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Poesia in viaggio: consigli di lettura da e per Italians

Dopo esser passata per i tornelli della stazione metro vicino casa, butto sempre un occhio sulla rastrelliera accanto alle macchinette per ricaricare la Oyster Card. Lì sono allineate ben bene le mappe della metro e volantini vari per offerte e programmi per pendolari e turisti. Nell’ondata di messaggi solidali del post-Brexit che nella capitale inglese, sotto invito del sindaco Sadiq Khan, son fioriti sotto il titolo di #LondonisOpen, un volantino un po’ più corposo è spuntato nell’espositore.

Si trattava di uno dei librettini di Poems on the Underground, un’iniziativa che vede la collaborazione del Transport for London, l’Arts Council England ed il British Council. L’edizione del 2016 si apriva con il sonetto ‘Composed upon Westminster Bridge, September 3, 1802’, un’ode romantica di William Wordsworth, inspirata dalla vista dal ponte di fronte al Parlamento e dedicata all’industriale Londra del diciannovesimo secolo. La collezione includeva composizioni di autori più o meno famosi, celebrando la diversità della nazione, nel suo passato, presente, e futuro di paese che accoglie.

Una più recente edizione, quella distribuita nel 2017, presentava rime di poeti Indiani dell’epoca contemporanea. Gli autori offrivano svariati spunti di riflessione, sulla natura, sulla diaspora del popolo Indiano, sulle tradizioni familiari.

Per l’attento viaggiatore, le poesie, di qualunque di queste pubblicazioni, posson esser lette al di sopra dei sedili nei vagoni della metro. Lanciata per la prima nel 1986, l’iniziativa Poems on the Underground nacque dall’idea di tre scrittori: Judith Chernaik, Gerard Benson, e Cicely Herbert. Oltre che esporre le proprie opere ad un pubblico decisamente più ampio e vario che quello delle biblioteche, il progetto ha lo scopo di portare una spolverata di arte e qualche linea di inspirazione nelle frenetiche vite dei passeggeri.

Non sono pochi gli italiani, inglesi e stranieri vari che, dopo alcuni anni nella movimentata e attraente città, hanno deciso poi di trasferirsi se non nelle aree più in periferia, addirittura in una delle cittadine poco fuori dalla M25 – l’autostrada che circonda Greater London. Le loro esperienze raccontano di vite piuttosto stressate e troppo di corsa. Al di là del luccichio delle strade, delle infinite possibilità culturali e di divertimento, della super flessibile e multitasking vita possibile, Londra è frenetica. Recentemente, stanno spuntando fuori alcuni sondaggi e studi che rivelano alti livelli di solitudine e stress dei cittadini. Per non parlare del tasso di inquinamento, non solo per quel che riguarda l’aria che respiriamo, ma anche per la vera e propria spazzatura, la cultura dell’usa e getta, che “tanto non c’è tempo”, “sbrigati, lascia lì”, e via dicendo, il quale deprime abbastanza se si pensa alle tante proteste e buoni propositi per salvare il pianeta.

Non c’è molto da meravigliarsi che il trasporto sia uno degli argomenti favoriti di chiacchiere e polemiche. Gli scioperi dei lavoratori per quello cittadino sono veramente pochi, ma le linee metropolitane di tanto in tanto rischiano rallentamenti, più o meno leggeri, per via di guasti tecnici o lavori in corso ,ora a quella stazione ora ad un’altra. Chiusure improvvise e inaspettati lunghi tempi di attesa sulla banchina. Ci sono persino due fasce di prezzo differenti, l’off-peak (più economica) e la standard, per scoraggiare turisti e occasionali viaggiatori dal prendere il treno all’ora di punta e sperare così di render i vagoni meno gremiti – pieni zeppi, se rende meglio l’idea – di quanto già non lo siano la mattina alle otto o il pomeriggio alle cinque e mezza.

C’è chi, dopo un po’ di necessaria esperienza lavorativa e sociale nel cuore della city, accetta di non poter più sostenere certi ritmi e che un cambio di stile di vita, mantenendo una distanza decente con la capitale, sia dovuto. È chi, come un vero innamorato/a, non riesce a metter il piede troppo fuori da Londra, e cerca di adattarsi come meglio può agli orari fuori orario, ai prezzi senza calmiere, alle pozzanghere sempre presenti sui marciapiedi, nei parchi, davanti alla porta di casa.

Nelle gallerie della ramificata rete metropolitana continua a non esserci campo né un alternativo accesso ad Internet (se non in alcune stazioni con wi-fi). Qualcuno indossa le cuffie e continua imperterrito a far scorrere il dito sullo schermo del cellulare fisso all’ultima pagina web aperta. Qualcuno sfoglia il Metro mentre il vicino allunga il collo per farsi un’idea dei titoli della giornata. Qualcuno sonnecchia, qualcuno ha aperto un libro. Al di là dell’assordante rumore dell’accelerazione e freno del treno, nella moltitudine e varietà dei tanti passeggeri accomunati da quella corsa, tra gli accattivanti e petulanti cartelloni della pubblicità, un piccolo squarcio si apre al leggere dei versi di poesia, ora di Sujata Bhatt, ora di Robert Burns, Louis MacNeice risiede in questo vagone, Emily Dickinson in quell’altro.

Si tratta di poche parole, di qualche verso, ma per molti pendolari sul punto di cedere a nostalgici ricordi di casa, alla deprimente pila di lavoro in attesa in ufficio, o all’emozionante ma anche affollata settimana che si ha davanti, posson rivelarsi come provvidenziale boccata d’aria fresca.

E visto che la letteratura è quel portale per comprendere l’altro, vorrei tanto che simili progetti di poesia in viaggio diano anche quel guizzo di inspirazione ad abbracciare una cultura più europea, per gli inglesi, e più accogliente, per gli Italiani.

Non è grossa, non è pesante

la valigia dell’emigrante…

C’è un po’ di terra del mio villaggio,

per non restar solo in viaggio…

un vestito, un pane, un frutto

e questo è tutto.

Ma il cuore no, non l’ho portato:

nella valigia non c’è entrato.

Troppa pena aveva a partire,

oltre il mare non vuole venire.

Lui resta, fedele come un cane.

nella terra che non mi dà pane:

un piccolo campo, proprio lassù…

Ma il treno corre: non si vede più.

Il treno degli emigranti, Gianni Rodari

Intervista a Laura Palazzetti, studentessa a Londra in Immigration Law: “Il problema italiano non è il movimento di cervelli, ma il fatto che non riusciamo ad attrarne degli altri”

Londra, terra di giovani expat per eccellenza. Questo mese noi di The Italians siamo tornati – telefonicamente parlando – nell’amata Inghilterra, dove abbiamo conosciuto e scambiato opinioni con Laura Palazzetti, perugina classe 1991 attualmente iscritta al corso post laurea in Diritto dell’immigrazione alla Queen Mary University.

Dopo una laurea in giurisprudenza e un anno e mezzo di pratica in uno studio legale della sua città, Laura ha trovato la sua strada:

“Sono sempre stata attratta dai diritti umani – ci racconta – da qui la decisione di un master così specifico. Ma sono iniziate subito le difficoltà: in Italia ci sono veramente pochi corsi dedicati al diritto dell’immigrazione, il che è paradossale visto il momento storico che stiamo vivendo…”

E quindi, cos’è successo?
Ho iniziato a fare una ricerca in internet, mi segnavo tutte le università che prevedessero un LLM in Immigration law. In Olanda, in Belgio e in Inghilterra ovviamente. Ho scelto quest’ultima, sono arrivata a Londra lo scorso maggio perché il master sarebbe iniziato a fine settembre e prima bisognava affrontare la fase di selezione e ammissione. Per fortuna è andato tutto bene, sono molto soddisfatta della mia scelta. Ci tengo a sottolineare che non sono scappata dalla mia città o dal mio paese, semplicemente in quel momento non c’era quello che cercavo.

Raccontaci qualcosa del mondo universitario inglese: com’è strutturato il master? Che clima si respira?
Premetto che nel mio corso sono l’unica italiana, ci sono studenti che veramente vengono da tutte le parti del mondo. Sono principalmente francesi, canadesi, cinesi e anche indiani. L’università ti permette di scegliere le materia da seguire, che sono comunque sei per tutto l’anno. Anche le ore di lezione sono pochissime, massimo otto a settimana perché il resto del tempo è dedicato ad eventi attinenti le materie scelte ed organizzate dall’università stessa. Il resto del tempo lo impieghiamo in micro-progetti, come presentazioni e ricerche. È un sistema molto dinamico, partecipativo ed inclusivo, soprattutto.

Avendo studiato sia in Italia che in UK, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi due paesi?
Il modello inglese è completamente diverso da quello italiano. È una differenza fondamentale, di livello concettuale: in Italia si va a lezione per imparare un argomento, qui è l’esatto opposto. Una settimana prima delle lezioni i docenti ci mandando per mail il materiale da studiare, e a lezione loro si limitano a riassumere i punti salienti della materia che abbiamo già studiato autonomamente a casa, e poi c’è il dibattito tra studenti. Siamo chiamati ad interagire costantemente, cosa che non mi era mai successa finora. A Londra ho avuto fin da subito l’impressione che la mia opinione contasse.

Quali sono le difficoltà più grandi che uno studente italiano si trova ad affrontare in un’università di un altro paese, nel tuo caso l’Inghilterra?
Oltre ad una lingua nuova da imparare, ci sono tutta una serie di difficoltà che in Italia non siamo stati abituati nemmeno a considerare. Nel mio caso – così come nella maggior parte delle università umanistiche – bisogna considerare la questione “esami”: qui sono quasi tutti scritti, sono lavori di ricerca e di approfondimento anche “sperimentale”, mentre in Italia sono quasi tutti orali e per lo più nozionistici. Sto facendo molta fatica perché in cinque anni di università italiana non ci hanno mai fatto scrivere mezza parola, e farlo adesso per la prima volta e per di più in inglese è abbastanza difficile. Ma da una parte credo sia meglio, perché si tratta di una valutazione molto più oggettiva.

Questa è la tua prima esperienza da studente all’estero, ma non la prima da lavoratrice. E nemmeno la prima a Londra!
Esatto, già nel luglio del 2016 mi ero trasferita qua per fare dei corsi di lingua e lavorare contemporaneamente. Questo perché, subito dopo la laurea, mi ero accorta di non saper parlare adeguatamente l’inglese, una carenza che riscontro in tanti altri coetanei italiani. Così ho deciso di approfittare del momento di “crisi” post laurea e di trasferirmi a Londra: ci sono rimasta fino al febbraio dell’anno successivo, tra un lavoro e l’altro. Il primissimo colloquio l’ho fatto otto giorni dopo essere atterrata, come commessa e cassiera in un negozio di souvenir. È stata una bella esperienza, utile soprattutto: ho scoperto che l’inglese che studiamo a scuola non è quello che parlano in Inghilterra, e per me è stato abbastanza uno shock.

A proposito di lavoro, è vero quindi che a Londra ci sono tante più occasioni che in Italia? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questa situazione?
Assolutamente si, a Londra si trova lavoro immediatamente e con molta facilità. Questo perché c’è dietro tutto un mondo che funziona bene: ci sono tantissime app per il cellulare dedicate al lavoro e qui i centri per l’impiego funzionano davvero. Idem con le società di recruitment, basta iscriversi e sono loro poi a gestire la tua ricerca lavorativa. Ovviamente è un bene per chi, come è stato nel mio caso, cerca un lavoro “qualunque”; non so come sia la situazione per delle professioni specifiche.
Però ti posso dire una cosa: adesso che sono nel mondo universitario, vedo che anche in questo ambiente c’è grande attenzione alla ricerca del lavoro alla fine del corso. L’università stessa seleziona gli incontri, ti aiuta a creare contatti e a scrivere la cover letter, che qui è molto più importante del curriculum vitae. Ed è un lavoro che fanno di gruppo ma anche individualmente, studente per studente. Per esempio adesso, grazie all’università, sto facendo un internship con Edal (European Database of Asylum Law): mi occupo di database in merito alle sentenze del diritto di asilo. Sinceramente, mi aspetto tante altre esperienze del genere da qui fino alla fine del master.

Una domanda che ti riguarda in più ambiti. Senza scadere troppo nel dibattito politico, cosa ne pensi della situazione attuale dei migranti in Italia?
Dirò solo che mi ritengo fortunata a leggere le notizie dell’Italia da lontano. Sono molto passionale e appassionata al tema, quindi una certa lontananza geografica mi aiuta.
Quello che noto, leggendo i quotidiani italiani e monitorando i social network, è che vengono riportate notizie senza dati, che è la cosa più grave che si possa fare per capire quello di cui si sta veramente parlando. Penso che non sia un problema solo italiano quello di accumunare il tema della migrazione a quello della criminalità, tanto che in Inghilterra esiste addirittura il termine che unisce le due parole, “crimmigration”. Ma da noi la questione è ingigantita a livello preoccupante.

Da italiana residente in Gran Bretagna, uno dei temi più importanti di questi giorni è il Brexit. Cosa cambia per voi italians?
Ah la Brexit, se ne parla davvero moltissimo qua, tutte le prime pagine dei quotidiani sono su questo, è all’ordine del giorno. Ovviamente ognuno da la propria opinione personale e la propria interpretazione, ma alla fine dei conti se ne sa poco. Siamo in attesa anche noi di notizie, ma in generale nella vita di tutti i giorni non si percepisce questo cambiamento imminente. Quello che è veramente interessante è la quantità di incontri e convegni che vengono organizzati sul tema: si tratta comunque di un cambiamento epocale, e se si considera la questione da un lato puramente intellettuale diventa una vicenda molto stimolante. C’è questo fermento culturale, un grande movimento di studiosi, ricercatori, attivisti e professionisti di ogni genere che si vedono per parlarne e studiarne cause e conseguenze. A prescindere da questo, personalmente la vedo un po’ come una sconfitta, sia se sarà una soft Brexit che un hard Brexit. Significa che tanto la Gran Bretagna quanto l’Europa non hanno avuto la forza negli anni passati di gestire questa situazione, e ora si cerca di rimediare in qualche modo.

Concludendo: in merito alla fuga dei cervelli, secondo te perché oggi i giovani italiani preferiscono spendere le proprie competenze e professionalità altrove? Dov’è che l’Italia sta sbagliando, e cosa si potrebbe fare per invertire questo processo?
Partiamo dal termine “cervelli in fuga”: innanzitutto non mi considero in fuga, perché non sto scappando da niente e andarmene è stata una mia libera scelta. Semmai sono un “cervello in ricerca”, sono un’emigrata fortuna che cerca di crearsi un background di conoscenza in materia di immigrazione. A Londra ho trovato quello che stavo cercando e a Londra mi sono fermata. Proprio non capisco il significato di questa espressione, la gente si sposta da sempre. Il problema italiano non è il movimento di cervelli, quanto piuttosto il fatto che lasciamo andare via tutti ma non siamo in grado di attrarre nessuno. Ben venga che le persone si spostino, ma bisognerebbe compensare in qualche modo. L’Italia dovrebbe essere in grado di offrire quello che offrono gli altri paesi: più tipi di formazione e specializzazione, un nuovo regolamento per il mondo lavorativo, più opportunità e più competitività anche a livello economico, perché per lo stesso lavoro veniamo pagati di meno in Italia rispetto che a Londra, tanto per dire. Dobbiamo puntare ad essere un paese meritocratico, dove le persone competenti fanno il proprio lavoro e dove ci sono possibilità di crescita sia personale che professionale. Una volta raggiunto questo obiettivo non abbiamo più nulla da invidiare agli altri, anzi!

Home sweet home… da quale parte della frontiera?

Ogni volta che passo la frontiera inglese, atterrata a destinazione del mio volo da Londra, sullo schermo del mio telefonino compaiono due orari: ‘home’ e ‘local’.

Durante i viaggi fatti quest’anno, nel corso di conversazioni con amici e familiari, mi sono accorta di sempre più frequenti espressioni che usavo – come “lo sistemo una volta a casa”, “ci siamo organizzate così a casa”, “quello ce l’ho a casa” – facendo riferimento alla mia stanzetta in soffitta a Londra. In un momento di così grande incertezza per gli stranieri in Inghilterra, è un po’ strano ascoltarsi parlare della città oltremanica come il luogo più familiare. Al punto che, in attesa che il numero del gate compaia sul display dell’aeroporto, venga il dubbio se si stia facendo ritorno a casa o se ci si stia prendendo una breve vacanza in Italia.

Eppure, tra le mura domestiche a Roma, i miei libri di letteratura sono disposti ancora nell’ordine in cui mi piacevano, la chitarra è rimasta appoggiata contro lo scaffale dove l’avevo lasciata, e nella credenza della cucina ci sono sempre quattro pacchi di biscotti aperti della Mulino Bianco.

L’armadio è semivuoto perché ho portato a Londra gli abiti ai quali tenevo. Quando arrivo, il trolley fluttua per giorni nel salone quasi completamente vuoto e poi gradualmente viene ri-riempito fino alla data di partenza. E il cellulare segnala l’orario di Greenwich come “home”.

La maggior parte della mia vita si è svolta nello stesso luogo, sotto lo stesso tetto: niente Erasmus, e istruzione fino alla triennale nella propria città natale. Adesso, i rientri su suolo italiano si sono limitati alle grandi feste.

Tutto sembra e suona familiare a Roma. Eppure, l’esperienza di Londra rende difficile accettare il trasporto pubblico non ramificato, le tremila carte da compilare, firmare e consegnare fisicamente quando si va agli uffici, la necessità di tenere la borsa chiusa ben stretta al fianco con una mano quando si passeggia.

Tutto sembra e suona familiare a Londra. Eppure, anche l’umore a volte sembra risentire della mancanza del sole sulla pelle, i prodotti culinari hanno il loro caro prezzo, e proprio non riesco a capire perché ci si rivolge a tutti con hi e goodbye, ma poi ci si imbarazza così tanto a salutarsi con il bacio sulla guancia: si deve essere formali o meno?

Pensando alle storie di molti connazionali arrivati nel Regno Unito per strade così diverse e quasi sempre intraprese con non poco coraggio, mi riecheggiano in testa quei versi danteschi «tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.» (Paradiso, XVII, vv. 58-60).

Ma poi torno a guardare la cronaca, alle strade di Londra dove i colori della pelle hanno le più varie sfumature, ai premi nazionali in giro per il mondo assegnati ad expats, ai curricula che pullulano sempre di più di città fuori dai confini della propria terra madre. C’è chi incolpa la globalizzazione e la libera circolazione di merci e di persone, chi ringrazia perché un tale crollo delle barriere consente una via di fuga.

Il mio pensiero si blocca comunque su una singola breve parola: casa. Home sweet home.

Incentivati sempre di più e prima a fare esperienza all’estero, si aprono gli occhi su una grande varietà di politiche interne ed ordinamenti: in fondo, non tutto rischia di essere così soffocante. Ci sono soluzioni – leggasi: altri paesi – dove si può vivere diversamente. Complice anche la tecnologia e un accesso maggiore a molteplici mezzi di trasporto e comunicazione, varcare il confine non fa più paura. La frontiera non sta più a segnalare il passaggio verso un mondo lontano ed impervio come poteva apparire ai nostri genitori, o, ancor di più’, ai nonni.

In realtà, c’è qualcosa che la loro generazione condivide con la nostra: come i migranti dal Sud al Nord o come gli Italiani che si imbarcarono per l’America a cercar fortuna, noi ci muoviamo a seconda del lavoro. Qualcuno si avvia prima, per via dello studio, ma la necessità rimane ancora la forza trainante. Mentre nel secolo scorso, però, la famiglia a casa si vedeva come abbandonata e il trasferimento fuori patria veniva sentito come un esilio, oggi tutto ciò viene abbracciato come un’opportunità.

Casa diventano le tante abitazioni condivise con amici, colleghi, lontani parenti. È vero: non è mai la propria abitazione con i mobili e la dis/organizzazione come ci piacerebbe, ma gli stili di vita diventano più spartani, e si impara ad economizzare per amor dell’esperienza. Casa è poter tornare dalla propria famiglia e parenti per Natale e sapere che si è giustificati sempre e comunque per rimanere a dormire fino a tardi e girare per le stanze in pigiama.

Casa è dove ci si sente liberi di poter praticare la professione per cui si ha studiato a lungo, dove ci si sente sotto osservazione meno per la giovane età quanto più per la propria onestà. Casa è poter tornare a passeggiare lungo i viali di dove si è trascorsa l’infanzia.

Senza rimuovere ‘tradizione’ e ‘stabilizzazione’, bisogna notare ad ogni modo che ‘opportunità’ ed ‘esperienza’ son diventate le nuove chiavi di lettura dei moderni flussi migratori intra-europei. Non si tratta di frenesia dei millennials, ma solo di una nuova evoluzione del mondo. Alle volte, però, quei versi danteschi riecheggiano ancora. Insorge un po’ di amarezza, allora, perché a differenza del grande poeta, noi suoi connazionali non abbiamo tutti un bando che ci impedisce il rientro, ma è la patria stessa in qualche modo a renderlo più difficile.

Intervista a Eleonora Ossola, direttrice commerciale a Timbuktu Labs, la start up delle Bambine Ribelli

Da quando è uscito non si è parlato d’altro. Anzi, da quando sono usciti: i due libri delle Bambine Ribelli (Good night stories for rebel girls 1 e 2) sono stati un vero e proprio caso editoriale, un successo del crouwfunding. Non siamo qui a dirvi i numeri, che tanto quelli li trovate poco più sotto.

Adesso vogliamo presentarvi la nostra Italian del mese: Eleonora Ossola, 33 anni, nata a Tradate (Varese) ma cresciuta tra la ridente Venegono Inferiore e NYC, Milano e Londra. Anche lei è parte della grande famiglia delle Bambine Ribelli. Dopo aver lavorato circa 10 anni nell’editoria e 8 in radio, infatti, attualmente si trova a Londra dove è Global Sales Director a Timbuktu Labs, la start up delle rebel girls.

Tra le sue passioni c’è anche la danza, il suo primo amore: dai 4 ai 19 anni ha studiato danza classica tra Varese e Milano, mentre a NYC ha studiato contemporanea alla Martha Graham School of Contemporary Dance. E poi la radio, ovviamente, la musica e le storie. Soprattutto quelle al femminile.

Ciao Eleonora! Iniziamo subito dal tuo lavoro come direttore commerciale di Timbuktu Labs, la start-up delle Bambine Ribelli. Di cosa ti occupi nello specifico e come sei arrivata a farlo?

Sono direttrice commerciale a Timbuktu Labs, sono capo del sales team e responsabile delle vendite dei nostri libri in lingua inglese. Praticamente il mio scopo è quello di assicurare che i nostri libri siano in tutte le librerie, di tutto il mondo!
Conoscevo il fenomeno Rebel Girls appena uscito perché non si parlava di altro nel mondo dell’editoria, ma sono entrata in contatto con il team di Timbuktu grazie ad una mia amica che ha ricevuto una newsletter dove si diceva che erano alla ricerca di un sales director. Ho quindi risposto all’email e atteso… dopo qualche settimana è arrivata la risposta, poi il colloquio via Skype e da lì è scoccata immediatamente la scintilla.

Ma soprattutto: che emozione è far parte di questo progetto così forte e inclusivo? So che sei tornata da poco da un viaggio per Shanghai per Rebel Girls e da uno per Francoforte. La tua vita con questo lavoro è cambiata così tanto oppure è sempre stata con la valigia in mano?

Timbuktu rappresenta esattamente dove voglio essere ora: un gruppo di talenti che lavorano per divulgare un messaggio ben preciso, ovvero che il genere non deve limitare le opportunità di una persona. A Timbuktu si respira un’aria molto stimolante: si lavora senza sosta e l’entusiasmo è sempre palpabile, ma chiaramente in un ambiente così dinamico e veloce non si scappa allo stress. Ma se si ama quello che si fa e se lo scopo è chiaro allora la stanchezza e la paura passano in secondo piano.
Stavo aspettando un’occasione così. Ero stanca di lavorare per grandi aziende dove difficilmente ti senti partecipe delle cose. Aspettavo di potermi sentire responsabile e di poter mettere a frutto le mie qualità per uno scopo che sentivo mio, e finalmente ho incontrato la famiglia delle Rebel Girls.
Da quando vivo a Londra ho sempre viaggiato molto, ma da quando lavoro per Timbuktu sono praticamente sempre in giro. Tra pochi giorni partirò per Los Angeles dove abbiamo la sede principale, e da lì poi andrò in Australia dove stiamo aprendo un centro logistico di spedizione dei nostri libri.
Quando comunichi con tutto il mondo è essenziale viaggiare per conoscere le persone con cui lavori ed entrare in contatto con le culture e dinamiche locali.
Però attenzione, viaggiare per lavoro non è come andare in vacanza. A volte non hai nemmeno il tempo di mettere il naso fuori ed esplorare le città dove ti trovi. Spesso sei solo e passi moltissimo tempo sospeso in aereo (sono in grado di passare 10 ore a guardare film senza chiudere occhio). Però è un ottimo modo per assaporare come si vive altrove.
Ho amici commerciali che per esempio non amano viaggiare così spesso. Non è per tutti.

Good Night Stories for Rebel Girls” è forse uno dei libri che ha avuto più successo economico in una campagna di Crowfounding lanciata su Kickstarter. Ad oggi, con il volume numero 2 nelle librerie di tutta Italia (e non solo!), a cosa pensi sia dovuto questo enorme interesse? È la riscossa del potere femminile?

Good Night Stories for Rebel Girls è il secondo libro più venduto nella storia del crowdfunding, battuto da Good Night Stories for Rebel Girls 2! Abbiamo appena lanciato il nuovo titolo I Am A Rebel Girls che ha raggiunto il target su Kickstarter in solo 8 ore!
Sono tanti i motivi per cui i nostri volumi hanno avuto così tanto successo (hanno venduto oltre 3 milioni di copie in meno di due anni e sono stati tradotti in oltre 47 lingue – sono numeri folli!). Senza dubbio le autrici Elena Favilli e Francesca Cavallo hanno saputo riconoscere e colmare un grande vuoto che mancava nell’offerta editoriale di sempre. La tempistica è stata perfetta, infatti il crowdfunding del volume 1 è uscito in America durante la campagna elettorale di Hillary Clinton alla presidenza e poco prima del movimento #metoo. La qualità dei libri è eccezionale: dal design alle illustrazioni, dal format al contenuto. Il lavoro di marketing e comunicazione è un altro punto di forza di Timbuktu che, oltre a produrre e distribuire i propri contenuti in maniera totalmente indipendente, è in contatto diretto con i priori lettori e followers. Oltre ai prodotti in se, anche l’approccio di lavoro e il business model di Timbuktu Labs sono completamente rivoluzionari e innovativi.

Qualche anticipazione su quello che verrà dopo: cosa dobbiamo aspettarci noi fan di Bambine Ribelli? Ci sono altri progetti o altri temi che state sviluppando? Magari anche in patria?
Ci sono moltissime idee chiaramente. Al momento posso dire che il 5 dicembre uscirà I Am A Rebel Girl: A journal to start revolutions. E’ rivolto a tutte le rebel girls nel mondo: è arrivato il momento di essere le bambine ribelli che avete sempre voluto, reclamare il vostro spazio nella società e dare voce alla rivoluzione che è in voi! Ovviamente uscirà anche in italiano.
A primavera dell’anno prossimo uscirà la seconda serie di podcast, dopo l’incredibile successo della prima.
E poi… e poi stay tuned e stay rebel!

Prima di Rebel Girls hai avuto diverse esperienze lavorative, come quella di Responsabile internazionale delle vendite della Scholastic, una casa editrice tra le più rinomate. Potresti raccontarcele brevemente? Inoltre: credi che in Italia non avresti potuto trovare le stesse opportunità professionali, ci hai provato, oppure faceva parte di un tuo progetto lavorare in un altro paese?
Ci ho provato eccome, in Italia. Nel mondo della radio mi è stato detto che, per quanto brava, non ero un nome conosciuto e quindi le possibilità si riducevano drasticamente.
Per quanto riguarda il publishing, ho lavorato per una casa editrice Milanese (Tsunami edizioni) la quale mi ha permesso di esplorare e fare i primi passi nel mondo dell’editoria. Sono tuttora molto grata a Eugenio, Max e Donatella per avermi preso con loro. Purtroppo però in Italia le possibilità sono limitate e si valorizza molto poco chi fa i libri.
Ho quindi deciso di dare una svolta alla mia vita e venire a Londra… come vedi l’ambizione (a volte estrema) non mi manca. Scholastic per me è stata un’esperienza fantastica perché mi hanno sempre dato la possibilità di proporre e seguire progetti nuovi, fidandosi del mio giudizio.
Ho anche avuto la fortuna di lavorare a fianco di colui che è poi diventato il mio primo mentore in campo professionale, Gordon Knowles (Managing Director a Scholastic). Gordon è stato il primo a insegnarmi le dinamiche dei mercati internazionali e a capire davvero il mio potenziale. Siamo rimasti molto amici.

Tornando sul personale: la tua vita lontano da casa è iniziata molto presto, quando avevi solo 19 anni. Cosa ti ha spinto a prendere questa decisione? Che sogni avevi e quanto, ad oggi, ti ritieni soddisfatta?

Ho deciso di lasciare l’Italia la prima volta a 19 anni per andare a studiare a NYC. La mia grande passione è sempre stata la danza e volevo assolutamente farne una professione, una volta finiti gli studi obbligatori. Purtroppo però per fare la ballerina professionista, oltre a tanta disciplina e passione, ci vogliono anche certe predisposizioni fisiche che non avevo e quindi… non sono scesa a compromessi e ho deciso di prendere altre strade. A malincuore ho finito il primo anno a NYC e sono tornata in Italia. Difficile, ma è stata la scelta migliore per me. Una volta a Milano mi sono iscritta all’Università e li ho vissuto qualche anno barcamenandomi tra studio e lavoro (ho co-condotto Passengers su LifeGate Radio e altri programmi satellite). Sono laureata in Lingue e Letterature Straniere (russo, francese, inglese e spagnolo).
Ho lavorato qualche anno a Milano in editoria ma la totale desolazione lavorativa che regna in Italia mi ha schiacciato. Sono molto critica nei confronti dell’Italia perché è un paese che non da’ possibilità. C’è come una coltre di apatia nel mondo lavorativo italiano che mi ha sempre molto depresso.
Quindi ho dato le dimissioni, ho fatto le valigie e a gennaio 2013 sono venuta a Londra a lavare pavimenti mentre facevo uno stage gratuito per una casa editrice (giusto per entrare nel mondo editoriale inglese). A settembre 2013 sono stata assunta a Scholastic per coprire a una maternità e dopo 2 anni ero Manager del dipartimento ELT. Sono rimasta a Scholastic circa 4 anni. In 4 anni a Londra ho fatto quello che in Italia neanche in 10.
Oggi sono felicissima perché sento che sto investendo le mie energie in qualcosa in cui credo molto, quindi ogni sforzo vale la pena e vedo il segno delle mie azioni.
Il futuro mi ha sempre preoccupato poco, qualsiasi cosa mi si prospetta davanti la saprò gestire. Sono molto pragmatica.

Due delle tue passioni, la danza e la radio: com’è differente anche solo l’approccio a queste due professioni in Italia rispetto che a Londra o in America? Parole come “meritocrazia” o “opportunità” non entrate a far parte della quotidianità?
La danza e la radio sono le mie più grandi passioni, premettiamo, ma non le uniche. Oltre ad adorare la musica (sono cresciuta a pane e musica classica ma sono sempre in costante ricerca di brani che non conosco), mi piace moltissimo relazionarmi con le persone e raccontare storie. Sono molto curiosa. Molto.
Infatti… Sin da bimba ho avuto mille hobby e tra le varie cose ho studiato ci sono il pattinaggio sul ghiaccio, recitazione, tip tap, baseball, chitarra classica e pianoforte. Al momento la mia grande valvola di sfogo è andare nuotare, soprattutto se in acque aperte. Qui a Londra vado nel Tamigi (dove balneabile) o alla piscina all’aperto di London Fields.
In generale in Italia si valorizza poco il talento e la passione, mentre si da troppo spazio a meccanismi malsani e molto conservatori. Posso dire  che a Londra c’è la possibilità di provare, sperimentare ed essere presi sul serio. C’è molto meno pregiudizio e più elasticità mentale. Ovviamente c’è anche molta più competizione e la gara può essere spietata, ma se la si guarda dal punto di vista positivo dello stimolo a fare meglio, Londra è una città viva e che brulica di idee e talenti.

Adesso la tua vita è stabile a Londra, forse una delle mete più amate degli expat italiani. Com’è realmente vivere lì? Ci sono miti da sfatare? Ti senti ben accetta oppure hai dovuto superare dei pregiudizi?
Come ho accennato sopra, Londra è una città stimolante. Dopo 5 anni io mi sento a casa.
Miti da sfatare: gli inglesi non sono freddi, sono solo più onesti (anche quando ti dicono di non avere voglia di interagire) e si mangia benissimo. Con il fatto che a Londra convivono moltissime culture diversi, trovi ottimo cibo da ogni dove. Il tempo ecco, quello è tragico come si racconta: diluvia ed esce il sole nella stessa ora, però si sopravvive.

E per quanto riguarda la Brexit: Che clima si respira in questo momento, e cosa cambia per voi italiani che studiate o lavorate lì? Vi sentite in qualche modo minacciati da questa nuova situazione, magari più “diversi” rispetto a prima?
Brexit = confusione. Direi che al momento non si capisce molto cosa accadrà. Sicuramente sarà molto più complesso per gli europei entrare in UK dopo Marzo 2019 però attendiamo di scoprire il risultato finale…Nel mentre la vita di tutti i giorni non è cambiata molto, no.

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?
In tutta sincerità no, non ho intenzione di tornare in Italia. Mai dire mai, ma al momento non lo vedo proprio possibile.
L’Italia è un paese stupendo se si pensa alla storia, alla cultura, al cibo, alla lingua… Ineguagliabile. Mi mancano i laghi delle mie zone, il profumo dei boschi, il pane fresco della panetteria in piazza, le campane della domenica, il bianchetto al circolino con amici e gli anziani del paese che ti conoscono per nome… Ma la situazione politica attuale mi spaventa tantissimo e non so se riuscirei a riadattarmi a quel clima di negatività e chiusura mentale. Ogni tanto scherzo con i miei genitori e gli dico “Ragazzi iniziate a imparare l’inglese perché io non torno, sarete voi a trasferirvi su da me!”.
Spesso sento dire che gli expat hanno girato le spalle al loro paese e che sarebbero dovuti rimanere a cambiare la situazione. Innanzitutto ci sono persone che hanno voglia di tornare a casa dopo un’esperienza all’estero e questo è un enorme dono che si fa al proprio paese perché si importa una ricambio di energie vitale. E poi io la vedo proprio al contrario: è a noi che il nostro paese ha girato le spalle quando non ha deciso di investire sui giovani, sulle idee, sui talenti, sull’educazione e sulle possibilità di carriera.
Costruirsi una vita all’estero non è sempre facile, anzi. Ma vale la pena provare.

Intervista ad Alessia Marcantonio, traduttrice audiovisiva a Londra. Come trovare lavoro in Uk in tempo di Brexit

Per l’intervista di questo mese torniamo a Londra, terra di expat. Dal 2012 questa è la casa della nostra Italian del mese Alessia Marcantonio, 25 anni originaria di Sulmona.

In questi 6 anni fuori casa Alessia ha alternato lo studio a lavori da commessa. Tra l’ottobre 2013 e l’aprile del 2017 ha conseguito la triennale in Lingue e Culture Moderne studiando da non frequentante all’Università de L’Aquila. In quello stesso momento era a Londra, dove lavorava in negozio e preparava gli esami prima e dopo il turno, per poi tornare in Italia per le sessioni. Una vita in bilico tra due mondi.

Giusto il mese scorso ha terminato il MSc in Traduzione Audiovisiva. E adesso inizia la parte più difficile: la ricerca di un lavoro che sia contestuale al titolo di studio. Un problema solo italiano? Scopriamolo insieme!

Ciao Alessia! La tua vita in Inghilterra è iniziata molto presto, subito dopo la maturità. Cosa ti ha spinto a prendere questa decisione? Che sogni avevi e quanto, ad oggi, ti ritieni soddisfatta?

Sì, è stato ben sei anni fa! La ragione principale è stata che non sapevo quale facoltà scegliere dopo il liceo. Avevo troppi sogni e dovermi limitare a seguirne uno solo sembrava una scelta più grande di me. Sono partita con l’idea di prendermi un anno sabbatico e schiarirmi le idee, ma quando Londra ti prende diventa impossibile lasciarla. Più che soddisfatta sono grata, non riesco ad immaginare che tipo di persona sarei oggi se non fossi partita per Londra nel 2012. Avevo sogni più “infantili” e li ho un po’ persi per strada, ma ho comunque trovato la mia “vocazione” nella traduzione audiovisiva, ed è un qualcosa che non sapevo neanche esistesse fino ad un paio di anni fa. Quindi sì, sono soddisfatta, grata e fiera della mia scelta.

Si parla molto (e a volte a sproposito) della cosiddetta “fuga di cervelli”: te cosa ne pensi? Ti senti una di loro? Secondo la tua esperienza, quali sono le cause e le possibili soluzioni affinché i nostri talenti non sentano più il bisogno di scappare via?

La mia storia non è iniziata come una “fuga”, perché la mia scelta era scaturita dal desiderio di partire e non dal bisogno, e tante persone iniziano la loro esperienza estera come me, perché si sentono “a casa lontano da casa”. Purtroppo però, tra le persone che ho conosciuto qui, sono molto più numerose quelle che sono partite perché in Italia facevano fatica, con o senza un titolo universitario. Per quanto io ami Londra, sono più che consapevole dell’infinità di lati negativi che vivere qui porta con sé, e se penso a tutte quelle persone che sono qui per necessità e non per scelta… deve essere molto dura, per loro. Basterebbe solo qualche opportunità e speranza in più, qualche riconoscimento, più meritocrazia e meno ingiustizia, e sono sicura che eviterebbero volentieri di partire.

Parlando degli studi: la tua formazione universitaria è avvenuta a cavallo tra Italia e Inghilterra, con un anno di erasmus a Leeds e la specialistica a Londra. Immagino che anche le abitudini di studio siano diverse: potresti aiutarci a fare un confronto tra sistemi educativi? Punti di forza e punti negativi, ovviamente!

Facendo la triennale da non frequentante non ho avuto modo di vivere la vita universitaria italiana a pieno. In ogni caso, sicuramente l’università in Italia offre un bagaglio culturale incomparabile a quello inglese. I libroni da cinquecento pagine che spaventano tanto gli studenti italiani forniscono inevitabilmente una preparazione e conoscenza molto più vasta, mentre in Inghilterra gli argomenti che si arriva a toccare nell’arco di un semestre sono più limitati. Oltretutto, il numero di ore di lezione è di gran lunga inferiore rispetto alle università italiane, il che può essere positivo quando si ha a che fare con lezioni che si sovrappongono inevitabilmente e giornate interminabili in aula, ma è anche molto negativo se si pensa a quanto poco si riesce a fare in due ore settimanali per ogni corso. Il lato positivo principale è che, invece di leggere libri lunghissimi, ci si concentra su ciò che servirà effettivamente una volta fuori, è tutto più orientato a preparare al lavoro invece di riempire di dati e fatti e conoscenze fine a se stessi. Anche il metodo di studio è molto diverso: non ci sono libri da schematizzare e memorizzare, né esami orali di fine corso. Si legge molto, si fa ricerca autonoma, e si scrivono saggi, commentari e analisi cercando di renderli il più originale possibile, o si fanno presentazioni davanti a tutta la classe. So che posta in questo modo sembra che l’università inglese sia molto più semplice, ma la verità è che sono difficoltà molto diverse. Per me, ad esempio, è molto più semplice preparare un esame nella maniera italiana. L’università inglese assomiglia molto ai nostri licei, dove le date delle scadenze sono fisse e devi rispettarle a tutti i costi: se non consegni il saggio in tempo, rischi di non passare il corso, e se non passi il corso spesso significa ripetere l’anno.

Una domanda su Londra – possiamo dire la meta preferita di noi expat italiani. Com’è realmente vivere lì?

Vivere a Londra è dura. Gli stipendi sembrano alti, ma l’affitto e l’abbonamento per i mezzi pubblici sono molto cari e resta ben poco a fine mese. Si perdono ore infinite sui mezzi, per andare a lavoro, per vedere gli amici. Ci si sente molto soli, perché vedersi per un caffè con un’amica richiede giorni di preavviso, e certe volte passano mesi prima di vedersi, perché incontrarsi richiede tempo e di tempo ce n’è poco. La convivenza con coinquilini da tutto il mondo (e di tutte le età) è sempre problematica, spesso ci si trova a dividere cucina e bagno con molte persone con cui ci si limita ad un saluto cordiale, e si finisce per essere molto soli anche in casa.
Gli amici che trovi a Londra, però, non li trovi in nessun altro posto. Sono persone che hanno attraversato le tue stesse difficoltà e le tue stesse scelte. Che ti possono capire davvero. Sono persone coraggiose, con sogni molto grandi e tanto talento ancora da sfruttare. E Londra offre meraviglie che nessun altro luogo offre: parchi, strade, cultura, musei, festival e musical in ogni angolo. C’è sempre qualche evento in corso da qualche parte, c’è sempre un qualcosa di nuovo ancora da scoprire, che sia un secret club o un’opera teatrale o un qualche angolo bellissimo di città nascosto in stradine secondarie. I ristoranti offrono cibo da tutto il mondo a prezzi decenti, così che un minuto sei a Londra e il minuto dopo sei in Thailandia, Giappone, Brasile, Italia. Londra è immensa e non si arriva mai a guardarla tutta, ad assaggiarla tutta, a capirla tutta. Per me, avere tutto il mondo a portata di underground merita decisamente tutti i sacrifici.

Se si parla di Londra e Inghilterra, non si può tralasciare la questione Brexit. Che clima si respira in questo momento, e cosa cambia per voi italiani che studiate o lavorate lì? Vi sentite in qualche modo minacciati da questa nuova situazione?

È ancora troppo presto per sapere qualcosa! In questo momento la situazione sembra tornata alla normalità (sarà la quiete prima della tempesta?), ma immagino che per chi si trasferisce ora ci siano molte difficoltà, dato che già da qualche anno è sempre più difficile per noi stranieri fare cose come aprire un conto in banca o registrarsi dal medico. Per noi che siamo qui da tempo, invece, è ancora tutto “regolare”. Bisogna dire, però, che il periodo subito dopo il voto di giugno 2016 è stato duro. È vero che Londra è un mondo separato che aveva votato in gran parte per restare, ma gli episodi di razzismo non sono mancati. Avevo letto di molti Italiani che si erano ormai stabiliti in Regno Unito e che dopo quel referendum hanno fatto le valigie e hanno preferito andarsene, e non mi è difficile da capire: la mattina dopo il referendum ero a fare colazione in un pub di Leeds, mi sentivo come se un muro mi fosse crollato sulla schiena, mi guardavo intorno e pensavo: l’Inghilterra è la mia casa, ma la metà di queste persone non mi vuole qui.

Passiamo ora al lavoro: sappiamo che sei alla ricerca nel settore di audiovisual translation, ma di cosa ti vorresti occupare nello specifico? E soprattutto: credi che in Italia non si riesca a trovare un’occupazione simile, ci stai provando, oppure lavorare all’estero è quello che vuoi sopra ogni altra cosa?

Mi vorrei occupare di adattamento per il doppiaggio e sottotitoli, soprattutto per serie tv e film, ma anche per documentari, reality show ecc. Per ora si sta rivelando molto duro cominciare, perché per la lingua italiana c’è molta concorrenza (per i liceali alle prese con la scelta universitaria: non scegliete Lingue, siamo troppi! / scegliete Lingue è bellissimo!) e la maggior parte del lavoro è svolto da liberi professionisti, per cui si entra nel circolo vizioso del “richiedono esperienza / nessuno mi fa fare esperienza”. Sto cercando a Londra per ora perché trovare lavoro qui è sempre più semplice, ma spero di riuscire a tornare in Italia non appena avrò abbastanza esperienza alle spalle. Ma a giudicare dalle poche offerte di lavoro che ho visto in Italia (tutte al nord, prevedibilmente) non sarà un’impresa facile.

Come si fa a cercare attivamente lavoro a Londra? Esistono centri per l’impiego, annunci nei giornali, online…? Penso alle modalità italiane, con mille cv inviati e poche risposte ricevuti: sono problemi comuni?

Ci saranno differenze a seconda del tipo di lavoro, ma la ricerca si svolge principalmente online, sia su siti di annunci (come Indeed, Totaljobs, Reed, Monster, Linkedin…) sia sui siti specifici delle compagnie. Ci sono anche numerosi job centre gestiti dal governo, ma personalmente non ne ho mai fatto esperienza perché mi sono sempre trovata bene con la ricerca online, o anche portando curriculum porta a porta quando cercavo lavoro come commessa. Sicuramente è molto più comune che in Italia trovare cartelli all’entrata di negozi, bar e ristoranti in cui scrivono che cercano personale, e da lì ad essere chiamato per un colloquio, soprattutto quando si ha un po’ di esperienza sul cv, ci vuole poco. Purtroppo il problema dei mille cv inviati e poche risposte rimane quando nel cv manca esperienza nel settore, però sicuramente ci sono strade alternative che si possono percorrere (ad esempio, lavorando in un negozio si viene a conoscere bene il brand e si può fare domanda per essere spostati a lavorare negli uffici della compagnia, e così si fa esperienza di lavoro d’ufficio).

In Inghilterra ci sono più collegamenti tra università e aziende? Siete facilitati in qualche modo nella ricerca di lavoro? Parole come flessibilità, meritocrazia, possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età, sono già entrate nel vocabolario comune inglese?

La meritocrazia e la possibilità di far carriera fin da giovani sono fatti quotidiani qui. Non importa quanti anni hai, anzi, spesso non viene neanche scritto sul cv. Così come non si usa mettere la propria foto sul curriculum, perché non è ritenuta rilevante alla scelta del candidato. Per quanto riguarda il collegamento con l’università, come dicevo l’impronta generale dei corsi stessi è basata sul preparare alla vita lavorativa, e di conseguenza l’interesse di professori e staff è quello di poter dire che una grande percentuale di laureati trova lavoro entro tot mesi. Le università generalmente hanno un dipartimento a cui gli studenti possono rivolgersi per avere un aiuto nella preparazione del cv, lettere di presentazione, colloqui, ecc., oltre ad avere un sito di annunci rivolti principalmente ai neo laureati. Quello che sto trovando più utile, nel mio campo, è il collegamento diretto tra professori e compagnie: quando ex alunni, ora professionisti nel campo, cercano persone per il proprio team o vengono a sapere di posizioni aperte nella propria compagnia, mandano una mail ai professori, che a loro volta la girano a studenti e neo laureati.

Se potessi, cosa cambieresti in Italia e in noi giovani italiani? Parlo di mentalità ma anche di competenze, mi viene da pensare che nel mercato globale ci sia bisogno di giovani che sappiano le lingue e siano tecnologici: secondo te noi italiani possiamo essere competitivi in questo?

Ci vorrebbero più opportunità, più meritocrazia e più giustizia, e persone disposte a giocare secondo le regole; se questo fosse applicato fin dal sistema scolastico, e parlo dei giovani quanto dei professori, le competenze non mancherebbero!

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita?

Spero di tornare in Italia prima o poi, ma temo anche che significhi rinunciare a delle reali possibilità di carriera, possibilità che con i nostri studi, sforzi, capacità ed esperienze ci meriteremmo appieno (parlo al plurale perché so che ci sono molte persone come me!). Per ora continuo a cogliere occasioni ovunque esse si trovino, ma spero di ritrovare presto la strada di casa!

Ho fede nella tua fede

Cercando casa il primo anno che mi sono trasferita a Londra, trovai un alloggio studentesco ad un paio di fermate della metro dalla mia nuova università, con vista sullo stadio di Wembley. Arrivata fisicamente sul posto, dopo qualche giorno mi accorsi che i tanti ristoranti e negozi vari del quartiere avevano un qualcosa di asiatico – particolarmente asiatico. Scoprii in breve che l’area era a predominanza indiana. Il che, però, non significa solo locali per il kebab in fila indiana sulla strada principale o vetrine di abbigliamento addobbate con Sari e Shalwar kameez.

Vicino alla grande arena di Wembley si trova il municipio, cuore dell’amministrazione e delle attività locali organizzate dal comune. All’interno dello stesso edificio, vi è la biblioteca. Non che mi aspettassi gli scaffali ricoperti di tomi in italiano con una striminzita sezione dedicata alle lingue straniere, ma camminare per la prima volta tra corridoio con libri in hindi, arabo, e polacco, fece comunque una certa impressione. Da allora, ho visitato altre tre biblioteche nello stesso municipio, e la storia si ripete, ora aumentando i ripiani per il turco, ora per il russo. Nella zona in cui mi trovo ora, ci sono molti volumi in portoghese, quasi eguagliati in numero da quelli in francese.

È in questa stessa zona che sono entrata per la prima volta in un tempio hindu, sulla medesima strada dove – a solo un paio di palazzi di distanza – si affaccia anche una moschea. Al di là del fiume Tamigi, verso sud, Vauxhall, nel quartiere dove stanno costruendo nuovi uffici per Google, la predominanza della popolazione è di colore. Ci sono più chiese cattoliche, evangeliste e del rinnovamento. Il carattere comunitario tra le famiglie è molto forte.

A due passi dall’Abbazia di Westminster si erge la Cattedrale di Westminster, la cui differente denominazione della fede è facilmente identificabile grazie al colore dei cartelloni esposti fuori, con nome e orari delle messe: rossi per cattolica, blu per protestante. La volta di questo edificio sembrerebbe un capolavoro di artista: nera come la pece, buia e cupa come l’inferno delle Scritture. Peccato che stiamo parlando del soffitto, dove il visitatore dovrebbe essere accolto dalle candide tonalità del paradiso. Non si tratta in effetti di un capolavoro: la volta, come altre cappelle laterali, non è finita. La Cattedrale di Westminster è la chiesa madre per i cattolici del Regno Unito, ma è stata costruita solo a partire dal 1895, ed i soldi necessari al completamento delle decorazioni interne sono ancora in fase di raccolta.

Viaggiando per qualche altra città dell’Inghilterra, il profilo del paesaggio rimane più o meno uguale. Non ci sono palazzi alti – anche nella capitale, i famosi grattacieli sono limitati alla City o alle periferie, dove si costruiscono nuove case in continuazione. Non ci sono cupole, ma guglie di chiese in stile gotico. Qualche volta si intravedono le statuine degli esterni dei tempi hindu. O, come vicino a Regent’s Park a Londra, le bianche e lisce mura delle moschee. Camminando nei quartieri nord della capitale, mi sono ritrovata a fissare continui flussi di adolescenti con payot e kippah, spesso seguiti da adulti con l’altro tipico cappello ebraico nero a falda.

Venendo da un paese cattolico come l’Italia – con libertà di religione sì, ma con una lunga storia e tradizione intessuta con la fede – una tale miscela di culti mi prese alla sprovvista. Come fare a combattere quelle vocine nella testa che scattano quando si sale su un autobus dove son sedute due donne con indosso un burqa, grandi occhiali, e guanti neri, che lasciano scoperto si e no qualche millimetro di pelle intorno agli occhi? In tutto questo mare magnum di pensieri, simboli, e architetture, una lezione si fa strada, un po’ alla volta, diventando convinzione, abitudine, e infine un credo in sé. Trovandosi in questo rimescolio di religioni, i vari nuclei approfondiscono la loro fede, vi aderiscono liberamente, cercando meno fantocci da attaccare, nemici da cui difendersi, barriere da innalzare, quanto una vera ancora a cui guardare.

Sarà per questo che mi è capitato di incontrare in questa terra dei cattolici piuttosto radicati – e qualcuno radicale – come pochi in Italia: alcuni quasi estremisti, ma tanti osservanti dal cuore aperto. Sarà per questo che camminare fianco a fianco con Musulmani non solo non mi mette a disagio, ma quasi non mi suscita più neanche quella necessità di esaminarne il vestiario. E portandomi dietro l’abitudine, mi sorprendo ora delle reazioni quasi di shock di amici e conoscenti nelle stesse situazioni lungo le strade di Roma. Sarà per questo che quando si fa il digiuno – per la Quaresima o per il Ramadan – non si deve ascoltare il tono canzonatorio dei compagni di tavola: fino a quando si tratta di scelta personale, tutto viene rispettato.

L’intenzione qui non è solo di fare un elogio alla libertà di culto. Alla base degli atteggiamenti osservati, si trova una forte comprensione di identità. La storia inglese è sempre stata caratterizzata dalla multiculturalità, e forse lascerebbe turbati se, dopo tutti questi secoli, ci si trovasse di fronte una società xenofoba – come qualche segnale è stato lanciato allo scoppio della Brexit. Questa è la loro identità: l’hanno abbracciata e ne han fatto uno stendardo. Qual è quella dell’Italia?

Sheffield si pronuncia come Vigata

Maggio 2018 ha segnato il ritorno sulle scene del gruppo indie rock Arctic Monkeys con il sesto album Tranquillity Base Hotel & Casino. Oltre ad un calendario pieno di date bloccate per un nuovo tour mondiale, la band è riemersa tra i media con performances live in talk shows, comparse radio e tv, nuovi video YouTube e via dicendo.
Qualche tempo fa, ho trovato un’intervista che il frontman Alex Turner aveva fatto con la presentatrice di BBC Radio 1 Annie Mac, a ridosso dell’uscita del nuovo disco. L’artista, mai stato famoso per esser piuttosto loquace, appare molto più sciolto e a suo agio rispetto al passato. Mi rendo conto allora – o meglio, me ne interesso veramente per la prima volta – di tutte quelle variazioni di pronuncia tipiche delle regioni centro-settentrionali dell’Inghilterra. La lampadina si accende in particolare alle ripetute “my house”, “my room”, con il pronome personale pronunciato /mɪ/ invece che /maɪ/.

Il che mi rimanda con la mente al mio viaggio verso Nord dell’anno scorso, dove il treno di parole chiuse degli abitanti di Newcastle mi faceva ridacchiare ogni tre per due. O, ancora più indietro nel tempo, a quando le vocali distorte della politica scozzese Nicola Sturgeon mi facevano sudare freddo, al pensiero che avrei dovuto fare un resoconto in classe di un dibattito di cui non avevo capito quasi nulla. Sappiamo bene che ogni nazione nella sua estensione geografica presenta numerose varianti linguistiche, non importante se piccola o grande – basti pensare alla Svizzera, che, con l’aggiunta della divisione in cantoni, offre un interessante panorama filologico.

Trovarsi faccia a faccia, orecchio a orecchio con queste differenze, può creare confusione, ma anche simpatia. Il patrimonio italiano tra quelli Europei, a mio parere, risulta ancor più originale per via dei substrati dialettali e per l’antica storia di evoluzione fonetico-grammaticale non solo delle regioni, ma di zone via via più piccole, tanto che sappiamo ci sono aree definibili isole linguistiche – vere e proprie isole del tesoro per gli studiosi!
Dialettale, però, nell’immaginario comune rimarrà sempre sinonimo di ignorante. Nel bel paese poi, in particolare se associato al Meridione.

«C’è una serie televisiva che a me piace tanto. Aspetta come si chiama…ah, si! Il Commissario Montalbano!» mi disse una persona nata e cresciuta in Inghilterra, con zero conoscenza della lingua italiana quando ci presentarono ed io rivelai la mia origine. Al sopracciglio alzato che mi scattò alla sua confessione, l’uomo mi chiese conferma che non si stesse confondendo con qualche altra serie, e se si trattasse proprio del poliziesco ambientato in Sicilia, fornendo poi ulteriori dettagli come il maldestro Catarella e l’abitazione sul mare del commissario. Cercando sul sito della BBC, effettivamente c’è un’intera pagina dedicata alla serie inspirata dai racconti di Camilleri, con tutti gli episodi in lingua originale, accuratamente sottotitolati in inglese.

La mia curiosità quel giorno è comune rimasta insoddisfatta: come apprezzare al cento per cento quel capolavoro che implica tante espressioni tipiche delle Sicilia? Non è una novità che opere in dialetto siano apprezzate al di là della frontiera. Colpisce però il fatto che continuino ad esserle – antiche e contemporanee – e, soprattutto, che questo avvenga spesso e volentieri proprio con quelle zone che disprezziamo in casa.

Tornando ai Monkeys, a Sturgeon e ai tanti nordici che lavorano, visitano, passano per la capitale inglese, per quanto la loro pronuncia regionale possa renderli qualche volta motivo di risatine, tuttavia li identifica per la loro provenienza e aggiunge alle conversazioni un argomento in più di cui parlare e confrontarsi. ‘Di dove sei?’, ‘Come mai qui?’, ‘Che cosa c’è di tipico lì?’, ‘Le ferrovie devono essere un vero dramma per raggiungere casa!’.
Fa riflettere invece quando in Italia la calata meridionale o l’accento settentrionale facciano scattare immediato il bollino di classe con conseguente assunzione di certi atteggiamenti. L’etichettatura, sembriamo rassicurarci tra di noi, necessariamente viene da stereotipi ben convalidati dai fatti di cronaca e dalle statistiche.

Arrangiamento d’autore

La musica di Vivaldi rimanda ad una tradizione antica e altisonante. Solo il nome basta a richiamare alla mente archi e clavicembali dalle complesse armonie. Eppure, il concerto La Primavera, parte de Le Quattro Stagioni, è nella testa di tutti: un raffinato evergreen.

Recentemente ho avuto il piacere di riscoprire questo classico grazie ad un magnifico spettacolo allo Shakespeare’s Globe. Il rifacimento delle composizioni da parte di Max Richter (2012) era alla base dell’opera. Il concerto è stato poi ulteriormente riadattato per un complesso di sei elementi, con accurata selezione dei brani per una durata totale di circa un’ora e mezza.

Finn Caldwell e Toby Olié, le menti creative della compagnia Gyre & Gimble, hanno realizzato dei burattini mossi da un coordinato gruppo di cinque artisti. Lo spettacolo aveva luogo nel Sam Wanamaker Playhouse, uno spazio interno al Globe (non l’iconico grande teatro all’aperto), più intimo e, grazie alla sola illuminazione di candele e tenui faretti, molto suggestivo.

Leggendo le recensioni su Internet non è possibile farsi un’idea precisa della trama. È una narrazione visiva e musicale che segue l’evolversi universale della vita. I due protagonisti si innamorano ed hanno un figlio. Con l’arrivo della guerra, lui viene chiamato alle armi, dove perde la vita, mentre il bambino a casa apprende a muovere i primi passi. Crescendo, il ragazzo, che conduce una vita di successo ma priva di veri affetti, viene turbato dai fantasmi del passato, fino a quando non si riconcilia con la sua storia. E si torna, circolarmente, ad una tenera scena di amore a prima vista.

Il tutto veniva elegantemente “recitato” dai burattini, semplici, si direbbe, in quanto privi di definiti tratti facciali e costumi. Eppure, i movimenti e la grazia delle marionette seguivano l’energico andamento musicale in maniera suggestiva, con pieno coinvolgimento ed emozione del pubblico. Non pochi, immagino, saranno tornati a casa cercando l’album di Richter o, direttamente l’originale di Vivaldi, su Spotify o Youtube.

La figura del burattinaio, spesso relegata per noi alla tradizione popolare o per bambini, ricopre in realtà molti più aspetti di quanti ci si possa immaginare. Dal coordinamento dei personaggi animati sul set di film come Paddington al movimento sul palco di soggetti piuttosto complessi come il cavallo di War Horse, uno degli ultimi grandi successi del West End.

Tornando al rifacimento di Vivaldi, la scelta di unire musica classica, burattini ed una trama così apparentemente semplice, è stata rischiosa. D’altronde, il breve incarico del direttore artistico del Globe Emma Rice è stato costellato da simili decisioni. Come l’audace interpretazione di Sogno di Una Notte di Mezz’Estate o l’ultra-contemporaneo Romeo e Giulietta, o ancora l’ambientazione messicana di Molto Rumore per Nulla. È per questo che la commissione del teatro ha deciso di accorciare la durata del suo ruolo, terminando il contratto due anni prima del dovuto. Come dire: la troppa audacia della donna è stata ben ripagata.

Quando la notizia si sparse ormai quasi un anno fa, critica e esperti furono non poco divisi. È vero che alcune delle scelte artistiche avevano trovato una povera giustificazione nel desiderio di rinnovo delle opere del Bardo, ma l’originale approccio ed il facilitato accesso ad un più vasto pubblico che alcuni di questi adattamenti hanno consentito sono innegabili. Il punto di tutta la questione è che tutto ciò ebbe luogo nel sacro tempio del Globe. ‘Ai posteri l’ardua sentenza’: fu coraggio o un povero giudizio?

Shakespeare, nel bene o nel male, è stato rimaneggiato e riadattato così tante volte da chiedersi non se ma quando capiterà un’altra situazione del genere.

Il Regno Unito non ha paura di giocare con la tradizione. Il tessuto narrativo e i molteplici mezzi artistici vengono rimescolati e fatti interagire con libertà. L’aderenza o meno al testo originale viene dichiarata. Il pubblico e l’appuntita penna dei critici sono l’unico giudice ed eventuale sanzionatore.

I risultati alle volte sono di alta qualità e sorprendente freschezza, come l’acclamato moderno Amleto, con Andrew Scott, adattato e diretto da Robert Icke. Altre volte, il prodotto è meno esaltante, come fu il rifacimento teatrale di Ossessione, con Jude Law nel ruolo di Gino, diretto da Ivo van Hove.

Trasporre la pellicola sul palco, e non in piccoli teatri d’avanguardia, ma per grandi platee: è questo un trend molto recente e che sembra stia dando i suoi frutti, presentando nuovi approcci creativi e avvicinando un pubblico sempre diverso, sempre più vasto.

La rassegna estiva 2017 del Teatro dell’Opera di Roma alle Terme di Caracalla ricevette più attenzione del solito da parte dei giornali italiani per l’offerta di una Carmen piuttosto fuori dalle convenzioni e dal previsto canone. La giovane argentina Valentina Carrasco fu la regista sulla bocca di tutti per aver portato in scena un allestimento dell’opera in un futuro non troppo lontano e macchiata di modernità fino all’inverosimile, con jeans and night club inclusi.

Ascoltando i commenti di chi vi aveva partecipato allo spettacolo e leggendo alcune testate da quest’altro lato d’Europa, la situazione sorprese anche me. Com’era stato possibile lasciare che costumi moderni e sceneggiature neanche vagamente mitizzate entrassero il sacro tempio delle Terme? Com’era stato possibile far assistere ad un pubblico in attesa del tradizionale balletto una trasposizione così spinta?

‘Ai posteri l’ardua sentenza’.

 

 

50 sfumature di caffè

Espresso, double espresso, Espresso Macchiato, Espresso Con Panna, cappuccino, Americano, Iced coffee, latte, Flat white, cortado, caramelatte, Latte Milano, caramelatte with semi skimmed milk, cappuccino with soya milk, mocha, white chocolate moka.

E la lista continua, soprattutto perché non siamo ancora passati ai tè. Gli accoglienti coffee shops inglesi, profumati di chicchi macinati e panne dolci, sono in realtà dei locali piuttosto trafficati. Non perdendo la freneticità di molti altri luoghi londinesi, i clienti entrano, ordinano una delle tante varianti nel menù – possibilmente con un’opzione personalizzata, che va dalla cream on top, al caramello doppio, al cioccolato in polvere – e portano via in uno dei bicchieroni di carta con tanto di coperchietto di plastica e stecchetto di legno a mo’ di cucchiaino.

Se invece è stato scelto il drink in, la bevanda viene servita in una bella tazza di ceramica, con piattino ed eventualmente vassoio, al modico prezzo di dieci pences in più sul saldo finale. Non è anomalo pagare con la carta di credito – soprattutto se contactless. E non è infrequente fermarsi a ricaricare il cellulare, finire un lavoro sul computer, o sostare oltre un’ora ad uno dei tavoli con presa o sui sofà del locale, ben a distanza dal bancone del servizio.

Earl Grey, Breakfast Tea, Green Tea, Assam Tea, Chai Tea Latte, Iced Tea, Herbal Tea, Camomile, Jasmine Tea.

Il tipico tè inglese viene servito in una teiera, lasciata al cliente così da potersi servire da solo, arricchendo la bevanda a piacere con zucchero e/o latte. Il tradizionale English Tea include una torretta a più vassoi con mini tramezzini, pasticcini vari, e gli immancabili scornes, accompagnati da crema e marmellata. Si tratta di una vera e propria merenda, delizia dei turisti ed evento speciale della famiglia.

Per quanto diffuso sia il tè in Inghilterra, la tipica bevanda sta lasciando sempre più spazio al caffè; si badi, però, in tutte le sue varietà e capricci. Paese che vai, caffè che trovi. Ed essendo una capitale multietnica e multinazionale, Londra ha accolto e fatto proprie (tutte) le varie modalità di preparazione e di consumo di questa bevanda.

Una macchinetta moka classica sembra essere uno strumento abbastanza costoso e poco comune nelle case inglesi. Più economico e veloce è il caffè solubile. Soprattutto in ufficio, la bevanda così lunga sembra durare per tutta la mattinata o pomeriggio, sempre fumante nelle capienti mugs, mantenendo un livello di caffeina sostenibile e necessario per portare avanti il lavoro. Un po’ come il caffè americano, ma meno acquoso.

Il caffè in filtro sembra stia lentamente scomparendo per la scadenza del risultato, anche se sia ancora l’ultima spiaggia in caso non ci siano alternative o per ritiri sperduti con pochi supermercati nelle vicinanze.

La French Press, o caffettiera a stantuffo, è molto di moda. Per la complessità richiesta nel miscelare la giusta dose di macinato e acqua – quest’ultima al punto giusto di calore, bollente ma non bollita – rimane una tecnica piuttosto fine, ma comunque più portatile rispetto alla moka Italiana, richiedente la fiamma viva di un fornello. L’unico inghippo risulta ancora una volta il macinato fresco: la Lavazza diventa oro – nel vero senso della parola – sugli scaffali dei supermercati inglesi. Ma buone alternative, a portate di tutte le tasche, sembrano essere anche il marchio Starbucks e Fair Trade.

La questione è molto semplice: non si può entrare in un coffee shop, ordinare solo “un caffè, grazie”, e aspettarsi la piccola tazzina da bere in un sorso o da finire scambiando quattro chiacchiere al volo con un amico in piedi vicino al bancone. Allo stesso modo, andando a trovare qualcuno a casa, l’offerta varia con tè, succo di frutta, e in ultimo caffè, il quale non è detto vengo preparato con una moka, avendo a disposizione così tante varianti.

La dinamica cambia, il consumo che se ne fa è diverso, il momento di condivisione che la pausa caffè rappresenta in Italia non è lo stesso. A detta della mia coinquilina, bisogna essere italiani per saper fare un espresso decente, non sciacquato, pur avendo la stessa macchinetta e lo stesso macinato. Ho provato a spiegarle la tecnica della montagnetta e del livello dell’acqua, ma qualcosa va sempre storto.

La tradizione nel nostro paese ha prodotto l’eccellenza ed il primato in un buon espresso. E non è un caso che la maggior parte di quelli che ordinano il ristretto e mini “single espresso” nei coffee shops inglesi siano sempre italiani.

Nel Chai Latte ho compreso l’aroma del tè indiano. Nel solubile, vedo la comodità di un caffè preparato al volo. Nella French Press ho trovato l’alternativa di compromesso, tra un caffè lungo ma con il macinato. Nella Mocha, capisco la voglia di mescolare gusti e ingredienti diversi, tra il dolce, il latte e la caffeina. Con i divani e le prese di corrente dei locali ho intuito il significato del binomio caffè/attività – che sia lavoro, studio, o programmazione – piuttosto che bevanda da pausa o digestivo post pranzo.

Qualunque sia la sfumatura scelta, c’è un caffè per tutti. In una società che sembra aperta e che accoglie e promuove il nuovo, la varietà nelle miscele e le molteplici modalità di preparazione rispecchiano una certa fluidità e, perché no, un certo individualismo e personalità nelle scelte e nei gusti.

Non privatemi mai, però, della mia Bialetti, please.

Differenze di volume

È un fatto curioso che la tradizione riporti il 23 aprile sia come data di nascita che di morte di William Shakespeare. Di sicuro, si sa solo che il famoso poeta sia stato battezzato il 26 aprile 1564. Miti e incerti scribi hanno fatto il resto perché i giorni coincidessero.

Sta di fatto che il Regno Unito è in festa ad aprile. Celebrazioni particolari si hanno in Stratford-Upon-Avon, città natia del Bardo, ma anche a Londra. Il Globe Theatre, meta sempre affollata di turisti e fan del teatro, organizza ogni anno un programma speciale per far memoria del drammaturgo.

Il primo aprile che ho trascorso nella capitale inglese, il teatro circolare aprì le porte gratuitamente a tutti coloro interessati a visitare il museo al suo interno e magari intrattenersi a sentire estemporanei monologhi dal palco. Caramelle con su scritto “Hamlet” (che allora si avviava per un tour globale della durata di due anni) e attività per bambini nello spazio teatrale al coperto erano alcune delle chicche della giornata. Il tutto, però, voleva fare da aperitivo ad una festa ancora più grande, l’anno seguente, quando sarebbero stati ben 400 anni dalla morte del poeta.

Mi fermo un paragrafo per dare qualche informazione in più di localizzazione. Il Globe Theatre si trova al Southbank, una zona centrale bagnata dal Tamigi – un po’ come a dire il Trastevere inglese. A costeggiare il fiume c’è un lungo camminamento collegato all’altra sponda da alcuni dei più famosi – e belli, soprattutto con le luci notturne – ponti di Londra, tra cui il Tower Bridge, il London Bridge, il Millennium Bridge, e via dicendo. Lungo questo percorso, il Globe è in buona compagnia: sul camminamento del Southbank si aprono anche le porte del National Theatre, del Southbank Centre, per non dimenticare i tornelli del London Eye.

Nel 2016, per celebrare il quattro-centenario del Bardo, sono stati installati 37 schermi lungo il Southbank. Il progetto, chiamato “The Complete Walkprevedeva la proiezione gratuita, per tutto l’ultimo weekend di aprile, di 37 video – della durata di 5-10 minuti – con scene tratte dalle commedie e tragedie di Shakespeare, girati sui luoghi reali di ambientazione delle pièces. Questo include, certo, Romeo e Giulietta a Verona, La Bisbetica Domata a Padova, e Coriolano ad Ostia Antica.

L’anno seguente, la British Library mise in piazza, a Trafalgar Square, dei QR codes che indirizzavano al download delle scannerizzazioni del primo folio di alcuni dei manoscritti di Shakespeare. Avere il pdf ad alta risoluzione del primo folio dell’Othello sul cellulare, lo confesso, fa una certa impressione. Per non parlare dello spettacolo Shakespeare Son et Lumière: una colorata animazione, di circa undici minuti, attraversava quasi tutte le opere teatrali di Shakespeare, proiettata sulla facciata della Guildhall Art Gallery e accompagnata da narrazione drammatica dei più famosi versi.

Insomma, non c’è modo di scappare al fascino del grande poeta qui.

Mentre ero in piedi di fronte alla gigantesca candela digitale proiettata sulla facciata del diciannovesimo secolo della Guildhall, accompagnata dall’altisonante “Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”, ripensavo al mio volumone di letteratura italiana.

Adoro le opere teatrali di Shakespeare, e ancor più adoro i vari riadattamenti e modernizzazioni delle sue tragedie. Ma proprio non riescono a prendere il posto di quel più antico “Amor, ch’a nullo amato amar perdona”.

Attraversando la penisola, in qualsiasi secolo della storia italiana, si scopre una ricchezza inestimabile di versi e di personaggi da poterci coprire non uno, ma mille di palazzi con proiezioni digitali. Agli occhi spalancati di familiari ed amiche italiane che ascoltavano i miei racconti inglesi dei vari progetti culturali ai quali avevo assistito, presentavo anche la mia frustrazione e il desiderio di costruire scenari simili per un patrimonio ben più ampio e profondo di quello del Bardo.

La letteratura inglese ha sicuramente molto da raccontare al di là di Shakespeare, ma è curioso vedere come da quest’unico poeta – che sia realmente esistito o meno, a seconda della tradizione che si vuol seguire – ne è stato sviluppato quasi un mito, incantando le nuove generazioni e turisti da tutto il mondo.

Scherzando con alcuni colleghi qui, ricordo loro, di tanto in tanto, delle ambientazioni tutte italiane di alcune tra le più famose opere presentate dalla Royal Shakespeare Company. Ma sembra poco importi loro della Roma repubblicana o delle follie di Caligola, perché il Cesaricidio è uno degli avvenimenti più importanti e drammatici, in fondo, giusto? Altrimenti se ne sarebbero scritte tragedie anche al loro riguardo, come è stato fatto per la storia d’amore di Antonio e Cleopatra.

Come fare a dire che, si, in realtà ci sono volumi, versi, libretti, per tutte le fasi della nostra storia, per l’amore corrisposto o no, per la divisione dell’essere umano in centomila, per le storie d’onore e di sangue della mafia, che rivelano ben altro che il fascino di Al Pacino e Marlon Brando.

C’è il problema del dialetto, è vero, per molte opere. Ma l’inglese di Shakespeare, preso puro, non è molto più comprensibile dei primi sonetti Danteschi. Il medium – il termine stesso ci riporta alla tradizione latina – attraverso cui aprire i libri e raggiungere il lettore, è la chiave. La letteratura è attraente, la cultura affascina. Eppure, anche una rosa senza acqua e senza esser esposta alla luce del sole muore ed il seme rimane chiuso in sé.

L’invito e la speranza è che scaffali e vetrine siano sempre più aperti, in un dialogo con le nuove tecnologie e con la creatività delle nuove generazioni, per far sentire le opere più vicine ad un pubblico, vecchio e nuovo, che cerca, indaga, è curioso. C’è fame di cultura e di poesia, troviamo il modo di impiattarle.