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Intervista a Filippo De Grazia, media officer del Patriarcato latino di Gerusalemme

Fine agosto, fine estate, il periodo che precede ogni nuova partenza. Proprio in questi giorni di calda attesa abbiamo conosciuto il nostro Italian del mese Filippo De Grazia, 29 anni cresciuto a Terni ma originario di Narni – un piccolo borgo umbro – attualmente in Medio Oriente da oltre un anno.

Dopo una laurea in Legge con tesi in diritto bancario, oggi Filippo vive e lavora tra Israele e la Palestina, dove collabora con il media office del Patriarcato latino di Gerusalemme. Le sue passioni? Il cinema europeo, le chiese barocche romane e la Juventus. “Lavorare a Gerusalemme, in Città Vecchia, è semplicemente la cosa migliore che mi sia mai capitata”, ci anticipa Filippo. Ma partiamo dall’inizio…

Ciao Filippo! Partiamo dalla tua storia: come e quando sei arrivato a Betlemme? E soprattutto, perché hai scelto di trasferirti proprio lì? Faceva tutto parte di un piano oppure quella di partire è stata più una necessità/vocazione?

Ciao a voi! Niente di pianificato, Betlemme è uscita un po’ per caso! Era l’autunno del 2017 e io ero tornato in Italia dopo circa cinque mesi in Etiopia. Cercavo disperatamente lavoro e nel frattempo studiavo per dei concorsi pubblici. Per mesi impiegavo le mie giornate a mandare candidature per lavorare nel settore privato. Un giorno di novembre la mia vecchia vicina di casa di Addis Abeba mi segnalò il bando residui del servizio civile. Io ero disposto a partecipare solo per destinazioni straniere ed ero orientato a scegliere l’Africa occidentale. Poi notai due progetti in Palestina, a Betlemme. Ho ricevuto un’educazione cattolica e l’attrazione verso la Terra Santa mi ha spinto a cambiare idea… Così mandai la raccomandata, feci il colloquio e dopo mesi di attesa, durante i quali tornai in Etiopia, mi contattarono per comunicarmi che ero stato selezionato.

Sappiamo che lavori al media office del Patriarcato di Gerusalemme, ma di cosa ti occupi precisamente? Hai trovato nuove (e più concrete) opportunità rispetto a quello che ti offriva l’Italia nel tuo ambito, quello della comunicazione?

Anche il lavoro al Patriarcato latino di Gerusalemme è stato un prodotto del caso, ma non posso negare il singolare fil rouge che a questo proposito unisce il mio passato al mio presente. Pensate che avendo studiato a “La Sapienza” di Roma, ero solito visitare la vicina chiesa paleocristiana di San Lorenzo al Verano. Ebbene, solo una volta essere stato assunto al Patriarcato scoprì che proprio quella chiesa di Roma fu la sede del Patriarcato latino di Gerusalemme per oltre 5 secoli!
Arrivai più di un anno fa a Betlemme come volontario in servizio civile, su progetto promosso dalla Confederazione Nazionale delle Misericordie d’Italia che hanno una sede qui a Betlemme. Dopo alcune settimane in cui svolgevo servizio in strutture per anziani e bambini disabili, il mio operatore locale di progetto mi informò che il Media Office del Patriarcato latino (da leggersi diocesi cattolica) stava cercando un madrelingua italiano che avesse un determinato background in comunicazione. Mi presentai al colloquio a Gerusalemme e mi sorprese l’età media del team composto da giovani della mia età. Dopo qualche giorno mi comunicarono di essere stato preso. Essendo il Patriarcato un partner della Misericordia (ente con cui ho svolto servizio civile), la mia attività lì non risultò incompatibile con il progetto. Dal primo giorno mi buttarono subito “in trincea”, il nostro lavoro consiste nel coprire gli eventi della diocesi in tutta la Terra Santa ma non si tratta solo di cerimonie e processioni religiose; al Patriarcato riceviamo spesso delegazioni diplomatiche, sovrani, presidenti e altri rappresentanti delle istituzioni. Su tutto questo redigiamo articoli che pubblichiamo nel nostro sito lpj.org, in più lavoriamo come ufficio stampa traducendo e pubblicando comunicati ufficiali (la lingua della Chiesa qui è l’arabo), documentiamo gli eventi fotograficamente, conduciamo interviste, gestiamo i canali social… insomma, tutto quello che fa una redazione, ma nella cornice speciale e suggestiva di Gerusalemme!

Com’è vivere a Betlemme e lavorare a Gerusalemme? In quanto giovane italiano ti senti ben accettato o ci sono pregiudizi che hai dovuto superare? Raccontaci qualcosa della tua nuova quotidianità, di questa vita lontano da casa.

Dico sempre che vivere a Betlemme sembra un po’ vivere in un paese del Sud Italia. La gente è calorosa, affettuosa, accogliente, ci sono mille colori (tra cui domina il bianco della pietra usata nell’edilizia) e l’atmosfera è unica nel suo folclore! Mi sono sentito da subito integrato in questo incredibile tessuto sociale così diverso eppure così simile al nostro Meridione. Inevitabilmente avevo qualche pregiudizio sul posto e sulla sua gente… ma è bastato veramente poco perché la genuinità degli autoctoni smentisse ogni preconcetto. Parlo solo degli arabi perché purtroppo, nonostante lavori a Gerusalemme da oltre un anno, non ho ancora avuto la fortuna di fare amicizia con gli israeliani. Gli unici con cui interagisco sono i giovani soldati dell’IDF (Israel Defence Force) al check point, con cui naturalmente non è possibile scambiare troppe battute. Lavorare a Gerusalemme, in Città Vecchia, è semplicemente la cosa migliore che mi sia mai capitata. Ogni giorno percorro la Hebron Road che collega Betlemme con Gerusalemme (meno di 10 km) e arrivando da Sud scorgo subito il Monte Sion dove domina imponente la Basilica della Dormitio. Scendo dal pullman accanto alle mura occidentali della città ed entro per la Porta di Giaffa. Da lì percorro a piedi la strada verso il vicino Patriarcato latino.

Da italiano che lavora a Gerusalemme, credo sia inevitabile parlare del conflitto fra Israele e Palestina. Qual è la situazione reale? Hai mai paura di uscire, ci sono situazioni difficili?

La situazione è drammatica e incresciosa. La questione irrisolta tra Israele e Palestina è come uno squarcio su una bellissima tela dove è disegnata la storia del mondo. Dalla guerra dei sei giorni del 1967 Israele occupa illegalmente i territori dei vinti promuovendo piani di espansione edilizia nelle regioni che la Bibbia chiama Giudea e Samaria, geograficamente corrispondenti alla attuale Cisgiordania. Questa forma di colonizzazione è contraria al diritto internazionale, nello specifico alla convenzione di Ginevra e a numerose risoluzioni ONU. A dispetto di questo incontrovertibile dato di fatto che delinea palesemente i ruoli dell’oppresso e dell’oppressore, la realtà è ben lungi da poter essere in maniere unanime definita nei termini suddetti. I sionisti infatti, e con loro una fetta importante della società israeliana, sono sinceramente convinti di essere nel giusto e ritengono che l’espansione in Cisgiordania sia legittimata dalla promessa fatta loro dal Dio della Torah. A rendere ancor più odiosa la situazione è la perpetua paralisi degli accordi di pace tra parti istituzionali e le schermaglie, spesso molto violente, tra palestinesi e israeliani. Non ho paura di uscire a Betlemme, neanche la notte. Mi sentivo più intimorito a Roma! Non percepisco pericoli neppure a Gerusalemme che è totalmente militarizzata. Ma al check point sì, si respira sempre un’aria pesante, come se qualcosa di brutto possa realizzarsi da un momento all’altro. Betlemme è perimetrata da un muro alto e terribile che per attraversarlo è necessario superare i controlli militari. Anche se il passaporto italiano aiuta a superare più agevolmente il confine rispetto ai palestinesi, oltrepassarlo resta comunque una seccatura. Immaginate di passare ogni mattina i controlli previsti dai protocolli aeroportuali, aggravati dalla squallida cornice del Muro, dalla calca delle persone che hanno fretta di superare la barriera per andare a lavorare, dai megafoni che sonoramente intimano in qualche lingua semitica cose che non riesci a capire (verosimilmente un richiamo all’ordine), dal controllo documenti fatto da soldati armati fino ai denti… insomma, di sicuro un’esperienza molto forte. Ricordo che Betlemme è un villaggio arabo circondato da colonie israeliane nei dintorni delle quali molto spesso avvengono attentati terroristici a cui seguono le rappresaglie dell’esercito. Questo spiega l’intensità dei controlli alla frontiera.

A Gerusalemme il lavoro è strutturato diversamente rispetto all’Italia? Penso ad orari di lavori flessibilità, alla meritocrazia, alla responsabilità, o anche alla possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età… sono problemi solo italiani?

Al Patriarcato latino l’organizzazione del lavoro è pressoché uguale ai modelli occidentali. Il rapporto tra i dipendenti dei diversi uffici è molto buono, sinergico per quanto possibile. Il CEO del Patriarcato promuove spesso molte iniziative per fidelizzare i dipendenti, organizzando cene a Natale e a Pasqua, concedendo benefit economici, programmando gite aziendali e ritiri spirituali (visto che si lavora per la diocesi). Onestamente non so se a Gerusalemme questo modello così virtuoso sia diffuso, rimane comunque una città dall’identità prismatica, complessa, multiculturale. Il nostro è un ambiente arabo e quello che posso testimoniare è che qui ho trovato flessibilità, meritocrazia e, soprattutto, una fiducia verso i più giovani che in Italia non ho mai avuto occasione di constatare. Qui anche il modello scolastico-universitario favorisce un miglior inserimento dei più giovani nel mercato del lavoro. Già a 21 o 22 anni finiscono l’università e tendenzialmente iniziano subito a lavorare ricoprendo compiti di responsabilità, senza passare dalla gavetta interminabile dei tirocini. Ovviamente non è per tutti così, gli arabi della Cisgiordania non hanno le stesse opportunità degli arabi di Israele, ma qui apriamo un capitolo diverso, troppo ampio.

A tuo parere l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani a fare bagagli e partire? Nel tuo caso: quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere fuori dall’Italia?

Credo che l’estero offra tendenzialmente condizioni migliori per chi intenda avere subito un trattamento economico adeguato alla propria formazione e alle proprie aspettative e che allo stesso tempo voglia bypassare una lunga gavetta poco gratificante per raggiungere dopo molto tempo uno standard di vita accettabile. L’Italia è un grande Paese. Più viaggio il mondo e più mi rendo conto di quanto sia speciale. Il fatto che un giovane faccia i bagagli e se ne vada, che abbandoni tutto per ricostruire altrove, che rinunci a parlare il proprio idioma, a mangiare il proprio cibo, a lasciare la propria gente, vuol dire che è stato costretto a farlo. Rispetto alla generazione dei nostri genitori, noi abbiamo dovuto aggiungere almeno cinque anni di formazione universitaria, più altri tre o quattro per inserirci nel mondo del lavoro, raggiungendo l’agognata stabilità lavorativa mediamente a 30 anni. Sociologicamente questo ha posticipato l’età media in cui si ottiene l’autonomia economica che permette di uscire di casa, di chiedere un mutuo, di mettere su famiglia. Non tutti sono disposti ad aspettare così tanto o di sopportare anni di precariato. Per questo molti di noi se ne vanno.
Personalmente è questo che mi ha portato all’estero. Fuori dall’Italia ho colto opportunità che in terra natia non ho mai trovato. La cosa che più mi ha sorpreso è la fiducia che gli altri ti offrono fin da subito, senza eccepirti il fatto che sei giovane o inesperto. In Italia essere giovani spesso è un limite. Lo dico senza voler generalizzare e anche in base a testimonianze di molti miei coetanei che, per il sol fatto di essere semplici neolaureati erano poco considerati e finivano così per sentirsi inadeguati.

Questa non è la tua prima esperienza all’estero: puoi raccontarci del tuo periodo in Africa orientale? Cosa facevi e, soprattutto, perché hai sentito la necessità di spingerti fin lì?

E’ vero, prima del Medio Oriente ho vissuto in Etiopia per un periodo complessivo di otto mesi. Tre anni fa stavo finendo l’università con il rimpianto di non aver mai fatto l’Erasmus. Così decisi di organizzare un lungo viaggio post lauream in una località che non fosse la solita Londra o Barcellona. Approfittando di un amico di famiglia che lavorava ad Addis Abeba sono partito una settimana dopo la discussione con un biglietto di sola andata. Lì ho iniziato a collaborare con una ONG locale che si occupa di alleviamento della povertà. Sono rimasto così legato a quell’esperienza che di recente sono tornato 40 giorni per realizzare con quella stessa organizzazione una clinica per cento ragazze di strada e i loro bambini. Oltre a questo ho avuto anche la grande opportunità di fare il lettore di italiano all’Università di Addis Abeba. Anche qui, fu subito molto facile ottenere il lavoro, ma cosa ancora più sorprendente fu la fiducia accordatami fin da subito, il confronto tra pari. Nessuno mi fece mai pesare l’inesperienza.

Potresti aiutarci a fare un confronto tra queste esperienze così lontane tra loro – almeno geograficamente – che hai avuto? Su cosa possiamo prendere esempio per migliorare?

Si tratta di due posti molto diversi, segnati specificamente da grandissimi problemi. L’Etiopia è un Paese del terzo mondo, dove vedi la miseria più sconvolgente. Trovi storpi, ciechi, colerosi ambulare solitari per le strade. Bambini sniffare la colla sotto grattacieli di vetrocemento. E’ il Paese delle contraddizioni. Ed è un Paese instabile. Durante la mia permanenza lì ho vissuto 5 mesi in proclamato stato d’emergenza e, recentemente, mi sono pure beccato un colpo di Stato, fortunatamente fallito. La Palestina non ha questo livello di miseria, qui nessuno muore di fame. Il problema urgente di questo popolo è la privazione del diritto all’autodeterminazione, l’impossibilità di esercitare sovranità sul proprio territorio, di stampare moneta, di concedere passaporti alla propria gente. In altre parole, di essere uno Stato in senso westfaliano. Credo che noi italiani dovremmo renderci conto della fortuna enorme di essere nati dove siamo nati, di godere di diritti e di condizioni di vita che non sono per nulla scontate. Il confronto tra noi e gli altri dovrebbe instillarci un più profondo senso di umanità, di fratellanza, di pietà.

Si parla spesso di cervelli in fuga, ti senti uno di loro? Secondo te perché oggi i giovani italiani preferiscono spendere le proprie competenze e professionalità altrove? Dov’è che l’Italia sta sbagliando, e cosa si potrebbe fare per invertire questo processo?

Io cervello in fuga assolutamente no! Ahahah! Esiste un livello di vere eccellenze, di persone indiscutibilmente brillanti che vanno all’estero perché il loro talento è molto meglio valorizzato rispetto all’Italia. E poi c’è l’esercito delle persone medie, come me, che deve combattere una guerra tra poveri per spartirsi le mediamente poche possibilità che ci sono. Per invertire la tendenza partirei dal valorizzare la scuola: elementari, medie, superiori, specialmente gli istituti tecnici e professionali. In Italia poi c’è troppa distanza tra università ed imprese, le prime sono troppo teoriche, le seconde invece sono troppo smaniose di assumere personale immediatamente produttivo, capace di capitalizzare subito l’investimento fatto. Penso che la politica debba intervenire su questa incomunicabilità.

Ti manca mai l’Italia? Pensi che ormai la tua vita sia a Gerusalemme oppure hai in programma di tornare a casa?
Finito il servizio civile decisi di fermarmi qui, almeno finché il rinnovo del visto israeliano mi permetterà la permanenza. Ma in cuor mio so che non sarà per sempre. L’Italia mi manca da morire, inutile negarlo. Mi manca soprattutto la bellezza delle nostre città e dei nostri paesaggi. Il senso della bellezza è veramente un connotato che ci portiamo dentro e che tutto il mondo ci riconosce. Presto o tardi tornerò, non appena le condizioni saranno favorevoli.

Intervista a Clarica Antonacci, insegnante di Inglese a Krasnodar (Russia)

Questo mese, prima della pausa estiva, abbiamo deciso di spostarci un po’ più in là e volare in un Paese forse non poi così lontano, ma che in pochi conoscono davvero, o “dall’interno”, oseremmo dire. Siamo infatti volati in Russia, e più precisamente in una delle sue città più a ovest, Krasnodar. Lì, virtualmente, s’intende, abbiamo avuto il piacere di conoscere Clarica, ventisettenne originariaa della provincia di Roma (Artena), e oggi insegnante di inglese in Russia. Di lei ci colpisce subito l’esuberanza, la voglia di fare e d’imparare sempre cose nuove, e un grande spirito di squadra che, ci dice, è la sua preziosa eredità dopo più di un decennio passato tra studi e pallannuoto. 

Curiosi? Beh, cominciamo!

 

Ciao Clarica! Sappiamo che sei un insegnante di lingua inglese in Russia, ma partiamo dall’inizio: come e quando sei arrivata a Krasnodar? Faceva tutto parte di un tuo piano ben progettato oppure quella di partire è stata più una necessità? O magari ci ha messo lo zampino il caso?

Dopo una laurea triennale in mediazione linguistica, non sapevo veramente cosa fare. Sapevo solo di avere tanta voglia di andar via dall’Italia non per una questione di repulsione verso il mio bel paese, ma più per uno spirito di avventura che non mi ha mai abbandonato fin da quando per la prima volta ho messo piede fuori dai confini italiani. La sensazione provata anni prima, durante il mio primo viaggio “away” mi ha fatto innamorare di quell’ansia che ti viene quando vai verso un qualcosa di ignoto. 

Ora mi trovo a Krasnodar, una città che si trova al sud-ovest della grande Russia, dove sono un’insegnante di inglese (principalmente inglese ma poi anche italiano e spagnolo) e vivo qui da già più o meno 2 anni.

A Krasnodar sono arrivata per così dire, per caso. Come ho già anticipato, dopo la laurea triennale ho deciso di viaggiare all’estero ma sono andata verso un porto sicuro, che era Buenos Aires, dove ho vissuto un anno della mia vita durante uno scambio culturale il quarto anno del liceo. Qualcuno potrebbe chiedersi come mai chiami Buenos Aires un “porto sicuro”?! Perchè lì i ho una famiglia nella quale ho vissuto per un anno, che mi ha adottata come figlia, che mi ha appoggiato nella ricerca dell’ipotetico lavoro che stavo cercando li. Purtroppo la fortuna non è stata dalla mia parte in quell’occasione oppure le tempistiche erano sbagliate, oppure più semplicemente la mia preparazione non era davvero all’altezza. Fatto sta che dopo un bel fiasco nella ricerca del lavoro, sono tornata a casa, come si è suol dire “con la coda tra le gambe” avendo però arricchito il mio bagaglio personale con una serie di NO che nella vita fanno sempre bene. Così, tornata in madre patria, ho cercato di dare un senso agli studi fatti e, avendo studiato la lingua russa all’università, mi sono prefissa di cercare una maniera costruttiva per mettere in atto quel poco di russo che avevo effettivamente imparato (il russo è una delle lingue più complicate al mondo, dopo 3 anni di studio sapevo solo dire pochissime cose in russo).  E così, sotto consiglio della mia mia migliore amica, sono andata a consultare il Centro Informazione Giovani presso l’ufficio di Roma che si trova a Testaccio, dove mi hanno informato sulla possibilità di effettuare un’esperienza SVE, il servizio di volontariato europeo e parte di Erasmus+ (EVS in inglese, European Volounteering Service).

Dopo poco, circa 4 mesi, ho fatto richiesta per partecipare a uno di questi programmi che si teneva a Krasnodar, per la durata di sei mesi. In tutta onestà, direi che questi sei mesi SVE non sono proprio stati un’esperienza produttiva: l’ONG ospitante, infatti, dovrebbe organizzare bene tutte le tue attività, ma la mia è stata gestita, come si suol dire, un po’ “alla bell’e meglio” e dopo sei mesi ancora non mi sentivo realizzata a pieno. Sicuramente le mie conoscenze della lingua russa sono notevolmente incrementate, ma ancora non erano soddisfacenti. Quindi, la suddetta ONG mi ha aiutato a cercare un lavoro qui, e ho trovato una scuola di lingue che fosse in grado di fornirmi di un visto lavorativo e, dopo una lunga attesa per la preparazione dei documenti sono ripartita di nuovo per la stessa città, pronta ad iniziare questa nuova esperienza.                                               

In tanti mi hanno chiesto perché proprio la Russia, perché non potessi fare questo lavoro in Italia. Beh la verità è che per poter insegnare in Italia si ha bisogno di una specializzazione che non ho mai preso, e inoltre, avevo ben in mente il mio obiettivo: imparare il russo. In più, non avevo ancora ben chiaro cosa volessi fare del mio futuro. Non ho voluto continuare con gli studi universitari perché non ho riscontrato in nessuna specialistica qualcosa che davvero mi interessasse, quindi mi sono detta, perché non partire?!

Parliamo allora del tuo lavoro: di cosa ti occupi precisamente, nell’area dell’insegnamento? In confronto all’Italia, a Krasnodar il lavoro è strutturato diversamente? Penso ad orari di lavori flessibilità, alla meritocrazia, alla responsabilità, o anche alla possibilità di emergere e far carriera nonostante la giovane età… dicci di più.

Il lavoro qui è pesante, e all’inizio non mi aspettavo tutto ciò. Poco dopo aver iniziato, mi sono subito resa conto delle difficoltà che avrei potuto riscontrare, non potendo quasi mai usare l’aiuto della mia lingua, e usando due lingue che non sono le “mie”. Alla fine delle giornate sono sempre molto stanca, ma realizzata perché si, è molto bello vedere nei volti degli studenti il crescere delle loro conoscenze linguistiche e della loro autostima nel comunicare con me.

Qui gli stranieri sono considerati i migliori insegnanti che uno studente possa avere ed anche la scuola acquista molta più credibilità. Diciamo che sono considerata da tutti l’insegnante madrelingua di questa scuola, nonostante non lo sia. Con il tempo il mio orario di lavoro è andato aumentando sempre più fino ad avere giornate lavorative che vanno dalle 10 alle 12 ore lavorative. Lo so, è assurdo e disumano, ma cosa potevo fare?! Dire di no a nuovi studenti? Sono sempre stata una gran lavoratrice quindi sono sempre riuscita a portare a termine le mie giornate lavorative senza far notare agli studenti la mia stanchezza, emanando positività ed energia.

Nel tuo caso: quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere fuori dall’Italia? A tuo parere l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere i giovani a mollare tutto, oppure quella di partire è più una vocazione personale? 

Il lavoro d’insegnante è il primo vero lavoro che ho. Ho sempre lavoricchiato durante gli studi, ho fatto la cameriera qui e lì, ma la verità è che l’opportunità che ho trovato qui, in italia non avrei potuto averla. Non solo per il lavoro, che in ogni caso non avrei potuto fare in Italia per via della specializzazione che non ho, ma anche per un bagaglio linguistico e culturale che nessun altro posto avrebbe potuto darmi. Inoltre, qui “lo straniero” insegnante è molto apprezzato. Ho tanti studenti e sono tutti lieti di poter studiare con me, mi fanno regali nelle ricorrenze, sono molto, molto affettuosi.

Personalmente io sono sempre pronta e ben lieta di fare le valigie, lasciare tutto e partire, ma ciò non significa che tutto sia sempre rose e fiori all’estero. Spesso ti trovi ad affrontare diverse difficoltà che, stando soli, sembrano immense da affrontare e risolvere. Vivere da soli all’estero significa lasciare ogni sicurezza a casa propria, ed andare verso l’ignoto che potrebbe anche non essere così piacevole. Si deve essere pronti a smussare gli angoli del proprio carattere, il paese dove ti trovi non è il tuo, gli la cultura in cui ti trovi e con cui ti relazioni, non è uguale alla tua. E sei tu a doverti adattare, non loro. Quindi, prima di partire bisogna chiedersi se davvero si è disposti a scendere a compromessi anche con, a volte, sani principi personali.

E sempre parlando di lavoro, sappiamo che dopo un anno di studi in Argentina hai provato a cercare fortuna anche lì. Raccontaci meglio com’è andata. L’Italia, la Russia, l’Argentina… potresti aiutarci a fare un confronto tra queste esperienze così lontane tra loro – almeno geograficamente – che hai avuto?

L’argentina è stata la mia prima esperienza lunga fuori dall’Italia. Lì ho una famiglia che considero la mia e delle amiche con le quali sono in contatto costantemente. L’argentina nei miei ricordi ha due facce. Sicuramente il gran bel paese, simile culturalmente al nostro, che mi ha dato tantissimo a livello umano. Li sono stata un anno durante gli studi secondari e quella credo sia stato il viaggio che davvero mi ha sempre stimolato ad andare a cercar fortuna fuori dall’Italia. Quando ho finito l’università avevo fretta di partire e sono quindi tornata li, nella stessa famiglia, nella stessa città (Buenos Aires), e dopo sette anni che non vedevo tutti i miei cari, l’emozione provata è stata immensa. 

Le esperienze che ho avuto all’estero sono completamente diverse tra loro per diverse ragioni. Prima di tutto l’Argentina è molto simile alla cultura e alle abitudini italiane, tra l’altro sapevo che avrei avuto intorno visi amici che mi avrebbero aiutato (anche se invano) a cercare un lavoro. Purtroppo l’Argentina è molto simile all’Italia anche sotto il punto di vista lavorativo. Pensavo che una volta laureata sarebbe stato facile trovare un lavoro come insegnante all’estero ma tutti erano li a chiedere più esperienza sul campo, che non avrei mai potuto fare se non lavorando. 

La Russia, invece, è stata un’esperienza completamente differente. Lo straniero che vuole insegnare è visto come la miglior possibilità per imparare l’inglese. Il mio capo e le colleghe sono sempre la prime che mi chiedono consigli e la squadra che si è creata è del tutto armonica. Mi sono però trovata ad affrontare differenze culturali molto grandi. C’è una forte intolleranza verso l’omosessualità o verso la forza che la donna può avere, una forte ignoranza sull’educazione ambientale. Questi tre temi per me sono le basi della mia educazione personale. E proprio su questi tre temi ho basato la mia scelta di non rimanere in Russia tutta la vita, solo quanto basta per poter imparare la lingua e prendere il positivo da questa esperienza, senza curarmi dei pensieri (a volte a mio parere parecchio arretrati) della maggior parte dei russi.

Sulla base di quello che ci stai raccontando, qualcosa sulla tua vita in Russia: com’è realmente vivere a Krasnodar, quali sono le difficoltà che affronti ogni giorno in questa nuova vita così lontana da casa? Come expat italiana ti senti ben accolta, oppure ci sono dei pregiudizi che hai dovuto superare?

La vita in Russia ha i suoi pro e contro, ovviamente. Come gia detto, mi sono trovata a scontrarmi molto contro persone che non vogliono accettare diversi punti di vista, secondo molti l’omosessualità è un’epidemia che va stroncata semplicemente mettendola fuori legge. In linea di massima ho sempre cercato di mantenere un basso profilo sull’esprimere la mia opinione ma quando mi si chiede io non riesco a trattenermi, dico la mia e discuto con la gente. L’obbiettivo primario di molte ragazze è quello di cercare un buon marito che possa mantenerle e con il quale creare una famiglia. Molte persone mi chiedono come mai alla mia età non sono ancora sposata. Questa anche è una parte della mentalità russa conservatrice che non riesco a comprendere, e quindi spesso mi limito soltanto a non parlare del tema a meno che non venga interpellata specificatamente. Non posso però fare di tutta l’erba un fascio. Ho conosciuto anche persone aperte ad essere indipendenti, ben consapevoli che l’omosessualità non è una malattia e che la donna ha la stessa forza di ogni altro uomo in circolazione.

Essere stranieri qui stimola sempre tante domande, i Russi sono molto curiosi di sapere perché la Russia, perché proprio Krasnodar. Direi che non è un valore aggiunto essere italiana ma lo è essere europea. Non solo a livello lavorativo ma anche a livello umano. Tutti vedono l’Europa come il punto di maggiore crescita mondiale culturale, vorrebbero avere la possibilità di emigrare in Europa, molti pensano che ovunque sia meglio di qui.

In merito alla fuga dei cervelli, ti senti anche tu un cervello in fuga? Secondo te perché oggi i giovani italiani preferiscono spendere le proprie competenze e professionalità altrove? Dov’è che l’Italia sta sbagliando, e cosa si potrebbe fare per invertire questo processo?

o credo che molti italiani vadano a cercare fortuna all’estero perché spesso l’Italia non fornisce le giuste prospettive di futuro a giovani laureati ben qualificati che, se rimanessero in Italia verrebbero sottopagati e quindi sfruttati da un sistema che sotto certi aspetti è marcio alla radice. Purtroppo in Italia si sceglie troppo spesso di investire sulle cose sbagliate e questo porta molti giovani a decidere di prendere in considerazione opportunità all’estero alle quali è difficile dir di no, viste le prospettive di un futuro quasi sempre instabile in Italia. Tuttavia, io non mi classifico come un cervello in fuga: io ho sempre avuto ben chiaro di voler affrontare una forte esperienza all’estero per acquisire quei “più” che poi mi avrebbero aiutato nella ricerca di un roseo futuro in Italia. Sicuramente i primi da ringraziare sono i miei genitori che per primi hanno visto nelle mie esperinze all’estero una buona possibilità di ampliare i confini della mia mente e di imparare vivendo.

Hai già piani per il futuro e, magari, tornare un giorno in Italia?

Il mio piano fin dall’inizio era di imparare il russo qui e allo stesso tempo lavorare per poter pagarmi da sola la vita qui, ma poi tornare e cercare qualcosa che davvero mi stimoli. Mi piace insegnare, ma fin da quando ho iniziato sapevo di non volerlo fare per tutta la vita. È per questo che con piacere posso affermare di aver ricevuto un’ottima offerta di lavoro in Italia, in un campo del tutto nuovo e che mi ha fatto tornare la voglia di fare le valigie e andare ancora una volta verso l’ignoto. 

Per concludere: puoi anticiparci qualcosa sul tuo prossimo lavoro? 

Come dicevo, il lavoro che andrò a fare sarà del tutto nuovo, dovrò prima di tutto imparare a farlo e c’è sempre la possibilità che non mi stia addosso. È l’ennesima prova che voglio sottoporre a me stessa, per vedere chi veramente sono, quanto davvero io possa essere malleabile e quanto riesca ad adattarmi ad una nuova avventura che sicuramente sarà diversa e quindi difficile come tutte le altre che ho avuto. Per non portarmi sfortuna da sola non aggiungo altro… E grazie per l’opportunità che mi avete dato di raccontarmi!

Intervista a Silvia Scaramuzza, giornalista freelance a Bruxelles

Per l’intervista al nostro Italian del mese di luglio siamo volati diretti al cuore dell’Europa, Bruxelles. Abbiamo incontrato per voi Silvia, 27 anni, originaria di Terni, silvia ha vissuto già a Roma, Genova, Coventry e New York, prima di stabilirsi aBruxelles, dove ormai vive e lavora come giornalista freelance.

Tra falsi-miti sulla capitale europea e mercato del lavoro all’estro, abbiamo chiacchierato con Silvia delle sue molteplici esperienze personali e lavorative, ma anche delle lezioni importanti che in questi anni ha potuto imparare confrontandosi con realtà differenti. Ne é venuta fuori una bella panormaica della sua vita da expat, ma non solo.

Curiosi? Beh, non c’é molto da attendere… Buona lettura!

 

Ciao Silvia! Iniziamo da te e dalla tua storia personale: sappiamo che ormai da un po’ di tempo sei stabile a Bruxelles, dove sei giornalista freelance per diversi siti e testate. Ma dove e quando è iniziata la tua storia da italians? E soprattutto: perché?

La mia storia da Italian è cominciata con un Erasmus in Inghilterra durante gli studi per conseguire la laurea magistrale. Avevo voglia di varcare nuovi orizzonti, scoprire culture diverse dalla mia e soprattutto vedere come si studia all’estero. C’erano tanti miti sull’università in Inghilterra e volevo andare a vedere di persona se erano veri o no. Per esempio, tanti studenti di ritorno dal Regno Unito dicevano che gli esami erano difficilissimi, ma non è così. In Italia siamo abituati a studiare migliaia di pagine per ogni esame, mentre nei Paesi anglofoni l’approccio è differente e improntato alla pratica. Agli studenti è assegnato un argomento, che va sviluppato in un saggio. Sei tu a dover scegliere le fonti da consultare e l’impostazione del testo. Questo ti dà un’ampia libertà e soprattutto ti consente di sviluppare una forte indipendenza.

Bruxelles non è la tua prima esperienza all’estero: ci sono state anche New York e Warwick, in Inghilterra. Cos’è che ti spinge a cambiare spesso casa? Potresti raccontarci quali sono le reali opportunità che hai potuto cogliere in questi Paesi e che Italia – forse – non avresti avuto? 

A spingermi è il desiderio di misurarmi con esperienze nuove, muovendomi in contesti diversi per uscire dalla mia area di comfort. Bruxelles e New York sono città flessibili, a misura di un giovane. Sono anche molto competitive, ma le opportunità non mancano. Si conoscono persone che fanno i lavori più disparati, dall’analista specializzato in politiche di sicurezza e difesa al lobbista. Il contesto è dinamico e stimolante. In Italia, purtroppo, non è sempre così. I ritmi sembrano più lenti, anche se si lavora tanto, e sembra ci sia meno mobilità sociale.  

Tantissimi giovani expat che approdano a Bruxelles sono sicuri di trovare l’Eldorado. Anche tu la vedi cosi, oppure ci sono miti da sfatare? Com’è la tua vita da italiana in Belgio?

È un mito da sfatare. Bruxelles non è l’Eldorado. Il mercato è molto competitivo. In Italia, se si guardano i numeri, sono pochissimi i giovani che svolgono un’esperienza all’estero durante gli studi, mentre qui ti confronti con persone che sanno almeno due lingue e che hanno già vissuto e lavorato in più Paesi. Sono arrivata a Bruxelles perché ho vinto una borsa Schuman per lavorare nell’ufficio stampa del Parlamento europeo. Ogni anno vengono selezionate circa 300 persone e si candidano in 4.000. Il primo giorno ci hanno chiesto quanti di noi avessero già fatto esperienze all’estero. Il 90% ha risposto di sì. Questo rende l’idea di quanto il mercato sia competitivo per chi vuole rimanere negli affari europei. Poi c’è Bruxelles, che è un’altra cosa. La città sembra divisa in due. Chi lavora nelle istituzioni o in tutto quello che ruota attorno ad esse vive in una sorta di bolla, con i propri luoghi di incontro e il proprio linguaggio. 

Facciamo un passo indietro fino alla tua esperienza all’estero durante l’Erasmus. Avendo studiato sia in Italia che in UK, potresti aiutarci a fare un confronto tra i sistemi educativi e scolastici di questi due paesi? Aspetti positivi e negativi, ovviamente!

Un punto a favore per l’Italia: gli studenti hanno una preparazione solida e sono abituati ad affrontare gli orali, quindi sono in grado di spaziare e argomentare su vari temi. Un punto a favore dell’Inghilterra: si predilige la pratica sulla teoria. Nel Regno Unito, mentre studi, impari ad imparare. Gli esami sono scritti. I professori ti danno delle linee guida, ma poi spetta a te scegliere come muoverti. Anche le lezioni sono strutturate in modo diverso. Una volta a settimana, a seconda del corso, si fa una lezione di gruppo. Il professore lancia una domanda e gli studenti rispondono a turno. Il professore ha il ruolo di facilitatore. Il suo compito non è quello di giudicare, ma di stimolare il dibattito. Gli studenti devono usare le conoscenze sviluppate durante il corso e utilizzarle per argomentare le proprie idee, in modo tale da consolidare le competenze. Per quanto riguarda le infrastrutture, non c’è storia. Io ho studiato all’Università di Warwick, un polo di eccellenza anche dal punto di vista tecnologico. Ricordo che per un periodo mi sono ammalata e non sono potuta uscire per un po’. Ho studiato tutto online, grazie alle risorse messe a disposizione dalla biblioteca universitaria: libri, ricerche, saggi, tutto informatizzato. Prima di arrivare nel Regno Unito, avevo studiato solo sui libri. C’è da dire, però, che l’Università costa, e molto. La mia, se non avessi fatto l’Erasmus, sarebbe costata circa 10.000 euro l’anno. 

Poi c’è stata anche New York, quel grande sogno americano unito alla tua passione di sempre: il giornalismo. È così diverso vivere e lavorare in America rispetto che in Italia? Mi riferisco ad orari, ritmi lavorativi, abitudini, opportunità, colleghi e rapporti umani…

L’America è davvero un altro mondo. A New York ti svegli la mattina con l’adrenalina, pieno di stimoli e di idee da mettere in pratica subito. L’ambiente professionale è totalmente diverso rispetto a tutte le città europee. C’è flessibilità, dinamismo, spazio per crescere e correre. Gli americani sono alla mano, amichevoli e gentili. Capita che completi sconosciuti si fermino a parlare per strada o in un bar di punto in bianco. A New York la gente è aperta e pronta a cogliere le opportunità ovunque esse si trovino. Ti faccio un esempio pratico. Per fare amicizia si usa molto la piattaforma Meetup. Ognuno può creare un gruppo e invitare gli altri utenti a unirsi. In Italia la piattaforma funziona poco, anche perché le persone sono più chiuse verso le novità.  A New York, invece, dalla piattaforma nascono anche opportunità professionali. Ci sono, per esempio, i gruppi di incontro tra startup e investitori, tra fotografi e modelle, etc. È anche una città ricca di contraddizioni, con un tasso di povertà elevato, ma non per questo meno affascinante. 

Da grande appassionata di politica europea, sappiamo che per un periodo hai lavorato anche nell’ufficio stampa del Parlamento EU a Bruxelles, occupandoti di esteri, difesa e sicurezza e diritti umani, oltre che della campagna elettorale in vista delle europee 2019. È stato un trampolino di lancio per te? Cosa porti dietro di questa esperienza?

È stato un trampolino di lancio sì. Ho lavorato in modo approfondito sulle politiche europee, vedendo come nascono i progetti di legge, come si accordano i gruppi politici e come i parlamentari votano. Ho seguito, in pratica, tutto il processo legislativo, sia nelle commissioni parlamentari che nella Plenaria. Ho trovato un ambiente di lavoro dinamico e dei colleghi preparati, sempre disponibili e pronti al confronto. Ogni ufficio è una micro-UE in scala ridotta. Tutti i Paesi sono rappresentati, per cui si lavora a contatto con nazionalità e culture differenti, che si portano dietro un diverso modo di lavorare e di approcciare i problemi. È un’esperienza che mi ha arricchito in modo profondo, grazie alla quale ora so dove voglio arrivare da qui a qualche anno. 

Scrittura, giornalismo, televisione… Credo che tu lo sappia, ci sono tantissime persone che vorrebbero farne un lavoro vero e proprio, realizzando magari la propria aspirazione di vita. Partendo dalla tua esperienza, credi che sia possibile farlo in Italia o che sia necessario farsi la gavetta all’estero? Quali sono i problemi da affrontare in Italia?

Non è necessario fare la gavetta all’estero, ma è una possibilità. In Italia il sistema è tutto da riformare. Per ottenere uno stage nelle redazioni nazionali, spesso, devi fare la scuola di giornalismo, sostenendo dei costi che non sono alla portata di tutti. È difficile, anche se non impossibile, trovare un buono stage se fai un’università pubblica. C’è un tacito accordo tra le scuole di giornalismo e le redazioni, che prendono gli stagisti delle scuole, oltretutto, nella gran parte dei casi, gratuitamente visto che si tratta di tirocini curriculari. Nessuno ti dice queste cose quando ti iscrivi all’università. La formazione è necessaria, ma andare in una scuola di giornalismo non ti dà la garanzia di avere un contratto per ripagarti delle risorse versate e degli sforzi una volta concluso il percorso. In Italia, inoltre, il lavoro, in alcuni casi, è pagato poco. Ciò non toglie il fatto che con tanta tenacia, dedizione e passione si possa riuscire nel proprio obiettivo. La preparazione, e anche un pizzico di fortuna, fanno la differenza in questo lavoro. 

Dopo aver vissuto in così tanti posti, se potessi, cosa cambieresti in Italia e in noi giovani italiani? Parlo di mentalità ma anche di competenze, o di atteggiamento in generale… quali credi siano i problemi maggiori da risolvere per fare in modo che i giovani non sentano più la necessità di andare altrove per realizzarsi?

Se avessi la bacchetta magica, nella testa degli italiani metterei l’apertura verso la novità. Serve più spazio per l’innovazione, ma per cambiare la struttura bisogna cambiare quello che c’è sotto. I giovani sentono la necessità di andarsene perché non trovano prospettive, o si sentono limitati. Anche quando lavorano, a volte, sentono che non c’è spazio per crescere, e quindi voltano pagina. Credo sia un bene, e anche un aspetto della nostra generazione. Vorremmo un posto stabile, ma la stabilità allo stesso tempo ci limita. Un ambiente con più offerte di lavoro, di sicuro, aiuterebbe. 

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Hai in programma di tornare presto in Italia, sfruttando magari le tue competenze e il tuo talento accresciuto dalle molteplici realtà di vita conosciute, per migliorarla e aiutarla nella crescita? 

Il mio progetto è quello di fare la giornalista freelance. È la strada più lastricata di ostacoli, ma forse anche la più divertente. Sicuramente, è quello che amo fare. Mi piacerebbe tornare a lavorare in un ufficio stampa istituzionale e mi sto preparando per questo. In Italia spero di tornare presto, ma sono pronta a tutto. Non disdegnerei l’idea di lavorare in qualche altra città, anche fuori dal Belgio. Se non ora, quando?

 

Intervista a Davide Bargna, Branch Manager presso la Camera di Commercio Italiana per il Rego Unito. Tra business meetings, l’impegno a supporto delle PMI e la passione per i diritti civili

Scozia, anche questo mese. Siamo rimasti ad Edimburgo per dimostrarvi che a volte funziona anche il passaparola, che quando si parla di italiani all’estero e di comunità che in qualche modo diventano delle vere famiglie, funziona benissimo. E così abbiamo quindi conosciuto il nostro Italian del mese, Davide Bargna, 27 anni originario di un piccolo paesino vicino a Como.

Da Milano a Roma passando anche per Madrid: da due anni Davide vive a Edimburgo dove lavora come Branch Manager della sede scozzese della Camera di Commercio Italiana per il Regno Unito. Il suo è uno di quei curriculum che vale la pena leggere: prima un tirocinio alla Presidenza del Consiglio dei Ministri presso il Dipartimento per le Pari Opportunità, poi alla Camera di Commercio Italiana per la Spagna e quindi alla Camera di Commercio Italiana per il Regno Unito. Tra le sue passioni ci sono il cinema, i diritti umani e la politica – sia italiana che europea, ovviamente. Oltre alla fotografia, l’escursionismo e la recitazione in teatro.

Cominciamo…

Ciao Davide! Sappiamo che attualmente lavori alla Camera di Commercio Italiana a Edimburgo, ma potresti dirci di più? Di cosa ti occupi di preciso, quali sono le tue responsabilità e come sei riuscito, se possiamo chiederlo, ad ottenere questo incarico?

Al momento sono direttore della sede scozzese della Camera di Commercio Italiana per il Regno Unito. Il mio compito principale è quello di supportare imprese italiane o singoli individui che vogliano fare affari o aprire un’attività nel mio mercato di riferimento, la Scozia appunto, mettendoli in contatto con persone o organizzazioni opportune e creando concrete opportunità di business. Il mio lavoro di ogni giorno consiste quindi nel programmare le attività che l’ufficio svolgerà durante l’anno, dall’organizzare e gestire eventi, fiere, trade mission e business drink, al fare ricerche di mercato, scrivere editoriali e articoli. Si tratta di un lavoro molto variegato e quindi stimolante, che mi porta a collaborare con professionisti in diversi settori ed anche enti importanti, come ad esempio il Consolato Generale d’Italia a Edimburgo e il Governo scozzese. Proprio di recente ho seguito una delegazione di imprese in visita in Scozia con il nuovo Ambasciatore italiano per il Regno Unito e subito dopo ho organizzato un incontro con l’Ambasciatrice britannica per l’Italia ed alcuni stakeholders del territorio.

Sono arrivato alla Camera di Commercio per il Regno Unito perché, dopo il tirocinio in Spagna, volevo fare un’esperienza in un paese anglofono per perfezionare ulteriormente il mio inglese e soprattutto per immergermi in una cultura che mi ha sempre affascinato. Avendo una particolare passione per la Scozia, ed essendo Edimburgo decisamente più abbordabile in termini economici di Londra, mi sono trasferito qui e ho fatto domanda per la posizione di Assistant Trade Analyst. Quando poi la mia ex-manager ha cambiato lavoro e si è aperta la sua posizione, ho deciso di fare domanda e ho ottenuto il ruolo.

 

Facciamo un passo indietro, a quando per la prima volta hai lasciato l’Italia: faceva tutto parte di un progetto oppure hai seguito le opportunità che hai trovato? In altre parole: è stata una tua scelta o più una necessità?

Avendo preso una laurea in Mediazione Linguistica e Culturale e un master in Relazioni Internazionali, posso dire che la vocazione per un’esperienza all’estero c’è sempre stata. Mi è sempre piaciuto viaggiare, visitare nuove città e scoprire nuove culture. Già durante la scuola superiore ero riuscito ad aggregarmi alla classe di un amico per una vacanza-studio ad Edimburgo, scelta che ha probabilmente segnato la svolta sul percorso di studi che poi ho effettivamente intrapreso. Durante i miei studi universitari, inoltre, avevo già trascorso un periodo a Valencia per migliorare il mio spagnolo e tramite un progetto universitario ero stato selezionato per corso di formazione presso le Nazioni Unite a New York. Ho avuto l’inestimabile fortuna di avere dei genitori che mi hanno spronato ad inseguire le mie passioni e hanno sempre sostenuto le mie scelte, per quanto controcorrente e non viste di buon occhio nel piccolo paese di provincia in cui sono cresciuto. Perciò, sebbene non avessi davvero chiaro che cosa volessi fare del mio futuro, ci sono sempre state la curiosità e la necessità di scoprire cosa ci fosse al di fuori della piccola bolla sicura e confortevole della provincia, per me un po’ soffocante e limitante. Già l’esperienza universitaria a Milano ha cambiato molto la mia visione del mondo e mi ha permesso di esprimere a pieno la mia personalità e il mio potenziale, come l’esperienza che è seguita a Roma. Invece, lo stage in Spagna è capitato un po’ per caso, avendo semplicemente partecipato al programma Erasmus+ per un tirocinio all’estero, e da lì poi il mio lavoro in Scozia.
Sicuramente, coloro che vogliono lavorare in questo settore sanno che le possibilità di finire a lavorare al di fuori dell’Italia sono alte, ed io ho avuto la fortuna, anche grazie a diverse borse di studio e al sostegno dei miei genitori, di poterlo fare fin dalla mia formazione accademica.


Molti dei giovani italiani che lasciano il Bel Paese dicono di farlo perché qui non c’è lavoro o è difficile, quasi impossibile, trovarne uno. Vista la tua esperienza personale, che consiglio daresti a quanti come te sono partiti e a quelli che invece vorrebbero farlo? E credi sia necessario, per trovare lavoro in Italia, fare dell’esperienze fuori?

È sicuramente necessario prima di tutto capire come viene selezionato il personale nel Paese in cui si va a cercare lavoro. Ad esempio, se la Spagna era molto simile rispetto all’Italia in questo senso, ho potuto constatare che la Scozia è invece molto diversa. Non sempre CV e lettera di motivazione sono necessari, talvolta viene richiesto di compilare un formulario dove, attraverso la descrizione delle proprie esperienze pregresse, si deve riuscire dimostrare di avere le competenze richieste nell’annuncio di lavoro. I colloqui seguono uno schema simile. Molto utilizzato è il modello STAR, una tecnica che consente di individuare tutte le informazioni essenziali circa le abilità dell’intervistato, un modus operandi ben diverso da quello a cui ero abituato e il quale ha richiesto un certo periodo di assestamento per capire come funzionasse.

Quanto all’esperienza all’estero, non penso sia fondamentale per trovare un qualsiasi lavoro in Italia, dipende molto da ciò che si cerca. Per il mio settore può sicuramente essere un valore aggiunto. In generale, comunque, questi tipi di esperienza possono arricchirti molto da un punto di vista personale, ancor prima che professionale.

 

Com’è, invece, vivere in Scozia? Rispetto all’Italia, dov’è che possiamo guardare per imparare in positivo? Ma soprattutto: secondo te l’estero offre veramente così tante opportunità da spingere giovani come te a trasferirsi?

La Scozia è una nazione meravigliosa, ricca di storia, paesaggi mozzafiato e molto all’avanguardia in diversi settori economici, come le energie rinnovabili, l’aerospazio e la ricerca & sviluppo. Contrariamente all’Inghilterra, poi, è una Paese molto europeista, che ha votato a larga maggioranza per restare nell’Unione europea durante il referendum del 2016, è molto aperto all’accoglienza dei migranti, comprendendo come questi siano un valore aggiunto per il Paese, non un problema.
Edimburgo poi ha tutti i vantaggi di una grande città in termini di eventi culturali (la stagione estiva dei festival è incredibile, basti citare l’Edinburgh Fringe Festival, il più grande festival delle arti al mondo), collegamenti internazionali e multiculturalità, ma è anche una capitale molto a misura d’uomo (io ad esempio mi sposto solamente a piedi), con mezzi pubblici efficientissimi e decisamente bike-friendly.
Quando poi ho voglia di immergermi nella natura per staccare la spina, oltre ai grandi parchi della città, è sufficiente prendere un autobus per ritrovarsi tra i paesaggi naturali più belli al mondo. Ovviamente, come ogni Paese, anche la Scozia ha tanti pro e contro, ma sicuramente ha molto da insegnare da un punto di vista di attenzione ai problemi delle classi meno abbienti, dell’ecologia, dei diritti delle minoranze, della burocrazia semplificata e, non da ultimo, dell’investimento sui giovani.


Collegandoci proprio a questo, investire sui giovani e i toro talenti, molto spesso qui in Italia si parla del problema della mancata meritocrazia: pensi che sia solo questo il motivo che spinge sempre più italiani a portare altrove le proprie competenze? O c’è anche altro da considerare?

È sicuramente un aspetto importante ma non penso sia il solo. Se pensiamo che in alcune regioni nel sud dell’Italia il tasso di disoccupazione tra i giovani supera il 50%, non può stupire che molti di noi siano costretti a spostarsi altrove in cerca di lavoro. Non è certamente un problema solo dell’Italia, in quanto riguarda anche molti altri Paesi del sud dell’Europa, e certamente qualcosa è stato fatto negli ultimi anni per migliorare la situazione, ma non abbastanza. Non penso esista una soluzione semplice ed immediata ma quello che mi sconcerta è che la politica italiana non abbia dato quasi alcun peso alla questione durante l’ultima campagna elettorale, come se non fosse un problema di primo piano. Eppure il tema della precarietà dovrebbe essere dominante, se si pensa che è proprio questo l’ostacolo principale dei giovani nell’avere una sicurezza economica e crearsi un futuro. La maggior parte dei miei ex-colleghi universitari che sono rimasti in Italia, ad esempio, hanno contratti a tempo determinato rinnovati ogni quattro o massimo sei mesi per volta, spesso in settori molto diversi rispetto a quelli in cui avrebbero desiderato lavorare. Molti continuano a fare stage non retribuiti nella speranza di venire, un giorno, assunti da una impresa o un’altra. È una situazione ormai insostenibile, non capisco come non si possa non investire sui propri giovani.

 

Parlando di politiche europee ed euro-progettazione, tema che credo ti sia caro e familiare viste le tue esperienze lavorative: cosa ne pensi e a che punto è, secondo te, l’Europa e più nello specifico l’Italia?

Purtroppo temo che negli ultimi decenni l’Unione europea abbia un po’ perso di vista i valori sui quali era stata fondata, eppure sono certo che le cose possano cambiare. Credo che uno dei maggiori problemi dell’UE sia la mancanza di una comunicazione efficace rispetto alle politiche messe in atto a sostegno dei giovani, dei lavoratori, delle imprese e dei diritti in generale, che invece sono risultate spesso essenziali per un miglioramento delle condizioni dei cittadini europei, seppur con qualche eccezione. Purtroppo in Italia si sente sempre più spesso parlare dell’Europa come di un tiranno prevaricatore che costringe il nostro Paese ad attuare misure dannose e impopolari. Eppure, se è vero che alcune critiche possono essere fatte alle politiche che l’Unione ha messo in atto negli ultimi anni, penso che debbano esserle riconosciuti anche moltissimi punti a favore. Se penso ai giovani, vale la pena sottolineare l’impegno a favore dell’educazione e la formazione, tramite il sistema garanzia giovani o il programma Erasmus+ ad esempio, grazie ai cui fondi ho potuto fare la mia prima esperienza universitaria all’estero. Quanto alle PMI, penso ai fondi a loro sostegno e alle start-up, o allo Small Business Act. In tema di diritto del lavoro posso citare le norme sull’integrazione delle persone escluse dal mercato del lavoro, le direttive sulla parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, il principio di non discriminazione per condizioni personali, tutti elementi oggi forse dati per scontati ma per i quali invece l’Unione europea ha dato un contributo essenziale. Penso poi alle norme sulla libera circolazione delle persone, la Carta dei diritti fondamentali, l’abolizione dei costi di roaming, e potrei continuare ancora.

In questo senso l’euro-progettazione può svolgere un lavoro fondamentale: in Spagna, ad esempio, seguivo tre progetti europei proprio focalizzati su giovani e PMI. Mi sono infatti occupato di mobilità per l’apprendimento al fine di contrastare l’abbandono scolastico, che in Spagna colpisce oltre il 20% dei giovani tra i 18 ed i 24 anni, un progetto per aumentare le opportunità di investimento da parte delle PMI nell’industria del turismo, sia a livello europeo che internazionale, e uno per la progettazione di un framework europeo per la qualificazione del profilo professionale di “International Marketing Manager”.

 

Tornando per un momento in Italia, sappiamo che hai lavorato anche a Roma, prima ancora che a Madrid, e infine in Scozia: potresti aiutarci a fare un confronto tra i tre Paese, sul modo in cui si vive e si lavora?

Per la mia personale esperienza, trovo che Italia e Spagna siano molto simili tanto sul modo in cui si vive quanto su quello lavorare. Roma e Madrid sono città molto accoglienti, in cui è facile integrarsi fin da subito, si vive molto la piazza e si respira un’atmosfera di grande comunità. Il Regno Unito è sicuramente molto diverso, banalmente da un punto di vista climatico ma soprattutto a livello di relazioni interpersonali, proprio perché a livello culturale il modo di approcciarsi e socializzare è molto diverso rispetto all’Italia. All’inizio ho trovato difficile abituarmi ad un modo di vivere “più impostato”, ma dopo due anni non lo trovo più strano e capisco che certe differenze sono davvero solamente culturali e non è una questione di freddezza o pregiudizio. Penso anche che la Scozia sia molto diversa dall’Inghilterra, almeno per quel poco che l’ho conosciuta, ed ho trovato più facile stringere amicizie.

Quanto al lavoro, in Scozia ho sicuramente trovato molta trasparenza nel metodo di selezione, anche per posizioni di alto livello o per lavori all’interno di enti governativi, dove non è necessario dover “conoscere qualcuno” per ottenere il ruolo ma basta saper dimostrare le proprie competenze e il valore aggiunto che si può portare. Ho anche notato che spesso non serve avere un titolo di studio universitario per ambire a posizioni importanti, come non è nemmeno necessario avere una laurea specifica per lavorare in un determinato settore. Tra i giovani, poi, non esiste l’ambizione al “posto fisso” come accade in Italia, anche perché è molto più facile poter trovare e cambiare lavoro.

 

Tra i temi a te cari c’è anche quello dei diritti umani: come è nata e come hai coltivato questa passione? Di cosa ti occupavi alla Presidenza del Consiglio dei Ministri?

Il tema dei diritti umani è molto vasto, sul quale si potrebbe studiare e lavorare per una vita e ancora servirebbe tempo per averne una idea completa. Personalmente penso che la spinta nel voler aiutare gli altri, soprattutto chi si trova in difficoltà, l’abbia sempre avuta ed è qualcosa che ho imparato dalla mia famiglia. Certamente il focus sulle tematiche dei diritti delle minoranze, in particolare per orientamento sessuale e identità di genere, nasce in primo luogo da ragioni personali. Durante il mio percorso universitario sono stato prima membro e poi coordinatore di una delle associazioni LGBT+ universitarie più importanti d’Italia, con la quale abbiamo supportato e organizzato eventi per la comunità accademica e non, tra cui uno dei primi corsi universitari sul tema, di enorme risonanza e successo. Nel frattempo ho ottenuto un Academic Minor in Diritti, Lavoro e Pari Opportunità presso la mia università, il quale, oltre ad avermi permesso di approfondire le teorie dell’eguaglianza e della differenza in relazione ai diritti fondamentali, mi ha permesso di essere selezionato per un tirocinio presso l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Durante il tirocinio mi sono occupato di gestire alcuni casi di discriminazione portati all’attenzione dell’Ufficio, in particolare nel mio campo di specializzazione. É stata una esperienza incredibilmente formativa che mi ha permesso di mettere in pratica tutta la mia conoscenza teorica in materia ma anche di confrontarmi per la prima volta con questioni più prettamente politiche, capendo potenzialità e limiti di un ufficio governativo di questo tipo e comprendendo come la strada per il raggiungimento di pari diritti sia irta di ostacoli, soprattutto in un Paese così conservatore e ideologizzato come l’Italia.

 

Da expat, come vedi la situazione del nostro Paese? Cosa ti preoccupa maggiormente e cosa si potrebbe fare, a tuo parere, per migliorare la situazione?

Avendo collaborato per oltre un anno con Stonewall, la più grande organizzazione per i diritti LGBT in Europa, mi rendo conto di quanta differenza ci sia tra il Regno Unito e l’Italia su queste tematiche. Non solo esistono leggi molto più avanzate sul tema ma la società stessa è molto più educata alla differenza e all’accettazione del diverso. Il Governo stesso è molto aperto nell’ascoltare le istanze delle minoranze e integrarle nelle proprie politiche di miglioramento della condizione degli individui. Sebbene esistano differenze tra partiti rispetto ad alcune tematiche “eticamente sensibili”, non esiste un dibattito ideologizzato su questi temi, se non in rare eccezioni (basti pensare come siano stati proprio i Tories ad approvare il matrimonio egualitario nel Regno Unito). La stessa Chiesa di Scozia, ad esempio, è molto più aperta, permettendo ai propri pastori di sposarsi con partner dello stesso sesso.

Si tratta di tematiche molto complesse che non possono essere analizzate con una risposta ma, da un punto di vista più generale, credo che la chiave per cambiare la percezione delle alterità nel nostro Paese vada trovata proprio nell’educazione alle differenze, sin dalla scuola dell’obbligo, facendo comprendere come il “diverso” possa apportare un valore aggiunto e non rappresenti una minaccia alla nostra comunità. Trovo che negli ultimi anni siano stati dei buoni passi avanti sotto diversi punti di vista, penso alla regolamentazione delle unioni civili, alla legge sul biotestamento, al contrasto al caporalato, o al sostegno alle persone con disabilità. Forse ci sarebbe voluto un po’ più di coraggio, ma sono dei passi avanti positivi. La società nel Regno Unito, proprio per la sua storia, è sempre stata abituata a convivere con culture, religioni e modi di pensare molto diversi da quelli tradizionalmente associati alla “englishness”, anche se le notizie recenti sulle aggressioni contro i migranti e Brexit dipingono uno scenario ben meno rassicurante. Per l’Italia il discorso è molto diverso, non avendo mai avuto un processo di ibridazione simile, ma essendo stata lei stessa un paese di emigrazione.

 

Uno dei nostri valori, in quanto The Italians, vorrebbe essere quello di poter riportare l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese: cosa si potrebbe fare, a tuo parere, per velocizzare questo processo? Partendo dalla tua esperienza personale: quali sono i presupposti base che l’Italia dovrebbe garantire ai propri giovani e come potrebbe farlo? E, domanda ancora più difficile, perché non lo si sta già facendo?

Penso che il punto fondamentale su cui si giocherà il futuro della nostra società sarà il lavoro, un mercato del lavoro più accessibile per i giovani, meno precario, più trasparente e meritocratico, in cui siano previste delle misure di sostegno alla disoccupazione.

La questione del lavoro è una sfida non solo per l’Italia ma a livello europeo in generale, soprattutto dopo la crisi. Eppure trovo che le misure che siano state adottate negli ultimi anni non siano sufficienti, avendo sì creato più lavoro ma molto più precario che in passato. Forse sarebbero necessarie alcune riforme strutturali che purtroppo danno soluzioni solo nel medio-lungo periodo e quindi non facilmente spendibili in campagna elettorale. Purtroppo, in questo senso, non ho sentito proposte convincenti, mi pare anzi che l’argomento sia passato in secondo piano. Spero di essere smentito.

 

Per concludere, una domanda di rito: quali sono i tuoi prossimi progetti? Senti il desiderio di tornare presto in Italia, o la tua vita è ormai altrove?

Al momento sono contento di poter proseguire la mia esperienza alla Camera di Commercio per il Regno Unito e vivere la mia nuova vita in Scozia, che tanto mi sta dando da un punto di vista professionale e soprattutto umano. Ho come la sensazione che, in questo mondo dove tutto accade rapidamente e i social media la fanno da padroni, tutti abbiano un’opinione su tutto e pare non sia più necessario fermarsi a riflettere, confrontarsi, approfondire un argomento prima di formulare un’opinione. Qui ho la fortuna di potermi relazionare ogni giorno con persone diverse, con un vissuto ed esperienze molto lontane dalla mia. Questo mi permette di crescere molto e di mettere costantemente in discussione le mie idee, talvolta fortificandole ed altre volte facendole vacillare, costringendomi a rivedere le mie posizioni su svariate questioni. Trovo quindi che sia di inestimabile valore poter regolarmente vedere le cose da un’altra prospettiva.

Io amo l’Italia, trovo che sia un Paese che non ha eguali sotto diversi aspetti e vorrei poterci tornare un giorno. Spesso si guarda solo ai lati positivi del vivere all’estero dimenticandosi le difficoltà nel dover vivere lontani dagli affetti familiari e dalle amicizie di una vita. In generale, poi, mi piacerebbe poter mettere le competenze sviluppate al servizio del mio Paese d’origine. Il mio lavoro attuale mi consente comunque di mantenere strettissimi legami con l’Italia ed a contribuire, nel mio piccolo, al suo continuo sviluppo. Al momento sto anche collaborando con il COMITES di Scozia e Irlanda del Nord, perciò mi sento ancora pienamente parte della comunità italiana, sebbene sia contento di essermi ormai integrato anche in quella scozzese. Quanto al futuro, mi piacerebbe poter trovare un lavoro che mi consenta di trattare di politiche europee o diritti delle minoranze, mettendo a frutto le mie idee e le mie competenze, magari all’interno di un ente governativo di una ONG.

 

 

 

 

 

Intervista a Marco Ricorda, Head of Social Media per l’ALDE al Parlamento Europeo. Per Marco la speranza per l’Italia è rappresentata da tre parole: «collaborazione, senso di unità, valori comuni».

Per l’intervista di questo mese abbiamo deciso di lasciare da parte le domande scritte.

Niente email, niente categorie predefinite, ma solo un ampio spazio per riflettere e per dibattere su ciò che è diventata e sta diventando l’Italia. Questa volta non potevamo prescindere dalla politica, sia perché ormai manca un mese e qualche manciata di giorni alle elezioni del 4 marzo, sia perché il nostro Italians è un professionista della comunicazione con quasi 10 anni di esperienza nel settore, fortemente incentrato – tra le altre cose – sulla politica globale.

Marco Ricorda, 32 anni originario di Salsomaggiore (Parma), è il capo dei social media per il gruppo ALDE al Parlamento europeo, alleanza che riunisce i partiti liberal democratici in Europa. Il suo nome è stato inserito tra i primi 40 influencer UE nel 2017 ed è un mentore di Politico EU Studies Fair. Inoltre, Marco è anche social media manager di Guy Verhofstadt, primo ministro belga per 9 anni e dal 2009 alla guida dell’ALDE.

Sono quasi le otto di sera di un venerdì qualsiasi, sia a Bruxelles che in Italia, quando finalmente riesco a sentire la voce di Marco. Una chiamata whatsapp che abbiamo rimandato per giorni, complici la stanchezza e i normali (ma tanti) impegni quotidiani. «Ho una vita molto frenetica, gestisco tutti i contenuti che vengono veicolati dai media – racconta Marco Ricorda – qui si lavora tutti i giorni ma in maniera più intelligente rispetto all’Italia: se c’è tanto lavoro si rimane fino a tardi, altrimenti si va a casa».

Il curriculum di Marco è pieno di voci: social media manager al Joint Research Center della Commissione Europea; digital strategist per l’Unione Europea a Expo Milano 2015; social media analyst per la Commissione Europea e press officer / community manager per Bruegel, il think tank di Bruxelles per politica economica internazionale. Non abbiamo ancora finito: è stato anche analista insight per Lo Spazio della Politica, un think tank italiano che lavora nel campo degli affari internazionali.

Come ha fatto, vi chiederete voi. Me lo sono chiesta anche io, naturalmente. Marco mi ha risposto che lavorare per l’Unione Europea è sempre stato parte di un progetto ben preciso, e che ha fatto «tutto quello che era necessario» per realizzare questo sogno. «Già quando avevo 15-16 anni sapevo di voler lavorare per questa organizzazione che gestisce i conflitti tra stati. Mio nonno ha fatto 7 anni di guerra in Albania: più sentivo le sue storie, più sentivo la vocazione europea».

Dopo essersi laureato a Forlì in Scienze internazionali e diplomatiche, con un anno di Erasmus ad Anversa, Marco si è trasferito a Maastricht per completare gli studi: «Era il 2010, un periodo difficilissimo, c’era la crisi e nessuno assumeva. Ho pensato fosse il momento giusto per spostarmi ancora, per andare a Bruxelles. Da Maastricht ho trovato un’opportunità a Bruegel: ho capito subito l’importanza dei social media, la loro grande forza di comunicazione». Due anni e mezzo dopo, Marco è entrato in commissione, dove è rimasto per circa 5 anni: «Adesso sto lavorando per il vero partito europeo».

Una posizione privilegiata per seguire la campagna elettorale italiana. Anche se da lontano, Marco non ha dubbi: «La dicotomia destra-sinistra ormai è finita, serve una forza rivoluzionaria che spacchi questo sistema fatto di burocrazia soffocante, di perdita di coscienza civile, di raccomandazioni. Ci sono troppi partiti, troppe voci che non danno alcuna speranza all’Italia di rendersi attiva». E prosegue ancora: «Di tutti questi partiti italiani non ce n’è uno che vende un programma di positività. Tutti dicono non votate l’altro, nessuno dice votateci per questo».

Positività è una delle parole chiave di Marco, una di quella che ripete spesso. Un’altra è giovani, e qui il discorso non ammette pietismi: «I giovani sono spaccati dal debito, dall’immobilismo politico che non fa altro che peggiorare. Il loro potere d’acquisto è pari a zero».

Eppure, qualcosa su cui possiamo lavorare c’è: «Dobbiamo renderci conto che è tutto sulle nostre spalle, senza accampare scuse varie. Niente più piagnistei: non dobbiamo aspettarci che lo stato ci serva tutto sul piatto d’argento, dobbiamo essere una società che non si arrende. Ora siamo molto spenti».

In ambito lavorativo, la speranza per l’Italia è rappresentata da tre parole: «Collaborazione, senso di unità, valori comuni». Marco li elenca senza pensarci due volte.

Ci sono poi dei settori che vanno implementati: «C’è da lavorare sulla digitalizzazione, altrimenti non possiamo avere flessibilità mentale. Esiste ancora questa pressione psicologica nel pensare che se uno non ha una certa età non può rivestire una determinata posizione. In Italia se sei un formatore cerchi di non formare il tuo assistente perché così il tuo ruolo rimane forte. Nelle società liberali è il contrario: vogliono che il team impari in fretta e che si cresca, cosicché anche il capo possa investire più su sé stesso e sulla propria formazione».

Un altro fil rouge tra giovani e lavoro è adattamento: «Basta dire mi sono laureato in questo e devo fare questo, bisogna saper inventare sé stessi e il proprio lavoro. La stabilità lavorativa è difficile da promettere, perché la società è cambiata, nel 2018 questo concetto non credo esista più. Ma è conseguenza necessaria dell’acceleramento tecnologico e della globalizzazione. Dobbiamo collaborare al fine di capire un mondo che cambia, dobbiamo essere pronti ad adeguarci, non piangere il passato».

Per Marco è come se esistesse una sorta di teoria per il successo, declinata tutta al “giovanile” (un modo di essere, più che un tempo verbale): «Niente scuse, analizzare i problemi e affrontarli senza paura dei fallimenti, che poi sono sempre necessari. Questa è una cosa che mi ha insegnato lo sport». Oltre che un comunicatore, la seconda vita di Marco Ricorda è tra la palestra e la cucina: è infatti un atleta competitivo e un appassionato di allenamento con i pesi e bodybuilding.

Mondi che non sono poi così lontani come sembrano: «Il bodybuilding mi ha insegnato tutto sulla comunicazione – spiega – competi per l’attenzione, vuoi che più persone possibili mettano quel pollice in su proprio sul tuo post, e quindi fai di tutto affinché accada. Diventa quasi un gioco e, quando arrivi a quel livello, non riesci più ad uscirne».

«Mi sento emiliano, italiano ed europeo allo stesso momento. E questo non crea alcun conflitto nella mia anima». Siamo quasi alla fine della nostra chiacchierata, tornare all’Unione Europea è come chiudere un cerchio. «Nel momento stesso in cui ci mettiamo alla ricerca di una nostra identità, è come se bloccassimo la società cosmopolita. Ribelliamoci a chi cerca di imporci questi pensieri». Ma c’è ancora qualche altro spunto di riflessione da battere a macchina, tasto dopo tasto: «L’UE deve smetterla di concentrarsi su un’unione economica e politica, deve diventare sempre più un’unione di valori e sentimenti condivisi. E attualmente non lo è».

E l’Italia? «Dobbiamo fare la nostra parte – conclude Marco – l’Italia deve cercare i propri valori, progressisti invece di conservatori, altrimenti ci riduciamo a piangere un passato insostenibile. Mettiamoci a tavolino, analizziamo le circostanze del presente e costruiamo un futuro migliore per questa società, non per i singoli individui».

Intervista a Stefania Betti – Italians “di ritorno”. Bruxelles – Italia sola andata.

Per l’intervista del mese abbiamo deciso di raccontarvi la storia di Stefania Betti, Italians di 28 anni originaria di Rieti da poco rientrata in Italia dopo ben sei anni di lavoro a Bruxelles. La sua è una di quelle esperienze capace di infondere autostima e positività: finita la triennale a Perugia, nel 2011 Stefania è approdata per la prima volta a Bruxelles e da qui non si è più fermata. Dopo aver vissuto ad Urbino, ad Angers in Francia, in provincia di Macerata, a Milano e di nuovo a Bruxelles, adesso ha iniziato una nuova avventura: tornare in patria. Attualmente si trova ad Ancona dove lavora come Business Developer per GGF Group, “una realtà marchigiana stimolante e in crescita – racconta Stefania – con un team di persone dai profili diversi da cui ho molto da imparare”.

 

Ciao Stefania! Per te dire che sei un’Italian non basta, è poco. Sappiamo infatti che da circa due mesi sei tornata in Italia dopo un totale di 6 anni di lavoro a Bruxelles. Puoi raccontarci cosa ti ha spinto a prendere questa decisione?

Devo ammettere che non ho mai immaginato di passare la mia vita all’estero, e che ho sempre vissuto le mie esperienze fuori come dei passi per crescere e riportare qualcosa “a casa”. Bruxelles mi ha dato tanto (e mi piace pensare che anche io abbia dato qualcosa a lei), ma dopo tanti anni iniziavo a sentire la mancanza di quelle piccole abitudini, della concezione della vita e del calore che in Belgio non ho mai totalmente trovato.

Quando si inizia a vivere all’estero si è presi da un’euforia che ci fa vedere tutto sotto la magica luce della novità, ma quando poi si arriva alla inevitabile routine, quando le persone con cui hai legato vanno via, quando inizi a sentire un piccolo fastidio che ti spinge a cambiare qualcosa, allora ti tornano in mente le cose belle dell’Italia che hai lasciato, e si fa avanti l’idea di provare a tornare e fare di tutto per essere parte di quel cambiamento che tutti ci auspichiamo per l’Italia. Avrei cambiato lavoro comunque, e quindi a dicembre ho deciso di provare a mandare qualche CV anche in Italia.

 

Attualmente sei Business Developer per un’azienda che si occupa di Customer Experience e Business Analysis ad Ancona: in cosa consiste il tuo compito? Quali sono le difficoltà inevitabili che il rientro in patria ti porta ad affrontare? È per te una vittoria?

È indubbiamente una vittoria.

Le difficoltà sono tante, a livello personale e a livello pratico.

Partiamo dal lavoro, dove invece che di difficoltà parlerei di sfide: è un contesto nuovo, devo ancora imparare le dinamiche interne e come usare al meglio le mie capacità per dar valore al mio ruolo e contribuire al successo dell’azienda. Il mio compito oscilla tra una figura di marketing e una figura commerciale: questo implica che devo rimettermi a studiare il mercato italiano e i suoi andamenti, le aziende competitors e come la mia azienda si è inserita nel contesto attuale, dove vuole andare, come vuole crescere, chi approcciare e come. Ovviamente tutto questo rappresenta uno stimolo molto importante e una spinta a livello personale.

A livello personale è difficile re-inserirsi in dinamiche sociali che dopo tanti anni all’estero si sono un po’ perse: ci si abitua a tutto, ma il passaggio da un’abitudine all’altra non è mai immediato. A livello pratico mi sto scontrando con la burocrazia: non che in Belgio fosse meglio, assolutamente. Ma a volte qui in Italia si sfiora l’impraticabilità totale. La cosa che mi manca, invece, è il respiro internazionale, parlare una lingua diversa dall’italiano e conoscere persone da tutto il mondo, ma probabilmente questo è legato alla dimensione della città dove mi trovo adesso.

 

Molti dei giovani italiani che partono per l’Europa o ancora più lontano dicono di farlo perché qui in Italia, la loro casa, non c’è lavoro o è difficile trovarlo. Tu ci sei riuscita, invece: che consiglio daresti a quanti come te sono partiti e a quelli che invece vorrebbero farlo? Credi sia necessario, per trovare lavoro in Italia, fare dell’esperienze fuori?

Parlando con i miei coetanei vedo che c’è molta rigidità rispetto ai ruoli che sono disposti ad accettare e alle città dove sono disposti a spostarsi.

Non dico che sia facile, io stessa ho mandato oltre 50 CV per ottenere 3 colloqui. Il mio consiglio è di iniziare dal basso con l’idea di arrivare in alto, essere disponibili a spostarsi e a fare dei sacrifici all’inizio. Una cosa molto sottovalutata da chi dice di non trovare lavoro è imparare a fare marketing di sé, lavorando sulla redazione del proprio curriculum e delle lettere di presentazione. Insomma, occorre avere una mente aperta e accettare il cambiamento.

Inoltre le esperienze lavorative che si fanno durante gli studi sono a mio avviso fondamentali: non tanto per metterle sul CV (non è sempre necessario) ma per capire cosa ci piace e cosa non ci piace, come confrontarsi con i diversi ruoli aziendali, come comportarsi con le persone, e soprattutto in cosa si è bravi e in cosa no.

L’esperienza all’estero aiuta molto a trovare lavoro in Italia perché ci permette di candidarsi per posizioni che vanno oltre lo stage e che richiedono esperienza comprovata: ma è necessario sapere che tornare può significare ripartire da ruoli diversi e da stipendi più bassi.

 

Ma facciamo un passo indietro: la tua esperienza all’estero comincia durante gli studi con un master universitario a Angers in Strategie di Internazionalizzazione. Ma spiegaci meglio: come sei arrivata in Francia? Hai trovato differenze tra il sistema educativo italiano e quello francese?

È corretto, ma prima di Angers c’è stata Bruxelles, in entrambi i casi per questioni di Erasmus. Ho scelto di fare l’Erasmus studio durante la specialistica perché mentre da noi al secondo anno si hanno meno esami e si ha tempo per scrivere la tesi, spesso le specialistiche all’estero durano solo un anno: questo mi avrebbe permesso di fare contemporaneamente la specialistica italiana a quella straniera, spesso chiamata Master, mentre mi orientavo per la stesura della tesi. E così è stato.

Onestamente ho trovato molte difficoltà ad adattarmi al sistema francese, a partire dal fatto che gli esami sono principalmente scritti e che il materiale didattico è molto ridotto e spesso è costituito solamente dagli appunti presi a lezione, cosa che a mio parere riduce sia le competenze che la capacità analitica e critica dello studente. Inoltre, in Francia non è necessario passare tutti gli esami per essere ammessi all’anno successivo, ma basta avere la media della sufficienza a fine anno. Insomma, ritengo che il nostro sistema universitario sia più valido per quella che è stata la mia esperienza ad Angers e qualche anno prima a Brighton, dove però sono stata solo un mese.

 

Dagli studi al lavoro, dalla Francia a Bruxelles: com’è lavorare come responsabile promozione e internazionalizzazione presso la camera di commercio belgo-italiana? Di cosa ti occupavi e come sei riuscita, se possiamo chiederlo, ad ottenere questo incarico ambito da molti?

È un lavoro bellissimo, non ci sono dubbi.

Immersa in un contesto internazionale, si viaggia molto, si creano delle bellissime relazioni professionali, dà molta soddisfazione. Spesso si ignora che le Camere di Commercio Italiane all’Estero siano degli enti privati di diritto del Paese dove sono costituite, perciò delle vere e proprie aziende nelle quali si entra non tramite concorso pubblico ma per capacità ed esperienza.

Non sei la prima persona che mi chiede “Come sei riuscita ad entrare in Camera?”, e questo implica che ancora c’è l’idea, magari inconscia, che alcuni lavori siano inaccessibili a persone “normali”.

Per molto tempo ho risposto a questa domanda dicendo: “sono capitata al momento giusto”, ma non credo più che sia vero.

Credo di aver lavorato sodo, e se pure era il momento giusto, so di essermelo meritato. Ho iniziato con uno stage, sono poi diventata responsabile per le Fiere e gli Eventi, e quando mi sono stati affidati altri compiti oltre alle fiere (B2B, incoming, outgoing, docenze, progetti, social media) ho cambiato titolo.

La stessa cosa posso dire adesso: ho trovato un lavoro che mi piace in Italia in un’azienda valida perché ho risposto ad un annuncio nel momento in cui l’azienda stava cercando, ma evidentemente avevo anche le competenze che l’azienda stava cercando. Ora sta a me giocarmele tutte per rimanerci.

  

Inoltre, parlando di politiche europee ed euro-progettazione, tema che credo ti sia caro e familiare visto il tuo ultimo lavoro: cosa ne pensi e a che punto è, secondo te, l’Europa e più nello specifico l’Italia?

Credo ci sia tanta disinformazione in Italia rispetto all’Unione Europea, e poca formazione rispetto all’Europrogettazione e i Fondi Europei.

La Camera di Commercio Belgo-Italiana si è sempre molto impegnata ad invertire il trend, ma l’azione andrebbe fatta capillarmente da più enti, e soprattutto in Italia bisognerebbe essere disposti ad accogliere suggerimenti.

Personalmente ritengo che l’Europrogettazione sia un tema che in futuro farà parlare ancor più di sé, in termini di opportunità create e posti di lavoro generati. L’Italia, soprattutto il sud, è indietro rispetto al resto d’Europa per progetti presentati e vinti, e credo sia dovuto a due problemi principali.

Per prima cosa, un campanilismo che purtroppo esiste in Italia, e che preferisce il “portare acqua al proprio mulino” al bene comune, e in seconda battuta una sorta di presunzione di saper scrivere progetti europei benissimo da soli anche al primo approccio, e riluttanza ad investire nella consulenza di un europrogettista qualificato.

 

Bruxelles è terra di expat, avrai conosciuto tantissimi giovani italiani e tantissime storie differenti sul perché abbiano lasciato l’Italia. Molto spesso si parla del problema della mancata meritocrazia nel Belpaese: pensi che sia solo questo il motivo che spinge sempre più Italians a portare altrove le proprie competenze? O c’è anche altro da considerare?

Credo sia solo uno dei motivi, in realtà.

Parlando con altri expats a Bruxelles e altrove, mi sono resa conto che si va all’estero anche per accrescere le proprie competenze, per mettersi alla prova, per crescere, per confrontarsi per realtà diverse o semplicemente per fare un’esperienza. A volte si parte per l’estero senza neanche aver provato prima a trovare lavoro in Italia, cosa che suggerisce una scelta deliberata di andare a vivere all’estero a prescindere dalle opportunità o dalle aspettative.

Ovviamente il problema della meritocrazia è molto sentito, ma posso assicurarti che non è un problema solamente italiano. Da noi probabilmente è accentuato anche dalla difficoltà in generale di trovare lavoro, ma è un tema delicato da trattare. Sentiamo spesso storie di persone validissime scartate a favore di un forse meno valido parente o amico, ma questo porta a fare di tutta l’erba un fascio, quando invece anche in Italia esistono aziende dove la meritocrazia è altamente riconosciuta e valorizzata.

 

Il nostro motto è “Riportiamo l’eccellenza italiana nel mondo al servizio del Paese”: cosa si potrebbe fare, a tuo parere, per velocizzare questo processo? Partendo dalla tua esperienza personale: quali sono i presupposti base che l’Italia dovrebbe garantire ai propri giovani e come potrebbe farlo? E, domanda ancora più difficile, perché non lo sta già facendo?

Una volta persa la fiducia, è molto difficile riconquistarla.

In Italia iniziare a lavorare può essere difficile, e questo scoraggia la maggior parte delle persone che ci prova: stage mal pagati, contratti senza garanzie, poco ricambio generazionale e poche prospettive concrete, salvo ovviamente eccezioni da lodare e prendere ad esempio.

Chi rientra parte da una posizione leggermente avvantaggiata, sa già cosa vuole e se la gioca con competenze e spirito di adattamento.

Onestamente ho notato un cambiamento rispetto alla mia generazione: i ragazzi ora possono usufruire di molti programmi di alternanza scuola lavoro, possibilità di stage già da molto giovani, borse di studio per accedere a master con tirocinio garantito e altro ancora. Ovviamente non basta avere l’opportunità, ma bisogna guadagnarsi il posto alla fine dell’opportunità, e questo spesso è sottovalutato.

Non tutti i settori funzionano allo stesso modo, e le politiche dovrebbero essere adeguate: c’è differenza tra scuola, start-up, imprese commerciali e ad esempio il settore della ricerca o quello medico, per non parlare del giornalismo. Le dinamiche andrebbero analizzate e sarebbe opportuno cercare di capire di cosa ha bisogno ogni settore per poter crescere e quindi generare posti di lavoro reali. Non so perché l’Italia non stia già facendo tutto questo o perché sia ancora così complicato trovare lavoro per la mia generazione e soprattutto per la generazione prima della mia, e non ho le competenze necessarie per fare un’analisi economico-politica. Quello che nel mio piccolo vedo è che alcune politiche occupazionali cozzano con altre, orientarsi tra le forme contrattuali è impossibile, e mancano garanzie sia per il datore di lavoro che per l’aspirante lavoratore.

 

Sempre più giovani che tornano in patria e, sfruttando le proprie competenze e i talenti accresciuti dalle molteplici realtà di vita conosciute, un’Italia che migliora e cresce. Credi che sia un futuro auspicabile e realizzabile? Se dovessi fare una classifica dei problemi da risolvere, cosa metteresti sul podio?

Sì, credo che sia un futuro auspicabile e possibile, ma lo vedo ancora abbastanza lontano. Spesso quando racconto di essere tornata in Italia per una scelta consapevole mi sento rispondere che sono fuori di testa, che ho sbagliato, che me ne pentirò e che stavo sicuramente meglio dove stavo, o peggio ancora che sono tornata per amore o perché qui avevo lavoro garantito (entrambe cose non vere, tra l’altro)

Chi mi dice tutto questo, però, spesso non è mai uscito neanche dalla sua città natale e non conosce le difficoltà che si hanno a costruire una vita in una città diversa, figuriamoci all’estero. Il vero problema sta nella mentalità di tutti noi, nei nostri preconcetti e nella sfiducia diffusa che genera malcontento anche solo per sentito dire. Questa credo che sia la difficoltà maggiore: ridare fiducia alle persone.

 

Per concludere, parlando di progetti futuri: adesso che sei in Italia, hai intenzione di restarci a lungo, di piantare di nuovo le tue radici qui? Oppure ti attende presto una nuova avventura?

Mi fai una domanda davvero difficile.

Una vita come la mia ti porta ad abbandonare il superfluo e il materiale a cercare la stabilità nei rapporti umani e in te stessa piuttosto che nelle cose o nei luoghi. Devo dire che l’idea di rientrate è stata accompagnata da una certa voglia di fermarmi da qualche parte, e che il lavoro che ho adesso mi piace molto, come anche il contesto socio-culturale in cui mi trovo. Ma in tutta sincerità non so dirti se qui è il posto dove starò per sempre, o se starò per sempre in un posto. “Se non ci piace dove siamo, possiamo spostarci. Non siamo alberi.” Citazione di Snoopy, niente di meno.

 

Una riflessione che vorresti condividere con chi si trova nella tua stessa posizione o con chi vorrebbe tornare in Italia?

Il messaggio che vorrei trasparisse è che dovremmo essere come fiumi e non come le montagne. Si dovrebbe scorrere e prendere quello che la vita ci dà con serenità. Tra i miei coetanei vedo tanta sfiducia ma anche poca voglia di fare, tanta rigidità e poco entusiasmo. Ci si concentra tanto sulle difficoltà dell’Italia e non sulle opportunità, o ci si arrende con facilità e a volte si tradiscono i principi che uno ha dentro da sempre per un’apparenza di stabilità o per una realtà confortante, a discapito di una felicità che poi si cerca per tutta la vita senza successo. Non voglio essere naif e dire che in realtà è tutto semplice e tutto è possibile, ma vorrei che chi legge la mia storia pensasse: cavolo ma allora qualcuno ce la fa a tornare, anche per un po’ e non ma chi te lo ha fatto fare di tornare in Italia, stavi tanto bene fuori.  

 

L’ennesimo italiano a Londra?

Diciotto mesi. Ogni tanto sembra passato un secolo, altre volte sembra ieri. Biglietto di sola andata per Londra, valigia strapiena di aspettative, curiosità e qualche timore. E una domanda su tutte: avrò fatto la scelta giusta?

La possibilità di trasferirsi in pianta stabile all’estero c’era già stata, qualche anno fa, dopo la fantomatica esperienza Erasmus. Quella volta però aveva prevalso la volontà di restare in Italia, appena sprofondata nella crisi globale. Restare per aiutare il Paese a crescere, nonostante tutto. La frase “se tutti i giovani se ne vanno, chi farà ripartire l’Italia?” che risuonava come un mantra. A sei anni di distanza, però, quel mantra era diventato troppo flebile, e con lui erano scomparse tutte le energie. L’imperativo era ritrovare gli stimoli. Restare o andare? Avrà senso essere l’ennesimo italiano a Londra?

Lasciare il proprio Paese a 30 anni per ricominciare da zero altrove può essere tanto elettrizzante quanto terrificante, sia che si tratti di una scelta che di una necessità. Soprattutto se si abbandona l’Italia, dove a 30 anni si è spesso considerati dei giovani appena usciti dall’università, e si approda in Gran Bretagna, dove invece a quell’età si possono avere alle spalle già sei o sette anni di solida esperienza lavorativa. Il tutto diventa meno terrificante, però, se in pochi mesi si riescono a provare sulla propria pelle aspetti del mondo del lavoro come la meritocrazia e le possibilità concrete, che fino ad allora erano rimasti concetti astratti e nebulosi.

Un anno e mezzo e diverse soddisfazioni dopo, molti dei dubbi della partenza hanno trovato una loro risposta. Londra si fa amare facilmente, nonostante la vita frenetica, i cieli grigi, gli onnipresenti chicken shop e tutti gli altri cliché vari ed eventuali. Perché in fondo Londra è tutto e il contrario di tutto e sta a te cercare la nicchia dove realizzarti e sentirti a casa.

Paradossalmente però, nonostante tu ti senta a tuo agio nella cultura anglosassone e nella la tua nuova città, continui a chiederti come sarebbe stato se fossi rimasto. Una domanda che va ben oltre a quelle abitudini e quei luoghi profondamente italiani di cui senti la mancanza. Continui a chiederti come sarebbero andate le cose se le idee e le energie della tua generazione non fossero state, loro malgrado, disperse in mezzo mondo, ma avessero avuto la possibilità di svilupparsi laddove erano nate. Vedere la stragrande maggioranza dei tuoi amici più brillanti che scrivono dalla Germania, da Hong Kong o da chissà dove, non può che ricordarti ogni giorno di una grande occasione persa da un Paese che, nonostante i suoi difetti, tutti amiamo profondamente.

Improvvisamente quindi ti ritrovi a parlare poco di quanto tutto in patria faccia schifo e molto più spesso di quali siano i suoi tanti aspetti genuini e vincenti. Che tu stia parlando con un connazionale più disilluso di te o con un amico britannico, diventa quasi una missione ricordargli che l’Italia non è solo pizza mafia e mandolino. Dal design Made in Italy alla ricerca scientifica, dalle arti all’innovazione, l’Italia è molto più degli stereotipi che si porta dietro. E ti ritrovi a fantasticare sul giorno in cui, forti di questa consapevolezza e di un’esperienza internazionale, tutti i “cervelli in fuga” torneranno a casa. “Sky is the limit”, come direbbero qui.