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Intervista a Simone Venturi, ricercatore in ingegneria aerospaziale all’University of Illinois (USA)

Quando il telefono virtuale di Skype inizia a suonare, qui a Terni (in Umbria, IT) sono circa le sette di sabato pomeriggio. A rispondere dall’altra parte dell’Atlantico settentrionale, a Champaign (Illinois, USA), è Simone Venturi, 27enne ternano che da Milano è arrivato in Olanda per un progetto di exchange e quindi in America prima per la tesi e poi per un dottorato in ingegneria aerospaziale all’University of Illinois at Urbana-Champaigh, tra le prime cinque università degli States per questo specifico settore.

Da loro – mi racconta Simone – è quasi mezzogiorno: il suo gruppo di ricerca (con persone che vengono da tutto il mondo) oggi può lavorare da casa. Non è necessario essere tutti i giorni in laboratorio o seguire rigidi orari con tanto di firma delle presenze. D’altronde si tratta di una materia veramente specifica: l’aerotermodinamica, ossia lo studio della temperatura sullo scudo termico delle navicelle spaziali mentre rientrano o nell’atmosfera terrestre oppure entrano nelle atmosfere di altri pianeti (come ad esempio Marte).

Simone la fa sembrare la cosa più facile del mondo. Ma facciamo un passo indietro: la storia del nostro Italian del mese inizia durante gli studi universitari al Politecnico di Milano, più precisamente all’inizio del secondo anno di specialistica in ingegneria aerospaziale.

Cercavo un possibile argomento ed un buon relatore per iniziare la tesi – ricorda Simone – di professori bravi la facoltà ne è davvero piena, tutti costretti però a lavorare su progetti che siano praticamente autofinanziati. Tante pale eoliche, tanta ingegneria del vento: ho provato a farmi piacere entrambi con corsi ed esami, davvero. Lì di fondi statali ed europei ce ne sono fin troppi e andiamo benissimo. Ma niente che sognassi di fare quando alle superiori mi vedevo iscritto ad Aerospaziale”. Così Simone ha iniziato a mandare email in tutto il mondo, in Germania, Svizzera, Olanda, Svezia, Inghilterra, America: “Cercavo sui siti dei dipartimenti contatti di professori che lavorassero su tematiche interessanti e gli chiedevo di poter collaborare sul loro progetto. La fortuna ha voluto che dopo quasi tre settimane, circa 60 mail inviate e quasi rassegnato, parlando con un mio amico, venisse fuori il nome di questo giovane professore toscano che tempo prima aveva tenuto un incontro all’università di Perugia e che a 38 anni non solo è professore all’University of Illinois ma è anche ricercatore NASA ed ESA”.

Ma quanto è stato facile lasciare tutto e partire? “All’inizio ho preso questa decisione pensando di stare in America per 6 mesi e di tornare in Italia per trovare lavoro. Le cose sono andate per il meglio, sono venuti fuori ottimi risultati: il professore mi ha chiesto di tornare negli USA per altri tre mesi ed insieme abbiamo fatto domanda per un bando NASA proponendo un progetto che altro non era che il proseguo naturale di quanto fatto in quei mesi di studi per la tesi”. Da qui è arrivata l’avventura dei sogni: “Sono stato tre mesi in internship alla Nasa a Mountain View, California, per quello che loro chiamano Game Challenge, ossia per testare fattibilità e tempi del progetto che avevamo proposto insieme al professore”. La NASA, ci racconta il giovane, è un centro di ricerca impressionante, gigantesco, come te lo immagini nei film: “Lavorare li è il sogno della mia vita, hai intorno persone davvero in gamba e vivi a stretto contatto con tutto quello che hai studiato nei libri. Ti capita di trovare una navicella nei laboratori, i risultati dei diversi test disponibili, meeting aziendali sulle future missioni, vedi numeri sperimentali di progetti che verranno realizzati nei prossimi cinque anni”. E dopo l’esperienza dei suoi sogni, Simone ha deciso di rimanere in America all’università dell’Illinois per un dottorato di altri 4 anni.

Mettendo a confronto i due sistemi educativi, le differenze con l’Italia sono lampanti: “Il dottorato in Italia ancora non è visto come un ulteriore punto di forza alla laurea specialistica – spiega Simone  – spesso viene considerato un approfondimento inutile che sottrae tempo all’azienda. Probabilmente, se mai tornerò in Italia, non credo che grazie al dottorato americano ci saranno ricadute importanti sulla mia carriera”. Dalla sua esperienza, Simone ha potuto vedere come in Europa molte delle aziende richiedano proprio nel curriculum vitae il dottorato: “Anche in America è fondamentale, però c’è da dire che le cose che ho studiato in Italia non sono paragonabili a quello che faccio qua. Se è vero che negli USA c’è più ricerca, in Italia però c’è più insegnamento”.

In altre parole, quello che penalizza l’università italiana è la mancata connessione con i centri di ricerca e il mondo aziendale. Quello che andrebbe cambiato, secondo il giovane ricercatore, è proprio l’idea alla base del sistema universitario italiano a partire da bandi e assegnazione di cattedre: “Non so se è una questione di tempo o se si risolverà con un cambio intergenerazionale – commenta Simone – nell’università italiana c’è più politica rispetto all’America, ecco perché spesso si parla di favoreggiamenti. Ma il problema della mancata meritocrazia, almeno per la mia esperienza, non l’ho mai vissuto”.

Tornare in Italia non è così semplice come si crede: “Anche se nel campo ingegneristico il lavoro si trova, in America lo stesso ruolo è pagato 4 volte tanto. Forse anche questo è uno dei motivi principali che porta sempre più giovani a lasciare il proprio paese”. Ma non sono solo questi i problemi da risolvere: “Se vuoi fare ricerca in Italia non ci sono abbastanza posti. Nelle aziende c’è pochissimo lavoro. Mancano i finanziamenti veri e seri per centri di ricerca, mancano start up di alto livello tecnologico. Ma non è vero che è tutto immobile: al Politecnico mi sono accorto che si sta andando nella direzione giusta, stanno iniziando a stringere contatti con le industrie. Bisogna rafforzare e creare una rete dove l’università sia presente e abbia poli tecnologici importanti”.

Lontano da casa, Simone ha avuto anche l’occasione di accorgersi di quanto all’estero gli italiani siano ben stimati: “La nostra preparazione accademica, per me, è paragonabile soltanto a quella che hanno gli indiani e forse i francesi. Sappiamo tanto ma lo sappiamo applicare poco”.

L’ottimo si trova in una via di mezzo: “Forse è veramente un bene, dopo l’università italiana, imparare gli strumenti per mettere in pratica tutto quello che abbiamo imparato. Ed ecco perché serve un’esperienza all’estero – conclude Simone – per tornare, però, serve che l’Italia metta nelle giuste condizioni tutti noi giovani con questo bagaglio enorme di esperienza multiculturale che ci portiamo, con tanta fatica e sacrifici, sulle nostre spalle”.

 

La felicità dei bambini

Vivere in Africa è un’esperienza che ti cambia la vita. Essere a contatto con i kenioti, o con i senegalesi, o con i nigeriani, è un contatto umano che ti toglie il fiato. Pensiamo di essere diversi, Europei e Statunitensi, Brasiliani o Nigeriani, ma siamo fatti tutti della stessa pasta, dello stesso sangue del genero umano, e abbiamo tutti bisogno di protezione, accoglienza, affetto.

E con questo, dobbiamo essere in grado di sviluppare un’empatia e un’intelligenza emotiva cosi forte che ci possa permettere di affrontare qualunque situazione, faccia a faccia con la dura realtà e le condizioni di vita di bambini lasciati a loro stessi, con genitori deceduti per HIV, in un circolo interminabile di povertà.

La povertà è derivata dall’assenza di protezione sociale. A livelli politici e comunali, è necessaria la chiamata e l’azione dei governi di ciascuno stato per garantire il benestare della popolazione. A livello sociale, sono i leader e rappresentanti eletti in carico e responsabili per la presenza di infrastruttura sanitarie, di scuole e di mense per crescere una popolazione più forte e pronta a fronteggiare le nuove sfide globali. È importante conoscere la geografia, la storia, la matematica, l’economia, e le relazioni tra gli stati.

Una popolazione con accesso all’educazione è il futuro di una nazione. Le difficoltà emotive, strutturali di una famiglia e logistiche di un ambiente ( trasporti, supermercati, accesso agli ospedali) non devono e non possono impedire lo sviluppo e la fioritura di una popolazione. Lo stato deve intervenire, e le organizzazioni non governative possono fare molto, entrando direttamente a contatto con le persone. Gli organismi internazionali devono garantire e monitorare il lavoro tecnico e finanziario dei governi, affinché questi ultimi mettano in pratica le politiche necessarie a migliorare i servizi e il benestare della popolazione.

Leggendo il recente rapporto annuale della felicità 2017, non mi stupisco che non vi siano nelle posizioni top paesi africani. Il livello di felicità è basato su indicatori quali l’empatia, la compassione, la libertà, la generosità, l’onestà, la salute, l‘aspettativa di vita, il reddito, la good governance e l’avere qualcuno su cui contare in momenti di difficoltà. Qui c’è bisogno di good governance, di maggiore responsabilità e coscienza del futuro. Il Futuro è l’Africa. Ma l’Africa ha bisogno di una popolazione forte, sana, che sia in grado di studiare e che possa contribuire con l’intelligenza e la resilienza ad affrontare la vita vera, quella che richiede sforzi sovra umani per servire gli altri. Non a livello della sola comunità, ma aprendo gli occhi ad una solidarietà globale e all’accoglienza di popolazioni che sfuggono alla mancanza di speranza e alla perdita di vite.

Nello scenario dei nazionalismi, della Brexit e dei populismi europei, dobbiamo aprire gli occhi e guardare lontano, davanti a noi, molto più lontano, per poter alleggerire i pesi di milioni di persone che combattono, ogni giorno, a piedi nudi, attraversando chilometri di terra, per raggiungere i luoghi protetti e felici delle scuole, che hanno bisogno di essere migliorate, con migliori servizi igienici per i bambini, migliori mense e cibo genuino e gratuito per tutti, l’avvento e l’apprendimento di internet, degli smartphones e dei 4 G, di come gli strumenti della tecnologia e dell’informazione possano accelerare il progresso, lo sviluppo economico di un paese, di una regione intera, di un continente, da cui siamo tutti partiti, ma non ci ricordiamo più.

Resilienza e affrontare ogni giorno la vita, questa la sfida, e il guardare lontano, il sapere aspettare, agire al momento giusto e lanciarsi appassionatamente nel vortice della vita, che ci prende e ci aiuta, sempre. È necessario appoggiarsi gli uni con gli altri, chiedere, essere pazienti, dormire e mangiare per ricaricare le energie, ed essere pronti ad eventi e sorprese inaspettate. Con energia, determinazione, forza e coraggio, la felicità dei bambini è l’obiettivo più alto a cui dobbiamo ambire tutti. Dobbiamo essere felici, e dobbiamo trasmettere amore, speranza e aprire la mano all’immaginazione, per sognare mondi migliori, in cui il tenersi per mano da molti più frutti a lungo-termine, che il semplicemente correre verso un isolamento che ci porterà alla depressione sociale e economica, un tunnel buio da cui potrebbe essere molto difficoltoso uscire.

Per alleggerire gli animi, questa è la canzone a cui ho pensato scrivendo il pezzo,

Che Rumore fa la felicità: https://www.youtube.com/watch?v=Za0MWILUQcM

e qui alcune foto della visita del nostro ufficio nella slum di Kibera, in Kenya, la maggiore in Africa, per estensione e popolazione. I sorrisi ci sono ancora,la volontà di imparare c’è, serve solo energia e good governance. Siamo qui a lavorare per questo.

A presto,

Gaia

The Italians meets Kosmonauts – Intervista a Marco e Andrea Nasuto, autori del docufilm Kosmonauts – What does it mean to be Italian?

Forse Andrea e Marco li conoscete già, dei due fratelli Nasuto e del loro primo documentario – Made of Limestone – ne hanno parlato Quartz, l’Università di Cambridge, CUNY University, Wired, il Corriere della Sera, il Sole24Ore, La Repubblica, The Huffington Post, Il Post, Linkiesta, e il Fatto Quotidiano.

Bella lista, eh?

Il loro primo documentario ha ricevuto pure l’endorsement di Roberto Saviano, che non ha esitato a definirli “due talenti geniali della documentaristica”, e  a questo giro non non possiamo che essere d’accordo!

Ma chi sono Marco e Andrea Nasuto? Il primo è un ingegnere aerospaziale con master in Aerospace alla University of Manchester, con una tesi sui voli suborbitali realizzata con un vero e proprio astronauta, mentre il secondo ha una laurea in Finance alla Bocconi, ha studiato alla University of Toronto, Waterloo, e infine Data Science a General Assembly (New York). Insomma, due Italians coi fiocchi.

Non poteva non essere amore a prima vista!

Ma cosa succede quando i fratelli Nasuto – un bagaglio enorme di esperienza e una domanda in valigia su cosa significhi essere italiani oggi – incontrano quelli di The Italians? Beh lo scoprirete presto… Con questa intervista inauguriamo la partnership per la realizzazione del documentario “Kosmonauts – what does it mean to be italian? A data-driven docufilm about identity: to build a life in this world without fearing it”, convinti che sarà un bellissimo viaggio… possibilmente fino allo spazio, destinazione Italia.

E per intraprendere al meglio questo viaggio, abbiamo deciso di far conoscere anche a voi Andrea e Marco come si deve, con un’intervista-chiacchierata grazie alla quale possiamo davvero presentarvi questi due prodigi della documentaristica fai-da-te-e-fallo-per-bene.

 Dopo la solita operazione d’indagine (non chiamatelo stalking!) per conoscere meglio i nostri partner e amici, e dopo le presentazioni “ufficiali”, abbiamo subito capito che per questi due la vita dell’expat non era solo un modo di dire, o un tormentone legato alla “fuga dei cervelli” che tanto piace alla stampa nostrana. Tutt’altro: sappiamo infatti che di esperienze all’estero i due ne hanno fatte parecchie e con grande successo. Non abbiamo potuto non chiedergli da dove e quando è nata l’idea di intraprendere questo viaggio lontano dall’Italia, ma sempre alla scoperta del loro (e del nostro) Paese.

Insomma, ci siamo chiesti e gli abbiamo chiesto: com’è nata l’idea dei cosmonauti?

Marco: Crediamo che il seme all’origine di Kosmonauts sia il confronto con la diversità. Le cucine, gli incontri, le incomprensioni, gli amori, le difficoltà linguistiche, diverse architetture, diversi modi di stare al mondo. Costruire una nuova casa altrove necessita apertura, compromessi, perdite ed acquisizioni. Più in generale, mettersi in discussione. La gioia nel sentirsi più aperti, in pieno divenire, porta anche un senso di smarrimento. I rientri in Italia per le vacanze segnavano un distacco silenzioso. Nessuno mi aveva avvertito del cosiddetto “reverse cultural shock”. L’appartenere a casa ma anche il non appartenervi più. Chi sono?

Ricordo di aver cambiato molto la mia alimentazione. Ero a Manchester e non mangiavo pasta da mesi. Non mi mancava. Da grandissimo amatore della pasta, la cosa era uno shock. Mi sono chiesto “ma non è che non sono più italiano?”. Questo aneddoto insignificante è stato, per me, la punta dell’iceberg, il formale incipit del viaggio. Esplorare l’identità italiana era un’idea animata da un voler trovare qualcosa di solido, inconsciamente trovare una definizione alla quale ancorarmi.

Due fratelli, mille interessi diversi ma un unico destino comune: film-makers e data-scientists. Storytelling e data analysis, ma come fate a coniugare le due cose? Scienza missilistica, architettura, design dell’interazione, econometria, urbanistica, astronauti… manca altro all’appello?

(Risate) No, per ora no. Come disse Carla Harris (Morgan Stanley) in un’intervista su Bloomberg “I Millenials avranno 4-5 carriere durante la loro vita”. Noi ci stiamo preparando in anticipo…

Storytelling e data analysis…Direi non solo data analysis ma data science. Ci sono diversi aspetti, diverse sfide che abbiamo dovuto affrontare per fare Kosmonauts:

  1. L’argomento: l’identità. E’ un macro tema enorme che non potrà mai avere una definizione strettamente scientifica, assoluta, inequivocabile. Questa la primissima sfida. Come muoversi tra le linee di una rappresentazione del mondo soggettiva e la volontà di lasciare più spazio possibile alla visione delle cose di chi guarda il film? Ancora, come legare diversi argomenti, descriverli in maniera analitica avendo sempre in mente quell’impossibilità di arrivare ad “una verità”? Ecco la seconda parte del problema.
  2. Costruire un impianto analitico, un framework. Per tutti i sotto argomenti abbiamo iniziato a leggere un quantitativo enorme di letture, per acquisire il cosiddetto domain knowledge. Nel frattempo analizzavamo dati. Dal report del ministero degli interni sulla criminalità in Italia, ad un lavoro ad hoc, da zero, utilizzando strumenti dell’intelligenza artificiale per analizzare la povertà e gentrificazione a New York, in particolare lì dove è nato il più grande fenomeno culturale giovanile degli ultimi 30 anni: l’hip hop e la street art.
  3. Armonizzare l’impianto con le storie reali e con la nostra storia: il lato emotivo del documentario.

In generale, sentiamo che i margini sono ancora ampi, non si smette mai di imparare.

Bene, la domanda sul rapporto tra data e storytelling ce la siamo giocata, ma siamo sempre più curiosi e allora scopriamo qualcosa in più sul docufilm Kosmonauts. Entriamo nella questione “identità”: chi sono i cosmonauti che voi descrivete? Che messaggio volete lanciare a questa nuova generazione di viaggiatori? Verrebbe da chiedersi… possiamo tutti noi essere cosmonauti (felici), oggi?

Il cosmonauta è l’esploratore per eccellenza, lo spazio, la barriera da superare. Questo il primo motivo dietro il titolo, il potere simbolico del cosmonauta. L’altro motivo è che lo spazio è un luogo pericoloso, che richiama l’infinito, la diversità, le distanze. Ci vuole moltissimo coraggio per esplorare, per essere cosmonauti. Kosmonauts è un viaggio interiore, perché “cosa vuol dire essere italiani?” è chiedersi “chi sono?”. Ed i viaggi interiori, quelli nel profondo, sono i più ardui e spaventosi da fare. Di nuovo, il potere simbolico del cosmonauta.

Come ogni viaggio richiede, serve una bussola. “Bisogna perdersi per poi ritrovarsi”, ma all’atto pratico serve una bussola. Come ti costruisci una bussola? Da una parte c’è un lato analitico, di comprendere e misurare determinati eventi, la portata di alcune dinamiche, assimilare dei macro concetti logici. Dall’altra parte, c’è la bussola emotiva. Costruire una nuova casa cosa richiede? Sapere che è l’era della fluidità (dal lavoro alla mobilità) cosa richiede? Noi crediamo che si possa fare un training per diventare cosmonauti della vita. Non fornendo risposte ma ragionare assieme sulle domande, su un taglio ampio, inclusivo nel vedere le cose.

“Basta un pomodoro per descrivere il tutto”.

Parliamo della vostra sfida: l’Italia non è (ovviamente) solo il pomodoro, simbolo per eccellenza del ‘Made in Italy’. Eppure in pochi si chiedono veramente cosa ci sia dietro quel popolo che mangia (solo) pizza, pasta, lasagna e spaghetti… Dal Gargano al mondo, da Made of Limestones a Kosmonauts, quali passi avanti avete fatto? Siete riusciti a capire cosa significhi davvero essere Italians nel mondo, oggi?

Sentivo moltissimi italiani dire “che schifo la pizza inglese!”, “eh ma questa è la vera pasta italiana!” e così via. Ci sono milioni di esempi possibili che seguono questo schema. Moltissimi italiani fuori (e non solo) si nutrono di queste “àncore identitarie”. Dopo Kosmonauts dico che tutte queste espressioni non hanno alcun senso. Cioè, la pizza “inglese” può farti schifo, va benissimo. Ma non c’è nulla che può essere messo in una scatola. C’è un discorso sulla cornice temporale con la quale inquadri le cose, che è fondamentale. Questo protezionismo mentale è lontanissimo dal perché abbiamo la pizza oggi, dal perché vero e profondo della bellezza italiana. Credo essa risieda proprio nella diversità. Geneticamente lo siamo. Siamo il popolo più variegato d’Europa. Linguisticamente, è impressionante il numero di “lingue locali” (i dialetti). Per non parlare della cucina, dei paesaggi, della teatralità di vita che riempie l’Italia.

Tutte queste cose nascono dal fatto che siamo estremamente diversi, variegati.

Immagina la cucina, ad esempio la pizza margherita. Visualizzatela quando era una novità. Il pomodoro, importato dal Perù, era considerato velenoso, di scarso valore, cibo per i più poveri. La pizza stessa è di probabile derivazione di questi pani di forma piatta provenienti dal bacino del mediterraneo. In termini estremamente rozzi, oggi diremmo gergalmente “una roba araba”. E’ un piatto meticcio, frutto di sperimentazioni, di persone che hanno rotto le regole, innovato. Questo schema dell’iterare, dello sperimentare contiene sempre apertura. Invece sento spesso, in tanti amici italiani, in tanti ambienti politici, l’abuso della parola tradizione. “Non tradire la tradizione”, “proteggere la tradizione”, “riportare in vita la tradizione”. Peccato che la parola tradizione viene dal latino tradere che significa “consegnare” e “trasmettere”, ma che è anche all’origine del verbo italiano “tradire”. Citando l’antropologo napoletano Marino Niola “La cucina è tradizione nel senso che è motore di ricerca e di contaminazione.”.

Una piccola curiosità: che effetto fa essere citati, tra gli altri, da Saviano in un editoriale di Repubblica che parlava della vostra terra e del vostro primo documentario? Vi aspettavate tutta questa visibilità?

L’intervista che rilasciò su Repubblica, parlando anche di Kosmonauts, ci fece l’effetto che può fare a chiunque capisca il peso di chi è Saviano. Ero in treno per Milano quando lessi all’improvviso il messaggio di Andrea con il link all’articolo. E’ emozionante.

E per concludere, quando gli abbiamo chiesto quali siano, a parer loro, i problemi maggiore da risolvere per i giovani italiani per fare in modo che non sentano più la necessità di andare altrove per realizzarsi, i due fratelli ci hanno risposto: Il problema non è non sentire più la necessità di andare altrove per realizzarsi. Questa libertà vorrei potesse esistere sempre, paradossalmente anche in scala maggiore. La chiave è quella parola, “libertà”. Siamo liberi di scegliere dove realizzarci? Questa emigrazione è una non-libertà.”

E cosa possiamo aggiungere? Hanno già detto tutto loro, a noi non resta che aspettare l’uscita di Kosmonauts, da guardare nelle nostre case chissà dove in giro per il mondo, in compagnia di un bicchiere di vino e dei popcorn.

Nel frattempo, e a supporto del lavoro coraggioso di questi due ragazzi, voi potete supportare la loro campagna su Kickstarter qui: https://www.kickstarter.com/projects/133817763/kosmonauts-what-does-it-mean-to-be-italian e seguirli su Facebook qui: https://www.facebook.com/kosmonautsmovie/


Parigi vista da Paris plage

Se cammini lungo la Senna andando verso il centro incontri Paris plage. Tanto quanto la più tradizionale notte bianca di Parigi, quel fazzoletto di sabbia incarna lo spirito libertario della borghesia francese, uno spirito di solidarietà verso chi resta in città, l’idea di estendere il piacere anche a chi non può permetterselo (a patto di non avvicinarsi troppo ai banchi del cibo). È lo stesso spirito di altre estati, quella romana ad esempio, che non si celebrano più. Ma lasciamo andare i paragoni e concentriamoci su una città che sembra non voglia lasciare nulla al caso neanche in tempi di terrorismo: sport, cultura, relax per tutti.

Così, lungo la camminata che costeggia la spiaggia è un susseguirsi di occhi che osservano ma anche di mitra, militari e polizia, una marcia accompagnata dal canto registrato degli uccelli delle campagne francesi. Una contraddizione macroscopica o la semplice routine?

Forse tutte e due. L’impressione è che lo spirito libertario resista, viaggi sulle gambe e nella mente delle persone, ma non possa persistere. La spinta propulsiva all’apertura appare sempre più debole, il sospetto corre lungo Paris plage. Ed è un vero peccato.

Non ci resta dunque che sperare, persino al di là del merito, in quei progetti che avevano avuto avvio prima di questa nuova società terrorizzata. È il caso del progetto “Grand Paris” che amplierà i confini, e forse anche le opportunità, della città, portando, con un effetto secondario, nuova linfa ai progetti culturali e sociali nelle periferie. L’idea sarebbe di integrare sempre più le banlieue nella vita urbana, contaminando le periferie con gli stili di vita del centro.  Manifestazioni estive come Paris plage potrebbero moltiplicarsi superando la barriera della cintura storica parigina. È certo però che assieme alle opportunità cresceranno anche i prezzi delle case, i costi della vita, e con ogni probabilità una buona parte degli abitanti delle odierne banlieue saranno spinti più lontano da Parigi.

A naso guadagneranno quasi tutti, i vecchi proprietari delle case che rivenderanno a prezzi eccezionali, i nuovi proprietari che potranno godere di un trasporto rapido con il centro e di abitazioni moderne, i commercianti, le agenzie immobiliari e persino i centri culturali che vedranno crescere gli iscritti provenienti dal centro città.

Ovviamente lungo il percorso si porranno degli inconvenienti e ci saranno dei soggetti sociali che pagheranno le spese di Grand Paris.  Forse alla valutazione, tanto di moda oggi, degli impatti della riforma bisognerà aggiungerne uno, l’impatto sul terrorismo come fenomeno politico e sociale.

 

Natale con i tuoi… Pasqua con i tuoi

Mi stavo domandando con quale maschera, da quale paese straniero iniziare, ma dopo le vacanze di Pasqua ho trovato qualcosa che preme ancora di più. I rientri sono importanti tanto quanto le partenze. La prima faccia da Italian di cui voglio parlare è quella di quando il biglietto andata e ritorno ci porta a casa, dalla famiglia e dagli amici rimasti nella città o paese di origine. Non si può scampare, spesso e volentieri nemmeno quando ci si trova letteralmente dall’altra parte del globo. Ho sentito raccontare di trasferte natalizie dalla Cina, dall’Australia, solo perché il panettone a casa è stato tagliato nelle solite parti uguali, con una fetta apposta per te. Non si può dire di no insomma.

Quando si torna a casa ci si pone sempre di fronte al dilemma di come raccontarsi con chi non condivide la quotidianità un poco diversa del vivere all’estero. Ci sono gelosie, rancori, i non detti e una montagna di eventi e avvenimenti delle vite altrui persi e sentiti come racconti di terza mano. Ci si deve preparare a vedere tutti un poco più stanchi e un poco più vecchi, a sentirsi irriconoscibili a propria volta. Ma sono giorni di festa, a sentirsi quasi, a poco a poco, degli zii e zie d’America rimpatriati per le vacanze, in versione ‘Millennial’.

Quello di cui è difficile capacitarsi è spesso l’astio e il risentimento a cui assistiamo da Italians che tornano a casa per un breve periodo, o quando ci ritroviamo davanti articoli triti che elencano statistiche sul fenomeno dell’emigrazione – puntando il dito e lamentando lo stato delle cose. Una cosa che si ripete con la stessa cadenza dei servizi sulla prova costume e sugli esami di maturità. Magari non dovremmo basarci su questi exploit giornalistici e sui commenti altrui, specialmente se emergono dagli angoli più scontrosi dei social media. Sarebbe come leggere la sezione commenti di YouTube o credere a ogni singola recensione su Tripadvisor: nocivo e sconfortante. Fioriscono  articoli, generalmente molto condivisi, su testate conosciute, che raccontano i perché dell’emigrazione Italiana, e insieme a essi il fiume di commenti e di giudizi di chi non si trova d’accordo, di chi non comprende e soprattutto giudica senza filtri. Choosy e bamboccioni? E lenti a studiare e laurearsi, lenti a trovare lavoro, ma comunque sempre pronti a partire. Innegabile come tutto questo sia parte di una cultura generale che sembra inasprire le critiche e cercare scontri generazionali a ogni occasione. Ma noi Italians abbiamo la faccia di chi sta facendo un percorso difficile da identificare, nonostante i numeri delle partenze siano in crescita, e comunque veniamo tacciati di aver abbandonato a nave che affonda.

Dobbiamo essere la generazione dei sensi di colpa? Del volere biciclette e pedalarle? Nel momento in cui torniamo a casa per le agognate vacanze e incontri di famiglia e amici, non possiamo che sentirci al centro di una tensione difficile: l’orgoglio della famiglia, il paragone con il coetaneo, le censure che ci autoimponiamo per non apparire – minimizzando successi e fatiche per la paura di sembrare troppo finti e troppo diversi. Ci si rende piccoli piccoli tra un uovo pasquale e uno spumante stappato per non urtare le sensibilità, arrivando alla profezia così auto-compiuta di sembrare altezzosi e distanti. Ci ricordiamo di santificare le feste, amando il Paese che per come è e come potrebbe essere. Siamo timidi in patria, e armati fino ai denti nella competizione all’estero. Non guardate a queste facce spesso stressate come a smorfie che deridono chi non è con noi. Siamo pronti a costruire ponti e creare network, proprio come facciamo qui a The Italians, con blog come il mio e soprattutto con le proposte sfornate dal nostro Policy Lab, per abbandonare quella mentalità  ‘noi vs loro vs voi’ e impegnarci a cambiare le cose. A casa, in Italia, la nostra maschera la vorremmo davvero gettare: per ora ci accontenteremo di sembrare stereotipicamente affamati di cucina nostrana, mantenendo la stoica, cauta espressione, soddisfatta-ma-non-troppo, di chi vive le cose un po’ di qua e un po’ di là.