Articoli

Un pizzico di curiosità per riscoprire sè stessi e le proprie passioni. Business as a force for good

In The Italians scrivo di me ma la trovo anche un’ottima finestra di condivisione dei trend del momento e le esigenze o necessità di una società in costante movimento, di come trovare il significato di una vita, spendendola magari  in cause sociali e per poter davvero muovere anime e corpi verso il miglioramento delle condizioni di vita di tante popolazioni mondiali che soffrono e che possiamo aiutare. E parlo di “anime e corpi” perché é necessario muovere i cuori, e quindi spingere le persone a investire la loro testa per far si che muovano anche i loro corpi, in azioni verso una purposeful cause– una causa che abbia un significato umano rilevante. 

Le azioni devono essere tangibili e devono avere un impatto. Il binomio impact-doability deve esistere per fare in modo che un cambiamento positivo nella società di realizzi. Oltre quindi a diplomazia e negoziazioni, consultazioni tra stati membri delle Nazioni Unite per garantire pace e sicurezza, per adottare risoluzioni che possano mettere d’accordo interessi tra diversi paesi e mettere fine a conflitti storici ormai persistenti, il lavoro delle organizzazioni internazionali é anche quello di poter entrare in contatto e collaborare con il settore privato, per la ricerca di maggiori investimenti e per poter continuare con i loro progetti e programmi sul territorio di azione. Il settore privato permette agli organismi internazionali e alle agenzie di cooperazione e sviluppo di pensare e di ideare – in modo più creativo e innovativo – progetti che siano human-centered e empathy-based: che soddisfino quindi i bisogni e le necessità degli esseri umani e azioni che siano mosse da empatia e capacità di comprendere gli altri.

All’università ho studiato economia, e più precisamente business internazionale – lo sbocco naturale sarebbe stato per me quello lavorare in una multinazionale, magari nel dipartimento finanza, marketing o risorse umane… ma il mio spirito e volontà e  il mio desiderio di poter un giorno lavorare alla promozione di unità e pace tra i popoli, positivamente influenzato dal mio amore per le lingue, da quella innata fiamma di poter condividere esperienze e informazioni (e qui il tarlo della radio/TV/comunicazione, e più in generale, delle pubbliche relazioni), insieme all’amore per le persone e per le culture diverse dalla mia (sono arrivata alla considerazione che siamo membri di una stessa umanità nonostante tutte le diversità e la loro ricchezza), mi hanno portato a lavorare all’estero, lottando per la pace, la serenità, l’amicizia e le buone relazioni tra i popoli, tutto questo grazie alla cultura, allo spirito di teamwork e di condivisione, e del lavoro unitario per una causa comune (come lo sono, ad esempio, i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite)… Nella mia esperienza personale, sono partita da l’eradicazione della povertà (obiettivo di sviluppo sostenibile 1 – https://sustainabledevelopment.un.org/sdg1) in Brasile, mettendo poi un piede in Africa attraverso la scienza, la cultura e l’educazione per un mondo migliore (obiettivi 4, 5, 8, 9, 10, 11 – https://sustainabledevelopment.un.org/). Ora sono in Madagascar per assicurare la nutrizione e la sicurezza alimentare (obiettivo di sviluppo sostenibile 2 – https://sustainabledevelopment.un.org/sdg2). E chissà quale sarà la mia prossima battaglia… I diritti dei bambini o l’uguaglianza di genere, o un naturale mix di tutte quelle passioni che mi spingono a svegliarmi ogni mattina.

Lasciando debito spazio al destino – negli anni ho sperimentato quanto questo sia presente in tante coincidenze, interessi ritrovati e reminiscenze della mia infanzia che divengono sempre più chiare e lucide, credo anche nel libero arbitrio di persone adulte che hanno la piena possibilità di scegliere il proprio destino, o quantomeno poter manifestare i loro desideri, deviando un po’ dalla normale direzione di una strada. Adulti che, invece della strada, possono decidere di utilizzare una barca in un fiume o nel mare, constatando attorno a sé cambiamenti (le onde del mare, il vento) che forzano la persona a dovere cambiare direzione, aggiustare i propri obiettivi secondo le circostanze e cambiare atteggiamento di fronte ad eventi che ci si presentano (non con un sentimento passivo, ma anzi proattivi e sempre pronti a trovare una soluzione per il benessere comune- non più individuale, ma di un’intera comunità – in questo caso, di un’organizzazione, di uno stato, di una comunità locale, di una famiglia). 

Costruire ponti, infatti, ci permette di andare più in là (non solo con il pensiero, ma anche con azioni tangibili nella nostra quotidianità): penso sia un ottimo compromesso dettato da una società dell’informazione che non ci permette di toccare con mano, ma almeno di immaginare “quello che potrebbe essere” se la nostra azione va a buon fine. 

Il brand di un prodotto diventa quindi chiave e veicolo di trasmissione di un messaggio che può entrare nelle case di ciascuna famiglia e azionare il cambiamento desiderato che possa beneficiare una causa maggiore per l’umanità, e non solo vendere.

Per una collaborazione ottimale, che prenda in considerazione gli obiettivi strategici di un’organizzazione internazionale, con gli interessi economici di una corporate company, é necessario applicare il concetto di innovazione, ma anche quelli di trasferimento tecnico e di conoscenze, e awareness-raising (con campagne marketing intelligenti, ad esempio) per rendere società in difficoltà più libere di gestire il loro futuro e lo sviluppo delle proprie economie e popolazioni. La domanda più semplice é: quale é il problema, e come possiamo risolverlo? Se si tratta di malnutrizione infantile, per esempio, allora possiamo chiederci: come é possibile fare in modo che i bambini abbiano più cibo o che vi siano migliori investimenti in tecniche agricole affinché l’economia locale possano provvedere a diminuire il tasso di malnutrizione tra i suoi bambini? Ad ogni problema, la sua soluzione. E la soluzione, a mio avviso, la si trova sempre insieme, nella discussione e nel dialogo continuo. 

Condivido con voi quello che sto studiando ora: i 10 principi di corporate social responsibility e sustainability, stabiliti dall’organizzazione delle Nazioni Unite Global Compact (qui il link dove é possibile leggere maggiormente sull’argomento). Questi principi si poggiano sul sistema di valori e di principi di riferimento di un’azienda. Possiamo dire, quello a cui sta loro a cuore, la loro anima, e quello che spinge loro a fare ciò che fanno.

Questi principi si poggiano sul rispetto dei diritti umani e il rispetto dei lavoratori, della loro dignità, principi di anti-corruzione, di rispetto dell’ambiente e abolizione del lavoro minorile e eliminazione del lavoro forzato, e incoraggiare lo sviluppo e la diffusione di tecnologie rispettose dell’ambiente. Business as a force for good. Per avanzare negli obiettivi di migliori società per tutti, la partnership é un aspetto essenziale della vita lavorativa di tutti i giorni. 

“Que cuando el amor no es locura, no es amor.” Pedro Calderón de al Barca

La metafora della Nave

Eccomi qui, ancora una volta per condividere con voi un paio di riflessioni sulla leadership, un concetto per me molto affascinante. Leadership, femminile o maschile che sia, poco importa, purché contribuisca al benessere di un’ organizzazione in termini di perseguimento di valori comuni, missione per la quale nasce, e di rispetto della responsabilità societaria (e non solo in termini di business), ambientale e umana (quella che potremmo insomma identificare concetto di corporate social resonsibility).

Come oramai avrete imparato, mi piace riflettere su concetti e idee raccontandovi alcuni aneddoti ad essi legati, storie o metafore, perchè mi piace aprire il dialogo, dibattere con voi su tematiche sociali che ci stanno a cuore. E la metafora della nave é quella con cui spiego il mio pensiero in questo periodo: “le persone giuste siedono sulle navi: ciascuno al loro posto” – questa metafora é ispirata dalla metafora del bus – ma che a me piace vedere come nave anziché bus, a dire il vero – nel best seller di Jim Collins, Good to Great.

Nel libro, pubblicato nel 2001, l’autore ci spiega come un leader dovrebbe comportarsi per vedere la sua squadra eccellere e nel far ciò utilizza il potere dell’immaginazione e dell’immaginario a veicolare i suoi concetti.  In breve, secondo Collins, i leader sono capaci di trasformare le loro organizzazioni e non iniziando non dal fissare una direzione, imponendo regole, ma mettendo insieme le persone giuste, così come su una nave ognuno siede al proprio posto, quello giusto. Ma la domanda, centro poi della metafora potremmo dire, e cui l’autore poi ci mette a confronto è la seguente: come fare a riconoscere le persone “giuste”?

La risposta che ci da Collins potrebbe essere riassunta ocme segue. I leader riconoscono 3 semplici verità:

  • Se inizi con allprocciarti al “chi”, piuttosto che al “cosa”, puoi adattarti più facilmente a un mondo che cambia;
  • Se hai le persone giuste sulla tua nave, il problema di come motivare e gestire le persone scompare in gran parte, perché saranno loro stesse auto-motivate, avranno un inner drive (una spinta interiore – un volontà di apprendimento, di curiosità e di migliorarsi) per raggiungere migliori risultati e far parte della creazione di qualcosa di eccezionale;
  • Se hai le persone sbagliate, non importa se scopri la giusta direzione; non avrai un’ottima compagnia.

Assemblare la squadra, circondarsi di persone giuste, insomma, è il primo punto cruciale. É il potere di una giusta community: insieme si puo’ imparare, si possono sviluppare tanti progetti, si possono aggiustare gli angoli, scoprire i propri talenti e i talenti, le passioni e gli interessi del proprio team, per vedere lontano, insieme, proprio come i passeggeri di una nave. Lo vedo nel mio lavoro, ogni giorno: se si crede in una causa comune, si lavora bene insieme perché si vogliono raggiungere gli stessi obiettivi umanitari e che possano giovare intere comunità sul lungo termine. 

E rifacendomi a questa metafora della nave e a queste tre “regole d’oro”, penso che, in Italia come all’estero, la grinta, la motivazione e la voglia di fare sono (e devono) essere premiate. Certo, ci vuole una buona dose di impegno, concentrazione, attenzione ai dettagli e tanta pazienza, ma alla fine, i risultati arrivano e i sogni possono avverarsi.

E mi piace pensare a questa metafora come a una vera e propria nave che si dirige verso orizzonti nuovi da esplorare insieme, tra vento e mare, simboli della libertà e della volontà di conoscenza e in più, da una nave non é cosi facile scendere, come da un bus, e sulla nave quindi  supportare il team (e alle volte dovremmo pure prlare di sopportazione e resilienza. Insomma, non solo di supporto, ma anche di sacrificio). Bisogna quindi mettere tutti al posto giusto, liberi di  liberare il potenziale di ciascuno per poter vivere bene insieme, e credere insieme in uno stesso ideale, lottare insieme e amare insieme.

Come c’insegna Catullo, nel lavoro, come nelle relazioni, Odi et Amo, ci si odia e ci sia ama: bisogna solo crederci un poco di più e avere la forza e l’entusiasmo di andare avanti, navigare ancora un po’, tra vento e mare, ogni giorno!  

We are all on the same boat!

Sailor Gaia

Simmetrie di uno scontro tra (In)Civiltà

La crisi migratoria che stiamo vivendo ci rivela l’attuale stato del mondo, il destino che inevitabilmente abbiamo in comune.

Sono le 18.32 di lunedì 16 luglio 2018 e Cristiano Ronaldo fa il suo ingresso nel club Gianni e Umberto Agnelli di Torino, la più bella sala dell’Allianz Stadium. Il migliore del mondo è un giocatore della Juventus. Con lui tutta la famiglia e il piccolo Cristiano Jr, che si diverte a fare facce buffe ai giornalisti, attenti a captare e registrare ogni singola parola del calciatore. L’Italia lo accoglie entusiasta, milioni di tifosi lo aspettano fuori, già da ore gridando il suo nome, esaltati nel vederlo con la divisa della Juve che lo veste alla perfezione.

Ore 18.32 di lunedì 16 luglio 2018 Josepha é dispersa in mare al largo delle coste libiche. Intorno il Mediterraneo, il nero della notte che si confonde con le onde del mare, poi di nuovo la luce del giorno. Per due notti e due albe. Gli occhi di Josepha sono sbarrati, profondi come il mare e scuri come le notti passate aggrappata ad una tavola di legno. Ha visto una donna morire accanto al suo bambino riversi, con il volto coperto dall’acqua. Ha sentito la loro voce farsi sempre più deboli insieme alla loro forza. Nessuno li ascoltava, nessuno sapeva i loro nomi. A lei, avvolta in coperte termiche donategli dalla stessa ONG spagnola Open Arms che l’ha salvata, l’Italia chiude le proprie porte. La motivazione? Livello migratorio ad un tasso tale che ne impossibilita l’entrata.

È dall’inizio della modernità che alla porta dei popoli bussano profughi in fuga dalla bestialità delle guerre e dei dispotismi o dalla ferocia di una vita la cui prospettiva è la fame. Per chi vive dietro quella porta i profughi sono sempre stati stranieri. Solo che oggi ci troviamo a fare i conti con un vero e proprio attacco di ‘panico morale’, il timore che questo “virus” infetti il benessere della società. Dalle promesse mancate della modernità è derivata la caduta delle illusioni: nessuno oggi crede più in un futuro accompagnato da un progresso infinito. Il 90% delle risorse e quindi della ricchezza mondiale è detenuta dall’1% della popolazione. I confini si sono aperti annullando le barriere spaziali trai continenti, mettendoci faccia a faccia con le incertezze dovute all’assenza di politiche sociali effettive. Ed ecco riaffiorare la paura irrazionale di ciò che è sconosciuto, lì pronta a dimostrarci così sfacciatamente come la modernità non sia in grado di gestire l’aspetto irrazionale dei sentimenti legati ai fenomeni sociali.

Quei nomadi, non per scelta, ma per il verdetto di un destino inclemente, secondo le affermazioni del sociologo polacco Zygmund Bauman, ci ricordano in modo irritante, esasperante e raccapricciante quanto vulnerabile sia la nostra posizione nella società e fragile il nostro benessere.

Non c’è dunque da stupirsi se nel 2017 la parola dell’anno, secondo la Fondazione Spagnola “Urgente”, sia stata “aporofobia” e che già dal settembre dello stesso anno sia stata inclusa nel Dizionario della lingua spagnola della Real Academia. Un termine che si riferisce alla paura atavica che si attiva ogni volta che entriamo in un periodo di crisi economica, dal greco áporos (colui che è privo di risorse) e che letteralmente significa “rifiuto o avversione verso i poveri”. Coniato dalla filosofa spagnola Adela Cortina ed usato per la prima volta dalla stessa nel 1995 in occasione della Conferenza Euromediterranea di Barcellona, già infocata sui temi caldi dell’area mediterranea, quali immigrazione, crisi e disoccupazione.

Ci confrontiamo ad una società che definisce “xenofobia” o “razzismo” il rifiuto degli immigrati o dei rifugiati, quando in realtà questa avversione non è dovuta al loro status di stranieri, ma al loro indice di povertà. Secondo il rapporto pubblicato nel 2017 in Spagna 17 casi sono stati segnalati per aporofobia: il 47% delle violenze subite dai senzatetto è stato un crimine di odio da aporofobia e di queste persone almeno l’81% hanno subito violenza in più di un’occasione. I dati non variano di molto in Italia, dove la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 30% (18.136.663 individui), e la violenza nei loro confronti è in significativo aumento.

L’umanità non apprende e sembra aver dimenticato il proprio passato. In Italia sono lontani ormai i tempi in cui emigrare significava speranza, non si vogliono ricordare i tempi in cui intere famiglie si imbarcavano in veri e propri viaggi infernali in cerca di una possibilità di futuro oltre oceano. Ma soprattutto sembra non appartenerci più il tratto di diffidenza provato dai nostri connazionali appena sbarcati negli Stati Uniti o in Australia. La nostra generazione non l’ha vissuto, io non ho provato niente di tutto ciò sulla mia pelle. Barcellona mi ha accolto a braccia aperte e non ho mai sentito nemmeno per un momento né rifiuto sociale né repulsione per il mio status di migrante.

Mi definiscono ‘cervello in fuga’ ma non mi categorizzano per la mia provenienza geografica. Ma avrei potuto dire lo stesso se mi fossi trovata in una situazione di povertà assoluta?
La realtà dei fatti mi porta a pensare che no, gli atti particolari di empatia ed umanità di cui è capace l’essere umano mi fanno sperare che non è ancora troppo tardi. È ancora possibile fermare l’espansione di questo panico generalizzato che ci fa identificare il migrante o il povero come il nemico e non ci lascia vedere che i veri nemici siamo noi stessi. Dovremmo fermarci e riflettere sull’importanza che diamo alla vita in se e su cosa siamo disposti a fare per preservarla.

“Nessuno mette i propri bambini su di un barcone, a meno che l’acqua non sia più sicura della terra” (Warsan Shire)

 

Connettiamo il mondo partendo da…

Nella vita penso che un pizzico di riflessione personale sulle attività che si intraprendono, sulle persone che si conoscono e sui progressi professionali che si raggiungono sia sempre necessaria.

L’autovalutazione, come quando al liceo organizzavamo le giornate “autogestite”, gestite da noi – e quindi senza la supervisione dei professori, attingendo alla nostra creatività e alle nostre passioni, diventando noi stessi i professori di pittura, di viaggi, di scambi culturali, di sport, di lingua e psicologia, di politica e riflessioni economiche sul cambiamento del mondo attraverso i cellulari e internet – è estremamente importante e utile per capire dove siamo (nel presente) e dove vogliamo andare (nel futuro). Da dove veniamo, la maggior parte delle volte già lo conosciamo.

Nel mio lavoro, ora – tempo presente – amo quello che faccio. Mi occupo di gestione dei social media, coordinamento di stampa durante eventi culturali, riunioni regionali, training dei beneficiari e attività di sensibilizzazioni di giovani. Scrivo in continuazione, ma quello che mi appassiona di più è seguire LIVE, attraverso gli strumenti social media, gli eventi che organizziamo. Interagire con i partecipanti, ascoltarli, capire cosa li spinge ad avvicinarsi a noi, intervistarli e “catturare magici momenti di straordinaria quotidianità”. Una volta che passa un evento, ci si rende conto che l’organizzazione segue uno schema prestabilito, ma quello che cambia sono le persone che partecipano. Ogni volta ti rimane addosso la sorpresa sempre nuova del conoscere l’altro, del discutere su argomenti differenti (dalle convenzioni per la protezione del patrimonio mondiale culturale all’educazione per uno sviluppo sostenibile delle città e delle comunità) e di sviluppare le notizie nel momento presente, che scivolano con hashtags su Twitter, registrando magari i video sulle emozioni dei partecipanti. Molto spesso, impegnati a cambiare il presente del mondo intavolando discussioni sui temi del futuro.

Ascoltando gli altri, capendo l’altro veramente, si sviluppa empatia, si diventa più “morbidi”. E i social media possono servire anche a questo: ad amplificare e a espandere nel mondo quei messaggi di pace, di compassione e quelle voci di menti brillanti con idee straordinarie che possono essere d’ispirazione. Ma possono anche traghettare le voci di quei giovani alle prese con le sfide della vita, che devono essere ascoltati: noi serviamo anche per portare le loro voci in alto, ossia verso livelli politici e ministeriali dove i negoziatori e i governi devono essere pronti – con orecchie e cuore aperto – a studiare e valutare le richieste dei possibili giovani leader del domani.

Le piattaforme dei social media sono la rivoluzione del nostro presente. Bisogna usarle senza però abusarne, quasi “capendole”: per far questo si deve saper pubblicare contenuti utili, rilevanti e interessanti, e si deve anche interagire con il pubblico, rispondendo a domande e chiarimenti. E – perché no – anche sfidando gli ascoltatori o i lettori attraverso immagini, video e quiz per approfondire determinate conoscenze e risvegliare il proprio senso della curiosità. Così si possono davvero (s)muovere persone, sviluppare storie vere e rompere stereotipi, stravolgendo trends (#) negativi in attitudini e comportamenti positivi delle persone. Questo in tutto il mondo.

Se dovessi definire quello che faccio e perché lo faccio, è perché ogni giorno credo fermamente nel cambiamento di cui, ad oggi, ho fatto esperienza e ho testato sulla mia pelle. Questa è l’unica costante, l’unica certezza. Credo negli esseri umani, credo nei comportamenti giusti, nel rispetto, nel dialogo, nella solidarietà, nel buon cuore, senza abusi, nell’amore multiculturale, nell’ascolto senza giudizio, e cerco di portare il mio messaggio nel mondo attraverso un’organizzazione che ha combattuto le guerre e che vuole portare la pace nelle menti degli uomini e delle donne. Per un mondo dove le Nazioni possano essere uniti. Tutto comincia da noi, dagli esseri umani di questa terre che costituiscono queste Nazioni. I social media sono solo uno strumento di quello che sappiamo già ma che, purtroppo, abbiamo dimenticato.

Vediamo se la tecnologia può riportarci vicini, insieme, in un’immensa pangea di abbracci condivisi. Uniamo il mondo. Attraverso le nostre azioni quotidiane. E impariamo ad usare questi strumenti a nostra disposizione in maniera positiva, utile per connettere il mondo in ogni modo possibile.

Ps. Nell’immagine, vado in bicicletta durante l’assemblea generale delle Nazioni Unite programma per l’ambiente il 4 dicembre. Un’iniziativa per valorizzare l’aria pulita, con meno automobili e maggiore contatto con la natura. Questa immagine rispecchia anche il mio spirito, con una citazione di Albert Einstein, che recita più o meno cosi: la vita è come andare in bicicletta. Per mantenere l’equilibrio, bisogna continuare ad andare, senza fermarsi.