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Trasformare lo stress in una risata liberatoria

Oggi mi sono trovata a parlare con un collega sul significato di stress secondo le diverse culture, prospettive di vita, tempo e avvenire. Per esempio, al mio amico piacerebbe avere 7 figli (ne ha già quattro), é molto competente in quello che fa e prende il suo tempo per poter sviluppare buoni progetti statistici. Il suo motto sul lavoro é “se non é finito oggi, si finisce domani, nessuno morirà per questo”.

Il mio approccio alla vita, invece, é leggermente diverso. Il mio motto potrebbe tradursi con il classico “non rimandare a domani quello che potresti fare oggi”, o anche con il ben noto Carpe Diem – Seize the Day (sempre con giudizio e responsabilità, s’intende).

Per quanto voglia bene al mio collega, non riesco ad immaginare una vita più tranquilla di questa: programmare il domani e anche il dopodomani, pianificare e pensare alle prossime vacanze, sognare e lavorare al futuro, gli amici… Ecco, tutto questo, per me, é davvero emozionante. Non posso non pensare a cosa succede nel mondo, a conoscere quello che é attorno a noi ma anche lontano, discuterne, analizzare trend e notizie dal mondo, pensare (e lavorare a) quello che attivamente possiamo fare per renderlo un posto migliore. E, se devo proprio andare un po’ più in là, la ricetta per poter contribuire, nel nostro piccolo, a un mondo migliore é: é inquinare di meno il pianeta ed essere più gentili.

Lo stress, abbiamo concluso io e il mio collega, significa, o meglio: si trasforma, alla fine dei conti, nello scaricare dell’energia negativa verso gli altri, nell’impossibilità di poterla contenere dentro di sé. Per essere meno stressati, quindi, é necessario parlare e comunicare, ma non bisogna scordarci che sono anche molto importanti l’attitudine e l’approccio che poniamo verso gli altri, e che dovrebbero sempre essere sempre di rispetto e sensibilità.

A tal proposito, mi piace pensare a Stephen Colbert o a Elles De Generes che, con i loro show – il Late Show per il primo, il The Ellen Show nel secondo caso, nel caso remoto non ne abbiate mai sentito parlare – ci aprono gli occhi verso un mondo in cui ci svelano che per vivere meglio e più tranquilli, bisogna ridere. E ce lo insegnano col loro lavoro, attraverso satira dell’attualità e divertenti interviste a ospiti (attori, politici, cantanti, businessmen…). 

Quando ridiamo, secondo Stephen Colbert – come lui stesso ha dichiarato in un ‘intervista a The New York Times (mentre questa é la sua pagina sul giornale americano) – non abbiamo paura. E quando non abbiamo paura possiamo pensare meglio e riflettere a questi pasticci globali. L’umorismo e la satira, insomma, allevierebbero la tensione e l’ansia che il mondo e le sue notizie d’attualità possono procurarci ormai molto più che raramente. La risata dura lo spazio di un istante, ma – Stephen sottolinea – se ridiamo oggi, dormiamo meglio e le chances di essere di migliore umore domani aumentano. Provare per credere.

Un altro strumento che personalmente trovo straordinario per combattere la paura e riflettere meglio é ascoltare la radio e, in forma più generale, le persone parlare. Le persone che parlano, soprattutto se con tono pacato e accogliente, hanno lo straordinario potere di coinvolgere le persone e farle sentire meno sole. In un mondo estremamente tecnologico come il nostro, dove le “macchine”, l’intelligenza artificiale e i robot molto presumibilmente sorpasseranno gli esseri umani nel dare risposte esaustive e velocemente, una voce accogliente, una persona che trasmetta calma, sicurezza e tranquillità verso l’interlocutore, faranno sempre la differenza. E come esseri umani, immagino, noi sceglieremo sempre la voce accogliente rispetto alla voce metallica di un robot neutro ed impersonale.

E come non pensare alla magica trasmissione di sentimenti ed emozioni che avviene anche e soprattutto tramite le voci di artisti musicali? E non è certo un caso che la scienza ci esorti da sempre ad ascoltare molta musica – classica e non – per calmare gli animi, la pancia e la testa. 

E quindi, oggi, per chi avesse bisogno di quella voce accogliente in grado di tenderci la mano e regalarci un attimo di calma… Vi consiglio qualche artista che possa compiere la missione: Mario Biondi, Sergio Cammariere e Ludovico Einaudi, o ancora, gli Hooverphonic, Parov Stelar e Hayden James.

La musica sicuramente è la ricetta per pace interiore e felicità!

E prima di chiudere, e ricollegandoci al post, un altro piccolo personale consiglio per ridere di gusto (e perché no, capire il mondo), ecco per voi un episodio di the Late Show, qui con una bellissima intervista a Michelle Obama e il racconto della sua autobiografia, o ancora, un episodio di The Ellen Show, con l’intervista a Will Smith per l’uscita del film Alladin, in cui Will interpreta il ruolo del genio della lampada.

 

Ready-to-go Leaders

Un recente studio condotto e pubblicato dalla Harvard Business Review espone il concetto di Nimble Leadership, la leadership agile e leggera, e spiega, attraverso l’esempio di due business case studies, come mettere in pratica questa abile arte di saper gestire un’azienda, le persone al suo interno, ed essere sempre capaci e pronti ad innovare curiosamente, lasciando andar via lo stesso stress dettato del dover essere “il leader”.

Per me leadership significa sapere essere (stare) davanti, dal verbo inglese to lead, come il capitano di una nave. L’immaginaazione mi porta a pensare al leader come colei/colui che é davanti e sa governare, parlare, dare direzioni e gestire una nave, la ship (nave), appunto. 

Questo non significa che il leader non prenda mai spunti, o appunti, o che non cambi mai la direzione di una nave, o che non sappia ascoltare consigli. Anzi, il leader per me é colei/colui che, nonostante la sua posizione, ascolta sempre, e, proprio perché é davanti, deve farsi portavoce di coloro che ha – metaforicamente – dietro. 

Il  leader é una bussola di riferimento per molti, e il leader stesso si considera un punto di riferimento, un faro. Il leader apprende dal suo team per fare in modo che la squadra cresca insieme, unita, senza troppe chiacchiere inutili e senza lamentele (e che le lamentele costruttive ben vengano, con l’obiettivo di poter risolvere i problemi!). 

Nella mia posizione attuale, sono un leader per il mio team, e prendo spunti/appunti per migliorare, e, a mia volta, osservo i miei capi, che mi insegnano il tempo, la pazienza e soprattutto la calma, parlandomi delle loro famiglie e dell’importanza di amare il prossimo e servire gli altri, per una grande causa comune, id est per noi, quella di alleviare la sofferenza fisica delle persone che non hanno cibo e mezzi di sussistenza di base per esercitare attività economiche redditizie. 

Lo studio di Harvard Business Review, spunto di ispirazione per me, parte dalla constatazione secondo la quale “Ognuno é leader, e questa capacità di leadership si trova in chiunque é in grado di saperla esercitare, qualunque sia il suo titolo di lavoro”. Inoltre, studi dimostrano che procedure e comportamenti comunemente associati con organizzazioni agili sono: team multidisciplinari, uno spirito di sperimentazione e self-management (che richiede una giusta dose di libertà individuale e self-control).

Secondo lo studio, sistono tre differenti tipi di Leader: gli entrepreneurial leaders, sono coloro che creano valore per i clienti con nuovi prodotti e servizi; gl!i enabling leaders, coloro che si assicurano che gli imprenditori abbiano le risorse e le informazioni di cui hanno bisogno; e, ultimi ma non da ultimi, gli architecting leaders, coloro che tengono d’occhio tutta la tavola di gioco, monitorando la cultura, la strategia di alto livello e la struttura.

Interessante conoscere le caratteristiche di questi imprenditori: questi leader credono in sé stessi, hanno una conoscenza di sé stessi (self-confidence) e amano sperimentare, vogliono agire e provare, senza avere paura di sbagliare. Hanno un mindset strategico, capiscono gli obiettivi dell’organizzazione, dell’unità di business, e conoscono bene il loro team, ad un livello molto profondo; quando agiscono, lo fanno per far avanzare gli obiettivi dell’organizzazione

Molti dei progetti di un’organizzazione diventano realtà perché un gruppo si interessa ad una stessa opportunità. Per questi leader, é importante investire il proprio tempo nel raggiungimento di multipli obiettivi. Massimi risultati in minor tempo, come nel gioco da tavolo Scrabble, formare 3 parole da un unico set di lettere.

Un altro aspetto altrettanto intrigante é quello di sapere attrarre gli altri verso gli obiettivi comuni dell’organizzazione: per poter attrarre “followers” ad interessarsi al nuovo prodotto sul mercato, o il proprio team nel “buy into the idea” – nel comprare l’idea di un nuovo prodotto innovativo, quello di cui il leader ha bisogno é la sua capacità di persuasione, la sua self-confidence e molto spesso, un buon record di prodotti innovativi creati da lei/lui nel passato.

Il “lascia il controllo, e tu sarai in controllo” scaturisce dalla squadra di lavoro multiculturale e multidisciplinare, ciascuno con la propria cultura e la propria expertise nel campo di lavoro. Il poter mettere n discussione le decisioni del leader, e di portare le proprie argomentazioni e le proprie idee per trasformare un concetto, un progetto, un prodotto, deve essere un concetto sempre benvenuto per la creazione di strategie innovative: i leader devono essere aperti con la loro mente per poter cambiare il loro modo di pensare, il mindset, e rivalutare e ri-aggiustare il loro piano strategico durante il percorso di creazione, tenendo in considerazione le idee e i commenti del loro team. “Ognuno é leader”, é un concetto corretto se in un team c’è – e si crede ne – l’umiltà, il rispetto e il sapere quando si é in una posizione in grado di poter muovere le persone e far avanzare gli obiettivi dell’organizzazione. 

La capacità dei (buoni) leader di saper connettere persone e progetti é un altro punto chiave della discussione. Rispetto agli altri membri del team, i leader hanno una conoscenza maggiore di quello che succede all’interno e all’esterno dell’organizzazione, per cui riescono a ad avere una visione a 360 gradi, vedendo e cogliendo opportunità per creare valore e mettendo insieme persone accomunate dalle stesse passioni e interessi, per poter sviluppare un prodotto a livelli regionali e globali, rompendo le barriere geografiche. 

Ma oltre a questa capacità di connessione, i leader hanno anche la capacità di comunicare efficientemente: comunicare, come menzionato sopra, anche attraverso zone geografiche diverse, tra team diversi, con persone diverse e sapendo come far passare il loro messaggio con efficacia a diverse entità o gruppi, e facendo quindi interagire gruppi di persone appassionate e specializzate nello stesso campo (e questo é possibile grazie alla tecnologia e all’accesso a internet, ma il fattore umano-caratteriale non è certo da sottovalutare).

Comunicare, per un leader significa quindi sapere cosa ciascuna parte dell’ organizzazione sta facendo, saper allineare gli obiettivi di ognuna di queste parti, siano esse locali, regionali o anche globali, e tenere d’occhio i valori culturali e la visione dell’organizzazione, alla luce del nuovo contesto di business in cui si lavora.

In conclusione, la ricerca sopra menzionata, sottolinea che la somma dei talenti può certamente produrre risultati migliori, rispetto a ciò che i talenti singolarmente possono creare (“A whole greater than the sum of its parts)”: questo significa che, data l’autonomia di lavoro a persone di talento, queste persone appassionate saranno sempre pronte a partecipare a nuovi progetti di lavoro, e a farlo insieme. Queste persone sapranno creare giusti network di leader e di “collisioni creative”, in cui la collaborazione e la sinergia rappresentano le chiavi per il raggiungimento di obiettivi comuni. 

In questo contesto, le persone si sentono libere di esprimersi e di sviluppare idee e progetti, e comunicarli per poterli mettere in pratica. 

Il ruolo del leader non è però un ruolo semplice, lo sappiamo. Essere leader, accettare questo ruolo, deve essere perciò un’idea abbracciata dalle persone (stesse, che saranno quindi poi in grado di esercitare tale ruolo con rispetto e tatto, con flessibilità e adattabilità, e con chiarezza di idee e capacità di essere aperti di mente per poter ascoltare tutti i commenti, i consigli e stare “davanti”, come dicevamo prima, ma senza smettere mai di prendere appunti. Il risultato? I due business case studies presi in considerazione per lo studio parlano di “Gioia di vivere generalizzata e energia positiva nell’azienda e tra le persone”. Non male eh?

Questo studio, interessante lettura che ho voluto condividere anche con voi, mi ha ulteriormente spinta a una maggiore riflessione, o meglio, un’auto-riflessione personale. E allora, dopo lavoro, mi siedo un attimo e mi domando: davvero ogni azione da noi compiuta ha un significato ben preciso? Davvero le nostre, le mie, le vostre, azioni sono dettate dal desiderio di condurre una nave e incoraggiare il team a liberare il proprio potenziale, a pieno e senza egoismi? Davvero il nostro obiettivo è quello di  contribuire ad una causa piena di significato per milioni di persone in questo paese? La risposta a tutte queste domande é si, e bisogna lavorare sodo affinché la risposta rimanga sempre questa.

In conclusione, questa ricerca di Harvard Business Review credo possa ispirare molti ad essere leader. Nel caso contrario, nulla ci impedisce di cambiare la direzione che la nostra barca sta prendendo, o  sperimentare nuove emozioni e sapere che un senso a questa vita lo possiamo trovare. La ricetta per me? Farmi tante domande, confrontarmi sempre con la realtà, senza scappare, e lo sappiamo, la realtà può essere molto diversa dai nostri sogni, ma, ultimo ma non da ultimo ingrediente della mia ricetta: all along the way, continuare a sorridere. 

 

Simmetrie di uno scontro tra (In)Civiltà

La crisi migratoria che stiamo vivendo ci rivela l’attuale stato del mondo, il destino che inevitabilmente abbiamo in comune.

Sono le 18.32 di lunedì 16 luglio 2018 e Cristiano Ronaldo fa il suo ingresso nel club Gianni e Umberto Agnelli di Torino, la più bella sala dell’Allianz Stadium. Il migliore del mondo è un giocatore della Juventus. Con lui tutta la famiglia e il piccolo Cristiano Jr, che si diverte a fare facce buffe ai giornalisti, attenti a captare e registrare ogni singola parola del calciatore. L’Italia lo accoglie entusiasta, milioni di tifosi lo aspettano fuori, già da ore gridando il suo nome, esaltati nel vederlo con la divisa della Juve che lo veste alla perfezione.

Ore 18.32 di lunedì 16 luglio 2018 Josepha é dispersa in mare al largo delle coste libiche. Intorno il Mediterraneo, il nero della notte che si confonde con le onde del mare, poi di nuovo la luce del giorno. Per due notti e due albe. Gli occhi di Josepha sono sbarrati, profondi come il mare e scuri come le notti passate aggrappata ad una tavola di legno. Ha visto una donna morire accanto al suo bambino riversi, con il volto coperto dall’acqua. Ha sentito la loro voce farsi sempre più deboli insieme alla loro forza. Nessuno li ascoltava, nessuno sapeva i loro nomi. A lei, avvolta in coperte termiche donategli dalla stessa ONG spagnola Open Arms che l’ha salvata, l’Italia chiude le proprie porte. La motivazione? Livello migratorio ad un tasso tale che ne impossibilita l’entrata.

È dall’inizio della modernità che alla porta dei popoli bussano profughi in fuga dalla bestialità delle guerre e dei dispotismi o dalla ferocia di una vita la cui prospettiva è la fame. Per chi vive dietro quella porta i profughi sono sempre stati stranieri. Solo che oggi ci troviamo a fare i conti con un vero e proprio attacco di ‘panico morale’, il timore che questo “virus” infetti il benessere della società. Dalle promesse mancate della modernità è derivata la caduta delle illusioni: nessuno oggi crede più in un futuro accompagnato da un progresso infinito. Il 90% delle risorse e quindi della ricchezza mondiale è detenuta dall’1% della popolazione. I confini si sono aperti annullando le barriere spaziali trai continenti, mettendoci faccia a faccia con le incertezze dovute all’assenza di politiche sociali effettive. Ed ecco riaffiorare la paura irrazionale di ciò che è sconosciuto, lì pronta a dimostrarci così sfacciatamente come la modernità non sia in grado di gestire l’aspetto irrazionale dei sentimenti legati ai fenomeni sociali.

Quei nomadi, non per scelta, ma per il verdetto di un destino inclemente, secondo le affermazioni del sociologo polacco Zygmund Bauman, ci ricordano in modo irritante, esasperante e raccapricciante quanto vulnerabile sia la nostra posizione nella società e fragile il nostro benessere.

Non c’è dunque da stupirsi se nel 2017 la parola dell’anno, secondo la Fondazione Spagnola “Urgente”, sia stata “aporofobia” e che già dal settembre dello stesso anno sia stata inclusa nel Dizionario della lingua spagnola della Real Academia. Un termine che si riferisce alla paura atavica che si attiva ogni volta che entriamo in un periodo di crisi economica, dal greco áporos (colui che è privo di risorse) e che letteralmente significa “rifiuto o avversione verso i poveri”. Coniato dalla filosofa spagnola Adela Cortina ed usato per la prima volta dalla stessa nel 1995 in occasione della Conferenza Euromediterranea di Barcellona, già infocata sui temi caldi dell’area mediterranea, quali immigrazione, crisi e disoccupazione.

Ci confrontiamo ad una società che definisce “xenofobia” o “razzismo” il rifiuto degli immigrati o dei rifugiati, quando in realtà questa avversione non è dovuta al loro status di stranieri, ma al loro indice di povertà. Secondo il rapporto pubblicato nel 2017 in Spagna 17 casi sono stati segnalati per aporofobia: il 47% delle violenze subite dai senzatetto è stato un crimine di odio da aporofobia e di queste persone almeno l’81% hanno subito violenza in più di un’occasione. I dati non variano di molto in Italia, dove la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 30% (18.136.663 individui), e la violenza nei loro confronti è in significativo aumento.

L’umanità non apprende e sembra aver dimenticato il proprio passato. In Italia sono lontani ormai i tempi in cui emigrare significava speranza, non si vogliono ricordare i tempi in cui intere famiglie si imbarcavano in veri e propri viaggi infernali in cerca di una possibilità di futuro oltre oceano. Ma soprattutto sembra non appartenerci più il tratto di diffidenza provato dai nostri connazionali appena sbarcati negli Stati Uniti o in Australia. La nostra generazione non l’ha vissuto, io non ho provato niente di tutto ciò sulla mia pelle. Barcellona mi ha accolto a braccia aperte e non ho mai sentito nemmeno per un momento né rifiuto sociale né repulsione per il mio status di migrante.

Mi definiscono ‘cervello in fuga’ ma non mi categorizzano per la mia provenienza geografica. Ma avrei potuto dire lo stesso se mi fossi trovata in una situazione di povertà assoluta?
La realtà dei fatti mi porta a pensare che no, gli atti particolari di empatia ed umanità di cui è capace l’essere umano mi fanno sperare che non è ancora troppo tardi. È ancora possibile fermare l’espansione di questo panico generalizzato che ci fa identificare il migrante o il povero come il nemico e non ci lascia vedere che i veri nemici siamo noi stessi. Dovremmo fermarci e riflettere sull’importanza che diamo alla vita in se e su cosa siamo disposti a fare per preservarla.

“Nessuno mette i propri bambini su di un barcone, a meno che l’acqua non sia più sicura della terra” (Warsan Shire)

 

50 sfumature di caffè

Espresso, double espresso, Espresso Macchiato, Espresso Con Panna, cappuccino, Americano, Iced coffee, latte, Flat white, cortado, caramelatte, Latte Milano, caramelatte with semi skimmed milk, cappuccino with soya milk, mocha, white chocolate moka.

E la lista continua, soprattutto perché non siamo ancora passati ai tè. Gli accoglienti coffee shops inglesi, profumati di chicchi macinati e panne dolci, sono in realtà dei locali piuttosto trafficati. Non perdendo la freneticità di molti altri luoghi londinesi, i clienti entrano, ordinano una delle tante varianti nel menù – possibilmente con un’opzione personalizzata, che va dalla cream on top, al caramello doppio, al cioccolato in polvere – e portano via in uno dei bicchieroni di carta con tanto di coperchietto di plastica e stecchetto di legno a mo’ di cucchiaino.

Se invece è stato scelto il drink in, la bevanda viene servita in una bella tazza di ceramica, con piattino ed eventualmente vassoio, al modico prezzo di dieci pences in più sul saldo finale. Non è anomalo pagare con la carta di credito – soprattutto se contactless. E non è infrequente fermarsi a ricaricare il cellulare, finire un lavoro sul computer, o sostare oltre un’ora ad uno dei tavoli con presa o sui sofà del locale, ben a distanza dal bancone del servizio.

Earl Grey, Breakfast Tea, Green Tea, Assam Tea, Chai Tea Latte, Iced Tea, Herbal Tea, Camomile, Jasmine Tea.

Il tipico tè inglese viene servito in una teiera, lasciata al cliente così da potersi servire da solo, arricchendo la bevanda a piacere con zucchero e/o latte. Il tradizionale English Tea include una torretta a più vassoi con mini tramezzini, pasticcini vari, e gli immancabili scornes, accompagnati da crema e marmellata. Si tratta di una vera e propria merenda, delizia dei turisti ed evento speciale della famiglia.

Per quanto diffuso sia il tè in Inghilterra, la tipica bevanda sta lasciando sempre più spazio al caffè; si badi, però, in tutte le sue varietà e capricci. Paese che vai, caffè che trovi. Ed essendo una capitale multietnica e multinazionale, Londra ha accolto e fatto proprie (tutte) le varie modalità di preparazione e di consumo di questa bevanda.

Una macchinetta moka classica sembra essere uno strumento abbastanza costoso e poco comune nelle case inglesi. Più economico e veloce è il caffè solubile. Soprattutto in ufficio, la bevanda così lunga sembra durare per tutta la mattinata o pomeriggio, sempre fumante nelle capienti mugs, mantenendo un livello di caffeina sostenibile e necessario per portare avanti il lavoro. Un po’ come il caffè americano, ma meno acquoso.

Il caffè in filtro sembra stia lentamente scomparendo per la scadenza del risultato, anche se sia ancora l’ultima spiaggia in caso non ci siano alternative o per ritiri sperduti con pochi supermercati nelle vicinanze.

La French Press, o caffettiera a stantuffo, è molto di moda. Per la complessità richiesta nel miscelare la giusta dose di macinato e acqua – quest’ultima al punto giusto di calore, bollente ma non bollita – rimane una tecnica piuttosto fine, ma comunque più portatile rispetto alla moka Italiana, richiedente la fiamma viva di un fornello. L’unico inghippo risulta ancora una volta il macinato fresco: la Lavazza diventa oro – nel vero senso della parola – sugli scaffali dei supermercati inglesi. Ma buone alternative, a portate di tutte le tasche, sembrano essere anche il marchio Starbucks e Fair Trade.

La questione è molto semplice: non si può entrare in un coffee shop, ordinare solo “un caffè, grazie”, e aspettarsi la piccola tazzina da bere in un sorso o da finire scambiando quattro chiacchiere al volo con un amico in piedi vicino al bancone. Allo stesso modo, andando a trovare qualcuno a casa, l’offerta varia con tè, succo di frutta, e in ultimo caffè, il quale non è detto vengo preparato con una moka, avendo a disposizione così tante varianti.

La dinamica cambia, il consumo che se ne fa è diverso, il momento di condivisione che la pausa caffè rappresenta in Italia non è lo stesso. A detta della mia coinquilina, bisogna essere italiani per saper fare un espresso decente, non sciacquato, pur avendo la stessa macchinetta e lo stesso macinato. Ho provato a spiegarle la tecnica della montagnetta e del livello dell’acqua, ma qualcosa va sempre storto.

La tradizione nel nostro paese ha prodotto l’eccellenza ed il primato in un buon espresso. E non è un caso che la maggior parte di quelli che ordinano il ristretto e mini “single espresso” nei coffee shops inglesi siano sempre italiani.

Nel Chai Latte ho compreso l’aroma del tè indiano. Nel solubile, vedo la comodità di un caffè preparato al volo. Nella French Press ho trovato l’alternativa di compromesso, tra un caffè lungo ma con il macinato. Nella Mocha, capisco la voglia di mescolare gusti e ingredienti diversi, tra il dolce, il latte e la caffeina. Con i divani e le prese di corrente dei locali ho intuito il significato del binomio caffè/attività – che sia lavoro, studio, o programmazione – piuttosto che bevanda da pausa o digestivo post pranzo.

Qualunque sia la sfumatura scelta, c’è un caffè per tutti. In una società che sembra aperta e che accoglie e promuove il nuovo, la varietà nelle miscele e le molteplici modalità di preparazione rispecchiano una certa fluidità e, perché no, un certo individualismo e personalità nelle scelte e nei gusti.

Non privatemi mai, però, della mia Bialetti, please.

Intervista a Elettra Antognetti, Media Manager presso lo Scottish Government

Partire dall’Italia – e più precisamente da una piccola cittadina del Levante ligure a due passi dalle Cinque Terre – passando da Berlino e Bruxelles per arrivare quindi a Edimburgo. Nulla di tutto questo era nei piani di Elettra Antognetti, eppure, a 29 anni appena compiuti, la nostra Italian del mese è oggi Media Manager presso lo Scottish Government.

Nella storia di Elettra – poeticamente parlando – c’è un filo rosso che unisce tutte le sue esperienze: è quello del cercare di migliorarsi continuamente, uscire dalla ‘comfort zone’ e affrontare nuove sfide mantenendo sempre lo stesso impegno e curiosità – che si tratti di imparare una nuova lingua, imbracciare una videocamera o allenarsi per una maratona. O, perché no, un lavoro nel team di comunicazione del governo scozzese. Per questo la sua è una di quelle storie positive che merita di essere raccontata.

Ecco cosa ci ha raccontato in un sabato pomeriggio di fine novembre, in collegamento Skype da Edimburgo.


Ciao Elettra! Sappiamo che sei media manager al governo scozzese, un lavoro molto ambito in Italia e non solo. Puoi raccontarci di cosa ti occupi più nello specifico?

Il mio lavoro parte dalle mansioni classiche dell’ufficio stampa, come ad esempio produrre comunicati e news che riguardano le politiche del governo. Ma non solo: a livello quotidiano, fa parte del mio ruolo consigliare i ministri circa le strategie comunicative da adottare e interagire con i media nazionali e internazionali per far si che venga dato il giusto spazio alle policies implementate a livello governativo. Più nello specifico, faccio parte del team che si occupa di consigliare il Primo Ministro Nicola Sturgeon e altri ministri in relazione alle politiche internazionali e Brexit, un tema veramente molto interessante. Ho anche il piacere di accompagnare i vari ministri nelle loro uscite ufficiali, dando supporto e interagendo con i media e il pubblico: un lavoro molto interessante che mi permette anche – perché no – di girare la Scozia e scoprire nuovi posti e realtà.

Il team di comunicazione è formato da circa ottanta persone e io sono l’unica italiana anzi, l’unica straniera della squadra e una delle pochissime nel mio lavoro, anche se è comunque presente una minima componente non anglosassone. Nonostante questo, penso sia lodevole lo sforzo di apertura – seppur ancora minima – verso gli stranieri da parte di un’istituzione come il governo scozzese: la mia esperienza è sicuramente un buon segno. Al contrario, non so quanti stranieri siano attualmente impiegati dal governo italiano, soprattutto quando si tratta di comunicazione e ufficio stampa…

In generale, il Regno Unito – e la Scozia non fa eccezione – è un paese molto aperto e accogliente, c’è molta educazione nel rispetto delle diversità. Ma a livello quotidiano essere l’unica “diversa” è un po’ complicato, ci sono tante barriere, da quella linguistica a quella culturale. Ma a parte questo, devo dire che sono contenta: è un ambiente molto stimolante.

 

Facciamo un passo indietro. Raccontaci la tua storia da “Italian”, da quando hai deciso per la prima volta di lasciare l’Italia. Credi sia una sorta di vocazione personale quella che porta sempre più persone a girare il mondo, oppure è più una questione di necessità e opportunità?

La prima volta che ho deciso di lasciare l’Italia avevo 20 anni, più o meno. Sono partita per l’Erasmus in direzione Germania per studiare e poi, una volta lì, ho anche iniziato a lavorare. È stata la mia primissima esperienza ma era “a tempo determinato”, perché sapevo sarei dovuta rientrare in Italia e continuare a studiare per la laurea magistrale. Con la laurea in mano, in Italia, mi sono subito data da fare per trovare lavoro ma senza troppi riscontri.

Per rispondere alla tua domanda, penso che quella che porti sempre più giovani a girare il mondo sia una vocazione personale. Di sicuro oggi viaggiamo molto di più rispetto ai nostri genitori, è più facile spostarsi ed è tutto molto più collegato. Ma vicino alla vocazione c’è sempre una sfumatura di necessità. Io mi sono sempre sentita una expat piuttosto che una migrante – spinta a viaggiare dalla voglia di conoscere, di imparare e fare esperienze formative che mi avrebbero aperto un futuro in qualche modo migliore. Tuttavia, il voto della Brexit mi ha costretto a rivedere un po’ la mia posizione: da un giorno all’altro, è  stato come prendere consapevolezza del fatto che i britannici percepiscono gli ‘stranieri’ – che siano giovani ‘skilled professionals’ o ‘unskilled migrants’ che vivono di benefit statali – più come migranti/immigrati che non come persone che viaggiano per conoscere nuove culture e accumulare competenze. È stato un po’ deludente, ma sicuramente mi ha fatto mettere molte cose in prospettiva. Per il momento, è ancora una situazione di grande incertezza ma c’ è  la speranza che le cose vadano migliorando con il tempo.


Prima di arrivare in Scozia, hai lavorato anche a Bruxelles alla Commissione Europea. Qui di cosa ti occupavi?

Dopo la Germania, quando è arrivata l’opportunità di lavorare in Belgio per la Commissione Europea, non ho esitato: da neolaureata ho mandato una di quelle application standard e mi hanno presa. Ero nella task-force che si occupava di gestire la partecipazione dell’Unione Europea a Expo Milano 2015. Avevamo anche un nostro padiglione: ecco, io mi occupavo di comunicazione all’interno del team, assieme a una squadra di colleghi. Ma era un lavoro a tempo, creato apposta per Expo. Una volta finito, mi sono di nuovo messa in moto per cercare lavoro. La scelta della Scozia non è stata del tutto casuale: ho scelto questo paese sia per una questione di opportunita che per ragioni personali, visto che il mio compagno sta facendo un dottorato qui.


Una volta arrivata in Scozia, cos’è successo poi? Credi che all’estero ci siano più possibilità di mettersi in gioco, magari sfruttando anche quella meritocrazia che l’Italia sembra non avere?

Era la fine del 2015-inizio 2016 quando sono arrivata a Edimburgo. Dopo l’esperienza in Germania e Belgio, pensavo di avere ormai una certa praticità nell’inserirmi in un contesto nuovo, invece ho trovato qualche difficoltà e ho riscontrato che il Regno Unito è veramente un caso a se stante, diverso da ogni altro paese in cui avevo vissuto prima. Parlo non solo dei diversi riferimenti culturali e abitudini con cui si viene inevitabilmente a contatto quando si emigra, ma anche di cose pratiche come mandare un curriculum o fare un colloquio di lavoro. All’inizio ho trovato lavoro in un settore diverso da quello della comunicazione, ma poi inaspettatamente una delle agenzie di recruitment locali mi ha contattato per quello che è poi diventato il mio attuale lavoro. Anche se all’epoca non avevo grandi aspettative di riuscire a lavorare per un’istituzione di peso come il governo scozzese, eccomi qui.

Tra le cose migliori della Scozia, devo ammettere che soprattutto in ambito lavorativo ho trovato molta meritocrazia e dinamica: se l’Italia è ancora un mondo piuttosto chiuso, in Scozia è stato più facile sia avere l’opportunità di mettermi in gioco che  affrontare nuove sfide. In generale – e non parlo solo per il mio caso specifico – ho notato che qui è possibile trovare un impiego anche in settori che non corrispondono perfettamente al tuo background accademico e personale. È tutta questione di buttarsi, studiare, formarsi e aver voglia di fare.


Secondo te, quali sono i punti su cui l’Italia dovrebbe mettersi in paro rispetto agli altri paesi in cui hai vissuto?

Non ho risposte, tantomeno ricette. Ma partiamo da un presupposto: fuori dall’Italia, la meritocrazia c’è in misura maggiore che nel nostro paese. Non voglio dire che tutti i problemi italiani si colleghino a questo, c’è anche dell’altro –  dalle troppo incerte politiche attive per i giovani a un mondo universitario scarsamente collegato a quello lavorativo.

Posso parlare della mia esperienza: quando ancora stavo studiando in Italia, ero già attiva nella ricerca di collaborazioni giornalistiche, opportunità, stage. Nonostante le varie collaborazioni e contatti nel settore, quando è arrivato il momento di cercare un lavoro vero e proprio è stato difficile – e ricordo ancora di aver passato mesi e mesi senza riscontri. Sicuramente alcuni settori (come le industrie creative e la comunicazione) sono più problematici di altri, ma la difficoltà è generalizzata: i miei coetanei in Italia si adattano lavori che non sono quelli per i quali hanno studiato, alcuni hanno contratti pessimi, altri ancora nemmeno hanno la possibilità di lavorare.

Credo che ci siano vari problemi a monte à dalla lentezza burocratica nel cambiare le cose alla classe politica poco efficiente. Tuttavia, questa non è una giustificazione valida, dal momento che tanti altri paesi con classi politiche poco efficienti offrono maggiori opportunità lavorative dell’Italia. Non so cosa sia necessario fare, ma sicuramente bisogna fare qualcosa al più presto.


Il mondo lavorativo britannico ha i suoi vantaggi, ma forse per noi italiani può essere difficile da comprendere. Almeno all’inizio, credo. Tu hai avuto difficoltà a livello pratico?

Certo, le difficoltà ci sono state eccome. Per capire, ti basta pensare che qui in UK ci sono trainer e recruiter che ti insegnano come affrontare i colloqui di lavoro. C’è tutto un protocollo da seguire, e ci sono situazioni in sede di colloquio che in Italia siamo meno abituati ad affrontare – dalle ‘competency based interviews’ in cui viene richiesto di prospettare soluzioni ideali a situazioni ipotetiche, alla tecnica STAR per rispondere ai quesiti.  Viene richiesto ai candidati di essere brillanti e propositivi e di essere impeccabilmente preparati sulla storia dell’azienda. È tutto molto pratico, preciso – magari meno ‘creativo’ dell’approccio italiano, ma forse più equo? Ad ogni modo, per i britannici sembra funzionare.

Tra le altre differenze che ho riscontrato, anche quella per cui quando invii un cv qui nel Regno Unito ricevi sempre una risposta, che sia buona o meno, un feedback che ti aiuta a migliorare. In Italia invece puoi mandare anche centinaia di candidature e non sapere neppure se sono arrivate.


Passando dal lavoro alla formazione: avendo studiato sia in Italia, sia in UK che a Berlino, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi tre paesi?

Sia in ambito lavorativo che accademico, trovo che – almeno in base alla mia esperienza – la Germania e il Belgio siano una via di mezzo tra Italia e Gran Bretagna. Mentre il Regno Unito è molto improntato alla praticità, l’Italia ha indubbiamente un approccio più “libero”, meno strutturato rispetto a quello UK. Il Belgio e la Germania, invece, per quanto ho potuto vedere si piazzano a meta strada tra rigidità/organizzazione e creatività. In particolare, durante la mia esperienza lavorativa in Belgio sono rimasta affascinata dal modo unico e speciale con cui Bruxelles, capitale europea e sede delle maggiori istituzioni UE, riesca a riunire i più diversi approcci culturali all’interno della stessa città. Estremamente multiculturale, la città attira professionisti qualificati da tutta Europa e da tutto il mondo e questo, a mio avviso, è davvero stimolante. Spesso capita anche di parlare 3 o 4 lingue diverse in una sola giornata – o addirittura durante la stessa conversazione.

Anche nel mondo universitario è la stessa cosa: possiamo mettere l’Italia e la Gran Bretagna ai due estremi, e nel mezzo il Belgio e la Germania. Nessun sistema è meglio dell’altro ma varia secondo le diverse esigenze degli studenti. In Italia si studia molto, si imparano molte nozioni e si acquisisce un bagaglio culturale davvero notevole. In UK c’è molta praticità, si fanno workshop e gruppi di lavoro e questo aiuta nelle relazioni e nel lavoro di squadra.


Succede così anche nell’ambito del giornalismo e della comunicazione, che sono i tuoi ambiti lavorativi?

Sì. Dallo scorso gennaio, ad esempio, sto facendo un master in giornalismo con la Edinburgh Napier University; avendo già preso una laurea magistrale proprio in giornalismo ed editoria in Italia, ho notato che c’è molta differenza. Se in Italia ho studiato molto sui testi, qui in Scozia sto imparando ad usare programmi come Avid e Premiere Pro per girare i miei primi videoclip, o sono stata incitata ad aprire un mio blog e portfolio online. Senza contare che qui l’ambiente accademico aiuta gli studenti a sviluppare contatti utili nel loro settore in vista di un futuro inserimento nel mondo lavorativo.

E poi, c’è da dire che per fare il giornalista in UK non serve essere iscritti a un albo professionale e l’accesso alla professione è più libero nei confronti di chi scrive notizie – conta come e cosa scrivi, non il tuo titolo di studi. Ad ogni modo, le sfide ci sono eccome per chi – come me – vuole perseguire questo tipo di carriera in un paese in cui sei costretto a usare la tua seconda lingua invece della tua lingua madre. Si deve in qualche modo reimparare a scrivere da capo – non solo acquisire nuove strutture e forme comunicative, ma una nuova forma mentis e modo di vedere il mondo.


Parlando di Brexit, cosa sta succedendo ora? Sei preoccupata?

Sinceramente, credo di essere in una situazione relativamente fortunata perché, pur non essendo qui da moltissimo, sono arrivata prima del voto della Brexit. Ovviamente spero di poter continuare a lavorare qui, ma al momento l’incertezza è tanta e non si sa cosa succedera da qui al 2019. Per adesso, la mia intenzione è quella di continuare a lavorare per un po’ di tempo in Scozia ma non so se mi piacerebbe trasferirmi in pianta stabile, restare ‘per sempre’. Devo ancora decidere cosa voglio fare da grande.


Quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in mente di tornare presto in Italia oppure ormai la tua vita è altrove?

In Scozia sto benissimo, ma vorrei continuare a spostarmi e a fare esperienze lavorative anche fuori dall’Europa prima di tornare a casa. In futuro, spero di poter tornare in Italia: se devo essere sincera, non me ne sarei mai voluta andare. Nonostante cio, sono contenta di essere partita: viaggiare mi ha permesso di formarmi come persona, migliorarmi, avviare la mia carriera. Soprattutto, mi ha permesso di rivedere le mie priorita e abbandonare tanti piccoli ‘pregiudizi’. Adesso mi manca la mia famiglia, gli affetti, i miei luoghi del cuore, gli amici: per questo, l’idea è quella, un giorno, di tornare. Anche se ancora non so quando.

 

Londra non ha paura

Londra, un lunedì mattina come altri. Salgo sul treno della Victoria line, che come al solito é stracolmo. Non ci sono posti a sedere e la carrozza si riempie immediatamente, nonostante il treno passi ogni 30 secondi. Ci sono quasi nove milioni di persone nella capitale e buona parte di esse si sta recando a lavoro. Non é facile rendersi conto di quello che succede accanto a te in un contesto del genere. Tutto quello che riesco a vedere sono le giacche e i volti assonnati di chi, come me, si sveglia alle sei del mattino per andare a lavoro. Non c’è da sorprendersi, quindi, che nessuno si sia accorto di quella busta lasciata quasi per caso da un uomo sceso dal vagone della District Line.

Era lo scorso 15 settembre e la busta conteneva un ordigno fatto in casa che per fortuna é soltanto parzialmente esploso, ferendo in modo lieve una trentina di persone. Una “palla di fuoco”, come hanno raccontato i testimoni, che ha avvolto la carrozza e ha scatenato il panico tra i passeggeri sul treno e quelli che aspettavano di salirci alla stazione di Parsons Green. Una bomba che era stata riempita di viti e altri oggetti appuntiti, per infliggere ferite gravi a chiunque si trovasse nelle vicinanze e non. Esattamente come successe a Manchester lo scorso 22 Maggio, quando Salman Ramadan Abedi, un ventiduenne di orgini libanesi nato e cresciuto a Manchester, si fece saltare in aria uccidendo ventidue persone e ferendone 250.

Il terrorista di Parsons Green invece, ha fatto un errore che si é rivelato fatale per la riuscita del suo piano: ha scelto di vivere e perciò é sceso dal treno poco prima che l’ordigno esplodesse, affidando la riuscita dell’attacco al timer che aveva collegato alla bomba. Uno sbaglio che ha risparmiato decine di vite.

Quello di Parson Green é stato il quarto attentato terroristico avvenuto a Londra negli ultimi sei mesi. Un bilancio pesante, soprattutto se si considera che pochi giorni fa la polizia inglese ha rivelato di aver sventato altri sei attacchi nello stesso periodo. Molti mi chiedono come possa vivere in una città diventata così pericolosa. Nessun posto é al sicuro a Londra, fatto dimostrato da questo attentato (avvenuto nella zona due a sud-ovest della City) e quello accaduto a Finsbury Park, zona 2 a nord della City, dove io risiedo. L’allerta terrorismo, stabilita dal Centro di Analisi del Terrorismo (organo composto da membri di 16 dipartimenti governativi e di altre agenzie di intelligence) é ferma a severe (severa) dal 24 Ottobre 2012, un mese dopo del mio trasferimento in questa città.

La Londra che conosco, quindi, é sempre stata una città dove un attacco terroristico é molto probabile. Per quasi 4 anni, eppure, tutto sembrava abbastanza normale. Fino allo scorso 22 maggio, quando quel furgone lanciato contro i pedoni sul ponte di Westminster mi ha fatto davvero capire cosa vuol dire vivere qui.

Gli attentati di Westminster, London Bridge e Borough Market hanno mostrato quanto spirito di sacrificio c’é nel cuore di questa società multiculturale. In queste occasioni, molte vite sono state salvate grazie al pronto intervento di persone coinvolte negli attentati, che si sono precipitate ad aiutare i feriti. Nel caso di Borough Market, i media hanno raccontato storie di passanti feriti perché tentavano di proteggere degli sconosciuti.
Ignacio Echeverria, trentanovenne spagnolo che lavorava come banchiere a Londra, morí durante questo attacco, tentando di difendere una donna ferita dagli assalitori, armato solo del suo skateboard.

Negli attimi successivi ad ogni attentato i cittadini hanno usato i social media per offrire riparo, cibo e conforto a chiunque ne avesse bisogno, mentre albergatori e tassisti hanno offerto i propri servizi gratuitamente. Nel caso di Paterson Green, gli abitanti del posto hanno aperto le loro case anche a giornalisti, poliziotti e al personale medico, mentre un ristoratore italiano distribuiva cibo ai soccorritori. Dopo l’attacco avvenuto fuori dalla moschea di Finsbury Park, per mano di un cittadino britannico che voleva uccidere musulmani, i residenti si sono radunati davanti alla moschea per depositare fuori dai cancelli fiori e messaggi di solidarietà. “Non siete soli” e “vi amiamo”, recitavano molti.

Solidarietá, amore ed empatia verso sconosciuti: dei sentimenti che mai mi sarei sognata di trovare in una cittá dove per la maggior parte del tempo ti senti invisibile. Sí, perché la vita a Londra é fatta di viaggi estenuanti in treno e orari di lavoro pesanti, che spesso ti portano a chiuderti nella tua quotidianità e lasciano poco spazio alle interazioni sociali.

Eppure, dopo ogni attentato, la comunità si é stretta insieme a piangere le vittime per poi tornare di nuovo alla normalità. Una normalità fatta di treni da prendere, festival e concerti da attendere e pub da affollare ogni sera della settimana. Perché nessuno ha il diritto di impedirti di berti la tua birra alla fine di una lunga settimana di lavoro.

Resilience é un termine usato spesso dai cittadini britannici per descrivere se stessi. La parola si riferisce alla capacità di un sistema, o in questo caso di una comunità, di tornare al proprio stato ottimale dopo un evento che ha disturbato l’equilibrio. Un senso di comunità e di appartenenza che ti da il coraggio di continuare a vivere la tua vita, ancora più intensamente, sia per rispetto alle vittime che come beffa a chi vorrebbe vederci chiusi in casa, a chi vorrebbe vederci spaventati.

La sera dello scorso 16 settembre, l’allerta terrorismo era stata alzata al livello massimo, critical. Quando questo succede, vuol dire che un attacco terroristico potrebbe essere imminente, i poliziotti sono affiancati dai militari nel controllo del territorio e punti strategici della città adottano misure di sicurezza più severe.

Quella sera sono uscita con delle amiche e abbiamo deciso di andare a Borough Market. Mentre camminavo dentro e fuori i locali, per trovarne qualcuno non troppo affollato, riconoscevo i tavoli e i banconi visti in scene registrate da persone coinvolte nell’attentato avvenuto lo scorso 3 giugno e postate sui social media. Quella sera, mentre la polizia evacuava diverse stazioni della metro per verificare pacchi sospetti (nessuno risultato poi pericoloso), io sedevo a un tavolo di un pub a bere una birra. Si perché anche io, da brava londinese, mantengo la calma e vado avanti.

Ma all’estero un Italian invecchia o matura?

Il quarto di secolo! Cinquepercinqueventicinque! Il mio numero preferito dopo il 21, e anche a voi affetti da sinestesia, non sembra un numero colorato di giallo? Manca poco meno di una settimana e ufficialmente sarò lì, a dover ricordare un nuovo numero alla domanda ‘How old are you?’.

Ma ma ma… un attimo di prospettiva, per una piccola Italian trapiantata Oltremanica. C’è una differenza tra avere 25 anni in Italia e averne 25 all’estero, e sta molto in cosa è più o meno normale per il tuo coetaneo, in cosa ci si aspetta dal suo percorso studi e carriera – e quindi, di conseguenza, di cosa ci si aspetta dal tuo. Chiariamoci, se il tema vi fa roteare gli occhi causando cecità e dunque impedendovi di proseguire la lettura, potete congedarvi già qui e augurarmi un buon compleanno. Se vi causa nausea e ansia e tristezza fino a dovermi abbandonare qui, sappiate che lo capisco.

Nella classifica di cose ‘lamentarsi come mestiere’ ci sono sicuramente i compleanni, intesi come somma delle candeline sulla glassa. Improvvisamente non è più una scusa per mangiare una torta e compilare una lista regali, ma diventa una specie di ricorrenza auto-celebrativa/auto-commiserativa  in cui si paragona la propria immaginaria lista dei ‘DA FARE/FATTO’ con quella di chi ci circonda o di chi ci precede negli anni.

I 25enni inglesi – siamo onesti, parlo di quelli di più o meno simile pari estrazione sociale (mamma mia che brutto termine, giuro che lo intendo all’inglese, non gridate ‘classista!’, ‘borghese!’), più o meno simile grado di istruzione etc etc – sono spesso più vecchi di me. Motivi?

Non è un mistero che gli anni di studio in UK sono minori rispetto all’Italia. Paragoniamo (again, escludo chi si ferma alla scuola dell’obbligo):

  • 4 anni di superiori (vs. i 5 di liceo o simili)
  • 3 anni di ‘Triennale’ (99% dei Bachelor’s, che si finiscono in tre anni tre per motivi che includono: quasi impossibilità di rifiutare voti degli esami, si prende quel che si prende, nessuna tesi protratta a discussioni fuoricorso etc etc)

Tirando le somme, lo studente UK si laurea nell’estate/autunno dei suoi 20-21 anni, a volte con in mano già un contratto ottenuto in primavera durante la caccia di job fair  in job fair, o domande a graduate scheme (ambitissimi contratti tendenzialmente a tempo indeterminato riservati a laureandi e neolaureati) in settori sia pubblici sia privati. La Magistrale, il Master’s Degree che occupa uno, in rari casi, due anni, non è necessaria per trovare lavoro, e spesso viene posticipata come specializzazione dopo qualche anno di carriera, per approfondire una tematica specifica.

Quindi, a 25 anni, nella più rosea delle ipotesi, i miei coetanei hanno due, tre, quattro anni di esperienza nel mondo del lavoro. Non è questa la sede per filosofeggiare di cosa sia meglio, dei ‘eh ma loro sono più generalisti dei nostri laureatiiiih!!11!!’. Vi racconto soltanto di come i miei coetanei, quelli più fortunati, parlano di chiedere mutui e comprare la prima casa; di come alcuni si sentono pronti per un anno sabbatico con i soldi risparmiati in questi anni per viaggiare o andare a fare volontariato su altri continenti; di come si paragonino, nelle pause caffè in ufficio, i migliori fondi investimenti/fondi pensione, e ‘scusa hai sentito che Daniel si sposa tra 5 mesi???’. I 25 anni sono il loro momento di riflessione, misurarsi il polso e dire, ok, tutto sotto controllo – la crisi del quarto di secolo (che cercata su Google in Italiano elenca risultati che includono, ansia da prestazione, senso di soffocamento, smarrimento, sfiducia e altre allegrie).

Esempio di meme/post Anglofono che intasa feed su Instagram/Facebook/Pinterest/Limortacci:
onaging

Anche se magari si lamentano di questa ‘fretta’ intrinseca, sono coetanei che corrono, e sono sicura che ogni Italians in UK ne conosce una manciata o due. E sa anche che sono parametri di misura generalmente molto diversi dal coetaneo in Italia. Con chi possiamo identificarci? Quanto è giusto usare coetanei stranieri nel nostro nuovo Paese di ‘adozione’ come metro di paragone? E quanto è giusto invece guardare all’Italia? Ognuno fabbro della propria fortuna, certo, ma vivendo non in uno ma ben in due tessuti sociali diversi, a volte la prospettiva del proprio percorso e delle proprie conquiste si perde un attimo. Risparmiatemi i mini-violini della tristezza e apriamo un discorso sulla competitività demografica (e anagrafica), visto che la materia è ormai sulla bocca di tutti (menzione speciale per la freschissima campagna a favore delle nascite che ha raggiunto nella sua idiozia anche questi lidi, e vi giuro che questa bozza era nata prima!).

Per ogni richiamo ad affrettarsi a essere creativi tra le lenzuola e non aspettare la cicogna, a prendere quella dannata laurea senza troppo tempo fuoricorso che mamma e papà non possono sostenerti per sempre, vorrei si parlasse di cambiamenti strutturali all’istruzione a ogni grado e all’inserimento e gestione dei giovani nel mondo del lavoro. Cosa ci impedisce di discutere in modo costruttivo di idee e proposte come: accorciare le secondarie di primo e/o secondo grado; rendere competitive le lauree non-scientifiche (quelle che fanno tanto ridere i progressisti tutti ingegneriamedicinafisicaescienze) con moduli di business/IT; abolire il concetto di tesi riscritta fino allo sfinimento del relatore o del candidato; creare schemi di assunzione o inserimento a quote per tutti i gruppi disciplinari. Rimane fanta-economia (‘con i soldi di chiii?’), rimane fanta-politica (‘ma chi le voterebbe ste coseeee?’): rimane il Paese che sorride ai miei 25 anni, sospira romanticamente alla mia impazienza di carriera (ma si irrita del mio disinteresse al ‘Prestigio della Maternità’, e si chiede perché’ io non senta “[… ] un senso di incompiuto”, e mi avverte che seguendo “[…] la strada della “mammamogliemanager” la conseguenza sarà – comunque – un senso di perdita o di inadeguatezza.”).

Allora non mi rimane che scegliere di celebrare i miei 25 anni con meno crisi possibili – cercando di allontanare dalla testa e dai progetti a medio termine sia la fretta di Londra sia le misure italiane – e scegliere di invecchiare e maturare poco per volta, scegliendo i paragoni come vitamine a piccolissime dosi, a giorni alterni e mai più di una volta al giorno.

La bellezza della differenza

“Il buon insegnante rende il cattivo studente buono ed il buon studente superiore.” (Marva Collins)

Ora, checché ne dicano i miei amici, andare via dall’Italia non è stato drammatico.

Certo, bisogna fare a meno di quei comfort a cui si è abituati fin dalla nascita – il pranzo e la cena pronti quando si rientra, le uscite serali con gli amici di una vita, il semplice contatto fisico con le persone a cui si vuole bene – ma lasciare tutto per ricominciare altrove è una sfida.

Una sfida contro le avversità, contro il resto del mondo, ma anche una sfida con sé stessi che si vuole vincere a tutti i costi.

L’università inglese, come menzionato nel mio post precedente, è molto diversa da quella italiana, non solo per una questione linguistica, ma anche di persone: mentre in Italia è raro trovare persone della mia generazione che non abbiano affrontato perlomeno un anno di studi universitari, in Inghilterra risulta invece molto facile.

Principalmente ritengo sia soprattutto una questione economica che spinge un gran numero di giovani diciassettenni britannici – che terminano il loro percorso scolastico un anno prima rispetto a noi dopo aver sostenuto i così detti A Levels – a non proseguire la loro carriera scolastica con corsi universitari.

L’esagerata tassa annuale da £9,000 è un limite che in molti stentano a superare nonostante l’esistenza di prestiti appositi creati da molte banche, e di innumerevoli borse di studio messe a disposizione dalle università stesse. In alcuni casi, molto semplicemente, non ne vale la pena.

Fino all’anno scolastico 2011/2012, le tasse universitarie inglesi – che sono fisse per tutti gli studenti ed il cui ammontare varia solo tra studenti Home/EU ed Internazionali – erano più “abbordabili”: solo £3,000 sia per corsi triennali che per i master. In seguito alle riforme promosse dal governo di coalizione Cameron-Clegg, le cifre sono aumentate a quelle di oggi (£15,000 per studenti provenienti al di fuori della EU) e sembrerebbe siano destinate soltanto a crescere nei prossimi anni.

Questi sostanziali cambiamenti potrebbero dunque portare ad una diminuzione di studenti universitari in favore di una crescita di iscritti presso istituti professionali.

Mentre in Italia molti corsi specialistici vengono denigrati per la loro apparente inferiorità rispetto agli insegnamenti dei licei e delle università, l’Inghilterra ha dimostrato una certa maturità offrendo ai propri giovani college ed istituti in cui gli studenti si possono specializzare in svariate professioni pronte ad arricchire il panorama lavorativo del paese.

Quando ho iniziato a fare amicizia con i miei compagni di corso quattro anni fa, sono rimasta piacevolmente stupita nello scoprire che gli studenti universitari inglesi in realtà non manifestano quella puzza sotto al naso che viene attribuita all’intera nazione nei film o nella letteratura, soprattutto quando si parla di loro coetanei che hanno deciso di affrontare percorsi lavorativi alternativi.

Prima delle francamente disgustose rimostranze xenofobe scaturite dai risultati della Brexit ho avuto l’occasione, e l’onore, di vedere giovani dalle più svariate origini sociali uniti dall’amore per la cultura e per l’apprendimento riunirsi per condividere le proprie esperienze in Inghilterra e all’estero. Sono stata testimone di amicizie che crescono e migliorano grazie alle diversità tra ragazzi, siano esse di nazionalità o lavorative.

Una cosa che noto con piacere è che adesso anche l’Italia si sta aprendo agli studenti stranieri che scelgono di far diventare il mio paese la loro scuola, e che gli studenti italiani – come i britannici fanno da molti anni – hanno colto l’occasione per arricchire non solo i loro giri di amicizie, ma anche l’apprezzamento per il diverso e le loro conoscenze in generale.

Mi piacerebbe poter vedere in futuro un ulteriore incremento di giovani studenti e lavoratori stranieri in Italia perché una delle cose che ho sempre amato di questo paese è la capacità di implementare insegnamenti che vengono da lontano per garantire la fiorente crescita del paese.

L’Inghilterra – oggi come in passato; per il futuro toccherà sperare in un change of heart del Primo Ministro Theresa May nei confronti degli stranieri – ha fatto dell’università una fiorente industria che annualmente produce e sprona migliaia di studenti a migliorare non solo loro stessi ma anche quella che è per molti la loro nazione di origine o di adozione. Spero in un’Italia che a sua volta sia in grado di ispirare i suoi giovani ad impiegare le loro capacità – qualunque esse siano – per renderla ancora più bella ed accogliente.

Perché nonostante io abbia scelto di andare via dall’Italia a 18 anni, per me rimane casa mia e un giorno ci tornerò. Ma prima ho ancora tante sfide davanti a me.

Chi ha paura della Brexit?

The Brexit lies” titola la copia del New Statement che mi trovo nella cassetta della posta all’ora di colazione. Una caricatura di Boris Johnson con un lungo naso da Pinocchio a illustrare la copertina, all’indomani della notizia che l’ex sindaco di Londra non correrà per la carica di Primo Ministro.

In quella che è probabilmente la settimana più turbolenta nella storia britannica degli ultimi decenni, l’incertezza regna sovrana e nessuno ha un piano per il post-Brexit. Nello sgomento (o nell’euforia, a seconda dei casi) generale, quelli che fino al giorno del voto erano sbandierati come dati inattaccabili hanno cominciato a sgretolarsi, a partire da Nigel Farage che ha subito ritrattato quanto dichiarato sui fondi da destinare all’NHS, mentre David Cameron lasciava la poltrona di primo ministro e la borsa crollava. Tra una notizia e una smentita, nessuno sembra volersi  prendere la responsabilità di gestire la patata bollente che è l’uscita dall’Unione Europea. “I don’t think we need to rush this process […] I think quite rightly the PM has paused on that which allows the dust to settle, allows people to go away on holiday, have some informal discussions about it, and then think about it come September/October time” ha detto Matthew Elliot, uno dei fautori della campagna Leave. Lasciamo che la gente vada in vacanza, poi ne riparliamo. La sensazione è che anche chi ha fortemente voluto l’uscita dall’Unione si stia chiedendo: “E ora?”.

Accanto alla preoccupazione generale per i risvolti economici della Brexit, quello che spaventa di più sono i suoi rivolti sociali. Il post-voto ha visto un’impennata negli hate crime, episodi di razzismo verso stranieri o verso cittadini britannici di colore. Dai graffiti sull’ingresso del centro culturale polacco, ai saluti nazisti, agli insulti sui mezzi pubblici al grido di Britain First, gli istinti più beceri della “pancia” della nazione si sono sentiti legittimati a uscire allo scoperto. I risultati di Scozia e Irlanda del Nord, inoltre, hanno acutizzato le separazioni interne di una nazione che di united in questo momento rischia di avere ben poco.

Se me l’aspettavo? Molto sinceramente no. A Lambeth, il distretto dove vivo, il 78.6 degli elettori ha votato Remain. A Westminster, dove lavoro, la percentuale è stata del 69%. Dai discorsi captati intorno a me non sembravano esserci dubbi su quello che sarebbe stato il risultato. Ma Londra, come il referendum ci ha ricordato in modo piuttosto brusco, ha poco a che fare con il resto del Regno Unito; è una bolla a sé stante, con dinamiche proprie. Le facce sorridenti di giovedì 23, gli adesivi “IN” portati con fierezza su tanti zaini e magliette, hanno lasciato il posto alla delusione generale, a un silenzio innaturale. Ricordo di aver guardato tranquilla gli exit poll poco prima di andare a letto: Leave indietro di 4 punti. Il mattino dopo un insolito numero di notifiche Whatsapp mi ha sbattuto in faccia la realtà dei fatti: “E adesso cosa succederà?”, “Io non ci credo…sono scioccata”. Nell’altra stanza, la mia coinquilina parlava al telefono in francese con un’amica, il tono triste e preoccupato di chi ha ricevuto una cattiva notizia. Il 24 giugno ci siamo svegliati in un posto molto diverso da quello che conoscevamo, o che almeno credevamo di conoscere. Davanti a noi molti punti di domanda, tra chi parla già di visti per i cittadini europei che vorranno lavorare in UK e chi invece ipotizza un secondo referendum. L’unica certezza è che ciò che succederà nei prossimi mesi sarà un banco di prova non solo per il Regno Unito, ma anche per tutto il resto dell’Unione Europea.

Brexit Referendum: “Tornatene nel tuo Paese”

Va bene, sì, ha vinto il Leave. “Speriamo di riuscire a farvi tornare tutti nel vostro Paese, con tutti i lavori che ci prendete e i servizi che sfruttate“. Ho dovuto quasi pizzicarmi il braccio e chiedere di ripetere, “Non ho capito bene scusa”. È stata una prova simil-esperimento sociale, avere a che fare con un caso di discriminazione e intolleranza di prima persona, senza nemmeno nominare il contesto completamente inopportuno dell’essere a una festa a casa di amici di amici. Già, spiegatelo voi, agli stranieri, che ci sono Italians di tutti i colori – anche con mozzarella skin e tratti che sanno davvero poco di “sorella segreta di Monica Bellucci”.  Ma certo, corredata da classiche battute anglosassoni sulle linee del “gli Italiani non sono bianchi anche se tu poi lo sembri”. Molte grazie, queste mi mancavano. Cosa si aspettano di sentire quando mi presento come Italiana?

Questo è successo ben prima del terremoto Brexit, un paio di mesi fa. Chi era con me ha scosso la testa, prendendomi per il gomito e tirandomi via dal cerchio di twenty-somethings con birre in mano, “non lo ascoltare, è chiaramente un idiota”. Già, non tutti i 18-25 hanno votato Remain, non tutti si sentono generazione Erasmus, e – dato poco citato – solo il 40% degli aventi diritto in quella fascia si è comunque recato a votare. Un trionfo di democrazia diretta, ci dicono qui, “mica come voi ex-fascisti che nella vostra Costituzione avete scritto che i referendum non possono toccare trattati internazionali, che poi, ascolta, l’UE è politica domestica ormai no?” – e salutiamo qui anche un bel paragone col Duce, grazie molte di nuovo.

Si è sempre l’immigrato di qualcun altro, e in questo si deve sottostare allo stesso miscuglio di pregiudizi, domande, risentimento e sospetti che inconsciamente ‘a casa nostra’ proiettiamo tutti su chi entra in Italia. Complice il caldo umido del mio nuovo appartamento – un piccolo ma accogliente terzo piano / loft / sottotetto – ho dormito notti agitate, a volte chiedendomi cosa mi faccia vivere in un Paese dove la chiamata al voto negli ultimi mesi ha dipinto me e quelli come me come chi ruba il lavoro agli onesti cittadini britannici, e contemporaneamente se la spassa vivendo di contributi statali, i  benefits… pagati coi contributi dello stesso onesto cittadino britannico.

Non importa alla retorica politica del momento che si lavori in un ufficio, in un ristorante o in un negozio, che si abbia esperienza o si sia solo alle prime armi: la divisione tra chi è benvenuto e chi meno, tra high skilled e low skilled verrà appena si aprono le trattative con Bruxelles (only the brightest and the best!, Vogliamo er mejo e sciò tutti gli altri!). Ora come ora, sarei un gatto di Schrödinger, se solo non vi fossi allergica.

Mi riesce davvero difficile applicare a me stessa quei vizi e virtù e stereotipi che ci si aspetta dalle categorie “immigrato” e “Italian” già da separate, figuriamoci nel nesso “immigrato italiano”. Di quale idealismo beato mi sono nutrita in questi anni?! Uno dei momenti di confusione, un senso di tradimento di cui non riesco bene a liberarmi. Non è un segreto che la campagna del Leave sia stata centrata sull’immigrazione di massa, nascosta dallo slogan ufficiale del “Riprendiamo il controllo del nostro Paese”, e alla fine in quel calderone ci sono per forza anche io giusto? Non sono certo un’eccezione – la burocrazia e le regole si complicheranno anche per me indipendentemente da quanto presto o tardi Cameron (o chi per lui) deciderà di far partire il countdown dei 2 anni di trattative per uscire dall’UE.

Allora, me ne torno nel mio Paese come mi è stato suggerito sia di persona da individui poco raccomandabili sia dal clima accusatorio e irritato dell’Inglese medio? “You will be fine“, mica ti deporteranno, “Londra tra l’altro mica è l’Inghilterra vera”. Vengo rassicurata ogni giorno, e ne sono convinta, complice una nuova carriera corredata da contratto a tempo indeterminato e residenza in un quartiere hipster e in piena gentrificazione in Zona 2. We will be fine.