ad Amburgo? In quei mesi sopracitati mi sono sorpreso di come è possibile accrescere il proprio network di conoscenze quando si ha chiaro un obbiettivo. Ho conosciuto dunque questo imprenditore di Jesi, nelle Marche, a capo di una piccola ma prestigiosa azienda farmaceutica. Ottenni in qualche modo un colloquio con lui e mi ricordo ancora bene il nostro dialogo. Lui mi disse: “Io potrei assumerti, il tuo cv è valido. Ma è light, quindi ti troveresti a fare cose routinarie nella mia azienda. Tu dovresti andare all’estero, fare un dottorato valido, possibilmente con una borsa Marie Curie e poi riaffacciarti nel mondo delle aziende. Pensaci”.
Le borse di dottorato Marie Curie sono finanziate dall’unione europea e sono molto prestigiose e competitive. Vincerle ti permette un budget per la ricerca e un salario più alto della media. Allora mi sono detto: “Perché non provare?”. Una mia cara amica, da più anni nella ricerca, mi ha aiutato e ci siamo messi a guardare tutte le posizioni di dottorato aperte con la borsa Marie Curie in Europa. Abbiamo lavorato su CV, cover letter e così ho inviato candidature un po’ in giro. Tra questi progetti ce n’era uno anche ad Amburgo.

Cito un fatto per me essenziale. Come dicevo prima, hai bisogno di persone che ti sostengono, anche perché ne troverai altre che magari non lo fanno. Una persona, lavorativamente vicina a me e di rilievo, mi disse di non perdere tempo con questo tipo di domande di dottorato Marie Curie, perché erano troppo competitive per me. Certe parole, dette da certe persone perlopiù, possono abbatterti. Ma se qualcosa in te ti dice di andare avanti e quel qualcosa è sostenuto da fatti di positività, anche piccoli, allora vale la pena lottare!
Insomma a fine dicembre faccio un colloquio skype con il gruppo di ricerca di Amburgo, un colloquio dal vivo a gennaio e a metà gennaio ricevo la risposta positiva che vogliono me e che se accetto inizierò il primo marzo. Tutto finanziato, ovviamente!

A tuo parere l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani italiani a mollare tutto, oppure quella di partire è più una vocazione personale?

Io direi entrambi. L’estero offre sicuramente tante opportunità. In un discorso più generale credo ci sia meno la concezione che il datore di lavoro ti stia facendo un favore assumendoti ma il contrario, cioè che assumendoti sarai te stesso un plus per l’azienda e quindi hai un valore. Come numero di job offers inoltre devo ammettere che non c’è paragone tra Germania e Italia. Le posizioni sono di più e di solito la media di stipendi più alta. Potrei dire lo stesso per la Danimarca. Non ho esperienza del resto.

Con questo non voglio assolutamente dire che bisogna abbandonare l’Italia in ogni caso. Anzi credo ci siano realtà interessanti… e sinceramente le sto tenendo molto presente in questo periodo di fine dottorato. Detto ciò, credo che si parta anche per vocazione personale. Sto scoprendo, incontrando tanti italiani all’estero, che devi avere un po’ questo spirito di avventura in te. Perché dal giorno alla notte ti ritrovi catapultato in un ambiente estraneo, una lingua diversa (il tedesco per esempio, veramente difficile da imparare!) e soprattutto senza amici o familiari. Li si gioca molto se hai delle certezze nella vita che reggono e ti fanno fare quello sforzo iniziale di adattamento e di apertura a qualcosa di diverso.

Nel tuo caso: quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere fuori dall’Italia? C’è qualche mito da sfatare?

Per quanto riguarda la ricerca alcuni stati (vedi la Germania, Danimarca, Svezia, Norvegia, Inghilterra…a meno che la brexit cambi qualcosa. Per rimanere in Europa e non aprire il discorso agli Stati Uniti o Canada…) posseggono due aspetti fondamentali credo: la cultura della ricerca e i finanziamenti. Mi colpiva i primi mesi che ero in Germania l’organizzazione e struttura del nostro istituto di ricerca. Aldilà delle strumentazioni di avanguardia, che comunque trovi luoghi che hanno tecnologie sempre più avanzate, ma anche l’internazionalità del personale, la costanza nei meeting scientifici (due a settimana in cui vedi persone condividere idee e dati perché davvero credono nel confronto come momento utile e non come un evento formale che devi per forza attendere). Possibilità di attendere workshops e congressi internazionali. Questo è quello che conosco meglio. Ma ovunque vai, anche se hai il sistema perfetto, tutti i giorni devi rapportarti con le persone. E puoi sempre trovare il capo un po’ più difficile o un collega estremamente competitivo… e su questo si dice molto spesso che le persone del sud Europa siano più affabili!
Nota trasporti: Amburgo top! Una città collegata così bene non l’ho mai vista.

Parliamo del tuo dottorato di ricerca: di cosa ti occupi alla Universitätsklinikum Hamburg-Eppendorf, qual è lo scopo del tuo progetto?

Il mio progetto si occupa dello studio di due proteine in particolare chiamate fosfodiesterasi 3 e 4, il loro ruolo di controllo sul sistema di contrazione delle cellule cardiache e quindi di conseguenza sulla formazione di una particolare malattia denominata Fibrillazione Atriale. La Fibrillazione Atriale è la forma di aritmia più diffusa ed è definita come un episodio o condizione, in base alla gravità, di movimento non coordinato dei due atri del cuore. La Fibrillazione Atriale incrementa significativamente il rischio di infarto, insufficienza cardiaca e demenza.

Il mio progetto in particolare, essendo finanziato da una borsa Marie Curie, si inserisce in un network più ampio, chiamato AfibTrainnet, composto da altri 14 PhD students localizzati in diverse sedi tra Università e Aziende nel nord Europa. Siamo appunto ad Hamburg, Copenhagen, Glasgow, Maastricht e Oslo. Tutti lavoriamo sulla Fibrillazione Atriale ma studiando la malattia da punti di vista diversi. In questi 3 anni ci siamo incontrati con dottorandi e supervisors molte volte per workshops, congressi, status meetings e collaborazioni varie. Lo scopo dunque del mio progetto, come anche dell’intero network, è quello di comprendere più affondo il meccanismo della malattia e trovare nuovi target biologici per poterla curare. In tutto ciò inoltre, cosa per me essenziale, sono nate vere e proprie amicizie con alcuni ragazzi in questo network. Solo un’amicizia vera assicura che quando il contesto di incontro finisce, il rapporto non finisca.

Finora hai potuto notare differenze tra il sistema educativo italiano e quello tedesco? Immagino che fare il ricercatore e studiare in Germania sia diverso rispetto che in Italia. Potresti aiutarci a fare un confronto?

Una cosa che mi ha molto colpito all’Università di Hamburg sono le tasse Universitarie. Il massimo che si paga sono 600 euro all’anno, quindi molto poco. Non saprei entrare nel merito di come vengono gestite le borse di studio. Il ricercatore, aldilà delle opportunità descritte precedentemente, viene considerato sin dal livello di dottorando come un lavoratore a tutti gli effetti. Quindi la retribuzione è molto buona se paragonata con l’Italia.

Per quanto riguarda il sistema educativo universitario, l’Italia viene sempre riconosciuta tra le migliori per quanto riguarda la teoria. Anche per questo trovi ricercatori italiani davvero ovunque quando giri per congressi… Se non si evidenziano grandi differenze con la Germania comunque, a detta di alcuni miei colleghi, con la Danimarca esiste un vero scarto in termini di preparazione degli studenti. Il punto forte di questi due stati esteri rimane l’attenzione alla parte pratica del percorso universitario e la maggior facilità di sbocco lavorativo. Le università sono molto meglio collegate al mondo del lavoro.

Inoltre – questa non è la tua prima esperienza fuori casa, c’è stata anche Copenaghen: cosa puoi dirci di quel trimestre di studi?

L’esperienza a Copenhagen è avvenuta durante il mio periodo ad Hamburg. È nata una collaborazione tra il nostro laboratorio e una start up, Acesion Pharma, presente all’interno dell’Università di Copenhagen. I tre mesi (Maggio – Luglio 2017) passati a Copenhagen sono stati per me una bellissima esperienza. Ho potuto da una parte acquisire nuove conoscenze scientifiche (convogliate poi nella pubblicazione di un articolo scientifico) e dall’altra assaporare la vita in Danimarca. La città di Copenhagen è una citta molto costosa che però non suona tale per chi vive li poiché gli stipendi sono molto alti. La città offre tantissime possibilità per i giovani sia lavorativamente che come svago.
Quello che dico sempre è che Copenhagen credo sia la città più a nord Europa dovrei riuscirei a vivere. Più su fa troppo freddo ed è troppo buio per troppo a lungo. Inoltre il mio spirito è decisamente mediterraneo e sanguigno… al nord c’è un po’ troppo fairplay!

Qualcosa sulla tua vita ad Amburgo: c’è una comunità di italiani lì? Ti senti ben accettato, integrato anche negli spazi lavorativi, o ci sono pregiudizi che hai dovuto superare?

Questi tre anni ad Amburgo sono stati bellissimi per me. Sono nate amicizie importanti sia con italiani che tedeschi che con persone da altri paesi del mondo. L’impressione iniziale è che con i tedeschi sia difficile diventare amici. E credo sia vero… però mi accorgo anche che se da una parte richiede più tempo, dall’altra poi ti ritrovi con amicizie forti. Nell’Università, luogo dove ho incontrato e incontro la maggior parte delle persone, la mentalità è di respiro molto internazionale. Questo vale per tutti, tedeschi e non.
Una cosa certa di cui mi sono accorto è che l’integrazione è direttamente proporzionale alla conoscenza della lingua. Ad Amburgo la maggior parte della gente parla anche inglese per cui fin da subito si riesce a comunicare. Poi però dopo un po’ senti sempre di più il bisogno di imparare il tedesco per avvicinarti al loro modo di essere e per essere più diretto.

Io personalmente non ho avvertito nessun tipo di pregiudizio. Aggiungo una cosa: è interessantissimo viaggiare e conoscere le altre culture: sia per accorgersi di tante diversità che esistono tra gli uomini, ma anche per accorgersi di alcune similarità. Infatti puoi essere italiano come me o Pakistano come un mio collega/amico, e accorgerti che certe domande o problemi sono sempre gli stessi… dalla domanda di felicità al problema per esempio della performance a lavoro o del riconoscimento degli altri. E questo dato di fatto, diciamo meglio, se uno è attento a scoprire questo dato di fatto nell’altro, ti fa trovare amici ovunque.

Cosa ne pensi del problema della mancata meritocrazia che oggi porta sempre più giovani a lasciare l’Italia e portare altrove le proprie competenze? 

È un discorso troppo ampio e in cui c’entra molto il modo di pensare e agire comune e la politica. Provando a sintetizzare tralascerò di certo degli aspetti. Direi che il problema della meritocrazia è un problema oggettivo a cui credo si possa dare una sterzata solo mostrando la convenienza di un sistema diverso. Convenienza sociale ed economica. Ma qui non si tratta solo di leggi… si tratta del cuore e della mente delle persone. Credo siano le nostre generazioni e quelle più giovani a cui dev’essere insegnato a respirare un’aria diversa. E comunque vorrei aggiungere che non credo l’Italia sia sola in questo in Europa.

Secondo te è così negativa la situazione lavorativa per i giovani italiani che vorrebbero rimanere a lavorare in Italia? E, in confronto con gli altri paesi, in cosa potremmo migliorare per essere competitivi anche a livello internazionale? Penso alla conoscenza delle lingue, alle competenze informatiche ecc…

Credo che per quanto riguardi il mondo accademico si. È un luogo chiuso dove pensare ad una carriera accademica per diventare professore è come parlare di un miraggio. Per esempio per quanto riguarda me tornare in Italia ora, dopo il PhD, sarebbe interessante solo nel caso trovassi un posto di eccellenza, uno dei pochi posti. Facendo così un’esperienza che poi potrei rigiocarmi ovunque, anche fuori Italia. Perché in caso contrario rischierei di tornare semplicemente per iniziare una lunga serie di postdoc senza mai accedere ad una posizione di ricercatore. Magari pregando ogni anno di trovare i fondi per prolungare di un altro anno il contratto.

Credo il mondo delle aziende sia ancora valido invece, anche se i dottorati, per esempio in Germania, vengono cercati di più dalle aziende che in Italia. Anche qui però non generalizzerei. Dal mio punto di vista Milano appare più città europea, quindi con più possibilità.
Non mi ritengo un esperto del settore né tantomeno di politica quindi non saprei quali mosse potrebbero essere quelle giuste per essere competitivi di nuovo. Mi accorgo che un punto veramente debole e che velocizzerebbe tanti processi sarebbe una maggiore conoscenza della lingua inglese. Su questo in Italia siamo indietro e non capisco perché non ci sia una netta riforma. Inutile a dirlo poi che per essere competitivi dovremmo investire più soldi a mio avviso sulla ricerca.

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Il desiderio e l’intenzione di tornare in Italia ci sono. O sul fronte accademico o su quello industriale. Detto ciò, se da una parte ho imparato che certe proprie idee bisogna seguirle e dare tutto perché si realizzino, dall’altra bisogna guardare sempre i suggerimenti che la realtà ti da. Un po’ come accadde con una chiave e la serratura. Bisogna provare ad infilare la chiave ma se non gira non gira…bisogna cambiare chiave o forse cambiare porta! Questa ho scoperto essere la cosa più avvincente della vita. Le cose non sempre vanno come vuoi tu, ma poco male: vuol dire che, se non perdi la tenacia, c’è qualcosa di ancora meglio ad aspettarti dietro l’angolo!

Quand’è che troppo diventa…troppo? Di anniversari importanti e altre cose da expat

2 ottobre 2018, aeroporto San Francesco d’Assisi, volo Ryanair direzione Londra Stansted. Sei anni e una manciata di giorni dalla prima volta che presi quel volo. Come allora, anche oggi sono seduta accanto al finestrino. Come allora, anche oggi guardo le montagne intorno a me e Assisi alla mia sinistra mentre l’aereo decolla.

Ci sono tante cose che ho imparato in questi anni di viaggio: l’orario di chiusura del gate è quasi sempre indicativo dell’orario di apertura dello stesso; a Perugia cercano di farti fare i controlli di sicurezza prima possibile, ma poi ti ritrovi ad aspettare quasi un’ora in una sala piccola e con poche sedie; le Alpi e servono a farmi capire che sto entrando o lasciando l’Italia e mi indicano, nel primo caso, che mancano circa 40 minuti all’atterraggio; a Stansted c’è sempre vento e quindi devo rassegnarmi a un atterraggio movimentato.

La prima volta che presi questo volo mi dissi che con il tempo sarebbe diventato più semplice lasciare la mia bella Umbria. Me lo sono ripetuto costantemente, nel corso di questi 6 anni, ogni volta che mi sono ritrovata a guardare Assisi dal finestrino dell’aereo. Stavolta no, non me lo dico. Non me lo dico perché ho deciso di smettere di prendermi in giro. Non diventerà mai più semplice, ed è ora di accettarlo. Non sono più una ragazzina di 22 anni, ma una donna di quasi 30.

Questo è ormai il mio sesto anniversario a Londra ed è chiaro che la nostra è diventata una relazione tossica. Mi è già capitato di averne, di relazioni così, di quelle che ti chiedono troppo, costantemente, che ti prendono tutto quello che hai e ti restituiscono il tanto che basta per spingerti a rimanere. Sono almeno due anni che mi sono resa conto che il e Londra abbiamo ormai un rapporto del genere. Due anni che stringo i denti e che mi dico di andare avanti, un altro po’. Ma quand’è che diventa troppo? Quando arriva il momento di accettare che una relazione sia finita?

Ci ho messo tanto a capirlo, Londra in fondo mi ha dato tanto. Mi ha fatto realizzare sogni d’infanzia, di quelli che pensi che rimarranno sempre fantasie; mi ha permesso di raggiungere l’indipendenza desiderata; mi ha trasformata da una ragazzina a una donna e, soprattutto, mi ha fatto conoscere colui che tra pochi mesi diventerà mio marito.
Eppure, quando penso a Londra non vedo questo, non più ormai. Vedo gli addii, che devo dire così troppo frequentemente, vedo le giornate che passano sempre troppo velocemente, le ore perse in treno per spostarsi da un posto a un altro della città. Vedo il mio appartamento così piccolo che non mi permette di ospitare la mia famiglia a Natale, il mio compagno che prepara la cena tutti i giorni perché io rientro a casa alle nove di sera. Londra è, per me, un sacrificio giornaliero e questo non posso più permetterlo.

Allora perché rimanere? Ho sempre odiato le persone che si lamentano della propria vita senza fare nulla per migliorarla. Potrei trasferirmi in un’altra città del Regno Unito, una più piccola dove la vita non sia così frenetica. Non ho paura di ricominciare, dopo l’esperienza fatta a Bruxelles so che non sono troppo “vecchia’’ per farlo, che quella forza è ancora dentro di me. Cosa mi trattiene a Londra? L’incertezza.

Il 24 giugno il Regno Unito ha votato per uscire dall’Unione europea. Quel giorno ha avuto conseguenze enormi sulla mia vita. Non parlo di conseguenze economiche, che anche si sono già iniziate a sentire, con la sterlina che ha quasi lo stesso valore dell’euro, i prezzi che sono saliti a fronte di stipendi immobili. La conseguenza maggiore che la Brexit finora ha avuto sulla mia vita è stato il rendermi impossibile immaginarmi il mio futuro nel Regno Unito. Posso mai io, europeista convinta, vivere in un Paese dove la maggioranza (risicata) delle persone ha deciso di uscire dall’Ue? Posso vivere in un Paese con prospettiva di crescita per il 2019 superiore soltanto all’Italia? Ma soprattutto, mi permetteranno di viverci, in caso io volessi?

Il 24 giugno 2016 mi sono sentita profondamente delusa da un popolo e un paese a cui avevo dato tutta me stessa. Un popolo che mi era sembrato sempre politicamente più saggio e responsabile del mio e che invece si era fatto abbindolare da tante promesse che erano, e si sono rivelate, troppo belle per essere vere. Quel giorno mi sono sentita avvolta dall’incertezza. Tutto quello che avevo sperato di costruire nel Regno Unito sembrava venir messo in discussione. Quella villetta con giardino, dove avere finalmente cene di Natale con tutta la mia famiglia, avrei ancora potuto comprarmela? Aveva senso comprarsi casa in un paese quando non sapevo se sarei stata la benvenuta di lì a 2 anni e se, soprattutto, l’economia avrebbe retto a un tale shock? Aveva senso affrontare le spese di un trasloco da Londra quando forse avrei avuto bisogno di lasciare il Paese di li a poco?

Dicono però che possiamo rimanere. Poi dicono di no. Poi dicono che non è necessario richiedere ora la residenza permanente perché il processo dopo la data della Brexit sarà più semplice, ma tutti mi consigliano comunque di farla, non si sa mai. Ma attenzione, occorre mettere tutti i documenti necessari e anche qualcuno di più, perché non si sa mai che decidano di rifiutarla e allora sei nei guai. Il Paese crescerà dopo la Brexit per via della possibilità di scambi commerciali con altri paesi, ci ha ripetuto il governo. Ora però ci dicono di star facendo scorte di medicine e che ‘’ci sarà una quantità adeguata di cibo per tutti’’. Ci saranno 350 milioni di fondi in più per la sanità pubblica, avevano promesso. Due anni dopo, il sistema soffre del calo di arrivi di medici e infermieri europei ed è al limite del collasso. Così è continuata la nostra vita negli ultimi due anni e mezzo. Un bombardamento quotidiano di informazioni allarmistiche e contrastanti. Cosa fare quando non si sa dove andare? Come posso scegliere una strada o un’altra se non so dove conducono?

E così, vado avanti, un altro po’…solo un altro po’…o almeno spero.

Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani. Breve Riflessione Identitaria

La modernità italiana è un illusione. È un sovrapporsi all’antimodernità del passato, la cui incapacità di convergenza ha causato il frantumarsi del sogno identitario.

Con i nuovi scenari proposti dal declino degli Stati nazionali, processo lento, frutto di un progetto politico, la costruzione dell’Unione Europea, è possibile accertare nella nostra tradizione italiana, un orizzonte diverso da quello dello Stato cosmopolitico ed universalistico, proprio dell’Impero romano, della tradizione cattolica e della grande stagione rinascimentale.

Paradossalmente l’avvio della fase più delicata e complessa della costruzione dell’Unione Europea dà agli italiani una grand’occasione, quella di commutare il loro nazionalismo debole in una virtù civica cosmopolitica ed interculturale, di trasformarsi in costruttori e cittadini della nuova Europa ad un ritmo più rapido rispetto ai cittadini di Stati nazionali di lunga tradizione.

Un’occasione unica ci viene proposta da un nuovo contenitore che si definisce “cittadinanza europea”, la quale dovrà divenire quel grande regolatore di storie e culture nazionali da una parte, e dall’altra fare emergere le culture extraeuropee con le loro esigenze di autonomia.

Quindi un modo per mettere alla prova il confronto e lo scambio tra le culture sarà quello di sperimentare regole di partecipazione alla vita locale per tutti quelli che si riconoscono lealmente membri della stessa comunità e per i quali la parola integrazione, non vorrà significare fusione dello straniero nel corpo sociale, ma dovrà fare nascere una dinamica che fa evolvere tutti i sistemi culturali, quello delle popolazioni locali così come quello dei nuovi arrivati.

Vi è però una tendenza contraria di nazionalismo forte che interessa direttamente gli italiani Expat e che sto avendo modo di sperimentare personalmente.

Mi riferisco all’esatto momento di impatto culturale in cui noi expat ci riconosciamo altro, diverso dal resto. Nel mio caso un’italiana nella meravigliosa Barcellona.

In un momento dato egli o ella si sentirà assalire da un improvviso orgoglio per il suo essere italiano scoprendo di far parte di una lunghissima scia di compatrioti che non solo si sono sentiti veramente apparteneti a queste terre e che senza aver mai la senzazione di essere “in prestito” hanno contribuito attivamente all’atmosfera cittadina che tanto ci fa sentire a casa.

Si può avvertire un senso di appartenza ad un Paese molto forte, pur non vivendo fisicamente lì o pur non essendovi nati direttamente.

Ma il cosmopolitismo astratto non assume alcun senso privato delle radici, per cui bisogna sempre tenere ben presente la memoria di ciò che siamo stati.

Un lume che illumina la nostra geografia umana e che proietta la realtà di oggi verso un futuro consapevole.

A questo proposito voglio parlavi proprio di uno dei personaggi italiani più emblematici che hanno fatto la storia della Spagna, dell’Italia e della mappatura mondiale.

Colui che può certamente essere considerato il miglior Ammiraglio  della Flotta spagnola e del mondo allora conosciuto durante l’Età Media:

l’italiano Ruggero di Lauria.

Ammiraglio di Sicilia e D’Aragona (Scalea o Lauria ca. 1245-1304) la sua prerogativa fu il genio militare e navale.

Ruggero di Lauria è il genio tattico della guerra del Vespro, è l’uomo che trasforma la Sicilia e la Catalunya in fortezze marine inespugnabili in nome della Corona d’Aragona, invano assediate da coalizioni di nemici francesi della casa D’Angiò. Scopriamo che Ruggero di Lauria, l’ammiraglio che per lunghi anni tiene nelle sue mani i destini della Sicilia,della Catalunya e dell’Aragona deve la sua iniziale fortuna alla madre. È infatti figlio di Bella, l’amata nutrice della sveva principessa Costanza. Assieme alla madre è nel seguito della principessa in viaggio per sposare il futuro Re Pietro III verso l’Aragona, dove crebbe con la nobiltà aragonese.

Fu proprio Pietro il Grande ad investirlo cavaliere, data la sua “probidad, prudencia y amor a los intereses de mi corona.” Da quel momento in poi il suo ascenso nella corte fu folgorante, tanto che nel 1282 prese il comando della flotta aragonese.

Nel settembre del 1282, al comando di 40 triremi arrivò in Sicilia col compito di impadronirsi della flotta francese.

Le sue quattro vittorie successive tra il 1283 e il 1287 influenzarono in modo decisivo il corso della guerra dei Vespri siciliani e i rapporti di forza nel Mediterraneo occidentale, perché la flotta siculo-catalana poté ottenere la sovranità illimitata sul mare.

Giunse poi a Barcellona il 23 agosto 1285 con 34 galee, sconfisse presso Rosas una squadra francese di 25 galee. Questa vittoria decise anche le sorti dell’invasione francese in Catalogna, perché quell’esercito, privo di rifornimenti via mare, fu costretto alla ritirata.

Lo storico aragonese Muntaner non potendo dimenticare le origini italiche del futuro “gran capitano”, così conclude: “Pur essendo nato fuori di Spagna ed appartenente al lignaggio straniero, lo ho collocato tra i nostri uomini più celebri, perché fin da piccolo fu educato in Aragona, dove si formò e dove si stabilì. Combatté per l’Aragona, alla testa sempre di forze aragonesi: le sue  battaglie, la sua gloria, le sue virtù e persino i suoi vizi ci appartengono”.

I segni del suo grande amore, per la Catalunya e per il resto di Spagna che lo ha spinto a lottare eroicamente nel difenderla come propria, perchè la sentiva tale, lo troviamo ancora oggi corrisposto sia nell’immaginario collectivo, che presente nella vita urbana e attuale di Barcellona.

A Roger de Lluria (corrispettivo catalano di Ruggero di Lauria) è dedicata una statua commemorativa delle imprese eroiche in Avinguda de Lluís Companys  ed una strada del quartiere Eixample, ma non solo …

In grande segno di riconoscimento all’Ammiraglio la Regia Marina intitolò la corazzata Ruggero di Lauria, varata nel 1884, prima unità dell’omonima classe di pre-dreadnought. Anche la Marina Spagnola gli intitolò uno dei tre cacciatorpediniere della classe Oquendo.

Il suo nome risuona anche negli ambienti di cultura come nell’Università di Barcellona Pompeu Fabra, al quale è dedicato il cortile interno del complesso universitario.

Ma il maggior contributo moderno all’imbattuto ammiraglio e forse quello che mantiene vivo questo senso di orgoglio e di appartenenza è dato da una scelta sportiva.

Pochissimi sanno che i colori  blu e bianco della squadra calcistica dell’RCD Espanyol di Barcellona furono scelti in omaggio a Ruggero di Lauria, in quanto erano quelli del suo armoriale.

Siamo stati quindi un popolo di poeti, di artisti, di eroi, santi, pensatori, di scienziati, navigatori e trasmigratori, ma oggi cosa siamo?

Domanda che apre molteplici spunti di risflessione, di difficile risposta senza prendere in considerazione la voce crescente di chi per scelta vuole essere italiano, di chi ha deciso che vuole vivere precisamente lì.

Per cui la chiave per il futuro che ci darà chissà una maggiore consapevolezza di cosa significa oggi essere italiani, sarà riuscire a virere con coloro che amano il nostro Paese e che vogliono contribuire a creare quell’Italia che tanto sognamo da lontano.

 

Intervista a Elettra Antognetti, Media Manager presso lo Scottish Government

Partire dall’Italia – e più precisamente da una piccola cittadina del Levante ligure a due passi dalle Cinque Terre – passando da Berlino e Bruxelles per arrivare quindi a Edimburgo. Nulla di tutto questo era nei piani di Elettra Antognetti, eppure, a 29 anni appena compiuti, la nostra Italian del mese è oggi Media Manager presso lo Scottish Government.

Nella storia di Elettra – poeticamente parlando – c’è un filo rosso che unisce tutte le sue esperienze: è quello del cercare di migliorarsi continuamente, uscire dalla ‘comfort zone’ e affrontare nuove sfide mantenendo sempre lo stesso impegno e curiosità – che si tratti di imparare una nuova lingua, imbracciare una videocamera o allenarsi per una maratona. O, perché no, un lavoro nel team di comunicazione del governo scozzese. Per questo la sua è una di quelle storie positive che merita di essere raccontata.

Ecco cosa ci ha raccontato in un sabato pomeriggio di fine novembre, in collegamento Skype da Edimburgo.


Ciao Elettra! Sappiamo che sei media manager al governo scozzese, un lavoro molto ambito in Italia e non solo. Puoi raccontarci di cosa ti occupi più nello specifico?

Il mio lavoro parte dalle mansioni classiche dell’ufficio stampa, come ad esempio produrre comunicati e news che riguardano le politiche del governo. Ma non solo: a livello quotidiano, fa parte del mio ruolo consigliare i ministri circa le strategie comunicative da adottare e interagire con i media nazionali e internazionali per far si che venga dato il giusto spazio alle policies implementate a livello governativo. Più nello specifico, faccio parte del team che si occupa di consigliare il Primo Ministro Nicola Sturgeon e altri ministri in relazione alle politiche internazionali e Brexit, un tema veramente molto interessante. Ho anche il piacere di accompagnare i vari ministri nelle loro uscite ufficiali, dando supporto e interagendo con i media e il pubblico: un lavoro molto interessante che mi permette anche – perché no – di girare la Scozia e scoprire nuovi posti e realtà.

Il team di comunicazione è formato da circa ottanta persone e io sono l’unica italiana anzi, l’unica straniera della squadra e una delle pochissime nel mio lavoro, anche se è comunque presente una minima componente non anglosassone. Nonostante questo, penso sia lodevole lo sforzo di apertura – seppur ancora minima – verso gli stranieri da parte di un’istituzione come il governo scozzese: la mia esperienza è sicuramente un buon segno. Al contrario, non so quanti stranieri siano attualmente impiegati dal governo italiano, soprattutto quando si tratta di comunicazione e ufficio stampa…

In generale, il Regno Unito – e la Scozia non fa eccezione – è un paese molto aperto e accogliente, c’è molta educazione nel rispetto delle diversità. Ma a livello quotidiano essere l’unica “diversa” è un po’ complicato, ci sono tante barriere, da quella linguistica a quella culturale. Ma a parte questo, devo dire che sono contenta: è un ambiente molto stimolante.

 

Facciamo un passo indietro. Raccontaci la tua storia da “Italian”, da quando hai deciso per la prima volta di lasciare l’Italia. Credi sia una sorta di vocazione personale quella che porta sempre più persone a girare il mondo, oppure è più una questione di necessità e opportunità?

La prima volta che ho deciso di lasciare l’Italia avevo 20 anni, più o meno. Sono partita per l’Erasmus in direzione Germania per studiare e poi, una volta lì, ho anche iniziato a lavorare. È stata la mia primissima esperienza ma era “a tempo determinato”, perché sapevo sarei dovuta rientrare in Italia e continuare a studiare per la laurea magistrale. Con la laurea in mano, in Italia, mi sono subito data da fare per trovare lavoro ma senza troppi riscontri.

Per rispondere alla tua domanda, penso che quella che porti sempre più giovani a girare il mondo sia una vocazione personale. Di sicuro oggi viaggiamo molto di più rispetto ai nostri genitori, è più facile spostarsi ed è tutto molto più collegato. Ma vicino alla vocazione c’è sempre una sfumatura di necessità. Io mi sono sempre sentita una expat piuttosto che una migrante – spinta a viaggiare dalla voglia di conoscere, di imparare e fare esperienze formative che mi avrebbero aperto un futuro in qualche modo migliore. Tuttavia, il voto della Brexit mi ha costretto a rivedere un po’ la mia posizione: da un giorno all’altro, è  stato come prendere consapevolezza del fatto che i britannici percepiscono gli ‘stranieri’ – che siano giovani ‘skilled professionals’ o ‘unskilled migrants’ che vivono di benefit statali – più come migranti/immigrati che non come persone che viaggiano per conoscere nuove culture e accumulare competenze. È stato un po’ deludente, ma sicuramente mi ha fatto mettere molte cose in prospettiva. Per il momento, è ancora una situazione di grande incertezza ma c’ è  la speranza che le cose vadano migliorando con il tempo.


Prima di arrivare in Scozia, hai lavorato anche a Bruxelles alla Commissione Europea. Qui di cosa ti occupavi?

Dopo la Germania, quando è arrivata l’opportunità di lavorare in Belgio per la Commissione Europea, non ho esitato: da neolaureata ho mandato una di quelle application standard e mi hanno presa. Ero nella task-force che si occupava di gestire la partecipazione dell’Unione Europea a Expo Milano 2015. Avevamo anche un nostro padiglione: ecco, io mi occupavo di comunicazione all’interno del team, assieme a una squadra di colleghi. Ma era un lavoro a tempo, creato apposta per Expo. Una volta finito, mi sono di nuovo messa in moto per cercare lavoro. La scelta della Scozia non è stata del tutto casuale: ho scelto questo paese sia per una questione di opportunita che per ragioni personali, visto che il mio compagno sta facendo un dottorato qui.


Una volta arrivata in Scozia, cos’è successo poi? Credi che all’estero ci siano più possibilità di mettersi in gioco, magari sfruttando anche quella meritocrazia che l’Italia sembra non avere?

Era la fine del 2015-inizio 2016 quando sono arrivata a Edimburgo. Dopo l’esperienza in Germania e Belgio, pensavo di avere ormai una certa praticità nell’inserirmi in un contesto nuovo, invece ho trovato qualche difficoltà e ho riscontrato che il Regno Unito è veramente un caso a se stante, diverso da ogni altro paese in cui avevo vissuto prima. Parlo non solo dei diversi riferimenti culturali e abitudini con cui si viene inevitabilmente a contatto quando si emigra, ma anche di cose pratiche come mandare un curriculum o fare un colloquio di lavoro. All’inizio ho trovato lavoro in un settore diverso da quello della comunicazione, ma poi inaspettatamente una delle agenzie di recruitment locali mi ha contattato per quello che è poi diventato il mio attuale lavoro. Anche se all’epoca non avevo grandi aspettative di riuscire a lavorare per un’istituzione di peso come il governo scozzese, eccomi qui.

Tra le cose migliori della Scozia, devo ammettere che soprattutto in ambito lavorativo ho trovato molta meritocrazia e dinamica: se l’Italia è ancora un mondo piuttosto chiuso, in Scozia è stato più facile sia avere l’opportunità di mettermi in gioco che  affrontare nuove sfide. In generale – e non parlo solo per il mio caso specifico – ho notato che qui è possibile trovare un impiego anche in settori che non corrispondono perfettamente al tuo background accademico e personale. È tutta questione di buttarsi, studiare, formarsi e aver voglia di fare.


Secondo te, quali sono i punti su cui l’Italia dovrebbe mettersi in paro rispetto agli altri paesi in cui hai vissuto?

Non ho risposte, tantomeno ricette. Ma partiamo da un presupposto: fuori dall’Italia, la meritocrazia c’è in misura maggiore che nel nostro paese. Non voglio dire che tutti i problemi italiani si colleghino a questo, c’è anche dell’altro –  dalle troppo incerte politiche attive per i giovani a un mondo universitario scarsamente collegato a quello lavorativo.

Posso parlare della mia esperienza: quando ancora stavo studiando in Italia, ero già attiva nella ricerca di collaborazioni giornalistiche, opportunità, stage. Nonostante le varie collaborazioni e contatti nel settore, quando è arrivato il momento di cercare un lavoro vero e proprio è stato difficile – e ricordo ancora di aver passato mesi e mesi senza riscontri. Sicuramente alcuni settori (come le industrie creative e la comunicazione) sono più problematici di altri, ma la difficoltà è generalizzata: i miei coetanei in Italia si adattano lavori che non sono quelli per i quali hanno studiato, alcuni hanno contratti pessimi, altri ancora nemmeno hanno la possibilità di lavorare.

Credo che ci siano vari problemi a monte à dalla lentezza burocratica nel cambiare le cose alla classe politica poco efficiente. Tuttavia, questa non è una giustificazione valida, dal momento che tanti altri paesi con classi politiche poco efficienti offrono maggiori opportunità lavorative dell’Italia. Non so cosa sia necessario fare, ma sicuramente bisogna fare qualcosa al più presto.


Il mondo lavorativo britannico ha i suoi vantaggi, ma forse per noi italiani può essere difficile da comprendere. Almeno all’inizio, credo. Tu hai avuto difficoltà a livello pratico?

Certo, le difficoltà ci sono state eccome. Per capire, ti basta pensare che qui in UK ci sono trainer e recruiter che ti insegnano come affrontare i colloqui di lavoro. C’è tutto un protocollo da seguire, e ci sono situazioni in sede di colloquio che in Italia siamo meno abituati ad affrontare – dalle ‘competency based interviews’ in cui viene richiesto di prospettare soluzioni ideali a situazioni ipotetiche, alla tecnica STAR per rispondere ai quesiti.  Viene richiesto ai candidati di essere brillanti e propositivi e di essere impeccabilmente preparati sulla storia dell’azienda. È tutto molto pratico, preciso – magari meno ‘creativo’ dell’approccio italiano, ma forse più equo? Ad ogni modo, per i britannici sembra funzionare.

Tra le altre differenze che ho riscontrato, anche quella per cui quando invii un cv qui nel Regno Unito ricevi sempre una risposta, che sia buona o meno, un feedback che ti aiuta a migliorare. In Italia invece puoi mandare anche centinaia di candidature e non sapere neppure se sono arrivate.


Passando dal lavoro alla formazione: avendo studiato sia in Italia, sia in UK che a Berlino, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi tre paesi?

Sia in ambito lavorativo che accademico, trovo che – almeno in base alla mia esperienza – la Germania e il Belgio siano una via di mezzo tra Italia e Gran Bretagna. Mentre il Regno Unito è molto improntato alla praticità, l’Italia ha indubbiamente un approccio più “libero”, meno strutturato rispetto a quello UK. Il Belgio e la Germania, invece, per quanto ho potuto vedere si piazzano a meta strada tra rigidità/organizzazione e creatività. In particolare, durante la mia esperienza lavorativa in Belgio sono rimasta affascinata dal modo unico e speciale con cui Bruxelles, capitale europea e sede delle maggiori istituzioni UE, riesca a riunire i più diversi approcci culturali all’interno della stessa città. Estremamente multiculturale, la città attira professionisti qualificati da tutta Europa e da tutto il mondo e questo, a mio avviso, è davvero stimolante. Spesso capita anche di parlare 3 o 4 lingue diverse in una sola giornata – o addirittura durante la stessa conversazione.

Anche nel mondo universitario è la stessa cosa: possiamo mettere l’Italia e la Gran Bretagna ai due estremi, e nel mezzo il Belgio e la Germania. Nessun sistema è meglio dell’altro ma varia secondo le diverse esigenze degli studenti. In Italia si studia molto, si imparano molte nozioni e si acquisisce un bagaglio culturale davvero notevole. In UK c’è molta praticità, si fanno workshop e gruppi di lavoro e questo aiuta nelle relazioni e nel lavoro di squadra.


Succede così anche nell’ambito del giornalismo e della comunicazione, che sono i tuoi ambiti lavorativi?

Sì. Dallo scorso gennaio, ad esempio, sto facendo un master in giornalismo con la Edinburgh Napier University; avendo già preso una laurea magistrale proprio in giornalismo ed editoria in Italia, ho notato che c’è molta differenza. Se in Italia ho studiato molto sui testi, qui in Scozia sto imparando ad usare programmi come Avid e Premiere Pro per girare i miei primi videoclip, o sono stata incitata ad aprire un mio blog e portfolio online. Senza contare che qui l’ambiente accademico aiuta gli studenti a sviluppare contatti utili nel loro settore in vista di un futuro inserimento nel mondo lavorativo.

E poi, c’è da dire che per fare il giornalista in UK non serve essere iscritti a un albo professionale e l’accesso alla professione è più libero nei confronti di chi scrive notizie – conta come e cosa scrivi, non il tuo titolo di studi. Ad ogni modo, le sfide ci sono eccome per chi – come me – vuole perseguire questo tipo di carriera in un paese in cui sei costretto a usare la tua seconda lingua invece della tua lingua madre. Si deve in qualche modo reimparare a scrivere da capo – non solo acquisire nuove strutture e forme comunicative, ma una nuova forma mentis e modo di vedere il mondo.


Parlando di Brexit, cosa sta succedendo ora? Sei preoccupata?

Sinceramente, credo di essere in una situazione relativamente fortunata perché, pur non essendo qui da moltissimo, sono arrivata prima del voto della Brexit. Ovviamente spero di poter continuare a lavorare qui, ma al momento l’incertezza è tanta e non si sa cosa succedera da qui al 2019. Per adesso, la mia intenzione è quella di continuare a lavorare per un po’ di tempo in Scozia ma non so se mi piacerebbe trasferirmi in pianta stabile, restare ‘per sempre’. Devo ancora decidere cosa voglio fare da grande.


Quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in mente di tornare presto in Italia oppure ormai la tua vita è altrove?

In Scozia sto benissimo, ma vorrei continuare a spostarmi e a fare esperienze lavorative anche fuori dall’Europa prima di tornare a casa. In futuro, spero di poter tornare in Italia: se devo essere sincera, non me ne sarei mai voluta andare. Nonostante cio, sono contenta di essere partita: viaggiare mi ha permesso di formarmi come persona, migliorarmi, avviare la mia carriera. Soprattutto, mi ha permesso di rivedere le mie priorita e abbandonare tanti piccoli ‘pregiudizi’. Adesso mi manca la mia famiglia, gli affetti, i miei luoghi del cuore, gli amici: per questo, l’idea è quella, un giorno, di tornare. Anche se ancora non so quando.

 

Intervista a Andrea Garnero, economista all’OCSE e tra i consiglieri del governo francese. Tra resposabilità, economia, giovani e una punta di sano ottimismo.

Trentun’anni passati tra Cuneo, Bologna, Parigi, Bruxelles e Roma. Dopo aver lavorato in Commissione europea e a Palazzo Chigi, dal 2014 Andrea Garnero è economista al dipartimento per l’occupazione e gli affari sociali dell’OCSE a Parigi. Dallo scorso agosto è stato anche nominato dal Governo francese nella commissione di esperti che consiglia il governo sull’aumento del salario minimo francese. Ruoli non privi di responsabilità.

Con lui abbiamo parlato a tutto tondo dei problemi italiani: non soltanto quelli dei giovani, ma anche quelli economici. Situazioni che procedono a braccetto, perché “la conseguenza diretta di un paese che non cresce – ci ha spiegato Andrea – sono sicuramente minori opportunità di lavoro e di minore qualità”.

Buona lettura con l’intervista al nostro Italian del mese.

 

Ciao Andrea! Non vorremmo iniziare con i numeri, ma con un economista direi che è quasi impossibile. Scherzi a parte, credo siano pochi i ragazzi che a 31 anni possano vantare una posizione lavorativa come la tua, niente di meno che al dipartimento Lavoro e affari sociali dell’Ocse. Quali credi siano le chiavi di questo successo?

Esageruma nen, diremmo in Piemonte. Per altro in Austria un mio coetaneo ha appena vinto le elezioni quindi a 31 anni ci sono persone che sono andate ben più lontano. Le chiavi del successo, se di successo vogliamo parlare (ma sono diversi gli italiani all’OCSE o in altre organizzazioni internazionali), sono innanzitutto la fortuna di nascere in una famiglia che mi ha educato alla curiosità e al pensiero libero e che ha sempre messo l’investimento in capitale umano al primo posto. Poi ovviamente gli studi, il lavoro, la disponibilità a spostarsi.

 

Parlando del tuo lavoro: potresti spiegarci meglio di cosa ti occupi e quali sono le tue responsabilità? E poi, andando a ritroso e soddisfando una curiosità personale: come sei arrivato a questa posizione? Raccontaci qualcosa di te.

Sono economista al dipartimento per l’occupazione e gli affari sociali dell’OCSE. Mi occupo in particolare di salari minimi e contrattazione collettiva. Studio come queste istituzioni del mercato del lavoro funzionano nei vari paesi OCSE, cerco di capire qual è il loro impatto sull’occupazione, i salari, la disuguaglianza o la produttività e a seconda dei risultati elaboro delle raccomandazioni ai paesi su potenziali riforme da considerare. È un’area di lavoro molto stimolante che mi mette a contatto con i governi nazionali, ma anche sindacati e associazioni di imprenditori. Molti paesi negli scorsi anni hanno fatto riforme del sistema di contrattazione collettiva, la Grecia, il Portogallo, la Spagna e ultima pochi mesi fa la Francia. Ma è anche un tema molto complicato e delicato perché profondamente radicato nelle culture sindacali e di relazioni industriali nazionali che spesso contano di più delle regole formali. Inoltre da agosto scorso sono stato nominato dal Governo francese nella commissione di esperti che consiglia il governo sull’aumento del salario minimo francese. Consigliare un governo su una scelta che avrà un impatto diretto al 1° gennaio di ogni anno su milioni di famiglie non mi fa per forza dormire completamente tranquillo. Eppure o il nostro lavoro di analisi serve a informare le politiche e il dibattito pubblico con i rischi che ne conseguono oppure non serviamo a nulla.

 

Essere un giovane italiano, in un ambiente del genere dove immagino la competizione sarà alle stelle, come viene visto? Quali sono le difficoltà e i pregiudizi che hai dovuto superare?

Devo dire che lavorare all’OCSE ha vari vantaggi tra cui un ambiente lavorativo molto stimolante e non troppo competitivo. O al massimo competitivo in maniera sana, avendo tanti colleghi bravi e motivati. Sono diversi gli italiani all’Ocse, come ovunque al mondo, anche in posizioni di grandi responsabilità. Non mi sembra di aver riscontrato particolari difficoltà o pregiudizi rispetto alla mia nazionalità. Dopotutto siamo tutti immigrati all’OCSE.

 

Secondo te l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere giovani come te a mollare tutto? Oppure quella di partire è più una spinta personale?

Per alcuni della nostra generazione il concetto di estero non è per forza legato alle frontiere nazionali. Io ho sempre avuto un interesse per le questioni europee e internazionali, spostarmi in Francia o in Belgio non mi è sembrato un passaggio epocale, anzi era una conseguenza naturale dei miei interessi e studi. Ho messo un po’ di cose in valigia, preso un treno e sono partito. All’inizio non è stato tutto facile a Parigi, ma non perché ero all’estero, ma perché da Cuneo e Bologna ero finito in una metropoli con i suoi ritmi e le sue distanze geografiche. In generale, non credo si debba mitizzare l’estero. Semplicemente se si considera uno spazio più ampio naturalmente le opportunità sono più numerose. Se uno cerca lavoro solo nel proprio quartiere avrà sicuramente meno opportunità che se allarga lo sguardo alla città, la regione, il paese intero o il mondo. Però non possiamo nascondere che non sempre e non a tutti il nostro paese offra le opportunità che vorremmo. Non stupisce visto che sono quasi vent’anni che non cresciamo e la produttività stagna. La conseguenza diretta di un paese che non cresce sono minori opportunità di lavoro e di minore qualità.

 

Sempre sul tema formazione e meritocrazia: potresti aiutarci a fare un confronto tra l’Italia e la Francia, dove te hai studiato a Parigi alla facoltà di economia? Punti di forza e punti negativi, ovviamente.

A Parigi ho prima fatto l’erasmus all’università (una delle cosiddette “fac“, facultés in Francia), e poi la specialistica in due scuole di “eccellenza” (cosiddette Grandes Écoles), l’Ecole Normale Superieure e la Paris School of Economics in cui gli studenti sono selezionati, le classi piccole, i professori tra i principali riferimenti nei propri settori. Per chi riesce ad entrare in quelle scuole (per i francesi dopo due o tre anni di preparazione sfiancante) tutte le porte si aprono. Chi va alle fac invece si trova spesso in condizioni peggiori che in diverse università italiane tra aule strapiene, organizzazione rivedibile e ambiente di studio non per forza stimolante. Un investimento (pubblico) vero nell’eccellenza è la differenza principale con l’Italia. Però università generali di buona qualità, non per forza per formare ricercatori di frontiera, sono anche molto importanti e su questo anche la Francia può e deve ancora fare meglio.

 

Partendo dalle tue esperienza economica e tenendo fisso lo sguardo al futuro dell’Italia: quali credi che siano i maggiori problemi da risolvere in ambito lavorativo?

Vaste programme. Ci vorrebbe un libro almeno, non un’intervista, per rispondere in maniera seria. Per rimanere nel mio ambito di studio e di lavoro penso che una discussione sul funzionamento delle relazioni industriali e negoziazione collettiva non sia più rinviabile. E poi investimenti. Sono state tra le voci di bilancio più martoriate in questi anni di crisi. Dove troviamo i soldi? Con uno slogan, perdonatemi la semplificazione, direi meno bonus e più investimenti. Industria 4.0 ha invertito il trend e i risultati si stanno vedendo. Però serve tornare a investire anche in capitale umano. Da lì, e solo da li, poi discenderanno lavori ben pagati, ad alto valore aggiunto.

 

Ma cosa significa Industria 4.0 nello specifico? Credi basterà a far crescere la produttività?

Industria 4.0 rappresenta un tardivo ma importantissimo cambio di rotta nei metodi e nei contenuti della nostra politica industriale. Nel metodo perché dà incentivi per gli investimenti in tecnologia in maniera automatica e non ad hoc, tagliando costi di transazione e nepotismi vari. Nei contenuti perché non sceglie i settori ma le tecnologie e ha fatto ripartire gli investimenti in capitale fisico (macchinari di vario genere per intenderci). Tuttavia Industria 4.0 ha un secondo pilastro fondamentale che finora non è partito, che è quello dell’investimento in formazione. Se compriamo macchinari ma non li sappiamo utilizzare o progettare non andremo molto lontano. Tuttavia la scelta dei competence center legati a Industria 4.0 continua a tardare e le risorse per la formazione nella legge di Stabilità non fanno bene sperare.

 

E per i giovani, invece, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via? Ultimamente mi è capitato di parlare con una mia coetanea di ritorno da un’esperienza lavorativa in Olanda. Mi ha detto: “Io vorrei lavorare lavorare in Italia, ma qui nessuno mi paga. Finita l’università, la formazione sul campo non è retribuita. Come si aspettano che noi giovani, senza stipendio e con la sola laurea in mano, riusciamo ad inserirci nel mondo lavorativo?”. Ecco, vorrei rigirare a te la questione.

Capisco la frustrazione della tua amica. Sulla situazione generale dei giovani italiani vorrei però dire due cose: la prima è che la formazione sul campo andrebbe fatto prima della fine della laurea. L’alternanza scuola-lavoro che tante polemiche genera è un ottimo passo in avanti. Perfettibile ma irrinunciabile. Gli stage vituperati andrebbero fatti di più e durante il percorso di studi. Siamo il paese Ocse in cui meno si lavora durante gli studi. E così poi in qualche modo è ovvio che la prima esperienza lavorativa post laurea sia uno stage mal (o non) pagato. Non è colpa dei singoli, ma se vogliamo cambiare il sistema attuale cominciamo a non boicottare l’alternanza scuola lavoro anche se ci sono ancora cose da migliorare. La seconda è che il problema italiano non è tanto che i nostri giovani vogliano andare via. Questo avviene anche altrove. Il problema è che non riusciamo ad attirarne altri, o almeno non a sufficienza. La ricchezza di un paese si fonda anche sulla diversità della propria forza lavoro. Se tutti i nostri giovani stessero qui non saremmo per forza più ricchi. Però dobbiamo attirare giovani formati da altri paesi europei e non europei. Per riuscirci serve un mix di politiche migratorie intelligenti e investimenti.

 

Nel tuo curriculum leggo che hai lavorato come assistente per gli affari economici alla presidenza del Consiglio dei ministri. Insieme ai soliti “come” e “cosa” che nascono spontanei, che consiglio ti sentiresti di dare ai tanti giovani che, come te, ambiscono a fare questa professione?

Innanzitutto che non è una professione! E che in generale che la politica non deve essere vista come una carriera. Ma solo come occasione di servizio temporaneo al paese. Ho avuto la fortuna per una serie di casualità legate alle mie esperienze a Parigi e Bruxelles e al mio impegno politico durante il liceo e i primi anni dell’università di essere chiamato a fare una mano al Presidente del Consiglio Enrico Letta. Seguivo il G20 e gli affari economici in generale. È stata un’esperienza incredibile, dal punto di vista umano e professionale. Ma che mi ha anche confermato quanto sia importante farsi una professionalità autonoma per non dipendere dagli umori della politica.

 

Per concludere: quali sono i tuoi prossimi progetti? Cosa si può fare in concreto per aiutare l’Italia nella sua crescita, anche lavorando da fuori, come stai facendo tu, sfruttando le competenze e il talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute?

Innanzitutto facendo il proprio dovere in Italia e all’estero. E poi portando a casa idee, esperienze, buone pratiche. Essendo in ritardo abbiamo la “fortuna” di migliorare semplicemente copiando gli altri. Anche dall’estero rimaniamo in contatto con gli amici e i colleghi che sono rimasti in Italia, facciamo rete, scambiamo idee, proposte.

Ogni partenza é un arrivo

Bisogna subito mettere in chiaro una cosa: la parola “partenza” non avrebbe senso se non ci fosse un luogo dal quale partire. E’ il fatto che si stia per abbandonare un posto che consideri così importante, a rendere la partenza difficile. Se non vi avessi vissuto intensamente, se non vi avessi creato dei legami e se non avessi avuto nulla da perdere, la separazione non sarebbe stata dolorosa.

Ma è questo, ripeto, che rende ogni partenza difficile.  

E allora fa male pensare a quello che lasci dietro e a tutte quelle cose che non potrai fare e che per tutta la tua vita sono state la “normalità”. Sai cosa perdi, e non sai cosa ti aspetta dall’altra parte.

Così è cominciata la mia avventura in Inghilterra quando a fine settembre 2016 sono partito per Coventry per frequentare l’University of Warwick. Sono arrivato qualche giorno prima che iniziasse l’anno accademico ed ho perciò speso delle notti in un hotel, per poi trasferirmi nel campus universitario. Ecco, quei giorni sono stati il mio limbo. No, non sto parlando di alcuna danza sudamericana; mi riferisco al vivere un periodo in cui tutto sembra cristallizzato, fermo, ma allo stesso tempo carico di novità che ancora non puoi conoscere. E’ come se il passato ti trattenga, mentre in lontananza vedi la luce di quello che verrà. E sei fermo lì nel mezzo, immobile. Sapevo cosa avevo perso, ma non cosa mi aspettava dall’altra parte.

Se vi state chiedendo come abbia superato questo stallo frustrante, rispondo che ho semplicemente aspettato. Aspettato, e sofferto un po’. Credo che la gente non si aspetti di leggere queste cose nel blog di un ventenne, ed è proprio questo il problema: ad oggi, “l’attesa” e “la sofferenza” sono due taboo. Si cerca di evitare di soffrire e di aspettare, a tutti i costi, come se l’unico scopo nella vita sia avere tutto e subito, sempre col sorriso in faccia. Nella vita reale, però, non è così; per fortuna aggiungerei, visto che il mio limbo di attesa ha reso ancora più luminoso quello che avrei trovato dopo. Il vuoto che si è creato, ha lasciato ancora più spazio a tutto ciò che sarebbe accaduto di lì a poco. Ma abbiamo paura del vuoto, forse perché è l’unico momento in cui siamo veramente da soli con noi stessi, e allora ci riempiamo di cose senza significato, peggiorando ulteriormente la situazione.

A Warwick, sicuramente, di significato ne ho trovato, e anche molto. Ce n’era un po’ in chi ho conosciuto i primi giorni e non ho più rivisto, in chi mi ha deluso e in chi mi ha voluto bene, in chi mi ha guardato con curiosità e in chi ha suscitato la mia di curiosità, in chi mi ha fatto star male e in chi ho fatto soffrire, in chi ha creduto in me, in chi se n’è andato e in chi prima o poi tornerà. E la lista continua, ed è lunghissima. Sarebbe fantastico elencare quello che mi ha reso ciò che sono diventato, ma anche se provassi a nominare dalla prima all’ultima tutte queste esperienze, ne mancherebbe sempre qualcuna visto che magari alcune me le scorderei, altre mi farebbe troppo male nominarle o semplicemente, ad altre ancora non darei l’importanza che si meriterebbero.

E dopo un anno, mentre lascio l’università, mi rendo conto che quello che ho vi costruito ha reso difficile, per la seconda volta, la partenza. Va bene così, mi dico, perché significa che qui a Warwick ho creato una nuova “normalità”. Significa che vi ho vissuto intensamente e vi ho creato dei legami. Significa che non ho alcun rimpianto. Il segreto è rendere ogni partenza, un arrivo.

 

 

 

 

Ode ad Edimburgo

“Una casa non è una questione di mattoni, ma di amore. Anche uno scantinato può essere meraviglioso.” (Christian Bobin)

 

É passato piú di un mese dalla fine della mia esperienza a Edimburgo, e sento sia arrivato il momento di dedicare un po’ di inchiostro (si, lo so che è un computer, ma si fa per dire) ad una città meravigliosa che mi ha regalato tante emozioni e nuove esperienze, ed a delle persone che continuano ad accogliere migliaia di sconosciuti come se fossero membri di un unico grande clan.

Per tutto il periodo del mio stage mi sono annotata le piccole peculiarità che mi colpivano di più su un paese che non avevo avuto l’occasione di esplorare più di tanto, e sulla cui storia i nostri libri di testo si concentrano poco, preferendogli la più rinomata storia e cultura Britannica. I miei appunti passano da grandi differenze – partendo da quelle climatiche fino ad arrivare a quelle umane – a delle piccolezze che ho avuto l’occasione di scoprire quasi per caso, come delle foglie spostate dal vento e posatesi davanti a me in attesa di una nuova folata.

Prima di tutto la gente è più disponibile: sono atterrata a fine settembre, giusto all’inizio della stagione piovosa – perché in Regno Unito la pioggia smette, non si aggira come una cappa minacciosa come raccontano le leggende metropolitane – con due valigie enormi, uno zaino da campeggio ed un altra borsa solo per i documenti. Ovviamente l’appartamento affittato qualche giorno prima (di corsa, perché chi fa le cose per tempo è fondamentalmente una persona strana) era in una di quelle belle case tipicamente georgiane di mattoni, quelle che sfruttano tutta la superficie del palazzo ed includono degli appartamentini deliziosamente bui nel piano interrato raggiungibili solo con delle piccole scalette di pietra. Levigata dalla pioggia e scivolose.

Ora, io sono una di quelle persone che già ha problemi a camminare normalmente – non ho mai sviluppato una buona percezione dello spazio, il che risulta spesso in ematomi, lividazzi e tagli che compaiono a sorpresa sul mio corpo – e i miei genitori mi hanno gentilmente dotata di due caviglie prone al piegamento: cercare di portare giù tutta quella roba da sola avrebbe solo dimostrato a Theresa May che anche io sono una di quelle immigrate che viene solo per sfruttare il sistema sanitario nazionale anche se involontariamente.

Chi abita a Londra sa bene che in una situazione del genere la soluzione è solo una, ovvero bisogna iniziare a pregare tutte le divinità disponibili nei vari deck religiosi del mondo e rimboccarsi le maniche. A Londra la gente non ha tempo di fermarsi, perché il tempo è denaro e perché i bus vuoti nella rush hour passano una volta ogni morte di Papa. A Londra vige la legge che ognuno fa per se. Vi dicessero mai il contrario le opzioni sono due 1) Vi stanno mentendo; 2) Hanno trovato l’unica zona dove questa regola non vale – se così fosse, fatevi dare precise indicazioni che così mi trasferisco subito.

Ricapitolando. Ero da sola, con 48 chili di valigie da portare giù per almeno 10 gradini, la pioggia che mi scrosciava addosso senza alleviare la calura che mi portavo addosso grazie al maglioncino di lana (“Ascolta mamma, che in Scozia fa freddo: copriti che sennò ti viene la febbre”) ed in una strada laterale senza l’ombra di un umano attorno. Potevo piangere, oppure risolvere la situazione con un approccio da cartone animato, poggiando la valigia sul fronte e lasciandola elegantemente scivolare per le scale. La riduzione la fatica valeva la cattiva impressione che avrei fatto con i vicini.

Ma poi, in distanza, con il suo cappellino alla Bob Marley, una giacca gialla che neanche io, che adoro il giallo, avrei mai osato comprare ed un paio di orrende scarpe a punta marroni, compare lui. Lui che pare uscito da una Brixton anni ‘70 attraversa la strada e mi domanda, con un accento fortemente Scozzese – del tipo: Braveheart mettiti in coda come alle Poste che senza bollettino un accento così non te lo danno – se ho bisogno di aiuto.

Avrei voluto abbracciarlo tanto ero sorpresa dalla sua offerta. La settimana prima ero a Londra con la mia migliore amica, mani piene di borse della spesa (e shopping, ma questa è un’altra storia) ed una caviglia dolorante e non un cane che avesse almeno avuto la cortesia di scostarsi per farci scendere dal bus. Lui aveva attraversato la strada. Il mio stupore nel raccontarlo dovrebbe farvi capire quanto ormai sono poco abituata a questi improvvisi atti di cortesia.

Le cose sono andate solo migliorando nelle settimane seguenti.

Appena arrivata in Inghilterra nel 2012, la cosa che mi aveva colpita di più erano le code spontanee create dai passeggeri in attesa dei bus pubblici. A Torino una cosa del genere sarebbe stata impensabile. Il mio liceo si trovava nel centro città, vicino ad un altro liceo ed una scuola media: immancabilmente, anno dopo anno, gli orari di uscita si allineavano perfettamente, risultando in una perenne lotta all’ultimo sangue per riuscire ad infilarsi in un minuscolo anfratto dell’automezzo per arrivare ad un’ora decente per pranzo. Il fatto che io stessi a meno di quindici minuti a piedi dalla scuola è un piccolo dettaglio.

Avanti veloce di quattro anni e mi ritrovo in Scozia, che nonostante sia sempre parte del Regno Unito – per adesso? Per ancora qualche anno? Chissà – è completamente diversa sia a livello climatico che a livello umano.

Le code per i bus sono intelligenti, anche più che a Londra: la mattina si guardano gli orari dei bus appesi alla pensilina, si calcola quale dei veicoli arriverà prima e ci si regola di conseguenza. Gli astanti in attesa del primo si mettono sotto la tettoia della fermata, mentre gli altri aspettano in coda contro il muro, inserendosi sotto la tettoia solo quando il primo gruppo ha passato l’attento esame del conducente. E così man mano che arrivano i bus, senza scambiare mai una parola, seguendo un piano ben chiaro quasi geneticamente parte della persona.

Altro tratto tipicamente scozzese è la costante voglia di aprirsi agli sconosciuti. Mentre a Londra i primi mesi possono essere molto difficili per i nuovi arrivati, a meno che non si conosca già qualcuno o si entri da subito in contatto con la propria comunità di appartenenza, in Scozia mi sono sentita subito a casa. In primo luogo perché mi è stato dato il tempo di abituarmi alla nuova situazione professionale in cui mi trovavo, e anche grazie all’aiuto dei miei colleghi che da subito si sono offerti di farmi esplorare la città insieme a loro. Mi hanno da subito fatto sentire una di loro, ed ancora adesso condividiamo sui social media un rapporto di amicizia molto forte.

Per quanto io sia solitamente introversa, mi faceva piacere conversare con i commessi e le commesse dei negozi del centro, o scambiare qualche chiacchiera con i cassieri del mio supermercato locale. A Londra c’è sempre un sacco di gente da servire, e mi rendo conto che il medesimo approccio non sia possibile in una così grande città, però ho molto apprezzato il poter scambiare due parole con la gente nei negozi senza dovermi preoccupare della ressa di gente in coda dietro di me.

Come ha detto mia sorella quando è venuta a trovarmi la prima volta a Edimburgo, la Scozia è molto più europea rispetto al resto del paese – anche se la sua metrica di paragone si basa fondamentalmente sull’aggiunta del cucchiaino insieme al suo caffè invece degli stecchini inutili di Starbucks per girare lo zucchero.

La sensazione che mi ha dato era molto simile a quella che provo normalmente quando torno a Torino. Un’ondata di acqua fresca, che rinvigorisce e rafforza, accompagnata da una rilassante sensazione di calma che purtroppo a Londra bisogna imparare a ritagliarsi nella routine più frenetica della capitale.

Una sensazione di casa.

 

 

 

 

Italians a lavoro: si torna in Italia puntando su giovani expats. Novità in arrivo il 30 gennaio

Un Italians a lavoro sul campo, in Italia, per altri Italians. È questa la storia di Pietro Novelli, manager del mercato italiano di Oliver James Associates (società di executive search) che investirà su Milano proprio con un team di Italian Expats! In altre parole, un gruppo di ricercatori di talenti arriverà nella capitale del nord Italia alla ricerca di figure professionali innovative, come quella del Chief Data Officer. La loro arma? Dati, numeri, grafici e tabelle.
Perché – parafrasando un ben noto telefilm – Digital is the new sexy.

La storia – Dopo un anno turbolento, in cui vari eventi hanno sconvolto il panorama socio-politico ed economico europeo (vedi Brexit e la recente elezione presidenziale americana), si torna dunque a puntare sui giovani per contrastare il fenomeno dei cervelli in fuga. E proprio su questo punta la Oliver James Associates – società inglese leader nel recruitment internazionale – che nel 2017 continuerà la sua crescita consolidando la presenza nel Vecchio Continente, aprendo un ufficio a Milano,  che si occuperà principalmente di tecnologia e mondo digitale. Rimarranno attive anche le diverse aree già consolidate, come quella dell’attuariato, risk, audit & compliance e change management.

Un Italians doc – Pietro Novelli è un vero Italians DOC: partito dall’Italia, ha studiato all’università di Manchester, è stato assunto nel graduate scheme della Royal Bank of Scotland nella sezione investment banking dove ha anche coadiuvato l’avviamento dell’ufficio del Nord-Ovest della camera di commercio italiana per il Regno Unito. Nella Oliver James Associates è arrivato nel 2014, specializzandosi in change management per poi avviare, ex novo, lo sviluppo del mercato italiano. Una scelta rivelatasi più che azzeccata, e che ha fruttato solo nel 2016 oltre un milione e mezzo di sterline. Un endorsement coi fiocchi è arrivato anche da Tim Dale, Group Director per l’Europa di Oliver James Associates: “Ho completa fiducia in Pietro e nelle sue capacità manageriali di guidare
questo team, che prevediamo possa raggiungere i 30 elementi entro il terzo anno”, ha anticipato Tim Dale. La soluzione vincente? “Un gruppo di giovani italiani che è davvero felice di ritornare in patria, e questo è qualcosa che vogliamo valorizzare, man mano che la nostra presenza si andrà consolidando nell’Europa del dopo-Brexit”.

Cosa ci dobbiamo aspettare? Tra qualche giorno, il 30 gennaio per l’esattezza, entreranno nell’innovativo spazio di lavoro “Copernico” ben otto recruiters, tutti rigorosamente under-30 che si occuperanno di dati, tecnologia e digitale. Tra questi, il capitano della squadra sarà proprio Pietro Novelli. Un’occasione per tornare nel proprio paese, per tutti quei ragazzi che lontano dall’Italia ora sono “estremamente motivati per l’opportunità offerta dalla città di Milano, dinamico centro tecnologico, innovativo ed economico”, ha spiegato Novelli. Una nuova sede, una nuova avventura che richiederà molto impegno: “Abbiamo riscontrato diverse difficoltà burocratiche e finanziare – ha commentato il manager di Oliver James Associates – che stiamo affrontando con determinazione perseguendo l’obiettivo di conquistare una significativa fetta di mercato nel prossimo triennio”. Parlando di piani futuri, “l’obiettivo è quello di espanderci su diversi settori sfruttando l’expertise acquisita e i nostri incomparabili metodi di ricerca e selezione”, ha concluso Novelli. Piani che hanno già aiutato campagne finanziarie internazionali e locali ad assumere i migliori profili presenti sul mercato, sia italiano che estero.

Che dire? Non ci resta che fare un enorme in bocca al lupo a Pietro e a tutto il team!