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La metafora della Nave

Eccomi qui, ancora una volta per condividere con voi un paio di riflessioni sulla leadership, un concetto per me molto affascinante. Leadership, femminile o maschile che sia, poco importa, purché contribuisca al benessere di un’ organizzazione in termini di perseguimento di valori comuni, missione per la quale nasce, e di rispetto della responsabilità societaria (e non solo in termini di business), ambientale e umana (quella che potremmo insomma identificare concetto di corporate social resonsibility).

Come oramai avrete imparato, mi piace riflettere su concetti e idee raccontandovi alcuni aneddoti ad essi legati, storie o metafore, perchè mi piace aprire il dialogo, dibattere con voi su tematiche sociali che ci stanno a cuore. E la metafora della nave é quella con cui spiego il mio pensiero in questo periodo: “le persone giuste siedono sulle navi: ciascuno al loro posto” – questa metafora é ispirata dalla metafora del bus – ma che a me piace vedere come nave anziché bus, a dire il vero – nel best seller di Jim Collins, Good to Great.

Nel libro, pubblicato nel 2001, l’autore ci spiega come un leader dovrebbe comportarsi per vedere la sua squadra eccellere e nel far ciò utilizza il potere dell’immaginazione e dell’immaginario a veicolare i suoi concetti.  In breve, secondo Collins, i leader sono capaci di trasformare le loro organizzazioni e non iniziando non dal fissare una direzione, imponendo regole, ma mettendo insieme le persone giuste, così come su una nave ognuno siede al proprio posto, quello giusto. Ma la domanda, centro poi della metafora potremmo dire, e cui l’autore poi ci mette a confronto è la seguente: come fare a riconoscere le persone “giuste”?

La risposta che ci da Collins potrebbe essere riassunta ocme segue. I leader riconoscono 3 semplici verità:

  • Se inizi con allprocciarti al “chi”, piuttosto che al “cosa”, puoi adattarti più facilmente a un mondo che cambia;
  • Se hai le persone giuste sulla tua nave, il problema di come motivare e gestire le persone scompare in gran parte, perché saranno loro stesse auto-motivate, avranno un inner drive (una spinta interiore – un volontà di apprendimento, di curiosità e di migliorarsi) per raggiungere migliori risultati e far parte della creazione di qualcosa di eccezionale;
  • Se hai le persone sbagliate, non importa se scopri la giusta direzione; non avrai un’ottima compagnia.

Assemblare la squadra, circondarsi di persone giuste, insomma, è il primo punto cruciale. É il potere di una giusta community: insieme si puo’ imparare, si possono sviluppare tanti progetti, si possono aggiustare gli angoli, scoprire i propri talenti e i talenti, le passioni e gli interessi del proprio team, per vedere lontano, insieme, proprio come i passeggeri di una nave. Lo vedo nel mio lavoro, ogni giorno: se si crede in una causa comune, si lavora bene insieme perché si vogliono raggiungere gli stessi obiettivi umanitari e che possano giovare intere comunità sul lungo termine. 

E rifacendomi a questa metafora della nave e a queste tre “regole d’oro”, penso che, in Italia come all’estero, la grinta, la motivazione e la voglia di fare sono (e devono) essere premiate. Certo, ci vuole una buona dose di impegno, concentrazione, attenzione ai dettagli e tanta pazienza, ma alla fine, i risultati arrivano e i sogni possono avverarsi.

E mi piace pensare a questa metafora come a una vera e propria nave che si dirige verso orizzonti nuovi da esplorare insieme, tra vento e mare, simboli della libertà e della volontà di conoscenza e in più, da una nave non é cosi facile scendere, come da un bus, e sulla nave quindi  supportare il team (e alle volte dovremmo pure prlare di sopportazione e resilienza. Insomma, non solo di supporto, ma anche di sacrificio). Bisogna quindi mettere tutti al posto giusto, liberi di  liberare il potenziale di ciascuno per poter vivere bene insieme, e credere insieme in uno stesso ideale, lottare insieme e amare insieme.

Come c’insegna Catullo, nel lavoro, come nelle relazioni, Odi et Amo, ci si odia e ci sia ama: bisogna solo crederci un poco di più e avere la forza e l’entusiasmo di andare avanti, navigare ancora un po’, tra vento e mare, ogni giorno!  

We are all on the same boat!

Sailor Gaia

Violenze di genere: non dev’essere una lotta tra donne e uomini

Forse potrò sembrare un po’ ripetitiva, ma non mi stancherò mai di dire che nella lotta contro le violenze di genere gli uomini devono essere inclusi nel dialogo attuale. E soprattutto, devono essere liberi di potersi esprimere su quale sia per loro il significato di lotta di genere, generazione eguaglianza, giustizia e opportunità egualitarie tra donne e uomini.

Anche gli uomini possono essere vittime di violenze, di harassment, parola trendy di questi tempi che può essere tradotta in molestie. Volete un esempio? C’è questa donna che vuole assolutamente uscire con un uomo: l’uomo, in maniera gentile, declina l’invito, ma lei comunque continua a chiamare e arriva addirittura a pedinarlo. Allo stesso modo delle donne, è un falso mito il fatto che la violenza negli uomini sia innata: anzi, è proprio colpa di un modello sbagliato di mascolinità che permette e incoraggia gli uomini ad essere aggressivi. Siamo umani e abbiamo un’educazione civica per vivere in serenità nella società, dobbiamo riuscire a controllarci, anche nelle situazioni più disperate. Se non ci riuscite, prendetevi un momento e ascoltate questa canzone di Raf – Self Control. Se tutti insieme non ci riusciamo, non ci resta che condividere i nostri pensieri e emozioni, per agire insieme e risolvere i problemi.

Lo scorso 25 novembre, nella giornata internazionale della lotta contro le violenze di genere, ho partecipato all’evento di apertura di un centro di ascolto per le vittime di violenze di genere, uomini e donne, nella capitale del Madagascar, Antananarivo (o più comunemente detta Tana, per facilità). Ad inaugure l’evento c’era la first lady/prèmiere dame del Madagascar, Mialy Rajoelina, ambasciatrice di UNFPA per la lotta alla violenze di genere e presidente dell’associazione di donne Fitia, promotrice di diritti e protezione delle donne nel paese.

Mi ha particolarmente colpita l’utilizzo della messa in scena teatrale come tecnica per parlare di violenza di genere, di abusi fisici dovuti alla dipendenza di droghe e alcool, di prostituzione infantile e di molestie emozionali. Attraverso l’arte, infatti, è possibile veicolare messaggi sociali che possano farci riflettere, farci cambiare e migliorare i nostri comportamenti, o anche ad individuare quelli scorretti quando si palesano ai nostri occhi, e quindi impegnarsi per correggerli.

Diversi studi dimostrano e confermano che gli autori delle vittime di violenze di genere sono i partner che le vittime amano e di cui hanno più fiducia. Un paradosso in termini primordiali. Dobbiamo sempre ricordare nei nostri cuori il rispetto per tutti gli esseri umani, i nostri partner, i nostri amici, i nostri colleghi e le nostre famiglie. Le violenze sono fisiche: stupri e femminicidi, ma anche (e soprattuto oggi, ai tempi della generazioni “cibernetica”) le violenze psicologiche ed emotive, il ciberbullismo e gli insulti online. Gli uomini stessi dovrebbero, per primi,  far parte della discussione, per condividere la realtà e i troppi silenzi che li hanno portati all’omertà e a perpetuare un ciclo di violenza, di generazione in generazione.

Vi invito a leggere qualche estratto del rapporto di UN Women, in collaborazione con Promundo sulla comprensione della mascolinità positiva. Il report ci spiega cosa significhi essere uomini oggi. Dall’inizio dei secoli la società ha perpetuato il ruolo di uomo come pater familias e unico lavoratore, che porta quindi il cibo e il denaro a casa. E che con autorità, secondo i diversi usi e costumi, è l’unico a dover e poter decidere sulle sorti della propria casa, intesa anche come complesso delle relazioni sentimentali e di famiglia. Un uomo nuovo può essere un uomo che ascolta di più, che comprende le donne, un uomo disponibile a condividere responsabilità e decisioniun uomo che sta dalla parte delle donne, che le aiuti (e non parliamo qui solo di lavori domestici, ma anche di carrierà, di supporto morale e molto altro). Un uomo che appoggia la donna nelle sue decisioni e nel perseguimento dei suoi sogni, un uomo che non ostacola ma che facilita. Un uomo che, prendendo il congedo di paternità, non si senta sminuito nelle sue funzioni lavorative, o ancor peggio umiliato ma che, al contrario, veda questo (e altri gesti) come naturale  ripartizione egualitaria di compiti e come rispetto tra uomo e donne liberi di potersi aiutare, amarsi e vivere insieme senza pregiudizi o preconcetti.

Come ormai saprete, nella mia vita trovo sempre nelle canzoni dei grandi insegnamenti per la mia vita e ogggi vi propongo di di ascoltarne due, dei Pet Shop Boys. La prima è sull’intelligenza emozionale: Pet Shop Boys, So Hard 

“Tell me why, don’t we try, not to break our hearts and make it so hard for ourselves”

Mentre la seconda canzone è Together, Insieme:

“Together’s amazing Together we’re blazing Together we’ll go all the way Together I’ll cry with you Together I’ll die with you Together we’ll go all the way”

Concludo qui la mia riflessione. Ma non prima di aver provato a lasciare e a lanciare qualche hashtag per il mondo Social e con l’augurio che l’hashtag social diventi realtà: #PeacefulLiving #Support #Solidarity

 

Parliamo della Cina in Africa, il “secondo continente della Cina”

Al Forum della Cooperazione Cina-Africa del mese scorso a Pechino, il presidente cinese Xi-Jinping ha annunciato 60 miliardi di dollari in nuovi finanziamenti in Africa.

Le otto maggiori iniziative della cooperazione Cina-Africa sono: promozione industriale, connettività delle infrastrutture, facilitazione del commercio, sviluppo verde, capacity building, sanità, scambi culturali, pace e sicurezza.

Dove l’Europa vede rischi come migrazione, terrorismo, instabilità politica, la Cina vede invece opportunità come risorse naturali e preziosi minerali. L’Africa ha infatti petrolio, rame, cobalto e minerali di ferro: per questo rappresenta un grande mercato per produttori cinesi e società di costruzioni, ed è un veicolo promettente per l’influenza geopolitica cinese. Ma il comportamento degli attori cinesi in Africa non è esemplare: vi sono stati reclami legittimi di aziende cinesi che impiegavano africani del posto maltrattandoli, sottopagandoli e ponendo poca attenzione alla cura dell’ambiente.

Tra il 2000 e il 2017, gli investimenti diretti esteri cinesi in Africa – in miliardi di dollari – hanno visto protagonisti l’Egitto (24 miliardi di dollari) seguito dalla Nigeria (6 miliardi di dollari), dall’Algeria, Sud Africa, Mozambico, Etiopia, Angola, Niger, Zambia e Marocco (2.5 miliardi di dollari).

Rinominato il “secondo continente della Cina”, l’Africa è diventata sempre di più un laboratorio di idee e di significato strategico per il commercio internazionale (porto di Gibuti, e risorse naturali della Nigeria). Circa un milione di imprenditori cinesi si sono trasferiti in Africa, imparando la lingua e apprendendo le dinamiche del territorio in maniera strategica.

Vivendo in linea diretta le nuove infrastrutture, le strade, i ponti, le residenze e i mezzi di trasporto costruiti dai manager cinesi in Africa dell’est, poso testimoniare due sono le tendenze di pensiero in merito alla questione cinese in africa sono due: diritti umani e protezione lavorativa da un lato, pensiero e azioni lungimiranti per il progresso industriale dell’Africa dall’altro.

In maniera alquanto bizzara, ma reale, coloro che si schierano per i diritti umani e la protezione dei lavoratori siamo perlopiù noi occidentali (o come siamo chiamati qui, i musungu, i bianchi). Chi si schiera invece per il progresso industriale é la popolazione africana stessa. Un caso eclatante è stato esposto dal giornale americano The New York Times –  Kenyans say Chinese investments brings Racism and Discrimination – in un articolo in cui espone la vicenda cinese sotto una diversa prospettiva e in cui si da voce ai kenioti, i quali avrebbero lamentato episodi di discriminazione e razzismo da parte dei cinesi, che a quanto pare avrebbero soprannominato i kenioti “scimmie”, con accezioni a dir poco negative ed umilianti.

La popolazione cinese in Kenya attualmente conta circa 40.000 persone; molto spesso vivono in grandi edifici con poca interazione con la popolazione locale. Lavorano e non conoscono le dinamiche del territorio. Le condizioni lavorative per entrambe le parti non sono le migliori. La vita sociale é minima per i cinesi, i kenioti vengono sottopagati e trattati al limite della dignità umana. Dobbiamo riflettere su questi punti e sull’influenza di questa Grande Cina, potenza in via di espansione, che gioca alla strategia del controllo dei mari e della win-win cooperation, cooperazione che dovrebbe appunto vedere entrambi vincitori, Cina e Africa, puntando sugli istituti di cultura e sugli scambi tra università e soft diplomacy.

Dalla parte africana, invece, ho avuto modo di confrontarmi con specialisti del commercio internazionale, con storici ed educatori di scienze umane e sociali, accomunati tutti dall’apprezzamento per la lungimiranza cinese. In breve, l’idea comune è questa: è il turno dell’Africa di saper negoziare per l’industrializzazione dei propri paesi. Come scrive anche il Foreign Policy, l’aiuto cinese e gli investimenti sono positivi per l’Africa. Questo perché l’assistenza cinese consiste, per la maggior parte, in crediti all’esportazione e in prestiti per le infrastrutture (molto spesso con poco o zero interesse). E le sue caratteristiche sono: flessibilità, velocità e zero condizioni.

Secondo gli studiosi africani, sono ora i governi africani a dover fare girare la ruota dell’economia e ad utilizzare questi investimenti nei loro paesi per industrializzarli. I Paesi africani devono, quindi, divenire i “proprietari” di questi investimenti, migliorando le competenze, le abilità dei lavoratori ed imparando le tecniche dai cinesi che, in termini di tecnologia ed innovazione, sono molto avanzati.

Not merely receivers, but proactive transformers of the opportunites“. Ossia “non meramente riceventi, ma proattivi trasformatori delle opportunità“. Questo è il pensiero comune con cui mi sono confrontata nell’ultimo periodo di acceso dibattito Cina-Africa.

Viviamo per vedere. Ma si sa, la Cina lavora sul lungo periodo. Impariamo e osserviamo.

 

If there is a Will, there is a Way: id est, Volere è Potere

Questa foto rappresenta l’inizio di una Grande Avventura insieme. Cinquanta giovani, rappresentanti Giovani dei Paesi del G20, si sono incontrati a Cordoba, Argentina, dal 13 al 20 Agosto 2018, per discutere dei problemi che affliggono i giovani globalmente, e trovare delle soluzioni innovative, con uno sguardo curioso e attento al mondo che sta cambiando.

Una settimana di lavori intensi per infine arrivare alla stesura di un documento di politiche che le noi giovani vorremmo ascoltate e rappresentate in quelle che poi saranno le politiche di governo dei nostri rispettivi paesi, e per le quali ci “batteremo” per fare in modo che i nostri leader di governo possano discuterne, sedendosi al tavolo del G20 con le nostre proposte, per approvarle e per applicarle infine alle nostre vite, a quelle di tutti.

La protezione dei giovani in campo lavorativo é al primo posto, con la creazione di uno schema di protezione sociale che permetta ai giovani di cambiare lavoro, non solo “geograficamente”, ma anche rispetto a campi di specializzazione diversa, ma restando quindi protetti da assicurazione sociale, assicurazione medica e contributo pensione.

Altro punto importante per noi giovani (e non solo) è il re-skilling, o riqualificazione, con una serie di training che il settore pubblico e il privato deve poter offrire ai lavoratori, con due obiettivi principali da tenere bene a mente: rimanere rilevanti e aggiornati nel mondo di lavoro (pensiamo a nuove competenze di teamwork, empatia, compassione, collaborazione – le cosiddette soft skills – ma che comprendano anche dei programmi intensivi digitali e tecnologici, per permettere a tutti di sapere navigare nel mondo di oggi, decisamente tech e sempre più interconnesso) e poter crescere nell’azienda o nell’organizzazione per cui si lavora (crescita professionale).

Altro punto sul quale ci siamo concentrati, tra gli altri, é quello del congedo parentale non trasferibile tra i coniugi, per permettere che entrambi i coniugi abbiamo diritto ad un periodo con i propri figli, specialmente alla loro nascita. Anche qui, duplice obiettivo: preservare un equilibrio lavoro-vita personale, e in secondo luogo, permettere ad entrambi donne e uomini di poter progredire nella loro carriera, diminuendo il gap di salari e promuovere eguali opportunità femminili e maschili nel lavoro.

Il documento completo ( disponibile qui in inglese) e che presenteremo ai nostri governi, e del quale io vi ho riportato solo alcuni dei temi cardine, già delinea piani di azione in termine di sostenibilità e di utilizzo di energie rinnovabili, di un nuovo modo di insegnare e di apprendere nel XXI secolo (quali sono le competenze per i lavori del futuro), incentivi e spazi per gli imprenditori e per le start-up e la loro sostenibilità e profitto nel tempo, e il futuro del lavoro, i cui punti e spiegazioni sono sopra elencati.

Se vogliamo vedere e fare esperienza di un futuro con maggiori opportunità di lavoro, in cui i ragazzi sono non solo preparati, ma capaci di affrontare le molteplici sfide che la vita ci presenta, in campo personale e lavorativo, dobbiamo preparare sin da ora le basi per la nostra presente generazione e per lasciare una legacy positiva a quelle che seguiranno per l’apprendimento di nuovi soft skills – come empatia, teamwork, compassione, dialogo – ma anche hard skills – come per esempio l’utilizzo della tecnologia per facilitare le collaborazioni di lavoro in tutto il mondo.

Alle volte, o per qualcuno, può sembrare difficile, certo, ma dobbiamo riuscire a immaginare ora il futuro che vogliamo. Tutti i nostri sogni possono essere messi su carta e divenire realtà, e non é solo un modo di dire. Se siamo sicuri di quello che vogliamo, dobbiamo saperlo scrivere, spiegarlo e deve essere trasmesso a chi può influenzare le politiche di governo e dobbiamo farlo non solo per noi, i giovani di oggi, ma per i giovani di domani, per i leader che sapranno mettere in pratica delle soluzioni concrete alle difficili sfide del nostro presente. Per permettere all’Umanità di essere migliore, migliorando le nostre condizioni presenti.

Infine, mettere a disposizione le nostre capacità sul lavoro, le nostre abilità di innovare e di pensare criticamente, di metterci in gioco, e di mettere in discussione lo status quo, per eliminare l’ineguaglianza e l’ingiustizia nel mondo, sono azioni più che mai essenziali, necessarie. Sempre con la consapevolezza di far parte di una stessa barca, noi, essere umani limitati nel tempo, ma con la volontà di vivere felici, in armonia con gli altri, dove rispetto, altruismo, pace, dialogo, negoziazioni e gentilezza siano i pilastri della nostra esistenza terrena. Dove l’Amore per noi e per il Prossimo ci permetta di fare sempre del bene, e comunque, il Bene delle Nostre Società, combattendo l’esclusione sociale e proteggendo le risorse del nostro pianeta terra, per tutti.

Quello che mi rimarrà per sempre di questa esperienza è il ricordo della fatica delle nottate a scrivere, i dibattiti e le negoziazioni infinite tra noi giovani rappresentanti dei Paesi del G20 per raggiungere il pieno consenso e produrre il policy paper. Ma la memoria più bella sarà sempre auella dei volti e i sorrisi di tanti ragazzi accomunati della stessa instancabile voglia di cambiare il mondo. Ecco, ripensare a questo mi darà sempre l’energia necessaria per svegliarmi e dire a me stessa: “Insieme ce la faremo. Per un mondo più grande e complesso di noi, ma che insieme proviamo a capire, per costruire un futuro di giustizia, di rispetto e di eguaglianza. Tutti noi, nelle nostre vite, possiamo essere un esempio vivente di un avvenire luminoso e pacifico”.

Dedico questo post a Kofi Annan, deceduto il 18 agosto 2018, diplomatico Ghanese e settimo Segretario Generale delle Nazioni Unite dal 1997 al 2006, e premio Nobel per la Pace nel 2001.

More than ever before in human history, we share a common destiny. We can master it only if we face it

Orizzonti condivisi, menti in sincronia: Pangea pan-africana

Se potessi scegliere una nuova area di specializzazione di studio, probabilmente opterei per la storia del mondo (da quando, all’inizio della vita degli uomini, eravamo tutti uniti geograficamente e territorialmente nella Pangea). Come in una Pangea di territori, mi piacerebbe molto approfondire gli ideali di Pan Africanismo e e di antropologia africana, ossia, come i ricercatori, i filosofi africani vedevano e vedono il mondo,  quale era (ed é, se é cambiata) la concezione del mondo, delle relazioni umane e del senso della vita, dell’idea di lavoro, di società, di amore, di rispetto, di matrimonio. Un’infarinatura direi, perché il continente africano é molto grande, ed é complicato decifrare il comportamento di tutte le popolazioni, e poi, perché no, specializzarmi in un’area specifica dell’Africa e studiarla, dal punto di vista socio-culturale e filosofico. Id est: perché le persone fanno quello che fanno, cosa pensano delle persone bianche, quale e’ la loro concezione di vita e come vedono la storia.

Mi sono incuriosita all’argomento, interagendo sempre più con amici e colleghi provenienti dal Kenya, dalla Tanzania, dal Rwanda, dall’isola di Mauritius, dal Cameroon, dal Senegal e dalla Nigeria. Si dice, generalizzando, che si va in Africa dell’Est per scoprire i luoghi (ci sono molta natura e aninali) e si va in Africa dell’Ovest per scoprire e conoscere le persone (c’é molta arte e cultura). Sono luoghi e persone da scoprire. La nostra mente occidentale é incapace di grasp it (comprendere fino in fondo) i comportamenti di una comunità, soprattutto perché la storia africana é anche (e purtroppo) fatta di molto colonialismo, che studiamo sui banchi di scuola europei, ed é – sempre sfortunatamente – tutto quello – o pressoché tutto – quello che sappiamo dell’Africa.

Ma c’é davvero molto di più. E siccome la nostra mente é “tarata” su un sistema di vita e di valori occidentali, non riusciamo  fino in fondo e nonostante tutte le conversazioni con tutti gli amici e colleghi provenienti da questo mondo, a capire quale é davvero la realtà che li circonda. Per non dilungarmi troppo a parole, forse potrei meglio spiegarmi con degli esempi. Ve ne riporto tre.

Il primo riguarda il saluto e la maniera di poter intavolare conversazioni con tutti, in qualsiasi momento e su questioni semplici o complesse, senza mai lasciare che un’emozione fuoriesca dalla conversazione. Mi é capitato molte volte di trovarmi, su uber – il mezzo di trasporto piu’ utilizzato e il più sicuro in Kenya – alle sette del mattino, discutendo di politica, elezioni, dei due mondi (Europa e Africa), di matrimoni interculturali, di gelosie, rispetto, insegnamento a scuola, condizioni di traffico e sistemi di drenaggio della città. Tutto nel giro di 30 minuti di viaggio. (I record di conversazione penso avvengano qui).

Il secondo riguarda la grande differenziazione tra amore e matrimonio: ho capito che l’Amore é una concezione prettamente romantica e occidentale, mentre il matrimonio, nelle società africane, significa portare rispetto verso l’altra persona, introducendo lo sposo o la sposa agli altri membri della famiglia e alla comunità di appartenenenza, che significa: la società. L’amore puo’ anche avvenire fuori dal matrimonio, ma il divorzio non é ben visto. Il concetto più vicino di amore – per come lo conosciamo noi – che ho trovato qui é quello di amore verso Dio, verso la generosità e le azioni buone della comunità in favore dei più bisognosi.

Il terzo esempio (che poi é la chiave per poter vivere in Africa) é il noto motto  “If you want, go get it!”. Nessuno ti dirà mai cosa fare, dove andare, come fare. “Se vuoi qualcosa, vallo a prendere” spiega la filosofia africana, compresa da me, fino ad ora. Nessuno ti chiederà spiegazioni, perché il cuore non ascolta ragioni, per cui, se ti senti di fare qualcosa, fallo e basta, ma giustamente, considerando le conseguenze delle proprie azioni. Concetto che fino ad ora non mi é ben chiaro se venga inteso qui oppure no. Noi Europei forse siamo più timidi e non ci buttiamo, perché possiamo immaginare conseguenze, mentre qui questo non sempre avviene. Insomma, se te la senti, fallo, e poi, solo poi, vedrai cosa succede. Un po’ di sana incoscienza e spirito di avventura e scoperta.

Dal canto mio, sono profondamente affascinata dall’altro, come penso tutti gli Africani siano affascinati dagli altri. Questo credo sia lo “spirito umano” ed anche un segno di grande profondità degli esseri umani stessi.

Ovviamente questi miei tre punti sono estratti dalla mia vita, dalla mia personale esperienza africana, che puo’ scontrarsi con altri fatti reali avvenuti ad altri livelli o altri paesi africani, ma ora che mi trovo in Africa dell’Est, questo é quello che vivo, percepisco e comprendo. Credo sarebbe interessante se maggiori ricerche “scientifiche” venissero fate a tal proposito.

Per maggiore ricerche, penso dovrei recarmi presso CODESRIA, il consiglio per lo sviluppo della ricerca delle scienze sociali in Africa. Vi sono diverse pubblicazioni chiamate The African Anthropologist, e forse potrei iniziare una nuova carriera di ricercatrice africana, e iniziare a leggere qualche pubblicazione e libro, che spazi dalle idee cosmologiche, alle tradizioni culturali e al sistema di credo religiosi delle popolazioni africane, attingendo all’Instituto Internazionale Africano (qui alcuni classici consigliati dall’Instituto, e un libro pubblicato da Oxford Bibliographies sugli studi socio-cultural e antropologia dell’Africa)  per poter scoprire qualcosa di nuovo che non conosco e mi affascina, chissà.  Guidata dai sei migliori antropologi che parlano di Africa, qui, forse dovrei tornare ai banchi di scuola e iscrivermi ad una facoltà che offra studi africani come dottorato di ricerca o master (qui alcune idee di corsi, su studi Africani, da Stanford, programma PhD dalla Columbia University- dipartimento di antropologia, con idee più generali sulla antropologia socio-culturale, a Birmingham dipartimento di studi africani).

Leopold Sedar Senghor (1972) © Council of Europe Official visit of president of Senegal and poet Leopold Sedar Senghor, october 1972.

Una fonte di ispirazione sono di certo le poesie del diplomatico, poeta e politico Leopold Sedar Senghor, e primo presidente del Senegal (1960-1980). Vi lascio quindi con una sua poesia sulla bellezza della donna Africana, sperando possiate apprezzarla:

 

Femme nue, femme noire,

Vêtue de ta couleur qui est vie, de ta forme qui est beauté’

J’ai grandi à ton ombre

La douceur de tes mains bandait mes yeux

Et voilà qu’au cœur de l’été et de midi

Je te découvre, terre promise, du haut d’un haut col calcine

Et ta beauté me foudroie en plein cœur, comme l’éclair d’un angle.

 

Alla prossima avventura !