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Intervista a Elettra Antognetti, Media Manager presso lo Scottish Government

Partire dall’Italia – e più precisamente da una piccola cittadina del Levante ligure a due passi dalle Cinque Terre – passando da Berlino e Bruxelles per arrivare quindi a Edimburgo. Nulla di tutto questo era nei piani di Elettra Antognetti, eppure, a 29 anni appena compiuti, la nostra Italian del mese è oggi Media Manager presso lo Scottish Government.

Nella storia di Elettra – poeticamente parlando – c’è un filo rosso che unisce tutte le sue esperienze: è quello del cercare di migliorarsi continuamente, uscire dalla ‘comfort zone’ e affrontare nuove sfide mantenendo sempre lo stesso impegno e curiosità – che si tratti di imparare una nuova lingua, imbracciare una videocamera o allenarsi per una maratona. O, perché no, un lavoro nel team di comunicazione del governo scozzese. Per questo la sua è una di quelle storie positive che merita di essere raccontata.

Ecco cosa ci ha raccontato in un sabato pomeriggio di fine novembre, in collegamento Skype da Edimburgo.


Ciao Elettra! Sappiamo che sei media manager al governo scozzese, un lavoro molto ambito in Italia e non solo. Puoi raccontarci di cosa ti occupi più nello specifico?

Il mio lavoro parte dalle mansioni classiche dell’ufficio stampa, come ad esempio produrre comunicati e news che riguardano le politiche del governo. Ma non solo: a livello quotidiano, fa parte del mio ruolo consigliare i ministri circa le strategie comunicative da adottare e interagire con i media nazionali e internazionali per far si che venga dato il giusto spazio alle policies implementate a livello governativo. Più nello specifico, faccio parte del team che si occupa di consigliare il Primo Ministro Nicola Sturgeon e altri ministri in relazione alle politiche internazionali e Brexit, un tema veramente molto interessante. Ho anche il piacere di accompagnare i vari ministri nelle loro uscite ufficiali, dando supporto e interagendo con i media e il pubblico: un lavoro molto interessante che mi permette anche – perché no – di girare la Scozia e scoprire nuovi posti e realtà.

Il team di comunicazione è formato da circa ottanta persone e io sono l’unica italiana anzi, l’unica straniera della squadra e una delle pochissime nel mio lavoro, anche se è comunque presente una minima componente non anglosassone. Nonostante questo, penso sia lodevole lo sforzo di apertura – seppur ancora minima – verso gli stranieri da parte di un’istituzione come il governo scozzese: la mia esperienza è sicuramente un buon segno. Al contrario, non so quanti stranieri siano attualmente impiegati dal governo italiano, soprattutto quando si tratta di comunicazione e ufficio stampa…

In generale, il Regno Unito – e la Scozia non fa eccezione – è un paese molto aperto e accogliente, c’è molta educazione nel rispetto delle diversità. Ma a livello quotidiano essere l’unica “diversa” è un po’ complicato, ci sono tante barriere, da quella linguistica a quella culturale. Ma a parte questo, devo dire che sono contenta: è un ambiente molto stimolante.

 

Facciamo un passo indietro. Raccontaci la tua storia da “Italian”, da quando hai deciso per la prima volta di lasciare l’Italia. Credi sia una sorta di vocazione personale quella che porta sempre più persone a girare il mondo, oppure è più una questione di necessità e opportunità?

La prima volta che ho deciso di lasciare l’Italia avevo 20 anni, più o meno. Sono partita per l’Erasmus in direzione Germania per studiare e poi, una volta lì, ho anche iniziato a lavorare. È stata la mia primissima esperienza ma era “a tempo determinato”, perché sapevo sarei dovuta rientrare in Italia e continuare a studiare per la laurea magistrale. Con la laurea in mano, in Italia, mi sono subito data da fare per trovare lavoro ma senza troppi riscontri.

Per rispondere alla tua domanda, penso che quella che porti sempre più giovani a girare il mondo sia una vocazione personale. Di sicuro oggi viaggiamo molto di più rispetto ai nostri genitori, è più facile spostarsi ed è tutto molto più collegato. Ma vicino alla vocazione c’è sempre una sfumatura di necessità. Io mi sono sempre sentita una expat piuttosto che una migrante – spinta a viaggiare dalla voglia di conoscere, di imparare e fare esperienze formative che mi avrebbero aperto un futuro in qualche modo migliore. Tuttavia, il voto della Brexit mi ha costretto a rivedere un po’ la mia posizione: da un giorno all’altro, è  stato come prendere consapevolezza del fatto che i britannici percepiscono gli ‘stranieri’ – che siano giovani ‘skilled professionals’ o ‘unskilled migrants’ che vivono di benefit statali – più come migranti/immigrati che non come persone che viaggiano per conoscere nuove culture e accumulare competenze. È stato un po’ deludente, ma sicuramente mi ha fatto mettere molte cose in prospettiva. Per il momento, è ancora una situazione di grande incertezza ma c’ è  la speranza che le cose vadano migliorando con il tempo.


Prima di arrivare in Scozia, hai lavorato anche a Bruxelles alla Commissione Europea. Qui di cosa ti occupavi?

Dopo la Germania, quando è arrivata l’opportunità di lavorare in Belgio per la Commissione Europea, non ho esitato: da neolaureata ho mandato una di quelle application standard e mi hanno presa. Ero nella task-force che si occupava di gestire la partecipazione dell’Unione Europea a Expo Milano 2015. Avevamo anche un nostro padiglione: ecco, io mi occupavo di comunicazione all’interno del team, assieme a una squadra di colleghi. Ma era un lavoro a tempo, creato apposta per Expo. Una volta finito, mi sono di nuovo messa in moto per cercare lavoro. La scelta della Scozia non è stata del tutto casuale: ho scelto questo paese sia per una questione di opportunita che per ragioni personali, visto che il mio compagno sta facendo un dottorato qui.


Una volta arrivata in Scozia, cos’è successo poi? Credi che all’estero ci siano più possibilità di mettersi in gioco, magari sfruttando anche quella meritocrazia che l’Italia sembra non avere?

Era la fine del 2015-inizio 2016 quando sono arrivata a Edimburgo. Dopo l’esperienza in Germania e Belgio, pensavo di avere ormai una certa praticità nell’inserirmi in un contesto nuovo, invece ho trovato qualche difficoltà e ho riscontrato che il Regno Unito è veramente un caso a se stante, diverso da ogni altro paese in cui avevo vissuto prima. Parlo non solo dei diversi riferimenti culturali e abitudini con cui si viene inevitabilmente a contatto quando si emigra, ma anche di cose pratiche come mandare un curriculum o fare un colloquio di lavoro. All’inizio ho trovato lavoro in un settore diverso da quello della comunicazione, ma poi inaspettatamente una delle agenzie di recruitment locali mi ha contattato per quello che è poi diventato il mio attuale lavoro. Anche se all’epoca non avevo grandi aspettative di riuscire a lavorare per un’istituzione di peso come il governo scozzese, eccomi qui.

Tra le cose migliori della Scozia, devo ammettere che soprattutto in ambito lavorativo ho trovato molta meritocrazia e dinamica: se l’Italia è ancora un mondo piuttosto chiuso, in Scozia è stato più facile sia avere l’opportunità di mettermi in gioco che  affrontare nuove sfide. In generale – e non parlo solo per il mio caso specifico – ho notato che qui è possibile trovare un impiego anche in settori che non corrispondono perfettamente al tuo background accademico e personale. È tutta questione di buttarsi, studiare, formarsi e aver voglia di fare.


Secondo te, quali sono i punti su cui l’Italia dovrebbe mettersi in paro rispetto agli altri paesi in cui hai vissuto?

Non ho risposte, tantomeno ricette. Ma partiamo da un presupposto: fuori dall’Italia, la meritocrazia c’è in misura maggiore che nel nostro paese. Non voglio dire che tutti i problemi italiani si colleghino a questo, c’è anche dell’altro –  dalle troppo incerte politiche attive per i giovani a un mondo universitario scarsamente collegato a quello lavorativo.

Posso parlare della mia esperienza: quando ancora stavo studiando in Italia, ero già attiva nella ricerca di collaborazioni giornalistiche, opportunità, stage. Nonostante le varie collaborazioni e contatti nel settore, quando è arrivato il momento di cercare un lavoro vero e proprio è stato difficile – e ricordo ancora di aver passato mesi e mesi senza riscontri. Sicuramente alcuni settori (come le industrie creative e la comunicazione) sono più problematici di altri, ma la difficoltà è generalizzata: i miei coetanei in Italia si adattano lavori che non sono quelli per i quali hanno studiato, alcuni hanno contratti pessimi, altri ancora nemmeno hanno la possibilità di lavorare.

Credo che ci siano vari problemi a monte à dalla lentezza burocratica nel cambiare le cose alla classe politica poco efficiente. Tuttavia, questa non è una giustificazione valida, dal momento che tanti altri paesi con classi politiche poco efficienti offrono maggiori opportunità lavorative dell’Italia. Non so cosa sia necessario fare, ma sicuramente bisogna fare qualcosa al più presto.


Il mondo lavorativo britannico ha i suoi vantaggi, ma forse per noi italiani può essere difficile da comprendere. Almeno all’inizio, credo. Tu hai avuto difficoltà a livello pratico?

Certo, le difficoltà ci sono state eccome. Per capire, ti basta pensare che qui in UK ci sono trainer e recruiter che ti insegnano come affrontare i colloqui di lavoro. C’è tutto un protocollo da seguire, e ci sono situazioni in sede di colloquio che in Italia siamo meno abituati ad affrontare – dalle ‘competency based interviews’ in cui viene richiesto di prospettare soluzioni ideali a situazioni ipotetiche, alla tecnica STAR per rispondere ai quesiti.  Viene richiesto ai candidati di essere brillanti e propositivi e di essere impeccabilmente preparati sulla storia dell’azienda. È tutto molto pratico, preciso – magari meno ‘creativo’ dell’approccio italiano, ma forse più equo? Ad ogni modo, per i britannici sembra funzionare.

Tra le altre differenze che ho riscontrato, anche quella per cui quando invii un cv qui nel Regno Unito ricevi sempre una risposta, che sia buona o meno, un feedback che ti aiuta a migliorare. In Italia invece puoi mandare anche centinaia di candidature e non sapere neppure se sono arrivate.


Passando dal lavoro alla formazione: avendo studiato sia in Italia, sia in UK che a Berlino, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi tre paesi?

Sia in ambito lavorativo che accademico, trovo che – almeno in base alla mia esperienza – la Germania e il Belgio siano una via di mezzo tra Italia e Gran Bretagna. Mentre il Regno Unito è molto improntato alla praticità, l’Italia ha indubbiamente un approccio più “libero”, meno strutturato rispetto a quello UK. Il Belgio e la Germania, invece, per quanto ho potuto vedere si piazzano a meta strada tra rigidità/organizzazione e creatività. In particolare, durante la mia esperienza lavorativa in Belgio sono rimasta affascinata dal modo unico e speciale con cui Bruxelles, capitale europea e sede delle maggiori istituzioni UE, riesca a riunire i più diversi approcci culturali all’interno della stessa città. Estremamente multiculturale, la città attira professionisti qualificati da tutta Europa e da tutto il mondo e questo, a mio avviso, è davvero stimolante. Spesso capita anche di parlare 3 o 4 lingue diverse in una sola giornata – o addirittura durante la stessa conversazione.

Anche nel mondo universitario è la stessa cosa: possiamo mettere l’Italia e la Gran Bretagna ai due estremi, e nel mezzo il Belgio e la Germania. Nessun sistema è meglio dell’altro ma varia secondo le diverse esigenze degli studenti. In Italia si studia molto, si imparano molte nozioni e si acquisisce un bagaglio culturale davvero notevole. In UK c’è molta praticità, si fanno workshop e gruppi di lavoro e questo aiuta nelle relazioni e nel lavoro di squadra.


Succede così anche nell’ambito del giornalismo e della comunicazione, che sono i tuoi ambiti lavorativi?

Sì. Dallo scorso gennaio, ad esempio, sto facendo un master in giornalismo con la Edinburgh Napier University; avendo già preso una laurea magistrale proprio in giornalismo ed editoria in Italia, ho notato che c’è molta differenza. Se in Italia ho studiato molto sui testi, qui in Scozia sto imparando ad usare programmi come Avid e Premiere Pro per girare i miei primi videoclip, o sono stata incitata ad aprire un mio blog e portfolio online. Senza contare che qui l’ambiente accademico aiuta gli studenti a sviluppare contatti utili nel loro settore in vista di un futuro inserimento nel mondo lavorativo.

E poi, c’è da dire che per fare il giornalista in UK non serve essere iscritti a un albo professionale e l’accesso alla professione è più libero nei confronti di chi scrive notizie – conta come e cosa scrivi, non il tuo titolo di studi. Ad ogni modo, le sfide ci sono eccome per chi – come me – vuole perseguire questo tipo di carriera in un paese in cui sei costretto a usare la tua seconda lingua invece della tua lingua madre. Si deve in qualche modo reimparare a scrivere da capo – non solo acquisire nuove strutture e forme comunicative, ma una nuova forma mentis e modo di vedere il mondo.


Parlando di Brexit, cosa sta succedendo ora? Sei preoccupata?

Sinceramente, credo di essere in una situazione relativamente fortunata perché, pur non essendo qui da moltissimo, sono arrivata prima del voto della Brexit. Ovviamente spero di poter continuare a lavorare qui, ma al momento l’incertezza è tanta e non si sa cosa succedera da qui al 2019. Per adesso, la mia intenzione è quella di continuare a lavorare per un po’ di tempo in Scozia ma non so se mi piacerebbe trasferirmi in pianta stabile, restare ‘per sempre’. Devo ancora decidere cosa voglio fare da grande.


Quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in mente di tornare presto in Italia oppure ormai la tua vita è altrove?

In Scozia sto benissimo, ma vorrei continuare a spostarmi e a fare esperienze lavorative anche fuori dall’Europa prima di tornare a casa. In futuro, spero di poter tornare in Italia: se devo essere sincera, non me ne sarei mai voluta andare. Nonostante cio, sono contenta di essere partita: viaggiare mi ha permesso di formarmi come persona, migliorarmi, avviare la mia carriera. Soprattutto, mi ha permesso di rivedere le mie priorita e abbandonare tanti piccoli ‘pregiudizi’. Adesso mi manca la mia famiglia, gli affetti, i miei luoghi del cuore, gli amici: per questo, l’idea è quella, un giorno, di tornare. Anche se ancora non so quando.

 

Londra non ha paura

Londra, un lunedì mattina come altri. Salgo sul treno della Victoria line, che come al solito é stracolmo. Non ci sono posti a sedere e la carrozza si riempie immediatamente, nonostante il treno passi ogni 30 secondi. Ci sono quasi nove milioni di persone nella capitale e buona parte di esse si sta recando a lavoro. Non é facile rendersi conto di quello che succede accanto a te in un contesto del genere. Tutto quello che riesco a vedere sono le giacche e i volti assonnati di chi, come me, si sveglia alle sei del mattino per andare a lavoro. Non c’è da sorprendersi, quindi, che nessuno si sia accorto di quella busta lasciata quasi per caso da un uomo sceso dal vagone della District Line.

Era lo scorso 15 settembre e la busta conteneva un ordigno fatto in casa che per fortuna é soltanto parzialmente esploso, ferendo in modo lieve una trentina di persone. Una “palla di fuoco”, come hanno raccontato i testimoni, che ha avvolto la carrozza e ha scatenato il panico tra i passeggeri sul treno e quelli che aspettavano di salirci alla stazione di Parsons Green. Una bomba che era stata riempita di viti e altri oggetti appuntiti, per infliggere ferite gravi a chiunque si trovasse nelle vicinanze e non. Esattamente come successe a Manchester lo scorso 22 Maggio, quando Salman Ramadan Abedi, un ventiduenne di orgini libanesi nato e cresciuto a Manchester, si fece saltare in aria uccidendo ventidue persone e ferendone 250.

Il terrorista di Parsons Green invece, ha fatto un errore che si é rivelato fatale per la riuscita del suo piano: ha scelto di vivere e perciò é sceso dal treno poco prima che l’ordigno esplodesse, affidando la riuscita dell’attacco al timer che aveva collegato alla bomba. Uno sbaglio che ha risparmiato decine di vite.

Quello di Parson Green é stato il quarto attentato terroristico avvenuto a Londra negli ultimi sei mesi. Un bilancio pesante, soprattutto se si considera che pochi giorni fa la polizia inglese ha rivelato di aver sventato altri sei attacchi nello stesso periodo. Molti mi chiedono come possa vivere in una città diventata così pericolosa. Nessun posto é al sicuro a Londra, fatto dimostrato da questo attentato (avvenuto nella zona due a sud-ovest della City) e quello accaduto a Finsbury Park, zona 2 a nord della City, dove io risiedo. L’allerta terrorismo, stabilita dal Centro di Analisi del Terrorismo (organo composto da membri di 16 dipartimenti governativi e di altre agenzie di intelligence) é ferma a severe (severa) dal 24 Ottobre 2012, un mese dopo del mio trasferimento in questa città.

La Londra che conosco, quindi, é sempre stata una città dove un attacco terroristico é molto probabile. Per quasi 4 anni, eppure, tutto sembrava abbastanza normale. Fino allo scorso 22 maggio, quando quel furgone lanciato contro i pedoni sul ponte di Westminster mi ha fatto davvero capire cosa vuol dire vivere qui.

Gli attentati di Westminster, London Bridge e Borough Market hanno mostrato quanto spirito di sacrificio c’é nel cuore di questa società multiculturale. In queste occasioni, molte vite sono state salvate grazie al pronto intervento di persone coinvolte negli attentati, che si sono precipitate ad aiutare i feriti. Nel caso di Borough Market, i media hanno raccontato storie di passanti feriti perché tentavano di proteggere degli sconosciuti.
Ignacio Echeverria, trentanovenne spagnolo che lavorava come banchiere a Londra, morí durante questo attacco, tentando di difendere una donna ferita dagli assalitori, armato solo del suo skateboard.

Negli attimi successivi ad ogni attentato i cittadini hanno usato i social media per offrire riparo, cibo e conforto a chiunque ne avesse bisogno, mentre albergatori e tassisti hanno offerto i propri servizi gratuitamente. Nel caso di Paterson Green, gli abitanti del posto hanno aperto le loro case anche a giornalisti, poliziotti e al personale medico, mentre un ristoratore italiano distribuiva cibo ai soccorritori. Dopo l’attacco avvenuto fuori dalla moschea di Finsbury Park, per mano di un cittadino britannico che voleva uccidere musulmani, i residenti si sono radunati davanti alla moschea per depositare fuori dai cancelli fiori e messaggi di solidarietà. “Non siete soli” e “vi amiamo”, recitavano molti.

Solidarietá, amore ed empatia verso sconosciuti: dei sentimenti che mai mi sarei sognata di trovare in una cittá dove per la maggior parte del tempo ti senti invisibile. Sí, perché la vita a Londra é fatta di viaggi estenuanti in treno e orari di lavoro pesanti, che spesso ti portano a chiuderti nella tua quotidianità e lasciano poco spazio alle interazioni sociali.

Eppure, dopo ogni attentato, la comunità si é stretta insieme a piangere le vittime per poi tornare di nuovo alla normalità. Una normalità fatta di treni da prendere, festival e concerti da attendere e pub da affollare ogni sera della settimana. Perché nessuno ha il diritto di impedirti di berti la tua birra alla fine di una lunga settimana di lavoro.

Resilience é un termine usato spesso dai cittadini britannici per descrivere se stessi. La parola si riferisce alla capacità di un sistema, o in questo caso di una comunità, di tornare al proprio stato ottimale dopo un evento che ha disturbato l’equilibrio. Un senso di comunità e di appartenenza che ti da il coraggio di continuare a vivere la tua vita, ancora più intensamente, sia per rispetto alle vittime che come beffa a chi vorrebbe vederci chiusi in casa, a chi vorrebbe vederci spaventati.

La sera dello scorso 16 settembre, l’allerta terrorismo era stata alzata al livello massimo, critical. Quando questo succede, vuol dire che un attacco terroristico potrebbe essere imminente, i poliziotti sono affiancati dai militari nel controllo del territorio e punti strategici della città adottano misure di sicurezza più severe.

Quella sera sono uscita con delle amiche e abbiamo deciso di andare a Borough Market. Mentre camminavo dentro e fuori i locali, per trovarne qualcuno non troppo affollato, riconoscevo i tavoli e i banconi visti in scene registrate da persone coinvolte nell’attentato avvenuto lo scorso 3 giugno e postate sui social media. Quella sera, mentre la polizia evacuava diverse stazioni della metro per verificare pacchi sospetti (nessuno risultato poi pericoloso), io sedevo a un tavolo di un pub a bere una birra. Si perché anche io, da brava londinese, mantengo la calma e vado avanti.

Ma all’estero un Italian invecchia o matura?

Il quarto di secolo! Cinquepercinqueventicinque! Il mio numero preferito dopo il 21, e anche a voi affetti da sinestesia, non sembra un numero colorato di giallo? Manca poco meno di una settimana e ufficialmente sarò lì, a dover ricordare un nuovo numero alla domanda ‘How old are you?’.

Ma ma ma… un attimo di prospettiva, per una piccola Italian trapiantata Oltremanica. C’è una differenza tra avere 25 anni in Italia e averne 25 all’estero, e sta molto in cosa è più o meno normale per il tuo coetaneo, in cosa ci si aspetta dal suo percorso studi e carriera – e quindi, di conseguenza, di cosa ci si aspetta dal tuo. Chiariamoci, se il tema vi fa roteare gli occhi causando cecità e dunque impedendovi di proseguire la lettura, potete congedarvi già qui e augurarmi un buon compleanno. Se vi causa nausea e ansia e tristezza fino a dovermi abbandonare qui, sappiate che lo capisco.

Nella classifica di cose ‘lamentarsi come mestiere’ ci sono sicuramente i compleanni, intesi come somma delle candeline sulla glassa. Improvvisamente non è più una scusa per mangiare una torta e compilare una lista regali, ma diventa una specie di ricorrenza auto-celebrativa/auto-commiserativa  in cui si paragona la propria immaginaria lista dei ‘DA FARE/FATTO’ con quella di chi ci circonda o di chi ci precede negli anni.

I 25enni inglesi – siamo onesti, parlo di quelli di più o meno simile pari estrazione sociale (mamma mia che brutto termine, giuro che lo intendo all’inglese, non gridate ‘classista!’, ‘borghese!’), più o meno simile grado di istruzione etc etc – sono spesso più vecchi di me. Motivi?

Non è un mistero che gli anni di studio in UK sono minori rispetto all’Italia. Paragoniamo (again, escludo chi si ferma alla scuola dell’obbligo):

  • 4 anni di superiori (vs. i 5 di liceo o simili)
  • 3 anni di ‘Triennale’ (99% dei Bachelor’s, che si finiscono in tre anni tre per motivi che includono: quasi impossibilità di rifiutare voti degli esami, si prende quel che si prende, nessuna tesi protratta a discussioni fuoricorso etc etc)

Tirando le somme, lo studente UK si laurea nell’estate/autunno dei suoi 20-21 anni, a volte con in mano già un contratto ottenuto in primavera durante la caccia di job fair  in job fair, o domande a graduate scheme (ambitissimi contratti tendenzialmente a tempo indeterminato riservati a laureandi e neolaureati) in settori sia pubblici sia privati. La Magistrale, il Master’s Degree che occupa uno, in rari casi, due anni, non è necessaria per trovare lavoro, e spesso viene posticipata come specializzazione dopo qualche anno di carriera, per approfondire una tematica specifica.

Quindi, a 25 anni, nella più rosea delle ipotesi, i miei coetanei hanno due, tre, quattro anni di esperienza nel mondo del lavoro. Non è questa la sede per filosofeggiare di cosa sia meglio, dei ‘eh ma loro sono più generalisti dei nostri laureatiiiih!!11!!’. Vi racconto soltanto di come i miei coetanei, quelli più fortunati, parlano di chiedere mutui e comprare la prima casa; di come alcuni si sentono pronti per un anno sabbatico con i soldi risparmiati in questi anni per viaggiare o andare a fare volontariato su altri continenti; di come si paragonino, nelle pause caffè in ufficio, i migliori fondi investimenti/fondi pensione, e ‘scusa hai sentito che Daniel si sposa tra 5 mesi???’. I 25 anni sono il loro momento di riflessione, misurarsi il polso e dire, ok, tutto sotto controllo – la crisi del quarto di secolo (che cercata su Google in Italiano elenca risultati che includono, ansia da prestazione, senso di soffocamento, smarrimento, sfiducia e altre allegrie).

Esempio di meme/post Anglofono che intasa feed su Instagram/Facebook/Pinterest/Limortacci:
onaging

Anche se magari si lamentano di questa ‘fretta’ intrinseca, sono coetanei che corrono, e sono sicura che ogni Italians in UK ne conosce una manciata o due. E sa anche che sono parametri di misura generalmente molto diversi dal coetaneo in Italia. Con chi possiamo identificarci? Quanto è giusto usare coetanei stranieri nel nostro nuovo Paese di ‘adozione’ come metro di paragone? E quanto è giusto invece guardare all’Italia? Ognuno fabbro della propria fortuna, certo, ma vivendo non in uno ma ben in due tessuti sociali diversi, a volte la prospettiva del proprio percorso e delle proprie conquiste si perde un attimo. Risparmiatemi i mini-violini della tristezza e apriamo un discorso sulla competitività demografica (e anagrafica), visto che la materia è ormai sulla bocca di tutti (menzione speciale per la freschissima campagna a favore delle nascite che ha raggiunto nella sua idiozia anche questi lidi, e vi giuro che questa bozza era nata prima!).

Per ogni richiamo ad affrettarsi a essere creativi tra le lenzuola e non aspettare la cicogna, a prendere quella dannata laurea senza troppo tempo fuoricorso che mamma e papà non possono sostenerti per sempre, vorrei si parlasse di cambiamenti strutturali all’istruzione a ogni grado e all’inserimento e gestione dei giovani nel mondo del lavoro. Cosa ci impedisce di discutere in modo costruttivo di idee e proposte come: accorciare le secondarie di primo e/o secondo grado; rendere competitive le lauree non-scientifiche (quelle che fanno tanto ridere i progressisti tutti ingegneriamedicinafisicaescienze) con moduli di business/IT; abolire il concetto di tesi riscritta fino allo sfinimento del relatore o del candidato; creare schemi di assunzione o inserimento a quote per tutti i gruppi disciplinari. Rimane fanta-economia (‘con i soldi di chiii?’), rimane fanta-politica (‘ma chi le voterebbe ste coseeee?’): rimane il Paese che sorride ai miei 25 anni, sospira romanticamente alla mia impazienza di carriera (ma si irrita del mio disinteresse al ‘Prestigio della Maternità’, e si chiede perché’ io non senta “[… ] un senso di incompiuto”, e mi avverte che seguendo “[…] la strada della “mammamogliemanager” la conseguenza sarà – comunque – un senso di perdita o di inadeguatezza.”).

Allora non mi rimane che scegliere di celebrare i miei 25 anni con meno crisi possibili – cercando di allontanare dalla testa e dai progetti a medio termine sia la fretta di Londra sia le misure italiane – e scegliere di invecchiare e maturare poco per volta, scegliendo i paragoni come vitamine a piccolissime dosi, a giorni alterni e mai più di una volta al giorno.

La bellezza della differenza

“Il buon insegnante rende il cattivo studente buono ed il buon studente superiore.” (Marva Collins)

Ora, checché ne dicano i miei amici, andare via dall’Italia non è stato drammatico.

Certo, bisogna fare a meno di quei comfort a cui si è abituati fin dalla nascita – il pranzo e la cena pronti quando si rientra, le uscite serali con gli amici di una vita, il semplice contatto fisico con le persone a cui si vuole bene – ma lasciare tutto per ricominciare altrove è una sfida.

Una sfida contro le avversità, contro il resto del mondo, ma anche una sfida con sé stessi che si vuole vincere a tutti i costi.

L’università inglese, come menzionato nel mio post precedente, è molto diversa da quella italiana, non solo per una questione linguistica, ma anche di persone: mentre in Italia è raro trovare persone della mia generazione che non abbiano affrontato perlomeno un anno di studi universitari, in Inghilterra risulta invece molto facile.

Principalmente ritengo sia soprattutto una questione economica che spinge un gran numero di giovani diciassettenni britannici – che terminano il loro percorso scolastico un anno prima rispetto a noi dopo aver sostenuto i così detti A Levels – a non proseguire la loro carriera scolastica con corsi universitari.

L’esagerata tassa annuale da £9,000 è un limite che in molti stentano a superare nonostante l’esistenza di prestiti appositi creati da molte banche, e di innumerevoli borse di studio messe a disposizione dalle università stesse. In alcuni casi, molto semplicemente, non ne vale la pena.

Fino all’anno scolastico 2011/2012, le tasse universitarie inglesi – che sono fisse per tutti gli studenti ed il cui ammontare varia solo tra studenti Home/EU ed Internazionali – erano più “abbordabili”: solo £3,000 sia per corsi triennali che per i master. In seguito alle riforme promosse dal governo di coalizione Cameron-Clegg, le cifre sono aumentate a quelle di oggi (£15,000 per studenti provenienti al di fuori della EU) e sembrerebbe siano destinate soltanto a crescere nei prossimi anni.

Questi sostanziali cambiamenti potrebbero dunque portare ad una diminuzione di studenti universitari in favore di una crescita di iscritti presso istituti professionali.

Mentre in Italia molti corsi specialistici vengono denigrati per la loro apparente inferiorità rispetto agli insegnamenti dei licei e delle università, l’Inghilterra ha dimostrato una certa maturità offrendo ai propri giovani college ed istituti in cui gli studenti si possono specializzare in svariate professioni pronte ad arricchire il panorama lavorativo del paese.

Quando ho iniziato a fare amicizia con i miei compagni di corso quattro anni fa, sono rimasta piacevolmente stupita nello scoprire che gli studenti universitari inglesi in realtà non manifestano quella puzza sotto al naso che viene attribuita all’intera nazione nei film o nella letteratura, soprattutto quando si parla di loro coetanei che hanno deciso di affrontare percorsi lavorativi alternativi.

Prima delle francamente disgustose rimostranze xenofobe scaturite dai risultati della Brexit ho avuto l’occasione, e l’onore, di vedere giovani dalle più svariate origini sociali uniti dall’amore per la cultura e per l’apprendimento riunirsi per condividere le proprie esperienze in Inghilterra e all’estero. Sono stata testimone di amicizie che crescono e migliorano grazie alle diversità tra ragazzi, siano esse di nazionalità o lavorative.

Una cosa che noto con piacere è che adesso anche l’Italia si sta aprendo agli studenti stranieri che scelgono di far diventare il mio paese la loro scuola, e che gli studenti italiani – come i britannici fanno da molti anni – hanno colto l’occasione per arricchire non solo i loro giri di amicizie, ma anche l’apprezzamento per il diverso e le loro conoscenze in generale.

Mi piacerebbe poter vedere in futuro un ulteriore incremento di giovani studenti e lavoratori stranieri in Italia perché una delle cose che ho sempre amato di questo paese è la capacità di implementare insegnamenti che vengono da lontano per garantire la fiorente crescita del paese.

L’Inghilterra – oggi come in passato; per il futuro toccherà sperare in un change of heart del Primo Ministro Theresa May nei confronti degli stranieri – ha fatto dell’università una fiorente industria che annualmente produce e sprona migliaia di studenti a migliorare non solo loro stessi ma anche quella che è per molti la loro nazione di origine o di adozione. Spero in un’Italia che a sua volta sia in grado di ispirare i suoi giovani ad impiegare le loro capacità – qualunque esse siano – per renderla ancora più bella ed accogliente.

Perché nonostante io abbia scelto di andare via dall’Italia a 18 anni, per me rimane casa mia e un giorno ci tornerò. Ma prima ho ancora tante sfide davanti a me.

Chi ha paura della Brexit?

The Brexit lies” titola la copia del New Statement che mi trovo nella cassetta della posta all’ora di colazione. Una caricatura di Boris Johnson con un lungo naso da Pinocchio a illustrare la copertina, all’indomani della notizia che l’ex sindaco di Londra non correrà per la carica di Primo Ministro.

In quella che è probabilmente la settimana più turbolenta nella storia britannica degli ultimi decenni, l’incertezza regna sovrana e nessuno ha un piano per il post-Brexit. Nello sgomento (o nell’euforia, a seconda dei casi) generale, quelli che fino al giorno del voto erano sbandierati come dati inattaccabili hanno cominciato a sgretolarsi, a partire da Nigel Farage che ha subito ritrattato quanto dichiarato sui fondi da destinare all’NHS, mentre David Cameron lasciava la poltrona di primo ministro e la borsa crollava. Tra una notizia e una smentita, nessuno sembra volersi  prendere la responsabilità di gestire la patata bollente che è l’uscita dall’Unione Europea. “I don’t think we need to rush this process […] I think quite rightly the PM has paused on that which allows the dust to settle, allows people to go away on holiday, have some informal discussions about it, and then think about it come September/October time” ha detto Matthew Elliot, uno dei fautori della campagna Leave. Lasciamo che la gente vada in vacanza, poi ne riparliamo. La sensazione è che anche chi ha fortemente voluto l’uscita dall’Unione si stia chiedendo: “E ora?”.

Accanto alla preoccupazione generale per i risvolti economici della Brexit, quello che spaventa di più sono i suoi rivolti sociali. Il post-voto ha visto un’impennata negli hate crime, episodi di razzismo verso stranieri o verso cittadini britannici di colore. Dai graffiti sull’ingresso del centro culturale polacco, ai saluti nazisti, agli insulti sui mezzi pubblici al grido di Britain First, gli istinti più beceri della “pancia” della nazione si sono sentiti legittimati a uscire allo scoperto. I risultati di Scozia e Irlanda del Nord, inoltre, hanno acutizzato le separazioni interne di una nazione che di united in questo momento rischia di avere ben poco.

Se me l’aspettavo? Molto sinceramente no. A Lambeth, il distretto dove vivo, il 78.6 degli elettori ha votato Remain. A Westminster, dove lavoro, la percentuale è stata del 69%. Dai discorsi captati intorno a me non sembravano esserci dubbi su quello che sarebbe stato il risultato. Ma Londra, come il referendum ci ha ricordato in modo piuttosto brusco, ha poco a che fare con il resto del Regno Unito; è una bolla a sé stante, con dinamiche proprie. Le facce sorridenti di giovedì 23, gli adesivi “IN” portati con fierezza su tanti zaini e magliette, hanno lasciato il posto alla delusione generale, a un silenzio innaturale. Ricordo di aver guardato tranquilla gli exit poll poco prima di andare a letto: Leave indietro di 4 punti. Il mattino dopo un insolito numero di notifiche Whatsapp mi ha sbattuto in faccia la realtà dei fatti: “E adesso cosa succederà?”, “Io non ci credo…sono scioccata”. Nell’altra stanza, la mia coinquilina parlava al telefono in francese con un’amica, il tono triste e preoccupato di chi ha ricevuto una cattiva notizia. Il 24 giugno ci siamo svegliati in un posto molto diverso da quello che conoscevamo, o che almeno credevamo di conoscere. Davanti a noi molti punti di domanda, tra chi parla già di visti per i cittadini europei che vorranno lavorare in UK e chi invece ipotizza un secondo referendum. L’unica certezza è che ciò che succederà nei prossimi mesi sarà un banco di prova non solo per il Regno Unito, ma anche per tutto il resto dell’Unione Europea.

Brexit Referendum: “Tornatene nel tuo Paese”

Va bene, sì, ha vinto il Leave. “Speriamo di riuscire a farvi tornare tutti nel vostro Paese, con tutti i lavori che ci prendete e i servizi che sfruttate“. Ho dovuto quasi pizzicarmi il braccio e chiedere di ripetere, “Non ho capito bene scusa”. È stata una prova simil-esperimento sociale, avere a che fare con un caso di discriminazione e intolleranza di prima persona, senza nemmeno nominare il contesto completamente inopportuno dell’essere a una festa a casa di amici di amici. Già, spiegatelo voi, agli stranieri, che ci sono Italians di tutti i colori – anche con mozzarella skin e tratti che sanno davvero poco di “sorella segreta di Monica Bellucci”.  Ma certo, corredata da classiche battute anglosassoni sulle linee del “gli Italiani non sono bianchi anche se tu poi lo sembri”. Molte grazie, queste mi mancavano. Cosa si aspettano di sentire quando mi presento come Italiana?

Questo è successo ben prima del terremoto Brexit, un paio di mesi fa. Chi era con me ha scosso la testa, prendendomi per il gomito e tirandomi via dal cerchio di twenty-somethings con birre in mano, “non lo ascoltare, è chiaramente un idiota”. Già, non tutti i 18-25 hanno votato Remain, non tutti si sentono generazione Erasmus, e – dato poco citato – solo il 40% degli aventi diritto in quella fascia si è comunque recato a votare. Un trionfo di democrazia diretta, ci dicono qui, “mica come voi ex-fascisti che nella vostra Costituzione avete scritto che i referendum non possono toccare trattati internazionali, che poi, ascolta, l’UE è politica domestica ormai no?” – e salutiamo qui anche un bel paragone col Duce, grazie molte di nuovo.

Si è sempre l’immigrato di qualcun altro, e in questo si deve sottostare allo stesso miscuglio di pregiudizi, domande, risentimento e sospetti che inconsciamente ‘a casa nostra’ proiettiamo tutti su chi entra in Italia. Complice il caldo umido del mio nuovo appartamento – un piccolo ma accogliente terzo piano / loft / sottotetto – ho dormito notti agitate, a volte chiedendomi cosa mi faccia vivere in un Paese dove la chiamata al voto negli ultimi mesi ha dipinto me e quelli come me come chi ruba il lavoro agli onesti cittadini britannici, e contemporaneamente se la spassa vivendo di contributi statali, i  benefits… pagati coi contributi dello stesso onesto cittadino britannico.

Non importa alla retorica politica del momento che si lavori in un ufficio, in un ristorante o in un negozio, che si abbia esperienza o si sia solo alle prime armi: la divisione tra chi è benvenuto e chi meno, tra high skilled e low skilled verrà appena si aprono le trattative con Bruxelles (only the brightest and the best!, Vogliamo er mejo e sciò tutti gli altri!). Ora come ora, sarei un gatto di Schrödinger, se solo non vi fossi allergica.

Mi riesce davvero difficile applicare a me stessa quei vizi e virtù e stereotipi che ci si aspetta dalle categorie “immigrato” e “Italian” già da separate, figuriamoci nel nesso “immigrato italiano”. Di quale idealismo beato mi sono nutrita in questi anni?! Uno dei momenti di confusione, un senso di tradimento di cui non riesco bene a liberarmi. Non è un segreto che la campagna del Leave sia stata centrata sull’immigrazione di massa, nascosta dallo slogan ufficiale del “Riprendiamo il controllo del nostro Paese”, e alla fine in quel calderone ci sono per forza anche io giusto? Non sono certo un’eccezione – la burocrazia e le regole si complicheranno anche per me indipendentemente da quanto presto o tardi Cameron (o chi per lui) deciderà di far partire il countdown dei 2 anni di trattative per uscire dall’UE.

Allora, me ne torno nel mio Paese come mi è stato suggerito sia di persona da individui poco raccomandabili sia dal clima accusatorio e irritato dell’Inglese medio? “You will be fine“, mica ti deporteranno, “Londra tra l’altro mica è l’Inghilterra vera”. Vengo rassicurata ogni giorno, e ne sono convinta, complice una nuova carriera corredata da contratto a tempo indeterminato e residenza in un quartiere hipster e in piena gentrificazione in Zona 2. We will be fine.

Intervista a Ilaria Maselli, Senior Economist per The Conference Board (Bruxelles)

L’intervista di questo mese ve la presentiamo in una forma tutta diversa, lasciamo per un momento a casa le domande e ci abbandoniamo alle chiacchiere, ma quelle buone, divertenti e pure costruttive.

Questo mese, tra il panico per il rispetto della deadline – che alle volte, diciamocelo, è davvero difficile da rispettare – e lo scossone Brexit che ha fatto tremare Bruxelles come nemmeno un settimo grado della scala Mercalli, ho deciso di buttarmi, provare. Così ho deciso di contattare Ilaria Maselli proprio dopo aver visto la sua diretta Facebook dedicata alla Brexit. Un video pieno di competenza e professionalità – altro che tweet come “oh mio Dio e adesso come faccio con Asos?”. E vado forse un po’ fuori tema, ma siccome un po’ di sana informazione non fa mai male, soprattutto in questo caso (Londra è la città europea – almeno geograficamente, mi sforzo a dirlo – con il più alto numero di giovani italiani), eccovi il video di The Conference Board, dove Ilaria, insieme ad altri speaker del board, ci parla proprio di Brexit.
Decido quindi di scriverle e proporle un’intervista, lei che mi era stata presentata come “è una grande, un mito, la devi assolutamente conoscere” e diciamolo, avevo un po’ di quell’ansietta di quando si contatta qualcuno da cui ci si aspetta anche un no, ma Ilaria – che davvero è “una grande” come mi era stato detto – ha accettato ed eccoci qui, dopo poche ore dalla mia scapestrara richiesta, a chiacchierare di studi, lavoro, scelte di vita e di quell’Italia dalla quale è andata via per seguire il Sogno Europeo che proprio ieri ha rischiato di trasformarsi in incubo.

Ma procediamo con ordine: Ilaria si trasferisce la prima volta a Bruxelles a soli 22 anni, per un progetto Erasmus e per inseguire il suo sogno, verso Bruxelles e l’Europa. Durante l’anno Erasmus Ilaria capisce che no, proprio non vuole andare via da una Bruxelles così piena di vita e di opportunità e decide quindi di buttarsi nel mondo del lavoro, o meglio, degli stage.  Non ho potuto fare a meno di chiederle se l’università in Belgio fosse già così professionalizzata e career oriented come a quel tempo erano già le università anglosassoni e con grande stupore scopro che no, anche se parliamo di pochi anni fa e non di un lustro, in quegli anni cercare uno sbocco professionale era ancora nelle mani degli studenti. Che, senza grandi preparazioni alle spalle, dovevano fare proprio come ha fatto lei: curriculum e curriculum e altri curriculum inviati tra una lezione e l’altra o nelle ore libere trascorse nel dormitorio dell’ULB (Universitè Libre de Bruxelles). Passa poco tempo e Ilaria trova il suo primo stage, scampato terrore disoccupazione post laurea!

Comincia così l’avventura di Ilaria al CEPS – Centre for European Policy Study – rinomatissimo think tank con sede nella capitale europea (e posto che molti, moltissimi degli studenti e degli “young professional” di tutta Europa sognano di annoverare nel loro cv).

Fortuna – e sua competenza – vollero poi che lo stage di Ilaria si trasformasse in una vera e propria offerta di lavoro. Di nuovo, scampato pericolo post-laurea.

Coì Ilaria resta per quasi 9 anni al CEPS, professionalizzando competenze e vivendo nella città della quale si era già da tempo innamorata; perché Ilaria non ha lasciato l’Italia per mancanza di prospettive, frustrazione o sfinimento, anzi lei ama la sua Italia e resta per lei necessario contribuire alla cosa pubblica italiana, anche da qui, il piovoso Belgio.

Come spiega lei, infatti, in un’era in cui la tecnologia ci rende così facile la mobilità e la tecnologia ci permette d’essere ovunque e in qualsiasi momento, Ilaria riesce a contribuire alla cosa pubblica italiana anche da lontano, o come dice lei “non potrei fare altrimenti”, e che bello sentirlo! Ilaria è infatti contributor de Il Fatto Quotidiano, dove scrive di economia, e fa parte della segreteria della sede del PD Bruxelles e, anche se qui non facciamo politica, ci piace sempre ascoltare e sapere che ci sono ragazzi italiani che anche da lontano continuano non solo ad appassionarsi, ma che s’impegnano in prima persona per il proprio Paese di origine mettendo in campo le loro passioni, competenze ed expertise. “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”, suona familiare?

Ad ogni modo, per tornare a noi e alla chiacchierata con Ilaria, le chiedo qualcosa in più sulla sua vita professionale e di come sia arrivata a The Conference Board e beh, ho scoperto che anche questa volta ha vinto la competenza e no, non c’è di mezzo nessuna storia di favoritismi, ma solo competenza, perché sì, la competenza paga (ancora).

Ilaria oggi è Senior Economist e, devo ammetterlo, le domande che vorrei porle sono davvero tantissime, soprattutto per i temi a noi cari, ma diciamolo chiaramente: potremmo iniziare a parlare per ore, farei domande da studentessa novella e noi non siamo qui per annoiarvi, ma qualche considerazione l’abbiamo fatta e devo necessariamente parlarvene.

Quando le chiedo cosa pensa del sistema italiano, della presunta mancata connessione tra università italiane e mondo del lavoro, e di come il nostro Paese potrebbe invertire la tendenza ed attrarre cervelli, anziché spingerli all’estero, Ilaria riesce a rispondere in maniera più chiara che mai, e non solo perché preparata sul tema (se spulciate tra le sue varie pubblicazioni, ha scritto anche di questi temi).

Secondo Ilaria, infatti, il vero problema non è il tanto chiacchierato brain drain, ma la mancata capacità di attrarre talenti, perché il problema non è solo la migrazione dei giovani, della forza lavoro, o più in generale della popolazione, sappiamo tutti infatti che la situazione è ben più complicata di così.

Ma “attrarre talenti” cosa vuol dire davvero? La questione si complica.

Non bisogna solo attrarre talenti, ma anche permettere a chi resta di sfruttare al massimo le proprie potenzialità e, di conseguenza, la propria produttività. La soluzione non è farci restare a prescindere, restare e non esprimere a sufficienza il proprio potenziale a voi suona come riforma risolutiva? A noi no.

Quel che occorre – e qui siamo pienamente d’accordo con Ilaria e il suo pensiero – è diventare meta ambita. Come farlo? La situazione si complica ancora, ma le sfide sono fatte per essere vinte.

Il nostro bel Paese dovrebbe infatti puntare sull’eccellenza nostrana, su persone e ricercatori per creare, ad esempio, centri d’eccellenza, nuovi distretti dedicati alla ricerca, poli universitari che possano diventare meta ambita da team di esperti e ricercatori non solo italiani, ma anche esteri. E qui arriviamo al passo successivo: l’internazionalizzazione.

Questo potrebbe già bastare a creare un effetto moltiplicatore utile a sufficienza per crescere e consentire ai talenti nostrani di fare lo stesso, e di poter annoverare mete italiane tra le proprie opzioni quando, ad esempio, si trovano di fronte alla scelta “dove vado a sbattere la testa per il mio PhD?”.

Le politiche di contro-esodo, ci dice Ilaria, non bastano. Promettere cose come “meno tasse per chi resta”, sono inutili e sul lungo periodo non pagano.

Le chiedo allora – con un po’ di sano timore reverenziale, sono pur sempre di fronte ad un’economista! – cosa si potrebbe materialmente fare, secondo lei.

La risposta è semplice: lavorare sul miglioramento della qualità della vita in Italia, aiutare i giovani professionisti negli aspetti della loro vita e per assicurare che possano meglio conciliare vita e lavoro (basti pensare al servizio di assistenza sociale Belga, dove le mamme non lavorano il mercoledì e dove i nido sono ben più presenti che in Italia, e dove hanno una capacità di accoglienza pari a circa il 20% dei bambini presenti sul territorio), e tutto questo bisognerebbe farlo davvero, e non solo puntare sulla “comunicazione”. Un’altra mossa vincente, ci spiega Ilaria, sarebbe quella dell’istituire partnership con il settore privato al fine di attrarre e creare quei famosi poli di ricerca (ma anche industriali e tecnologici) capaci di attrarre eccellenze, con la possibilità (e il dovere) anche per le università stesse di diventare veri e propri poli di eccellenza.

Ma le università italiane sono oggi veri centri di eccellenza? I dati dell’ERC (European Research Council) sembrerebbero dimostrare il contrario: sono moltissimi i ricercatori vincitori delle borse istituite dall’ERC, ma pochissimi quelli che decidono d’implementare la propria ricerca in Italia, e allora chiedo ad Ilaria cosa proporrebbe lei per invertire la tendenza.

Mi risponde chiara, sicura. C’è bisogno di modernizzazione, c’è bisogno di remunerare i ricercatori come si deve e c’è pure bisogno di strutture di team di livello e lo si può fare percorrendo due strade: puntando sulle eccellenze nostrane e sulla loro forza di attrazione (che causerà altra attrazione, talenti e quella necessaria internazionalizzazione già menzionata), e puntando sui temi del futuro con attenta e coerente lungimiranza. E davvero, c’è bisogno – tanto bisogno – di fare tutto questo il più presto possibile.

Come si fa a non darle ragione?

 

Ah, e tanto per chiarire, non v’ho parlato del suo amore per Bruxelles, una città che di grigio ha solo il cielo, ma non l’ho fatto solo perché poi, forse, avrei iniziato a scrivere di quanto anche io la ami. Di una cosa però sono certa e ne è anche Ilaria: ci piace vivere all’estero, fortunatamente non siamo fuggite e non ci piace chi non è grato delle opportunità che – in un Paese magari lontano o lontanissimo – è riuscito a conquistarsi, o chi non fa nulla per ricordarsi che i problemi del proprio Paese siamo proprio noi a doverli risolvere.

 

Grazie Ilaria, a presto!

E adesso? Riflessioni sulla Brexit.

“Questo è il nostro ultimo addio | Odio sentire che l'amore tra noi due finisca | Ma è finito | Ascolta solo queste parole e poi me ne andrò | Mi hai dato qualcosa in più per cui vivere | Molto più di quanto tu possa immaginare.” (Jeff Buckley)

Sono arrabbiata. Anzi no, perché questo aggettivo non racchiude neanche un terzo della frustrazione e tristezza con cui convivo da ieri mattina. Sono furibonda.

Furibonda non tanto per l’effettivo risultato del referendum visto che, in quanto fedele credente della democrazia, ho sempre supportato e difeso il diritto della gente di avere una propria opinione. Il popolo Inglese si è espresso e la sua decisione deve essere pertanto accettata.

La mia rabbia nasce da come tale risultato sia stato ottenuto. La campagna del Leave è stata condotta in modo quantomeno scorretto in quanto ha promosso un messaggio tanto xenofobo quanto basato su fatti sbagliati: Boris Johnson, Michael Gove, e Nigel Farage hanno sfruttato la paura degli immigrati scaturiti dalla crisi dei profughi, e le conseguenze della crisi economica del 2008.

Ai “leavers” sono stati promessi controlli incrementali sui confini britannici – da molti interpretati come una totale cessazione dell’immigrazione – e una rinnovata presa di potere da parte dei politici “derubati” dall’Unione Europea. Sono state promesse 350 milioni di sterline da iniettare nel servizio sanitario nazionale (NHS).

Insomma, ai Britannici è stato promesso il ritorno della Gran Bretagna libera dalla burocrazia ed i dettami di Bruxelles.

In particolare, gli Inglesi non amano che l’Unione Europea possa esprimere un’opinione sulle leggi varate dal Parlamento Britannico: l’ammontare delle tasse e l’Human Rights Act 1998 – la versione nazionale della European Convention on Human Rights (ECHR) – creano i principali problemi.

Personalmente, la posizione britannica sulla questione dei diritti umani è sempre apparsa quantomeno paradossale vista la forte prevalenza inglese tra i creatori della ECHR – generata dalla volontà dell’Europa di evitare eventi drammatici quali il genocidio nazista di ebrei, disabili ed omosessuali durante la Seconda Guerra Mondiale. Sir Patrick Stewart – famoso per la sua interpretazione di Charles Xavier nei film sugli X-Men – qualche mese fa ha anche sottolineato l’ipocrisia della situazione in un video pubblicato sul The Guardian.

Neanche ventiquattro ore dopo la proclamazione ufficiale dei risultati a Manchester e le promesse sono già state infrante. La mattina del 24 Giugno 2016 il leader dello UKIP (Partito per l’Indipendenza del Regno Unito) Nigel Farage ha partecipato alla trasmissione Good Morning Britain ed ha ammesso che gli agognati £350 milioni difficilmente verranno usati per l’NHS.

“No, non posso [garantirli], e non avrei mai fatto una promessa simile. È stato uno degli errori che penso la campagna del Leave abbia fatto.”

La questione economica – che ha rappresentato il punto fulcro della campagna Remain – ha comunque sempre avuto un ruolo di secondo piano per i leavers. È stata infatti l’immigrazione ad avere più peso sulla decisione di quel 51.9% di lasciare l’Unione Europea.

Testimonianza di ciò è un alquanto volgare e mal pensato poster creato dallo UKIP sul quale centinaia di migranti sono fotografati in fila ed accompagnati dalla scritta “Breaking Point” (Punto di Rottura). La fotografia è stata da molti paragonata a filmati prodotti dal partito nazista negli anni ’30, ed il poster è stato denunciato alla polizia in quanto “incita all’odio raziale.”

Vari esponenti della fazione conservatrice della campagna – capitanata dall’ex sindaco di Londra, Johnson, e l’ex ministro dell’Educazione, Gove – dopo il risultato hanno affermato che l’immigrazione verso il Regno Unito difatti continuerà e ci vorrà del tempo per stabilire nuove regole di controllo dei confini. Difficile da spiegare agli elettori convinti dell’immediata cessazione del flusso migratorio.

L’impatto dell’immigrazione, vista come fortemente negativa ed accompagnata da molti pregiudizi sulla capacità dei lavoratori europei di “rubare” il lavoro ai locali, è stata enorme. Guardando velocemente i dati più recenti sull’effettivo numero annuale di migranti in entrata in Inghilterra si vede però che le cifre sono state gonfiate a dismisura: su una popolazione attuale di 64.6 milioni gli immigrati nel 2015 sono 300,000 in più, un incremento dello 0,5%.

La terza promessa, quella di invocare immediatamente l’Art. 50 del Trattato di Lisbona che mette in moto il processo di uscita dall’Unione ufficiale, sembra seguire l’esempio delle altre due in quanto David Cameron, annunciando le sue dimissioni dalla carica di primo ministro, ha rincarato la dose confermando che spetterà al suo successore – nominato prima dell’annuale riunione del partito di Ottobre a Birmingham – dare l’avvio alle trattative con Bruxelles.

Come ho detto prima, credo nella democrazia ed è giusto che la popolazione venga ascoltata. Però, con una presenza alle urne di meno del 75% degli aventi diritti al voto, una vittoria totale dell’ideologia Leave mi sembra perlomeno inesatta. Infatti mancano 12,922,659 Britannici all’appello, tra i quali molti espatriati che o non hanno ricevuto le schede per il voto postale o le hanno ricevute troppo tardi.

Osservando le sezioni dei commenti su vari giornali britannici – sia pro che contro l’uscita dall’UE – rimango comunque allibita nel notare che il concetto di democrazia appare essere a senso unico per molti.

Gli espatriati difatti non avrebbero diritto di voto in quanto volontariamente emigrati in altri paesi; la Scozia, espressasi a favore del restare in Europa, non avrebbe diritto a chiedere a sua volta un referendum per continuare a farne parte perché legata al Regno Unito – unione confermata da un referendum del 2014, durante il quale il governo Cameron aveva però assicurato la continuata adesione all’UE in cambio della permanenza della Scozia – ed altre affermazioni che mi fanno seriamente dubitare della coerenza di alcuni.

Dei problemi causati dai risultati del 23 Giugno ha preso nota una petizione lanciata ieri pomeriggio sul sito del governo e parlamento del Regno Unito che ha raccolto più di due milioni di firme: si richiede l’implementazione di una nuova regola secondo la quale, per la vittoria ufficiale di Leave o Remain, sarebbe necessario tener contro della proporzione di votanti per stabilire una percentuale minima di voti per la vittoria.

I giornali inglesi hanno discusso l’esistenza della petizione e in molti stanno considerando l’effettiva possibilità di un secondo referendum. In questo i giornali italiani, La Repubblica in primis, mi fanno debolmente sperare in quanto hanno sottolineato che esiste un precedente, in Irlanda, dove un referendum è stato annullato da un successivo voto.

Per ora quello che è certo è che la frustrazione dei risultati è ampiamente condivisa dalla maggior parte dei giovani, sia Inglesi che Europei. Con il 75% delle preferenze, la popolazione di età tra i 18 e 24 anni ha dato una risonante preferenza all’Unione Europea.

Su Twitter come su altri social media, i giovani accusano donne e uomini con più di 65 anni di aver loro rubato il futuro. Ci – visto che le ripercussioni del voto ricadranno anche sulle migliaia di Italiani, Francesi, Spagnoli etc. che sognavano un futuro in Regno Unito – hanno messo un limite alla possibilità di dimostrare la nostra utilità, la nostra voglia di arricchire l’Inghilterra e l’Europa con la nostra creatività e tenacia.

Rimane però allarmante il fatto che quel 75% è anch’esso un numero fuorviante: difatti solo il 36% dell fascia 18-24 si è presentato ai seggi cosí mettendo a rischio non solo il loro futuro, ma anche quello dei giovani tra i 16 e 17 anni scesi ieri a Westminster per protestare la loro esclusione dal voto.

Prima del 23 Giugno prendevo in giro mia madre, che ha sempre vissuto in Italia e che l’Inglese lo ha imparato sulle serie di BBC ed ITV, perché per mesi mi inviava articoli di giornali sulla Brexit, ed andava in giro borbottando quando leggeva qualcosa sulla campagna Leave. Io, forse per ingenuità o per troppa fiducia negli altri e nei sondaggi, ignoravo la sua preoccupazione. Ho sbagliato.

Perché quando mio padre (in Italia) ed i miei amici/colleghi (in Inghilterra e Galles) mi hanno svegliata venerdì mattina ho capito come mai mia madre per mesi guardava con ansia i giornali. Lei, nata e cresciuta con il sogno di un Europa unita post-bellica, è probabilmente più incazzata di me.

Oggi non parlo da Italiana, né tantomeno da Inglese d’adozione. Oggi parlo – con molto orgoglio – da Europea. Perché è l’essere cittadina Europea che mi ha dato l’opportunità di vivere e studiare in Inghilterra, di poter espandere i miei orizzonti grazie alle moltitudini di autoctoni e altri stranieri che ho conosciuto in questi ultimi quattro anni. E mi sento seriamente derubata.

Ovviamente le ripercussioni più gravi – escluso il crollo della sterlina, che ha preceduto di ore la vittoria Leave – inizieranno a farsi sentire quando il Regno Unito avvierà il processo di uscita e le nuove leggi sugli spostamenti ed i diritti di residenza saranno varate. Fatto sta che le giovani generazioni devono iniziare a preoccuparsi oggi del loro futuro, prima di essere travolti dal cambiamento vero e proprio.

Nel frattempo, un po’ per intrinseca cattiveria, un po’ per pura e semplice meschinità, ho cancellato la Cornovaglia dai posti da visitare: dopo aver votato in maggioranza per l’uscita dall’Unione Europea, il consiglio della regione ha pregato l’UE di continuare a fornire fondi alla zona caratterizzata da un’economia debole.