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Intervista a Filippo De Grazia, media officer del Patriarcato latino di Gerusalemme

Fine agosto, fine estate, il periodo che precede ogni nuova partenza. Proprio in questi giorni di calda attesa abbiamo conosciuto il nostro Italian del mese Filippo De Grazia, 29 anni cresciuto a Terni ma originario di Narni – un piccolo borgo umbro – attualmente in Medio Oriente da oltre un anno.

Dopo una laurea in Legge con tesi in diritto bancario, oggi Filippo vive e lavora tra Israele e la Palestina, dove collabora con il media office del Patriarcato latino di Gerusalemme. Le sue passioni? Il cinema europeo, le chiese barocche romane e la Juventus. “Lavorare a Gerusalemme, in Città Vecchia, è semplicemente la cosa migliore che mi sia mai capitata”, ci anticipa Filippo. Ma partiamo dall’inizio…

Ciao Filippo! Partiamo dalla tua storia: come e quando sei arrivato a Betlemme? E soprattutto, perché hai scelto di trasferirti proprio lì? Faceva tutto parte di un piano oppure quella di partire è stata più una necessità/vocazione?

Ciao a voi! Niente di pianificato, Betlemme è uscita un po’ per caso! Era l’autunno del 2017 e io ero tornato in Italia dopo circa cinque mesi in Etiopia. Cercavo disperatamente lavoro e nel frattempo studiavo per dei concorsi pubblici. Per mesi impiegavo le mie giornate a mandare candidature per lavorare nel settore privato. Un giorno di novembre la mia vecchia vicina di casa di Addis Abeba mi segnalò il bando residui del servizio civile. Io ero disposto a partecipare solo per destinazioni straniere ed ero orientato a scegliere l’Africa occidentale. Poi notai due progetti in Palestina, a Betlemme. Ho ricevuto un’educazione cattolica e l’attrazione verso la Terra Santa mi ha spinto a cambiare idea… Così mandai la raccomandata, feci il colloquio e dopo mesi di attesa, durante i quali tornai in Etiopia, mi contattarono per comunicarmi che ero stato selezionato.

Sappiamo che lavori al media office del Patriarcato di Gerusalemme, ma di cosa ti occupi precisamente? Hai trovato nuove (e più concrete) opportunità rispetto a quello che ti offriva l’Italia nel tuo ambito, quello della comunicazione?

Anche il lavoro al Patriarcato latino di Gerusalemme è stato un prodotto del caso, ma non posso negare il singolare fil rouge che a questo proposito unisce il mio passato al mio presente. Pensate che avendo studiato a “La Sapienza” di Roma, ero solito visitare la vicina chiesa paleocristiana di San Lorenzo al Verano. Ebbene, solo una volta essere stato assunto al Patriarcato scoprì che proprio quella chiesa di Roma fu la sede del Patriarcato latino di Gerusalemme per oltre 5 secoli!
Arrivai più di un anno fa a Betlemme come volontario in servizio civile, su progetto promosso dalla Confederazione Nazionale delle Misericordie d’Italia che hanno una sede qui a Betlemme. Dopo alcune settimane in cui svolgevo servizio in strutture per anziani e bambini disabili, il mio operatore locale di progetto mi informò che il Media Office del Patriarcato latino (da leggersi diocesi cattolica) stava cercando un madrelingua italiano che avesse un determinato background in comunicazione. Mi presentai al colloquio a Gerusalemme e mi sorprese l’età media del team composto da giovani della mia età. Dopo qualche giorno mi comunicarono di essere stato preso. Essendo il Patriarcato un partner della Misericordia (ente con cui ho svolto servizio civile), la mia attività lì non risultò incompatibile con il progetto. Dal primo giorno mi buttarono subito “in trincea”, il nostro lavoro consiste nel coprire gli eventi della diocesi in tutta la Terra Santa ma non si tratta solo di cerimonie e processioni religiose; al Patriarcato riceviamo spesso delegazioni diplomatiche, sovrani, presidenti e altri rappresentanti delle istituzioni. Su tutto questo redigiamo articoli che pubblichiamo nel nostro sito lpj.org, in più lavoriamo come ufficio stampa traducendo e pubblicando comunicati ufficiali (la lingua della Chiesa qui è l’arabo), documentiamo gli eventi fotograficamente, conduciamo interviste, gestiamo i canali social… insomma, tutto quello che fa una redazione, ma nella cornice speciale e suggestiva di Gerusalemme!

Com’è vivere a Betlemme e lavorare a Gerusalemme? In quanto giovane italiano ti senti ben accettato o ci sono pregiudizi che hai dovuto superare? Raccontaci qualcosa della tua nuova quotidianità, di questa vita lontano da casa.

Dico sempre che vivere a Betlemme sembra un po’ vivere in un paese del Sud Italia. La gente è calorosa, affettuosa, accogliente, ci sono mille colori (tra cui domina il bianco della pietra usata nell’edilizia) e l’atmosfera è unica nel suo folclore! Mi sono sentito da subito integrato in questo incredibile tessuto sociale così diverso eppure così simile al nostro Meridione. Inevitabilmente avevo qualche pregiudizio sul posto e sulla sua gente… ma è bastato veramente poco perché la genuinità degli autoctoni smentisse ogni preconcetto. Parlo solo degli arabi perché purtroppo, nonostante lavori a Gerusalemme da oltre un anno, non ho ancora avuto la fortuna di fare amicizia con gli israeliani. Gli unici con cui interagisco sono i giovani soldati dell’IDF (Israel Defence Force) al check point, con cui naturalmente non è possibile scambiare troppe battute. Lavorare a Gerusalemme, in Città Vecchia, è semplicemente la cosa migliore che mi sia mai capitata. Ogni giorno percorro la Hebron Road che collega Betlemme con Gerusalemme (meno di 10 km) e arrivando da Sud scorgo subito il Monte Sion dove domina imponente la Basilica della Dormitio. Scendo dal pullman accanto alle mura occidentali della città ed entro per la Porta di Giaffa. Da lì percorro a piedi la strada verso il vicino Patriarcato latino.

Da italiano che lavora a Gerusalemme, credo sia inevitabile parlare del conflitto fra Israele e Palestina. Qual è la situazione reale? Hai mai paura di uscire, ci sono situazioni difficili?

La situazione è drammatica e incresciosa. La questione irrisolta tra Israele e Palestina è come uno squarcio su una bellissima tela dove è disegnata la storia del mondo. Dalla guerra dei sei giorni del 1967 Israele occupa illegalmente i territori dei vinti promuovendo piani di espansione edilizia nelle regioni che la Bibbia chiama Giudea e Samaria, geograficamente corrispondenti alla attuale Cisgiordania. Questa forma di colonizzazione è contraria al diritto internazionale, nello specifico alla convenzione di Ginevra e a numerose risoluzioni ONU. A dispetto di questo incontrovertibile dato di fatto che delinea palesemente i ruoli dell’oppresso e dell’oppressore, la realtà è ben lungi da poter essere in maniere unanime definita nei termini suddetti. I sionisti infatti, e con loro una fetta importante della società israeliana, sono sinceramente convinti di essere nel giusto e ritengono che l’espansione in Cisgiordania sia legittimata dalla promessa fatta loro dal Dio della Torah. A rendere ancor più odiosa la situazione è la perpetua paralisi degli accordi di pace tra parti istituzionali e le schermaglie, spesso molto violente, tra palestinesi e israeliani. Non ho paura di uscire a Betlemme, neanche la notte. Mi sentivo più intimorito a Roma! Non percepisco pericoli neppure a Gerusalemme che è totalmente militarizzata. Ma al check point sì, si respira sempre un’aria pesante, come se qualcosa di brutto possa realizzarsi da un momento all’altro. Betlemme è perimetrata da un muro alto e terribile che per attraversarlo è necessario superare i controlli militari. Anche se il passaporto italiano aiuta a superare più agevolmente il confine rispetto ai palestinesi, oltrepassarlo resta comunque una seccatura. Immaginate di passare ogni mattina i controlli previsti dai protocolli aeroportuali, aggravati dalla squallida cornice del Muro, dalla calca delle persone che hanno fretta di superare la barriera per andare a lavorare, dai megafoni che sonoramente intimano in qualche lingua semitica cose che non riesci a capire (verosimilmente un richiamo all’ordine), dal controllo documenti fatto da soldati armati fino ai denti… insomma, di sicuro un’esperienza molto forte. Ricordo che Betlemme è un villaggio arabo circondato da colonie israeliane nei dintorni delle quali molto spesso avvengono attentati terroristici a cui seguono le rappresaglie dell’esercito. Questo spiega l’intensità dei controlli alla frontiera.

A Gerusalemme il lavoro è strutturato diversamente rispetto all’Italia? Penso ad orari di lavori flessibilità, alla meritocrazia, alla responsabilità, o anche alla possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età… sono problemi solo italiani?

Al Patriarcato latino l’organizzazione del lavoro è pressoché uguale ai modelli occidentali. Il rapporto tra i dipendenti dei diversi uffici è molto buono, sinergico per quanto possibile. Il CEO del Patriarcato promuove spesso molte iniziative per fidelizzare i dipendenti, organizzando cene a Natale e a Pasqua, concedendo benefit economici, programmando gite aziendali e ritiri spirituali (visto che si lavora per la diocesi). Onestamente non so se a Gerusalemme questo modello così virtuoso sia diffuso, rimane comunque una città dall’identità prismatica, complessa, multiculturale. Il nostro è un ambiente arabo e quello che posso testimoniare è che qui ho trovato flessibilità, meritocrazia e, soprattutto, una fiducia verso i più giovani che in Italia non ho mai avuto occasione di constatare. Qui anche il modello scolastico-universitario favorisce un miglior inserimento dei più giovani nel mercato del lavoro. Già a 21 o 22 anni finiscono l’università e tendenzialmente iniziano subito a lavorare ricoprendo compiti di responsabilità, senza passare dalla gavetta interminabile dei tirocini. Ovviamente non è per tutti così, gli arabi della Cisgiordania non hanno le stesse opportunità degli arabi di Israele, ma qui apriamo un capitolo diverso, troppo ampio.

A tuo parere l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani a fare bagagli e partire? Nel tuo caso: quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere fuori dall’Italia?

Credo che l’estero offra tendenzialmente condizioni migliori per chi intenda avere subito un trattamento economico adeguato alla propria formazione e alle proprie aspettative e che allo stesso tempo voglia bypassare una lunga gavetta poco gratificante per raggiungere dopo molto tempo uno standard di vita accettabile. L’Italia è un grande Paese. Più viaggio il mondo e più mi rendo conto di quanto sia speciale. Il fatto che un giovane faccia i bagagli e se ne vada, che abbandoni tutto per ricostruire altrove, che rinunci a parlare il proprio idioma, a mangiare il proprio cibo, a lasciare la propria gente, vuol dire che è stato costretto a farlo. Rispetto alla generazione dei nostri genitori, noi abbiamo dovuto aggiungere almeno cinque anni di formazione universitaria, più altri tre o quattro per inserirci nel mondo del lavoro, raggiungendo l’agognata stabilità lavorativa mediamente a 30 anni. Sociologicamente questo ha posticipato l’età media in cui si ottiene l’autonomia economica che permette di uscire di casa, di chiedere un mutuo, di mettere su famiglia. Non tutti sono disposti ad aspettare così tanto o di sopportare anni di precariato. Per questo molti di noi se ne vanno.
Personalmente è questo che mi ha portato all’estero. Fuori dall’Italia ho colto opportunità che in terra natia non ho mai trovato. La cosa che più mi ha sorpreso è la fiducia che gli altri ti offrono fin da subito, senza eccepirti il fatto che sei giovane o inesperto. In Italia essere giovani spesso è un limite. Lo dico senza voler generalizzare e anche in base a testimonianze di molti miei coetanei che, per il sol fatto di essere semplici neolaureati erano poco considerati e finivano così per sentirsi inadeguati.

Questa non è la tua prima esperienza all’estero: puoi raccontarci del tuo periodo in Africa orientale? Cosa facevi e, soprattutto, perché hai sentito la necessità di spingerti fin lì?

E’ vero, prima del Medio Oriente ho vissuto in Etiopia per un periodo complessivo di otto mesi. Tre anni fa stavo finendo l’università con il rimpianto di non aver mai fatto l’Erasmus. Così decisi di organizzare un lungo viaggio post lauream in una località che non fosse la solita Londra o Barcellona. Approfittando di un amico di famiglia che lavorava ad Addis Abeba sono partito una settimana dopo la discussione con un biglietto di sola andata. Lì ho iniziato a collaborare con una ONG locale che si occupa di alleviamento della povertà. Sono rimasto così legato a quell’esperienza che di recente sono tornato 40 giorni per realizzare con quella stessa organizzazione una clinica per cento ragazze di strada e i loro bambini. Oltre a questo ho avuto anche la grande opportunità di fare il lettore di italiano all’Università di Addis Abeba. Anche qui, fu subito molto facile ottenere il lavoro, ma cosa ancora più sorprendente fu la fiducia accordatami fin da subito, il confronto tra pari. Nessuno mi fece mai pesare l’inesperienza.

Potresti aiutarci a fare un confronto tra queste esperienze così lontane tra loro – almeno geograficamente – che hai avuto? Su cosa possiamo prendere esempio per migliorare?

Si tratta di due posti molto diversi, segnati specificamente da grandissimi problemi. L’Etiopia è un Paese del terzo mondo, dove vedi la miseria più sconvolgente. Trovi storpi, ciechi, colerosi ambulare solitari per le strade. Bambini sniffare la colla sotto grattacieli di vetrocemento. E’ il Paese delle contraddizioni. Ed è un Paese instabile. Durante la mia permanenza lì ho vissuto 5 mesi in proclamato stato d’emergenza e, recentemente, mi sono pure beccato un colpo di Stato, fortunatamente fallito. La Palestina non ha questo livello di miseria, qui nessuno muore di fame. Il problema urgente di questo popolo è la privazione del diritto all’autodeterminazione, l’impossibilità di esercitare sovranità sul proprio territorio, di stampare moneta, di concedere passaporti alla propria gente. In altre parole, di essere uno Stato in senso westfaliano. Credo che noi italiani dovremmo renderci conto della fortuna enorme di essere nati dove siamo nati, di godere di diritti e di condizioni di vita che non sono per nulla scontate. Il confronto tra noi e gli altri dovrebbe instillarci un più profondo senso di umanità, di fratellanza, di pietà.

Si parla spesso di cervelli in fuga, ti senti uno di loro? Secondo te perché oggi i giovani italiani preferiscono spendere le proprie competenze e professionalità altrove? Dov’è che l’Italia sta sbagliando, e cosa si potrebbe fare per invertire questo processo?

Io cervello in fuga assolutamente no! Ahahah! Esiste un livello di vere eccellenze, di persone indiscutibilmente brillanti che vanno all’estero perché il loro talento è molto meglio valorizzato rispetto all’Italia. E poi c’è l’esercito delle persone medie, come me, che deve combattere una guerra tra poveri per spartirsi le mediamente poche possibilità che ci sono. Per invertire la tendenza partirei dal valorizzare la scuola: elementari, medie, superiori, specialmente gli istituti tecnici e professionali. In Italia poi c’è troppa distanza tra università ed imprese, le prime sono troppo teoriche, le seconde invece sono troppo smaniose di assumere personale immediatamente produttivo, capace di capitalizzare subito l’investimento fatto. Penso che la politica debba intervenire su questa incomunicabilità.

Ti manca mai l’Italia? Pensi che ormai la tua vita sia a Gerusalemme oppure hai in programma di tornare a casa?
Finito il servizio civile decisi di fermarmi qui, almeno finché il rinnovo del visto israeliano mi permetterà la permanenza. Ma in cuor mio so che non sarà per sempre. L’Italia mi manca da morire, inutile negarlo. Mi manca soprattutto la bellezza delle nostre città e dei nostri paesaggi. Il senso della bellezza è veramente un connotato che ci portiamo dentro e che tutto il mondo ci riconosce. Presto o tardi tornerò, non appena le condizioni saranno favorevoli.